domenica 17 novembre 2024

Voglio correre cercando gialle pietre - 17 novembre 2024

Un titolo “misterioso” che coprirà di lauree fronde coloro che avranno voglia e pazienza di interpretarlo. Intanto, come dicevo, è un periodo molto “noir”, per cui abbiamo un altro campionario di libri, principalmente americani. Al fondo del gradimento piombano un libro un po’ anodino della scrittura di John Grisham e l’ultimo e mal riuscito libro di Fred Vargas. Si sale un po’ con due classici americani: Alex Cross di James Patterson e Jack Reacher di Lee Child. Corona il tutto un autore che raramente mi delude, Michael Connelly, con il suo personaggio migliore, Hieronymus “Harry” Bosch.

Fred Vargas “Sulla pietra” Einaudi euro 20 (in realtà, scontato a 18 euro)

[A: 12/06/2024 – I: 19/06/2024 – T: 22/06/2024] - && --

[tit. or.: Sur la dalle; ling. or.: francese; pagine: 466; anno 2023]

Un basso gradimento per un libro della Vargas? Sembra quasi una lesa maestà! In realtà sono realmente rimasto abbastanza deluso, pur con tutto l’amore per lei. Di cui ho letto tutti i romanzi, dal primo giallo un po’ atipico, alla serie delle investigazioni dei “tre evangelisti” ed ovviamente a tutte le avventure del commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

La seconda particolarità del libro, è che è il primo romanzo di una delle mie autrici icone che leggo in italiano. Non credo sia colpa della traduzione, ma è subito precipitato tra i meno belli di lei che ho letto. Di sicuro, comunque, un’altra parte di colpe vanno attribuite all’editore Einaudi, che confeziona una quarta di copertina da far rabbrividire.

Riporto solo due “chicche”. Dice la quarta: “in Normandia le sciagure non si contano più” e “grazie … all’energia ancestrale dei menhir”. Ora, peccato che tutto il romanzo di svolga in Bretagna e che la pietra del titolo non sia un menhir (che sono quelle grandi pietre verticali che Obelix trasporta nelle sue vicende) ma dolmen (tombe megalitiche sovrastate da una lastra). Inoltre, appunto, il titolo francese riporta “dalle” che significa “lastra” e non pietra.

Ora, ripulita la piazza da errori altrui, veniamo alla confezione che la scrittrice, dopo sei anni di silenzio, ci propina. Una storia sconclusionata, che cerca di mettersi di traverso con idee brillanti, ma che non ripropone molto della verve dei suoi scritti. Adamsberg è stanco, svogliato ed un po’ confuso. Inoltre, la sua squadra, pur sempre efficace e moderatamente presente, ha dei colpi a vuoto. Soprattutto nel suo vice, Danglard, che sembra quasi proporsi di sostituire il capo se questo decidesse (come potrebbe) di proseguire la sua vita altrove.

Certo, i nostri lavorano alacremente, e noi, avendo a mente il loro passato, anche se poco agiscono, ne riconosciamo la presenza e l’apporto: il tenente Noël, il sempre puntuale Veyrenc, il narcolettico informatico Mercadet, e l’invincibile Violette Retancourt, che sarà protagonista di una grande impresa anche in questo libro, ma non vi dico quale.

Il testo si avvia lentamente, con Adamsberg che viene chiamato in aiuto dal commissario Mathieu, dovrà ripartire per Louviec (paesino inventato ma non lontano da Combourg, come vedremo). C’è un morto e, data l’amicizia di Mathieu con il nostro, e la bravura degli sbirri del XIII arrondissement, il Ministro stesso richiede una task force all’altezza del problema.

Anche perché, una delle figure di spicco locali è il visconte Josselin de Chateaubriand, discendente, probabilmente, del famoso François-Renè, che appunto a Combourg aveva un suo castello. Una figura interessante, Josselin, con la quale Adamsberg si accompagna intuendo subito, a scapito tutta una serie di prove contrarie, che non poteva essere lui l’assassino.

Comunque, c’è il primo morto Gaël Leuven, un mastodontico guardiacaccia, ucciso con colpi di coltello da macellaio marca Ferrand (un tipo di coltello non molto usuale). Unica cosa che salta agli occhi di Adamsberg è che l’assassino ha cercato una facile simulazione: far finta che l’omicida sia mancino, mentre potrebbe essere destro. Oppure un mancino debole (come ad esempio una donna).

Bazzicando per Louviec, andiamo conoscendo gli altri personaggi del posto, oltre Josselin. C’è lo Zoppo, uno spettro che da secoli ossessiona la gente della cittadina, c’è un Gobbo, Maël Yvisc, un uomo tormentato dalla sua deformità, c’è la Vipera, Marie Serpentin, a capo delle comari pettegole che temono chi calpesta le ombre, perché credono che calpestando l’ombra di una persona si attenti all'integrità dell’anima e si possa causare la morte.

E poi tanti morti, dopo Gaël: il sindaco, una dottoressa, un medico, un finto possidente dai soldi di provenienza poco chiara. Tutta una serie di avvenimenti, che si susseguono con colpi di scena improbabili, e senza che noi si ritrovi lo spirito del vecchio Adamsberg. Che ritorna, per poco, ad essere sé stesso quando, per riflettere, si stende sul dolmen assorbendone le forze ancestrali. Arrivando alla conclusione della vicenda, con un lungo spiegone che darà ragione dei morti, dei morsi delle pulci, delle uova fecondate, dei coltelli da macellaio, e di tutte le incongruenze disseminate nelle quasi cinquecento pagine del testo.

Come Adamsberg, anche la scrittura della Vargas è svogliata e priva dei piccoli spunti che facevano venir voglia di girare le pagine per scoprirne il seguito. Qui, si arriva alla fine, stancamente e decisamente delusi.

“Non è facile chiedere scusa e non sono in molti a trovare il fegato di farlo.” (161)

Michael Connelly “La notte più lunga” Pickwick euro 10,90

[A: 02/09/2021– I: 30/07/2024 – T: 01/08/2024] - &&& +

[tit. or.: Dark Sacred Night; ling. or.: inglese; pagine: 379; anno 2018]

HB24; RB2

In effetti, pur avendo sempre amato la scrittura di Michael Connelly, per i misteri delle mie letture casuali, sono circa tre anni che non prendo in mano un suo libro. Il bello è che, dopo tre anni, pur con qualche punto non proprio centrato, la lettura procede spedita e gradevole. Tra l’altro, e lo vedremo entrando poi nei dettagli, da libri incentrati su Bosch, e che sicuramente restano i migliori, si va sempre più spostando sul “procedural thriller”, riuscendo a reggere benissimo il confronto con il mago del genere, Ed McBain.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal titolo. Primo, per ribadire che, al solito, comprendo poco il bisogno italiano di titolare in altro modo. Così da un’esclamazione forte relativa alla notte ed all’oscurità, si passa ad una notte, sì, ma perché “più lunga”? Inoltre, facendo così, si perde il rimando musicale, spesso presente in Connelly, alla musica. Che il titolo riprende il verso di una bellissima canzone di Louis Armstrong (“What a wondeful world”), dove si accenna alle piccole grandi cose che rendono bella e degna di essere vissuta la nostra vita.

Per dovere di chiarezza, poi, esplicito l’ultima riga delle note in alto. Questo è il ventiquattresimo romanzo in cui compare il personaggio principale di Connelly, cioè Harry Bosch, ed il secondo invece di René Ballard. Di cui, ne “L’ultimo spettacolo” avevamo assistito alla sua introduzione nel mondo della polizia di Los Angeles, mentre qui vediamo la sua convergenza con Harry, da cui, come intuiamo dal finale del romanzo, dovrebbero nascere altre indagini in coppia.

