domenica 24 giugno 2012

Ca1000ri - 02 giugno 2012

Festa della Repubblica e dovuto omaggio ad uno dei decani tra gli scrittori italiani (e si capisce dal titolo che ricorda anche si sia alla millesima recensione). Che sempre mi rimarrà caro per avermi regalato Ezechiele Sheridan (questo l’augusto nome del famoso tenente). E per aver ridato impulso ad uno scrivere civile che sembrava essersi perso. Non sempre è all’altezza. A volte si ripete. A volte è troppo prolifico, e mi fa preoccupare. Ma fino a quando farà sorridere mia madre continuerò a comprarlo con gioia.
Andrea Camilleri “La strage dimenticata” Sellerio euro 7 (in realtà, scontato 5,95 euro)
[in: 02/10/2011 – out: 14/11/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 1984]
Un Camilleri d’annata, alla ricerca della sua vena non Montalbaniana, senza molto dialetto, ma con molta Sicilia. Anzi con molto Porto Empedocle. Siamo ancora nell’era eroica della Sellerio, quando si pubblicavano piccole cose che servivano a riscattare piccoli fatti dall’oblio. Così come si era cominciato con Sciascia e Roussel. Camilleri, reduce o quasi dagli sceneggiati televisivi (di cui ricordo sempre i suoi per me “must”: il tenente Sheridan ed il commissario Maigret), non ha ancora iniziato a scrivere di Vigata e del suo commissario (la prima inchiesta sarà solo dieci anni dopo). Così come non ha sviluppato ancora gli stili e i modi della lingua mista che utilizzerà dal Birraio di Preston in poi. Qui, molto agilmente e velocemente, rievoca una strage minima, cui nessuno da più conto, ma che gli serve a mettere qualche puntino sulle “i” della piccola storia. In maniera centrale, perché la morte dei 114 detenuti (di cui in appendice riporta i nomi, ed è curioso leggerli, uno accanto all’altro, questi topoi siciliani, passando da Liborio Bonsignore a Giorgio Montalbano, da Stefano Mistretta a Giosuè Mineo, e via siciliando) avviene nel 1848, durante i moti siciliani di gennaio, nel carcere mandamentale della Borgata Molo del porto di Girgenti. E Girgenti diventerà Agrigento. E la Borgata Molo sarà il nucleo del comune di Porto Empedocle (dove nascerà 77 anni dopo il nostro Andrea). Ed i morti verranno sepolti sotto una croce, che diventerà località "crocidda", dove c’è la casa avita dei Pirandello. Con vena da cronista, passa in rassegna i pochi avvenimenti tra repubblicani e borbonici che avvengono in loco. Lanciando però dei messaggi che saranno costanti nella sua scrittura civile: la pubblica amministrazione corrotta, l’incapacità dei dirigenti delle forze di polizia, ed altre storture. Infatti, il colonnello Sarzana, comandante della guarnigione, quando iniziano i primi vocii di rivolta pensa bene di chiudere i detenuti nella fossa del castello, dimenticandosi che in quel modo non saranno solo privi della libertà, ma anche dell’aria. E così moriranno tutti e 114. Ma son solo detenuti, e Sarzana, fatto fuggire nottetempo, non pagherà il fio delle sue colpe. E di notabile Attard non potrà che stilare l’elenco dei morti, per poi far carriera e diventare il primo sindaco di Porto Empedocle (e dieci anni dopo ucciso con lupara di mafia). La morte di quei 114 detenuti segna in un certo senso una pietra nella nascita del comune, ricostruita anche con il filo della memoria della nonna di Camilleri, e di altri resoconti coevi (tra l’altro, lui e molti cittadini della borgata sono curiosamente di origine maltese). Ma almeno se ne tiene memoria, anche se ne spariscono le tracce tombali. Non così avviene per la seconda strage che rievoca, dice lui “come in una parentesi”, avvenuta nello stesso periodo in quel di Pantelleria. Lì, in più, essendo allora terra di contese feroci tra nobili stessi, tra personaggi oscuri e poliziotti depravati, quei 15 morti non vengono registrati per nome, e se ne perde traccia ulteriore. Quante sono state, e sono, le stragi grandi e piccole che si ripetono nel corso di anni e di decenni? Quanto si dovrà aspettare perché il vivere civile sia ripristinato a tutti i livelli? Ecco, l’affabulatore Camilleri non si spinge molto oltre. Non va in profondità. Ci lascia la solita amarezza dell’ingiustizia del potere e del premiare che si meriterebbe tutt’altro.
“Voi morti non siete tutti uguali.” (61)
Andrea Camilleri “Maruzza Musumeci” Sellerio euro 10 (in realtà, scontato 8,10 euro)
[A: 16/05/2011 – I: 03/02/2012 – T: 04/02/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 151; anno 2007]
Un nuovo episodio della “storia inventata della città di Vigata”. Camilleri in questa favola di or sono cinque anni, si diletta appunto a tirare fuori altri tasselli di una storia della cittadina in periodo pre-montalbanico. A volte lo fa con le storie legate a realtà e possibili fatti (incendi, furti, episodi durante il fascismo), altre volte con invenzioni e favole. Così come in questa, dove, come confessa in finale, sulla scia dei racconti aviti, tira fuori una delle tante possibili storie di questo paese quasi-di-mare. E per chi ha visto quei posti, per chi è andato passeggiando tra Scicli e Donnalucata, è facile immaginarsi un paese che unisca l’entroterra ragusano, con i suoi vicoli, le sue chiese e le sue campagne, con il mare duro che si affaccia verso le coste d’Africa. Inventando certo, ma un po’ ricalcando, anzi cercando di percorrere a ritroso uno dei grandi miti dell’umanità. Quello di Ulisse e delle sirene. Perché il nostro eroe è l’anti - Ulisse per eccellenza. Che odia andar per mare, e quando, costretto dalla vita ad acquistare della terra in riva al mare, vi costruisce su una casa con tutte le finestre verso la costa. Ignazio detto Gnazio ha già avuto un bel po’ di vita, nato a metà dell’800 e poi emigrato in America a cercar fortuna. Ma infin tornato (tremando tutto il tempo sulle navi a vapore) per non dover cedere alla mafia italoamericana. E si sistema come sopra detto. Ma ora, volendo metter su famiglia, cerca una sposa. E gliela trova la sensale del paese, la Pina. Che convince lui a sposare la più bella ed indocile giovane di Vigata. Maruzza la bellissima, che sogna (ma sarà sogno o realtà?) di essere una sirena. Tanto che si fa costruire da Gnazio delle piscine per potersi bagnare quando ha la “gana” di essere un pesce. Maruzza è bella e strana. Ma Gnazio è calmo e paziente. E soprattutto, conscio dei suoi limiti, ma anche consapevole della sua fortuna, asseconda le volontà della bella Maruzza. E ne sarà ripagato, da quattro figli: Cola, il maggiore che si farà intelligente e astronomo emigrando anche lui in America negli anni ’30, Resina, la prima femmina, che seguirà le orme sirenesche della madre e della nonna Minica, Calorio e Ciccina, gli ultimi due di vita e sviluppi normali (se così si può dire della famiglia di Gnazio, dove ognuno ha comunque qualche buona dota). E così, inanellando favole e situazioni realistiche, Camilleri ci narra le vicende di tutta la famiglia. Delle vendette delle sirene contro una famiglia di pescatori, i cui primi figli si chiamano tutti Aulissi e il loro cane Grò (dove si ben legge Ulisse ed Argo). Della strana casa che costruisce Gnazio, e che, fotografata dal buon americano di passaggio, diverrà il modello delle prime case dell’architetto tedesco Gropius. Delle strane poesie che in greco antico si tramando le prime figlie femmine della dinastia. Insomma, sospesi tra favola e realtà, scorrono gli anni e si compiono i destini. Chiudendo i cerchi lasciati aperti a suo tempo, quando Ulisse sfidò e sconfisse le sirene. E che ora le sirene, sconfitti i moderni Ulisse, e rappacificate con gli uomini attraverso Gnazio, possono tornare a vivere la loro pacifica vita tra mare e delfini. Non è bellissimo, bisogna dirlo. Che rimane tutto sempre un po’ sospeso. Ma una buona prova del Camilleri favolista (anche se a me piace più lo scrittore quando si impegna e si appassiona di furore civile), sorretta da una delle più serrate scritture in vigatese stretto tra le sue opere. Da fare impallidire tutti i romanzi del buon Salvo. Qui, proprio perché stiamo più sul versante favole, l’italiano praticamente scompare, ed il dialetto ci culla nelle sue onde, a volte incomprensibili ma sempre affascinanti. Diciamo da gustare con qualche bel dolcetto locale, sorseggiando una malvasia o uno zibibbo.
