lunedì 26 marzo 2012

Onesti italiani - 14 novembre 2010

Questa settimana torniamo prepotentemente in Italia, con autori non belli, ma che sanno usare la penna (o quant’altro usano per scrivere). Insomma, degli onesti italiani. Una discreta nuova puntata dell’affresco degli anni trenta nella provincia Lombarda. Un thriller da rivedere tra Milano e la Valle d’Aosta. Un affresco di vita cittadina e dei percorsi d’amore. Buone prove. Insomma, un panorama che mi piace, nonostante i suoi alti e bassi.
Cominciamo con il medico lombardo e la saga di Bellano.
Andrea Vitali “La signorina Tecla Manzi” SuperPocket euro 5,90
[in: 16/04/2010 – out: 18/06/2010]
Un altro episodio della saga di Bellano. A suo modo, gradevole. Vitali scrive in modo scorrevole e, bene o male, le sue storie non perdono i fili. Ne getta tanti sulla graticola della trama, ma tutti trovano il loro nodo finale. E quando non lo trovano del tutto ci aspettiamo di trovarne traccia in altre storie, precedenti o seguenti. Anche qui siamo sempre a Bellano, ma questa volta la lente si sposta, a dispetto del titolo, sui carabinieri. Soprattutto sul brigadiere sardo e l’appuntato siculo che non trovano di meglio che darsi battaglia di temperamento in queste terre del Nord. E la battaglia si srotola lungo tutta quella serie di mini-episodi che fanno la vita di un luogo (verrebbe da dire che Vitali opera un po’ come un regista di reality che tiene sotto la sua lente tutto quello che accade). Abbiamo così il finto guaritore che sembra paragoni vermi a Mussolini, scatenando le inchieste della polizia. Abbiamo la scomparsa di un “sacro volto di Gesù” che scatena le ansie religiose della signorina Tecla. Abbiamo una tomba aperta dove dovrebbe essere sepolto il Perego, grande usuraio del paese da non molto deceduto, e che invece contiene le spoglie di una donna. Abbiamo l’amore (forse) del brigadiere Efisio per la bella Osmide (e devo riconoscere la passione con cui Vitali risuscita nomi ormai desueti). Abbiamo lo strano suicidio del banchiere e la morte violenta del capomastro. Ed abbiamo quei numeri giocati a lotto e che mai sono usciti e che forse nascondono altri misteri (vediamo se ne trovate almeno uno). Quella sestina 13 – 17 – 11 – 9 – 4 – 5. Il tutto condito con il solito stile asciutto e scarno, che fa si che i capitoli si srotolino in poche pagine, se non in poche righe. Per dare un bel ritmo al raccontare. Questa poi è un po’ la cifra dello stile di Vitali. Poche righe, subito nel centro del problema. Poi ci si torna. Poi si sospende a mezzo una riflessione e si riprende pochi capitoli più in là. Emerge sempre (e questo è il lato migliore) quella Italia minuta, fatta di rancori e di amicizie, di vendette lasciate sopire per anni, di denuncie alle autorità per le piccole angherie della vita, delle piccole soperchierie che l’autorità perpetra per mantenere la propria stessa autorità. In fondo è un “desolante” quadro di un’Italia che era ma che purtroppo molto spesso ancora è. Alla fine tutti i misteri si svelano, si è gettato un occhio sulle lunghe storie di vita di Ercole Perego, di Tecla Manzi, di Efisio Mannu, e via tirando nomi e fatti. Alla fine non arrivano segnali forti, e noterete che non mi sono rimaste frasi nella penna. Ma un piccolo senso di quiete in un oceano di tempeste. Una piacevole lettura, cullato dalla vista di un mare calmo e di un caldo sole toscano.
Passiamo alla signora del gruppo ed al solito noir della settimana.
Elisabetta Bucciarelli “Io ti perdono” Kowalski euro 14 (in realtà, scontato 10,80 euro)
[in: 13/04/2010 – out: 17/07/2010]
Io invece non ti perdono tanto. Non perché sia brutto, anzi ha anche delle parti interessanti. Ma ci sono due elementi che mi hanno “freddato”: la pedofilia (o la violenza sui bambini, in genere), ed alcuni modi di scrivere, quasi passando dal soggettivo all’onnisciente (che rendono alcune parti del libro pesanti). È in fondo un libro pieno di possibilità, ma che a volte non riescono ad emergere, rimanendo invischiate in troppi pensieri ed in momenti di scrittura che a me non piacciono (quel tipo di scrittura che dice e non dice, che ti vuol far sapere che io, autore, so scrivere e so di cosa parlo, ma non ho voglia di dirti tutto e ti lascio un po’ sospeso; ma questa sospensione a volte e solo incapacità di portare il narrato alle sue conseguenze). Quindi si intrecciano storie in questa Milano dei giorni nostri, con ampie puntate nella frescura della verde Valle d’Aosta, lì dove scompaiono bimbi, o quanto meno subiscono violenze. Che alla fine sembrano meno gravi di quanto potevano essere ma sempre traumatiche sono (e c’è qualche eco di Cogne, in tutto ciò?). E poi la ricerca dello sfruttatore delle prostitute, che porta a ritrovamenti di corpi quasi da Cold Case. Il vecchio rockettaro ed il suo Bob Dylan d’amore. Per finire con la vicenda privata della protagonista, difficile fin dal nome con quel suo Maria Dolores che secondo me è un po’ pesante. Con la sua storia privata (chi è? da dove viene? Perché è stata radiata dall’albo degli psicologi?) e le sue storie attuali d’amore combattute tra un sentimento intenso ma ordinato ed una passione che sarebbe fuori le righe e devastante. Così saltabeccando tra i vari rivoli della storia, tornando come un pendolo verso il corso principale ed a quella domanda di fondo: solo Dio può perdonare il peccato, l’uomo, al più, può perdonare il peccatore, a poco a poco gli affluenti si seccano, o trovano il loro sbocco, ed anche il grande fiume troverà il suo mare. Diciamo anche di un bel colpo di reni nelle pagine finali, ma che non riscattano le altre 250. Soprattutto perché, ai miei occhi, molte fini si rivelano affrettate. Sì, certo, capiamo come va a finire (a volte intuiamo) ma due parole in più si potevano spendere. Certo, bisogna sempre trovare quel famoso equilibrio tra il dire, il dire poco ed il dire molto, tre capi del problema che sono senza soluzione. O meglio la soluzione l’abbiamo noi lettori: quando non ci annoiamo, quando seguiamo l’autore nei suoi giri, allora si è arrivati a quel dire giusto, che non è né poco né tanto. Qui a volte si dice troppo (ed in modo contorto) ed a volte si dice poco. Insomma una prova interessante di spunti, mal riuscita come esito finale. Vedremo nel futuro.
“Il sesso non è la stessa cosa di un pensiero fisso che non ti abbandona per tutto ilo giorno. Il desiderio dei corpi si esaurisce, lentamente magari. Quello delle anime no.” (89)
Finiamo con il campano che mi fece arrabbiare con le sue idee su canzoni e racconti (non perché brutte, ma perché me le ruba).
Diego De Silva “La donna di scorta” Einaudi euro 9,50 (in realtà, scontato 7,60 euro)
[in: 23/04/2010 – out: 26/07/2010]
De Silva sa usare le parole, ed anche in questo libro (che poi è il suo primo pubblicato a 37 anni) narra, dice, svolge la storia, ed in un certo qual modo non ti lascia dalla prima all’ultima pagina. Anche la materia è ben scelta, in fondo  parliamo sempre e comunque d’amore, in tutte le forme, in tutti i risvolti. Allora cosa non mi convince? Non riesco a focalizzarlo fino in fondo. Vediamo un po’ la storia: Livio è sposato con Laura ed hanno una bella figlia di sette anni; un giorno per caso incontra Dorina e se ne innamora perdutamente. Livio non sa decidere tra i due sentimenti. E Dorina nulla gli chiede, non vuole prendere il posto della moglie, riconosce di essere viva solo perché viene amata. E questa mancanza di richieste è ciò che manda in tilt il sistema di vita di Livio, che si trova ad affrontare un sistema di valori che non è suo, che non sa riconoscere e verso cui non sa come comportarsi. Forse dovrebbe capire chi è, dentro, internamente. Ma è un percorso che non riesce a fare. Ecco, questo è uno degli elementi defocalizzanti. Perché esternamente è possibile che si sia confusi, che si navighi a vista, ma in qualche strato interno c’è una consapevolezza, una visione di quello che stiamo facendo. Forse inconfessata, ma c’è. E quando tutto si srotola, a quell’io profondo bisogna tornare. Magari si continueranno a fare stupidaggini, ma stupidaggini consapevoli. Qui, sembra che Livio si lasci trasportare dalle onde, a volte felice, a volte depresso, quasi senza motivo, trascinando gli altri nei suoi alti e bassi, facendo loro del bene o del male, sempre inconsapevolmente, inavvertitamente. Non dico che si è sempre presenti, duri e puri, ma quando si arriva a dei nodi, bisogni prendere una decisione, fosse anche quella di lasciare che i nodi siano annodati. Ma sono sempre decisioni coscienti. Il fatto di non riuscire ad entrare in questo modo di agire dei personaggi mi ha da un lato fatto leggere il libro di corsa, per vedere se riuscivano a prendere coscienza, a dire qualcosa a sé stessi, dall’altra mi ha escluso dal libro, che non riesco a trovare ragione in questo modo di ragionare. E poi mi dico sempre (come in uno degli ultimi libri letti) l’autore si spalma sulla sua opera, e tira fuori in ogni caso sé stesso, anche nei personaggi che sembrano a lui distanti o da cui prende le distanze. Ma se questo è il mondo del buon De Silva, io lo leggo, ma non lo capisco. Non perché non capisca che ci si possa innamorare, che si possa buttare a mare tutto e ricominciare, o buttare il nuovo per restare fedeli ad un vecchio che non è male, anzi forse è migliore. Che groviglio! Che matassa inestricabile! Ma devo comunque ringraziare De Silva per aver sollevato una botola di problemi, in modo diverso dal mio, quindi con modalità che voglio vedere, discutere, capire. Al solito, ho la mia verità, ma non ritengo sia l’unica, né che sia LA VERITÀ. Insomma, caro Diego, questo tuo primo libro di dieci anni fa, con alti e bassi, si fa ancora leggere. E la tua scrittura, nonostante tutto, non mi dispiace. E quel che ho letto prima di ciò che hai scritto dopo, rimane comunque interessante. Un’onesta prova.  
“A che serve sapere tutto dell’altro? Guarda che nessuno è un gran che, una volta che lo conosci” (45)
Siamo già a metà Novembre, e Natale si avvicina a grandi falcate. E non abbiamo ancora deciso dove andare. E non abbiamo deciso cosa fare il 1° di Dicembre (che c’entra direte voi? Io lo so e ve lo dirò poi). Come diceva Battiato nel primo “Fleurs” siamo riusciti ad invecchiare senza diventare grandi. Comunque e sempre una buona settimana a tutti, a chi si trascina e a chi ricomincia a correre.

