sabato 17 dicembre 2011

Triplo Giorgio - 26 aprile 2009

In realtà, tripla George. Questa settimana ci dedichiamo, in effetti, alla scrittrice americana Elizabeth George, che tuttavia ambienta la sua grande saga di detective in Inghilterra. Con il detective nobile (di famiglia) e il sergente Barbara di origine proletaria. Ne avevo letto molti anni fa i primi, con un sentimento ambivalente, c’era sempre qualcosa che lasciava un po’ di amaro. E devo dire che questa infornata non si smentisce. Andiamo quindi in ordine di scrittura. 
“La miglior vendetta” TEA euro 8,90 (in realtà, scontato a 5,90 €)
Dopo anni si è ripreso a leggere la George. Sempre bella. La trama, il giallo, mi piace… Una scrittrice viene uccisa in un castello scozzese, dove una compagnia sta provando (o cercando di provare) un testo teatrale. I possibili assassini sono quindi in numero limitato, ed ognuno (o quasi) può avere avuto sia occasione di uccidere sia il movente per farlo. Su questo assunto, di per sé, appunto, semplice, la George costruisce un bel giallo, cominciando sin dall’inizio ad intorbidire le acque, mettendo tra gli ospiti del castello una donna di cui l’ispettore Lynley, incaricato delle indagini, è profondamente innamorato (anche se non ricambiato). Questo sarà solo il primo di tanti intrecci che la signora del giallo tira fuori nel corso dell’indagine, senza lasciarne cadere alcuno, senza cali di tono o di attenzione. Fino allo svolgimento finale, dove anche il lettore poteva dare una mano e trovare il bandolo. Non c’è l’intervento dell’autore deus ex-machina che fa saltare la soluzione dal suo cilindro magico. E ci sono tanti altri motivi di lettura. L’aristocrazia inglese ed il suo codice d’onore, per cui si mente ai plebei ma non ai Lord, il fascino di Oxford e Cambridge e delle spie russe, il mondo del teatro, i suoi meccanismi di interazione, di odio e amore. Dispiace alla fine doverlo terminare, ma sappiamo che altre storie dell’ispettore Lynley e del sergente Barbara Havers sono pronte sullo scaffale, lì per essere lette.
“non si ponga nella condizione di fare qualcosa per cui non potrà mai perdonarsi”
“conoscere un uomo è un po’ più complicato che non vivere con lui qualche ora di passione, non importa quanto piacevole”
“le case rivelano sempre qualcosa sui loro proprietari”
“Cercando nel buio” SuperPocket euro 5,90
Secondo me, la George è un po’ masochista: alla fine deve mettere qualcosa di spiacevole che fa si che un romanzo più o meno normale, diventi antipatico. Così in questo, dove va tutto abbastanza bene, a parte uno dei sottofinali, che ti lascia l’amaro in bocca anche quando chiudi il libro. Hurrà per Barbara, comunque, sergente di ferro che alla fine risulta essere quasi l’unico personaggio meno scontato. Del resto, sul lato polizia, c’è l’ormai scontato mondo della George. Il baronetto con l’adorata moglie (quella innamorata in precedenti puntate) ormai incinta. L’amico scienziato-sciancato. Il nippo-afro-americano Nkata di buon cuore (mi sa che farà carriera nei prossimi libri). Dall’altra la storia di una famiglia che, come dice il nonno, è piena di mostri: varie bimbe down ed un violinista geniale e precoce. Quello che non mi piace qui nella George è un po’ l’arroganza di chi vuole mettere tanti registri al proprio scrivere, mescolando diversi modi di raccontare il narrato. Tra l’altro utilizzando un meccanismo di sfasatura tra le diverse voci narranti, per cui alcune narrano in prima persona di avvenimenti che in altre parti abbiamo visto in diretta. Buona la tecnica, meno il cuore. Alla fine, un librone un po’ troppo pieno, con una storia che alla fine si rivela esile. Tutto per il successo, per il riscatto, per far vedere al proprio padre (e tanti ce ne sono) che si è fatto qualcosa nella vita. Beh, non ci volevano 700 pagine per narrare tutto ciò. Andiamo comunque avanti, con la scrittrice, perché in fondo il mondo dell’ispettore Lynley mi piace (anche se altre prove mi sono sembrate più interessanti).
“sei preoccupato? Si. Preoccupato, terrorizzato, nervoso, apprensivo, impensierito e spesso incoerente”
“com’è vero che è il passato a condizionare il presente…Anche se non ce ne accorgiamo ogni volta che arriviamo a una conclusione, emettiamo un giudizio, o prendiamo una decisione, alle nostre spalle incombe la nostra intera esistenza: gli anni … influiscono su di noi che invece non ci rendiamo neanche conto di come contribuiscano a renderci quello che siamo”
“Nessun testimone” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 5,90 €)
Ribadisco il giudizio sul masochismo della George, e sull’empatia con Barbara. E sul ricorrente tema (3 su 4 degli ultimi libri che ho letto di lei) dell’uccisione di minori. Una fissa. Comunque un bell’impianto di diverse storie intrecciate, di diversi piani di lettura. Il razzismo neanche tanto latente della società anglo-sassone che si accorge di un serial killer solo quando viene ucciso un ragazzo bianco. Della storia possibile (ma forse in altre puntate) di Barbara con il pakistano. Dei meccanismi polizieschi del potere dove (ma non solo in polizia) è più importante non essere in errore che trovare realmente il colpevole. Della storia probabile di Nkata con la negretta (e questa sembra la cosa più positiva). Della vita e del mondo di Lord Ashtertone, per il volgo ispettore Lynley, della moglie, dell’amico Simon, e via nobilando. Ovviamente è l’irruenta Barb che avrà le intuizioni giuste fin dall’inizio (ma che al solito non verranno ascoltate). Poi ci si dovrà anche sorbire tutta la drammologia personale di Lynley (di cui forse la George s’è un po’ stufata, perché non ha più le capacità taumaturgiche di altri romanzi). Il mestiere però è tanto, e come in tutti gli scrittori di peso, in una cascata di finali e sottofinali tutte le porte aperte si chiudono ad una ad una. Alcune ribadiscono il mio giudizio iniziale, si chiudono colpendo il lettore all’addome e facendogli giurare di non voler leggere più nulla di questa antipatica scrittrice che, per rendere umani i buoni, li fa soffrire come i cattivi. Alcune rimangono aperte (o socchiuse), preavvertendo il lettore che ci può scappare un altro episodio.
“la vecchiaia ha i suoi onori, ma anche i suoi affanni”
“ma cos’aveva la bellezza fisica? Rendeva stupidi, oltre che ciechi e sordi”
Continuo a chiedermi perché preferisco il sergente all’ispettore!
Ed ora una bella settimana a cavallo mesi, con il vostro tramatore sempre più a cavallo. Forse sarebbe bene scendere ed andare a piedi: fa bene alla salute (come dal film “Questioni di cuore”) ed aiuta a pensare.

