lunedì 15 luglio 2013

Gialli di molti colori - 14 luglio 2013

Una settimana, un poco in ritardo grazie ai ritardi (bisticcio) di aerei e di sonno, dove, benché si sia tornati or ora dall’Islanda, non se ne parla neppure un po’. E sì che di gialli ce ne sono numerosi nel paese dei ghiacci. Invece oggi spaziamo in giro per il mondo, incontrando l’ispettore Chen a Shangai, i detective Sean & Michelle in America, le investigazioni svedesi di Erica e Patrick, per terminare con il triestino ispettore Laurenti, pur se scritto in tedesco.
Qiu Xiaolong “Ratti rossi” Marsilio euro 12
[A: 15/07/2012 – I: 07/04/2013 – T: 10/04/2013]
[tit. or.: A Case of two cities; ling. or.: inglese; pagine: 322; anno 2006]
A distanza di cinque mesi torniamo allo scrittore cinese emigrato negli Stati Uniti, ed al quarto caso dell’ispettore Chen Cao. Devo dire che, dopo i primi due libri, dove, pur con alterni risultati la storia nel complesso aveva una sua ragion d’essere, le ultime prove mi sembra stiano in calando. Questa soprattutto mi ha affaticato molto. Da un lato, Qiu sembra voler mirare molto alto, quasi a farne un giallo “alla svedese”, di quelli che servivano cinquanta anni fa per descrivere il degrado quotidiano di un paese. Qiu la fa da Saint Louis la sua critica all’arrivismo ed alla corruzione del suo paese natio. Descrive situazioni che possono essere viste in (quasi) tutti i paesi del mondo. Arrivo del benessere e della liquidità, con conseguente ricerca del posto e del modo migliore per accumulare denaro e potere. Non sempre, anzi quasi mai, in modo legale. Troviamo quindi Chen Cao incaricato delle indagini sul mondo finanziario di tal Xing Xing, partito contadino dalla natia Fujian, arricchitosi con le prime speculazioni edilizie derivate dall’imperativo di Deng (“Arricchitevi!”), approdato a Shangai dove imbastisce una ragnatela di malaffare, che però lo porta un filo oltre il lecito. Tanto che si rifugia negli Stati Uniti. Cominciando ad indagare, Chen si imbatte nella morte di un funzionario di polizia del Fujian, anche lui incaricato di indagini su Xing. Funzionario integerrimo, trovato morto (ucciso) nel letto di una prostituta. Si prosegue con la morte di una star televisiva, che aveva fatto da tramite tra Xing ed il mondo immobiliare di Shangai. Che Chen aveva quasi convinto a parlare, ma che muore prima. Sembra che ci siano interessi molto alti in gioco. I potenti della cricca di Xing rimasti in patria, tra cui il fratellastro, cominciano anche a minacciare Chen stesso e la di lui madre. E trovano il modo di spedirlo con una delegazione di scrittori in un giro culturale negli Stati Uniti, in modo (forse) di eclissarsi prima del suo ritorno. Qui comincia una storia con un passo diverso. In patria, Yu, il collaboratore di Chen, aiutato dalla moglie e dal padre, si adopera per tenere informato l’americano. In America Chen cerca e trova il modo di uscire dalle secche in cui si va trovando. Qiu inoltre ha modo di sottolineare (con risultati migliori rispetto alla prima parte) le differenze tra i due paesi. Il contatto tra i cinesi emigrati e quelli rimasti in patria. La solidarietà delle diverse Chinatown. Ed ha modo di ricollegare Chen alla mai sopita storia d’amore con Charlotte, che si era sviluppata due romanzi fa, senza poi raggiungere punti decisivi. Due mondi sono, e diversi. Difficile l’incontro. In America c’è modo di assistere ad un nuovo omicidio (di un personaggio insignificante, ma forse scambiato per Chen). E Chen ha modo di far arrivare un messaggio forte a Xing: se ti consegni, avrai salva la vita del tuo fratellastro. Il senso della famiglia è forte in tutti i cinesi. E Xing, sotto la spinta della madre, non potrà che capitolare. Lascio dettagli e chiuse finali a chi vorrà leggere il libro. Senza che io ve lo spinga molto. Infatti, è al solito infarcito di citazioni poetiche (Chen è poeta come il Dalglish della P. D. James), che mi risultano incomprensibili. Poiché, inoltre, anche Qiu è un esperto di poesia, spesso si citano autori per mandare messaggi. Ma noi poveri “mortali” abbiamo forse conoscenze delle poetiche Tang? O riusciamo a decrittare piccoli passi che sembrano haiku surrealisti? Io no. Ed è questo che mi porta ad un giudizio in minore del libro. È lento, pieno di rimandi che non capisco. Pieno di cineserie, come quella del titolo (italiano, ovvio, che quello inglese di altro parlava). Che si rifà ad un racconto cinese antico dove un granaio veniva razziato dal di dentro dai ratti. E mentre ne narra, un vecchio poliziotto si riferisce a Xing ed alla sua cricca come epigoni di quei ratti, ma non più neri. Ora sono ratti rossi, con una (iperbolica per me) congiunzione con il comunismo al potere. Ma il racconto generale soffre di questa duplice anima non sopita, rimanendo sul filo della potente verità quando fa lamentare uno degli scrittori in visita alle Università americane che gli unici testi cinesi presenti all’estero sono dei dissidenti. Loro, poeti ufficiali, vengono ignorati. Non so se giustamente, ma così va il mondo. Noto solo di passaggio un rigo che mi riporta alla mia prima visita a Shangai, laddove si parla di un edificio coloniale che ospitava negli anni ’90 il primo “Kentucky Fried Chicken” aperto in Cina. E che ben ricordo!