domenica 25 marzo 2012

Un bocadillo - 07 novembre 2010

Che poi sarebbe un sandwich, visto che abbiamo autori contemporanei, due spagnoli regalati -prestati che fanno da contorno ad un duro americano. Il primo, spagnolo della Murcia, è entrato nella mia libreria a fronte di regali, e non è un caso che abbia anche lui 47 anni. L’americano è il solito, roccioso Cormac di cui sto a poco a poco leggendo gli scritti (ma questo mi è piaciuto meno). La fetta finale viene dal tanto osannato Zafon, che tuttavia non è che mi faccia tanto impazzire.
Luis Leante “La luna rossa” Feltrinelli euro s.p. (regalo di Alessandra)
[in: 07/05/2010 – out: 06/06/2010]
Al secondo libro del simpatico spagnolo, mi ci sono incartato ben bene. Anche perché si parla di libri, di scrittori, di amori e di Istanbul. E allora come si fa a tirarsi indietro? Anche qui il tema dell’amore perso – ritrovato – incompreso - impaurito e via aggettivando è forse il tema di fondo, ma bello e complicato dalla storia della scrittura e degli scrittori. E la luna non è la mitica barca, ma un onesto bar di Istanbul. Certo la storia in sé sembra semplice e complicata al tempo stesso. Con uno svolgimento che coinvolge Spagna, Germania e Turchia. E seguiamo prima con ansia, poi con un po’ di schiaffi sul collo perché dovrebbe essere meno scimunito, la vicenda del traduttore in spagnolo del grande scrittore turco Emin Kemal. E su un doppio binario seguiamo anche la vita di Emin, delle sue fortune, del suo essere turco ed innamorasi di una ragazza ebrea, del suo scrivere, della sua fragilità, del suo rapporto con la bella Derya. E poi riprendiamo la vita di René, figlio di madre spagnola e di padre tedesco, che l’ambasciata destina ad Istanbul. E René con i suoi amici turchi, con il padre adottivo che lo seguirà sempre senza giudicare (e forse intervenendo poco?), con la madre sempre più stralunata tra gatti e quadri, con il suo amore per la bella Tuna che gli regala un libro di Emin. E via in un valzer tra letteratura e realtà, con la misteriosa Aurelia che entra ed esce dalla storia riportandoci ad uno dei miti di Emin, il grande francese Gérard de Nerval. È come se seguissi due molle che si sviluppano spiraleggiando l’una cercando di elevarsi verso l’alto senza averne la forza, l’altra sprofondando verso il basso senza averne la volontà. Questa volta, mi sembra che Leante maneggi meglio la materia rispetto al primo libro che ne lessi (anch’esso regalato, sarà un caso?). È più sicuro, anche se ogni tanto si prenderebbe René per il collo e si vorrebbe tanto sbatterlo contro un muro. In fondo, sia Emin che René lasciano che le cose accadano, facendo ribollire di rabbia chi intravede possibili uscite positive anche se dolorose ma che nessuno imbocca. Sembra proprio che agiscano come ad un certo punto dice Ismet Asa, l’amico tipografo di Emin, che descrive il grande scrittore come uno che si accorge delle cose che accadono solo quando ne scrive. Bella e mi rimarrà nella testa, l’immagine del caffè “La Luna Rossa”, che nel mio immaginario ricongiungo con quel caffè, pieno di tè e narghilè, subito dietro al cimitero mussulmano, un po’ prima del Gran Bazar di Istanbul, dove si andava con Emilio e Rosa a bere, fumare e riprendersi un po’, anche dal grande freddo del Capodanno turco. Ma finiamo con la nota positiva del buon Salih, che ci consiglia di smettere di passare tutto il tempo a pentirci degli errori che facciamo. Li facciamo, bene, ci dispiace, bene, ma bisogna superarli in avanti, altrimenti diventano come le menzogne che ingigantiscono e non se ne riesce più ad uscire. Una bella fumata al tabacco di mele in un divano in fondo alla sala, con le immagini spagnolo – turche che ci frullano in capo. Buona lettura.
“Sei una persona molto fortunata ma ho l’impressione che tu non sappia godere delle cose che la vita ti regala” (154)
“Le menzogne quando ingigantiscono, diventano sempre più difficili da correggere” (159)
“Sai molto di libri, di poesia, di romanzi… Perché non hai mai scritto nulla?” (165)
“’Ci sono due categorie di persone… quelle che fanno sì che il mondo si muova e quelle che riflettono su come debba muoversi il mondo. Entrambe sono necessarie. Altrimenti cesseremmo di esistere.’ ‘Ed io a quale categoria appartengo?’ ‘Alla seconda, amico mio’ ‘E tu? ’A nessuna delle due. Io mi sono perso per strada’” (165)
“Rabbrividii un istante al pensiero che forse tutto il passato che ricordavo aveva poco a che vedere con la realtà” (187)
“Metti via la gelosia e abbi fiducia negli amici, perché è l’unica cosa che hai oltre alla tua famiglia” (209)
“Commettiamo errori tutti i giorni, non possiamo passare il tempo a pentirci” (254)
“Adesso scrivo più di quanto non viva. E so che non è un bene” (262)
“Ci sono molte cose delle quali tu ed io non parliamo da un pezzo” (262)
Cormac McCarthy “Il guardiano del frutteto” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato 9,60 euro)
[in: 23/04/2010 – out: 07/07/2010]
Nella lunga riproposizione degli scritti di McCarthy finalmente avevo trovato ed ora ho letto il primo scritto dell’autore diventato cult dopo i fratelli Cohen.  La scrittura è già quella delle sue opere più dure e mature. Qui, forse, c’è ancora un po’ di difficoltà nello svolgimento. I fatti, gli accadimenti, le vicissitudini, si mescolano un po’ troppo e si fa fatica a rintracciarne il senso compiuto. Certo, come si dice di McCarthy, quello che emerge è il senso, il sentimento di una certa America di frontiera, del modo di vivere di gente che non sta a New York, a San Francisco o a Chicago, ma a Knoxville nel Tennessee, abbarbicata sui monti Appalachi, vivendo con il fucile accanto non solo perché l’altro è “cattivo” ma perché la natura è ancora selvaggia. Ci sono puma e procioni che attaccano. E non solo. Alla fine si capisce che la storia è ambientata durante la Grande Depressione, dove il modo di vivere più lucroso è fare il contrabbandiere di whiskey. E dove si può uccidere per un quarto di dollaro, tanto la vita vale veramente poco. Ma escono anche gli altri temi tipici di McCarthy: la natura (con quelle descrizioni che mi lasciano sempre basito, ad esempio dove si parla di sommacchi ed altre piante ignote), la solidarietà tra gente che non ha nulla da perdere (come i due dollari che John va a restituire a Marion in carcere), i racconti dei vecchi ormai incartapecoriti dagli anni e dalla vita (bella la storia di Ather e del piccolo puma, bella nella solidarietà di frontiera e nella durezza). E lì tra le montagne, le trappole per i visoni, i ruscelli, le macchine che sbandano, si intrecciano le storie del vecchio Ather che custodisce per sette anni uno scheletro in una vasca di colma in alta montagna, di Marion che forse è l’assassino dello scheletro, del padre di John che forse è il morto, e di John che diventa amico di Marion e del vecchio. E che non saprà mai la storia del morto. Il tutto appunto condito da micro - racconti trasversali, e da personaggi nessuno, mai, positivo. Men che mai i cattivi poliziotti, che già sono cattivi in città, figuriamoci là sperduti, dove avere un ruolo, che sia poliziotto, o gestore dell’emporio del paese, pone di una spanna al di sopra delle altre persone. Pur tuttavia, trovando già tutte le tematiche del McCarthy più maturo, rimane una slegatura, un fondo di irrisolto. Che rende difficile leggere il libro. Insomma più una lettura di completezza che di piacere vero e proprio. Interessante, non bello. Ma da leggere, come tutto McCarthy, per capire di quell’America che non esce fuori sui giornali. Di quella che rimane lì nascosta nel profondo cuore del continente. Quella dove decenni dopo usciranno i massacri di Columbine o le mal pensate di strane sette non tanto segrete. E non diciamo “anche questa è America”, perché in realtà bisogna dire “questa è l’America”.
Carlos Ruiz Zafon “Marina” Mondadori euro 19,50 (prestito di Alessandra)
[in: 30/05/2010 – out:10/07/2010]
Si legge di un fiato, ha un bel ritmo, ma… Non mi aveva convinto molto il primo che ho letto. E questo, pur se con dei momenti di interessi, non è da meno. Si sente, sino in fondo, che Zafon è più che altro uno scrittore da adolescenti, un po’ del genere Rowling con delle punte di Myers. Perché poi, stringendo, stringendo, la storia non è gran che, in bilico tra fantastico reale. Forse l’unica nota positiva è quel camminare per Barcellona, dove si sente ancora il passo di Gaudì e non c’è ancora lo stravolgimento olimpico. Assistiamo alla presa di coscienza del buon Oscar, fanciullo di collegio, con famiglia assente, che trova una famiglia di assunzione nella compagnia del vecchio Germàn e della bella figlia Marina (quella del titolo). E Zafon cerca di intrecciare questa storia, che è la storia di una crescita, di un adolescente che, affacciandosi alla soglia della possibile età adulta si trova di fronte i primi “seri” problemi ad altra fantastica e improbabile. In questa si affrontano i problemi “reali”: il rapporto con gli altri, e soprattutto con l’altra, la donna, che sempre ci attrae e ci innamora. Ma la storia di Oscar e Marina è già chiara fin dalle prime battute, dalla bella descrizione dei quadri di Germàn che vorremmo volentieri ammirare. La storia altra, è talmente improbabile da risultare un po’ fastidiosa. Anche se la scopriamo a poco a poco, la vicenda di Michail che dalla natia Praga si ritrova nella Barcellona ante-guerra (ma lì c’era anche la guerra civile, che neanche si sfiora), meravigliare e far fortuna con le protesi per i malati. Che si innamora della bella Eva dalla voce argentina (di timbro, visto che è russa). Ma è tutto un déjà vu, un mescolare il Golem praghese con “Il fantasma del palcoscenico” di Brian De Palma. A metà tra Romero e Rohmer, alla fine tutto lo zibaldone della vicenda fantastica non è solo improbabile, ma forse dannoso. Certo pone al lettore la domanda sulla natura umana, sull’eugenetica, sugli interventi attuali sul DNA. Ma l’impianto descrittorio mi lascia freddo e distante. Per non parlare delle frasi un po’ lapidarie come quelle che riporto, o di quando Oscar dice che vuole fare l’architetto nel paese di Gaudì e costruisce un modellino in legno di una cattedrale (Sagrada Famiglia docet). Preferisco quando Oscar e Marina si addentrano per le vie di Barça, per il Barrìo Gotico, le Ramblas e la via Layetana. Se entravano anche nel Barrio Chino gli davo un bacio, ma non lo fanno. O ancora, quando vanno in giro sulla vecchia Tucker (ma riesce una macchina del ’56 a mettersi in moto nel ’79 senza manutenzione?) verso il mare ed il bellissimo castello di Sant Elm. Ecco questo mi rimane, il resto è scivolato via, senza troppi segni. D’altro canto, si sente che è un libro di 15 anni fa, girato e rimaneggiato sull’onda del successo posteriore. Ricorda un po’ la Baubery ed il suo primo libro. O McCarthy ed il suo. A volte vale la pena andare avanti, perché le prove successive sono migliori degli esordi. Non tutti, non sempre hanno esordi fulminanti e poi continuano il successo. Ci sono onesti scrittori che impiegano del tempo a trovare stile e modi espressivi. Ma non per questo vogliamo loro meno bene. Insomma, un’onesta prova da ombrellone estivo, con una bibita gelata a portata di mano (analcolica perché ci sono i ragazzi).
“La verità non si trova, è lei che trova noi.” (132)
“Chi non sa dove è diretto non arriva da nessuna parte” (152)
“Il nostro corpo comincia a morire nel preciso istante in cui nasciamo” (248)
Chiusura di saluti e di speranze. Speranze che sia un’altra settimana positiva come le ultime. Per tutti. Personali e pubblici. Lavori e amori. D’altra parte l’estate di San Martino ha sempre portato fortuna a noi umili portatori d’acqua. Un raggio di sole a tutti gli umili  …

