martedì 24 gennaio 2012

Addio 2009. - 27 dicembre 2009

Ultima trama di questo strano, contorto e speriamo ormai finito anno. E per salutare questo anno dispari e dispotico, cosa di meglio che dedicarsi a 3 libri affidatimi da Chiara. I primi due li ho trovati un po’ troppo didascalici e senza forza. Il terzo, pur nelle sue uscite a volte naif, è senz’altro più interessante, e da lui vi rimanda quelle due domande: cos’è e come si trova la felicità? Poiché sono anche “cattivello”, inizio con rispondere che forse non esiste, e che preferirei trovarmi in un pianoro di serenità, che su dei picchi di felicità. Ma voi che ne pensate?
Intanto cominciamo con i due libri del libanese Haidar (ma di libanesi, preferirei Maalouf).
Hafez Haidar “Come sigillo sul tuo cuore” Piemme euro 12,90 (in affido da Chiara)
Questo è uno dei tanti, ma il primo che ho letto, dei libri datemi in affido da Chiara. Come ho spiegato, non è un regalo che sarà mio per sempre, non è un prestito che presto torna al mittente, ma sono lì da leggere per poi tornare al proprietario se e quando li vorrà. Nello specifico le premesse erano di interesse, una carrellata delle storie d’amore presenti nella Bibbia e nel Corano: da Abramo e Sara a Maometto e Khadigia, da Isacco e Rebecca a Giacobbe e Rachele, da Davide e Betsabea a Sansone e Dalila. Soprattutto sembrava interessante vederne lo svolgersi, perché in fondo tutte (a parte quella di Maometto) sono storie presenti in entrambe le tradizioni. Un bel saggio avrebbe forse analizzato i modi diversi (se ci sono) di raccontare la stessa storia. Per poi concludere avvicinando i due testi in un modo di celebrare all’unisono l'amore in ogni sua forma ed espressione. Purtroppo, l’autore non fa che parafrasarne il testo, presentandoci questa decina di favole (non nel senso di invenzioni, ma di racconti elementari) senza riuscire a farci entrare più a fondo. L’unico merito, o cosa “nuova” è il contesto in cui si narra del viaggio (vero) di San Francesco in Terrasanta e del suo incontro con il sultano Al-Malik Al-Kamil. Il bravo libanese, ora professore a Pavia, mi è sembrato troppo didascalico. Speriamo in prove migliori, anche perché queste prove di dialogo non possono che essere ben accolte.
“l’amore rende tutto possibile, abbattere le barriere e i pregiudizi, sopisce le ansie e le paure, rapisce il cuore e l’anima” (193)
Hafez Haidar “Il custode del Corano” Piemme euro 16,90 (s.p. in affido da Chiara)
La storia di Maometto raccontata come se fosse un vangelo. Alla scomparsa di Maometto, il califfo Omar è chiamato a raccogliere l’eredità spirituale del Profeta. Desideroso di conoscere meglio il proprio popolo, si avventura sotto mentite spoglie nel deserto, e si smarrisce. Salvato da un gruppo di giovani carovanieri, senza svelare la sua identità, ne conquista la benevolenza narrando la storia del Corano e la vita di Maometto. Nel racconto rivivono le gesta e gli insegnamenti del Profeta, insieme alla magica atmosfera di fede, stupore e incanto, che segna molte pagine delle sure coraniche e dei detti del profeta Maometto. E rivive l’atmosfera di strana mescolanza, soprattutto nel finale, dove si ripercorrono, con le parole del Corano, momenti della Bibbia a cui siamo abituati, ma da altri punti di vista. Il tentativo è lodevole, a me un po’ dava di storto quel ripetere situazioni, certo alla maniera araba, dove il califfo arriva alla sera e comincia a narrare, storie diverse, ma sempre con lo stesso stile di chi racconta favole ed accadimenti meravigliosi a gente sprovveduta. Certo, rimane impresso il parallelismo tra i vari mondi, ribadito di molto dal viaggio estivo in Terrasanta. E ritornano le stesse domande che ci siamo posti a Gerusalemme: sarà mai possibile trovare una via di convivenza in questo mondo che è per una grande moltitudine simile, ma che non trova la via del rispetto reciproco? Un solo appunto, anche io che conosco di cose arabe, ho avuto difficoltà a seguire il progredire di nomi e cose arabe. Alla fine è stancante, cercare di districarsi tra tutti questi Ben qualcosa, ibn qualcos'altro, abu e così via. Ma non ho una soluzione, solo una notazione.
Non sono molte le notizie che si trovano in giro su Hafez Haidar, se non che nato in Libano, insegna Lingua Araba all’Università di Pavia. Ha scritto di scrittura e letteratura araba, tra cui una bella biografia romanzata del grande poeta Gibran.
Veniamo ora invece al francese, che sembra prolificare sulle storie di Hector.
François Lelord “Il viaggio di Hector o la ricerca della felicità” TEA 7,50 (altro affido di Chiara)