“Vecchiu ridiculu … com’è che ti capitò di pigliarti d’amuri a quarantasette anni?” (43)
Andrea Camilleri “La setta degli angeli” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato 9,80 euro)
[A: 04/12/2011 – I: 19/02/2012 – T: 20/02/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno 2011]
Un’onesta prova intellettuale, ed una prova d’amore, al solito, per la sua Sicilia. Di cui conosce pro e contro, che un po’ ironizza sui difetti, ma alla fine, non può che sottolinearne le virtù. Anche, e soprattutto, se queste vengono sopraffatte dalla malasorteria locale (neologismo di crasi per consorteria malvagia). Il nostro prolifico autore (ed anche il più presente nella mia pur vasta biblioteca) prende le mosse da un fatto realmente avvenuto ed utilizza, come elemento centrale della storia, l’avvocato Matteo Teresi. Avvocato che ha avuto una sua vita ben interessante, che, dopo gli avvenimenti narrati, decide di emigrare in America, dove farà l’avvocato delle cause degli emigranti, e dove morirà alla veneranda età di 96 anni. Il fatto centrale della storia è narrato nelle cronache della città di Alia e ripreso in due articoli pubblicati nel luglio del 1901, contenenti dichiarazioni di Don Luigi Sturzo e di Filippo Turati. Camilleri prende questo nocciolo duro, e lo trasferisce in una città inventata, e ci costruisce intorno tutta una serie di personaggi “tipici” della vita siciliana a cavallo del passaggio tra il XIX ed il XX secolo. Il mistero della città di Palazzolo è il contemporaneo rimanere incinta di alcune giovani locali, anche di buona famiglia e casata. Tutte ragazze a modo e non par dedite a fuitine o simili sotterfugi. Poiché non solo siamo in anni bui, ma anche in Sicilia, del fatto non se ne parla. O se ne parla a mezza bocca. Fatto che genera tutta una serie di equivoci e rovesciamenti di situazioni. C’è il solito circolo dei notabili (che spesso Camilleri utilizza come motore dell’azione, come nel racconto “La targa” degli inediti del Corriere). C’è il solito barone che capisce fischi per fiaschi, ed invece di capire il problema delle gravidanze, pensa ci sia un’epidemia di colera e scatena il panico nel paese. Panico che i parroci del paese stesso cercano di riversare su quello che viene considerato il sovversivo. L’avvocato Teresi, mazziniano e difensore dei villici. La situazione si intorbida, che il Regio Esercito invia uno squadrone con a capo un capitano torinese (ahi quale difficoltà per il siculo accettare un nordista!). Che pare allocco, ma poi si rivela anche lui “tutto d’un pezzo”. C’è anche il brigante Salamone che imperversa nelle campagne e si trastulla con fanciulle rapite, tra cui la Rosita che ne rimane sconvolta. Salamone verrà preso e fucilato. Rosita cercherà conforto dal parroco, ma rimarrà sempre più chiusa in sé. Tanto da saltare dalla finestra. Teresi intanto prosegue nelle sue indagini. Sul fatto che un ragazzo sia stato ridotto in fin di vita da un marchese del Circolo. Sulla morte di Rosita. Ed anche su quelle gravidanze che continuano ad essere misteriose. Gli sforzi congiunti di Teresi e del capitano porteranno alla soluzione di tutti i misteri, scoperchiando pentole che non andavano scoperchiate. Uno scandalo. Quello appunto riportato dai giornali e sopra indicato. Ma Camilleri è siculo, e sa che tutto si ridurrà ad ammuina. Che non si possono punire né notabili, né clerici, né mafiosi, né poliziotti. Insomma nessuno sarà colpevole di nulla, perché in fondo, i fatti non sussistono. Il capitano verrà, infatti, promosso e tornerà nel natio Piemonte. Solo Teresi rimane a prendersi i fulmini che continueranno a girare per il paese. E dovrà scegliere tra rimanere e subire o andarsene e dimenticare. Non torno al romanzo, ma come detto sopra, Teresi scelse l’America dove si trasferì trentino e vi rimase sino alla fine. L’operazione di Camilleri è carina, ma non tanto incisiva. Sì, vengono pur dati i soliti schiaffi a chi se li merita. E si vedrà fino in fondo la protervia dei “comandanti” siciliani (cioè di quelli che detengono il potere e sanno come esercitarlo). Ma non molto di più. Né molto a fondo vanno le solite vene ironiche, i bozzetti, ed altro. Forse perché sembra che li riprenda, a destra e a manca, da altri suoi scritti. In fondo, un libro decente, compagno di questi giorni di letto.
Andrea Camilleri “Il gioco degli specchi” Sellerio euro 14
[A: 02/06/2011 – I: 21/05/2012 – T: 23/05/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 204; anno 2011]
E siamo finalmente tornati dalle parti di Salvo! Era un po’ che si leggevano dei Camilleri disparati, e fa bene ogni tanto tornare al suo filone principe. Tra l’altro con una prova che risolleva un po’ le ultime uscite del commissario di Vigata, che si stavano attorcigliando e perdendo anche il poco smalto che avevano. Tanto che suggerivo l’ipotesi che avesse assoldato qualche scrittore-fantasma cui fornire l’idea e lasciar correre il testo. Qui, anche se in maniera non eccellentissima, si ritorna a calcare scene più usuali. Ed il nostro Grande Vecchio riprende in mano anche la sua bacchetta da regista teatrale, organizzando lo spettacolo scritto come una specie di recita da palcoscenico. C’è il protagonista, lui, Salvo Montalbano, al centro della scena, con i suoi ormai ben noti tic, e con l’andamento lento che lo porta dalle iniziali confusioni alla soluzione del giallo, ed anche a dare, qua e la, colpetti politico-civili che mai non guastano. Ci sono i corifei, suoi comprimari, anche loro ben incartati nelle loro caratteristiche pluriennali: Mimì Augello, ormai assurto al ruolo di “tonto felice”, quello che si muove senza capire ed a cui si devono spiegare le cose (così anche il pubblico capisce); Fazio, che da pedina di fondo, diventa sempre più un Montalbano in minore, capace di seguirne i ragionamenti, anche anticipandoli a volte; Catarella, la macchietta, il comico di spalla, cui si riservano siparietti, ma anche, a volte, momenti in primo piano (anche se altrove meglio si sfruttavano le sue capacità di sciocco tecnologico, mentre qui serve solo a smontare computer come fosse un meccanico d’officina; Adelina, con i suoi pasti favolosi (fin ad arrivare a celebrare festosamente i suoi arancini da collezione); la lontana Livia, che questa volta lì si mantiene, anche perché (come dissi nell’ultima uscita) o le si ritrova un ruolo, o meglio farla decadere (anche se qui, pur non essendoci, Camilleri ci fa capire che, tutto sommato, Salvo le rimane sempre fedele). E c’è la storia. Che comincia con delle bombe di vago stampo mafioso che non si sa perché scoppino dove scoppino. Che continua con i misteriosi vicini della villa di Marinella, i nordici Lombardo, con l’attenzione che poi si concentra sulla signora Liliana. “Bedda fimmina”, come direbbe Salvo. Che prima lo tiene a distanza, poi gli si butta addosso, anche senza arrivare al dunque (per le circostanze o perché Salvo pensa alla Livia lontana?). Con la scoperta della tresca amorosa tra la bella Liliana ed un giovane in odore di mafia della nuova generazione. Anche se il buon Antonio è ancora alle prime armi, ma comincia a fare il galoppino per uno dei boss locali (quelli della famiglia Sinagra, che ben conosciamo dal corso delle storie di Vigata). E con tutto il gioco di specchi che si viene costruendo intorno, dove tutto si vede, ma non è quello che sembra, o ben si travisa, o si muta in altro (come le scene di specchi al Luna Park, di cui si cita la più famosa, quella della “Signora di Shangai” di Orson Wells, ma che ogni trent’anni fa una sua ricomparsa a citazione negli anni ’70 in “007 L’uomo dalla pistola d’oro” e negli anni 2000, in “Tom e Thomas: un solo destino” – e se non trovate la citazione chiedete pure al vostro tramatore). Alla fine tuttavia Salvo riesce ad uscire da tutti questi specchi e porta a compimento la missione di trovare il vero assassino. Il disincanto di Camilleri per la giustizia è comunque palese, tanto da risolvere le sue personali “vendette” in modo extra-giudiziale (e di fare qualche colpetto trasversale alla politica isolana, dove mette lo sfuggente signor Lombardo al soldo del clan rivale dei Sinagra, comandato dalla famiglia Cuffaro; e chi sa di Sicilia ne può trarre conclusioni). Ma il romanzo scorre bene, la penna è felice, e noi ci riavviciniamo alla sua scrittura in modo più amichevole del passato.
“Non gli piaciva parlari delle sò cose, non gli piaciva essiri compatuto” (51)
Prima trama di giugno ed allora riporto i libri, non tanti né di troppa qualità, letti nel mese di marzo, più laotiano che italiano. A parte un buon Joseph Roth ed un pessimo Moravia, il resto decisamente nella media. Si è letto di meglio suvvia.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Zygmunt  Baumann
Le sfide dell'etica
Feltrinelli
10
3
2
Clive Cussler & Jack du Brul
I predatori
TEA
8,90
2
3
Antonio Tabucchi
Piazza d’Italia
Feltrinelli
7
3
4
Elizabeth Peters
Il caso del sarcofago scomparso
TEA
9
3
5
Nick Hornby
Febbre a 90’
Guanda
7,50
3
6
Marzia Musneci
Doppia indagine
Mondadori
4,90
3
7
Alberto Moravia
Gli indifferenti
Repubblica Novecento
4,90
1
8
Joseph Roth
La Cripta dei Cappuccini
Repubblica Novecento
4,90
4
9
Jo Nesbø
Il pettirosso
Piemme
11,50
3
10
Dino Buzzati
Il deserto dei tartari
Repubblica Novecento
4,90
3
11
Alfredo Colitto
Il libro dell’angelo
Piemme
11
3
12
Camilla Läckberg
La principessa di ghiaccio
SuperPocket
6,90
3
13
Angeles Mastretta
Donne dagli occhi grandi
Giunti
5,90
2

Vi dico poco, e aspetto molto. Peccato che pochi siano venuti allo spettacolo dei GARSS sull’acqua del 20 maggio. È stato bello, e speriamo di riuscire (tutti insieme) a farne qualcosa. Cosa? Lo vedremo le prossime settimane, spero.

sabato 23 giugno 2012

…e anche Tabucchi - 27 maggio 2012

Un’altra settimana di autori italiani, moderni. Con il piacere di ricordare, e il dispiacere che ci abbia lasciato, il lusitano Tabucchi. Abbiamo anche un Benni ventennale che pensavo mi piacesse di più. Un Guccini coevo, molto altalenante. Ed un onesto Maurensig. Si finisce con il primo Tabucchi, ribadendone l’interesse per quelle sue prime prove.