“Sapendo che era impossibile da farsi, tentò lo stesso di farlo perché era ciò che doveva (Confucio).” (38)
“Il sole cala a occidente / quante volte?, / incapace di impedire il cadere dei fiori. / Le rondini tornano, come fossero di casa.” (brano di poesia cinese tradizionale, che viene citato come per collegare Chen e Catherine, i possibili amanti dei due mondi diversi, ma che a me lascia discretamente freddo) (317)
David Baldacci “Il gioco di Zodiac” Mondadori euro 10
[A: 15/04/2012– I: 14/04/2013 – T: 17/04/2013]
[tit. or.: Hour games; ling. or.: inglese; pagine: 518; anno 2004]
Un’altra discreta prova dello scrittore più bello d’America (almeno secondo Vanity Fair). Siamo al secondo romanzo imperniato sulla coppia di investigatori Sean & Michelle. Direte voi: ma ce ne sono una valanga nella storia della letteratura, dov’è la novità? L’idea di Baldacci è rovesciare, almeno un po’, i soliti cliché e fare della donna l’elemento d’azione e dell’uomo quello di riflessione. I due li avevamo visti ne “Il candidato” dove, dopo aver preso scoppole a destra e a manca (quasi fossero il PD…), decidono di unire i loro sforzi. Fondano quindi e con successo un’agenzia investigativa. Ed ora li troviamo in un bel guazzabuglio di morti. C’è un intrepido assassino che comincia ad uccidere delle persone usando ogni volta una tecnica mutuata da un famoso serial killer americano. Ed inviando ai giornali, dopo ogni delitto, una lettera cifrata (ma Sean farà presto a decodificarla) dicendo di NON essere quel serial killer. I due intanto vengono anche ingaggiati da un avocato per la difesa di un tizio forse ingiustamente accusato di rapina. Peccato che il rapinato sia il più benestante cittadino locale. Con moglie arcigna e decisionista, e due figli, Eddie pittore sconclusionato con moglie sbandatella e Savannah giovane ragazza (avuta quasi una ventina d’anni dopo). C’era un terzo, gemello di Eddie, ma morto in giovane età. E peccato anche che il benestante sia colpito da infarto e giaccia in ospedale. Dove anche lui viene ucciso, con tecniche simili agli altri, ma con delle diversità che non sfuggono a Sean & Michelle. L’unica costante, anche di questo assassinio, è un orologio posto al polso della vittima. Ogni volta con un’ora in più. Che tra l’altro dà il titolo al libro originale: il gioco dell’ora. Con facile gioco di parole su il nostro gioco, dall’inglese our – hour; e che i traduttori stravolgono in gioco di Zodiac dal nome del primo orologio trovato al polso della prima vittima (peccato che sia il solo Zodiac che viene usato, con buona pace di chi non sa fare il proprio mestiere). La vicenda poi si complica con la partecipazione della patologa locale, Sylvia, con una storiella passata con Sean. E con Michelle che non è insensibile al fascino di Eddie, soprattutto quando questi gioca alle ricostruzioni storiche della guerra di secessione (una passione americana su cui bisognerebbe tornarci su). E con la presenza di un tal Kyle assistente di Sylvia ma teso a rubare farmaci dopanti. E di quella di Sally, stalliere alla villa dei Battle (quelli ricchi) che ad un certo punto, ma quando anche lui è morto, fornisce l’alibi a Junior l’accusato della rapina. Di morti ne abbiamo quindi una caterva: una prostituta, due ragazzi che facevano l’amore in macchina, il riccone, Junior, Kyle, Sally, una signora madre di tre figli che faceva la spesa. Insomma una carneficina. Indagando con i suoi agganci per vari posti americani (Sean era in fondo un ex agente ed un avvocato ben piazzato) si riesce a ricostruire la vita sregolata del vecchio Battle. Un uomo pieno di eccessi, gran puttaniere, ammalatosi di sifilide in gioventù (così ci dice la patologa dopo l’autopsia), despota, che lascia morire il figlio gemello, che comanda a bacchetta moglie e restanti figli. Ma pare anche fascinoso, forse perché ricco. O viceversa. Per il momento, Sean scopre anche che uno dei ragazzi uccisi era figlio del vecchio Battle e di una sua relazione adulterina. Con il padre cornuto che cerca di far fuori i due investigatori. Qui esce fuori la nostra Wonder Michelle che salva la situazione sparacchiando spencolandosi fuori da un’auto in corsa. E poi salvando il socio Sean guidando motoscafi spericolati nel lago cittadino. Io avevo puntato molto su di un possibile colpevole, ma alla fine (anzi si capisce molto prima) i colpevoli sono due. E non li avevo individuati. Forse Baldacci mette troppa carne al fuoco. Anche perché deve far crescere un po’ i due personaggi. Così coltiva il lato azione con Michelle che praticamente è una specie di triatleta poliziottesca e con Sean che rivela un lato super-gaudente quando discetta di vini francesi (ottimo il Bouquet del Saint-Emilion). Tuttavia riconosco la bravura nello scrivere, anche se la fine è un po’ affrettata. Prodotto discreto e di buona fattura. Non male in questi momenti difficili.
Camilla Läckberg “Lo scalpellino” Marsilio 14 (in realtà, scontato 10,50 euro)
[A: 29/06/2012– I: 30/04/2013 – T: 02/05/2013]
[tit. or.: Stenhuggaren; ling. or.: svedese; pagine: 570; anno 2005]
Un nuovo episodio della saga di Fjällbacka, dove si risale un po’ la china rispetto al precedente che mi aveva lasciato leggermente insoddisfatto. Dal prorompente esordio è passato del tempo e la scrittrice ha messo in cantiere anche un po’ di mestiere. Anche se poi, leggendo molto e comparando, ci si accorge che, spesso e volentieri, gli autori usano trucchi o modalità simili per andare avanti. Intanto, ormai quasi tutti usano questo alternarsi di presente e passato, dove ad ogni capitolo facciamo salti avanti e indietro nel tempo. Che il passato serve a spiegare se non a giustificare il presente. Tutta l’abilità sta nel non far capire chi sia il personaggio cattivo che si delinea nelle pagine del passato. Ed in questo la Läckberg ha delle frecce al suo arco. Anche se, dal punto di vista del giallo in quanto tale, già nel primo capitolo avevo fatto un’ipotesi di colpevolezza, che si è rivelata corretta alla fine del libro. Quindi brava nell’andare su e già nel tempo, ma il tempo presente è discretamente lineare. Secondo “trucco” è l’uso dei bambini. Pare che non passi giallo nei paesi scandinavi se non ci sia qualche problema con i bambini. Dagli abusi alle uccisioni. Ed anche qui cominciamo con l’omicidio della piccola Sara. Figlia affetta da ADHD (su questo torneremo più avanti) di Charlotte e Niclas, che hanno grossi problemi tra loro, e grossi problemi con Lilian, la madre di Charlotte. Omicidio che tocca da vicino i protagonisti della vicenda, che Charlotte è diventata amica di Erica da quando questa ha partorito la piccola Maya, figlia sua e del poliziotto Patrick. E sarà proprio Patrick ad incaricarsi delle indagini che vedono mettere tante carni al fuoco. Tanto che qualcosa brucerà un po’ troppo. Da una parte, infatti, le vicende umane di vita quotidiana: le difficoltà di Charlotte con la madre, la malattia probabilmente fatale di Stig il compagno di Lilian, i problemi di Niclas con la sua di famiglia, e soprattutto con il padre Arne, sacrestano bigotto. Nonché i problemi tra Lilian ed il vicino Kaj per questioni di territorio delle rispettive case. Kaj che ha anche problemi con la moglie, la sola ad occuparsi seriamente del loro figlio Martin, affetto dalla sindrome di Asperger. Inciso: terzo trucco, infarcire le vicende di nuove e, a volte,  poco note malattie. Da poco si lesse della sindrome di Klinefelter nei libri della Reichs, qui abbiamo Asperger che fortunatamente già avevo incontrato, una specie di autismo ad alto quoziente intellettivo. Ma anche, come detto sopra, l’ADHD e l’analogo DAMP, che purtroppo nel libro sono citati minuscoli e senza spiegazioni. Solo dopo attenta ricerca ho scoperto essere malattie relative all’iperattività ed a deficit nell’attenzione e nella percezione. Anche qui, due righe di spiegazione non avrebbero guastato. Ma torniamo alla vicenda, che oltre ai problemi della comunità, ci sono quelli della locale polizia, con il capo sempre lontano dalle vicende, con Patrick e Martin, i giovani, che cercano di mettere le pezze dove possono. E con l’inutile Ernst