La scrittura (finto) naif, nasconde un piccolo apologo, forse girandoci un po’ troppo ingenuamente intorno, ma ponendo una domanda fondamentale che vi giro subito: “Siete felici?” e non rispondente sopra pensiero. La storia ha un andamento di fiaba (comincia con il classico “C’era una volta un giovane psichiatra…”) e con lo stesso andamento seguiamo Hector che va in giro per il mondo a cercare di capire perché siamo felici, cos’è la felicità, ed altre domande simili. Va in Cina, dove incontra un monaco che gli dice che l’errore sta nel credere che la felicità sia lo scopo della vita (riflettiamoci). Passa per Haiti dove rischia di morire, però così ragiona su morte e felicità. Si ferma a lungo negli Stati Uniti, dove tutte è Più, e la ricerca della felicità passa per dei tentativi quanto mai ridicoli di “misurarla”. Poi ritorna in Francia, dopo aver chiosato le sue frasi sulla felicità (ne ha trovate 20, ma la 18, poi, la cancella e per questo io ve la riporto) e capito meglio la lezione del monaco. Alla fine, come nelle buone favole, tutto finisce bene nel classico “e vissero tutti felici e contenti”. Ripeto, la scrittura è un po’ troppo sul versante ingenuo (ma forse dipende dal target dei lettori che ci si pone). Le domande che pone sono molto più forti e resistono alle pagine ed alle ingenuità. Cos’è la felicità? E come la si trova? Credo realmente che con un pizzico di onestà, si possa aprire un dibattito su queste frasi. Non sarà una rivoluzione, ma anche nel proprio ambito personale, credo che aiuti ognuno di noi a capire meglio sé stesso.
“Lezione n.1: un buon modo per guastarsi la felicità consiste nel fare dei confronti. … Lezione n.2: la felicità arriva spesso di sorpresa” (27)
“non c’era niente di autentico … nella loro conversazione, parlavano ma sembrava che non riuscissero a dirsi cose veramente importanti o emozionanti, come se volessero solo dimostrarsi gentili tra di loro. Infine si salutarono e si mandarono un bacio” (84)
“sapere ed essere convinti sono due cose diverse, e quello che conta veramente è essere convinti” (96)
“Lezione n.18: la felicità consisterebbe nel poter amare diverse donne allo stesso tempo. Il problema naturalmente era che le donne non sarebbero state d’accordo” (125)
“da giovani qualche volta si è proprio cretini” (136)
Mi è stato chiesto, durante queste feste, cosa leggere o simili consigli. Certamente, io sembro la persona adatta a dare suggerimenti, ed invece è il contrario: primo, perché leggerei (e leggo) di tutto, e secondo, perché non esiste (per me) un consiglio “assoluto”, ma tutto è relativo al tempo ed al soggetto. Tuttavia, vincendo le mie resistenze interne, vi voglio regalare una TOP 30 dei libri che ho letto quest’anno. Sono in ordine alfabetico e non di gradimento, perché non ne sarei capace. E se vi capita, leggetene.
Ø  Luisa          Adorno          Tutti qui con me                                     Sellerio
Ø  Milena        Agus             Mal di pietre                                          Nottetempo
Ø  Marco        Aime            Timbuctu                                               Bollati Boringhieri
Ø  Roberto      Alajmo          Palermo è una cipolla                              Laterza
Ø  Marc          Augé            Casablanca                                            Bollati Boringhieri
Ø  Zygmunt     Bauman        Amore liquido                                         Laterza
Ø  Ray            Bradbury       Fahrenheit 451                                       Mondadori
Ø  Andrea       Camilleri        Il birraio di Preston                                 Sellerio
Ø  Gianrico      Carofiglio       Né qui né altrove                                    Laterza
Ø  Giuseppe    Cederna        Il grande viaggio                                     Feltrinelli
Ø  Gianni         Celati            Avventure in Afica                                  Feltrinelli
Ø  Bruce         Chatwin         In Patagonia                                          Adelphi
Ø  Agatha        Christie         Assassinio sull’Orient-Express                    Repubblica/CSGM
Ø  Maurizio     de Giovanni    Il posto di ognuno                                   Fandango
Ø  Erri             De Luca        Il giorno prima della felicità                       Feltrinelli
Ø  Gerald        Durrell          La mia famiglia e altri animali                    Adelphi
Ø  Giuseppe    Ferrandino     Pericle il Nero                                        Adelphi
Ø  Stieg           Larsson         Uomini che odiano le donne                      Marsilio
Ø  Penelope    Lively            Incontro in Egitto                                    TEA
Ø  Sandor       Marai            Le braci                                                Adelphi
Ø  Alice           Munro           Nemico, amico, amante …                        Einaudi
Ø  Irene           Némirovsky   Il colore del sangue                                 Adelphi
Ø  Erik            Orsenna        La grammaire est une chanson douce         Le Livre de Poche
Ø  Antonio       Pascale         La città distratta                                     Einaudi
Ø  Alessandro  Perissinotto    Treno 8017                                            Sellerio
Ø  Francesco   Piccolo          L’Italia spensierata                                  Laterza
Ø  Leonardo    Sciascia         Atti relativi alla morte di Raymond Roussel  Sellerio
Ø  Carola        Susani          L’infanzia è un terremoto                         Laterza
Ø  Fred           Vargas          Dans les bois éternels                              J’ai lu
Ø  Derek         Walcott         Mappa del Nuovo Mondo                          Adelphi