Ballard è di sicuro un valente poliziotto, che, per aver denunciato il suo capo per molestie sessuali, invece di essere premiata, viene isolata nel turno di notte, quello appunto che nel gergo poliziesco viene chiamato ultimo spettacolo. Bosch, invece, sappiamo ormai essere in pensione, ma con un contratto di consulenza investigativa con il nucleo poliziesco di San Ferdinando, dove si occupa generalmente di casi irrisolti.

Il fatto che seguiamo molto di Ballard, porta appunto a far svolgere molte piccole micro-indagini (quella da “procedural thriller”) che sono di contorno all’indagine principali. Omicidi e rapine che si risolvono in poche battute, ma che servono a dare il tocco ed il senso del lavoro oscuro della polizia. Tra l’altro anche Bosch è coinvolto in altre indagini, in particolare una legata ad un cartello di spacciatori che lo vuole morto, non esitando a mettere in pericolo anche Maddie, la figlia di Bosch. Ma come detto sono contorni, interessanti ma contorni.

E parlando di contorni, mentre di Bosch sappiamo già quasi tutto, qui entriamo meglio nel personaggio Ballard. Che quando non fa il turno di notte, dorme dentro una tenda in riva all’oceano, guardando spesso il mare nel ricordo del padre, travolto da un’onda quando surfava e mai più ritrovato. È osservatrice attenta, e capace di collegamenti tra vari punti delle indagini non disdegnando tuttavia di passare all’azione.

I nostri due convergono quando, durante il suo turno, Ballard scopre che Bosch cerca documenti vari relativi alla morte, avvenuta nove anni prima, della quindicenne Daisy Clayton. Un caso mai risolto, ma che Bosch riprende per una promessa che fa ad Elizabeth Clayton, la madre della giovane. Madre che Bosch aveva incontrato quando lavorava sotto copertura in “Doppia verità”, che aveva aiutato a disintossicarsi, e che, per i tempi di recupero, sta ospitando nella sua bellissima casa (per me), quella su Woodrow Wilson Drive, nelle colline di Hollywood, con una vista mozzafiato.

Ballard e Bosch, dopo qualche scaramuccia, cominciano a lavorare insieme, con Bosch che indaga sul campo, mentre Ballard, durante i turni di notte, si fissa sulle note di carico di tutte le indagini che erano state svolte all’epoca, cercando somiglianze ed indizi che potrebbero portare ad individuare un possibile serial killer.

Alla fine, e non entro nel merito, B & B trovano il colpevole, estorcono fraudolentemente una confessione, ma riescono anche a trovare possibili prove. Certo, Bosch lavora sempre ai limiti della legge, anche perché nel frattempo Elizabeth non resistendo alla pressione si suicida con una overdose. Ed è molto probabile che Bosch preferisca un periodo di sospensione, piuttosto che lasciare andare liberi i veri colpevoli.

Un buon libro, che riporta qualche punto in più nei mei giudizi su Connelly, anche se, pur presenti, questa volta non sono molto rilevanti gli interventi musicali. Mentre noto di passaggio un solita citazione trasversale. A pagina 46, il giudice che firma un’ordinanza di perquisizione richiesta da Bosch si chiama Atticus Finch Landry. Come non collegarlo immediatamente al protagonista de “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee? Comunque, non posso che finire con una menzione ad Alfredo Colitto, anche qui presente con una degnissima opera di traduzione.

Lee Child “Zona pericolosa” TEA euro 12 (in realtà, scontato a 9,60 euro)

[A: 24/07/2024– I: 01/08/2024 – T: 03/08/2024] - &&&   

[tit. or.: Killing Floor; ling. or.: inglese; pagine: 479; anno 1997]

Durante le mie ricerche in rete mi sono imbattuto in una delle tante liste ufficiali o meno che parlano di libri gialli. Ovviamente disattendendo i consigli di Umberto Eco, l’ho scorso scoprendo di averne letto il 60%. Per cui ho deciso che nei ritagli di tempo, avrei cercato di colmare il restante 40. Eccoci, quindi, ad un libro che in principio non avrei comperato, e ad un autore che, a meno di altre cause, non credo che seguirò molto.

Certo Lee Child scrive bene e questa sua “Zona pericolosa” è un buon libro, pur se datato a causa dei suoi quasi trenta anni. Come anche ben caratterizzato è il personaggio eponimo di Child, questo Jack Reacher, qui alla sua prima uscita, ma che Child continuerà a serializzare, tanto che quest’anno è uscito il ventinovesimo romanzo della serie.

Come è facile intuire, Lee Child è solo uno pseudonimo dell’inglese James Dover Grant, nome con il quale lavora più di venti anni come autore televisivo. Trovatosi senza lavoro per una ristrutturazione aziendale, decide di usare le sue capacità letteraria con la scrittura di thriller. Trovandosi questo strano pseudonimo. Il nome deriva da una passione infantile di Grant, laddove in una pubblicità, la Renault 5 viene indicata come “Le Car”. Una storpiatura eufonica nella sua testa lo porta a pronunciarla come “Li Car”, che scritto in anglosassone diventa “Lee”. Così che la sorella Ruth comincia a chiamarlo “Lee Child” (cioè bambino). Quando deve decidere il suo nome d’arte, questo gli sembra promettente, in quanto, negli scaffali delle librerie si sarebbe trovato in mezzo a due grandi ed affermati scrittori: Raymond Chandler e Agatha Christie.

Capace costruttore di trame per il suo passato televisivo, decide di puntare tutto sulla costruzione di un personaggio, che risulta subito intrigante e vicino al lettore. Nasce così Jack Reacher. Figlio di militari, militare a lungo lui stesso, nella squadra investigativa militare, dopo una quindicina d’anni di servizio, decide di mollare tutto (e penso che nel corso dei quasi trenta volumi questa parte della sua vita verrà indagata a lungo) e di dedicare il suo tempo a vagabondare lungo gli Stati Uniti, senza mete particolari, fino a che non troverà qualche cosa che deciderà essere più appassionante di girare a vuoto. Ma non sarà né ora né in questo libro.

Dopo un viaggio di otto ore da Tampa, Reacher arriva a Margrave in Georgia, dove si ferma e qui cominciano le (dis-)avventure. Viene arrestato dall’agente Finlay accusato di omicidio. Qualcuno l’ha visto vicino a dei magazzini (i magazzini della ricca famiglia Kliner) dove viene trovato uno sconosciuto morto. Il nostro ha un alibi, verificato da Roscoe, la giovane assistente di polizia, ma viene mantenuta l’accusa in base alle dichiarazioni del capo della polizia Morrison. Peccato che poco dopo viene fermato tal Hubble che si accusa dell’omicidio.

Per non saper né leggere né scrivere, i due vengono portati nel carcere della contea, ma non nella sezione d’attesa, bensì in quella dei detenuti, dove ovviamente rischiano la pelle per un programmato assalto di criminali prezzolati. Qui assistiamo alle capacità di Reacher nella lotta corpo a corpo, che permette ai due di salvarsi. Non solo ma anche rilasciati perché anche Hubble ha un alibi, e si scopre che il morto non è altro che il fratello di Reacher, un dipendente del Ministero del Tesoro che stava effettuando ricerche su riciclaggi di denari.

Le vicende, come prevedibile, si accumulano. Hubble scompare, il capo della polizia Morrison viene trovato seviziato e ucciso, Finlay decide di mettere sotto protezione la famiglia Hubble, facendo portare moglie e figlie in luogo protetto da Picard, un agente dell’FBI. Intanto Jack risale la catena degli avvenimenti, trovando la collega del fratello, Molly, disposta a parlare. Ma lei viene uccisa ed i documenti del caso spariscono.