che per insipienza combina un guaio dopo l’altro. Non avverte che nella cittadina c’è un possibile pedofilo, provocando prima la morte di un abusato, poi, per tirarsi fuori dai guai, anche di un secondo giovane. Certo che lo scalpellino del titolo non ci aiuta molto: non è parte della vicenda, e muore ben presto, lasciandoci alle prese con una strana tipa, la moglie Agnes, che continua a far guasti tra Svezia ed America (quando non omicidi). Non può essere l’assassino che cerchiamo, in quanto dovrebbe avere un’età vicino ai cento anni. Ma Patrick, con l’aiuto anche di una puntata di Cold Case americano visto in televisione, che gli da una possibile interpretazione, riesce a risolvere l’intricata matassa. Trova la persona che ha già tre omicidi alle spalle, e si avviava forse ad altri due o tre. E con tutta la carne a fuoco, c’è anche tempo per seguire qualche pagina della vicenda della sorella di Erica maltrattata dal marito e della crescita interna al loro rapporto che fanno Erica e Patrick passando dalla depressione post-partum alla possibilità di intravedere futuri radiosi con i bambini. Alla fine, come detto, troppa carne sulla brace e qualche pezzo si brucia troppo. A noi che piace al sangue. Rimarchiamo e sottolineiamo comunque la capacità di bella scrittura ed anche di non dimenticarsi pezzettini di vicenda. Alla fine tutto si spiega. Con qualche apertura ad un probabile quarto episodio. Come dicono i telefilm di una volta: continua…
“Ritrovarsi in casa un neonato era come entrare in un universo estraneo e sconosciuto, con tensioni sempre nuove appostate dietro ogni angolo. Perché non dorme? Perché piange? Ha troppo caldo? Ha troppo freddo? Non le sono venuti strani puntini?” (9)
Veit Heinichen “Nessuno da solo” E/O 11,50 (in realtà, scontato a 5,98 euro con Feltrinelli+)
[A: 01/12/2012 – I: 13/05/2013 – T: 15/05/2013]
[titolo: Keine frage des geschmacks; lingua: tedesco; pagine: 384; anno: 2012]
I conoscitori del tedesco (e quindi non io, come ben si sa) mi dicono che geschmacks ha a che fare con gusti o scelte o similari. Tanto per rimarcare la poca lucidità degli editor (e spero sempre che qualcuno mi dia qualche lezione di traduzione – marketing). Fatta quindi la solita premessa, ormai quasi monotona, su traduttore – traditore, veniamo all’ultimo libro del fino ad ora interessante Heinichen. Ricordo ai meno attenti, che il nostro scrittore è tedesco, scrive in tedesco, ma vive a Trieste dove ambienta le sue storie di poliziesco – civico, nella tradizione nordica ormai consolidata. Protagonista degli scritti è anche qui un commissario, Proteo Laurenti, che mi ha sempre affascinato nel nome. Tuttavia, rispetto ad altre storie, sempre con qualche puntata ben scritta sul sociale, qui, vuoi per la sensibilità dell’autore, vuoi per la situazione italiana non particolarmente rosea, le sparate sono un po’ troppo lunghe, ripetitive, quasi che ci si sentisse in dovere di dire cose, politicamente corrette, ma che non incidono (come la frase che sotto riporto). Continuare a dire del sistema di corruzione instaurato da venti anni di Silvio, seppur corretto, non prende, non porta elementi nuovi, e rischia di diventare fuorviante, almeno in questo contesto. Che non è quello di Saviano, ma quello di uno scorrere di giorni nella Trieste attuale. Con i problemi della malavita locale, di quella che viene dall’est, e con la ragnatela di malaffare esemplificata dal cattivo centrale del romanzo, Lele Raccaro, i cui tentacoli si allungano sino a Roma. Ma che non sa di avere un punto debole in Aurelio, suo figlio naturale. Che pensa e spera di trovare la sua strada nel “cattivo mondo”, ma che può usare solo l’unica arma che conosce: il sesso. Con il quale comincia piccoli ricatti verso tedescone in gita, per poi tentare il colpo grosso con una donna deputato del Parlamento inglese. E qui incappa in una girandola di contrattempi: l’inglesina non ci sta a pagare, chiede aiuto alla sua amica etiope Miriam Natisone, di origini italiane (Natisone è un fiume del Friuli), che contro gioca il cattivello, contro manipolando le foto, e scompigliando la vita triestina venendo a scoperchiare le piccole salme in loco. Nelle more, essendo giornalista, ne approfitta per un reportage sul caffè a Trieste, che, come ognuno che conosce della nera bevanda, è il luogo principe del caffè italiano. Lì si produce la maggiore quantità di caffè (da cui derivano Illy e compagnia), lì si consuma più caffè che a Napoli. E per inciso questa è la parte migliore del libro, dove ripiombiamo ancora una volta verso una degustazione di Kopi Luwak, il famigerato monocultura indonesiano. Miriam comincia a dare troppo fastidio, e viene presa nel mirino da Aurelio. Ed intanto Proteo che fa? Qui vengono le dolenti note, che si perde, il nostro Veit, nelle lunghe problematiche familiari di casa Laurenti. Dopo la storia con la procuratrice slava, ora il commissario è impegnato in un flirt con una dottoressa che ha la metà dei suoi anni. In parallelo, anche sua moglie Laura ha una storia con un critico d’arte che cerca di rifilarle patacche. Poi ci sono i figli: Laura che non trova lavoro stabile, viene ingaggiata in una produzione italo - tedesca, il cui gestore è amico del Lele di cui all’inizio, e che muore nelle prime pagine del romanzo, Patrizia che ha avuto una bambina, che ha il marito lontano e che gli mette le corna con un guardaboschi, e Marco, l’unico che ne esce bene, il cui unico intervento in tutto il libro è preparare una cena a base di meduse fritte. E Laurenti, indagando sulla morte del tedesco, su di un furto di caffè, si imbatte nella Miriam, nei fatti e misfatti di Lele, scoprendone anche un tentativo di evasione fiscale con tanto di soldi verso San Marino, bloccati al porto di Ravenna. Ma tutto è molto stanco, lungo, quasi insopportabilmente lungo, che si aspetta con ansia la fine. Che arriva, annodando i fili, e facendo, come spesso in Italia e sovente in Heinichen, vedere che purtroppo la giustizia non è mai troppo nei primi posti delle italiane cose. Insomma, mi aspettavo di più, più incisivo, più avvincente. Ed invece è meno, molto meno di tutti gli altri libri di Heinichen. Speriamo sia solo un momento.
“Anche questo faceva parte del castello di bugie del governo: aggravare di proposito la situazione del paese, in modo da essere costretti a procedere in maniera ancora più compatta per porvi rimedio e sferrare così un attacco dopo l’altro allo stato di diritto.” (271)
Come ogni prima trama, parliamo ora anche dei libri del mese di aprile, in realtà non proprio esaltanti, con due tonfi iberici della Asensi e di Rebelo, e nessuna “punta di diamante”.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Clive Cussler & Jack Du Brul
Corsair
TEA
9
2
2
Elizabeth Peters
Pericolo nella Valle dei Re
TEA
8,60
3
3
Qiu Xiaolong
Ratti rossi
Marsilio
12
2
4
Andrea Vitali
Almeno il cappello
Garzanti
12
3
5
Anne Holt
La dea cieca
Einaudi
13
3
6
David Baldacci
Il gioco di Zodiac
Mondadori
10
3
7
Matilde Asensi
La vendetta di Siviglia
BUR
8,90
1
8
Ian Rankin
Fine partita
TEA
9
3
9
Fernando Savater
La vita eterna
Laterza
6,90
3
10
Ian Rankin
Casi sepolti
TEA
9
3
11
Marco Vichi
Perché dollari?
TEA
9
2
12
Michael Connelly
Lame di luce
Piemme
10
3
13
Tiago Rebelo
Il tempo degli amori perfetti
Beat
9
1
14
Simonetta Agnello Hornby
Un filo d’olio
Sellerio
14
3
15
Ian Rankin
Una questione di sangue
TEA
8,90
3

Per concludere, un bel paese l’Islanda, con della natura da spettacolo, forse un filo costoso per noi gente del Sud. E senz’altro più di un filino freddo. Per consolarci, continuiamo la discesa verso Sud, e giovedì si parte per il Portogallo.

domenica 30 giugno 2013

Grandi città - 30 giugno 2013

Ma non è una trama dedicata ai viaggi, ma grandi città come teatro di azioni più o meno violente, portate con mano abbastanza ferma da quattro autori italiani, nuovi e vecchi. C’è la Milano di Colaprico, anche se poi ci si muove per tutta la penisola, e c’è la Firenze di Vichi. Ma c’è anche la Roma di Foschi e l’interessante puntata a Parigi di Pandiani. Storie violente, come detto, ma anche storie di vita, e storie di persone.