Stefano Benni “La Compagnia dei Celestini” Repubblica Novecento euro 4,90
[A: 2004 – I: 16/01/2012 – T: 19/01/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 315; anno: 1992]
Pensavo, speravo, immaginavo meglio. Per l’affetto verso Benni, la sua scrittura ed il Bar sotto il Mare. Ho letto diversi tipi di suoi testi, ma rimango sempre legato o a quelli immediatamente comprensibili (tipo Bar Sport) o alle sue poesie (la mitica “Dorme il cane nel canile…”). Quando passa a metafore, immagini ed altre acrobazie linguistiche, dopo un po’ mi perdo e non mi appassiono più. Come in questa lunga metafora o profezia sull’Italia ed i suoi guasti. Scritta lì sul margine tra la Prima e la Seconda Repubblica, ma già piena di tutto quanto i successivi venti anni ci hanno proposto. Colpisce, a ritroso, leggere profeticamente del berlusconismo, delle sue manie e delle storture che ha portato, come se fosse scritto anni ed anni dopo. I capelli, le barzellette, le manie, le televisioni (beh, queste forse erano le uniche già ben note). In un racconto che si intreccia, anche lì profeticamente, con il calcio (anche se dall’ottica di Benni, e quindi con qualche idea di speranza) e con la spettacolarizzazione di qualsiasi vicenda pubblica o privata, anche la più nefasta. L’ossatura della vicenda è, al solito di Benni, relativamente semplice. Ci sono degli sfortunati (orfani in questo caso) che vengono vessati in un orfanotrofio religioso. Fuggono per riabilitarsi, e cercano di partecipare (e parteciperanno) al campionato mondiale di pallastrada, l’unico tipo di calcio non ancora asservito allo spettacolo mediatico. In questo aiutati dalla bella bambina Celeste, discendente della fondatrice dell’orfanotrofio. Infatti, Memorino, Lucifero, Alì, Deodato e gli altri sono appunti i “Celestini”. Nella fuga vengono ostacolati dal clero, impersonato dall’esecrabile Don Biffero, dai media guidati dall’orrido Fumicoli e dalle truppe corrazzate del mafioso Buonommo. Tutti, in un modo o nell’altro, legati al grande capo di Gladonia (facile metafora di un’Italia vinta dai massoni del Gladio), il turpe Mussolardi. Su questa ossatura, Benni costruisce la trama principale, con i Celestini alla ricerca di orfani – calciatori ed altre avventure, e tutti i rami laterali ed immaginifici: la storia delle altre squadre di pallastrada, che si intrecciano dal Brasile alla Cina dalla Lapponia all’Africa, le vicende di Don Biffero (con tutta la ferocia anticlericale di cui è capace Benni), la scalata resistibile di Fumicoli (con il sottoprodotto del suo aiutante, una volta partecipante a cortei alternativi ed ora ridotto a registrare con il video le vicende mediatiche), i rapporti tra potere e mafia (dove quest’ultima avrà sempre la meglio). Ogni tanto qualche racconto nel racconto prende per le immagini e/o i sentimenti che può suscitare (il meccanico Alessio su tutti, ma anche le storie contorte di Celeste e dei suoi antenati, nonché quelle del famoso cuoco Passabrodet). Ma sono sprazzi, che tutto è sempre frammisto con travisamenti di nomi, indicazioni di possibili fatti, letture in controluce di situazioni. E seppur ammiro la fertile fantasia di Benni, la sua agilità nello scrivere, nel saltare qua e là e poi tornare al filone principale, tutto questo mi lascia discretamente freddo e distante. Lo guardo, ma non mi coinvolge, come dicevo. E la fatica di decrittare tutto ad un certo punto lascia il campo al sorbire il romanzo così com’è, aspettandone una fine che non può che essere quella che ci aspettiamo. Non consolatoria, non vincono i buoni, e nemmeno i cattivi. Benni sembra dirci che, in fondo, non vince nessuno, se non si cambia qualcosa. E gli unici che possono cambiare sono i bambini, i ragazzi, quelli che fuggono e si salvano prima del naufragio. Ci sarebbe da fare un bel paragone con la storia di Saviano che, cambiando tempi e situazioni, sembra essere simile di concetto, e dove ci si salva solo se ci si ferma prima. Anche perché pure nel racconto di Saviano si parla di calcio giocato in strada, quasi che volesse aggiornare le vicende dei Celestini venti anni dopo. Insomma, Benni rimane sempre un caro amico da leggere quando si può. Non, per me, in queste lunghe performance, ma magari in qualche altra cosa più breve ed immediata.
Francesco Guccini “Vacca d’un cane” Feltrinelli euro 7
[A: 17/05/2011 – I: 23/01/2012 – T: 26/01/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 137; anno: 1993]
Dal ritorno in città alla nascita della Musica (sì, quella con la M maiuscola, almeno per me). Questo l’argomento del libretto veloce di Guccini, che fa seguito a quel “Croniche epafaniche” che lessi molto ma molto tempo fa. Questi sono i libri autobiografici del nostro cantautore, che ripercorre brandelli della propria vita, a tappe, un po’ come seguisse il suo amato Fausto Coppi. Non sono le epopee di briganti dell’Appennino, più politiche e più serrate, quelle scritte a quattro mani con il grande Loriano. Sono le sue epopee personali, dove utilizza un misto di italiano e dialetto, un po’ reale e un po’ inventato. Purtroppo, per lui e per la mia comprensione, questa lingua reale mi è più lontana del pur meno comprensibile vigatese di Camilleri. Per cui quello si segue facile. E qui, un po’ mi perdo, nonostante un tentativo di glossario che cerchi di delucidare su radici, provenienze ed imbastardimenti della lingua. Una volta superato lo scoglio del linguaggio, rimane questa rapida volata, che parte alla fine della seconda guerra mondiale, quando Francesco, nato nel ’40, dopo cinque anni di Appennino, torna nella natia Modena. Anzi, Mutna in dialetto, da cui il suo vezzo di chiamarla “Città della Motta”. Ci sono alternanze di scritture e di rimandi a me lettore. Quando entra in prima persona su avvenimenti minuti (dai traslochi alle corse in bicicletta, dalla fame alla scoperta anche molto discreta dell’altro sesso, dalle bande di quartiere alle prime bande sui palchi) si segue bene. Con la dolenza di descrivere mondi che sono scomparsi, che vanno scomparendo. La prima comunione lisciata per colpa di un’indigestione, ma con il regalo di un orologio, che come il mio non indossai mai. Il passaggio dai pennini alla biro. Il freddo delle case. Le prime elezioni del ’48, con la grande lotta tra Democristiani e Fronte Popolare. I bagni senza bidet. Le corse sui marciapiedi delle coroncine metalliche delle bevande. Io non ero così specializzato come loro, ma monomaniaco: solo acqua frizzante MineralNeri (quella mitica “se bevi neri, ne ribevi”, impagabile). Poi ogni tanto, si lascia andare a pistolotti vari, a pagine in terza persona con ricerca di metafore e voli pindarici vari. E qui mi perdo e, purtroppo, si perde anche lui. Come nel lungo panegirico sull’America lontana, sui miti di là dell’Oceano e sulla loro (impossibile) trasposizione nella Pianura Padana (che poi risolverà molto meglio su disco, nell’LP “Tra la Via Emilia e il West”). Meglio tornare con i piedi per terra, con quell’accenno (unico per cognome) al caro amico Bonvi, due righe di una delicatezza infinita (che suppongo aggiustate nella seconda edizione, uscita un paio d’anni dopo l’assurda morte del disegnatore). Un po’ di corso, il passaggio dalla Modena delle scuole medie alla Bologna dell’adolescenza (forse più sviluppata nel successivo “Cittanova Blues”), anche se lì non possiamo non notare le prime scorribande sonore con Alfio (Canterella, batterista) e Victor (Sogliano, bassista). Che ci fanno ricordare come all’epoca, io ignorante, mi domandavo perché l’Equipe 84 suonasse quella bella ballata intitolata “L’antisociale”. Tuttavia, nonostante l’affetto per il cantante, motivo per cui non parlerò mai troppo male anche dei suoi scritti, continuo a preferirlo in primis con la musica dietro, ed i secondi insieme a Machiavelli. Certo, non dimenticherò mai, che il secondo LP che comperai, fu Folk Beat n.1, e che del grande Francesco avevo tutti gli LP (confessione di peccati di gioventù, ma neanche tanti, il primo LP che comperai fu “1999” di Lucio Dalla). E continuerò a volergli bene, come ad un fratello maggiore quando ci regalò Cyrano. Ma qui è minore, e va detto. Alla prossima, avvelenato.
Sandocan col quale voli e trasvoli, scordi buio e compiti, che ti dici, ma se la vita fosse solo leggere e senza compiti e altre balle non sarebbe più tògo?” (35)
“E capisci che la vita, se vorrai davvero viverla come va vissuta, nella sua complessa completezza, consisterà solo in una gràan serie di difficoltà una via l’altra, senza riposo.” (37)
“Ci sono giorni nella vita di fondamentale importanza, momenti che ti segnano da lì in avanti, ma quando ci sei raramente te ne accorgi o non ci pensi e dopo non te li ricordi.” (52)
PS: le parole sottolineate sono scritte così da Guccini, non sono miei errori di battitura. All’epoca inoltre, tògo era sinonimo di figo.
Paolo Maurensig “Canone inverso” Mondadori euro 9 (in realtà, scontato 8,20 euro)
[A: 11/06/2011 – I: 08/02/2012 – T: 10/02/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 150; anno: 1996]
È sempre gradevole la scrittura del goriziano Maurensig. Contiene tracce di quelle atmosfere austro-ungariche un po’ alla Marai che predispongono alla bella lettura. Non è riuscitissimo il libro, nel complesso, ma come mi insegnò la mia maestra di vita, cominciamo con le note positive che per le critiche c’è sempre tempo. Nel meccanismo un po’ datato della narrazione a scatole (io che racconto e nel racconto si innesta un’altra trama) esce fuori il potente ritratto di questo musicista ungherese (o forse sloveno) tra le due guerre. Il tentativo dello scrittore era quello di riuscire a scrivere qualcosa che sapesse di musica, e per farlo riempie di musica e parole le scarne pagine. E pur non sapendone di violini (altri strumenti sono a me più noti e familiari), ci fa partecipi della bellezza e della sofferenza del suonare. E tra le scatole che si aprono seguiamo l’epopea di Jenò, il suo amore per la musica, la sua predisposizione, il conservatorio bello e terribile, l’infatuazione per Sophie, il rapporto di amore fratellanza con Kuno. E poi la nascita dei contrasti, l’irrompere potente della barbarie nazista, che spazza via l’Austria e la musica del mondo. Per poi ritrovarci a chiudere le scatole, vedere (immaginare) la morte di tutti gli ebrei della vicenda (e ce ne sono). La difficoltà di ritornare a vivere (forse l’impossibilità). Fino a scoprire identità (facili) e disuguaglianze (meno pensabili) tra i vari personaggi. Con quell’alone di mistero che lascia tutto un po’ sospeso, tra sogno e realtà. Quanto ha bevuto lo scrittore. Sarà tutto possibile? Ma Jenò e Kuno quanti sono? Perché molte domande rimangono infine sospese, lasciando un po’ a noi la decisione tra scegliere una risposta razionale o una emozionale. E pur tuttavia ci ritroveremmo a bere buon vino in qualche bettola fuori Vienna, così come ci insegnava Heinichen nelle sue osmizze tridentine. Tuttavia (cominciano i punti sospesi), il tentativo di fare un romanzo di musica non riesce a pieno (forse qualche fine conoscitore, che sappia di Bach e di Brandeburgo e mi possa spiegare se l’andamento del racconto sia assimilabile ad un “canone” classico, dove più voci riprendono uno stesso tema a distanza di vari intervalli, e se sia “inverso”, cioè dove la prima voce sale la seconda scende), almeno la musica c’è, nello sfondo ma non così potentemente come sembrerebbe nelle intenzioni dell’autore. E credo di non ricordare romanzi che siano “musicali” (aiutatemi, se vi sovviene). Scontato è l’inserimento temporale, e l’equivalenza tra conservatorio e prigione, tra nazismo e fine della musica. Ce lo aspettiamo fin dall’inizio e puntualmente arriva. Mentre non mi aspettavo tutte le irrisolutezze, le involuzioni, le scene madri nel castello avito. Anche lì, i personaggi diventano un po’ troppo prevedibili. L’unico tentativo dello scrittore è di lasciare un po’ di margini a quelle atmosfere verrebbe da dire transilvaniche ma forse è un po’ troppo. Forse si concentra troppo nella lotta titanica benché priva di fisicità quasi fosse tutta mentale, tra Jenò e Kuno. Quasi a voler riprendere toni scacchistici, la dove la variante di Lunenberg mi aveva più convinto (sempre pensando alle “Braci” di cui all’inizio). Purtroppo è il messaggio complessivo che rimane monco. Si voleva parlare d’amore? D’amicizia? Di schizofrenia? Di immortalità? Rimane un esercizio di stile, con qualche bel passaggio e, comunque, con una bella facilità di scrittura e di lettura.