venerdì 16 dicembre 2011

...e gli ultimi Corti - 19 aprile 2009

Infatti, dopo aver terminato la serie di Repubblica, ora diamo il fondo agli ultimi Corti del Corriere. La critica di fondo è la stessa: una buona collana, per far conoscere scritti brevi ed aumentare il giro dei lettori, con la solita fase finale di stanca, dove per riempire i 5-6 mesi di pubblicazioni, gli ultimi pubblicati sono a tirar via. Questi erano sparsi, ma per motivi diversi li avevo lisciati. Tre donne ed un collettivo, ma la più titolata è quella che meno mi ha convinto, una storia inutile, un po’ a tirar via. Le altre tengono (bella scrittura, spunti interessanti) ed al solito a me è piaciuta la storia ed il modo narrativo di Wu Ming.
Ma andiamo in ordine.
Dacia Maraini “Il poeta-regista e la meravigliosa soprano” Corti di Carta euro 3,50
L’inutile racconto dell’inutile amore tra Pasolini e la Callas. Questo è veramente poco da segnalare. Certo la Maraini sa buttare giù le parole, sembra riuscirle facile, anche se qui non c’è molto da narrare. Un episodio marginale della vita di Pasolini e della Callas, un’inutile gita in Africa, con animali feroci e qualche affanno. Ma tutto teso intorno all’impossibile amore. Fu di sicuro uno strano rapporto, tra personalità molto al limite. Tuttavia ritengo che le scarse pagine poco riescano a sollevare dei misteri del rapporto tra persone, soprattutto se come in questo caso libri e libri hanno stilato fiumi di inchiostro e poco si è risolto. E che dire dell’artificio letterario di chiamare Pasolini il poeta-regista e Callas la meravigliosa soprano? Anche questo mi sembra degno di una scrittrice meno dotata. Ho letto suoi romanzi, ho visto suoi spettacoli nel teatro delle donne a Calenzano, ma se così tanto ho amato il padre, così poco mi affascina la figlia. Minore. Molto minore.
Passiamo ora ad un’autrice che tanto nei suoi primi racconti mi ha scaldato il cuore.
Valeria Parrella “Il premio” Corti di Carta euro 3,50
Non è la mitica di minimum fax, ma la storia scorre. Ed un Corto recuperato è andato bene. In effetti, è un super-corto, una cinquantina di pagine, dove non succede granché, qualcuno muore, una bimba rimane sola, un padre si risposa. Forse per questo sembra un po’ inutile. Ma a me ha restituito in due parole il rapporto tra una madre ed una bimba che non è figlia sua, di cui si vedono i guasti e i potenziali. E la dolcezza che ci vuole per entrare in confidenza e fare “fronte comune”. Anche non direi il riscatto, ma la presa di posizione “sociale” di qualcuno che ha visto solo miseria e pianto, senza chiedere nulla, riesce a trovare un proprio spazio nel mondo. Mi viene da collocarla come prologo ad un qualche romanzo della Agnello Hornby. Poi quando si vuole bene a qualcuno, ed alla sua scrittura, si passa un po’ sopra anche a qualche prova meno felice, anche se convincente.
La sorpresa che non conosceva è la terza donna.
Chiara Gamberale “Una passione sinistra” Corti di Carta euro 3,50
Scorrevole e sinistro come la vittoria di Berlusconi. Direte che c’entra? Beh, in un certo senso c’entra e di molto. La Gamberale junior tratteggia la convergenza di due storie neanche tanto parallele. Il mondo sinistrorso un po’ radical-chic, sempre un po’ pieno dell’arroganza dell’intelletto, dove seguiamo Nina e Bernardo, in un andirivieni di flash-back, crescere, conoscersi e mettersi insieme. Il mondo solo arrogante di Giulio, dedito solo a cercare il piacere (suo) in ogni attività, pubblica e privata. E quale maggior piacere quello di andare appresso a tutte le donne che gli viene in mente di seguire. Due mondi diversi, antitetici, ma se incontrandosi succedesse qualcosa? Racconto ironico di passioni travolgenti, contrappuntate da momenti storici alti (la caduta del muro di Berlino, la vittoria di Prodi, la discesa in campo del divino Silvio). Certo, alla fine lascia interrogativi, anche amari. Dove termina la coscienza del se inserito nel mondo? Dove va a finire, in questo mondo degradato, la volontà di vedere la storia lì dove nasce, e di seguirla. E quanti dubbi vengono alla fine. Ma, al solito, c’è chi i dubbi li ha per macerarsi, e chi li guarda, e poi volta pagina, per andare a vedere una partita su Sky. Se ci lavora, potrebbe venirne fuori anche un romanzo più corposo. Vai, Chiara.
Ps: infatti, ora esce il libro con il racconto ma credo senza troppi rifacimenti, purtroppo.
E finiamo con il collettivo di scrittori.
Wu Ming “American Parmigiano” Corti di Carta euro 3,50
È sempre piacevole e pieno di stimoli uno scritto del Wu Ming. Per chi non li conoscesse, Wu Ming è un nome collettivo dietro al quale si celano 5 (ma ora 4) scrittori che hanno da sempre cercato di “scardinare” la logica economica dietro al mondo librario, anche mettendo online e gratis molti loro scritti. Questo corto, inoltre, si innalza ai vertici dei Corti del Corriere, risultando discretamente gradevole. Adombra lotte di potere dietro ai marchi registrati, e tratteggia, in poche righe, il mondo marketing americano come meglio non si può appunto in così poche pagine. La storia è anche gradevole. Gli americani tentano di sfruttare il marchio Parmigiano a seguito di alcune lettere di Benjamin Franklin. Alcuni colpi di scena e disvelamento che molti eroi americani, non solo non erano eroi ma non erano nemmeno americani. In certi punti forse troppe frecce vengono caricate sul solo arco, lasciando un po’ in ombra (o tratteggiando svogliatamente) l’ambiente universitario italiano ed i suoi rapporti con l’industria. O l’ambito squalistico degli uffici legali. Ma il racconto scorre, come un bel formaggio che fonde.
Il Wu Ming è Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Riccardo Pedrini, Federico Guglielmi e Luca Di Meo (quest’ultimo ora uscito).
Ora si potrà tornare a letture meno seriali, a tempi distesi, anche se non armoniosi. Si avvicina un altro maggio, ed altri tempi, forse si spera meno cupi. Sorridere, allora, e mostrare che si continua ad andare. C’è sempre una meta da raggiungere, con o senza accenti.