Ed eccoci finalmente ai saluti, ai baci ed agli abbracci. Ed agli auguri per il Nuovo Anno. Che si di pace, si serenità, che tutti noi possiamo vederci di più, e scambiare meglio le nostre idee. Per essere insieme più forti.
Un bacio speciale a tutte le persone cui voglio bene, perché lo sanno e non devo ripeterglielo qui.
Ma tu, Giovanni, per te cosa vorresti? In fondo, per ora sarei contento se qualcuno leggesse le mie trame, e ne condividesse con me la serena follia.

lunedì 23 gennaio 2012

Ricordare, sempre - 20 dicembre 2009

In momenti difficili, una domenica prenatalizia dedicata, con alterni episodi, ad anni che non abbiamo vissuto e che non vorremmo vivere. Qualche romanzo, storia vissuta, ambientata, ricordata, negli anni che finiscono nel 1946 di speranza, forse troppa, ma che, per ora, ci ha portato più di 60 anni da vivere più o meno bene. Scrittura di diverso calibro e resa. Un italiano abbastanza leggero e scorrevole che continua la saga del paese di Balano negli Anni Trenta. Una grande scrittura con echi che ricordano anche il bellissimo film “Train de vie”. Ed un libro da cui mi promettevo molto ma che alla fine non ha reso come speravo. Ma tutti ci ricordano di quel periodo. Certo Vitali lo mitizza un po’, ma se ne intravedono guasti nelle pieghe. Mentre Appelfeld e Schwarz-Bart vanno giù, giustamente, duri e pesanti. Senza se e senza ma. Come sempre, per me, sarà la condanna di ogni violenza. Trovo sempre giusto ricordare … che disse non sono d’accordo con nessuna delle tue idee, ma mi batterò sempre perché tu le possa esprimere.
Andrea Vitali “Olive comprese” RL libri euro 5,90
Solita scrittura abbastanza scorrevole. Poche sorprese. Una storia presa così. Un po’ estiva, ma non proprio banalmente trattata. Ancora e sempre la saga del paese di Balano nel periodo fascista. Questa volta è la storia di ragazzi che crescono. Sbruffoni e scapestrati da giovani, poi chi la testa la mette a posto (più o meno) e chi la perde del tutto. Devo dire che la storia è ben congeniata. Comincia con il (finto) mistero della morte della vecchia, dove il maresciallo inizia a pensare alle marachelle dei giovinastri. Prosegue con la loro presa di coscienza. Soprattutto di Ludovico detto Cucco che diventa nella seconda parte il personaggio cardine. Lui e la sua sorellina bruttina di nome Filina che poi scopre l’amore con l’amico-rivale di Cucco, il Risto che a lui sembra indegno della sorella ma poi… solita scrittura nervosa, di capitoli brevi, pieni di nomi. Solita cura nei dialoghi. Anzi, è quasi tutto un dialogo. E solita attenzione ai mille rivoli delle storie laterali. Storie di chiromanti e di puttane, di federali e marescialli. In fondo, se all’inizio mi dava un po’ sui nervi, per questo intricarsi senza molto seguito, alla fine se ti lasci trasportare dalle onde della scrittura si passano momenti di rilassamento. E quindi, una bella sufficienza di mestiere, anche se le emozioni vere poche ma poche.
Aharon Appelfeld “Badenheim 1939” Guanda euro 13,50 (in realtà, scontato 10,80 euro)
In un primo tempo ne avevo sentito echi alla Nèmirovsky, che poi sono saltati, lasciando un fondo di canzone sulle note di Paolo Conte. E per tutto il libro si sentono note qua e là. Veloce come un bicchiere di champagne ghiacciato una sera d’estate. Ma che ti lascia stordito, come se ti fosse venuta una gatta selvaggia. Ripensando poi, viene in mente una specie di ballo alla Schnitzler, che inizia dolce, quasi un valzer viennese, per finire cupo e triste come una canzone d’amore albanese. Tutto nell’arco di pochi mesi, nella ridente cittadina estiva di Badenheim dove, come tutti gli anni, Pappenheim l’impresario ebreo cerca di organizzare una specie di Festival di Teatro, Musica ed arte varia, per gli ospiti della stazione termale. Arrivano le orchestrine ebree, i gemelli ebrei che si esibiscono in duetti teatrali, il bambino ebreo dalla bella voce di soprano ed il grande virtuoso ebreo di pianoforte che per la prima volta dopo tanti tentativi il buon Pappenheim riesce a portare a suonare. Il tutto intrecciato con gli ospiti delle terme i cui destini di vita e d’amore si intrecciano tra loro e con i personaggi. Mentre l’estate avanza, ai violini ed al pianoforte, cupi si associano rombi di tamburo. L’obbligo di presentarsi al Distretto Sanitario, il censimento dei tanti ebrei presenti. Fino alla partenza, in quel di ottobre del 1939 verso una Polonia da poco occupata, su di uno sgangherato vagone di treno, dove tutti gli ebrei che si sono incontrati fin lì vengono stipati. E poi? Poi il libro finisce, ma la storia no. Noi si sa com’è proseguita, anche se gli eroi di Appelfeld non si sa dove siano finiti.
Anche Appelfeld nasce Acquario in Romania, sopravvive all’Olocausto come cuoco in Ucraina, e termina la guerra a Napoli, prima di trasferirsi a 14 anni in Palestina. 
André Schwarz-Bart “L’ultimo dei giusti” Feltrinelli euro 8,50 (in realtà, scontato euro 6,80)
Non mi è piaciuto. L’avevo portato quest’estate in medio - oriente perché sapevo che parlava di ebrei ed olocausti. E l’inizio era promettente, una genealogia della stirpe dei Giusti, quella del viale, ma soprattutto quella che etimologicamente viene ad essere il Giusto nella mentalità ebraica. Colui che prende il tuo dolore su di sé per, in qualche modo, salvarti, darti la possibilità di vivere. E nelle storie della stirpe dei Levy sembrava echeggiare bene questa filosofia. Poi arriva l’ultimo e ci si perde in fantasie, funambolismi, visioni. Il libro è certamente datato e mostra tutti i suoi cinquanta anni. Ovvio, che alla sua uscita, invece, abbia suscitato interesse e scandalo, anche perché la Shoah non era un argomento centrale negli anni 50. L’idea dell’autore è che lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti sia il risultato di numerosi secoli di anti-semitismo nel mondo Occidentale, che risalgono fin su alle crociate, quando i testi cristiani etichettavano il popolo ebraico come un popolo deicida. L’originalità (su citata e che rimane) è la scrittura come saga di una famiglia ebrea dalle crociate ad oggi, alternando ritratti di personaggi attraverso le epoche che sempre mostrano la persistenza di un clima antisemita in Europa. Ma detto tutto ciò, rimane, per me, dal punto di vista letterario un libro debole. Certo la fine non può che essere un pugno nello stomaco, ma sarà sempre così (e soprattutto leggerlo poco dopo aver visitato lo Yad Vashem a Gerusalemme). Sarebbe interessante entrare invece nel dibattito saggistico, ma non ne ho le basi né la capacità. Ad altri momenti e ad altri saggi l’ardua sentenza.
Fa freddo, tante cose succedono e si accavallano, ma il vostro tramatore oggi è un po’ stanco e vi lascia alle agognate festività 