Enrico Pandiani “Les Italiens” Instar euro 9
[A: 04/10/2012 – I: 01/03/2013 – T: 02/03/2013]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 301; anno: 2012]
Un esordio (nella mia libreria) interessante e da incoraggiare. Dopo un tedesco che scrive di poliziotti italiani a Trieste, ecco nascere un italiano che parla di una brigata di gendarmi italo-francesi a Parigi. Spero che venga (o sia stato) tradotto in francese, che lo merita. Perché unisce un tocco di francesità a molto hard-boiled americano. Un Luc Besson alla Nikita, risciacquato con un Tarantino doc. Narrato in prima persona dal responsabile della brigata detta “Les Italiens”, dato che è composta tutta da oriundi (di diverse generazioni), la narrazione e l’azione entra subito nel vivo, sin dalle prime righe. Una sparatoria che colpisce il Quai des Orfevres, decima la brigata, facendo fuori 2 gendarmi e mandando all’ospedale un terzo, nonché una donna innocente. Si entra subito nel vivo, e con un bel ritmo. E si rimane su questo filo senza fiato, quando il suddetto narratore viene incaricato dal capo della polizia di indagare su un probabile tentativo di furto a carico di una persona che (guarda caso) assomiglia alla donna morta per caso. E tuttavia non è una donna, ma un trans. Questo è un bel colpo di genio dell’autore, che infila anche tematiche sociali e personali nel bel mezzo di questa corsa verso (ancora) non si sa cosa. La bella Moët (o il bel Thomas a seconda di quale parte si privilegia) si dedica alla pittura, ed ha un discreto successo con tutti i generi (maschili e femminili). Lo studio è devastato, e così anche la casa, che si trova in periferia (bella la gita in auto verso gli stagni di Saint – Claude). Non solo, ma lì i nostri due eroi in fuga si trovano assaliti da una banda, tra cui c’è anche un poliziotto. Il mistero si infittisce, non si sa chi è amico e chi no. Il nostro decide di potersi fidare di due persone soltanto: la ricca Ocèane, dal cui attico partirono i colpi che hanno dato origine alla vicenda, ed il resto della sua brigata, con a capo ora André Serandoni (rigorosamente con l’accento sulla i). Continuano a fioccare morti e sangue. Muore l’avvocatessa di Moët. E si passa una serata hard tutti a casa di Ocèane. Intanto cominciano a diradarsi alcune nebbie: il nostro trans è stato adottata (difficile utilizzare desinenze maschili e femminili in questo caso…), ed il suo amante – amica – avvocato (appena dal trans mollato) per tornare alla carica aveva deciso di scoprire i veri genitori di Moët. Che però avevano chiesto il segreto, che l’avvocato riesce comunque a sapere che siano, che sono in una posizione pericolosa per Moët e per “les Italiens”. Nonostante tutto, i nostri italiani decidono di procedere a spron battuto, aiutati dalla tribù di immigrati: il padre ed i parenti di Serandoni, dalla brigata fluviale, alla brigata motorizzata. Che i cattivi hanno una bella struttura delinquenziale a loro supporto (e si capirà alla fine i veri motivi di tutto ciò), ramificata in molte strutture della Pubblica Amministrazione francese, polizia in primis. Ed allora proseguiamo con gli inseguimenti, le agnizioni, le morti violente (alla fine credo di averne contate una ventina), i tentativi di incastrare il nostro narratore (di cui però fino alla fine non veniamo a conoscenza del nome) uccidendo persone a destra e a manca con il suo coltello o le sue pistole. Il nostro comincia inoltre non solo a capire Moët, ma ad esserne attratto, ed è interessante il percorso di denudamento dei sentimenti dei personaggi principali. Alla fine, si chiariranno i misteri: l’origine di Moët – Thomas, la rabbia del narratore, il suo pencolare verso Ocèane, ed il chiarimento finale (che non vi anticipo) tra tutti i protagonisti, che metterà ognuno ad un posto congruo, ma che apre (credo) le porte ad una successiva puntata. Insomma, una scrittura interessante, degna erede di Chandler, forse con qualche ingenuità, ma, in definitiva, uno dei prodotti più interessanti dell’ultimo periodo. Bravo Enrico! E grazie del piccolo ricordo – cammeo con il gelato da Berthillon nell’Ile-Saint-Louis!
Paolo Foschi “Il castigo di Attila” E/O euro 13 (in realtà, scontato 11,18 euro)
[A: 14/03/2013 – I: 25/03/2013 – T: 27/03/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 167; anno 2012]
Secondo episodio delle indagini del commissario Igor Attila, ex-pugile e capo della squadra speciale della polizia dedicata ai crimini sportivi. Foschi (anche lui del Corriere della Sera, come il da poco letto Ruggeri sul versante asiatico dei viaggi) migliora la scrittura rispetto al primo libro. Almeno per quanto riguarda la storia e l’intreccio. Forse non tanto per i personaggi in sé, sui quali ritornerò. Nel delitto alle Olimpiadi, probabilmente anche nell’ansia della presentazione dei personaggi e delle situazioni, la storia “gialla” rimane un po’ risibile rispetto al resto, nonché con quella forzatura di prevedere due atleti bianchi sul podio in una finale degli 800 metri piani (cosa che non succede alle Olimpiadi dal lontano 1980 con gli inglesi Ovett e Coe). Qui invece ha un suo spessore autonomo. Anche perché si passa a parlare di calcio. E quando si parla di calcio, ovvio il collegamento al calcio scommesse ed alla malavita organizzata. Con un po’ di cattiveria (o masochismo) il romano Foschi fa perno della vicenda il portiere della Roma, Rocco Graziano, che dopo essere diventato l’idolo delle folle per aver parato il rigore decisivo della finale di Champions tra Roma e Liverpool (e ben ricordiamo la “vera” partita tra le due squadre, quella del maggio del 1984, quando molto venne deciso dall’errore dal dischetto di Ciccio Graziani, qualche rimando, Foschi?) viene ucciso a colpi di pistola. Attila viene subito attivato e non impiega molto a scoprire tutti gli altarini del portierone, che da ragazzo di provincia assurge alle prime pagine, alla gloria, agli onori. E scopre le sue molteplici vite: il denaro, e quindi i collegamenti con gente poco raccomandabile, le scommesse, le partite truccate o pilotate (Foschi sfondi porte aperte su questo terreno, anche se dolorose) e le donne, tante, e soprattutto tutte molto ingannate. Che il buon Rocco pensava (solo?) a sesso facile e senza pensieri. Ma le sue donne? Ovvio il rapporto ufficiale con la velina di turno. Ma ovvi anche i passaggi per altre e meno conclamate belle ragazze. Il nostro commissario segue così la doppia pista: vendetta di malavitosi che hanno perso soldi per la parata finale di Rocco o vendetta di una qualche fidanzata (troppo) ingannata. La verità, o meglio, il vero andamento della vicenda lo lascio scoprire a chi avrà voglia di leggere le veloci pagine del nostro giornalista. Quello che piace e che Attila ha una coscienza, e farà in modo, in ogni caso, che i cattivi, ovunque essi siano ricevano una più o meno giusta punizione. Quello che convince meno  è l’insistere su alcune tematiche dei personaggi. Soprattutto, il tormentone di Attila per la perdita di Titta. Ogni due pagine il buon poliziotto si lamenta, si rammarica, si fa percorsi mentali assurdi, che alla lunga stancano. Anche perché noi già sappiamo una parte della storia, avendo letto il primo romanzo, e queste lungaggini sono veramente troppo reiterate. Come troppo insistito il ritorno all’incontro di boxe con il quale Attila perse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seoul per una combine degli arbitri a favore di un coreano (e di cui ho già parlato tramando il primo libro del commissario). Insomma ci sarebbe bisogno di un po’ di freschezza in queste parti. Che potrebbe venire dai sottoposti di Attila alla squadra speciale, ma non quagliano. Come non arriva dall’agente speciale Celeste Quinteri, di cui io personalmente faccio il tifo ma che il nostro autore non fa sbocciare come potrebbe. In definitiva, un libro discreto che ben ha accompagnato le giornate al sole delle isole thailandesi (come avrebbe fatto anche in altro sole). Insomma, un libro da spiaggia e non molto di più, anche se scorrevole.