giovedì 15 dicembre 2011

The last stories... - 12 aprile 2009

Con questa tornata Pasqualina, terminiamo l’analisi delle short stories di Repubblica, con una sfilza di autori “di grido”, anche se datati (queste erano le scelte che mi lasciavano perplesso, rispetto ad una collana mediamente interessante). Autori grandi, famosi, ma a volte è meglio perdersi in piccoli ed oscuri meandri italici piuttosto che in grandi spazi d’oltreoceano. Andiamo allora a concludere, riportando gli autori per cronologia di nascita.
Cominciamo allora con Poe, di cui ricorre il 200° anniversario.
Edgar Allan Poe “Lo scarabeo d’oro” Repubblica Short Stories euro 4,50
L’americano è interessante, inteso come scrittura. Soprattutto quando tenta di riportare il modo sgrammaticato della pronuncia degli afro-americani di poche generazioni, ancora legati più allo schiavismo che alla libertà. Ma il racconto l’ho trovato uno dei più brutti di Poe. Niente a che vedere con il respiro analitico dei casi dell’Ispettore Dupin. Ma niente soprattutto delle atmosfere claustrofobiche e piene di soluzioni inconsuete delle sue cose per me maggiori (che so Il Corvo o La rovina della casa di Usher, tanto per citarne solo due). I maestri dell’esegesi diranno che è tutta abilità, il cercare di portare il lettore sulle tracce della semi-follia attratti da un imperscrutabile scarabeo d’oro. Per poi rivelare che il centro del racconto è un altro. Sì, ma chi si è preoccupato per le prime 40 pagine della sanità di Willam Legrand? Certo l’esercizio finale ha della bravura ma se fossi un bravo traduttore l’avrei scritto così:
:*1:±*?8;(±6*±.;822±÷82?8.7±?±.:225.8÷65÷82÷65?±2±?8*;:*3(5÷68;(8÷676)6*:;6*±(÷*±(÷8.;169±(75†6±*8‡(6*76‡528.8;;6)±(5)±25;±8.;7525(8÷5±7746±.6*6.;(±÷82;8.746±26*85÷6(6;;5÷55218(±5;;(5?8(.±25‡522576*―:5*;5‡68÷66*9:±(6
(non è una sfilza di caratteri senza senso, ma è realmente una crittografia, anche se elementare). Ha senso, infatti, lasciare una crittografia inglese in un testo italiano? Certo l’analiticità di Poe si rivela sino in fondo nella meticolosa analisi di questo “mistero”. Ma è materia di enigmisti piuttosto che di letterati (qualcuno si cimenterà?). Quindi sufficienza allo scrittore e rimandiamo a settembre il traduttore.
Passiamo al balenottero bianco.
Herman Melville “Bartleby, lo scrivano” Repubblica Short Stories euro 4,50
Sconcertato! Ma la sindrome di Bartleby (ricordando l’esilarante libro di Vila-Matas) mi sembrava una cosa diversa. È vero che qui siamo nel puro Melville, quello dove l’atmosfera conta più dei fatti, che sono pochi: un avvocato, i suoi copisti, l’arrivo di Bartleby che non si integra nello studio e ad un certo punto si tira fuori, con quello che diventerà il suo celebre motto “I would prefer not to”. Il resto è ricamo. L’ambientazione a New York, in una Wall Street dove lo studio dell’avvocato si affaccia su un cortile chiusa da una parete. Mi sfugge, nonostante il tentativo dell’introduzione di chiarirlo, il perché della vicenda. Certo, qualcuno, ad un certo punto, messo di fronte a qualcosa che non si sente in grado di fare, può assumere l’atteggiamento dello scrivano, il suo “preferirei di no”. E quella cortesia disarmante può distruggere mondi interi. Una specie di Gandhi cento anni prima. Ma con una grande, sostanziale diversità: per cosa lotta Bartleby? Qual è lo scopo del suo diniego? Rifiutare un mondo che sta iniziando ad uccidere tutti i valori, ma per cosa? Qui si è arenata la mia empatia con la scrittura. Non sono riuscito a capire lo sforzo verso cui tende la sua resistenza passiva. E non capendolo, mi sono trascinato nella scrittura, staccandomene un po’ e trovandola proprio americana. Anzi di uno di quei caffè americani, che si dice contengono molta più caffeina del nostro espresso, ma che, al mio gusto, rimangono una brodazza mal ingurgitabile. Ottima la lingua, niente da dire sulla traduzione, forse troppo didascaliche le note (sembrava ripercorrere una mini guida di New York), forse ci voleva almeno un amaro finale (e non un finale amaro).
Rimanendo in tema di mare, passiamo l’oceano prima con uno scozzese.
Robert Louis Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” Repubblica Short Stories euro 4,50
Una chicca piuttosto che un gioiellino. Tusitala racconta una storia ed è la storia di tutte le sue storie. Certo, molto filologica, datata, minore. Una storia da narrare con una spremuta di ananas in mano, su qualche isola sperduta dei mari del Sud. Lineare nella sua semplicità: c’è un genio della lampada che esaudisce tutti i tuoi desideri. Ma… ma è un genio cattivo, un diavolo e se morendo il genio sarà con te ti porterà all’inferno. Bisogna disfarsene, vendendolo ma ad una cifra minore di quanto lo si è comperato. E cosa succede, quando ci si avvicina al dollaro, poi al centesimo, poi… Ma c’è anche la storia d’amore, di Keawe che si sacrifica per amore della bella Korkua, e Korkua che si sacrifica per amore di Keawe. Finirà bene o male? Questo lo lasciamo ai lettori. Quello che importa, è che anche qui, con leggerezza, torna il tema centrale di Stevenson, il tema del bene e del male. Di quando si ha tutto il bianco da una parte ed il nero dall’altra. I lettori più attenti, avranno già intravisto il filo che ci porta (o che parta) dal dottor Jeckyll e mister Hyde. Questa la chicca, il trasformare quello in una favola per la gente di quei mari dove Stevenson, malato, passò gli ultimi anni della sua vita, non alla ricerca di un improbabile Eden (Gauguin?) ma della sua salute. Che non troverà. Sottolineo poi l’uso mediato della lingua, piena di semplificazioni proprio per essere intesa da chi non ne è nativo.