domenica 22 gennaio 2012

Un po’ d’ambiente.- 13 dicembre 2009

Non ecologismo spicciolo ma alcune altre uscite della serie VerdeNero che leggo sempre con piacere. Certo rimane la perplessità di fondo sulle forzature che a volte si fanno, perché in fondo sono dei romanzi a tesi. Ma hanno comunque degli spunti, e nel nostro piccolo si continua a fare qualcosa, qui e là per ricordarsi che siamo ancora vivi e possiamo fare qualcosa. Tra l’altro il primo di Lucarelli è uscito prima che (ri-)scoppiasse lo scandalo delle navi affondate in Calabria, e va letto (anche se poi ne esprimo delle critiche). Dal punto di vista strettamente letterario poi, si va in calando, sia con il fenomeno fantasy delle nuove generazioni sia con il collettivo scrittori che altrove mi aveva più convinto. Ma continuiamo a dare un piccolo contributo a Lega Ambiente.
Carlo Lucarelli “Navi a perdere” VerdeNero euro 10
Non è un noir, né un giallo, né un thriller. È la solita lucarellata tipo “Misteri d’Italia”. Interessante, ben fatta, televisiva. Ma priva di mordente. Ne riparleremo. Qui in realtà si incide come dice il titolo della collana. Una grande carrellata sul problema delle carrette del mare, che trasportano sull’acqua rifiuti più o meno pericolosi. E che poi scompaiono, il più delle volte con i loro rifiuti, in fondo al nostro mare. Inquinandolo come non ci si sogna nemmeno. Ci sono poi tutti i soldi, dietro a questi naufragi, non solo delle assicurazioni sulle navi, ma dei rifiuti fatti scomparire per conto di qualche potentato. Tutto condito da due morti, una strana, del capitano Natale De Grazia, che stava indagando sull’affondamento di una di queste navi. Ed una lampante, anche se sfiorata soltanto, quella di Ilaria Alpi, che sullo stesso problema indagava in Africa, quando, prima di usare le navi, si usava corrompere qualche signore della guerra locale, per far sparire sotto terra rifiuti tossici, in cambio di soldi ed armi. Ma non è un romanzo, non c’è una trama. In fondo, c’è più materiale per un saggio. Ma un saggio dovrebbe poggiare su dati sicuri. Che non ci sono. Allora, camuffiamolo da finto noir, per dire quello che tutti sanno-pensano in forma finto - romanzata così da non poter essere accusati di diffamazione. Non sto provando quello che dico, sto facendo delle ipotesi da buon scrittore. Se poi non saranno provate (e succede sempre così, perché l’intreccio con il potere fa si che solo i pesci piccoli finiranno nelle reti) almeno si spera di aver messo delle pulci nell’orecchio di qualcuno. Al solito, Lucarelli scrive bene, in modo accattivante come quando ne parla in televisione. Quindi un giudizio positivo con riserva. Bene l’idea e la denuncia. Male come romanzo, perché non lo è. Lascia comunque un amaro in bocca, forte che mai.
“gli uomini che cercano, finché continuiamo a farci le loro domande, non muoiono mai” (102)
Licia Troisi “I dannati di Malva” VerdeNero euro 10 (in realtà, scontato 8 euro)
Non avevo ancora letto niente della coeva di Sara: scrittura molto semplice, ma in definitiva si legge. Un po’ atipico come libro della collana di ecomafia. Infatti, il sottotitolo della collana è VerdeNero – Noir di Ecomafia. Ora questo non è noir (si va bene, ci sono dei morti, ma non c’è una vera storia noir), né parla di ecomafia (sì, va bene, si parla di rifiuti e riciclaggio degli stessi, ma inserendoli in una storia futuribile e fantastica, che lascia poco impatto sull’oggi). Ben altro peso hanno altri titoli della collana, forse con minore o maggiore riuscita, ma tutti fino ad ora (salvo solo alcune eccezioni, tipo Macchiavelli) con un grande impatto, con una serie di problemi sollevati che lasciano il segno. Qui siamo in questa gentile città del futuro (gentile perché si chiama Malva ed è un bel fiore). Dove ci sono gli umani che vivono in superficie e cercano di costruire un mondo che sia tutto artificiale, senza più contatti con la madre terra. E ci sono gli schiavi, chiamati Drow (ricordo che è lo stesso nome degli elfi scuri, malvagi elfi dai capelli bianchi e dalla pelle nera come l'ebano del gioco di ruolo “Dungeons & Dragons”; un contrappasso?), che vivono sottoterra per alimentare i meccanismi che tengono in vita Malva, o vivono nelle foreste (che senso, a contatto con la natura….). E Malva avvelena i Drow, che tentano ribellioni isolate, uccidendo umani più o meno innocenti. Telkar/Zeno è un mezzosangue nato dallo stupro di un’umana da parte di un Drow. È una guardia, ma la sua figura scura lo fa circolare nel sottosuolo senza intoppi. Viene scelto per risolvere il problema delle uccisioni. Ed ovviamente comincerà a capire le ragioni dei Drow. Risolverà il mistero, ma la sua coscienza ne sarà cambiata. Infondo niente di nuovo, trametta esile, suono di tante altre orecchiate da H. G. Wells in poi. Ripeto, l’unica piacevolezza è una scrittura facile e veloce che scorre per la mole notevole delle pagine senza arrestarsi o arenarsi. Però leggerino.
Wu Ming “Previsioni del tempo” VerdeNero euro 10
In genere Wu Ming mi piace come scrive. Qui invece ho trovata una scrittura “asfittica”, di corto respiro, un po’ smozzicata. Al solito, molto deriva dallo scrivere a tesi, costretti dalla dimostrazione di qualcosa (nella fattispecie, del lucroso mondo del riciclaggio della spazzatura), ma altre prove di questa collana dimostrano come sia possibile coniugare i due aspetti in un connubio meno irritante. Qui forse si mette molta carne al fuoco: la parabola di Angelo, dagli studi in una Bologna post-pantera alla gestione di un commercio mondiale di rifiuti (dove uscirà sempre vittorioso), la storia del Conte Grande e del Conte piccolo, i fratelli di due opposte generazioni, ma di stampo antico, della malavita un po’ strapaesana del sud, che, arrivando a fare i conti con la modernità, non può, non potrà che soccombere, e quella di Mehmet, l’albanese emergente che si adegua alle regole di un mondo che cambia, e probabilmente ne farà di strada. Non si incide, se non di sfuggita, sulla materia da eco-mafia della spazzatura, del racket dei centri di smistamento e riciclaggio. Accenni, utili a chi ne sa, ma che sembrano messi un po’ come per dire, beh di questo dovevo parlare, anche se poi cerco di mettere su una storia poliziesca all’italiana. E quanto c’entrino in tutto ciò i due agenti gay, è da dimostrare (sembrano proprio messi lì a caso, come casuale è lo svolgersi della vicenda, quasi della vita). Wu Ming, sei capace di ben altre prove. Questo è un compitino un po’ svogliato. Rimandiamolo a settembre.
Meno di due settimane al Natale, tutti in giro a comperare regali, mentre il vostro lettore continua a leggere e scrivere. Ci sarà un motivo in tutto ciò? Forse se non escono le parole, almeno leggerne (e scriverne) può essere terapeutico. Ai postumi l’ardea sentenza (scritto dal mio amico architetto quando era ubriaco).