Non può mancare una storia di pallida eroticità, visto che Jack e Roscoe hanno una forte simpatia, e non vi dico cosa succede tra loro. Fatto sta che Roscoe fornisce a Jack una pistola appartenente ad un suo capo forse suicidatosi. Ma nelle carte del morto, Jack trova le prove che anche lui stava indagando sui Kliner. Non solo, ma scopre che Hubble è un esperto di reperimento contanti, che i Kliner hanno una succursale in Venezuela, che da lì, via mare e poi via TIR arrivano vagonate di soldi falsi. Insomma, una ridda di avvenimenti che si accumulano.

Non certo della sicurezza degli Hubble, Jack manda anche Roscoe nella zona protetta gestita da Picard. Mentre lui si arrovella su di un biglietto lasciato dal fratello con la scritta “E unum pluribus”, motto che è il contrario di “E pluribus unum”, il motto presente sullo stemma statunitense. Jack arriva a comprendere il perché del motto, la necessità di usare le capacità di Hubble, e l’anomala presenza di biglietti da 100 dollari in alcuni zone americane.

Sembra tutto in dirittura d’arriva, ma Jack scopre che gli Hubble e Roscoe sono in pericolo, che la banda che usa i magazzini Kliner è ben avviata sia nel campo del crimine che in quello dei contatti a vari livelli. Insomma, tutto converge in un finale molto azione, dove il punto centrale è ritrovare Hubble scomparso. Cosa che Jack fa anche se la soluzione che propone Child mi sembra troppo fortunosa.

Tutto si risolve senza troppi danni, ma Jack non riesce ancora a fermarsi, e la prima puntata di schiude con il nostro che sale su un Greyhound per la California.

Una bella confezione, una scrittura che tiene, qualche sbavatura qua e là, ma che ci presenta un’America com’era ma come, per chi ogni tanto la frequenta, è ancora. Con buona pace di chi pensa che là sia tutto New York e San Francisco. Child riesce anche ad incuriosirci con un personaggio misterioso (ancora) e con qualche sbavatura, ma con un gran cuore, un senso della giustizia profondo ed una forte empatia con le altre persone.

Non mi ha entusiasmato, ma ritengo che, per gli amanti del thriller, sia una lettura obbligata.

John Grisham “I fantasmi dell’isola” Mondadori s.p. (regalo della sig.ra Laura)

[A: 15/08/2024– I: 15/08/2024 – T: 16/08/2024] - & e ½     

[tit. or.: Camino Ghosts; ling. or.: inglese; pagine: 281; anno 2024]

John Grisham è sempre stato un autore che leggo con piacere, e qui a maggior ragione grazie ad un regalo ferragostano inaspettato unito al clima rilassante dell’interludio campagnolo. Ma pur con tutte le premesse positive questo “I fantasmi dell’isola” non mi ha soddisfatto.

È discretamente lento, senza particolari scatti né di momenti “thriller”, e ci potevano stare, né di particolari emozioni nelle parti “procedural thriller”, anch’esse con thrilling tendente a zero. Non c’è un personaggio cui realmente affezionarsi (come accadeva, ad esempio, in un altro “thriller ambientale” come “Il rapporto Pelican”), anzi siamo pieni di personaggi, anche abbastanza diversificati, ma senza un vero centro emozionale. La storia poi corre sui binari di una regolarità disarmante, c’è una piccola curva poco prima della fine, poi si procede diritti e senza intoppi sino all’inevitabile conclusione.

Non essendo da tempo lettore delle grandi storie di Grisham (e forse ogni tanto farei bene a tornarci), non avevo colto che, in effetti, questo è un libro seriale, dedicato a questa isola immaginaria, Camino, posta in Florida quasi al confine con la Georgia. Non esiste realmente (l’unica Camino Island si trova nel Pacifico vicino a Seattle) e si potrebbe individuare come una delle isole che contornano Cumberland Island. In ogni caso, Grisham ha appunto pubblicato nel ’17 “Camino Island” e nel ’20 “Camino Wind”. Ovvio che non è facile seguire una serie se i traduttori italiani, ogni volta fanno sparire il nome dell’isola (in italiano sono usciti come “Il caso Fitzgerald” e “L’ultima scelta”).

Questa mancanza di informazioni fa sì che i due personaggi principali del testo vengano dati per scontati, mentre conoscendone la storia, forse sarebbero risultati meno appiattiti. Si tratta di Bruce Cable, gestore dell’unica libreria dell’isola dal nome di “Bay Books” e di Mercer Mann, che qui troviamo scrittrice abbastanza affermata (mentre credo che nelle prime opere non lo fosse ancora).

La storia, in ogni caso, non può che toccare alcuni punti classici di Grisham, soprattutto nell’ultimo periodo: il razzismo, la cementificazione delle risorse naturali, l’ingiustizia e la corruzione. Purtroppo, però manca l’elemento avvincente. Non è un puro legal thriller, anche se è presente una battaglia legale. Anzi di thriller ce n’è abbastanza poco. Inoltre, mancano realmente i cattivi. La società immobiliare di cui parleremo è sì spietata, e tenta qualche corruzione latente, ma in realtà non minaccia direttamente nessuno, non uccide nessun testimone, si limita ad una agguerrita battaglia legale che, così com’è impostata, non potrà che perdere.

Il nucleo della storia riguarda un’isoletta vicino a Camino, dove nella seconda metà del 1700 si rifugiavano schiavi fuggiti dalla Georgia. Essendo la Florida a quei tempi spagnola, questi proteggevano i fuggiaschi. Nel 1760, una nave negriera proveniente dall’Africa e diretta a Savannah incappa in una tempesta e fa naufragio su quell’isola (tempesta molto forte, visto che Savannah si trova 200 km a Nord). I pochi superstiti vengono accolti dai fuggiaschi. E tra i superstiti c’è Nalla, una sacerdotessa voodoo, stuprata durante la traversata, che per vendetta e protezione lancia una maledizione: nessun bianco uscirà vivo dall’isola.

Ai giorni nostri rimane un’unica discendente Lovely Jackson che scrive un libro con la storia dell’isola, battezzata dai locali “Dark Isle”, e, quando scopre che un’immobiliare della Florida intende costruire un parco gioco con casinò e campi da golf, insorge che ritiene lei di essere l’unica ad aver diritti sull’isola.

Da qui partono le piccole storie dei nostri due maggiori protagonisti. Mercer, la scrittrice, si innamora della storia dell’isola, e convince Lovely a farle scrivere un libro romanzato che narri la storia dei neri dell’isola. Bruce, invece, sempre pronta a battaglie ambientaliste, convince il suo amico avvocato Steven Mahon a lanciarsi nella battaglia legale. Dimostrando che l’isola è di proprietà di Lovely verrebbero sventati i tentativi immobiliaristi dei cattivi.

Le due storie sono scontate e prevedibili, unico elemento di frizzante novità è l’arrivo a metà libro di una stagista, Diane Krug, che affianca Steven nell’azione legale, e che con la sua verve ed alcune idee interessanti, riesce a portare molta acqua al mulino di Lovely. Con tutta una parte dedicata ai nativi africani deportati, ed alle loro radici, molto interessante per gli americani, assai poco per noi europei.

Insomma, in finale, buoni gli spunti sociali, ma la confezione risulta lenta, prevedibile ed i personaggi non molto ben delineati. Alcuni momenti ironico coinvolgenti (la festa “beach chic” dove ognuno può vestirsi come vuole ma deve essere rigorosamente a piedi nudi), ma niente di più. Qualche ora rilassante ad un’ombra estiva, ma mi aspettavo meglio da Grisham.