Piero Colaprico “La donna del campione” Repubblica – Noir euro 7,90
[A: 27/08/2012– I: 15/05/2013 – T: 17/05/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 395; anno 2007]
In attesa di leggere i gialli a quattro mani di Colaprico e Valpreda, che finalmente sono entrati nella mia libreria, finalmente ho tra le mani un romanzo intero del giornalista di Repubblica. Di lui, oltre agli articoli sul giornale, ho letto racconti, brevi o lunghi, ma è la prima volta che mi imbarco in un romanzo completo. Ed anche discretamente complesso. Ma che, da bravo utilizzatore della penna, riesce a gestire sufficientemente bene, anche se, complessivamente, forse mi aspettavo qualcosa in più. Se non altro sul lato del coinvolgimento, della suspense, insomma di quelle caratteristiche che, negli articoli giornalistici sono presenti in dosi diverse, ma che, nel tempo mi hanno fatto apprezzare il suo modo di scrivere. Qui siamo in una vicenda pienamente italiana, pienamente attuale, con la dovuta attenzione a tutti quei personaggi “in margine” che riempiono continuamente la vita di tutti i giorni. Colaprico, per darci uno spaccato della vita milanese (che quella è la cifra costante di tutti i suoi romanzi, per quanto non so), decide di affrontare la vicenda centrale (il rapimento di un ricco e giovane affarista sportivo, legato al mondo della Formula1) utilizzando tre punti di vista (anche se sempre in oggettiva). Come li battezza lui: il consulente, il poliziotto e il killer. Il consulente è un ex-poliziotto, uscito ricco ed indenne da storie ai limiti della legge, e riciclatosi con successo come investigatore. Viene assunto dalla super bonazza moglie del rapito per liberarlo prima del Gran Premio d’Italia del 18 settembre. E Corrado, saputo chi tiene l’ostaggio in custodia, organizza un contro-rapimento ricatto. Rapisce i parenti dei rapitori, e propone uno scambio, con un bonus di qualche milione di euro. Il poliziotto è invece un amico di Corrado che rimane al di qua della legge, e, sebbene con modalità a volte al limite, è uno che ragiona (e molto) e soprattutto entra in empatia con i casi che affronta. Ora ha per le mani una ragazza trovata bruciata, ma morta prima di botte. Con l’osservazione ed il ragionamento, riesce a ricostruire la vita di Valentina, da quando fugge di casa sino alla sua entrata in un centro massaggi, altro nome (come da cronache attuali) di un centro di prostituzione di alto livello. Il killer è invece un ex-bandito alla Vallanzasca, ritiratosi da Milano nella Puglia natia, ma che non può tirarsi indietro se “gli amici” gli chiedono qualche lavoro. Che gli frutta fior di quattrini. Peccato che ora venga ingaggiato dai siciliani per eliminare Iole la Santa, sua ex compagna di rapine, passata a collaboratrice di giustizia. Le tre storie si dipanano, fortunatamente non a capitoli alterni, come da malcostume di scrittori di thriller di secondo piano. Ogni storia ha un suo respiro, prende tempo, a volte forse Colaprico si dilunga un po’. Ci inzeppa scopate a destra e sinistra, tra Corrado e Maretta la moglie del rapito, tra Francesco il poliziotto ed il sostituto procuratore, benché Iva sia sposata e lui fidanzato, tra il killer e la sua fidanzata alle soglie della laurea. L’abilità di Colaprico consiste invece nel portarci, passo dopo passo, alla convergenza di tutte le storie. Che Corrado e Francesco sono amici. Così arriviamo a scoprire che il rapito è sparito nel centro massaggi dove lavora Valentina, che forse il capo di Valentina è in accordo con i rapitori, e sicuramente ha messo lo zampino nella morte della ragazza, che Corrado utilizza Iole per il contro-rapimento di cui sopra, che Iole organizza una sua esposizione per far finta di cadere in trappola e prendere in trappola il killer, che il porta valori (quello che procura i soldi del riscatto) è padre di una ragazza che si è uccisa qualche mese prima, e che ha uno strano rapporto con Maretta. Che la fidanzata del killer è meno stupida di quanto sembra. Che il rapito non è proprio una pasta d’uomo, anzi è un gran … Colaprico cerca in questo modo di fare un bel castello, dove alla fine tutti i pezzi vanno al loro posto. Molti cattivi (ma non vi dico quali) pagano il fio delle loro colpe. Ma anche molti buoni ci vanno di mezzo. Insomma, l’autore ci vuole mostrare la vita com’è, un gran casino, dove non sempre tutto riesce. Anzi, qui sembra che non riesca proprio nulla. Dopo aver messo tanta carne al fuoco, il finale si fa un po’ affettato, che stiamo già vicino alle 400 pagine, ed il lettore non riesce a tenere più il filo di tutto. E purtroppo, questo il vero punto negativo, anche Colaprico non ci accompagna per mano verso una spiegazione globale, così come ci avevano insegnato i Nero Wolfe o i Maigret. Ed è un peccato per un noir italiano di fattura decisamente migliore di analoghe prove. Un’ultima nota personale. Quando Maretta scappa, Corrado la va a ritrovare in un luogo che Colaprico non menziona, indicando solo la presenza del “Giardino dei Tarocchi”: cioè per noi, Capalbio e Niki de Saint-Phalle.
“Era una coppia che restava insieme perché era troppo difficile ricominciare da qualche altra parte.” (42)
“Ci sono amicizie finite che si trascinano nel tempo per una serie di obblighi.” (150)
Marco Vichi “Morte a Firenze” TEA euro 9
[A: 15/07/2012– I: 23/05/2013 – T: 24/05/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 359; anno 2009]
Come sua modalità di scrittura che abbiamo ormai imparato a conoscere, Vichi mescola insieme una serie di storie, a volte quasi non legate le une alle altre, se non per il vincolo temporale. E come riconosce il commentatore di TTL de La Stampa, questo è il meno noir dei romanzi imperniati sul commissario Bordelli. Certo, il nucleo centrale è la scomparsa e poi l’uccisione di un ragazzo di 13 anni (e questa è una delle parti che nei noir degli ultimi anni mi mette più a disagio, che non riesco a seguire bene, talmente mi fa orrore l’idea; le tre cose che più mi colpiscono, infatti, sono la violenza sulle donne, la violenza sui ragazzi e la pedofilia in generale). L’indagine di Bordelli percorre tutto il romanzo, ma non si sviluppa in modo lineare, non aggredisce, non propone piste anche a noi lettori. Riprende quel filone da “procedural thriller” che avevo illustrato parlando dell’opera di Ed McBain, ma non si riesce ad entrare in sintonia con la questura di Firenze. Sarà forse perché viene praticamente emarginato l’alter-ego di Bordelli, quel giovane Piras che nelle altre prove serviva da rimbalzo ed approfondimento dei ragionamenti del commissario. Intanto, il romanzo si riempie d’altro: in maniera totale, dell’alluvione di Firenze del ’66, che, infatti, la storia si svolge proprio tra ottobre e novembre di quell’anno. Da un punto di vista filologico e di rievocazione storica, l’alluvione è ben rappresentata: la pioggia, gli argini, le comunicazioni interrotte, l’acqua che sale, travolge e uccide, le autorità in parata (mi sembra di vedere un lungo filo che la unisce a L’Aquila). Ed i ricordi personali di aver lavorato, allora tredicenne, alla pulizia dei manoscritti dal fango (e dovrei ancora avere un attestato del Ministro Taviani). Ma non riesce a dare né un senso al romanzo, né a costituire quel sottofondo che penso volesse dargli l’autore. L’altro tessuto di connessione è l’ossessione di Bordelli per le donne, le sue paturnie da quasi sessantenne sia per gli amori passati, sia per quelli a venire, con un’insistenza che, a mio avviso, è particolarmente ridondante. Ne bastava meno, per darne un’idea. Invece lì che insiste, e rimugina, e poi si innamora di una che potrebbe essere sua nipote, piuttosto che sua figlia. E le ossessioni del commissario, questa, e quella più insistente ed altrettanto inutile sul fumo, quasi ripercorresse dei passi di Zeno, ma senza la loro profondità. Come sempre ci sono atre parti, slegate dal filo della trama, che invece comunque piace leggere, soprattutto quando poi l’autore, nella postfazione, ne spiega la nascita. Tutti quei ricordi sulla guerra, sui partigiani e sulle battaglie tra i monti, vengono dai ricordi del padre dell’autore, che trova così un modo per lasciarne una traccia, per non farli cadere nell’oblio. Tra tutto questo la trama va avanti, legata ad una bolletta della SIP trovata non lontano dal cadavere. E scava che ti scava, collega che ti collega, accumulando notevoli dosi di colpi fortunati, Bordelli comincia ad intravedere una trama. Un gruppo di pervertiti, di diversa natura, i cui giochi osceni questa volta hanno passato il limite. Ma non riesce a trovare prove per sostanziare queste intuizioni. Prove concrete non miseri indizi. Allora fa quello che farebbe un eroe d’oltreoceano, ma di cui Bordelli non sembra avere le caratteristiche. Non dico che cerca la giustizia personale, questo andrebbe fuori le righe del personaggio. Cerca tuttavia, come una squadra in difficoltà, di indurre l’avversario ad un errore. Che faccia un fallo, che faccia una mossa falsa. Allora lui potrebbe… Ma non ha le giuste intuizioni. Ed il potere corrotto che lo circonda è sicuramente più forte di lui. Chissà perché alla fine mi viene in mente il re dell’Epiro? Lettura quindi scorrevole, ma troppo intervallata da letture altre, che ne rallentano il filone principale. Non mi ha soddisfatto. Alla fine mi torvo davanti il libro chiuso con quel sentimento ambivalente che dicevo prima, ed un bilancio finale più sul meno che sul più. Un ultimo punto, ho controllato, le canzoni dei Rokes di Shapiro che sono citate sono entrambe del ’66, quindi in linea con la trama. Anche se “E la pioggia che va” (tra l’altro un mio vecchio cavallo di battaglia) è proprio di Ottobre di quell’anno. Forse un po’ troppo fresca per essere cantata quasi a sottolinearne i punti salienti (“e noi che stiamo correndo, avanzeremo di più”…). Ma sono canzoni che adoro e quindi va bene anche così.