sabato 21 gennaio 2012

Après Tunis.- 08 dicembre 2009

Non c’è modo migliore che dedicarsi agli ultimi autori francesi letti, cercando di portare anche qui in questi giorni uggiosi un po’ del sole rubato a Cartagine. Torniamo allora ai gialli d’oltralpe, con due autori che, per diversi versi (cacofonia voluta), hanno segnato svolte nel modo di scrivere questi libri. Il primo, Jean-Patrick Manchette,  negli anni ’70 iniziò quella rivoluzione che ha fatto entrare il sociale come elemento cardine o scardinante del malessere che porta al crimine come scorciatoia per qualcosa. Con la sua aria scanzonata, fa piazza pulita dei vecchi “polar” pieni delle moine postate al cinema da Belmondo, facendoci rientrare le facce tristi alla Lino Ventura e via scorrendo nel tempo fino a Jean Reno. La seconda, Fred Vargas, senza mai essere troppo cruenta riporta a quell’atmosfera un po’ alla Maigret, ma con la presenza stralunata di uno dei miei amori attuali, il commissario Adamsberg.
Cominciamo allora con l’epigono degli hard-boiled americani risciacquati nella Senna.
Jean-Patrick Manchette « Morgue pleine » Folio euro 5,30
Uno dei primi libri di Manchette, preso per il gusto di capire questo filone hard-boiled francese scanzonato. Non è male. Un po’ datato o troppo ripreso? Tengo d’occhio anche il sottotitolo « Une enquête d’Eugène Tarpon ». Forse ce ne sono altre? Intanto, datiamo il tutto, dicendo che lo scritto è del ’73. Si sente che l’aria scanzonata del “milieu” parigino è ancora quella un po’ allegra pre-anni ottanta. Ma non sono più gli anni cinquanta dei film con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Si affaccia più violenza. E Manchette ci si cala dentro per tirare dritto su una storia un po’ alla Dashiell Hammett, ma con dentro tutti i suoi elementi di critica sociale. Non a caso è sempre stato a sinistra, anche all’estrema sinistra. E il malessere sociale tira la carretta perché arrivi prima o poi sulla scena Jean-Claude Izzo. Intanto, in questa Parigi in trasformazione, ci tira su una storia, forse ormai troppo sentita, ma che all’epoca poteva essere d’attrazione. Una morta, un ex-gendarme che non vuole fare l’indagine e che ci viene tirato dentro a forza. Gangster ed arabi nella miglior tradizione dell’esotismo del terrore (ma anche con una forza di presa in giro, che ora sarebbe molto politically scorretta). La belloccia che convince Eugène a darsi da fare. L’ex-cronista in pensione che da una mano rimanendo nell’ombra. Insomma tanti caratteristi, come in un bel film di serie B, che sarebbe poi in tema, visto che morti e presunti omicidi vengono dall’ambiente del cinema porno, più o meno soft. Qualche tiratina pre-ecologista. Il tutto condito dal fumo delle gitanes e dal rumore di qualche macchina da cucire (che credo ormai non senta più nessuno). Ripeto, ora, trenta anni dopo sembra tutto sentito, ma comunque è più di un esercizio di storia. In fondo, sembra ripetere dieci anni dopo e spostandosi dalla Svezia alla Francia, il tentativo di utilizzare il noir per una funzione sua specifica di critica sociale, come fecero Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Peccato che il bravo Jean-Patrick ci abbia lasciato più di dieci anni fa.
“J’ai pris un livre… et l’auteur nous laissait là-dessus, ce qui m’a paru assez déloyal. Ce que j’aurais aimé savoir, c’est ce qui se passait ensuite. Ce qui arrivait au père. Sans doute l’auteur était-il incapable de l’imaginer » (10-11)
« Vous savez que vous êtes acceptable, à poil ? Pourquoi est-ce que vous vous habillez comme un tordu ? » (164)
Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid « Laissez bronzer les cadavres » Folio Policier euro 5,80
Il primo noir di Manchette, anche se scritto a 4 mani. Si legge in volata, sembra di vederne il film (quasi una sceneggiatura), e si iniziano a vedere i caratteri “altri” del nuovo noir francese degli anni ’70. Mi piace. Un’attempata artista ospita nel suo villino in campagna un variegato branco di persone. Peccato che tre dei più interessanti, tra cui il bel Rhino dal fisico ammaliante, non siano altro che dei rapinatori dalla pistola facile, che approfittano della vacanza per rubare 250 chili d’oro massacrando la scorta che li accompagna. Per caso (quello che sembra tanto piacere a Manchette) due poliziotti fanno un controllo in villa, e ne nasce un conflitto a fuoco che tiene in sospeso per tutto il resto del romanzo. Buoni che poi non lo sono tanto, cattivi che restano cattivi anche se non vogliono fino in fondo. E l’eccentrica artista che continua a bere vodka attaccandosi alla bottiglia per tutto il libro, passando indenne tra amori strascinati, conflitti a fuoco ed altre amenità. Il tutto per arrivare ad una fine congrua anche se, forse perché alle prime armi romanzate, un po’ troppo buonista. Come detto si vedono i segni di quello che sarà il Noir francese anni ’70: critica istituzionale (i poliziotti sono un po’ macchiettati, l’artista anarcoide tira filippiche contro le istituzioni), i “cattivi” che poi lo sono fino ad un certo punto, sono però trattati per capirne i motivi, e si vedono i legami tra i due mondi (quelli che faranno di base alle nostrane Bande della Magliana). Con i banditi acculturati che citano Baudelaire. Non tutto ben riuscito, ma con un ritmo invidiabile.
Mi ha incuriosito l’utilizzo del pensiero anarchico-situazionista, con il quale Manchette rinnova il romanzo poliziesco, utilizzando come trampolino per una critica sociale: nei suoi scritti la Pigalle pittoresca degli anni 30 e 40, cede il posto alla Francia moderna degli anni 70, con il suo contesto politico e sociale. Spiace che come il grande Izzo, Manchette sia morto intorno ai 50 anni.
Veniamo ora alla Vargas, con il penultimo dei suoi libri, in attesa che esca in economique l’ultimo.
Fred Vargas « Dans les bois éternels » J’ai lu euro 7,60
Sempre più si complica la vita di Adamsberg. Anche se la Vargas rimane una delle mie autrici preferite. Anche se qui si va verso la summa del romanzo che diventa vita. Ormai viviamo in simbiosi con la Brigata Anticrimine del buon Jean-Baptiste (forse anche per questo mi è simpatico). Con i problemi dei figli e del bere di Danglard, con il dormire di Mordent, l’entusiasmo di Estalère, lo scetticismo di Noel, l’empatia totale della Retancourt, il mangiare della Froissy, ed il pensiero vago e ondivago di JBA. Ed anche per questo, all’inizio ci sentiamo un po’ forzati nel dover accettare l’arrivo di Veyrenc. Non solo nuovo, ma anche, forse, in una vecchia competizione infantile con JBA. Fortuna che ha il vizio di pensare ad alta voce in dodecasillabi a rima baciata (sarei curioso di vederne la traduzione). Ma anche l’intreccio giallo è di non poca complicazione. Soprattutto perché comincia tutto con la morte di due insignificanti emarginati dalle parti di Porte de la Chapelle, prosegue con la morte di due cervi nei boschi della Normandia, di un gatto ad Harencourt, di due pulzelle alle porte di Parigi. E con la sparizione (e forse la morte) del luogotenente Violetta Retancourt. Riuscirà il pensiero laterale di JBA a far quadrare tutti gli elementi? È ovvio che sì, anche se avrà bisogno di molti aiuti, primo fra tutti quello di Mathias degli Evangelisti di Vandoosler (protagonisti di una saga parallela a quella di JBA). Ed è questo che mi piace ed affascina. La Vargas ha costruito un piccolo mondo, lì a Parigi, tra le rive della Senna del Quai des Orfevres e la periferia. Tutto va avanti in questo piccolo mondo, con le inevitabili intersezioni. Dispiace un po’ che la Camille di JBA sia un po’ ai margini della scena, ma comincia ad entrare il piccolo Tom (sei mesi ma molto attento). Alla fine tutto si risolve, in un paio di finali in cascata. Mi domando solo (e spero) di continuare ad aver notizie del guascone delle vigne.
“en amour, mieux vaut regretter ce qu’on a fait que regretter ce qu’on n’a pas fait” (162)
“c’est la règle d’or du secret… une personne qui détient un secret … le dit obligatoirement à une autre personne. ….[parce que] personne, sauf exceptions rarissimes, ne parvient à conserver un secret pour lui seul » (293)
« ne trouvez-vous pas que l’on se tracasse déjà avec ce que l’on pense réellement, sans devoir en plus se soucier de ce qu’on aurait pu penser si on l’avait pensé ? » (332)
Infine, essendo la prima trama del mese di dicembre, vi riporto i libri letti in un settembre stracolmo di letture.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Gianrico Carofiglio
Né qui né altrove
Laterza
10
2
Fred Vargas
Dans les bois éternels
J’ai lu
7,60
3
Paolo Cognetti
Una cosa piccola che sta per esplodere
Minimum Fax
10
4
Anne Holt
Quello che ti meriti
Einaudi
12
5
Andrea Camilleri
L’età del dubbio
Sellerio
13
6
François Lelord
Il viaggio di Hector o la ricerca della felicità
TEA
7,50
7
Henning Mankell
L’uomo che sorrideva
Marsilio
8,50
8
Hafez Haidar
Il custode del Corano
Piemme
16,90
9
Wu Ming
Previsioni del tempo
VerdeNero
10
10
Luisa Adorno
Tutti qui con me
Sellerio
10
11
Alexander McCall Smith
Il club dei filosofi dilettanti
TEA
s.p.
12
Arthur Golden
Memorie di una Geisha
TEA
10
13
Francesco Piccolo
L’Italia spensierata
Laterza
s.p.
14
Margherita Oggero
Qualcosa da tenere per sé
Mondadori
9