Rimaniamo in Inghilterra, anzi in Irlanda.
Oscar Wilde “Il crimine di Lord Arthur Saville” Repubblica Short Stories euro 4,50
Una satira quando è datata è ancora satira? Confesso che a parte il ritratto di Dorian Grey non ho letto altro del dublinese (anche se io lo immaginavo londinese, ho cambiato idea dopo aver visto la sua casa a Dublino). La scrittura è quella al limite, al limite della farsa, della presa in giro, del tono aulico per descrivere cose terrene. Tanto che tutto il racconto è pervaso dall’angoscia di Lord Arthur cui un chiromante ha predetto che ucciderà qualcuno, e che per tutte le pagine, nonostante i più bislacchi tentativi, non riesce a compiere la sua opera. Ma reso con una (per nulla) garbata ironia, che fa brillare in controluce la fatuità di quella aristocrazia contro cui il buon dandy ha ben lottato tutta la vita. Ne vedeva i limiti e gli orrori. E cercava di uscirne, nel pubblico e nel privato, con ovvi risultati alterni, data l’epoca vittoriana dei fatti. Anche l’inglese risente di questo satireggiare il proprio mondo (esilarante la gag della Lady che non vede di buon occhio le donne plebee mettersi trine e crinoline). Ma qui ritorna poi la domanda iniziale. Infatti, è ben datata, collocantesi alla fine dell’Ottocento, e ritorna qui con esiti da filologi. Si sorride, ma non graffia come un tempo. Apriamo un dibattito sulla satira da qualche parte?
Oscar Fingal O'Flaherty Wills Wilde è una bilancia (16 ottobre) come la mia amica Paola..
Ancora inglese, seppur polacco, ma sempre di marinai si tratta.
Joseph Conrad “La locanda delle due streghe” Repubblica Short Stories euro 4,50
Inutile riscrittura alla moda di Potocki. Certo parliamo del Conrad dell’ultimo periodo, quando stava un po’ tirando i remi in barca, vivendo del pregresso successo. Tematiche solite (mare, ufficiali, soldati) e qualcosa di “oscuro” (questa locanda che tanto assomiglia a quella sulla strada di Saragozza, con tanto di giovane, non dai facili costumi ma quasi). Poi tutto alla fine si spiega e quei misteri che sembravano adombrare fantasmi e diavoli, si rivelano meccanismi ben terreni. Mi è piaciuto e di molto l’inglese utilizzato, forse perché non lingua madre quindi per me a volte più scorrevole. Ma poco altro. Mi si dica che è da collocare nel tempo, che va letto nell’insieme della sua opera. Ma perché Bulgakov rimane tuttavia fresco e godibile, pur scritto pochi anni dopo? O altre prove, di Conrad ma anche di altri, soprattutto London che aspetto a rileggere, resistono all’usura del tempo e degli anni? Si aprirà un dibattito sulla relatività dei capolavori? Non so, per ora, le ultime prose di Conrad mi lasciano sempre quel forte sapore di tannino in bocca: un bel vino rosso maturo, ma l’enologo ha sbagliato le dosi. A me piace più fruttato.
Finiamo ancora con un americano.
Jack London “Un’odissea del Nord” Repubblica Short Stories euro 4,50
Ne usciranno forse altri, ma questo è l’ultimo che ho acquistato. Decente, ma stanco e lontano. Racconti scritto proprio nel 1900, sulla base dei ricordi delle avventure al Nord del giovane London. Ed a raccontarlo, sembra interessante. Personaggi duri, scolpiti dal freddo delle Aleuchine. Un capo indiano cui viene rapita la moglie il giorno delle nozze e che passerà la vita a cercarla, trovando il modo di vendicarsi. Certo, nessuno ne esce bene. Nessuno è “buono” lassù al Nord. Tutti hanno qualche scheletro dentro l’armadio. Il racconto così si trascina, scontatamente verso la sua fine. Anche senza molti espedienti narrativi. Si descrive il contesto, poi i caratteri dei personaggi principali. Poi si va verso una spirale di agnizioni, dove già dalla prima riga si capisce chi ha fatto cosa. Forse rimangono i motivi di tutto ciò. Ma Jack li lascia lì, non gli interessano; piuttosto vuol far vedere che lì dove si lotta per la vita ad ogni passo, è la vita stessa che governa le tue azioni. Da un certo punto di vista così il cerchio si chiude. S’è cominciato 6 mesi fa con un Hemingway africano e si finisce al freddo con un London dell’Alaska. Preferisco altre prove del buon californiano (anche se questo è un racconto scritto a 24 anni, e tanto di cappello). Nel complesso, con alti e bassi, una buona collana, alcuni autori da approfondire, alcuni racconti di cui non si capisce il perché (forse scelte editoriali sballate), ed un buon ripasso per chi vuole un po’ di inglese ben tornito.
Ed ora via alle letture. Via anche a questa settimana che il mio oroscopo prevede piena di giorni fausti. Vedremo domenica prossima.