James Patterson “Il collezionista” TEA euro 8 (in realtà, scontato a 5,20 euro)

[A: 19/06/2020– I: 20/08/2024 – T: 21/08/2024] - &&& ---  

[tit. or.: Kiss the Girls; ling. or.: inglese; pagine: 388; anno 1995]

James Patterson è sicuramente un autore degno di nota per la costanza e la velocità di produzione delle sue opere. Credo che negli ultimi trent’anni abbia pubblicato quasi un centinaio di libri, laddove, per aumentare la produzione, spesso usa scrivere in collaborazione. A volte lui pensa più allo scenario (come nei libri con Maxine Paetro) a volte più alla scrittura (come con i libri con l’ex-presidente Clinton).

A me incuriosì sentendo parlare positivamente della lunga serie del suo personaggio centrale, Alex Cross, per cui ne lessi qualche anno fa il primo episodio. Poi, senza fretta, ogni tanto, succede trovare altri capitoli, così ora passo alla lettura del secondo episodio di Cross.

Alex Cross è un afroamericano, laureato in psicologia, che, per una serie di ragioni, decide di diventare detective, come si legge in “Ricorda Maggie Rose”. Associandosi al detective John Sampson, con cui fa coppia fissa, con Sampson anche lui di colore, massiccio, ma anche capace di buone letture. Cross ha perso la moglie alcuni anni prima dei fatti, e deve crescere i suoi due figli, Damon e Jannie, vivendo con loro a Washington insieme a Nana Mama, sua nonna.

In questo secondo romanzo, Alex viene coinvolto direttamente dal punto di vista familiare, essendo stata rapita Nessie, sua nipote, che studiava nelle Carolina del Nord. Lì si precipitano Cross e Sampson per scoprire uno scenario inquietante. Non poche donne di bell’aspetto sono state rapite negli ultimi periodi, ed alcune di esse vengono trovate orrendamente uccise. Benché coadiuvati dall’FBI con il supervisore Kyle Craig e dalla polizia locale, con i detective Nick Ruskin e Davey Sikes, le indagini fanno pochi passi avanti.

Finché non escono degli articoli sul Los Angeles Times, che parlano di uno psicopatico, chiamato il Gentiluomo Visitatore, che racconta le gesta delle sue uccisioni. Ma che racconta anche di morti molto simili a quelle che i nostri vedono in Carolina. Facciamo ben presto a renderci conto che ci sono uno o due serial killer in azione, laddove quello sulla costa est si fa chiamare Casanova.

L’azione comincia ad avere una svolta quando Casanova rapisce la dottoressa Kate McTiernan, bella, intelligente, dedita al lavoro ed esperta di arti marziali. Kate riesce fortunosamente a fuggire da Casanova e si unisce a Cross nella caccia al killer. Alex, poi, studiando i modus operandi delle varie uccisioni si convince che i killer sono in realtà due. E li collega all’inizio della vicenda, che Patterson ci aveva narrato nel prologo, al 1981, dove il Gentiluomo uccide una coppia e viene contatto da Casanova che anni prima aveva fatto un piccolo massacro in Florida. Tutti e due studiano a Durham, in un collage dove è presente anche Craig, e dove le indagini sono seguite dai due giovani poliziotti, Ruskin e Sikes.

Ma tornando al presente, indagando in California, Cross e l’FBI trovano traccia di un dottore, William Rudoplh. Un chirurgo plastico che ben presto si rivela essere il Gentiluomo. Una caccia serrata non riesce a bloccarlo, e Rudolph fa in tempo a fuggire ed a riunirsi con Casanova, il suo gemello del crimine. Tra l’altro i due alterano delle prove, facendo in modo che possa venir incriminato come Casanova un altro medico di Durham. Che di sicuro ha un buon successo con le donne, ma che Cross ritiene estraneo. Non così l’FBI che lo arresta.

Peccato che contemporaneamente, Kate viene assalita e quasi uccisa dalla coppia di killer, cosa che rafforza le idee di Cross. Utilizzando i ricordi di Kate e le notizie di fattorie sotterranee che servivano da riparo a schiavi fuggiaschi, Cross e Sampson riescono a trovare il rifugio dove Casanova teneva in ostaggio le belle donne prima di ucciderle. Le liberano, mentre arrivano i due, che feriscono Sampson, ma che Alex riesce ad inseguire. Nella fuga che ne consegue, Cross fa due passi avanti: uccide Rudolph e capisce, dal modo di sparare, che Casanova è uno che sa usare le armi, un poliziotto o un militare.

L’ultima parte è forse la meno riuscita del thriller, che si arriva alla fine, si troverà anche Casanova, e tutto finisce abbastanza bene. Naomi torna a casa, Alex e Kate, dopo una breve storia capiscono che le loro strade non potranno unirsi, e nel finale Patterson inserisce un gancio per potersi dedicare al successivo episodio.

Benché con trent’anni alle spalle è tuttavia un libro gradevole, ben scritto (d’altra parte non può essere di meno visto il successo di Patterson negli anni), con Cross che sembra ancora un po’ acerbo. Intuitivo, costruttivo, forse irruento, si capisce il forte legame con i figli, meno la necessità di cercare qualcosa nell’altro sesso. Due libri, due donne, e poi? È comunque un altro punto a favore del testo che già allora si parlasse di stupro e di maltrattamenti verso le donne. Inoltre, il carattere liberale di Patterson non può che scagliarsi subito contro il razzismo sempre più imperante negli USA.

Parlando di thriller poi, Patterson ha la capacità di farci vedere come i serial killer possano anche essere persone (quasi) normali, che, spinti da impulsi magari presenti in molte persone, non hanno la capacità di frenarli ed oltrepassano il limite.

Patterson è anche uno scrittore “colto” che non si tira indietro in citazioni e rimandi che a me hanno fatto piacere. Kate, buona lettrice, entra in libreria e compra “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy. Kate e Alex vanno al cinema a vedere un film di Benigni, “Johnny stecchino”. Alex suona il piano svariando dal jazz al blues. Intrigante passare dall’orrore del thriller a queste coccole personali.

C’è un altro elemento interessante anche qui, come nel primo episodio, riguardante il titolo. L’originale era “Kiss the girls”, che è anche il nome che Casanova dà al gioco che intraprende con il suo harem rapito, prima di uccidere una delle ragazze. Un titolo che deriva da un film del 1966, parodia dei film di James Bond in voga nel periodo, dal titolo “Kiss the girls and make them die”. Facile il collegamento, tanto che la prima edizione del testo era intitolata in italiano “Baciate le ragazze”. Poi, scoperto che la distribuzione italiana di De Laurentis del film lo aveva rititolato “Se tutte le donne del mondo... (Operazione Paradiso)” (orribile) e per sottolineare un aspetto del killer, viene ribattezzato “Il collezionista”. Certo, ha un senso, che capirete leggendo il romanzo, ma quanto si perde dei giochi dell’autore?

Meno di quarantacinque giorni alla fine di un anno bisestile che si è rivelato degno del suo nome. Onde farne un corto circuito, e per bilanciare il troppo noi di questa settimana, mi sono rivolto alle parole di un pensatore che ascolto sempre con grande attenzione. Dal suo libro, “La vita autentica”, mi sono rimaste impresse sia alcune frasi dell’autore, Vito Mancuso, sia alcune idee che lui stesso mi riporta. Tutte ve le dono come auspicio.