Avendo passato la domenica al sole tunisino, ho ritardato queste trame di un paio di giorni, ma penso che si possa sopravvivere anche. Ora, progetti europei permettendo, ci si concentra tutti sulla preparazione del viaggio maliano di fine anno.

venerdì 20 gennaio 2012

Dicembre, è tempo di viaggi - 29 novembre 2009

E visto che si viaggia, torniamo anche ai libri che ne parlano. Viaggi che si avvicinano, viaggi che si allontanano. Dei treni presi verso la pioggia con la speranza del sole. Di aerei presi verso il sole, e basta. Questi libri poi rimandano in cerchi concentrici. Qualcosa ai tempi molti passati con aneliti vari, ma letto ora, la fuga mi è sembrata di respiro molto corto. Qualcosa di cui sentivo il battito in un’empatia rosartica di buona scrittura, ma poi con qualche amaro in bocca. Qualcosa che cantava anche piena di note stonate (la montanaro, ohè, si sente cantaare…).
Ma procediamo, attaccando il più controverso e meno a me piaciuto.
A cura di Alberto Prunetti “L’arte della fuga” Stampa Alternativa euro 10 (regalo-affido di Chiara)
Operazione che non mi è piaciuta. A che serve questo libro di anarchici e situazionisti senza capo né coda? A parlare della fuga? Ma una lettera di un bigamo alla moglie che non rivedrà più, che senso ha? Il meglio forse nell’operazione Battisti. Ma ne riparleremo più avanti. Intanto cominciamo a criticare il sottotitolo “Manuale per viaggiatori che non accettano istruzioni”. Forse scrivere istituzioni sarebbe stato più corretto. Come l’anarchico Ret Marut che dopo una stramba gioventù nella natia Germania, fugge in America dove ha il successo con il nome di B. Traven e con il libro (ahi Humphrey!!) “Il tesoro della Sierra Madre”. O lo scrittore situazionista belga Raoul Vaneigem, il surrealista francese Benjamin Péret. O l’inventore delle Utopie Pirata, Peter Lamborn Wilson che scriveva firmandosi Hakim Bey. Per finire con Arthur Cravan, un gigante di 2 metri, il cui vero nome era Fabian Avenarius Lloyd, nipote di Oscar Wilde, sparito a ventanni nel Golfo del Messico (sparito, ma forse non morto). Inoltre, si parla di molto, ma non di viaggi. Si parla di luoghi, altri, lontani nello spazio o forse lontani dalla testa. Così come del primo ambientalista narrato da London. O delle regine dei pirati di Defoe. Ma per il resto? Della filologia per Bruno Traven. Ma poi che c’entrano, che senso hanno i Vaneigem, i Péret o Hakim Bey o Alex Trocchi o Arthur Cravan? E chi sarà mai Jean Camatte? O Robert Kelly? Finiamo con Battisti e con il curatore. La figura del (forse) terrorista è delle più controverse. Chi lo accusa di 4 omicidi, chi, come la Vargas, lo difende a spada tratta. Certo qui vengono fuori righe di memoria, fili di pensieri che fanno vedere il nascere della sua irrequietezza, i difficili rapporti con il padre e con i luoghi natii. Per poi fuggire, rapinatore, forse omicida. Rifarsi una vita, cominciare a scrivere e con successo in Francia. Per poi definitivamente fuggire ora in Brasile. Ed in futuro? Qui se ne apprezzano le doti affabulatorie, ma si lascia ad altri ed altrove giudizi sulla persona. Giudizi invece che vanno dati al curatore, il Prunetti deus ex-machina di un sito pur interessante come http://www.carmillaonline.com/, con i suoi articoli su questo mondo anarchico emarginato ma vivo. Qui il tentativo che ha fatto è di dare un peso extra a queste situazioni. Ma, seppur interessante dal punto di vista di spunti politici, lo è vicino a zero a livello su spunti letterari. Ed il filo dei suoi ricordi che collega i vari passi non solo è frammentario, ma a volte irritantemente assente. Quasi che si debbano riempire degli spazi per poter arrivare alla pagina nuova e pubblicare un altro brano. Da questo punito di vista, non solo negativo, ma pessimo.
A parte il curatore, ricordo gli scrittori più significativi intervenuti: Ret Marut, più conosciuto come Berick Traven Torsvan, o semplicemente B. Traven (noto soprattutto per la sceneggiatura de “Il tesoro della Sierra Madre” con Humphrey), è stato uno scrittore e anarchico tedesco, e controllate su http://it.wikipedia.org/wiki/Ret_Marut; Raoul Vaneigem è filosofo, scrittore e giornalista belga il cui nome è indissolubilmente legato allo sviluppo dell'Internazionale Situazionista ed altre notizie su http://it.wikipedia.org/wiki/Raoul_Vaneigem; Benjamin Péret è stato uno scrittore surrealista francese coevo agli Artaud e Bréton, e se ne legge su http://fr.wikipedia.org/wiki/Benjamin_Péret; Peter Lamborn Wilson è invece uno scrittore, saggista e poeta statunitense, conosciuto principalmente con lo pseudonimo di Hakim Bey e come primo propositore del concetto delle Zone Temporaneamente Autonome (TAZ), basate sulla rivisitazione storica delle Utopie Pirata, e per maggiori notizie http://it.wikipedia.org/wiki/Hakim_Bey; Alexander Whitelaw Robertson Trocchi è stato uno scrittore scozzese da approfondire su http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Trocchi; Arthur Cravan, il cui vero nome era Fabian Avenarius Lloyd, nacque in Svizzera da Otho Holland Lloyd e Constance Mary, sorella di Oscar Wilde, di cui era quindi il nipote, e della sua strana vita si legga su http://fr.wikipedia.org/wiki/Arthur_Cravan; infine Cesare Battisti nato nel frusinate a Sermoneta il 18 dicembre 1954 si legga su http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Battisti_(1954) e di lui non dirò altro.