sabato 24 marzo 2012

Italianica… - 01 novembre 2010

Come avevo promesso prima dell’estate, per smaltire il molto arretrato, consegno alla rete una trama anche al dì di festa. Certo, oggi abbiamo la sfortunata coincidenza che la festa viene di lunedì. Inoltre è anche la prima trama del mese, quindi vi beccate una lettura multipla. Infine, prima di addentrarmi nella narrazione, nel tempo ho ricevuto a volte da voi segnalazioni, che ho preso e tenuto per me. Ora mi sembra giusto invece invertire questa tendenza, anche per dare più spazio (a chi ne vuole), e visto che ho ricevuto una doppia segnalazione dal buon Roberto, mi accingo a condividerla: Paolo Rumiz “La cotogna di Istanbul” (autore che conosco ma non ancora leggo) e Jacopo Granci “I dannati del carbone – Viaggio in un Maghreb sconosciuto” (autore che non conosco ma di cui ho letto il blog che segnalo anch’esso http://rumoridalmediterraneo.blogspot.com).
Veniamo alla trama pura e dura, dove troviamo autori ormai a noi ben noti: l’ultimo elemento della trilogia di Sperelli di Corrado Augias, il pastiche combinatorio tra Montalbano e Grazia Negri della coppia Camilleri - Lucarelli ed il primo libro a suo tempo pubblicato dal magistrato De Cataldo.
Cominciamo subito con Augias, dove trattai i primi due libri della trilogia romana uno nel lontano 16 novembre 2008 ed il secondo il 21 marzo di quest’anno.
Corrado Augias “L’ultima primavera” Mondadori euro 9 (in realtà, scontato 7,20 euro)
[in: 23/04/2010 – out: 03/06/2010]
E con questo si è finalmente arrivati alla fine delle vicende dell’ormai ex-commissario Giovanni Sperelli. Si potrà quindi tornare a leggere qualcosa di Augias che sia più interessante e coinvolgente. Questo, come i due precedenti episodi, brilla ancora un po’ per la ricostruzione storica e sempre meno per la trama “giallognola”. Anzi, qui il giallo proprio scompare per far posto al nero più nero. Se nel primo episodio si stava per sbarcare in Libia, e nel secondo si stava per entrare in guerra, qui siamo ormai nel 1921, e l’Italia del dopoguerra si arrabatta tra la fine di Giolitti e l’avvento sempre più violento del fascismo. Ed allora il buon ricostruttore Augias cerca di spiegare alcuni meccanismi minimi di questo avvento, attraverso minute trame sordide di soldi ed armi che vanno e vengono, con il buon contorno della Bella Società che viste crollare alcune certezze, non ne trova di nuove. Ed in questo meccanismo si inseriscono tutti i possibili fermenti: l’eco della Russia e della sua rivoluzione, il decadentismo d’annunziano, l’estetismo futurista, il “generone” romano, il malaffare. Qui ci vorrebbe il mio caro amico Luciano per separare il grano dal loglio. Io mi accontento di osservare lo scritto e rimarcare che la trama è debole. Che si cerca di colpire alto, ma la mira è poca. Ed il buon Giovanni, certo con la sua ostinazione tira molto avanti, scopre altarini. Ma non ci si avvicina di un passo al nocciolo della questione. Rimane il solito camminare nella Roma degli anni Venti, di cui rimarco il piacere. Con una punta di eccellenza, quando si va per Prati (il quartiere) e si gira intorno a Piazza dei Quiriti, di morettiana memoria. Detto questo, rimane poco altro, se non sottolineare ancora (come nelle prime prove) la mancanza di capacità di Giovanni a rapportarsi con le donne. Non ha mai capito Paolina (e certo qui non farà molti passi avanti) e non riesce a trovare il modo di capire Isabella, che invece sembra aver capito molto, ma è donna ed in quel contesto storico, difficilmente si riesce ad uscire da convenzioni ben radicate. Forse mandando molto all’aria, ma non sono questi i personaggi capaci di farlo. Infine, sottolineo ancora ed ancora il mio rancore verso gli estensori delle quarte di copertina, dove, come in questo caso, danno una chiave di lettura che non compare realmente prima di pagina 310! E leggere le prime 300 pagine con quelle parole in mente falsa di molto tutta la costruzione che Augias tenta di fare. Se lo leggete, cercate di non guardare queste righe, e dedicatevi al romanzo in sé. Forse non sarà molto più bello, ma sicuramente consente di seguire le trame spionistiche con un po’ più di partecipazione ed apprensione.
“Da quell’esperienza, tutto sommato, aveva ricavato un solo vantaggio: la scoperta che costringersi a soggiacere a un sistema di regole inflessibili era in fondo un buon surrogato delle virtù virili che temeva di non avere.” (22)
 “La Storia, pensò Giovanni, non è mai, per chi la vive, quella totalità armoniosa che si legge sui libri. Si presenta invece come dispersione e discontinuità, una maglia squarciata da strappi e vuoti incolmabili. Bisogna essere giovani e molto spregiudicati per cercare di dominarla.” (33)
“Erano passati quasi cinquant’anni di una vita di cui … non era particolarmente orgoglioso. A volte considerava la circostanza con stupore perché in fondo mezzo secolo, quando lo si legge sui libri, sembra un periodo lunghissimo gremito di giorni significativi, durante i quali accadono un’infinità di cose e intere civiltà fanno in tempo a scomparire o ad affacciarsi alla periferia della storia. Come avevano fatto tutti quegli anni a trascorrere così in fretta?” (93)
“è strano quando uno trova qualcosa che ha sempre cercato non se ne rende mai conto, lì per lì” (213)
Il secondo libro nasce da un gioco (ben spiegato nella postfazione e di cui critico alcuni passi nella trama) cui vanno incontro due dei miei giallisti preferiti.
Andrea Camilleri & Carlo Lucarelli “Acqua in bocca” Minimum fax euro 10
[in: 25/06/2010 – out: 26/06/2010]
L’idea è carina, la resa un po’ sottotono. Ma ciò non scalfisce il mio amore per i due “giallisti”. Un libro cotto e mangiato, comprato per far piacere alla mamma a corto di libri, immerso nella roulette delle mie settimanali letture, e subito uscito sulla prima ruota. Dicevo, carina l’idea, quella di trovare le modalità di far incontrare, investigare, affrontare un crimine, ai due personaggi centrali delle narrative di Camilleri e Lucarelli. Da una parte l’ispettore Grazia Negro che si trova in casa (cioè a Bologna) uno strano morto ammazzato, soffocato da un sacchetto di plastica contenente pesciolini rossi. Dall’altra il commissario Salvo Montalbano, che Grazia tira dentro la storia perché questo strano morto è originario di Vigata. La storia si dipana scorrevole e veloce, piena di giusti colpi di scena e di complicazioni improvvise, coinvolgendo (ma con lievità) i vari comprimari dei due autori. E vediamo quindi scorrere sul palcoscenico della trama il cieco Simone e l’imbranato Catarella, l’ispettore Coliandro e la bella Livia, la collega Balboni ed il collega Augello. Finché tutto assume il suo senso e ci sia avvia ad una conclusione, sempre nel loro stile per cui un po’ si puniscono i cattivi, ma difficile è (sarà) arrivare al vero fondo dei problemi sollevati. Interessante ed integrante è poi il modo che, sotto la spinta da deus ex machina del direttore di minimum fax, si è trovato per far scrivere i due autori a quattro mani. Difficile, per le loro tipologie di vita, metterli sei mesi in una stanza a cogitare insieme, si è trovato la via dei rapporti, delle lettere e dei biglietti, che i protagonisti si inviano nel corso delle indagini, frammisti a cannoli e tortellini. Così i due autori hanno continuato le loro storie di scrittura, ed in quattro anni di scambi lenti e faticosi hanno messo in piedi questo racconto. Facendo poi in modo, ad ogni passaggio di trovare una situazione che mettesse l’altro in difficoltà, come in una lunga partita a scacchi, che però alla fine finisce giustamente in parità. Detto questo, e detto tutto il bene che se ne poteva dire, non mi è piaciuto moltissimo. Perché la modalità scelta, ed il fatto che nessuno dei due prende la penna in prima persona, lascia quel ricco mondo di cui sono pieni i loro libri a margine, intonso, quasi senza scalfitture. Non viene fuori il sound emiliano, il sapore della sua musica, e neanche il sound siculo, con quella parlata dl quotidiano che rende le storie di Camilleri irrepetibilmente sue e vere proprio perché metà delle parole danno problemi linguistici. Ecco queste mancanze fanno si che si legga, ma non appassioni. Che si possa giudicare una divertente operazione di testa, ma che lascia freddo il cuore e la pancia. Ed invece è quella che bisogna colpire. Quando un romanzo, uno scritto, si sente nella pancia, allora ha colpito nel segno. Ci sono gli scritti di testa, che fanno piacere perché stimolano i due neuroni a me rimasti. Ci sono gli scritti di cuore, che scaldano il muscolo ferito da tante battaglie. E poi ci sono quelli che colpiscono tutto, e prendono la pancia con forti pugni e forti mangiari per farti sentire vivo. Non sono solo quelli negativi, perché un bel manicaretto può rendere più allegro il nostro momento di vita. Niente pancia qui. Ma (come ho già detto altrove) gli voglio tanto bene che continuerò sempre a leggerne.
Camilleri, nel tempo, è diventato il leader della mia biblioteca privata, con ben 32 titoli e Lucarelli è poco distante (ma a parte un paio, ho quasi tutto il pubblicato). Motivo per cui mi sembra dolente citarne ancora.
Finiamo con il magistrato tarantino, di cui cominciai a parlare già nel dicembre del 2006, agli albori delle trame.
Giancarlo De Cataldo “Nero come il cuore” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato 9,60 euro)
[in:23/04/2010 – out: 03/07/2010]
Parziale riscrittura del primo romanzo scritto per i gialli Mondadori nell’89. Ed un po’ si sente. Soprattutto se non si presta attenzione a quelle righe di quarta che ne spiegano un po’ la nascita. Altrimenti sembra un romanzo un po’ rifritto, con dei temi che più crudamente avrebbe sviluppato Veit Heinichen per Trieste. Ma qui siamo a Roma (patria d’elezione delle epiche di De Cataldo) alle prese con l’avvocato dei neri (di pelle) e degli emarginati Valentino Bruio. Che, come dirà un personaggio ad un certo punto, ha il grande difetto di essere un puro. E come tutti i puri, arriverà alla verità, ma, forse, né ai colpevoli né alla loro punizione. Letto nella sua prospettiva storica, quindi, ha una serie di spunti interessanti. Pensando all’anno della prima scrittura (1989) troviamo la descrizione di una Roma in via di “extra-comunitarizzazione” ma ancora vivibile. Troviamo la gente di colore che ancora si sente “comunità” per essere sfuggita ai tanti orrori degli anni ’80 africani. Passeggiamo per la stazione Termini (quasi) senza avere troppa angoscia. E la solidarietà tra l’avocato ed il sudafricano Rod (con i suoi alti e bassi) è ben degna di un’amicizia di lunga durata. Ma quando si entra nel mondo del benessere si sente lo stacco. Nel mondo dai doppi cognomi l’avvocato è fuori posto. Ed anche De Cataldo non si muove a proprio agio. Lì tra finanzieri filibustieri, chirurgo plastici più adatti alla forchetta che al bisturi, la storia ha i suoi nodi, nel senso che si viene a scoprire il perché delle due morti che costellano il romanzo. Ma anche i suoi punti irrisolti. Il voler descrivere ma dove l’empatia è nulla, la descrizione latita. Si vediamo il vecchio Angelo, la focosa Giovanna, il piccolo Nicky. Ma non se ne trae il senso del vivere quotidiano. E che dire del dottor Poggi il cui unico dio sembra essere (è) il denaro? Potenza dei nomi. Ci si inzeppa anche l’ucraino ex-armata rossa, ed abbiamo un quadro completo della mistura dei sapori del romanzo. Non se ne potrà uscire che con l’amaro in bocca, che tanto i “buoni” latitano sempre. Al massimo sono ottimisti come il commissario, che per la sua dirittura comunque sarà premiato con un trasferimento al Nord! E la parte finale, intrecci di soldi e cliniche è debolina, anche se riscritta in occasione di questa ripubblicazione. Infatti, il romanzo risulta registrato nel 2002 (ma, come detto, è un falso). Insomma, De Cataldo ha un bello scrivere, e delle tematiche che ricorrono (sia nell’empatia verso lo straniero che ritroveremo ne “Il padre e lo straniero” sia nella comprensione dei meccanismi criminali di basso livello, che ritroveremo molto meglio espressi in “Romanzo criminale”). Sufficienza piena per una lettura in questo caldo luglio romano.
“la vita avrebbe deciso per me e non sarebbe stato un gran danno. Avevo sentito dire, una volta, che gli indecisi sopravvivono grazie ai capricci del caso” (41)
“ricorda che … non esiste al mondo la donna che fa per te. Tu sei un Attila dei sentimenti “ (60)
Veniamo ora all’elenco delle letture, che riferendosi al mese di agosto, non può che essere breve e conciso (in Sudafrica non si è avuto molto tempo da dedicare ai libri), anche se il livello è superiore alla media.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Pieter Aspe
Le Carrè de la vengeance
Le livre de Poche
7,30
4
2
Franco Arminio
Nevica e ho le prove
Laterza
9,50
2
3
Evelyn Waugh
Quando viaggiare era un piacere
Adelphi
11
4
4
Amos Oz
Scene dalla vita di un villaggio
Feltrinelli
s.p.
3
5
Maj Sjowall & Per Wahloo
L’uomo sul tetto
Sellerio
13
3
6
Arturo Perez-Reverte
La pelle del tamburo
Net
7,80
3
Solo ieri ho scritto, e molti ancor non hanno letto. Allora poco aggiungo cercando l’inversione tra aggettivo e nome. Comunque sempre un …