“Per mantenere intatta un’amicizia siamo disposti a fare di tutto. Sorprendiamo l’amico nell’atto più sconveniente, ma il nostro giudizio si appanna, la nostra indulgenza ci benda gli occhi, e l’amicizia ne esce intatta, e l’amicizia ne esce intatta, e anzi si accresce, come se ad alimentarla valessero, dell’amico, più i difetti che i pregi. Che cos’è l’amicizia, in fondo, se non una vicendevole, tacita assoluzione protratta nel tempo?” (111)
Antonio Tabucchi “Piazza d’Italia” Feltrinelli euro 7 (in realtà, scontato a 5 euro)
[A: 16/05/2011 – I: 21/02/2012 – T: 12/03/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 150; anno: 1973]
Era molto tempo che non prendevo in mano un Tabucchi. L’avevo lasciato ai fasti portoghesi (“Sostiene Pereira”) anche se c’era qualche libro che avrei letto con piacere. Ma come gli amori giovanili, mi riveniva sempre in mente il primo che lessi, l’ottimo “Notturno indiano” ed in quel ricordo lasciavo passare libri e tempo. Ora, nel recupero di libri andati, ho invece ritrovato il suo primo scritto, ed ho deciso di affrontarlo. E bene ho fatto. Certo non è un capolavoro che stravolge vita e lettura, ma un onesto libro di quasi quaranta anni, con una sua bella struttura e tanti indizi che poi lo scrittore (allora trentenne) qualcosa avrebbe fatto nella vita. Una storia minima, come direbbe Scola, che si radica nella sua Toscana, tra campagne ed anarchici. Una storia di perdenti ma non di sconfitti. Che hanno nomi astrusi, come solo in Toscana riescono ad usare. Seguiamo così le vicende di una famiglia, che dagli amori per i Mille, decide di mettere ai primogeniti il nome di Garibaldo (che allora non si poteva dar per nome un cognome). E dei fratelli gemelli, Quarto e Volturno. E Gavure, Don Milvio, Asmara, Zelmira e Mangiaghiaia. Li seguiamo per buona parte del Novecento. L’arrivo del Re. La grande guerra (da cui Guidone torna con la friulana). I soprassalti socialisti. Le stampe anarchiche prima e comuniste poi, ma sempre clandestine. I fasci. Ed altri avvenimenti “grandi”. Ma anche tanti piccoli. L’ultimo Garibaldo che cerca fortuna in Argentina, ma impara solo a suonare i tanghi. La vita di paese, con gli amori, le amicizie, gli odi radicati, le mammane, le “curandere” e tutto il coro di gente che in quei paesi viveva al ritmo della natura. Come recita il sottotitolo, seguiamo i tre tempi della vicenda, facendo il tifo che prima o poi Asmara e Garibaldo si decidano a coronare il loro sogno d’amore. Ma il tutto preceduto dall’epilogo (un bel colpo di cinema) che fissa sin dall’inizio l’unica possibile fine della storia. E chiuso dall’appendice di Zelmira che ricevette le confessioni estreme di Don Milvio, e che capiamo, noi che abbiamo seguito le parole pagina dopo pagina. Ma che il vescovo non capirà, mai. Perché anche il sacerdote è un perdente, e nonostante tutta la sua pietas, non riuscirà a trasmettere i germi del sentimento nuovo alla sua terra. Scritto quando già Tabucchi si avviava in quel del Portogallo, riesce a restituirci i sensi della terra, i contadini, i borghi, un mondo che a poco a poco scompare. Per essere sostituito da altro che non avrà più quella forza di coesione che dava la terra. C’è già quel senso di perdita, che tutta l’esegesi futura del mondo di Pessoa non potrà far altro che rinforzare il senso dolente dell’essere che pervade tutti gli scritti di Tabucchi che ho letto. Qui, purtroppo, non c’è neanche quel barlume di possibilità di riscatto che forse altrove appare. Ma è stato piacevole leggerlo, facendomi compagnia nelle lunghe attese di visite di controllo presso le nostre strutture mediche. E alzando gli occhi dalla pagina, con nella testa la campagna pisana, vedevo intorno a me altri e moderni sconfitti. Immigrati in fila per un controllo. Anziani in cerca di improbabili toilette. Pazienti, oltre ogni dire. Tutti, purtroppo, sconfitti dalla vita. E mi torna la voglia di altro Tabucchi. E soprattutto di altro Portogallo!
“Per vincere la codardia … bisogna essere umili. E per essere umili bisogna fare penitenza.” (53)
Così chiudevo. E poco dopo Tabucchi ci lasciava. Certo di altri suoi libri se ne leggerà, ma con un po’ di tristezza in fondo al cuore. Almeno ci resta il Portogallo. 

venerdì 22 giugno 2012

Classicamente italiani - 20 maggio 2012

Una settimana di classici (o forse no) tutti italiani. Da leggere, con interesse. Ma non con piacere o almeno non con quello che mi aspettavo. Si salva forse solo Pavese, e Buzzati per l’idea. Un po’ di atmosfera per Bassani (che mi riporta alla Ferrara di oggi ferita dal terremoto). Mentre continua a non piacermi Moravia. Mi hanno dato spunti di riflessione questo sì. Per cui ora se ne parla.
Cesare Pavese “La luna e i falò” Repubblica Novecento euro 4,90
[in: 2003 – out: 09/12/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 1950]
Un poco meno di bello, ma sicuramente interessante. Certo è pieno dell’atmosfera di più di 60 anni fa, quando Pavese lo scrisse. Ma letto oggi, pochi giorni dopo il libro di ricordi di Bianchi, ritrovo atmosfere e sensazioni e moderna eticità. Pavese fin dalle prime righe ci fa ritrovare nelle Langhe piemontesi, tra viti e campi. E non con l’occhio del ricordo dopo cinquanta anni, come Bianchi, ma con l’immediatezza della contemporaneità. Certo, anche Pavese fa un’operazione di memoria, saltando su e giù per il tempo. Ma lo fa per dar corpo e voce ad un discorso più ampio. Un discorso che parte dalla terra, vola per il mondo, toccando anche l’America. E poi ritorna lì alle radici. Quelle di uno che radici non ha, perché l’io narrante è, come si diceva un tempo, figlio di NN. Accolto da contadini, vive la vita della terra fino ai dodici anni, quando per alterne fortune i contadini devono tornare in città. Lui allora va a fare il servo alla Mora, il maniero dell’epoca. Quello dei signori. E delle signorine. Irene e Silvia, che fanno il bello ed il cattivo tempo (sono più grandi di 7-8 anni). Vanno con i maschi, e combinano guai. Lui si accompagna con Nuto, che ha 3 anni più di lui e suona il clarino. Poi anche la Mora andrà in rovina, per scialacquature varie. Ma lui è già soldato, a Genova. Poi prende il piroscafo per l’America. Arriverà, sempre spinto dal fuoco interno, fino in California. Farà fortuna, almeno sembra. E sentirà l’urgenza di tornare. Alle radici, a ritrovare cosa non si sa, ma a provarci. E riviene tra i bricchi e le gaggie. Trovando il cresciuto Nuto, che abbandonato il clarino, ora lavora il legno. E gli fa da mentore per le terre di allora. E per le persone di allora, che sono morte, che sono cambiate. La sua vecchia terra ora è di uno sciamannato contadino, rozzo ed ignorante. Che ad un certo punto va fuori di testa, bruciando tutto ed impiccandosi. Lasciando solo il povero Cinto, bambino e storpio. Lui, Anguilla come lo chiamavano da giovane, lo prende a ben volere, e convince Nuto a prenderlo a bottega. E dove le feste ed i falò di San Giovanni, tornerà verso Genova dove esercita i suoi mestieri finanziari. Ma prima avrà un ultimo lungo insight con Nuto, che darà modo al sodale di tanti discorsi di fare un salto di pochi anni indietro. Alla guerra che lì c’è stata davvero, e non sui giornali come chi stava in America. E gli racconta barbarie e ripicche, fascismi e brigate partigiane. Fino alla morte di Santina, forse repubblichina o … Lasciamo i punti di sospensione per darvi qualche voglia di leggere. Non come i curatori (barbari!) della collana, che mettono l’ultima frase del libro nella quarta di copertina. Una cosa “sempia” direbbe la Ginzburg. Tornando al testo ed all’autore, alla fine viene fuori, per me, una grande Odissea, dove Pavese, mutandosi nell’io narrante, va per il mondo a seguire “virtude e conoscenza”. Poi torna e con Nuto (un po’ Penelope, un po’ Virgilio) guarda il mondo che è lì. Nuto è la versione “etica e corretta” del sì che vorrebbe essere. Non senza peccato, ma con un’interna dirittura morale che porta Nuto a traversare il mondo, ad agire e ad indignarsi per le cose storte. Pavese si indigna, ma poi molla. Non trova il modo di essere, di agire. Si sente la sua mancanza. Si sente che è stanco. E sappiamo che da lì a poco, questa stanchezza, questa impossibilità lo travolgerà fino a togliersi la vita. Ma rimane il messaggio, quello che poi me lo fa ricollegare agli scritti di Enzo Bianchi: se non si può aggiustare il mondo - come vorrebbe la coscienza sociale di Nuto, che infine si scopre propria anche del protagonista -, almeno bisogna conoscere i ritmi, la terra, gli uomini e le loro storie, più spesso disperate, sempre inquiete. Sono contento, al fine, di avere avuto la costanza di leggerlo, anche dopo tanti anni.
“Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.” (18)
“Nuto disse ai ragazzi di lasciare la lucertola. – Lasciale vivere le bestie – aveva detto – si comincia così e si finisce con scannarsi e bruciare i paesi.” (22)
“Sono libri. Leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.” (98)
“I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. [Fanno cose diverse] eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro, e anche per loro sarà tutto passato.” (125)
Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi-Contini” Repubblica Novecento euro 4,90
[A: 2004 – I: 10/01/2012 – T: 12/01/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno: 1962]
Non mi ricordo (ma non credo) se lo avevo letto in gioventù sulla scia del film, che non ricordo particolarmente bello, se non per una rimembranza di Dominique Sanda (mentre avevo del tutto rimosso i personaggi maschili, sia il protagonista Lino Capolicchio, che le due ‘spalle’ Helmut Berger e Fabio Testi). Comunque ora, letto o riletto, non ne ho avuto un’impressione travolgente. Certo, si sentono i cinquanta anni trascorsi sulla scrittura. Ma il tono e la penna di Bassani sono sufficientemente senza età da non risultare (troppo) pesanti. È una storia, se vogliamo una bella storia, con due piani di lettura distinti, ed entrambi di interesse. Si legge anche in maniera scorrevole, che non ci si arena sulla pagina, come in altre scritture. Prende un po’ di testa, ma poco di più. Prende di testa uno dei piani di lettura, quello mi viene da dire esterno e di contorno. La fotografia di un momento di una generazione che, di lì a poco, sarà pesantemente falcidiata. I giovani che giocano a tennis nel giardino della grande famiglia ebrea ferrarese del Finzi-Contini, di lì a poco saranno travolti (come generazione, anche se non come singolo caso). Chi, come gli ebrei finirà dolentemente nei campi di sterminio. Chi verrà preso dalla guerra, mondiale o civile che sia. E tutti quei giovani nati durante la prima guerra mondiale tra il ’15 e il ’20 saranno segnati per sempre da queste vicende. Questa la parte, la lettura che più mi è rimasta, che ancora mi fa pensare a momenti quando si chiudevano gli occhi per non vedere. E quando si decise ad aprirli, era ormai tardi. Speriamo che sia una lezione appresa, anche se mi guardo intorno ora e mi sembra che in gran parte siamo sempre lì, a far finta di non vedere ed a seguire il pifferaio per gettarci giù dalla rupe. L’altro, il livello di lettura di formazione mi rende meno partecipe. Forse perché oltre i 50 anni di scrittura, sono anche passati altri 25 anni di comportamenti. Ed allora cerco di capire il comportamento e le interazioni tra questi giovani tra i 22 ed i 25 anni, ma non entro in sintonia. Vedo il protagonista muoversi tra la casa paterna e la casa dei Finzi-Contini. Vedo il patriarca Ermanno studioso di ebraicità veneta e ferrarese. Vedo Alberto con la sua omosessualità latente e la malattia che si profila all’orizzonte. Vedo Giampi tecnico chimico infatuato di Stalin. E soprattutto Micol, la bella, la bionda, l’anima che muove il piccolo mondo dei giovani intorno al campo da tennis, e nel grande giardino avito, al telefono e per lettera, a casa ed a Venezia. Ma non coinvolgono. Sembrano da un lato tanti ‘perditempo’ danarosi che non sanno di andare al macello. Poi sembrano pensosi e consci del loro ruolo. Ma perché Micol prima sfarfalleggia, poi fugge, poi rimbecca. Perché, cosa vuole dal protagonista, cosa si attende? 200 pagine che ad un certo punto girano e rigirano intorno ad un bacio dato, o rubato, e ad un altro da dare. La penna di Bassani ha certo la grande capacità di dipingere le figura con pochi tratti. Non a caso ha quasi sempre scritto racconti, ed anche questo si inserisce nel grande filone delle sue storie ferraresi (ad esempio, verso la fine c’è un passaggio – citazione del suo precedente romanzo “Gli occhiali d’oro”). Ecco, ora scrivendone ne recupero questo tratto che mi sembra sfuggire. Alla fine c’è l’affresco della provincia italiana, con una grossa punta d’affetto per Ferrara, per i suoi viali, la sua storia (e come non rimanere colpiti dalle cinque lettere che il Carducci scrive a nonna Josette sulla salama da sugo!). Ma ogni tanto verrebbe voglia di prendere il protagonista e sbatacchiarlo un po’. Si lascia troppo vivere, quasi galleggiando, mentre ogni tanto ci vorrebbero delle belle bracciate nel mare dell’umanità. Ma è un bel racconto, e merita di essere letto, per sé ed anche per la figura comunque interessante che è stata Giorgio Bassani (non a caso per anni presidente di ‘Italia nostra’).
“Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora … meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto … non c’è più tempo per ricominciare da zero.” (242)
Alberto Moravia “Gli indifferenti” Repubblica Novecento euro 4,90
[A: 2004 – I: 15/03/2012 – T: 21/03/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 287; anno: 1929]
Non mi ero mai cimentato in un romanzo di Moravia (solo qualche racconto e resoconto di viaggio). E devo dire che avrei fatto bene a continuare con la mia crassa ignoranza. Ma si sa, quando ci si mette in testa che ci sono libri che vanno letti, noi testardi tori, difficilmente ci tiriamo indietro. Ma dopo aver letto quello che viene considerato una pietra miliare della sua produzione (e poi ci torneremo sui perché di tutto ciò) capisco e concordo con le motivazioni dell’Accademia svedese che mai volle concedere il Nobel al nostro (che etichetta le opere di Moravia come pervase da una generale monotonia). Ed in effetti, mi sono decisamente annoiato a seguire le vicende di Mariagrazia e dei suoi due figli Michele e Carla, nonché del suo amante Leo e della sua amica Lisa. Certo sono passati più di ottanta anni, e la vicenda è funzionale al momento storico in cui è stata scritta ed ambientata. Ed inoltre Moravia ha 22 anni quando la scrive, nel pieno del giovanile ardore. Ma mi fa l’effetto come credo farà verso la fine di questo secolo se qualcuno si mettesse a leggere 3MSC. Monotono, scontato, pieno di descrizioni inutili, pesanti, tanto per riempire la pagina. Con personaggi che sì sono “indifferenti”, ma tuttavia lo sono anche per me. Non mi hanno mai coinvolto, in nessun sentimento. Perfino di odio, che almeno è un sentimento forte. I tormenti di Michele mi sono altamente indifferenti, così come il suo modo di incartarsi intorno alle parole ed alle azioni che pensa di compiere e non compie. Le angosce stralunate di Carla che per noia, per indifferenza finirà (forse) per far del male alla madre, ma che lo fa senza dubbio a se stessa. La paura di invecchiare delle signore di una cera età, che in modo diverso cercano di esorcizzarla: Lisa pensando che un amante giovane possa ringiovanire la sua carne e Mariagrazia cercando i modi per tenere legato a se l’amante vecchio. In un certo senso, è quasi più comprensibile il personaggio, tutto in negativo, di Leo. Che si abbarbica come una cozza gigante alla famiglia della sua amante, ne succhia i soldi e le proprietà, finendo per divorare anche la giovane Carla, quella che “potrebbe essere sua figlia”, che ha visto crescere, e che ora vuol far preda della sua cupidigia. Questi sono i cinque personaggi, che in una Roma senza tempo, ma ben collocato nel tempo dello scrivere, riempiono di nulla le quasi trecento pagine. Dall’intreccio così tipicamente “alla Invernizio”: Leo era l’amante di Lisa, che però non è particolarmente ricca; Lisa è amica dall’agiata Mariagrazia; Leo lascia Lisa per Mariagrazia, ne foraggia la vita, prendendo pian piano in cambio i possedimenti, la casa, insomma tutto, tanto che in una decina di anni si ritrova padrone di tutto; talmente padrone (e stufo dell’ormai cotta amante) che decide per la carne fresca della di lei figlia Carla; Carla che aspetta un inopinato principe, ma che decide di darsi a Leo “tanto per vedere se succede qualcosa”; e Michele che osserva tutto questo disfarsi, pensando dentro di se di ribellarsi, riempiendosi di parole, di fatti non fatti, ma finendo (forse) solo nel letto di Lisa. E il girotondo continua (anche se Schnitzler è ben altra cosa). Su queste dieci righe il nostro Moccia d’antan costruisce pagine su pagine di un nulla monotono. Privo anche di quella pulsione erotica che almeno darà un senso alle sue opere successive (ma anche qui di un erotismo vacuo che non incide né in se stessi né sulla società, come in altre righe commentano sempre gli Accademici svedesi). Certo, se lo si colloca nel tempo della scrittura, forse ha più frecce al suo arco. Il ritratto della vuota borghesia fascista che corre verso il nulla (o forse cammina, che già correre è un’attività propositiva) potrebbe dare un senso allo scritto. Ma per essere degno di ricordo e lettura, deve possedere qualità che lo rendono vivo e fruibile, anche al di là del tempo dello scritto (così come il poco successivo temporalmente e contemporaneamente letto libro della cripta dei cappuccini di Roth). Non si può leggere uno scritto e reputarlo degno di nota soltanto in una prospettiva storica. È ovvio che questo può dare un piacere intellettuale. Ma privo del sostegno di una scrittura affascinante, rimane nella testa, senza scendere in nessuno dei cinque umani sensi che ci fanno apprezzare ed amare la scrittura. Quella che, quando succede, si colloca fuori dal tempo e dentro il nostro cuore. Non così Moravia. E penso che non ci ritornerò più.