mercoledì 14 dicembre 2011

Dei gialli e di altre cattiverie - 05 aprile 2009

Dopo un po’ di letture “impegnative”, torniamo a qualcosa di più leggero per accompagnare una settimana trascorsa all’insegna del lavoro sfrenato e dell’attesa. Riprendiamo, infatti, in mano dei gialli: una coppia italiana e due scrittori di oltre oceano. La cattiveria è invece la mia, che dico mi piace e non mi piace, e non solo sui libri. Mi piace Bosch e non mi piace Stephanie. Non mi convince il giallone italiano. Cominciamo allora proprio da quest’ultimo.
Massimo Carlotto & Marco Videtta “Nordest” E/O euro 9,50 (in realtà scontato € 8,07)
Il giudizio complessivo sul libro, devo dire, non è proprio positivo. Certo si legge facile, ed adombra una situazione anche ben nota dei guasti dell’industrialismo sfrenato nelle terre del Nordest. Eppure... come due trame che si intersecano. Una poi ricalca molto da vicino la storia personale di Carlotto. E suppongo che sia la parte dedicata alla scrittura di Videtta. Troppo vicine alle sue ferite la storia della morte della fidanzata e del possibile – probabile coinvolgimento del protagonista nel caso giudiziario. Chi sa (o ha letto mie trame passate) rivede una grande traccia della storia padovana di Carlotto. E forse non è un caso che quando si parla di Federico si assume la prima persona, si narra in soggettiva. Mentre tutto il resto è reso in terza. La storia è una delle solite storie di intreccio tra corruzione, arrivismo, cattivi rumeni ed altri ameni epigoni. E come storia, intesa come giallo, non ha pathos, già dopo venti pagine si capisce l’assassino ed il movente. Sì gli autori cercano di intorbidire le acque. Ma di ben altro spessore erano le pagine dell’Alligatore! Certo, un po’ di denuncia non manca. Alcuni elementi sulla sofferenza delle lande tristi, una volta piene di piccole imprese artigianali, ed ora schiacciate da un’assurda globalizzazione, sono di pregio (e fa sempre bene che qualcuno ce li ricordi). Ma poi tutto scorre, tutto arriva alla fine. Ed è una fine in linea con l’Italia attuale. Alcuni caratteri sono ben trattati (Carla con i suoi dubbi e le sue durezze, il matto, anche alcune pagine su Selvaggia Troncon in Calchi Ranier). Altri sembrano venire dalla solita galleria di disegni messi nel cassetto. Filippo, tanto per dirne uno. E forse lo stesso Francesco, a volte troppo buono per questo mondo di ladri. Per finire, stenderei il solito velo pietoso sulla quarta di copertina.
Passiamo alla (ri-)pubblicazione dei libri basati sulla detective in gonnella Stephanie (già passati con poco gusto una decina di anni fa, anche perché con una scelta editoriale di c…: la serie ha sempre un numero nel titolo, e toglierlo significa non far capire più nulla).
Janet Evanovich “Bastardo Numero Uno” TEA euro 8,60 (in realtà, scontato a 5,90 euro)
Scontato, ammiccante, un po’ banale…. Poi cerchi notizie, e scopri un mondo. Questo è il primo di 14 libri con protagonista Stephanie. Ed è uscito nel 1994 (infatti, è un po’ datato). Certo la storia è di un tipico plot hollywoodiano. Ci si aspetta di vedere Sandra Bullock nel ruolo di Stephanie e Bruce Willis in quello di Joe Morelli, poliziotto accusato di omicidio. Stephanie senza lavoro accetta di fare il recupero cauzioni per conto del cugino Vinnie. E come primo caso appunto deve rintracciare Morelli (con cui tra l’altro ha avuto una storia da adolescente). Nel farlo si imbatte in storie di violenze e di droghe. La fine è abbastanza nota per non creare suspense particolare. Meglio i caratteri, sia Stephanie, sia Morelli, ma soprattutto nonna Mazur, che si presenta alle veglie funebri in shorts e maglietta. Il tutto, quindi, giocato sull’ironia ed un po’ sul poliziesco facile. Credo che negli altri libri di Stephanie il tono un po’ grezzo di questa prima uscita si raffini e si solidifichi. Intanto, notiamo senz’altro il mestiere della scrittrice, che senz’altro c’è. Forse un po’ troppo americano per i miei gusti, ma non pensieroso. Insomma, un libro da ombrellone. Ma non credo che procederò oltre nella saga.
“indossai una t-shirt … e misi le scarpe da jogging… arrancai per il primo chilometro… il mio corpo non è stato progettato per correre. Il mio corpo è stato progettato per star seduto in una macchina costosa e guidarla”
Nata il 22 aprile 1943 Janet Evanovich è nata nel New Jersey. Ha studiato arte, ma era allergica ai colori, così ha provato a diventare scrittrice. Purtroppo tutti i suoi manoscritti venivano respinti. Ha poi cominciato a lavorare come segretaria, finché non ha ricevuto la telefonata di un editore interessato a un suo vecchio romanzo rosa. Dopo averne pubblicati dodici si è dedicata al poliziesco e a Stephanie, che è diventata la detective più famosa d’America. 
Finiamo quindi con il duro Bosch.
Michael Connelly “La memoria del topo” Piemme euro 11
Finalmente sono riuscito a leggere il primo libro della serie dedicata al detective Hyeronimous Bosch (detto Harry). Ho messo del tempo per ricostruirne la bibliografia, e cercare il primo libro (odio leggere libri seriali da metà, come ho detto parlando del Commissario Block). Da sempre, poi mi era simpatica l’idea di una madre che avendo la sfortuna di portare il cognome Bosch, non aveva di meglio che chiamare il figlio come il grande pittore. La storia in sé è un filino datata (15 anni non passano invano), tuttavia si regge in piedi. Adombra filoni classici di critica al sistema, che saranno propri di altro Connelly. I servizi segreti corrotti e/o deviati. Quelli che nel Vietnam hanno trovato miniere d’oro di corruzione e quelli che hanno trovato abissi di disperazione. Ma anche chi ne è uscito, in qualche modo. Proprio come Bosch, che poi entra nella polizia, ma si comporta sempre come fosse sul piede di guerra. Pesta i piedi a tutti pur di arrivare alla soluzione. E non è detto che sia sempre la più comoda per il potere. Il poliziesco comunque si regge bene. C’è un morto, poi un altro, rapine, finali e sottofinali. Soprattutto non annoia. Una buona coca-cola, forte, ma senza caffeina.
“doveva venire a patti con le sue angosce da sveglio, se voleva che le sue ore di sonno non venissero disturbate… Non era possibile modificare il passato. Non si cura un’anima ferita con un cerotto”
Essendo la prima domenica del mese, mettiamo anche l’elenco delle letture di gennaio 2009. Quest’anno si comincia un po’ più a rilento, tante cose da fare, poco tempo da leggere.
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Leonardo Padura Fuentes
Addio Hemingway
Il Saggiatore
9
2
Alessandro Perissinotto
Una piccola storia ignobile
SuperPocket
5,60
3
Domenico Seminerio
Il manoscritto di Shakespeare
Sellerio
13
4
Mohammed Dib
La casa grande
Feltrinelli
6,50
5
Janet Evanovich
Bastardo Numero Uno
TEA
8,60
6
Daniel Kehlmann
La misura del mondo
Feltrinelli
8
7
Stieg Larsson
Uomini che odiano le donne
Marsilio
19,50
8
Sandor Marai
Le braci
Adelphi
10

Comincia una settimana di passione e si avvicina la Pasqua. In molti si preparano a passare qualche giorno di riposo, ed a loro auguro tanta felicità e tanta “ricarica”. Io credo che sarò fermo a mettere un po’ d’ordine. A cosa?