venerdì 23 marzo 2012

Vulcanico… - 31 ottobre 2010

Mi dispiace deludervi, non si tratta di un autore scoppiettante, ma di un interessante scrittore del panorama nordico, ed in particolare islandese. Parleremo oggi di Arnaldur Indriðason, e del suo personaggio, il dolente ispettore Erlendur Sveinsson. Si respira un clima rarefatto, e leggendolo vengono fuori fumetti dalla bocca, anche in piena estate. Immersione in un mondo di strani e formali rapporti, di persone che in fondo quasi si conoscono tutte (e d’altra parte con la genesi di nomenclatura è facile), ma anche (o forse per questo) di caldo odio e grandi passioni. Tutto sommato, guadagna un bel posto di rispetto nella letteratura nordica, accanto a svedesi e norvegesi. I danesi non li amo ed i finnici non li trovo. Ma andiamo a tramare.
Arnaldur Indriðason “La voce” TEA euro 8,60 (in realtà, scontato a 1,75 euro con Feltrinelli +)
[in: 07/02/2010 – out: 26/04/2010]
Un islandese, il primo, comperato in tempi non vulcanici. Interessante, anche se non bello. La prima domanda che torna è quella che mi faccio da qualche tempo, sulle traduzioni. Infatti, non si capisce se il testo viene tradotto dall’originale o no. Spero che l’ottima Silvia Costantini sia una “islandica” perché non mi aggradirebbe una traduzione di traduzioni. E per restare al tema “vulcanico”, il libro mi ha dato anche spunti per interessarmi a qualche spigolatura su queste terre del Nord. Prima di tutte, la lingua con quelle sue 32 lettere, complicate da segni grafici strani, come la d tagliata del nome dell’autore (la riporto qui minuscola ð e maiuscola Đ). Poi la genesi dei nomi, con quei suffissi a significare figlio di (son) o figlia di (dottir). Quindi, per poca confusione, meglio usare i nomi propri, che sono più vari (e molti di origine vichinga). Che spiega anche l’uso dell’indirizzamento diretto (ci si da del tu, anche in situazioni formali) proprio di molti posti affacciati sul Mare del Nord. E dandoci del tu, ci immergiamo in questa puntata di mezzo delle vicende del commissario Erlendur (altre ne sono uscite prima, e vedremo se recuperarle). Tipicamente (almeno nel mio immaginario) inserito nei luoghi. Orso solitario, con qualche guasto alle spalle (un matrimonio finito, forse più per consunzione che per altro, due figli un bel po’ sbandati) e molta solitudine dentro. Che viene ad indagare sulla morte di un cinquantenne portiere d’albergo la vigilia di Natale. Con tenacia, aiutato da fidi ispettori che si sguinzagliano per la piccola isola, si scava, si trovala storia del povero Gulli (che in realtà si chiama Guðlauger, ma è impronunciabile), splendida voce bianca fino ai 12 anni e poi scomparso nelle melme di quegli ex-bambini prodigi che non riescono a crescere (o che i genitori non fanno crescere; quanta dolenza in questi rapporti padre-figlio…). Veniamo a toccare tutte le sordità di questo mondo che qui, da migliaia di chilometri a sud, sembra pacifico e scorrevolmente banale, ed invece si rivela (si può rivelare) duro in modo insopportabile. Alcuni piccoli sotto-finali ben congeniati (anche se senza il ritmo serrato cui ci abituano gli anglo-sassoni) portano ai discioglimenti, sempre dolorosi. Rimane la voglia di capirne di più, e credo che altri Arnaldur entreranno nella mia biblioteca, in attesa, prima o poi, di vedere dal vivo i geyser fumanti.
“So cosa si prova a non sopportare più se stessi … è una sensazione che non ci togliamo mai di dosso. Ce ne possiamo liberare per un po’, ma poi quella torna sempre” (177)
“quando uno prende una posizione, poi non fa niente per cambiarla. Perché non vuole, credo. E il tempo passa, gli anni passano, finché poi si dimentica la sensazione, il motivo che aveva scatenato tutto quanto, e io ho dimenticato, di proposito o meno, le occasioni che avrei avuto per rimediare a quanto era andato storto, e poi a un tratto è stato troppo tardi” (237)
Arnaldur Indriðason “Sotto la città” TEA euro 8,60
[in: 30/04/2010 – out: 16/06/2010]
Secondo libro letto dell’interessante islandese, e (ma quanto mi ripeto) in ordine cronologico precedente quello già recensito. Anzi, se i  miei dati non sballano, dovrebbe essere il primo tradotto in Italia (non il primo della serie, sarebbe troppo). Certo, così alcuni giochi non prendono (soprattutto il rapporto tra Erlendur e la figlia Eva Lind, sempre sull’orlo della crisi, ma che sappiamo come si evolverà). L’interesse principale è che Arnaldur costruisce un “caso” intorno ad una delle specificità islandesi: il problema genetico. Infatti, prima che per i vulcani (e mi aspetto che anche da lì prima o poi nascerà un caso), l’Islanda era nota agli appassionati per la sua specificità genetica. Come tutte le isole, è facile che il patrimonio genetico venga mantenuto, visto che (soprattutto in un posto un po’ sperduto come l’isola dei ghiacci) i matrimoni avvengono tutti all’interno di un ceppo che, per quanto lontano nel tempo, poi si riduce a pochi esemplari. Tutto nasce da una morte violenta, e da lì, passo dopo passo, tassello dopo tassello, Erlendur e la sua squadra, che ormai impariamo a conoscere (Sigurður Óli e Elínborg, qual è l’uomo e quale la donna?)  risalgono ad una serie di accadimenti. Uno stupro, una bambina morta di tumore al cervello, la vita violenta del morto. E via a ritroso nello spazio e nel tempo. I disvelamenti avvengono con calma, oserei dire con una calma nordica, anche se il ritmo è abbastanza serrato (non siamo in un hard-boiled americano, ma neanche in un giallo d’interni all’Agatha Christie). Fino al solito finale un po’ tristanzuolo, anche se ben congeniato. Mi sa che per ora è un altro carattere portante di questa letteratura che mi va svelando mondi a me poco noti. Intanto, nella mia nota “puntigliosità”, mentre dal primo mi era venuta la curiosità sulla genesi dei nomi, qui me ne viene una seconda, al solito scatenata dalle orrende note di quarta di copertina. Allora, il titolo originale del libro è “Mýrin” che (come tutti sanno) in islandese significa “Palude”. Ora è pur vero che la palude può stare sotto una città, ma gli estensori delle note partono da questa definizione, per imbarcarsi in un filone che poi nel libro ha la sua importanza, di critica sociale, come tutti i nordici ci insegnano sia importante, rispetto all’atteggiamento a volte spregiudicato dei medici. Al contrario, il titolo si riferisce ad una diversa palude, molto più critica del sistema sociale islandese. E riferita al malcostume di costruttori edilizi che edificano nuovi insediamenti urbani sopra delle paludi, costruendo delle case che in breve tempo si fatiscentizzano. Comunque, fatto anche questa volta il punto sul mio “rompismo”, torniamo al libro, ad Erlendur che mi sta discretamente simpatico per quel tocco di umanità “negativa” che ci portiamo appresso un po’ tutti (è facile fare gli eroi giovani e belli diceva il nostro amico Guccini), ad una vicenda ben costruita ed al prossimo appuntamento con le saghe nordiche. Sperando che prima o poi, i curatori si decidano di dare ordine alle storie di Arnaldur.
Arnaldur Indriðason “La signora in verde” TEA euro 9
[in: 10/05/2010 – out: 30/07/2010]
E continuando nell’anarchica lettura, questo si colloca temporalmente dopo il precedente ma prima de “La voce”. Quindi purtroppo sappiamo già come prosegue il rapporto tra Erlendur e la figlia Eva Lind. Ma ritroviamo con piacere l’andamento ondivago del narrare di Arnaldur, sempre su e giù tra passato e presente, qui tra l’altro con uno scarto di almeno 50 anni tra i due. Diciamo anche che il buon vichingo riesce a gestire (abbastanza) bene le diverse trame. C’è il presente con la storia della vita di Erlendur, dei rapporti con la figlia e dei sensi di colpa mai sopiti verso il fratello morto in gioventù (tutto torna). Ed ancora il presente con le storie dei suoi due collaboratori Elínborg e la sua strana sensibilità e Sigurður Óli, la sua rudezza e la sua storia d’amore tormentata. E c’è il passato, quello delle violenze familiari di Grimur verso la moglie, dei tre fratellini persi in questa tempesta d’odio, la storta Mikkelina (che risulta sempre la più simpatica e vitale, nonostante le sue menomazioni), l’adolescente Simon che non sa come aiutare la madre ed il taciturno Tomas. E c’è la storia (che forse si intreccia e forse no) di Benjamin e del suo sfortunato amore. Il tutto catalizzato dal ritrovamento di uno scheletro. Di chi sarà? Della fidanzata di Benjamin, della moglie di Grimur o di Grimur stesso? La storia scorre piano, come si addice ad un tempo islandese che non sembra aver fretta, tanto che ci si può permettere di indagare su una morte avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Si intravedono i grandi spazi di questa isola che prima o poi si conoscerà, i suoi freddi, la sua parlata strana (ottimo l’intervento dell’americano che cerca di parlare la lingua). E dolentemente, mentre aspettiamo di capire se Eva Lind riuscirà ad uscire dal coma, la storia scorre ed arriva al suo giusto epilogo. Solo un appunto, che verso la fine uno dei fili (e non vi dico quale) si sfilaccia un po’. Ma per il resto bene, la scrittura, la trama. Ci si proietta in toto in questo mondo di altri ritmi. Non solo, si affrontano anche alcuni temi “immortali”: gravidanze indesiderate, ma soprattutto la violenza familiare. Questa poi è quella che più mi colpisce, per la sua crudezza, per la sua innaturalezza. E per la facilità con cui la vittima accetta di rimanere vittima. È difficile, a volte impossibile, ribellarsi. Ma quanto dolore viene fuori da questa accettazione di situazioni inaccettabili. Non ho soluzioni. Solo rabbia. Alla prossima, Arnaldur.
“Il tempo … non risana alcuna ferita” (60)
Anzi, credo che della biografia comincerò un po’ a tagliare. Primo perché ormai su Wiki si trovano quasi tutti gli autori che leggo, secondo perché molte volte non è il primo libro dell’autore che leggo per cui rimando ad altre biografie (ma forse rimanderò solo ad altre trame) e terzo perché a volte per capire meglio il libro è ben inserire delle note nella trama e non all’esterno.
Infine, visto che ho scritto molte ripetizioni e rimandi, non vi ripeto tutte le vicende settimanali che andremo ad incontrare, purtroppo nessuna ha ancora raggiunto un punto stabile, per cui si continua ad arrancare. Spero solo di trovare un po’ più di tempo per vedere i miei cari amici, cui per ora lancio solo il mio solito…