Dino Buzzati “Il deserto dei Tartari” Repubblica Novecento euro 4,90
[A: 2004 – I: 25/03/2012 – T: 27/03/2012]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 192; anno: 1940]
Fino ad ora avevo letto solo racconti o raccolti di racconti del milanese d’adozione Dino Buzzati. E si era sempre sentito parlare, quasi come un eponimo, di questo deserto. Un titolo diventato emblema di stati fisici e psichici. Ora, letto, ha una sua ambivalenza. Da un lato conferma la forza interna dell’idea che diviene simbolo. Dall’altra è comunque un romanzo tutto di testa, che ci fa riflettere sulla vita (sulla nostra vita) ma non ha la forza di prendere altri sentimenti. Niente moti, niente tatto, niente gusto, e soprattutto, e men che mai, niente amore e sentimento. Anche la vicenda, se così possiamo chiamarla, è lineare ed asciutto. Giovanni Drogo nominato tenente a venti anni, viene destinato alla famosa (famigerata) Fortezza Bastiani. L’ultimo baluardo di una civiltà, al di là del quale c’è una grande e desolata pianura, chiamata deserto, da dove si favoleggia che un tempo ci fu un’invasione di tartari. Fortezza piena di militari, ognuno con il suo compito, la sua routine, che aspettano succeda qualcosa. Essendo militari, aspettano una guerra (ma non è un romanzo guerrafondaio). Ed in quell’attesa, sperata e voluta, passano il tempo, aggrappandosi alla routine quotidiana. Drogo non lascia grandi affetti o amicizie in città, si accorge della desolazione del luogo, pensa di poter andare via. Ma dove? A poco a poco, con piccoli moti dell’anima, piccoli spostamenti progressivi del dispiacere, si incarta nel tempo della Fortezza. Si accende di volontà quando sembra che ci sia realmente un nemico. Ma prima sono solo gente che mette pali di confine. Poi un cavallo. Infine, operai che asfaltano e costruiscono una strada, che si arresta a pochi chilometri della fortezza. Il tempo trascorre, e mentre Drogo pensa sempre che ci sia il modo, la possibilità di fare, anche se non muove un dito in quella direzione, ecco che sono passati più di trenta anni. Ormai è il comandante in seconda, quasi tutti sono andati via. Drogo si ammala e si avvia nella china verso la morte, e mentre pensa di rassegnarsi anche a questo, ecco che in effetti, arriva un nemico. Ma non è più il suo tempo, ha mancato anche questo, come ha mancato tutti i possibili appuntamenti della vita. E mentre altri ne saranno beneficiari, lui viene rimandato, incurabilmente malato, a casa. Perché non è un libro guerrafondaio? Perché Buzzati utilizza la metafora della vita militare per rappresentare qualcosa ben ordinato, con delle regole, cui è facile adagiarsi senza domandare. Poteva scegliere altre vicende, altri scenari, ma questo, in realtà, è proprio il più desolante che si possa avere. Poteva rifarsi alla vita di uno scrivano che continua a scrivere e ricopiare pagine su pagine, senza capire cosa siano e perché. Penso alla prima parte di Bartleby di Melville o a Demetrio Pianelli (in quella magistrale interpretazione televisiva che ne diede Paolo Stoppa). Ma non è la storia che importa. Quello che importa è il simbolo. La routine cui aggrapparsi per uscire dal proprio nulla. Un nemico da inventare per darsi qualcosa cui sperare. La chiusura degli occhi e di tutti gli altri sensi di fronte alla vita, che per Buzzati è solitudine e priva di scopo. Talmente priva, che non vale la pena di sforzarsi per modificare il lento binario che porta fino alla morte. Una desolazione infinta. Trenta anni nella fortezza, senza neanche aver letto un libro, soltanto magari qualche partita a carte o a scacchi con gli altri tenenti. E chissà di cosa vivono poi quei soldati, che neanche hanno avuto un passato di cultura elementare come gli ufficiali. Come un sogno, vedo passare i settanta anni dalla scrittura di questo deserto, e vedo Drago e gli altri davanti ad un televisore a “godersi” Grandi Fratelli, Isole dei Famosi ed altre amenità. Per fortuna, c’è altro nella vita. Forse la solitudine rimane, ma non si può (non si deve) fermare le rotelle del proprio cervello. Non dico che tutti, e sempre, abbiamo dei bei sogni davanti, e la voglia di rischiare per metterli in pratica. Ma tutti, tutti abbiamo la necessità, interiore, impellente, di dire fuori dal nostro sé. Non fosse altro, che per essere noi stessi. E non mi ribattete che spesso ci troviamo davanti muri invalicabili. E non è detto che si abbia la forza di scalarli, o di aggirarli. Non è quello che importa. È importante, per il proprio io, capire di essere davanti ad un muro e non far finta che ci sia sempre qualcuno (magari un tartaro del Nord) che ci viene a salvare. Tutto, ma non l’ignavia. Mi accorgo di aver fatto un lungo pistolone e forse anche fuori contesto, ma che volete, questo mi ha ispirato Buzzati. E questo vi ripropone il vostro narratore di trame.
“Si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.” (160)
“Ha quindici anni da vivere in meno. Purtroppo egli non si sente gran che cambiato, il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare.” (164)
È tardi, e scrivo solo ora che oggi è stata una giornata, anzi l’ultima di alcune giornate, importanti per le iniziative di spettacolo solidale organizzate presso il Nuovo Cinema Palazzo in Roma. Le prove pubbliche dello spettacolo “Ho sete” delle mie amiche Rosa e Donatella con le musiche di Tommaso, una serie bravissima di attori e lavoratori dello spettacolo che sarebbe troppo lungo citare. E non si poteva mancare. 

giovedì 21 giugno 2012

Regali e consigli - 13 maggio 2012

Una settimana dedicata a scelte indirette. A libri regalati. A libri consigliati. Ed a consigli di libri, come fa la mia amica Luciana che, lontano da Rebibbia, ci consiglia di leggere (o almeno consultare) “La musica è leggera” di Luigi Manconi. Intanto qui invece passiamo ai libri regalati, magari per il compleanno del 2011, come il libro sui misteri napoletani, che mi ha lasciato un po’ perplesso, o per l’ultimo Natale, come il libro del centenario che scappa, una piacevole sorpresa. O consigliati, come l’Islampunk dal buon Roberto, o il grande russo, di cui non cessava di parlare Nicoletta. Ed entrambi, invece, poco graditi, anche se pere ragioni diverse, al mio palato.
Dominique Fernandez “Porporino ovvero I misteri di Napoli” Colonnese s.p. (regalo di Rosa)
[A: 17/05/2011 – I: 06/01/2012 – T: 11/01/2012]
[titolo: Porporino ou les Mystères de Naples; lingua: francese; pagine: 303; anno 1974]
Devo dire in tutta onestà che mi aspettavo qualcosa in più. Il libro è composito, molti piani di lettura, quindi diversi tipi di ritorni. L’autore immagina di scrivere tre quaderni dell’autobiografia di un cantore castrato del Settecento, immerso nella vita e nei colori della Napoli della seconda metà di quel secolo. Ebbene, il primo quaderno è interessante, quando si parla della vita nelle campagne calabresi, povertà, miseria, promiscuità e sogni. Ed altrettanto interessante il primo capitolo del terzo quaderno, con una passeggiata per i quartieri di Napoli che vale più di una guida turistica. Il resto, che vuol mischiare storia alta e bassa, non l’ho trovato all’altezza. Primo, che quando si mescolano due piani si deve fare attenzione alla realtà storica cui ci si riferisce, e quindi o si è rigorosi (ed allora nel libro ci sono diversi errori) o si è fantastici (ma allora va in qualche modo dichiarato, e questo l’autore non lo fa). Secondo, mi aspettavo di più sia sul sentire del protagonista, che invece dopo il primo quaderno viene messo un po’ lì come fosse un banditore di storie altrui, senza che mi riesca a comunicare i suoi sentimenti, sia sul sentire dell’epoca, che viene un po’ strascinata tra i concioni di Don Antonio e Don Raimondo, ma risulta alquanto noiosa. La storia immaginata (almeno un po’) dall’autore è direi lineare: per povertà, una famiglia calabrese vende l’ultimo nato, dotato di un bel canto, ad un principe napoletano per farlo diventare sopranista (eufemismo per dire di farlo castrare e rimanere con la voce adolescente come fu per il più noto di loro, Carlo Broschi detto Farinelli). Seguiamo Vincenzo nell’evolversi della povera giovinezza, e questa è la parte migliore, con le ricostruzioni della vita contadina del Settecento, con le sue povertà, ma anche con i suoi riti, che ancora, in parte, sono vivi nelle campagne attuali. Vincenzo castrato studia canto ed altre materie, debutta a teatro con il nome di Porporino (e non è vero che, come dice l’autore, non ci fu cantante di tal nome, che proprio tale soprannome in onore del maestro cantore Nicola Porpora fu preso da Antonio Uberti, vissuto nello stesso periodo), ed attraversa la vita napoletana di quegli anni, incontrando personaggi famosi (bella la scena della visita di Mozart a Napoli), facendo da chaperon alla (possibile) storia d’amore di Don Manuele Carafa, discendente di papa Paolo IV, con il bel Feliciano (questo sì, inventato), fino alle terribili, funeste ed aspettate conclusioni, dove, in seguito alla pazzia del suo mentore, il principe di Sansevero, Porporino decide di auto-esiliarsi in Germania, dove scrive queste memorie. Oltre al primo quaderno, ripeto, è bella la passeggiata che ci fa viaggiare per Napoli, all’inizio del terzo quaderno, scoprendo la vita ed anche alcuni misteri della Napoli del Settecento, da Via dei Tribunali a Via Toledo, dal Foro Carolino (ora piazza del Plebiscito) a via Chiaia e a Monte di Dio. Ma pochi sono i misteri contenuti, anche se belli i tocchi di chi, per anni, ha comunque vissuto a Napoli, come l’autore negli anni Cinquanta. Detto ciò, e supposto che Fernandez non volesse velare di falso i tempi e i modi, rimane la sensazione di delusione nelle mescolanze improprie e negli errori (voluti o meno). Nei mascheramenti, e si capisce che non volendo fare pubblicità occulta chiami Startuffo la migliore pasticceria di Napoli (che è quindi Scaturchio con le sue inimitabili pastiere, dato che ci si trova in piazza Domenico Maggiore, in faccia alla famosa chiesa rovesciata). Ma non capisco perché rinominare Antonio Perocades l’alter-ego di Porporino per la commedia dantesco - napoletana, dicendo che fu personaggio di spicco della politica dell’epoca, quando il personaggio storico si chiamava Antonio Jerocades. Questo fa anche nascere una serie di confusioni di date, perché la vicenda si colloca, bene o male, tra il 1765 ed il 1780, con le propaggini verso la rivolta napoletana (che avvenne nel 1799). E l’autore mette Don Antonio tra i sostenitori di quella rivolta, quando il vero Don Antonio muore già nel 1783. E già che ci siamo, Nelson viene per la prima volta a Napoli solo nel 1793, quando le vicende narrate sono concluse, e si invaghisce di Lady Emma Hamilton. Qui l’autore lì fa incontrare 20 anni prima, quando però Lady Hamilton era ancora la prima Lady Catherine, morta nel 1782. Per non parlare del pot-pourri dedicato a Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, dove insieme ad una serie di vicende note, storiche e documentate (a chi non lo avesse mai visto consiglio in ogni caso la visita alla Cappella Sansevero, veramente bella, sia per il Cristo velato di Sammartino, sia per gli studi anatomici del principe), l’autore colloca intorno al 1770 la ristrutturazione della famosa cappella, che avvenne invece 15 anni prima. Questo per far coincidere l’apice della vicenda con la vera data della morte di Don Raimondo, il 1771. Creando altra confusione ed ambiguità. Due ultimi dati. Il primo sull’autore ma questo però credo sia solo un errore e non possa mai passare da favolistica invenzione: a pagina 221 si cita Sant’Agata come patrona di Palermo. Dove sappiamo che la santa di Palermo è Santa Rosalia, mentre Agata è santa di Catania. Il secondo sulla traduttrice, che continua ad indicare con il termine francese “dessus” i castrati, quando il termine indica in francese i soprano, nella loro ultima ed alta tonalità, perché sono “dessus” cioè “sopra” a tutte le altre voci. Ultimo invero accenno di simpatia con l’autore, è il suo acting dichiarato scrivendo il libro. Aveva appena divorziato, ma con questa scrittura si dichiara pubblicamente gay, e trenta anni dopo sarà il primo scrittore gay ad essere nominato Accademico di Francia. Bravò Dominique! Ciò nonostante, ripeto e concludo: mi aspettavo di più, che mai riesce Dominique – Porporino a farmi partecipe dei suoi travagli di “semivir” come si definisce ad un certo punto.