“Non voleva pensare alle donne che aveva perso, ma a quelle che dovevano ancora arrivare.” (64)
E visto che si parla di grandi città, non possiamo che chiudere citando l’assenza (praticamente) di città cui vado incontro nel mio prossimo e confermato viaggio per l’Islanda. Curioso di questa terra di ghiacci, parto tra pochi giorni, lasciandovi probabilmente con qualche trama in meno per questo luglio autunnale. 

domenica 23 giugno 2013

Edimburgo (prima o poi) - 23 giugno 2013

Visto che non siamo ancora partiti per la Scozia (ma sappiamo che ci si andrà, più prima che poi, vero?), ed a valle di una segnalazione trasversale (come segnalo nella prima trama), eccoci ad occupare di questo scrittore scozzese e delle sue lunghe storie che hanno per protagonista John Rebus, poliziotto di Edimburgo. Ho recuperato la prima, grazie alle decisioni editoriali di TEA, ed alcune intorno alla decima storia, dove peraltro si sono svolte già molte avventure del nostro commissario, passato tra divorzi, amori e dolori. Rimane da citare una scrittura onesta, ed una buona resa (soprattutto da un certo punto delle storie in poi) delle atmosfere scozzesi (forse a volte si indugia un po’ troppo sull’alcool, ma credo sia connaturato al luogo dei romanzi).
Ian Rankin “Cerchi e croci” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 30/09/2012– I: 26/02/2013 – T: 01/03/2013]
[tit. or.: Knots & Crosses; ling. or.: inglese; pagine: 255; anno 1987]
E siamo finalmente giunti alla lettura del primo romanzo dello scrittore scozzese dedicato all’ispettore John Rebus. Ricordo, più che altro per me, il percorso che mi ha avvicinato a Rankin. Pur avendolo visto negli scaffali delle librerie romane, non lo avevo preso in considerazione, fino a che il suo nome non è uscito fuori in un romanzo di un altro scrittore scozzese, Alexander McCall Smith, nel corso di una delle storie dedicate ad Isabelle la filosofa - investigatrice. E compare citato come un grande scrittore delle atmosfere di Edimburgo. Messo sull’avviso mi è capitato un suo romanzo (credo il decimo) della serie di Rebus. L’ho trovato giusto (come ne scrissi), belle atmosfere, bella descrizione ed interessante intreccio. Con la mia solita maniacale passione, ho quindi cercato nel tempo di ricostruirne la bibliografia. E con piacere ho notato questa riproposizione, da parte della serie TEA Mystery, del primo libro della serie. Quindi preso e, con i dovuti tempi, letto. Il libro non parte subito, e forse, come un diesel, si muove per le 200 e passa pagine con un piglio interessante ma non (scusate il bisticcio) spigliato. Certo, dobbiamo fare la conoscenza dei personaggi, collocarli nel loro punto storico e personale. E questo richiede tempo. Mentre cominciamo tutto ciò, muoiono delle ragazzine intorno ai dodici anni. Muoiono strangolate, ma su di loro non viene commesso nessun abuso sessuale, cosa alquanto atipica, se ci si trovasse davanti ad un serial killer. Tutto pian pianino scorre, anche lungo il fiume e tra i pub. Rebus si impegna ma non riesce a trovare connessioni. Scopriamo che è divorziato, che ha una figlia, dodicenne anche lei, di nome Samantha, e che sta iniziando una storia con una poliziotta addetta alle relazioni pubbliche, la bella Gill. Scopriamo anche che riceve lettere anonime. E ben presto noi, onniscienti lettori, capiamo che ci sono forti connessioni con le morti. Un altro killer che lascia indizi al poliziotto perché possa essere scoperto? Una sfida? E mentre andiamo scoprendo i personaggi, ci si rivela anche il passato di John. Che viene dall’esercito, risultando uno dei migliori del suo corso. Che viene scelto, con un numero sempre ristretto di altri, per entrare nelle forze speciali. Che subisce un addestramento duro, specifico, e che spezza la volontà a tutti, forse riducendone qualcuno alla follia. Follia che John e Gordon, il suo amico rivale, cercano di cavalcare giocando a mente al gioco che in inglese si chiama “Knots & crosses” (che appunto, come dice il titolo italiano, sono cerchi e croci) ed in italiano “Tris”. Un gioco che ricordiamo bene, sia dall’infanzia, che dal bellissimo film “War Games”, dove viene usato per “impallare” un computer, che alla fine sputa quella bellissima sentenza pacifista: "l'unico modo per vincere una guerra è... non farla!" E John Rebus, quando scopre la brutalità di tutto ciò, decide di lasciare l’esercito, e di fare il poliziotto “per riparare qualche torto della vita”. Il primo spiraglio per avvicinarci alla soluzione è fornito da un matematico inglese che telefona a Rebus dicendogli che la soluzione deriva da un acrostico che sembra essere l’unico legame tra le vittime. Illuminazione. Ma anche paura, che a questo punto Rebus capisce di essere al centro esatto della storia. Con tutti che gli danno addosso, e con Gill che pensa anche alla possibilità che John sia uno schizofrenico con una doppia personalità. Quale sarà la verità? Riuscirà Rebus a dimostrare la sua innocenza ed a salvare l’unica persona a cui tiene realmente? Ai lettori l’ardua sentenza, noi ci accontentiamo di questo inizio di assaggio scozzese, tra nebbie, alcolici e pub, non ancora in quelle atmosfere alla Cronin che trovo in scritti successivi di Rankin, ma sicuramente con la posa di una base interessante per una serie (vero cari amici di Fox-Crime?).