Resti per tempi diversi, non capendo se mi attirava più l’attore o lo scrittore, si è letto con interesse.
Giuseppe Cederna “Il grande viaggio” Feltrinelli euro 7,50 (in realtà, sconto euro 6)
Sento affinità con questo attore diventato viaggiatore e poi scrittore. L’arrivo a Delhi mi ha fatto fare salti indietro di anni ed anni. Ed è magistrale, si sentono gli odori, si vedono le persone dormire in mezzo alle strade, si vedono i sikh guidare le moto carrozzelle, e si sente l’odore di fresco del tempio di Ganesh la mattina presto. Bello è anche l’intrecciare delle salite e discese tra i picchi himalayani, con la propria infanzia, i ricordi del padre, dei parenti in Valtellina, e della figurina di Bonisegna, ed altre amenità rinchiuse nel proprio cervello. Ben restituito quindi il senso anche dell’India fuori Delhi. Della vita quotidiana nei piccoli e sperduti luoghi dell’immensità indiana. Non succede tanto, non si hanno storie su storie, si avanza a piccoli passi, salendo a fatica verso i 4-5 mila metri. In fondo il grande viaggio non è solo un viaggiare esterno, ma anche un viaggiare interno, verso i propri demoni e verso le proprie eroicità. Il tutto legato a quella promessa di incontro alla fine del viaggio a Delhi con Paola la giornalista. Non è sempre omogeneo, a volte si fatica (come si fatica a camminare in quota). Ma gradevole, affine come ho detto all’inizio. Ogni viaggio poi è sempre un viaggio d’amore per qualcosa. Qui vi lascio alla scoperta del qualcosa di Cederna. Io so dei miei. E voi, sapete dei vostri?
“di questa storia esistono molte versioni. Io stesso la prossima volta ve la racconterei diversamente… le storie sono come i fiumi. Nascono in alto, scendono fra gli uomini, raccolgono altre storie, si dividono e si confondono di nuovo” (195)
Finiamo con un classico del viaggiare, questo si che molto tempo ha aspettato in anticamera prima di aver diritto ad esser letto.
Stefano Malatesta “Il cammello battriano” Neri Pozza euro 13,50
Lo regalai a mio padre per uno dei suoi ultimi compleanni, sperando di suscitare in lui ricordi delle sue peripezie asiatiche. Cosa che non fu. E lo regalai prima che, in modo molto sghembo, inciampassi nell’autore. Ora, passati anni ed acqua, l’ho ripreso e letto di un fiato. Non bello, non uno straordinario libro di viaggi. Ma pieno di spunti questo sì. Sia personali (dove sei Samarcanda? Quando ti vedrò Ulan Bator?) sia in genere sui viaggi. Sino a quell’immagine finale dell’incontro con la Maillart che tanto mi ha ricordato l’incontro tra Frida Stark e Cino Boccazzi. In fondo non è un libro organico. Direi quasi una raccolta di articoli giornalistici ben scritti da pagina culturale di Repubblica, su argomenti affini. E cioè su quella parte dell’Asia attraversata dalla fantomatica Via della Seta (riuscirò mai a trovare tempo e coraggio per farla?). Quindi spunti, rimandi, osservazioni anche gradevoli. Non ho ancora capito cosa mi aspetto da un libro di viaggio: la meraviglia del narrare? La gioia di (ri-)trovare posti miei (come la sotto citata libreria di Parigi, che ha in vetrina una delle cose più belle che abbia mai visto: un biglietto aereo del giro del mondo fatto negli anni trenta; ma più che un biglietto aereo, è un libretto di biglietti, la cui sola lettura consente alla testa di viaggiare…)? La bravura nel rimando e nell’approfondimento? Non so, ma certo ogni tanto mi si echeggia Chatwin ed alcune sue pagine patagoniche. E mi domando… so io cosa. Per ora mi rispondo con un comunque bravo a Malatesta, anche se avrei preferito leggerlo senza conoscerlo.
“Chi può mai descrivere la felicità delle ore passate da Ulysse, rue Saint Louis en l'Ile, dove la proprietaria, Catherine Domain, considerata bisbetica nell’ambiente, mi accoglieva con la gentilezza riservata a chi aveva conosciuto Ella Maillart, l’intrepida viaggiatrice svizzera? E i pomeriggi da Orient, da Samuelian, e, tornando a Roma, nella Libreria del Viaggiatore?” (15-16)
“Detto per inciso e una volta per tutte, la parola Assassino non viene da hashishiyun, fumatore di hashish, come in genere viene ricordato dai proibizionisti, nella speranza di bollare d’infamia l’uso delle droghe leggere, ma da assass, i fondamenti della fede” (58)
“[Chatwin] in uno di questi [appunti] ricordava che nomos in greco significa pascolo, e il nomade è un capo che presiede alla distribuzione dei pascoli” (87)
“Nabokov non è mai stato più ad oriente di Odessa. Ma le trenta o quaranta pagine [del Dono] in cui immagina di seguire il padre esploratore sono di una bellezza struggente, le più belle che qualcuno abbia mai scritto sull’Asia Centrale” (123)
Ed ora prepariamoci a studiare i nostri (o miei) viaggi, dopo aver per inciso salutato chi farà un viaggio molto breve ma molto impegnativo (traslochi che vengono, traslochi che vanno). E per inciso sempre, anche ricordato che, spinto da emozioni e non da ragionamenti, ho deciso di dedicare (questa volta pagato) un altro anno ai progetti tecnici. Fu vera scelta? Ai postumi l’ardua sentenza. Altro dirti non vo’ che la tua festa… la mia la rimandiamo per un po’. 