“La quintessenza dello spirito napoletano: coscienza della propria buffoneria, auto derisione, orgoglio di questa coscienza, rifiuto di lasciarsi imbrogliare.” (81)
“Non bisogna mai chiedermi di superare un ostacolo per cercare di raggiungere uno scopo … Io sopprimo i limiti per il solo piacere di sognare.” (187)
Michael Muhammad Knight “Islampunk” Newton Compton euro 6,90
[A: 17/05/2011 – I: 13/01/2012 – T: 19/01/2012]
[titolo: The Taqwacores; lingua: inglese; pagine: 309; anno: 2006]
Consigliato da Roberto. E sconsigliato da me. O almeno, da leggere con una esegesi accanto. Ma facciamo un primo punto: ringrazio il suggerimento di Rob, che nel libro realmente si parla (come mi scrisse) “di giovani e di nuovi modi di vivere l'islam nella società contemporanea americana; ma poteva pure parlare di induismo, cattolicesimo, buddismo o quanto possa esserci”. Per questo l’ho letto. Ma il testo non mi ha convinto. Una specie di iniziazione alla vita adulta di un giovane americano d’origine pakistana, in un contesto multietnico e multiculturale, dominato da una comune dove vivono mussulmani e convertiti. Una comune punk, con gente che beve, fuma, si fa tatuaggi, scopa ed altro. Ma anche composita: c’è il sufi con la cresta da gallo, lo scita ubriacone, lo straigth edge, la femminista col burqa. E c’è lui Yusuf, che attraversa questo tempo, cercando di capire le contestazioni e le contraddizioni di un islam nato in Medio Oriente e calato nell’opulenta America. Con tutti questi in un certo senso apostati, che contravvengono sia le più note leggi islamiche, ma anche, e più sottilmente, altre. Come la preghiera guidata da una donna, la promiscuità, pregare senza lavarsi. Ed altro ancora. E c’è tutto il percorso di Yusuf e del suo mentore Jehangir. Fino all’apoteosi del grande rave delle band punk-islamiche e la rissa finale. Per poi risollevarsi, il nostro Yusuf in un’agnizione verso le cose fatte ed un ritirarsi dalla grande mischia. In America è stato visto un po’ come “Il giovane Holden islamico”, ma credo sia un po’ eccessivo. Qui lo si potrebbe leggere, fatte le debite proporzioni, come un altro Moccia. Questo il testo poco accattivante, slabbrato, cattivo gratuitamente. E per la maggior parte, incomprensibile. Perché comunque, ci sono molti piani di lettura in questo libro. Perché un conto è il testo ed un conto è il contesto. Ed il contesto è altro, questo sì molto affascinante, se mi si consente la parola, e portatore di ben altra levatura di interesse. Intanto l’autore è un americano di 35 anni che si è convertito all’Islam. Poi, le prime edizioni, nel 2003, di questo dissacrante libro erano fascicoli fotocopiati che MMK distribuiva davanti alle Moschee Americane. Solo nel 2004 la casa editrice indipendente di Jello Biafra (un mito americano) decide di pubblicarlo in volume, ottenendo un discreto successo (da qui il parallelo sempre con Moccia). Purtroppo, l’edizione italiana ha molte pecche, e, seppur lascia intuire buona parte del mondo descritto da MMK, qualcosa manca. Primo, viene dall’edizione inglese, che omette alcune parti troppo forti (tipo quando il cantante di una band punk fa pipì sul Corano). Secondo, pur contenendo un glossario discretamente fornito alla fine, comunque non tutto viene spiegato. E chi non sa di Islam a volte rimane interdetto e, come me, si interroga su alcuni punti che a prima vista sembrano di poca comprensione. Tipo, una lunga disquisizione sul tatuaggio di Umar lo straigth edge, che sul collo porta “2:219”. Solo dopo lunghe ricerche ho scoperto che si riferisce ad un verso della Sura del Corano detta “La Vacca” che dice “Ti chiedono del vino e del gioco d'azzardo. Di': In entrambi c'è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!". E molte cose si chiariscono. Ma comunque rimangano tante citazioni contorte che o si dovrebbe aumentare il glossario o un buon editor ne farebbe delle note a piè di pagina. Altro esempio, se non si sa che sia Abu Afak, non si capisce l’intento dissacratorio di Jehangir quando lo elegge ad autore eponimo del futuro dell’Islam. Nel romanzo, il nome viene utilizzato per uno scrittore arabo di fantascienza che fa sbarcare i Sauditi su Marte per convertire i marziani all’Islam. Ma Abu Afak non è un nome inventato, ma è il nome di un poeta ebreo saudita, contemporaneo di Maometto, che non si converte e scrive una lunga poesia contro il profeta, in seguito alla quale viene assassinato. Detto del lato islam, altrettanto, se non di più, va detto e spiegato del lato musicale. Anche qui, bisogna essere molto (e)dotti per seguire i voli pindarici di MMK. Ed anche qui ci sarebbero volute alcune spiegazioni. Per capire il punk. Ma per capire meglio anche il libro. Uno dei momenti topici di disvelamento della filosofia degli islam punk, è quando uno di loro fa un panegirico di Johnny Cash e della canzone “A Boy Named Sue”. Forse qualcuno conosce Cash, che tra l’altro è stato un ottimo country man. Ma è la canzone ad essere importante. Lì Cash racconta di uno il cui padre, prima di abbandonare la famiglia, dovendolo battezzare lo fa chiamare Sue, un nome da donna. E questo segnerà tutta la vita del ragazzo, che dovrà lottare per farsi strada tra i rudi americani. Ed andrà per le strade a cercare il padre per ucciderlo. Trovatolo, si prendono a pugni, poi fanno la pace, ed il ragazzo capisce che il nome gli era stato dato dal padre proprio per farlo forte in una società dura. Sta tutta qui, la filosofia del libro. Dire e fare cose dure, fuori dalle righe, per sopravvivere in una società dura. Per non essere omologati. Ma ci sarebbero righe e righe da scrivere ancora su tutti i gruppi citati, dai più noti, almeno per me, come i Sex Pistols o Iggy Pop, fino ai più ignoti come i Propagandhi o i Germs. Con lunghe disquisizioni su i Minor Threat, il primo e più noto gruppo straigth edge. Andrebbe fatto poi un distinguo tra gruppi veri e gruppi inventati. Se non altro per chiarire la causticità del gruppo di punk islamico Bilal’s Boulder, un gruppo punk che recita il Corano durante il rave, il cui nome deriva da Bilal, il primo muezzin dell’Islam, e che scatenerà la rissa finale quando Jehangir canta “My Way” nella versione di Sid Vicious. E per ricollegarsi appunto a quel contesto che ritengo più forte e degno di significato del testo. Veniamo così all’ultimo passo di questa lunga trama. Il titolo. Perché il titolo originale è “Taqwacore” una crasi tra il punk hardcore ed il termine Taqwa che sta ad indicare il concetto islamico di amore e timore verso Allah. È un termine inventato da MMK, e, a valle del libro, utilizzato per indicare band punk che prima non esistevano. Come The Kominas, i Zaqqum o i Vote Hezbollah. Cioè, MMK ha scritto un libro che è imbevuto di band taqwacore che non esistevano prima del libro. Qualcosa per cui verrà comunque ricordato. Certo molto meno della Newton Compton, che, oltre a tutti i guasti che ho sopra citato, traduce il titolo con “Islampunk” (!!). E non è la stessa cosa. Insomma, e qui concludo, un degno contesto, che mi ha incuriosito e stimolato per un testo un po’ povero e volutamente scorretto, senza però esserne intrigantemente pervaso.