martedì 13 dicembre 2011

Eterogenea 2 (la vendetta?) - 29 marzo 2009

Ancora più diversificati, mescolanti sacro e profano, ho preso tre cose “uniche” nel loro genere, ed all’interno del flusso delle mie letture. E ve le propongo così, con l’unico filo rosso della mia lettura che li fa parte di un disegno. Mentre tra loro neanche si guardano. Un articoletto (con testo inglese a fronte) che affonda nell’ottocento. Delle poesie (con testo francese a fronte) che percorrono molti anni del novecento. Un fumetto che affonda le sue radici in questo nuovo secolo, e lo fa con tutte le sue unghie.
Poiché ne ho parlato in ordine cronologico di scrittura (che è poi esattamente il contrario di quello della mia lettura), ve li ripropongo così. Ad iniziare dallo scozzese dell’Ottocento.
Robert Louis Stevenson “Elogio dell’ozio” La vita felice euro 6,50 (in realtà, scontato euro 5,20)
Direi un piccolo apologo, dedicato (moralmente) a tutti quelli che hanno abbandonato il mondo del lavoro (volenti o nolenti) e si domandano (o domandarono): e ora? Ora, per dirla con il grande RL si può essere proficuamente oziosi. Si può perdere tempo senza dare fastidio a nessuno, prendendo dalla vita tutto quello che ci può dare. Certo, meglio sarebbe stato se ad oziare avessimo cominciato sin da piccoli. Ma si può sempre rimediare. Comunque, una serie diversa di piani di lettura di queste cinquanta paginette: l’articolo di un 25enne scozzese che comincia a mettere in fila le parole per farne dono ai suoi lettori; un testo inglese con qualche “motto d’epoca” e molti riferimenti (ma quant’era colto, il buon viaggiatore); una provocazione poco riuscita di RL, ma molto ben fatta nell’introduzione di Franco Venturi, con quei rimandi che invito a cogliere a Seneca, Epitteto, Bertrand Russell, Itsuo Tsuda, Paul Lafargue, fino all’Ozio creativo (quella conversazione raccolta da Maria Serena, che dovrebbe essere lei…). Certo non è una grande opera letteraria, non apre orizzonti nuovi agli amanti de L’isola del Tesoro. Ma da quella mezz’ora di voglia di riflessione. E si collega idealmente a quanti, sobriamente, ci ricordano di fare un passo indietro e di frenare, per andar piano e vedere quello che ci succede intorno, prima che il tutto si oblii.
“Il perenne attaccamento a ciò che un uomo chiama i suoi affari può essere sorretto solo dal perenne oblio di molte altre cose”
“non vi è dovere che sottostimiamo maggiormente che quello di essere felici. Quando siamo felici disseminiamo il mondo di anonimi doni che rimangono sconosciuti anche a noi stessi, o, quando vengono rivelati, sorprendono il benefattore più di chiunque altro”
“if a person cannot be happy without remaining idle, idle he should remain”
Passiamo ora al francese del Novecento.
Jacques Prévert "Poesie d’amore e libertà" Guanda s.p. (regalo)
Si sa che il mio non è un facile rapporto con la poesia. Ne leggo un po’ come tutti, anche se spesso solo una poesia qua ed una là, senza un’organicità. A volte, per complesse ragioni, affronto però dei testi poetici completi, come in questo caso. Sapevo molto del Prévert uomo del mondo, vite, amori, furori. E di alcuni testi (Les feuilles mortes, La liberté, Barbara). In questa raccolta trovo un compendio delle sue espressioni poetiche e, in modo frettoloso ed ingenuo, posso dire che m’è piaciuto. Il girare delle parole, l’assonanza per creare immagini. La forza di alcune sue affermazioni sulla libertà, di essere, di essere sé stessi, di non cedere ai compromessi. Belle e da scaldare il cuore le poesie d’amore. Tra tutte, vorrei condividere dei versi ed una poesia intera, quella che più mi è rimasta.

Nous vivons et nous nous aimons
Et nous ne savons pas ce que c’est que la vie
Et nous ne savons pas ce que c’est que l’amour
Noi viviamo e noi ci amiamo
E non sappiamo cosa sia la vita
E non sappiamo cosa sia l’amore

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras
Tre fiammiferi accesi uno ad uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo fra le mie braccia

Passiamo ora invece alle dolenti note, perché va bene la traduzione poetica che deve rendere il testo, ma ho trovato talvolta che il traduttore andava un po’ al di là dei suoi compiti. Ad esempio, nella poesia “Dove vado, da dove vengo…” i versi “C’est pour mon plaisir / que je patauge dans la bue” viene tradotto “Perché sguazzo nel fango? / Perché mi piace”, aggiungendo tra l’altro un punto interrogativo che stona. Ne “Il lunch” il maggiordomo nero viene impiccato perché ha allungato l’occhio nella scollatura della padrona di casa che nella traduzione diviene “la donna bianca” (colore forse implicito nel testo, ma aggiunto posticciamente). O ancora in “Rêverie” tutto il gioco al maschile “je pense aux filles aux mille bouquets / je pense aux filles aux mille beaux culs” si trasporta al femminile divenendo “penso ai ragazzi dai mille lazzi / penso ai ragazzi dai mille cazzi”. Finendo con la “Chanson courte” dove “et me répète que je t’aime / et me répète que tu m’aimes” si monta in “e mi ripete che io t’amo sempre / e mi ripete che tu m’ami sempre”. Perché aggiungere “sempre”? Apriamo il dibattito allora: fino a dove è lecito al traduttore tradire? Finisco, con un verso di libertà, o comunque di attenzione che più di cinquant’anni fa lanciava il nostro poeta: “tante foreste sacrificate per fornire la carta / ai miliardi di giornali che ogni anno /attirano l’attenzione dei lettori sui rischi del disboscamento”.
Finisco ora con gli italiani del Duemila, non potendo tralasciare il fatto che Luana è mia amica, ma qui si parla di scrittura, non di amicizia.
Luana Vergari & Claudio Calia “Caro Babbo Natale…” Black Velvet euro 10
North Pole è una cittadina di 1600 abitanti sorta dal nulla una cinquantina di anni fa, nel cuore dell’Alaska, dove è Natale 365 giorni all’anno. Le vie del centro hanno nomi rigorosamente Natalizi e gli addobbi non sono mai riposti. Qui arrivano le letterine che tutti i bambini del mondo scrivono a Babbo Natale, e gli alunni delle scuole, dopo essersi scelti un nome da Elfo, durante l’orario scolastico sono obbligati a fingersi piccoli aiutanti di Santa Claus e a rispondere a quelle letterine. Il 20 aprile del 2006 alcuni ragazzini di età compresa fra gli undici e i tredici anni organizzano una strage a scuola. Il loro piano è quasi perfetto, si procurano delle pistole e dei coltelli, redigono una lista con i nomi delle persone da uccidere. Questo è il nocciolo di questo libro, che non arriva al dopo, se la strage c’è stata o meno, ma ci accompagna verso la follia che può generare l’idea della strage. Personalmente avrei meglio accorpato il fumetto con le notizie dirette che spiegano cosa sia successo (anche se può sembrare didascalico). E serve questo finale, perché la bellezza e la follia del libro è proprio in questa assoluta mancanza di freni che può spingere un bimbo, un adulto, qualcuno ad ipotizzare drammi al di là dell’immaginazione. La scrittura di Luana la conosco bene, e la ritrovo, con i suoi rimandi esterni (la colonna sonora è sempre perfetta, il suo gusto della musica personale ma a me piace). È scarna, asciutta, direi dura. Anche se “Ely è là” rimane la mia favorita. Non conoscevo il tratto di Claudio Calia, non sempre mi piace, anche se lo trovo congeniale allo svolgersi dei fatti. Insomma, a me è piaciuto, ed è stato un buon antidoto al buonismo natalizio imperante. 
I due autori poi sono entrambi del 1976, anche se Lu è un toro di maggio e Claudio un capricorno di dicembre (questo accoppiamento ricorre spesso). 
Questa è la settimana riminese, si presenta il progetto, e si spera di avere un successo su tutta la linea. Sarà quindi una settimana dura per tutti, ed allora rimbocchiamoci le maniche e via, al lavoro (e auguri a Rosa che  comincia a lavorare in Germania).