“Se la vita si presenta come contraddizione, rispettare la contraddizione consentendo a ciascuno l’esercizio della libertà è il modo migliore di rispettare la vita” (45)

“Da Cartesio: Chi cerca la verità deve una volta nella vita dubitare di tutto” (61)

“Posso anche sbagliare, lo so bene che posso sbagliare, per questo sottopongo a verifica ogni affermazione e ogni negazione” (65)

“L’uomo autentico è l’uomo libero, l’uomo che costruisce la sua vita su un fondamento interiore tutto suo, sulla sua consapevole e autonoma personalità” (76)

“da Baudelaire: A me pare che starei sempre bene là dove non sono …Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!” (93)

“da Shakespeare: sii sincero con te stesso, e ne seguirà come la notte al giorno che non potrai essere falso verso nessuno” (110)

“da Bonhoeffer: quando qualcuno dice la verità senza tener conto della persona a cui parla, c’è l’apparenza ma non la sostanza della verità” (117)

“da Marco Aurelio: ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa” (126)

“Ogni uomo è definito dall’oggetto del suo sperare. La vita è paragonabile ad un viaggio, e l’oggetto della speranza è la meta verso la quale si viaggia” (131)

 “La vita autentica è all’insegna del viaggio, dell’uscita da sé verso la realtà, fino a farsi compenetrare totalmente dalla realtà e diventare un autentico frammento di realtà, che, come una pietra o come un pianta, esiste senza la minima traccia di menzogna” (170)

“da Dante (canto XXVI dell’Inferno): fatti non foste a viver come bruti / ma per seguire virtute (vita vissuta all’insegna del bene) e canoscneza (vita vissuta all’insegna dell’amore per la verità)” (171)

Spero sempre di poter seguire il consiglio di Dante, per una vita volta al bene ed all’amore per la verità. Per ora, ci si deve accontentare del nostro percorso quotidiano, sperando sempre di riuscire a continuare a viaggiare, magari insieme ai nostri amici più cari. Nel mentre non possano mancarvi i miei abbracci.

domenica 10 novembre 2024

Ritorno ai vecchi mondi - 10 novembre 2024

Dopo una puntata dedicata all’Asia ed agli scritti di Murakami, oggi (e credo per altre trame ancora) si torna alla mia letteratura di riferimento, gialla, nera, thriller e altro. Menzioniamo, per dover di cronaca, le collane del Corriere, con due scritti che non si sollevano da un’aurea mediocrità. Ma dedichiamo attenzione all’ultimo di Gimenez-Bartlett, buono seppur non eccelso e all’ultimo di Guillaume Musso, a me sempre gradito, che ritorna ai suoi abituali standard di scrittura. Tuttavia ci soffermiamo perché è necessario tributare un plauso al brasiliano Samir Machado de Machado che ci fornisce un giallo di ottima fattura, nonché di spirito, a me assai gradito.

Alicia Gimenez-Bartlett “La donna che fugge” Sellerio s.p. (regalo di Benedetta e Giulio)

[A: 07/05/2024 – I: 26/05/2024 – T: 28/05/2024] - &&& e ½    

[tit. or.: La mujer fugitiva; ling. or.: spagnolo; pagine: 430; anno 2024]

Altro gradito regalo compleannico, che mi consente di riprendere in mano gli scritti di Alicia ed in particolare le vicende di Petra Delicado (e del suo mondo). In realtà pensavo che, dopo l’autobiografia di Petra, uscita ormai quattro anni fa, Alicia avesse poca intenzione di riprendere in mano il suo personaggio simbolo. Ed in realtà, seppur sempre gradevole, il romanzo stenta a decollare, e quando lo fa non vola molto alto. Tanto che, nella parte “noir” in senso stretto si stava avviando verso una stentata sufficienza. C’è voluto un colpo di coda dedicato alle vicende private per elevare verso punte più consone alla scrittrice il testo nel suo complesso.

Intanto l’impianto è quello classico: un morto, un’indagine ed un alternarsi tra pubblico e privato di Petra e del fido Firmin. Anche se il secondo ha meno margini, sia pubblici che privati. Il morto ci introduce in un mondo alternativo che si vede affascina la nostra scrittrice. Siamo nel mondo dello street food, ed in particolare di quei camion attrezzati che vanno in giro per fiere e paesi, cucinando e proponendo cibi di interesse.

In particolare il morto è il cuoco di uno di questi camion, specializzato in cucina francese, che gestiva insieme all’amico Bob. Cuoco francese, anche, affascinante e “tombeur de femme”, ucciso nel camion con pugnalate al cuore. Sembra un delitto inspiegabile, per Bob, per il camion vegetariano che girava insieme a loro, gestito da Javier ed Elisenda, per Pepa, la maga dei formaggi, e per tutti i “saltimbanchi del cibo”, come malamente li apostrofa Firmin.

Ma, seppur con una lentezza infinta, a poco a poco escono fuori problemi inaspettati. Compare e scompare una misteriosa donna, anche lei francese, vista spesso, anche se con lunghi intervalli, insieme al cuoco. Ma soprattutto si scopre che sia il cuoco che la donna non sono quello che dicono, hanno passaporti falsi, hanno storie da scoprire alle spalle, e non sono certo storie edificanti. Fatto sta che, una volta capito il movimento generale, il lettore smaliziato indirizza i propri sospetti verso il giusto bersaglio, aspettando solo che Alicia porti i nostri investigatori alle stesse conclusioni. Anche perché loro hanno bisogno di prove, noi ci figuriamo la scena e basta.

Tuttavia non la trama gialla il meglio del libro, che invece ci si rivela nei due aspetti descrittivi e programmatici che innervano il testo. Da un lato, la vita dei “saltimbanchi” come citati sopra, dall’altro le vicende familiari e personali di Firmin, di Petra e di Alicia stessa.

Per i primi, osservati con occhio amorevole da Alicia, c’è il perdente fisso, Bob, quello a cui non va mai bene niente. Si innamora, ma mai è ricambiato. Rubacchia, ed è l’unico ad andare in carcere. Finalmente riesce a trovare un binario per la sua vita, con il cibo da strada insieme al cuoco francese, per poi scoprire che il cuoco è un piccolo trafficante di droga, che acchiappa tutte le donne che incontra, che per uno dei due motivi suddetti viene ucciso, e che, infine, qualcuno, per motivi chiari solo alla fine, gli ruba e brucia il camion, unico sostentamento rimastogli. Povero Bob!

Poi c’è Javier, chimico fallito per mancanza di posti di lavoro, che si illude di essere felice con il suo cibo vegetariano, ma sogna sempre una rivincita. Che invece la sua compagna Elisenda sa non poterci essere e lei sì, si accontenta di quello che ha, con un potente bagno di realtà.

Sono questi personaggi che vivono una vita un po’ fuori dagli schemi quelli che piacciono ad Alicia, e che lei descrive con il trasporto di chi ne conosce fortune e sfortune.

Poi, abbiamo i problemi di vita dei nostri eroi, sempre in bilico fra presenze casalinghe ed assenze di lavoro. Quanto è giusto condividere una vita così sbilanciata? Se lo chiede Firmin, che risolve tutto con un po’ di greve ironia, e con qualche birra (anche se Beatriz incalza). Non lo risolve Petra, che sente il suo mondo in pericolo dalla sua non presenza quando affronta un caso di forte coinvolgimento (e questo lo è). I figli di Marcos sono in grado di aiutarla? E Marcos stesso (innamorato da quando è entrato in scena) vive serenamente una vita che la stessa Petra non riesce a vivere? Nel capitolo finale, c’è una bella disamina che Petra fa della situazione, ed è forse il miglior capitolo di tutto il libro.

E per finire c’è Alicia stessa, che, quindici giorni fa (rispetto al tempo di lettura) in un’intervista a Torino, apre uno spiraglio sulla sua vita privata, confessando che la scrittura di questo libro le è servita anche per elaborare il lutto per la perdita dell’amato compagno, morto in sei mesi di cancro. Un’elaborazione che, a posteriori, spiega cose che sembravano strane.