giovedì 22 marzo 2012

La visione delle donne - 24 ottobre 2010

Nelle ricerche di lettura, un altro bel capitolo si potrebbe aprire sulla lettura maschile di libri che, al femminile, esprimono – analizzano situazioni poi comuni al genere umano. Un po’ come ne parlai a proposito della scrittura della Extebarrìa. Un capitolo duplice: perché se da un lato c’è quella diversità espressa dall’essere uomo – essere donna, dall’altra c’è la generalità della esposizione dei sentimenti in quanto tale. Altra domanda, infatti, è, perché, quando ne leggo in un libro scritto da un autore maschile, mi pongo meno domande sull’espressione dei sentimenti stessi. Lanciato questo primo sasso, veniamo alle tre autrici ed alla loro visione di sentimenti e vita. Una ormai storica per me, ben amata in altre sue storie, lasciata un po’ da parte ultimamente, ed ora ripresa in questo romanzo non bello ma che ho letto con piacere. Una che volevo leggere da tempo ed una che non conoscevo. Da tutte ho avuto rimandi contradditori. Buone sensazioni e sensazioni di incompiutezza. E di tutte e tre leggete meglio su Wikipedia.
Cominciamo con la napoletana, di cui scrissi la prima volta ben 4 anni fa sull’onda di quella lettura fantastica di “Mosca + balena”.
Valeria Parrella “Ma quale amore” Rizzoli euro 15
[in: 07/05/10 – out: 26/05/10]
Fatti subiti i ringraziamenti per il debito di riconoscenza a Loredana che mi fece scoprire questa autrice napoletana, e sottolineando che l’ho preso a prezzo pieno (una volta tanto) come auto-regalo di compleanno, che vogliamo dire di questa prova? Tutto sommato mi è piaciuta, come al solito i suoi libri. Certo ci sono momenti felici e passaggi più ardui, ma ha almeno tre frecce che mi hanno colpito. Perché parla di Buenos Aires, perché parla di Borges e perché parla d’amore. L’Argentina è da tempo in qualche angolo della mia testa, e passeggiare con lei tra Palermo vecchia e la Recoleta è stato un bel modo di iniziarmi ad una città che non conosco e che spero di conoscere. E poi Borges. In poche frasi, riesce ad esprimere l’odio-amore (ma molto più amore che odio) verso questo grande vecchio che primo mi ha iniziato ai mestieri del leggere. Non posso poi che assentire con lei, ritenendo la versione di Lucentini di ‘Finzioni” una delle migliori traduzioni che siano mai state fatte. Ed infine l’amore. Anche la fine di un amore. Visto da occhi che io non potrò avere mai. Tutto il percorso dall’accorgersi che si sta esaurendo, alla rabbia, alla volontà di fare qualcosa, ai diecimila propositi ed alle undicimila sconfitte. Ma ovviamente con occhi femminili, che mi fanno rivedere le stesse cose in altre prospettive. Un po’ come l’ultima esperienza con i detenuti, dove ho presentato i miei brani sia alla sezione maschile (e qui riconoscevo ed anticipavo le reazioni) sia a quella femminile (che mi ha sorpreso per le diverse valenze che ne venivano date; mi aspettavo qualcosa, ma è stato molto più bello di come pensassi, e molto più difficile). Anche qui viene messo bene in discussione il mio ruolo di maschio. Non che mi riconosca in Michele, anche se alcuni tratti sono presenti in molti maschietti. Ma è la percezione degli accadimenti che mi ha lasciato senza fiato. La profondità di certi dolori. La vetta irraggiungibile di certe speranze. Da qui non andrei a filosofeggiare sul tutto finisce, sulle difficoltà del vivere, sull’accettare le cose così come vengono. È un discorso che va un po’ fuori queste righe. Parrella comunque ne affronta alcuni margini, li lucida ben bene, e me li presenta perché anche io, maschio infingardo, li possa capire. Ci sarebbe poi tutto un capitolo da aprire sulla parte finale, su come si comporta Michele e sulle sue aspettative, e su come lei risponda. Ma ne parleremo con chi avrà voglia di leggere il libro, cosa che consiglio. E poi se ne discute davanti ad un mate caldo.
“Sono sprofondata in un’impasse del rapporto per cui non riesco a dire in modo naturale quello che sento.” (62)
“Un grande amore, quando diventa un ex grande amore, smette di essere un grande amore” (100)
Passiamo alla tosca, di tanti premi insignita, e che, in definitiva, non mi ha deluso.
Benedetta Cibrario “Rossovermiglio“ Feltrinelli euro 7,50
[in: 04/03/2010 – out: 29/05/2010]
Mi ero segnato di leggerlo dai tempi del Campiello di due anni fa. Ora l’ho letto, e tutto sommato con segni finali positivi, anche se per 200 pagine mi aspettavo qualcosa in più, che poi non è arrivata. I malevoli l’hanno etichettata come un ”Via col vento” in salsa toscana (o meglio al profumo di sangiovese). Seppur lo spunto ne apparenta qualcosa, la protagonista del romanzo mi è sembrata volare attraverso altri lidi, come un grande affresco di un mutamento epocale, iniziando la narrazione da un ormai lontano 1928 per terminare in qualche imprecisato anno prima della fine del secolo. Certo si vede che l’autrice ha letto, ed ogni tanto citazioni e rimandi affiorano alla penna. Come quando dice  “Ho diciannove anni e non so che cosa farmene”  che mi rimanda sempre all’attacco di “Aden, Arabia” di Paul Nizan o afferma con Tabucchiana precisione “Mi ricordo. SI, mi ricordo”. Per il resto è un buon gradevole alternarsi tra passato e presente, sul filo dei ricordi di questa anziana signora che nella tenuta toscana vicino Siena (che non a caso si chiama ‘La Bandita’) cerca di annodarli prima che siano inannodabili. E sul filo di quel passaggio ci si presentano ben descritti (si vede che è una signorina di buona famiglia) uso, costumi e andamenti mondani degli anni venti e trenta. Rimango sempre affascinato da quelle belle descrizioni (qui, come in Augias, o similia) che mi immergono in momenti atemporali e mi immagino un buon scrittore del futuro (anche prossimo) che con abile penna vada a descrivere i nostri anni ed il lettore coevo che tipo di immagine si figura. E ogni volta che mi immergo nel filo dei ricordi torna il buon Augè con i suoi ammonimenti (difficile che ti ricordi quello che è avvenuto, al più ti ricordi quello che ti fa piacere dell’avvenuto, e non scordiamo che il termine ‘fa piacere’ è inteso anche che possiamo ricordarci cose dolorose, ma che servono di stimolo al nostro cervello; e si andrebbe avanti per ore proustianamente ad aprire incisi su incisi). Ma “revenons à nos moutons“ come ammonirebbe il colto conoscitore di letterature. Ed alla storia che per soprassalti segue anche l’andare e venire del Rhett-Trott e del suo sparire misterioso poco dopo la fine della guerra, dopo però aver insegnato alla bella signora come fare del buon vino, cioè come fare l’ottimo Rossovermiglio del titolo. Ogni tanto poi incontriamo persone che si erano perse nei meandri della giovinezza. La focosa Nina, il cugino omosessuale Oddone, il Carlino, l’Aimone (che nome, eh?) e financo un bel pre-finale con Francesco Rocca di Villaforesta. Il finale scioglie molte riserve, ma lascia degli amari in bocca, come un pranzo in cui si è ecceduto un po’ in tannini. Questo per non dare il massimo dei voti. Da leggere accanto al cammino del Forte, sorseggiando un non troppo impegnativo ‘Lunediante’.