lunedì 12 dicembre 2011

Eterogenea - 22 marzo 2009

Sia di autori che di sentimenti, libri inattesi che aprono prospettive, libri attesi che deludono, autori noti che si confermano. Insomma di tutto un po’, uno zibaldone, o forse, meglio, una ratatouille, con tante verdure, ben cotte, quasi macrobiotizzate.
Inizio però da quello più in basso nella classifica del piacere di questa settimana.
Sam Savage “Firmino” Einaudi euro 14 (in realtà, gratis con Feltrinelli +)
Mi aspettavo tanto e mi ha un po’ deluso. L’idea non c’è che dire è bella e fantasiosa. Il topo di biblioteca che è realmente un topo. Che divora i libri, in senso letterale e non figurato come me. E dei libri riconosce il sapore, il gusto dello scrivere. Tanto che quando incontra del cibo (in special modo dell’insalata) poi alla scrittura lo ri-paragona. Detto ciò, e quindi parlatone, in fin dei conti, in modalità positiva, come romanzo mi lascia freddo. L’apologo della vita del topo, del suo nascere in un mondo pervaso di libri, vivere in una libreria, cercare l’evasione nel mondo della celluloide, e trovare come compagni soltanto umani un po’ disadattati, ecco non mi coinvolge. Firmino dovrà assistere alla distruzione della libreria per opera delle ruspe comunali per permettere l'attuazione di un nuovo piano edilizio. La sensibilità intellettuale lascia spazio al pragmatismo, la cultura al rinnovamento urbanistico, emblema della modernità che avanza lasciandosi alle spalle solo il ricordo di una bellezza che non c'è più. L’unico forte messaggio che condivido con Savage, è che esiste poi qualcosa che nessun rinnovamento edilizio potrà mai abbattere: la fantasia. In ogni caso, l’ho letto con fatica, quasi trascinandomi verso la fine. Dovremmo parlarne un altro po’, per sentire altre campane, che magari mi facciano scorgere qualcosa che io ho forse preso sotto gamba.
Sam Savage ha quasi settanta anni, è questo è un po’ il suo libro della vita. 
Passiamo per uno strano scrittore svizzero.
Pascal Mercier “Treno di notte per Lisbona” Mondadori euro 9,40 (in realtà, scontato 7,54)
Strano libro. L’avevo preso per un giallo (tipo “L’uomo del treno” di Simenon) ma è un’altra cosa. E questo spaesamento mi ha fatto bene. Mi sono immerso a poco a poco nell’atmosfera del libro, scritto da uno svizzero di Berna (ed ambientato, almeno come plot base, proprio a Berna). La storia in sé non è di molto spessore. Un professore maturo e posato (anche troppo), riceve una spinta psicologica (lui è un cultore delle parole, e sentire un suono portoghese gli apre un mondo di diversità), su di un pendio che forse stava già percorrendo. Ed accidente dopo accidente, si ritrova a ricostruire la figura di un medico portoghese forse legato alla Resistenza, ma certo legato anche lui alle parole. Lungo è il percorso che Mundus fa verso di sé. Per ritrovarsi poi a fare i conti con il sé stesso passato, il sé stesso attuale e quello futuro. Bello il contrasto tra il sole portoghese ed il grigio svizzero. Certo, non tutti i personaggi di contorno sono riusciti al meglio. Sbavature si tollerano. Non è comunque un libro da leggere per la trama in sé, quanto per l’atmosfera, e per le domande che si pone (mi pone?). Seguire il proprio io? E qual è il proprio io? A sessant’anni si può (si deve) ancora sognare? E realizzare i propri sogni? Alla fine, un unico, vero insegnamento: essere sereni verso sé stessi. E, possibilmente, coerenti. Ho impiegato un po’ a finirlo, ma non mi rammarico. Va meditato.
“Marco Aurelio:… è breve la vita per ciascuno. E questa tu l’hai quasi interamente consumata senza portarti rispetto, ma anzi hai riposto nelle anime di altri la tua felicità… quelli che non seguono i moti della propria anima è inevitabile che siano infelici”
“Certe volte si ha paura di qualcosa, perché si ha paura di qualcosa d’altro”
“Mi è capitato mai di dare retta davvero a qualcun altro?”
“Bisogna dimenticare la cosmica irrilevanza di tutto il nostro agire per riuscire ad essere vanitosi, e questa è una crassa forma di stupidità”
“La vita non è ciò che viviamo; è ciò che ci immaginiamo di vivere”
“Quando il tempo di un’esistenza è agli sgoccioli, non ci sono più regole che contano. E allora è come se a uno desse di volta il cervello e fosse maturo per il manicomio. Ma in realtà è esattamente il contrario: al manicomio dovrebbero andarci quelli che non vogliono ammettere che il tempo è agli sgoccioli. Quelli che continuano come se niente fosse.”
“Fai del tuo tempo qualcosa che valga la pena … [bisogna] … combattere contro l’errore di credere che ci sia sempre il tempo per farlo, più in là…. Non mancare nei confronti di se stessi”
“Perché tutte quelle cose facevano ancora male? Perché in venti, trenta anni non era riuscito a scrollarsele di dosso?”
“Non si può fare degli altri … i portatori d’acqua nella rincorsa alla propria felicità”
“Gli sguardi sono sempre decifrati.. esistono solo in quanto decifrati”
Tutto pensavo meno che Pascal Mercier fosse uno pseudonimo, di tale scrittore bernese Peter Bieri. 
Infine un gradito ritorno di un sempre grato regalo.
Maeve Brennan “La visitatrice” BUR s.p.
Bello e dolente. Mi sono accostato a questo inedito della Brennan con molta attenzione. Il racconto lungo sarebbe stato all’altezza dei racconti brevi? La risposta è un po’ una via di mezzo. Qui la dolenza arriva pian piano, si fa largo nei comportamenti di Anastasia, della nonna, della signora Kilbride. E poi ti esplode in petto. Soffri con Anastasia il fatto di essere ospite in casa propria, una “visitatrice”, perché te ne sei andata con tua madre dopo il divorzio dal padre. E la madre del padre non te lo perdonerà mai. Anche ora che pure la tua di madre è morta. Sottilmente si insinua il gelo del nord dell’Europa. Comportamenti formali nascondono la difficoltà di aprirsi, e perché no di piangere insieme. Certo, la Brennan ci porta a tifare per Anastasia, ma prima o poi ci accorgiamo che anche la ragazza ha i suoi torti. O meglio un suo modo di affrontare la vita che certo non facilita l’incontro. Sembra dirci che tutti siamo soli, che non riusciamo e non riusciremo mai ad incontrarci. Devo ammettere tuttavia che con una dimensione di pagine dimezzata, la forza descrittiva della Brennan usciva più dura e crudele. Qui la sofferenza è sempre cocente, ma fatica le 100 pagine per uscire fuori. D’altra parte, ho goduto (come diceva Eco in una sua bustina sull’Espresso) passeggiando con Anastasia per Grafton Street. O sedendo a guardare le oche a St. Stephen’s Green. Anzi qui, c’è un momento di pure dolorosità, quando si confessa che all’aperto si può stare, anche da soli, ma non all’infinto. Da soli, e tristi, e disperati, si può stare dentro le quattro mura della propria casa, anche se più popolata del parco. Non leggetelo senza una tazza di the con un velo di latte.
“soltanto … ciò che non chiedi a gran voce … è irresistibile”
“io vivevo per quelle serate…. Siamo tutti così... eppure non faccio che ripercorrere la storia delle nostre miserevoli vite”
Ed allora, mentre sotto le finestre di casa passano di corsa i maratoneti, baciati dal sole di una Roma quasi di primavera, si mette in cantiere un’altra settimana, speriamo sempre più serena anche con i nemici che assediano alla porta, pronti ad invadere tutti gli spazi della mia roccaforte.