Non riuscirò a staccarmi da Alicia e da Petra, che spero altri capitoli escano. Anche se le premesse non sono per nulla positive.

“La verità e la realtà non sono quasi mai la stessa cosa, e … bisogna imparare ad accontentarsi della realtà.” (253)

“A me quello che fa saltare i nervi è la gente stupida, che non mette un po’ di testa nelle cose, quella che non sa nemmeno in che mondo vive.” (401)

Guillaume Musso “Qualcun altro” La Nave di Teseo euro 20 (in realtà, scontato a 18 euro)

[A: 12/06/2024 – I: 13/06/2024 – T: 16/06/2024] - &&&& 

[tit. or.: Quelqu’un d’autre; ling. or.: francese; pagine: 309; anno 2024]

Pur non tornando ai livelli delle sue opere migliori, è sempre piacevole e distensivo leggere un romanzo di Guillaume Musso, non a caso lo scrittore francese con il più alto numero di copie vendute nell’ultimo decennio.

Anche questo ultimo romanzo non si smentisce, ben fatto, senza troppe sbavature, anche se, per i miei tassi di gradimento di Musso, con qualcosa che manca per raggiungere l’Olimpo della mia bibliografia personale. Forse manca realmente un personaggio cui affezionarsi sino in fondo, che i due principali elementi della storia, almeno i due che tengono la pagina per più tempo, in un modo o nell’altro, hanno delle piccole carenze.

Sia Adrien che Justine sono ben costruiti, hanno un loro giusto spazio lungo tutto il corso delle trecento pagine, ma non fanno mai scattare quel momento positivo in più che altri eroi o eroine di Musso facevano nascere in altri suoi libri.

Il secondo elemento che rende meno agevole la lettura globale, pur se ovviamente voluto, è il su e giù temporale che ormai è una costante degli autori moderni. Non si riesce a leggere un libro degli ultimi anni in cui i flashback non siano un elemento costruttivo forte. In più, qui abbiamo la difficoltà che questi salti avvengono nel corso di soli due anni, dal 2022 al 2024 (e si, il romanzo è di ambiente super attuale), per cui ci si perde un po’. Come si perde il fatto che, benché ambientato nell’oggi, si sia già stata abbandonata ogni traccia della pandemia.

C’è un terzo personaggio, almeno, e forse un quarto che riempiono le pagine. Oriana la ricca ereditiera che viene uccisa nelle prime pagine del libro e Adèle, la donna misteriosa che appare e scompare lungo tutto il corso del romanzo stesso. Ma anche di loro non ci si innamora. La prima perché oltre che morta sembra anche un po’ troppo supponente. La seconda perché sembra sfuggire in ogni pagina in cui si presenta. Ed a chi fugge se fosse un nemico, ponti d’oro, se tenta di essere un amico, ci regala solo una dimenticanza dell’esserci vicino.

Ridotto all’osso abbiamo Oriana cui il suo dottore svizzero annuncia un tumore irreversibile. Lei pensa al suicidio, poi ad un omicidio autocomandato, poi, dovendo anche pensare al marito ed ai figli, pensa ad una donna che possa prendere il suo posto. Alla fine, cioè all’inizio, muore, e noi giriamo per tutte le più di trecento pagine alla ricerca dell’assassino.

Per la maggior parte del tempo, in compagnia di Justine, una poliziotta molto acuta ed affidabile, che qui ha invece i suoi momenti di défaillance: da poco lasciata dal marito, che va a vivere con una donna più giovane con cui fa un figlio (un po’ di modernità nei passi di Justine che stalkerizza il marito via Instagram). Ciò nonostante, ha un fiuto, che la pone sulle calcagna del marito di Oriana, il bel pianista Adrien.

Seguiamo così anche Adrien, ne intuiamo le capacità jazzistiche, ne leggiamo della riuscita di dischi e concerti, nonché della musica dedicata ad Oriana, ma anche in generale al mondo (e ai due figli). Vediamo poi come, un anno dopo l’omicidio, venga tutto accelerato dal ritrovamento di un rampino con tracce di sangue di Oriana nella cantina di Adrien.

Uno dei momenti alti del romanzo è l’interrogatorio di Adrien gestito da Justine. Che non porta direttamente a nulla, ma nei cui rivoli nascono gli elementi che portano luci sulle ombre della vicenda. La musica, gli spostamenti, la Svizzera, Adèle, Oriana, Adrien, insomma tutti gli attori del dramma, con a valle una Justine che alla fine capisce come vadano disposti i pezzi del puzzle. Con la solita capacità di Musso, non solo di mescolare le carte, ma anche di dirci la sua verità, instillandoci nello stesso tempo l’ombra del dubbio.

In fondo, Musso torna sempre lì, all’idea di fondo, alla domanda di base. Chi siamo noi? Sia per noi stessi che per gli altri. Come ci rapportiamo al mondo. Cosa sappiamo delle nostre azioni. Tutto bello e ben congeniato, con l’unico dubbio espresso all’inizio: nessun personaggio si empatizza con il lettore.

Come al solito, poi, lo stuzzicamento intellettuale di Musso è massimo, laddove, ad ogni capitolo ci propone una citazione, di scrittori, di saggisti, di registi. Non solo: nelle note finali, ci dice anche da dove ha tratto le sue frasi. Così ci scorrono davanti agli occhi: Paul Valery, Jean-Paul Sartre (con una frase stupenda: “Nel calcio tutto è complicato dalla presenza della squadra avversaria”), Patricia Highsmith, Proust, Tanizaki, Eluard, Updike, Paul Auster, Camus, Cioran, Murakami, Kurosawa, Godard, Lacan , Watzlawick, Alberoni. Con il grande Kundera che ci ammonisce “Poter vivere una vita sola è come non vivere affatto”.

Élmer Mendoza “Il cartello del Pacifico” Corriere Noir 13 euro 8,90

[A: 29/11/2022 – I: 13/07/2024 – T: 14/07/2024] - && 

[tit. or.: La prueba del ácido; ling. or.: spagnolo; pagine: 311; anno 2010]

Si parlava, non molte trame fa, di “romanzi della dittatura”, una parte del modo di affrontare la propria realtà di alcuni scrittori latino-americani. Qui siamo presenti in un sottosettore in un certo senso parallelo. Che si parla di narco-letteratura, cioè letteratura che gira intorno ai potenti cartelli della droga, coinvolgendo nelle spire del malaffare istituzioni e forze dell’ordine.

Ed è una scrittura molto ristretta all’ambiente messicano, anche se la droga gira in molte altre parti del continente (vedi Colombia in prima battuta). D’altra parte, non poteva non avere come un esponente di spicco il professor Élmer Mendoza, nato e cresciuto nelle zone del narcotraffico, nonché insegnante di letteratura all’università di Sinaloa. E noi sappiamo che Sinaloa è la patria di uno dei cartelli della droga più potenti al mondo, il cartello di Sinaloa, che nell’ambito della malavita è anche noto come “il cartello del Pacifico”. Motivo che induce gli italiani ad un titolo anodino, ben lontano da “la prova dell’acido”, come riportava il titolo originale e su cui tornerò nel finale.

Purtroppo (anche per miei demeriti) forse il testo non mi ha dato tutte le buone sensazioni che poteva fornire, anche e soprattutto usufruendo di una traduzione tra le migliori che conosca, ad opera di un profondo conoscitore della realtà messicana come Pino Cacucci. E questo perché il romanzo è il secondo episodio di una serie dedicata ad Edgard “el Zurdo” Mendieta, poliziotto un tempo corrotto, di sicuro dipendente da ansiolitici, che frequenta uno piscoanalista perché la sua donna lo ha lasciato, e che tenta di combattere la violenza e la droga da dentro il sistema di potere dei trafficanti. Inciso, per i non spagnoli, Zurdo significa mancino.