“Allora ebbi solo l’indubitabile certezza di essere bella, ai suoi occhi, come mai più sarei stata agli occhi di qualcuno” (28)
 “Se osserva la propria vita a ritroso, ognuno di noi è in grado di valutare il peso di alcuni momenti, che, per lo più, si sono annunciati in sordina – mattine annoiate, o serate che sarebbero dovute essere uguali a tante altre e che invece, inopinatamente, sono state dei punti di svolta” (65)
“Se sono stata pigra, forse lo sono stata di sentimenti: ho faticato a esprimere un’emozione o un turbamento. Sono stata semmai una lunediante del cuore” (81) (lunediante = operaio che non si presenta al lavoro il lunedì mattina per smaltire l’ubriacatura della domenica, per esteso sinonimo di pigro)
“Penso che non conosciamo mai veramente le persone. O forse, dobbiamo ammettere che gli individui cambiano, che le loro qualità nascoste emergono in superficie o s’inabissano definitivamente quando la vita entra in rotta di collisione con loro” (94)
 “Curioso come alla volte, per conquistare ciò che si desidera fortemente, ci vogliono in pari misura coraggio e sventatezza.” (105)
“sono invecchiata rapidamente, un secolo mi è sgusciato tra le dita in un soffio. Quando mi guardo indietro, mi pare di aver avuto vent’anni fino a ieri l’altro. Ne ho invece più di ottanta, anche se tutti si fa finta di non pensarci. Come si dice nel calcio, siamo giocatori in panchina …; in attesa di uscire, però, non di giocare” (142)
“I veri nomadi, lo so, hanno uno sguardo fermo e sereno, quando osservano il mutare dei paesaggi e delle consuetudini; uno sguardo che guarda fisso, avanti; è la prossima tappa ciò che conta, non quello che si lascia dietro; non li turba il cambiamento, né quella forma più sottile e incurabile di mutazione che è la sparizione.” (202)
Finiamo la risalita dello stivale nella mia rimembrata Udine, con questa giovane e comunque interessante autrice.
Valentina Brunettin “I cani vanno avanti” Alet euro 10 (in realtà, scontato 7,50 euro)
[in: 03/04/2010 – out: 30/06/2010]
Non eccelso, forse non bello, ma con qualche spunto che mi ha preso. Innanzi tutto c’è una piccola analisi da fare tra testo e contesto. È vero che bisognerebbe separare l’autore da quello che scrive e magari esprimersi sul testo. Ma la storia della Brunettin (che non conoscevo prima di comprare il libro) dà una lettura diversa anche al testo. La scrittrice una decina di anni fa alla tenera età di 18 anni vince un premio importante (il Campiello), poi scribacchia, poi tace fino ad ora. E cosa andiamo a leggere se non (uno dei filoni della storia che si intreccia nel libro) di una scrittrice che non riesce a scrivere. Cioè che vuole scrivere qualcosa di suo e si trova a scrivere qualcosa di altro. Letto in questa luce, l’ordito assume un calore forte in trasparenza. E la trama? Anzi le trame? C’è il filone principale, il rapporto tra questi due scrittori che si sposano e continuano a scrivere libri in coppia. Ma è una coppia sbilenca. Lui tutto teso alla meta, all’esterno, al bello. E tutto gli va bene. Scrive bene, ha una bella amante (l’ultima di una lunga serie) e tutte le sue cose volgono al bello. Lei tutta tesa verso di sé a chiedersi chi sia, a non stare al mondo, ad innamorarsi di persone sbagliate. Per scrivere, la sua scrittura rende sulla pagina. Non nel mondo reale, dove non fanno presa le sue storie di donne abusate. E si accartoccia su di sé. Fino a farsi male, fino a stare male. E poi c’è l’altro filone, quello sotteso, la storia che Emma vorrebbe scrivere e non gli esce dalla penna. Quella della cagnetta Laika, il primo essere vivente che esce dall’atmosfera terrestre. Vediamo assaggi di questa scrittura, e sono belli, coinvolgono. Fino all’incontro catartico con la poetessa che ha deciso di dedicare la sua vita ai cani. Ed alla comprensione della bellezza della semplicità canina. Di questo loro godere di quello che c’è (qui, ora, direbbe la mia mentore), senza farsi domande (ma se la fanno i cani?) su quello che era e quello che sarà. Accettando tutto, da cani, anche la propria morte, mettendosi da parte quando si capisce che è finita. Ma non Laika, che non vorrebbe mettersi da parte, ma che una mano altra pone dentro a quel missile che andrà in orbita. La Brunettin (ri-)dimostra una bella capacità di far uscire le persone dalla pagina in poche righe. Ce le fa amare od odiare perché lei le ama o le odia. Purtroppo poi si perde un po’, i fili si sfilacciano. Ma leggendo io stavo “soffrendo” con lei, perché si vedeva questo ordito che cercava di rompere la trama. E si capiva quando anche lei ha momenti stanchi, quando non riesce ad uscire da un pensiero che si contorce. Non tutti sono come il bel Virgilio, che una volta deciso, butta giù profluvi di parole, che troveranno ammiratori ed estimatori. Ma lui rimane tutto esteriore, una bella statua. Niente vita dentro. La vita è fatta per noi cani che stiamo male, che cerchiamo una mano consolatrice, che godiamo nello scorrazzare tra i prati. E ce ne andiamo senza salutare quando si deve partire. Per tirare le somme, una riuscita a metà. Spero che la scrittrice riesca a trovare anche l’altra metà della sua scrittura, perché sa mettere le frasi in fila, e non è da poco. La parte minore, volendo, è la doppia lettura che a volte si fa troppo palese e dolorosa, e ci si rimane viscosamente preda. Ma una lettura di incoraggiamento la merita. Brava, non mollare.
“spesso sembra che tu sia capace di scrivere grandi cose senza veramente capirle. Di questo non dispiacerti, perché nessun lettore vuole comprendere quanto sai, ma solo quanto sei in grado di dimostrare di sapere” (122)
 “Emma predilige gli abiti che la fanno sentire a suo agio (e il suo agio è vulnerabile e volubile, oltre che mimetico) mentre Virgilio predilige gli abiti che fanno sentire a loro agio coloro che lo circondano” (145)
“è troppo bruttina per innamorarsene ed è troppo intelligente per evitarla del tutto” (153)
“oggi mi accorgo che la cosa più importante nella nostra esistenza non è dire, ma tacere. E questo me l’hanno insegnato i cani. I cani stanno zitti: quando li accarezzi, quando dai loro da mangiare, quando li stai per sopprimere con una puntura. I cani mi hanno fato capire che nessuno di noi deve avere sempre qualcosa da dire” (156)
Non potendo rinunciare ai miei numeri mi verrebbe da dire che il prossimo autore sarà nato nel 1956 (vedremo …).
Andiamo allora ad incominciare un'altra settimana di grande intensità. Io devo concentrarmi ancora su delle cose da scrivere e sui viaggi da organizzare.