domenica 11 dicembre 2011

Morozzeide - 15 marzo 2009

Sì perché questa settimana mi concentro su di un solo autore. La settimana è stata dura, piena di arrivi e di partenze. Inoltre ha visto il partorire anche la quarta edizione del corso per detenuti sulle tematiche “Umano/disumano”, e non è stato un parto semplice.
Allora mi fermo su di un solo autore, di cui nel corso degli ultimi 11 mesi ho letto tre libri che quindi qui riporto, in ordine di lettura.
Dell’autore poi, parliamo subito, trattandosi del bolognese Gianluca Morozzi, e visto anche che da poco ha festeggiato il compleanno (38 anni l’11 marzo). Bolognese, scrittore e musicista, tre caratteristiche che compaiono come costanti nei libri che di lui ho letto. 
Veniamo, adunque, alle letture.
Gianluca Morozzi “Despero” Guanda euro 10
Il primo che ho letto. Bello, mi è piaciuto, mi ha divertito. Qualche debito verso la scrittura alla Nick Hornby, ma glielo concedo. E poi una grande Bologna, con i suoi sapori, colori, suoni e luci. Una voglia ed un’incapacità di crescere. Allegro anche quando è triste. Questo romanzo racconta la storia di Kabra, il peggior chitarrista del mondo, e dei suoi due grandi amori: i Despero (la sua band) e Sarah, la ragazza che ama in segreto per dodici anni. Dodici anni di furori rock e sconforti sentimentali, concerti disastrosi e speranze disilluse, fino all'inevitabile conclusione. Dodici anni di amore e chitarre, sullo sfondo di una Bologna che cambia, dal 1988 ai giorni nostri, anni di rock scalcinato e amore platonico, con i Despero a calcare palchi improbabili e ad azzuffarsi con la band rivale degli Zeronero, e il tenero Kabra a scrivere lettere mai spedite per Sarah. Ho amato l’ironia e poi è infarcito di citazioni musicali, di rock duro, della vita dura dei reietti ai limiti della sopravvivenza perché portano avanti il loro credo: in questo caso suonare, suonare e suonare.
“è maglio aver amato e perduto che non aver amato per niente”
Gianluca Morozzi “Blackout” TEA euro 7,80
Questo il romanzo dell’acclamazione di Morozzi come autore solido, ed, in effetti, ha un suo fascino. Soprattutto nella costruzione e nella prima parte. In un torrido ferragosto bolognese, tre persone entrano insieme nell'ascensore di un palazzo di venti piani, una grande torre bianca che svetta su un quartiere popolare. Di colpo si spengono le luci, e i tre si ritrovano intrappolati tra l'undicesimo e il dodicesimo piano. Claudia studentessa omosessuale costretta a fare la cameriera in un bar stretta in un’improbabile divisa sexy kitch, Tomas ragazzetto tenero e idealista che ha appena conosciuto la fidanzatina della sua vita conosciuta in una chat di un sito dei Pearl Jam e si appresta a coronare l’unione con una fuga d’amore ad Amsterdam e infine Aldo Ferro  proprietario di tre noti locali, marito e padre esemplare, preda però della propria produzione di testosterone in eccesso e di troppi film americani sul tema serial killer. Tuttavia il sottofinale ed il finale “tirano un po’ via”, anche se ci possono stare. Non è proprio da buttare via. Poi, sono apprezzabili al solito tutte le citazioni musicali, come la ricorrente frase finale di Thunder Road (vero Loredana?). Comunque preferisco il primo.
Gianluca Morozzi “L’era del porco” TEA 8,60 (in realtà, scontato a 5,90 euro)
Sulla falsariga di Despero. Alcuni momenti di sorriso, ma un po’ ripetitivo. Come tutti gli autori di un buon livello, ma non fuori dall’ordinario, tende quindi a ripercorrere strade note. Quindi di nuovo, band musicali e sottofondi bolognesi, con qualche caratterizzazione in più, e forse con qualche anno in più sulle spalle dei protagonisti rispetto al primo libro. Alcune invenzioni nuove, tipo l’aspirare a diventare scrittore, che un po’ sembra auto biografare i percorsi dello stesso autore (e di tanti aspiranti scrittori). Anche qui c’è sempre la donna irraggiungibile dello sfortunato protagonista. Ma tutto è di legno un po’ più grezzo. Il sesso diventa più duro, a volte disperato. E le sbornie più estranianti. Piace il modo leggero con cui fioccano le battute, anche se non graffiano molto. Tuttavia, si fanno sorrisi piacevoli. E poi si finisce così, un po’ perché la storia ha detto tutto, un po’ perché si spera di trovare altre storie con Lajos (qualcuno si domanda perché ha un’iride bicolore come Morozzi?), lo sfigato Lobo, la passionale Betty, e soprattutto il mitico Orrido. Rimango abbarbicato al piacere del primo, anche se questo mi è scorso via facilmente, pur in un periodo di non facili tempi di lettura.
Fa sempre piacere vedere gli sforzi premiati di autori che anche se non buttano giù capolavori, bene o male ci aiutano a guardare nel mondo che viviamo.
Poi, niente di meglio che parlare di un bolognese mentre si sta a Bologna.