“John faceva collezione di libri che poi non leggeva. In passato no, aveva sempre letto tutto quello che comprava, ma ormai … era diventato più critico, non era più disposto a sorbirsi sino alla fine un tomo che non gli piacesse veramente: la sua pazienza durava al massimo dieci pagine.” (49)
“- Quanti anni ha tua figlia? … - Va per i dodici. – Un’età difficile. – Perché, ce n’è una facile?” (82)
Ian Rankin “Fine partita” TEA euro 9
[A: 15/04/2012– I: 18/04/2013 – T: 21/04/2013]
[tit. or.: The Falls; ling. or.: inglese; pagine: 509; anno 2001]
Sono passati quattordici anni dal primo libro sull’ispettore Rebus, e questa è la 12^ inchiesta che ci propone l’autore. Delle dieci che intercorrono, credo di averne letta una tempo fa, e molte, invece, non sono neanche state tradotte. Ma Rankin sa maneggiare le sue storie, e non ci dà il tempo di rimpiangere le puntate perse. L’ispettore John Rebus è lì, al centro della scena. E intorno si dipanano storie e soprattutto, come già detto, Edimburgo, la sua geografia, la sua aria scozzese, ed i suoi pub. E la geografia di Rebus stesso: la vita privata, con l’idea dell’ex-moglie ormai scomparsa da tempo dalle storie, e quella della figlia, vittima nei libri di mezzo di un qualche incidente ma che non compare qui, e quella pubblica, il lavoro, il nuovo capo, ora una donna (non facile essere donna a capo di un dipartimento…), la sua squadra, con Eileen (sua partner in precedenti storie) pian piano che scende in secondo piano, e Siobhan (che si pronuncia “scivaun”) che invece sale quasi a suo alter ego, con le stesse manie di John (a parte l’alcool) e la stessa determinazione. Compare inoltre una simpatica Jean che sembra entrare un po’ negli affetti del tenebroso ispettore. La storia prende le mosse dalla scomparsa di una ragazza di venticinque anni, di buona famiglia (padre banchiere, molto più interessato ai soldi che al resto, moglie “da tappezzeria” e patrigno socio del padre e forse qualcosa in più) e di buon fidanzato (David, di famiglia irlandese, una volta violento, ma in seguito ad avvenimenti che non sappiamo, redento). Compare anche un anatomopatologo in pensione, vicino di cassa della scomparsa Flip che forse sa più di quanto sembra. La storia si fa densa quando da un lato scopriamo che Flip era appassionata di giochi di ruolo via internet e dall’altro compare una piccola bara intagliata con dentro una bambola. Del primo filone si incarica Siobhan, e qui i traduttori devono fare miracoli di spiegazioni. Che il role-play va avanti a forza di enigmi, ovviamente intraducibili, che costringono il traduttore ad usare l’inglese, con lunghe spiegazioni in italiano. Come per uno degli ultimi indizi che in inglese inizia con “Add Camus to ME Smith…” per collegare un libro di Camus (“La caduta” in inglese “The fall”) con Mark E. Smith il cantante di un gruppo scozzese che si chiamava “The fall”, per ottenere “the falls” (le cascate) che è: 1. il titolo originale del libro, 2. il posto dove viene ritrovata la piccola bara e 3. un luogo vicino alla casa natale di Flip. Intraducibile, direi. Intanto la bara trovata alla cascata viene collegata con altre bare trovate su luoghi o vicino a luoghi di misteriose scomparse o misteriosi delitti. Ed il tutto, a sua volta collegato ad una serie di altrettanto piccole bare, trovate in un luogo di Edimburgo detto “Arthur’s Seat” (e guarda caso si riferisce a Re Artù, ci saranno cose da vedere in città…). E queste bare sembrano essere collegate alle attività criminali ottocentesche di una celebre coppia di furfanti edimburghesi: i famigerati Burke ed Hare, fornitori di cadaveri ai medici per i loro studi. E quando i cadaveri scarseggiano decidono di procurarsene direttamente attraverso omicidi. Beh, un bel calderone di informazioni, dove si intrecciano enigmi (d’altra parte, come tirarsi indietro quando uno fa Rebus di cognome), ricerche storiche sul passato di Edimburgo ed altre amenità scozzesi, whiskey e birra a fiumi. Non ultima, e forse anche questa per me interessante, la passione di John per la musica, con la casa dove manca da mangiare ma c’è sempre qualcosa sul CD. Possono essere classici del pop, nuove leve, REM, Clash, folk singer, Jimi Hendrix, fino ad arrivare a sconosciute glorie locali. Ma questa è una parte che mi intriga molto (forse qualcuno ricorda che sono anche appassionato di musica?...). Intreccio dopo intreccio, dopo aver continuato a farmi girare per la città, John e Siobhan arrivano alle loro conclusioni. Che coincidono, anche se quella di Rebus è più completa, includendo una risposta a tutte le bare, a tutte le morti, ed anche a quella di Flip (che nel frattempo è stata ritrovata strangolata). Continuo a dire che, se non l’ha fatto, Fox-Crime avrebbe da guadagnare a crearne un serial. Intanto io me ne godo la lettura, l’anima scozzese e la voglia di arrivarci. Vero?
“- Con tutte le domande che ti porti in giro … perché non lasci che qualcuno ti offra delle risposte? – Forse perché preferisco le domande?” (161)
“Si era allontanato da così tante amicizie, nella vita, preferendo l’unica compagnia di se stesso nelle serate in poltrona accanto alla finestra del soggiorno in penombra.” (173)
“Se fare carriera significa perdere una parte di sé, a S., la cosa non interessava.” (472)
Ian Rankin “Casi sepolti” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 01/01/2013– I: 22/04/2013 – T: 24/04/2013]
[tit. or.: Resurrection Men; ling. or.: inglese; pagine: 468; anno 2002]
L’appetito vien mangiando, e quindi, come le ciliegie, un Rebus tira l’altro. Prima piccola critica, anche se veniale, ai titolatori della TEA. L’originale inglese parla di “uomini resuscitati”, intesi come poliziotti che, dopo aver fatto errori o altre stupidità, vengono inviati ad una scuola di rieducazione, dove o verranno reintegrati o mandati in pensione anticipata. Certo, i suddetti, per rinverdire il lavoro di squadra, si occupano di vecchi casi, come dice il titolo. Ma non è quello il nocciolo della vicenda. L’impianto generale, al solito, si basa su di un doppio binario. L’ispettore Rebus è mandato in missione segreta alla scuola, perché si sospetta che due o tre elementi lì per rieducarsi abbiano fatto un colpo cinque anni prima e stiano per goderne i frutti. Per mandarlo lì, Rebus viene sollevato dal caso che sta seguendo, che diventa quindi di proprietà del sergente Siobhan (appena promossa): un gallerista ucciso vicino alla sua casa senza apparenti motivi. Questa volta c’è poca atmosfera cittadina, poca Edimburgo. Anche se, in compenso, c’è un po’ di Glasgow e qualche accenno di Dundee. Sempre ben accetti per tenere viva l’idea di partire verso la Scozia. Ma ora Rankin sembra avere più voglia di criticare polizia e poliziotti (sia corrotti che incapaci). E criticare anche i metodi dei suddetti, spesso gratuitamente violenti. Come sono violenti i rieducandi: l’ispettore Gray che non perde occasione di menare le mani, sia con i delinquenti sia con John verso cui nutre un atavico risentimento, o i sergenti Jazz e Alan, spesso in comunella con Gray. Per complicare la vicenda della rieducazione, il tenente che li deve educare (viene costretto?) decide di usare un caso di alcuni anni prima che, guarda la combinazione, aveva visto l’ispettore Rebus in uno dei suoi momenti peggiori. Rebus che per invogliare i tre ad uscire allo scoperto decide di svelare una partita segreta di coca che transita dall’antidroga. Peccato che della notizia ne venga a conoscenza del boss della zona, il cattivo Big Ger. Ci si inserirà? Intanto Big Ger deve anche guardarsi da Siobhan che cerca di coinvolgerlo nella morte del gallerista (che non era certo uno stinco di santo). Ed il gallerista per il suo ultimo viaggio sale su un taxi di una compagnia privata, gestita da un’ex-prostituta (forse del giro di Big Ger) che certamente conosceva Jazz dai tempi di Dundee. Ma il giro delle ex-prostitute è completato da Laura, l’ultima passione del gallerista, che lavora in un locale “privè”, dove viene uccisa dall’ex-marito geloso, che guarda caso è anche l’autista di Big Ger. Intanto il caso sepolto, rivela l’allora comportamento poco ortodosso di Rebus, che, in mancanza di prove cercava di farsi vendetta da solo su un tizio che aveva stuprato la moglie di un canonico, cieca e poi suicida. In questo aiutato dalla feccia di Glasgow. Sembrano tante storie separate ma magicamente Rankin le fa confluire in un disegno univoco. Siobhan e John riusciranno a dimostrare i tratti comuni e ad assicurare una parte dei cattivi alla giustizia. Qualche poliziotto corrotto o poco onesto avrà il giusto guiderdone (come quelli dell’Antidroga, che sembravano controfigure dei soliti Stanlio e Ollio). Verranno risolti tutti i casi, magari intorno ad una pinta di birra, ad un whiskey, ad un blood mary, ad un gin tonic e valanghe di IPA per chi guida (certo i traduttori dovrebbe fare un piccolo sforzo in favore di noi poveri lettori; IPA sta per “India Pale Ale”, una birra di tipo leggero che però in Inghilterra è usata come sinonimo di bitter, per preservare dall’alcool i guidatori della serata). Questa volta rimane un  po’ in ombra il capo dipartimento Gill. Ed ha interventi marginali la bella Jean, che nel romanzo precedente sembrava aver conquistato il cuore di John. Stanno ancora insieme, ma sembrano come allentarsi i legami precedenti. D’altra parte non è facile conviver con uno come John; probabilmente anche lui stesso lo fa a fatica. A consuntivo, una prova decente, una buona critica sociale, anche se poca Scozia e poca atmosfera fuori dai commissariati di polizia. Comunque continua ad essere pregevole la continua citazione di colonne sonore poco frequentate, ma sicuramente affascinanti, per noi musicofili (tipo Dirt degli Stooges dall’album Fun House cantata da Iggy Pop: un mito!).