giovedì 19 gennaio 2012

Siamo saggi - 22 novembre 2009

Dopo qualche settimana di puro relax letterario, ed a valle della impegnativa settimana di Riccione, torniamo a far girare i due neuroni attivi che mi rimangono calandoci nelle parole di tre diversi saggiatori. Una è una vecchia conoscenza, di cui si lesse giù di logica, qui nel suo più noto saggio sull’impalcatura del pensiero. Più noto, ma un po’ meno “divulgativo”. Poi passiamo al tedesco che anch’esso mi ha deluso, perché immaginavo qualcosa più articolata e meno fiabesca (d’altra parte se sapevo prima che era responsabile di risorse umane, forse mi sarei fermato). Per poi finire con la sorpresa della settimana, il vecchietto polacco che, con tutti i distinguo del caso, mi ha più coinvolto (e si vede da quante citazioni ne ho tratto).
Cominciamo allora con ordine.
Francesco Berto “La logica da zero a Gödel” Laterza euro 8 (in realtà, scontato a 6,90 euro)
Per addetti. Un saggio lungo, che ti prende per mano, partendo dal quasi nulla e mattone dopo mattone, ti porta a costruire l’impalcatura della logica. Fino al sommo Gödel ed alla dimostrazione che in un sistema formale, non si riuscirà mai ad avere la dimostrazione di tutto quanto. Si troverà sempre qualcosa di indecidibile, cioè che non può essere risolto all’interno del sistema formale stesso. Come accennato, rispetto all’altro saggio di Berto, questo è un po’ più per addetti. Ci vuole più costanza per seguire tutti i passaggi logici della costruzione del mondo. Nota veramente positiva, l’utilizzo a fine capitolo di interessanti esercizi, che aiutano a comprendere i passi logici sviluppati nel capitolo stesso. Mi aspettavo però qualcosa di meno impegnativo. Non dico di bassa divulgazione, ma un po’ più aperto. In fondo, arrivati a quelle vette di logica, il passo verso la pura filosofia è un soffio di vento. E sull’altro versante delle montagne della conoscenza c’è il monte Wittgenstein che aspetta. Sospendo il giudizio su Berto.
Passiamo quindi al teutonico.
Lothar Seiwert “La strategia dell’orso” TEA euro 7,50 (in affido da Chiara)
Sembrava interessante, invece non si capisce che cos’è. Una favola per bambini che non la capiscono? Un libro per adulti un po’ ritardati? Consigli di vita da psicoanalisi d’accatto? L’unico consiglio giusto viene sulla scia di Gesualdi: elogio della lentezza. Ma da qui non si capisce perché. Mentre da Sobrietà sì, e molto. Poi si legge dell’autore e si viene a sapere che è un gestore di risorse umane. E si capiscono molte cose. Manuale ad uso di sfruttamento intensivo del lavoratore stressato. Si va bene l’orso, ma per produrre di più e meglio (vedi la riorganizzazione delle api). Per avere una vita serena in famiglia (la riconciliazione delle lepri). E via discorrendo per fare di più e meglio. Meglio riprendere Gesualdi ed i consigli per la vita e non per la produzione. Certo, i dieci consigli di Igloo, il Grande Orso Bianco, che riporto sotto possono essere presi, estrapolati, e meditati. Vanno bene, anche se… tuttavia mi aspettavo di più, da buon orso panzone come sono.
“chi è consapevole di ciò che vuole dalla propria esistenza ha già compiuto il primo passo verso una vita felice” (31)
“non perderti in questioni marginali” (43)
“il tempo è il bene più prezioso che possediamo” (44)
“chi riconosce i propri errori è sulla buona strada per evitarli in futuro” (46)
“i dieci consigli degli orsi: 1. Scrivi la tua visione della vita! 2. Togliti di testa i cappelli superflui! 3. Sfrutta il tempo prezioso! 4. Pianifica la giornata! 5. La cosa più importante prima di tutto! 6. Concediti delle pause tutte per te! 7. Prenditi tempo per compiti nuovi! 8. Fai una pausa! 9. Cogli l’attimo! 10. Realizza i tuoi sogni!” (105)
Non ho trovato l’anno e il luogo di nascita. Per ora ho scoperto solo che Lothar Seiwert, professore di economia aziendale, è l’esperto più richiesto della Germania in tema di gestione del tempo e delle risorse personali. Ha scritto numerosi best seller come “Gestisci il tuo tempo”, “E adesso fermati”, “Dominare il tempo”, e insieme a Werner Tiki Küstenmacher, “Semplifica la tua vita”.
E come la ciliegina sulla torta, finiamo con il britannico d’origine polacca.
Zygmunt Bauman “Amore liquido” Laterza euro 7,50 (in realtà, scontato a 6,90 euro)
Interessante con qualche critica. Nel senso che l’idea di Bauman del cambiamento dei rapporti umani (sia personali che ufficiali, sia infine tra l’economia e l’uomo) verso una “scarsa presa” è di molto interessante. Ha trovato questa efficace similitudine, della “liquidità”, nel senso di un legame esistente (l’acqua può bagnare entrambi i lati del fiume) ma di presa relativa, così che tutte le cose, diventano meno interdipendenti. E quando non c’è solidità, c’è insicurezza. Questa la tesi di fondo, che in altri libri era dedicata alla visione del mondo (vedi “Vita liquida”) qui è (anche) dedicata ai rapporti umani. L’insicurezza, l’amore-liquido lascia ognuno solo nel proprio mondo, senza legami, o, almeno, senza la voglia di avere legami. In questo libro, la cosa migliore è, infatti, l’inizio in cui si parte dalla visione del mondo borghese caratterizzata da “L’uomo senza qualità” di Musil, dove, appunto, la mancanza di una qualità specifica permetteva all’uomo di sopravvivere ed adattarsi, al mondo attuale, a “L’uomo senza legami”. Ed interessante è tutta la prima parte in cui questo assunto è utilizzato per spiegare (interpretare) i rapporti umani, l’amore, l’insicurezza che esso genera. Se in questo mondo moderno tutto è visto dal punto di vista economico, il rapporto amoroso è tenuto in piedi fino a che “fa guadagnare”, poi si mette fine, come quando si vendono azioni in perdita. Poi, forse perché un libro deve essere “completo” si passa ad analizzare altri rapporti, i rapporti con il prossimo, con le aggregazioni. E qui si prende un po’ di deriva, non perché non sia vero, ad esempio, nei rapporti lavorativi la mancanza di solidità degli stessi. Ma perché non si trova (io non ho trovato) un bandolo, una spiegazione, un modo di avvicinarcisi. Mentre nei rapporti amorosi, la liquidità che accenna si tocca con mano, qui è annegata in molti altri aspetti, e viene con meno forte impatto. L’unico altro messaggio forte, che condivido e che rilancio, è che in questo mondo liquido-globale le soluzioni non possono (solo) avvenire come alternativa solido-locale. Ci sono, ci devono essere, ma se rimangono solo locali, potranno generare sacche di resistenza, non (contro-)rivoluzioni. Da meditare.
“da Heidegger: le cose si rivelano alla nostra coscienza solo attraverso le frustrazioni che provocano, [solo] allorché … vanno in malora” (VII)
“Amore e morte non hanno una storia propria: sono eventi che accadono nella storia di un uomo” (6)
“In una relazione puoi sentirti altrettanto insicuro di quanto saresti senza di essa” (23)
“La distanza non è un ostacolo al tenersi in contatto, ma il tenersi in contatto non è un ostacolo all’essere distanti” (87)
“Essere connessi è meno costoso che essere sentimentalmente impegnati, ma anche considerevolmente meno produttivo” (87)
“L’accettazione del precetto di amare il proprio prossimo è l’atto di nascita dell’umanità” (108)
“ciò che amiamo è lo stato … di essere oggetti degni di essere amati. [E se siamo amati]… deve esserci in me qualcosa che solo io posso offrire… Qualunque cosa ci sia nel mondo che mi circonda, quel mondo sarebbe più povero, meno interessante … qualora io dovessi improvvisamente cessare di esistere” (110-111)
“[Il grande fratello] è la narrazione pubblica della smaltibilità dell’essere umano: se mi servi sei con me, ma per vincere devo liquidare tutti” (122)
“Kant osservò che il pianeta che abitiamo è una sfera:… poiché tutti noi abitiamo e ci muoviamo sulla superficie di tale sfera, … siamo destinati per sempre a restare in reciproca compagnia” (173)
“La verità appena pronunciata si trasforma in un’opinione. Il fatto che altri sono in disaccordo con noi … non è un ostacolo sulla strada della comunità umana. Ma la nostra convinzione che le nostre opinioni siano … l’UNICA verità esistente e che le verità altrui, se diverse dalle nostre, non sono altro che semplici opinioni, questo è un ostacolo alla convivenza.” (208)
Abbiamo sparato tutte le nostre cartucce, attaccato alle lenze tutte le possibili esche. Ma lì, a un passo dall’arrivo, mi faccio sempre la Petriana domanda se ce la farò da solo, o se sia meglio un aiuto. Domanda senza risposta, in attesa del contrario.