Ma tornando al filo della trama, nell’episodio precedente (che non ho letto, ma di cui ho trovato tracce tra il testo ed altre ricerche), tra le tante avventure, conosce la ballerina brasiliana Mayra Cabral de Melo, passando con lei almeno una notte di passione. Certo, è un grosso colpo quando, chiamato ad un indagine relativa ad un omicidio, scopre che la morta è proprio Mayra. Cui si aggiunge, nel giro di una notte, anche Yolanda, coinquilina di Mayra. Coincidenza o conseguenza?

Mendieta non può che indagare nell’ambito del malaffare e dei locali frequentati da Mayra e Jolanda, restringendo, forse, l’ambito dei sospettati ai più assidui frequentatori di Mayra: il narco in ascesa ma poco gestibile Richie Bernal, un politico in carriera Luis Ángel Meraz, uno strano spagnolo che si cela dietro il molto palese pseudonimo di Miguel de Cervantes e Adan Carrasco, un faccendiere dai molti contatti.

Dato questo contesto, bisogna dire che Mendoza si muove bene tra le pagine. Innanzi tutto perché, essendo del luogo, riesce a farci entrare nei modi della vita locale, descrivendoci i vari teatri delle vicende con mano ferma quasi da fotografo. Ed in secondo luogo, per lo stesso motivo, rende reali e partecipati i dialoghi, che sono poi il nervo del romanzo. Sempre ben organizzati, precisi nel dire e nel far vedere. Così come precisi nell’agire sono i personaggi, laddove la precisione porta ad un numero impressionante di morti, diverse e per diversi motivi.

El Zurdo, guidato da Mendoza, si muove benissimo in questo mondo corrotto, dove, per non farci mancare nulla, irrompe l’antidroga americana, la DEA, si fanno largo contrabbandieri che riforniscono d'armi i narcos e l'esercito messicano, nonché cartelli della droga che, dopo la morte del loro capo indiscusso, si contendono il Paese. Alla fine ne esce fuori una trama che non ha nulla da invidiare alle tanto celebrate trame dei serial di Netflix.

L’idea forte di Mendoza, anche se non sempre riuscita alla perfezione, è di prendere spunto dalle cronache di droga e traffici vari, per denunciare il modo in cui il Messico si è trasformato nel tempo. Ricordo solo che, dal 2006 ad oggi, circa 60mila persone sono state assassinate nella guerra tra Cartelli del narcotraffico.

Dicevo sopra della prova dell’acido del titolo originario, che è un modo di riconoscere la purezza dell’oro, facendo interagire l’oggetto di cui vogliamo conoscere la purezza con l’acido nitrico, un potente acido corrosivo. Qui, immagino l’idea di Mendoza sia quella di far interagire tutta una serie di cattive componenti (polizia corrotta, trafficanti di droga, sfruttatori di donne) in modo da vedere se, all’interno di questo mondo corrotto, ci sia spazio per un poco di oro, per un poco di purezza. El Zurdo non sarà puro, ma ben reagisce all’acido nitrico. Non so se sia stata l’idea dell’autore, ma è la mia interpretazione del titolo, e, per me, calza abbastanza bene alla costruzione del romanzo.

“C’è qualcosa di meglio di un fratello? Non diciamo cazzate, è ovvio che no.” (270)

Samir Machado de Machado “Il crimine del buon nazista” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 13,30 euro)

[A: 01/08/2024 – I: 06/08/2024 – T: 07/08/2024] - &&&&  

[tit. or.: O crime do bom nazista; ling. or.: portoghese; pagine: 187; anno 2023]

Non sono un grande conoscitore della letteratura di lingua portoghese in generale, ed ancor meno di quella brasiliana (a parte i caposaldi con Jorge Amado in testa). Per cui solo seguendo qualche buon consiglio librario mi sono avvicinato a questo inusuale giallo brasiliano, ambientato negli anni ’30 con personaggi tedeschi che capitano, per sbaglio o per scelta, in territorio brasiliano.

Seppur con l’aria di un pastiche semistorico, Samir imbastisce una storia intrigante, quasi da giallo classico, avendo ben presente le scritture alla Agatha Christie. Ma la fa con la sua sensibilità moderna, enfatizzando un lato che (nelle critiche dotte) è sempre presente nelle scritture del brasiliano. Una forte attenzione alla critica sociale, valida ai tempi del romanzo, ma valida, e forse ancor di più, ai tempi nostri.

La parte intrigante del giallo è il suo svolgimento tutto su di un mezzo in movimento. Così come era per il capostipite, “Assassinio sull’Oriente Express”, tutto su di un treno, o per uno dei suoi maggiori epigoni, “Notte sull’acqua” di Ken Follett, tutto su di un idrovolante. Qui l’azione si svolge tutta su un dirigibile, esistito realmente, l’LZ 127 Graf Zeppelin. Un dirigibile che visse dieci anni, dal ’28 al ’37, e che, dopo alcune performance significative, come il giro del mondo, nei primi anni Trenta fu impiegato come mezzo di linea per i collegamenti tra la Germania ed il Brasile. Una traversata che durava in media sui quattro giorni.

Il secondo elemento storico è la presenza del comandante del dirigibile il capitano Hugo Eckener, successore di von Zeppelin alla guida della società. Da cui fu rimosso dalle leve del comando per le sue manifeste simpatie antinaziste. Qui, sebbene con un cammeo, entra nella storia, ribadendo, in poche battute, le sue ferme posizioni.

Altro elemento da giallo classico è lo sviluppo stesso della storia. Omicidio in un mezzo in movimento, quindi con una platea di possibili assassini delimitata e senza possibilità di fuga. Inoltre, c’è un uso intensivo degli interrogatori, una sessione (quasi) da finale con tutti gli attori del dramma presenti e con una descrizione plausibile e credibile della successione delle azioni di ognuno. Per poi finire con “il” finale che spariglia le carte e le riaccomoda in una nuova e convincente successioni. Un finale che, oltre ad alcuni meriti sparsi qua e là, è uno dei punti migliori della scrittura di Samir.

Ma a parte le corrette e complete descrizioni del dirigibile, del suo funzionamento e della tipologia di vita a bordo (molto simile ad una crociera di lusso, però in quota) abbiamo i vari personaggi che compongono l’amalgama del crimine.

A bordo troviamo un medico eugenista, nazista convinto e propugnatori delle più bieche tesi ariane, una baronessa alcolizzata nemica dei “negri” ma che ascolta jazz, un misterioso commerciante tedesco, un rampollo inglese di buona e ricchissima famiglia, ed un commissario della Kriminalpolizei di Berlino. Tutti con buone ma a volte celate ragioni di allontanarsi dalla Germania. Per congressi, per dimenticare un nipote forse gay, per allontanarsi dalla famiglia, per fare affari in un mercato in espansione, per un periodo misterioso di ferie.

Quando il commerciante viene trovato morto avvelenato dal cianuro, il capitano non può che chiedere al commissario di venire a capo del mistero, nei quasi due giorni che separano il dirigibile dall’arrivo a Rio de Janeiro. Ed il commissario si impegna, interroga, scopre altarini nascosti, coinvolge i sospettati in una ridda di possibili soluzioni. Arrivando a spiegare tutto e coinvolgendo tutti nella sua soluzione.

Arrivati a Rio, Samir ci spiegherà finalmente come sono andati i fatti e chi ha fatto cosa. Un capitolo finale costruito con cura e bello da leggere.