“[allo Zombie bar] si ascoltava roba tipo trance o ambient, e la lavagna del menu offriva huevos rancheros … e per snack attack niente di meno che blini russi e baba ghanoush.” (182) [imperdibile!]
Ian Rankin “Una questione di sangue” TEA euro 8,90
[A: 13/06/2012– I: 28/04/2013 – T: 30/04/2013]
[tit. or.: A Question of Blood; ling. or.: inglese; pagine: 450; anno 2003]
Continuiamo quindi a muoverci verso la Scozia, anche se solo con la fantasia. E seguiamo ancora il nostro John Rebus, ispettore sempre più solitario e sempre più “piccolo piccolo”, sembrerebbe per citare un film di Alberto Sordi. Protegge i suoi come una leonessa al pascolo. Così fa con l’agente Siobhan Clarke, ormai stabilmente alter-ego e Rebus in minore della serie. D’altra parte siamo al quattordicesimo episodio. Ormai molti caratteri sono stabili. Rebus, ovviamente, solitario, spesso con una birra in mano (quando non qualcosa di più; ma quanto bevono gli scozzesi?), che conosce tutti, che ormai è stanco, ma che non smette mai di ragionare e di mettersi di traverso sulla strada dei cattivi. Siobhan, con le sue paure, le sue fobie (ora ha anche attacchi di panico), con la sua dedizione totale a John (ma nascerà mai qualcosa tra i due?). Gli altri della “Lothian and Borders” (la polizia territoriale scozzese): il capo Gill (ormai presa nelle alte sfere), l’ispettore Bobby (sempre pronto a dare una mano), quelli della narcotici e quelli della disciplinare (sempre presenti se c’è di mezzo Rebus, che deraglia spesso e volentieri). Come ci abitua da alcuni episodi a questa parte, Rankin mescola un po’ le carte, presenta diversi scenari criminali o criminosi, facendo poi sempre (o quasi) convergere tutto in uno scenario univoco. In questa questione di sangue (una volta tanto si lascia il titolo originale ed a ragione, che uno dei morti è nipote a Rebus, uno dei feriti è in conflitto con il padre, la sorella di un morto collude con il suddetto, e una dark-baby intrallazza un po’ con tutti) c’è una strage in una scuola: due alunni uccisi ed un ferito con l’assalitore suicida. L’altro fatto di sangue è la morte in un rogo di Martin, uno stalker di Siobhan, visto per l’ultima volta in compagnia di John, che per metà libro avrà le mani ustionate (qualcuno collegherà gli episodi, ma può essersi John fatto giustizia da solo?). Bobby guida le indagini sulla scuola, e visto l’inabilità di John, questi gli viene assegnato come aiuto, con Siobhan come autista. Inoltre il suicida faceva parte della SAS, la squadra speciale che ricordiamo bene dal primo libro della serie, come fosse un mito per John, ma che non riuscì ad entrarci. Hardman (questo l’assalitore) era anche patito delle armi e delle barche. Aveva amici, ma soprattutto David, provetto aviatore. Ed organizzava bevute a casa sua, dove partecipava James, lo studente ferito ma non ucciso. James che ha un padre politico ed imbecille, ed ha una cotta per Teri, ragazza goth (in Italia spesso tradotto con dark, anche se è più “gotico” appunto). Teri che va a letto con Hardman ed ha un sito web frequentato da Davis e Alan, i due ragazzi morti. Teri che è anche la sorella di un giovane morto in un incidente di macchina dove fu coinvolto Davis. Poi si scopre che Hardman conosceva un certo Jackson, malandrino procuratore di armi a tutta la contea. Jackson che ha una storia con Roxane. Che guarda caso era invece la donna fissa di Martin, lo stalker morto. Un calderone che la metà basta. Complicato dal fatto che due spioni della SAS mettono a tutti i bastoni tra le ruote. Che John si innervosisce sempre più, soprattutto quando sa o immagina Siobhan in pericolo (vuoi vedere…). Ma al solito, colpo di scena dopo colpo di scena, anche se non eclatanti come in altre scritture (c’è sempre quell’aria scozzese che ottunde un po’ tutto), i nostri buoni riescono a scoprire molti altarini. Che James non è così buono come sembra e che Hardman non è così cattivo. Che la droga forse non c’entra con i viaggi in motoscafo tra la Scozia e l’Olanda. Ma forse c’entra il diamantino al collo di Teri. E qualcosa anche c’entra con un disastro aereo in un’isola a metà tra Scozia e Irlanda, avvenuta qualche giorno dopo il cessate le ostilità con l’IRA. Cosa nascondeva quell’elicottero? Perché Hardman, dopo aver partecipato alle operazioni di recupero si dimette dalla SAS? Come fa ad avere tanta disponibilità di denaro? Perché conosce Jackson? Quale sarà l’anello debole della catena? E Davis degli aerei che ruolo ha? E John è coinvolto o meno nell’omicidio di Martin? John troverà la piccola leva che gli permetterà di far partire la valanga, che, più o meno, travolgerà i cattivi, cercando di non far troppo male ai buoni. Al solito, buona scrittura, forse qui un filino più lenta del solito; buona introduzione alla Scozia e ad Edimburgo (ma non credo che riuscirei a bere tanti alcolici). E la domanda che sorge spontanea a pagina 44: ma che cos’è la festa del Burryman? Che sappiamo solo, dopo lunghe ricerche in rete, derivare da una pianta in italiano chiamata Arctium, dalle inflorescenze artigliate che si attaccano ai vestiti? Qualcuno ne sa?
“Il fatto è che quello che hai nella testa non è sempre la stessa cosa di quello che fai.” (72)
Come si immaginava, niente vacanze cubane che non si è raggiunto il minimo sindacale. In compenso (sic) un’assegnazione per un giro veloce in Islanda tra due settimane (un parallelo, come dice il gergo tecnico di AnM, che c’è già un viaggio con 18 persone completo, e questo che per ora ne ha 3, ma …). Vediamo se si riesce ad organizzare, nonostante la stanchezza.