mercoledì 21 marzo 2012

Viaggiare in Italia - 17 ottobre 2010

Che è anche questo un bel viaggiare. Certo mi fa piacere tornare nei miei arabi felici, o scendere giù fino in Sudafrica o altro, ma anche l’Italia ha i suoi perché. E ci sono posti che adoro, dove torno volentieri ed altri che mi piacerebbe scoprire. O vedere con occhi nuovi. Quindi con piacere questa settimana torno alla mia amata collana di Laterza, una delle più azzeccate degli ultimi anni. Anche se, per la prima volta, uno dei libri mi ha un po’ non dico deluso, ma non raggiunge quella soglia di allegrezza di lettura cui la collana mi ha abituato. Anche gli autori sono interessanti, da quell’Enrico Brizzi che mi piacque da quel Jack Frusciante, anche se poi meno, a Mauro Covacich, una bella scoperta, per finire con Franco Arminio che, se non mi ha convinto come scrittore, mi lascia la definizione di “paesologo” che trovo bella e calzante.
Cominciamo allora on il bolognese Enrico, che non poteva che scrivere anche di Vasco.
Enrico Brizzi “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco” Laterza euro 10
[in: 04/09/2009 – out: 14/03/2010]
Un po’ ambivalente. Bella, intensa, la prima parte sulla giovinezza bolognese. Un po’ palletta la parte finale sulla Bologna odierna. Ne capiamo i problemi, ma poi si perde il filo di Vasco e diventa un pamphlettino sui mali odierni. Senza più lo scanzonato che si aggira per una Bologna che comincio anche a riconoscere. Sempre grazie comunque all’idea di questa collana ControMano, che continua a portarmi in luoghi e situazioni italiche che si devono vedere. Che senso ha, altrimenti, andare in giro per il mondo e rifiutarsi di girare anche l’Italia? Ed allora, ben venga questa Bologna, che nasce e cresce ai miei occhi sull’onda della musica di Vasco, che fa da sottofondo alla nascita e maturità del bolognese Brizzi che nasce e cresce sull’onda dei successi di Vasco. Infatti, Enrico è del ’74, e ricordo anche io, i primi anni ottanta, con le due apparizioni da ultimo in classifica di Vasco, con due canzoni che, diciamolo, hanno uno spessore rispetto a tutta la produzione sanremese di ben diverso tono. Ohi, stiamo parlando di “Vado al massimo” e “Vita spericolata”, mica c…i. E mentre Rossi spicca il volo dalle discoteche agli alti lidi attuali, Enrico fa altrettanto verso i suoi (e come dimenticare l’emozioni che si può provare quando Brizzi, maturo del suo primo libro, non a caso con la citazione sugli Red Hot Chili Peppers, intervisterà il suo mito?). Ma narrandoci nel contempo l’evoluzione cittadina e storica della sua città, che passa dal comunismo duro e puro ai guasti del macellaio Guazzaloca. Nell’ultima parte, l’ansia di dire qualcosa sul e contro il degrado di una città che si sente essere amata da Brizzi, un po’ fa perdere il filo. Fermiamoci qui, allora. Usando la mappa della sua evoluzione come mappa per andare in giro in questa città che per molto tempo ho misconosciuto e che ora, grazie anche a Luana ed altre locali conoscenze, recupero e riporto a dimensioni a lei più consone. Partendo da Porta Saragozza, e poi snodandosi dal Dall’Ara a Piazza Maggiore, da Piazza Santo Stefano all’Arcoveggio, per finire (oh bella) sempre dalle parti di Porta Mascarella…  Buona lettura.
“Credetti di intuire che gettarsi nelle situazioni a testa bassa potesse essere una buona tecnica per non covare rimpianti.” (77)
Continuiamo verso il Nord, in una quasi dimenticata Trieste.
Mauro Covacich “Trieste sottosopra” Laterza euro 9
[in: 20/01/2010 – out: 07/05/2010]
Sempre ottima la collana Contromano. E dopo la lettura di Covacich vien voglia di tornare nella città giuliana da cui si manca da molto tempo, magari per guardarla con questi occhi interni, tra il Castello, il Caffè, l’acqua e le osmizze. Inoltre, in questo volume della serie si ritorna un po’ alle origini, a quel raccontare la città da parte di chi la vive, mettendoci, ed è ovvio, ricordi ed immagini, ma con un onesto bilanciamento tra i due. Nella prosa di Brizzi su Bologna, ad esempio, c’era molto di lui ed anche della città, che però diventava una sua appendice. Qui abbiamo Covacich che comunque è presente, va in giro, parte dal castello di Miramare, passa alle spiagge rocciose dove si va ad appartarsi, non si dimentica i momenti duri della Risiera di San Saba o delle foibe, entra ed esce per i caffè, si aggira cercando Svevo e trovando Joyce, restituisce con durezza la storia del deportato di Piazza Oberdan, sale a Villa Revoltella, ed alla fine si perde a cercare il vino della casa nelle osmizze collinari (e qui ci vuole una digressione perché questi “locali” mi si ricollegano alla descrizione letta da non molto nei libri del tedesco triestino Heinichen dove proprio tra le osmizze si aggira per cercare quieta alla calura il buon commissario Laurenti, e leggendo di Trieste scritta da un triestino, riapprezzo quella che sembrava falsa ma che invece di gemella a questa scritta da un tedesco). Ed in quest’essere presente non si dimentica di sé stesso, della sua infanzia nei ricreatori (e non oratori, da bravi asburgici laici) fino alla tenerezza delle nonne istriane costrette a fuggire dai “titini”, ma che conservano un’umanità immutabilmente dolce pur nel dolore. Ma nel contempo ci fa vedere la Trieste di oggi, quella che lui chiama con una felice immagine, la Trieste di Sissi con il piercing all’ombelico (e bella è anche la digressione sulla principessa). Ovvio (ma chi mi sa non ne poteva dubitare) che mi ha incuriosito tutta la parte sul caffè e sui caffè. D’altronde non ci si dimentica che resta sempre la patria di Illy! Insomma un bel libro che riesce ad accompagnare una visita non rituale ad una città strana, che come ho detto sopra, meriterebbe di essere tornata a visitare (per finire una buona volta quel carrello di bolliti che ancora mi torna alla memoria). E non perdetevi le prime pagine sulla bora, e sul suo utilizzo per misurare la veridicità dell’informazione televisiva.
Finiamo con il “paesologo”, cioè il descrittore (parlatore) di paesaggi.
Franco Arminio “Nevica e ho le prove” Laterza euro 9,50
[in: 21/03/2010 – out: 04/08/2010]
Il primo ControMano che mi delude un po’, almeno questa è la sensazione che provo appena chiudo il libro. Non conoscevo Arminio, di cui si parla bene per la sua prova precedente (“Vento forte….”) dove dispiegherebbe la sua vena di paesologo. Ma quello non l’ho letto, e questo mi fa rimpiangere il non aver approfondito a suo tempo l’analogo ma molto più accattivante libro sui matti di Palermo scritto da Alajmo. Arminio (che ben si capisce ipocondriaco e che ai miei ipocondriaci amici consiglio) passa dai luoghi alle persone, cercando di narrare la vita, com’è scorrendo in modo altalenante brevi periodi fulminanti e lunghi pezzi, un po’ contorti (come quel Diario del porno ansioso che mi ha lasciato molto perplesso). E dai matti di Alajmo qui si passa ai morti, con quell’ansia dell’inesorabile morire che porta l’autore (o meglio l’io narrante) a vivere una navigazione perigliosa intorno alla sua vita, cominciando da monologhi ed andando sempre più affollando di personaggi e di voci la scena di questo paese senza posto e senza tempo, che però è senz’altro avvelenato dalla cicuta, come il nostro. Pessimismo totale, dove i vecchi si decrepitano ed i giovani non diventano adulti. Come quell’epitaffio doloroso e straniante sulla morte di A., rinchiuso in una silenziosa agonia, silenziosa come tutta la sua discreta esistenza. Certo, si nota il poeta, l’utilizzatore della bella frase, la cura per la parola. Ma l’effetto non è costante. La resa a volte lascia desiderare, anche se sempre viene fuori il dolore di vivere. La delusione viene dall’accumularsi di sensazioni dolorose, che non lasciano nulla, che trapassano e feriscono, ma senza vederne una volontà alcuna. Ferire per curare? Colpire con uno scopo? Alla fine non lo capisco. Rimangono così mini-racconti del vuoto di vivere, di cui non amo la brevità e non comprendo lo scopo. Forse (e questo potrebbe essere un elemento di giudizio) non è in sintonia con la voglia di sole che ho in questo momento. Lì nevica, ma io preferisco il deserto. (Per inciso ed in conclusione, comunque ammiro Arminio per il suo impegno civile in difesa del paesaggio come testimonia il suo blog “Comunità provvisoria”).
“Speravo di arrivare alla vecchiaia con un pessimismo luminoso … ma nessuno arriva in luoghi diversi da quelli in cui è partito, siamo sempre gli stessi. … Io sono sempre uno che voleva cambiare la sua vita, adesso ho capito che la mia vita è stata sempre la stessa” (54)
“Certe volte non litighiamo con gli amici perché abbiamo paura che poi viene poca gente al nostro funerale” (101)
Che dire di quest’altra settimana tormentosa? Non so perché ma mi viene alla penna un augurio di tranquillità, per tutti. Per chi si imbarca in nuove imprese e per chi le termina. Per chi parte e chi ritorna. Per chi cerca sempre la sua strada. Per chi la sta trovando.