Jonas Jonasson “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” Bompiani s.p. (regalo di Ale)
[A: 01/01/2012 – I: 20/01/2012 – T: 22/01/2012]
[titolo: Hunderaåringen som klev ut genom fönstret och försvann; lingua: svedese; pagine: 446; anno 2009]
Un libro divertente per una scoperta di un autore (di 13 giorni + piccolo di mio fratello) che non conoscevo. Ingredienti di un ottimo regalo. Ed è anche scritto in modo che ti prende un po’ tutte le parti del corpo, e ti si piazza là, finché non vai avanti. Cervello, gambe, stomaco sono coinvolti, forse solo il cuore rimane un po’ fuori, anche se di lato e di lontano fa le sue comparse. Un Forrest Gump dall’intelligenza di Zelig attraversa le oltre 400 pagine portandoci in un turbine di avvenimenti che riescono a non stancare e a non essere neanche ripetitivi (rischio che poteva esserci). Seguiamo così Allan il centenario che fugge dall’ospizio il giorno del suo centesimo compleanno, ed avventurandosi per il mondo con le sue forze limitate ma con quell’acume che scopriremo ben presto ha, si incarta in una serie di vicende che potrebbero portarlo presto fuori strada. Ed invece… Invece si ritrova in fuga con una valigia piena di milioni, inseguito da una banda di spacciatori scalcagnati. E trova man mano l’aiuto di Julius un ladro sessantenne, di Benny un quaranta-cinquantenne che si è quasi laureato in dieci discipline diverse e di Bella una signora di 43 anni, con cane ed elefante (una delle tante invenzioni di Jonas, farci trovare una fattoria nella profonda Svezia dove si rifugia un elefante in fuga da un circo). E questa banda di svitati riesce a mettere in scacco i malviventi della banda “Never Again” (cioè mai più… dietro le sbarre di una prigione). Ed anche a prendere in giro la polizia svedese, ed il pubblico ministero incaricato delle indagini sulla morte dei malviventi. Da ricordare tutto il controinterrogatorio in cui i 4 mettono sotto scacco il GIP, con un dialogo che sembra essere il contro esempio di un manuale di comunicazione di Paul Grice, dove tutto è consequenziale, ma interpretato fuori dal contesto, in modo che per il GIP diventa assurdo ma farà in modo che la nostra banda esca vincente dalla contesa. Già questo sarebbe un bel romanzo, ma lo scrittore – giornalista Jonas lo inframmezza con la storia della vita del nostro centenario. E qui vengono fuori gli altri momenti da un lato esilaranti, dall’altro che, coinvolgendo tutti i grandi attori del secolo, ne tratteggiano tutto il possibile di modo che ne esce un ritratto della storia del Ventesimo secolo, disincantato ed un po’ anarchico. Cominciando dal padre di Allan, comunista sfegatato, che fugge in Russia, dove conosce Fabergé e si mette in contrasto con Lenin quando questi sale al potere. Allan, rimasto solo ed orfano, si dedica allo studio degli esplosivi (d’altra parte siamo nella patria di Nobel), e questo lo porterà in giro per il mondo, e per le sue vicende, nel corso degli anni. Nella fabbrica di esplosivi conosce un rifugiato spagnolo, e con lui decide di andare in Spagna quando scoppia la Rivoluzione. Per la sua esperienza viene reclutato nel far saltare i ponti, cosa che fa con coscienza, ma cercando di non uccidere nessuno. Tanto che quando qualcuno sta per saltare in aria con il ponte lo salva. Peccato che sia il generalissimo Franco. E questo lo imbarca in una serie di improbabili avventure. Franco gli fa una lettera di encomio e lo imbarca su una nave spagnola, che arrivata a New York viene sequestrata. Ma lui non è spagnolo ed è esperto di esplosivi, per cui viene mandato a Los Alamos. Lì, suggerisce ad Oppenheimer il modo di far funzionare la fissione con l’esplosivo. Quindi si ubriaca con il presidente Truman, che lo invia in missione “esplosiva” in Cina con Chiang Kai-shek. Ma Allan non sopporta i boriosi e presupponenti. Quindi abbandono il Kuomintang, salvando nel contempo la moglie di Mao Tse-Tung. Vuole tornare a casa, e si avvia a piedi dalla Cina verso l’Europa. Ma in Iran viene coinvolto in altri attentati, e per salvare la pelle (sua) salva anche quella di Winston Churchill. Tornato in patria, viene reclutato dai russi per fabbricare la bomba atomica russa. Aiuta il buon Popov, ma entra in urto con l’antipatico Stalin, che lo spedisce in Siberia. Dove fugge dopo 5 anni verso la Corea. Per trovare il modo di tornare a casa, riesce ad avere un colloquio con Kim Il-Sung, che vorrebbe però ucciderlo, ma viene salvato da Mao, presente al colloquio, quando questi scopre che lui salvò la moglie. E così si ritrova a passare 15 anni di ozio a Bali a spese della Cina comunista. E tanto altro, in modo che sarà a Parigi nel maggio del ’68 ed a Mosca nell’89. Per finire chiudendo il cerchio, centenario recalcitrante nella moderna Svezia. Il bello della scrittura di Jonas è l’uso del paradossale come se fosse normale. Con il nostro Allan - Forrest Gump che non si meraviglia di nulla, basta che non lo opprimiamo con lunghe discussioni su politica e religione e che gli facciamo avere un po’ d’acquavite. Non ci chiediamo qui se il verosimile delle storie sia anche plausibile, perché ne godiamo il lato ironico pensando che, anche se non fosse così, sarebbe carino fosse stato così. Alla fine un libro che merita il successo che ha avuto. E che mi ha fatto piacere leggere, tanto che riusciva a farmi ridere fra me e me come non succedeva da tempo. Un piccolo appunto all’editore che ha lasciato un refuso nell’indicazione del titolo originale (certe attenzioni ormai sono fuori dalle logiche di chi stampa libri, peccato).
“Lei è un pensionato …. Particolare che gli fece capire che, contro tutte le previsioni e senza averci mai pensato prima, era inaspettatamente invecchiato. E lo attendevano ancora molti, molti, molti anni di vita.” (435)
Michail Bulgakov “Il Maestro e Margherita” Repubblica Novecento euro 4,90
[A: 2004 – I: 27/03/2012 – T: 06/04/2012]
[titolo: Master i Margarita; lingua: russo; pagine: 447; anno: 1940]
Si può parlare male di un capolavoro? Io, continuando nell’opera di sincerità soprattutto verso i classici, dico di sì. E lo dico per tutti e due i termini. Cioè, è un capolavoro, indubbiamente. Ma altrettanto chiaramente non mi è piaciuto. È un’opera senza dubbio complessa, piena di scrittura, e piena di giochi, rimandi, citazioni, descrizioni possibili di situazioni impossibili, travestimenti del reale. E via discorrendo. Ma non mi prende, non mi coinvolge. La maggior parte degli accenni (ed anche qualche punto di scrittura) lo trovo datato, senza che riesca a resistere all’usura degli anni. Gli unici tre capitoli che mi sono rimasti, che ho letto con voluttà, sono quelli dedicati a Ponzio Pilato, al Nazareno, a Levi Matteo. Potenti, da mettere vicino (e sopra) alle altre prove di diversa scrittura degli stessi episodi (De Luca, Schmitt, Baricco tanto per citare gli ultimi che ho letto). Ma il resto? Il diavolo Woland che si aggira per il mondo con il suo stuolo di cortigiani. Il gatto Behemoth, il gobbo, Azazello, e via citando. Personaggi immaginifici che fanno cose mirabolanti (fuggono con fornelli, si aggrappano a lampadari per non essere colpiti dalle pallottole, ipnotizzano migliaia di persone scambiando etichette di bottiglie con rubli sonanti, e via magicando), ma di cui non seguo, non capisco i nessi. I motivi delle loro belle o turpi azioni. Da quel punto di pista, si seguono meglio e si comprendono (proprio perché in trasparenza si vedono difetti umani sempre presenti) sono i vari personaggi russi: il letterato Berlioz che perderà (letteralmente) la testa, il poeta che comprende l’inutilità dei suoi versi, tutta la gente di spettacolo, dall’organizzatore al direttore del teatro, il cuoco. Insomma tutti i vari meschini individui che cercano dei loro piccoli tornaconti particolari. E che Woland ed i suoi smascherano senza (giustamente) alcuna pietà. Nessuna pietà, questo il motto di Bulgakov. Nessuna pietà per chi inganna, chi cerca il proprio piccolo tornaconto personale quando intorno ci sarebbe il teatro per dare spazio a grandi avvenimenti. A storiche prese di posizione. Tutti dovrebbero fare un esame di coscienza. E fare i passi misurati alla propria gamba. Di una ferocia, ed attualità, straordinaria il passo in cui i due diavoli cercano di entrare nel circolo degli scrittori, e vengono fermati perché non hanno la tessera. Perché solo se qualcuno certifica chi sei tu, allora tu sei quella persona. Come dire che senza un pezzo di carta Shakespeare non sarebbe Shakespeare, perché non è sufficiente quello che scrisse. Che d’altra parte viene letto e censurato, ed il più delle volte nascosto. Così come succede al libro del Maestro. Che non viene capito perché “troppo avanti”. Ed il Maestro viene stritolato dagli ingranaggi degli apparati burocratici, tanto da rasentare la follia. Si salverà, sarà salvato, soltanto dall’amore della bella Margherita. Che lo ama (e qui c’è veramente un canto d’amore altissimo) al di là di ogni apparenza e convenienza. Perché Bulgakov ci dice che quando c’è, l’amore viene fuori, si manifesta. E bene o male trionfa. Anche se per trionfare deve passare mille prove, e superare mille ostacoli. E magari, non sarà come ce lo aspettiamo. In un mondo che non può riconoscere il loro amore, la loro esistenza, il Maestro e Margherita non hanno spazi. Meglio morire, e continuare, immortali, a vivere il proprio rapporto, via da questa pazza folla che ci circonda. Ecco, ho ripreso altri passi che non possono che ri-sottolineare la natura eccezionale dello scritto. Ma proprio per come sono espressi, me li hanno fatti sospirare. E leggere con fatica. Arrancando per più di dieci giorni intorno alle 400 pagine dello scritto. Certo, e concludo, non si può scindere il romanzo dall’autore. Che Bulgakov è tutto in questo libro (ci si ritrovano tutte le invenzioni, le ironie, ed i dolori di tutte le sue altre opere). Un libro che lo accompagna gli ultimi 15 anni della sua vita. Ma che vedrà luce e fama solo molti decenni dopo la sua morte. Concludo, dicendo tuttavia che, benché non mi abbia coinvolto, benché continuo a vederne i limiti verso il mio modo di leggere ed interpretare il mondo, ritengo che sia in ogni caso un libro da leggere. Magari qualcuno più in gamba di me lo troverà più facile e me ne illuminerà le parti oscure. Aspetto con ansia.
Metà del mese di maggio ormai trascorso, così come le feste ed altre vicende. Il lavoro mi vedrà ancorato ancora per mesi, e vedremo insieme se sarà un bene o un male. Per ora quanto meno una sfida.