Samir, attraverso i suoi personaggi, affonda il coltello nelle aberrazioni del nazismo non solo verso gli ebrei, ma anche verso gli omosessuali. E ben sappiamo che nei campi di sterminio furono trucidati molti gay (i numeri parlano di circa 50.000 perseguitati “ufficialmente”). Unendo quindi, come detto sopra e come riconosciuto allo scrittore, la critica sociale ad un racconto discretamente avvincente. Sarebbe già stato di buon livello, ma l’idea del racconto ed il modo di portarlo avanti nel romanzo meritano senz’altro una buona dose di riconoscimento. Da leggere.

“Sta dicendo che quest’individuo, oltre che un ebreo e un omosessuale era oltretutto un comunista?” (128)

“[aveva] reso finalmente … un buon nazista nell’unico modo in cui un nazista può essere buono: da morto.” (185)

Gwen Florio “Le ragazze del Dakota” Corriere Oggi 34 euro 8,90

[A: 28/08/2023– I: 28/08/2024 – T: 30/08/2024] - &&  

[tit. or.: Dakota; ling. or.: inglese; pagine: 303; anno 1988 o 2014]

Per chi cerca notizie e precisioni su libri ed autori, soprattutto a fine lettura quando si tratta di farsi un quadro più generale e distante di quanto letto, questo libro rimane un mistero. Che la manchette del libro edito da RCS come allegato per la rivista “Oggi”, riporta il copyright al 1988 ed il libro come il primo della scrittrice. Invece, andando sul sito della scrittrice questo risulta il secondo della serie dedicata alla giornalista Lola Wicks, pubblicato invece nel 2014. Tra l’altro, il primo libro di Lola si intitola “Montana” ed ha un suo senso.

Perché il teatro delle vicende che girano intorno alla protagonista, Lola Wicks, si trova proprio lì, nel grande nord americano. Lola era stata una giornalista corrispondente di guerra in Afghanistan ed altri posti mediorientali (in questo riproduce in piccolo quanto la stessa Gwen ha fatto nel suo percorso giornalistico). Finite le guerre, torna al giornale per cui lavora, a Baltimora. Ma le sue posizioni sulla guerra non hanno l’appoggio che sperava, e Lola viene emarginata. Così che decide di dimettersi ed accettare il posto in un piccolo giornale nel Montana, nella cittadina di Magpie. Dove conosce, si innamora e va a vivere insieme allo sceriffo del posto, Charlie Laurendeau. Charlie è un nativo, discendente cioè dei nativi americani, che vengono individuati come “Piedi Neri”, anche se è un termine che ingloba una più grande massa di nativi, la maggior parte dei quali si trova in Alberta, nel Canada.

Inciso, il termine con cui vengono identificati deriva dalla particolarità che, per motivi di protezione dal freddo, i nativi usavano mocassini molto resistenti di color nero.

Tutta questa parte l’ho desunta da cenni che compaiono in questo secondo volume e da alcune menzioni che l’autrice dedica ai suoi libri all’interno del suo sito internet. Purtroppo, ed è un po’ strano, non esistono invece sue entrate in Wikipedia.

In questo secondo libro, Lola, sempre di base nel Montana, si trova ad interessarsi ad alcune vicende che avvengono non molto distanti da lì, nel North Dakota. Altro inciso, ancora un volta per tirare l’orecchio ai traduttori e editor italiani. Il titolo originale è solo “Dakota”, e non si capisce il motivo di aggiungervi quel cenno alle ragazze. Certo, ci sono delle ragazze al centro della vicenda, ma comunque sono native del Montana (e sono native americane), dato che nel Dakota non c’è una riserva indiana dei Piedi Neri, ma dei Sioux (motivo per cui in alcuni lanci pubblicitari, per sveltire, si parla di questi e non di quelli).

Il via alla vicenda viene dal ritrovamento del corpo di una nativa, Judith, allontanatasi da mesi dal villaggio di Magpie, senza lasciare indicazioni, ed appunto ritrovata morta non distante. Sembra di freddo, ma la polizia non è convinta. Né lo è Lola, che comincia un’indagine, abbastanza sotterranea, per capire cosa sia successo. Anche perché Judith non è la prima ragazza scomparsa. E di nascosta, che ufficialmente Lola non si deve occupare di nera, dato che solleverebbe un conflitto di interessi con il suo compagno.

Ma Lola è caparbia, parla, dice, sente, si intrufola. E scopre che c’è un grande flusso di persone tra il Montana e la zona di Burnt Creek, dove da poco sono stati scoperti giacimenti petroliferi. In quella zona sorgono quindi quelle che vengono chiamate “boomtown”, cittadine cioè che per motivi economici subiscono una rapida espansione. Che porta con sé diversi problemi, soprattutto se legata ai giacimenti, dove ci sono solo uomini. È facile capire che presto (“l’uomo non è di legno”), sorgono bar, locali di spogliarello e donne compiacenti.

Un’industria che però non basta, così che qualcuno pensa bene di alimentarla forzatamente, magari attraverso rapimenti o altre maniere coercitive. Lola capisce i meccanismi, entrando in rotta di collisione con tutti: il giornale, che vuole se ne occupi una diversa giornalista, Charlie che la vede in pericolo e pensa non vi sia motivo che Lola interferisca con il suo lavoro, e finalmente i cattivi della storia, che cercheranno i tutti i modi, anche violenti, di fermare il lavoro della nostra eroina.

Non ci riusciranno, anche perché in suo aiuto, le donne native americane insorgono mute e silenti, quasi in una protesta gandhiana, che tuttavia raggiunge il suo scopo. Non sappiamo, forse ci interessa poco, sapere se i colpevoli ultimi avranno, ed in che modo, la giusta punizione (potete leggerlo per scoprirlo), ma sappiamo che la fine della vicenda porterà Lola ad una nuova consapevolezza del territorio e del suo rapporto con Charlie, anche perché, alla fine, scopriamo anche che Lola è incinta.

Comunque, il libro nel complesso è un po’ fiacco, ogni tanto si perde. Di certo è meritevole per sollevare la questione dei nativi americani, che tutti, laggiù oltreoceano, sembrano dimenticare o voler dimenticare a forza. Mentre sappiamo che nelle riserve, una donna su tre viene stuprata ed i nativi vengono ancora visti come il nemico. Per questo, Gwen fa un buon lavoro, anche se, ad esempio, nessun altro suo libro di questa serie è ancora giunto in Italia, e dei suoi numerosi altri libri, solo un altro è stato tradotto.

Ma non posso non sottolineare che, nelle more della vicenda non tanto brillante, si narrano riti e costumi dei Piedi Neri, ed in particolare il ruolo fondamentale della famiglia nelle loro tradizioni. Una piccola parte da leggere e magari approfondire.

Visto che è una settimana di trame nere, mi sento in vena di citarne due. La prima, della mia amata Fred Vargas che in uno dei tanti episodi del commissario Adamsberg, di quelli letti in originale, (e precisamente in “Un lieu incertain”) affermava: “Ogni cosa molto bella o molto brutta lascia un frammento di sé negli occhi di chi la guarda. … - E dopo, che se ne fa? – La si riordina … in una grande scatola chiamata memoria. – E la possiamo gettar via? – No, è impossibile. La memoria non è spazzatura.” (46)

E mi preme che vi soffermiate sul finale.

Saltiamo oltre oceano. Verso un autore leggibile ma niente di più, David Baldacci, che ne “I collezionisti”, sottolinea un aspetto anche sa meditare: “Forse faceva davvero collezione di qualcosa, forse collezionava occasioni perdute.” (205)

Speravo di potervi accogliere con notizie di nuovi viaggi, ma per il momento tutto tace. Forse anche io taccio, magari sapendone il perché e sottolineando a tutti di ricordarsi di “Sally” di Vasco Rossi (che penso continuerò a citare a lungo). Quindi soltanto gli usuali abbracci.