martedì 20 marzo 2012

Italia minore - 10 ottobre 2010

Non nel senso di meno importante, ma perché i libri di oggi mi sono piaciuti meno del solito. Tre autori italiani, diciamo degnamente scrittori, anche se principalmente uno è giornalista, uno nasce disegnatore ed uno regista. Che sanno usare la penna indubbiamente, ma che, in queste tre prove mi hanno convinto meno del solito.
Cominciamo con il giornalista di cronaca nera di Repubblica che mi aveva intrigato (anche se on convinto) con il primo libro di una sua saga su emarginati e sul personaggio “out” di Lupo Solitario (anche se a questo preferisco lo stile giornalistico).
Massimo Lugli “L’istinto del Lupo” Newton Compton euro 4,90
[in: 16/04/2010 – out: 02/05/2010]
Migliora, anche se con alti e bassi, rispetto al primo letto un paio di anni fa. Nel frattempo, ho letto qualche sua cronaca sulle pagine di Repubblica, e l’ho trovata piacevole. Quando si sanno mettere le parole una dietro l’altra, anche narrare di scippi e simili diventa un gradevole modo di porgere. Qui poi torniamo sul suo personaggio topico, il famoso Lupo Solitario del primo romanzo. E ne incontriamo bene o male la genesi, passando per tutta l’infanzia ed adolescenza, fino a trovarsi ad essere quel Lupo che ricordiamo del primo libro. In linguaggio cinematografico, sarebbe un “pre-quel”, dove ciò si narrano vicende anteriori. E qui c’è tutto l’anteriore del Lupo. Dell’infanzia con Mamma e Papà, dei primi turbamenti, del nascere della propria identità, della cattiveria scolastica (più dei coetanei, tra l’altro), del cane cui ci si affeziona, delle prime pulsioni sessuali. Fino all’incontro karmico con Tamoa ed il suo mondo, che come un turbine si abbatte su di lui. Certo, solitario era fin da piccolo, con una speciale empatia per gli animali, cui sentiva palpabilmente le sofferenze. Ma è dall’incontro con il vero solitario che esce fuori questo suo disadattarsi ad un mondo di regole e di convenzioni. Tamoa incarna quel filo sottile su cui si cammina (e ritorna in mente “l’equilibrio sopra la follia” del buon Vasco). Basta un pelo per stare qui o lì, a volte casualmente, a volte perché gli avvenimenti accadano e ci si ritrova a fare passo dopo passo scelte di per sé giuste ma nel complesso… non direi sbagliate, perché non è vero, ma difficili. Il buon corso in fuga da sé stesso gli figura quel padre, quel fratello maggiore che non ha avuto, si mette sul suo piano e gli travasa la sua conoscenza e le sue “perle” di vita. Non è un buono, non è e non sarà mai un santo, gli dà gli strumenti per vivere. Certo è un esempio forte, e come tutti i giovani un forte esempio è spesso fonte di immedesimazioni che vanno al di là del ragionamento. E che lo porteranno alle scelte, attuali e future, della propria vita. Torniamo anche qui ad incontrarci con quell’umanità ai margini, che da buon cronista di cronaca Lugli incontra ad ogni piè sospinto nella vita. E ce ne fa apprezzare il lato umano. Non nascondendoci che non sono rose e fiori, non è che tutto quello che fanno i barboni è un esempio di vita. Ma esistono, e Lugli non si tira indietro dal mostrarcelo. Poi c’è anche la vicenda umana, che seguiamo sul filo delle pagine, la ricerca dei cattivi che da qualche parte sono sempre presenti. Non se ne esce con il sorriso sulle labbra, anzi se ne esce con qualche domanda in più. Ma c’è voluto del coraggio a scriverne, ed è piacevole bere anche delle bevande amare. Forse non ci piacciono del tutto, ma se esistono (ed esistono), è bene conoscerle, ed avere un fratello maggiore che te ne parla.  Un appunto finale alla da me sempre non amata Newton Compton: perché lasciare scritto a pagina 292 che beveva Pernot, quando si sa che si beve Pernod (mentre i Normanni bevevan Calvados, come diceva Queneau)?
“Avevo imparato l’unica regola … che si era dimenticato di insegnarmi: un favore non si rifiuta mai, un aiuto non si contraccambia e non si paga. Si accetta” (251)
Passiamo, scendendo nel gradimento, al disegnatore satirico nonché commentatore nonché colonna di Emergency.
 Vauro Senesi “Il mago del vento” Piemme euro 6,50
[in: 21/03/2010 – out: 04/05/2010]
Pur preferendo i disegni alla scrittura, ci sono passi ed idee interessanti. Però con delle toccate volutamente politiche che a volte suonano un po’ forzate, soprattutto l’inizio e la fine, che sembrano quasi appiccicate dopo, a chiudere in un senso altro una favola comunque interessante. Si vuol dire che la guerra è sempre inutile? Che a volte (quasi sempre) tra chi uccide e chi muore c’è un bilancio di parità tra bontà e cattiveria? Sarò criptico (a volte non si può dire tutto di un libro) ma l’inizio e la fine li avrei tagliati (lasciando solo il bellissimo incontro con la “principessa”, toccante e illuminante). Ma il centro, la storia, è di altro taglio e, anche se lenta, scorre con interesse. Da un lato il vivere campagnolo di una comune famiglia irachena, con tutti gli alti e i bassi della campagna, dei rapporti familiari, e dei rapporti con il potere, lontano ma sempre troppo presente. Così vediamo Ali che parte per il fronte iraniano, e tutto quello che succede, e la guerra con il Kuwait, ed il tracollo del padre sotto il peso della vita che non capisce. E dall’altro, LA storia (quella maiuscola, quella che dovrebbe tenere il filo) con Fahim che, per malattia?, per miracolo?, per caso?, diventa improvvisamente sordo, ma aiutato dallo storpio Hassan a poco a poco fa di questo diversa abilità la prima fonte del proprio essere, fino a trovare la sintonia con i piccioni, e trovarsi con loro a girare per il cielo con gli occhi della mente. Ed a trovarsi a cercare ed a scoprire la sintonia con le cose cosiddette inanimate. Con le rocce, ma soprattutto con gli alberi, e con le palme da dattero. Assistiamo così al crescere ed al prendere sempre più coscienza della propria libertà. Perché seppur sordo, come dice Hassan, Fahim ascolta. E con i suoi piccioni volanti celebrerà la caduta di Saddam. Ma non sarà (e qui sono d’accordo con l’idea di Vauro, anche se non esce bene dalle pagine) una “liberazione”. La caduta del “tiranno” non è conseguenza o prodromo di una presa di coscienza. È imposta da quei carri armati americani, che vediamo all’inizio ed alla fine del racconto. E che hanno deciso autonomamente di venirli a “liberare”. Ma a loro, i campagnoli (ma anche i cittadini, e gli iracheni tutti) non resta che seguire il volo dei piccioni di Fahim, sperando un giorno di liberarsi in volo come loro. La favola è carina. La resa totale un po’ moscia. Ma sempre un appoggio meritano Vauro, Gino Strada e tutti gli amici di Emergency.
“Sordo non è colui che non sente, sordo è chi non ascolta” (168)
“Tutto ciò che devi sapere è già dentro di te. Nessuno può insegnartelo perché ti appartiene. Solo che devi scoprire di averlo, accettarlo e imparare a usarlo. Forse in quest’ultima cosa sì, io posso aiutarti, come la vita stessa nel suo accadere ti aiuta segnalandoti un cammino, il tuo cammino. Ma tu devi cogliere i segnali che ti dà, non dolertene o lamentartene perché altrimenti ti perderai per strada e sarai sempre infelice, ché quando non si conosce ciò che si ha si desidera continuamente altro e il desiderio acceca lo spirito” (198)
Terminiamo la discesa del gradimento con l’ottimo regista napoletano.
Paolo Sorrentino “Hanno tutti ragione” Feltrinelli s.p. (Regalo di Rosa-Emilio)
[in: 07/05/2010 – out: 14/06/2010]
Andava letto, ci sono passi grottescamente piacevoli, ma nel complesso non mi è piaciuto. Un lungo monologo che racconta la vita, con tutti i suoi alti e bassi, del grande Tony Pagoda, cantante napoletano di belle maniere (canore) che un giorno ha cantato davanti a Frank Sinatra. E che si è accompagnato in gioventù (sua) con Peppino di Capri. Ce lo dobbiamo immaginare con la faccia di Toni Servillo, perché così acquista una sua dimensione. E Sorrentino riprende gli eccessi dei suoi film migliori, mescolando la straniazione delle Conseguenze dell’amore con il truculento andare de L’amico di famiglia. E quindi, eccessi, cocaina come se piovesse, amori, furori, piccoli e grandi drammi quotidiani. Fino alla rottura, al non poterne più. A fuggire per vent’anni in Brasile. Ma non quello dorato di Ipanema, ma quello umido e scarafaggesco di Manaus. Dove vivono le donne più belle del mondo. E gli scarafaggi più antipatici. Per poi chiudere mestamente la parabola, tornando in Italia, al servizio di questa nuova classe dirigente senza spina dorsale, ma con tanti, tanti soldi. Dove incontra il ruffiano Tonino Paziente, che gli spiega la regola della vita. Qui, hanno tutti ragione. Ed è ovvio che Sorrentino prende ironicamente le distanze da questo mondo. Lo fa vedere in tutta la sua becera lordura. Tanto che a ritroso apprezziamo il commento del grande paroliere di Tony Pagoda, che odia tutto il mondo, ed ama solo le sfumature. Ecco qui le sfumature non ci sono. Ci sono torrenti in piena di parole. Sensazioni, giudizi, visioni del mondo. Ho narrato a grandi linee la trama perché poi ci si perde dentro. Cioè la trama non sarebbe capace di supportare così le più di 300 pagine delle parole di Tony. E questo me lo ha reso difficoltoso. Non capivo cosa voleva, cosa vuole dirmi. Dove mette le luci e dove le ombre. Io forse ho un mondo troppo schematico rispetto alla realtà. A volte, mi perdo molti toni di grigio. Ed ho bisogno di fare il tifo per qualcuno. Qui, non ci sono riuscito. Al massimo, ho fatto il tifo per gli scarafaggi che riuscivano a fare il guado nei bicchieri pieni d’acqua posti ai piedini del letto (e ne ricordo ancora, come invece non ci riuscirono nell’Amazzonia peruviana di Puerto Maldonado). E quando Mimmo, o Tony, o Tonino, o altri e altri, pontificano, io non vedevo l’ora che si arrivasse ad una nuova pagina, ad un nuovo momento della vita. Ecco, forse è una vita, ma non è la mia. Non la riconosco, e questo mi ha mandato in difficoltà. E non capisco gli osanna che si susseguono. Sorrentino è un ottimo regista. A me, come scrittore, non piace.
“Sempre la stessa rovinosa caduta nei matrimoni, col tempo ci si concentra nei dettagli, perdendo di vista l’ambizioso progetto iniziale. Forse perché quel progetto iniziale non era poi così ambizioso come si credeva.” (80)
“Ad un certo punto … avverti senza fondati motivi .. che si sta abbattendo la fine di un periodo. Dagli e dagli, poi lo capisci, che il gesto si fa meccanico, la battaglia stanca. Gli uomini, limitrofi alla tua esistenza, amici e conoscenti, prima erano uomini, ora sono comparse… sono trasparenti.” (187)
“è che io stanziale lo sono fino ad un certo punto. Ci ho il nomadismo al posto del deodorante sotto le ascelle, io.” (215)
“certe verità andrebbero sottaciute per sempre. Perché interrompono le amicizie. Le lacerano. Sono certi bluff che tengono vive le relazioni.” (257)
Detto anche che questa è la settimana centrale della Bilancia, mio pacato ascendente, facciamo un sentito omaggio a tutte le bilancine, in primis ovviamente mia madre.
Detto infine che oggi è un giorno cabalistico (10/10/10), sarà tuttavia ancora una settimana di passaggio e di passaggi. Vedremo…