domenica 6 aprile 2014

Viaggi e leggi - 06 aprile 2014

Rovesciando la massima del quadro posto sopra la parete di fronte a me (“Chi legge è un viaggiatore”), questa settimana ci dedichiamo a libri legati agli ultimi viaggi. Vuoi perché comperato a Lisbona (Lalumière), oppure per ingannare le lunghe ore in aeroplano ritornando dal Giappone (Murakami). Vuoi perché in Marocco ci si torna sempre volentieri (Laroui) oppure perché il Sud Africa ha ancora tanto da essere scoperto (Meyer). Insomma, una manna, per noi lettori E viaggiatori.
Jean-Claude Lalumière « Le front russe » Livre de poche euro 6,47
[A: 27/07/2013– I: 16/10/2013 – T: 17/10/2013] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 210; anno 2010]
Passeggiando a luglio per Lisbona, avendo finito libri di lettura, mentre cerco qualcosa di locale (che ho recensito altrove) mi imbatto in questo economico di cui mi attira il titolo ed il lancio dell’autore come giovane promessa del 2011 (anche se all’epoca ha già 40 anni). Ma in effetti, Lalumière nasce sceneggiatore (e di talento mi si dice), e questo è realmente il suo primo romanzo. Che riprende quel tono leggermente scanzonato ben presente in una produzione (pur minore) francese, ed a volte ripresa (e localizzata) da autori italiani da Francesco Piccolo a Fabio Volo (tanto per fare dei nomi). Anche se il tono gira sul versante leggero, il romanzo è decisamente più sul tragicomico, cercando una parafrasi moderna e veloce di quel capolavoro dell’Ottocento di Balzacchiana memoria (la trilogia delle Illusioni Perdute, tanto per intenderci). Anche qui abbiamo un giovane che dalla provincia cerca di trovare sbocco alla sua supposta personalità nella grande capitale. Dove sbarca carico di sogni avendo vinto (pur risultando 78° su 80) un concorso al Ministero degli Esteri. Per coronare il suo sogno: il viaggio, l’avventura. Tutto quello che aveva dentro di sé accumulato negli anni dell’adolescenza leggendo e rileggendo tutti i numeri della rivista Géo. Ovviamente è un uomo senza qualità, ma che lui pensa di avere. Pensa di riuscire ad imporsi nel momento della necessità. Ma le avversità lo attendono a man bassa. Fa cadere in corridoio il responsabile delle risorse umane, che per punizione lo manda nell’unico posto del ministero fuori sede. Il fronte russo del titolo, dove (e siamo già negli anni post impero sovietico) si curano gli interessi delle nascenti nazioni asiatiche post unione sovietica. Con un capo fuori di testa (che pensa ci siano ancora le guerre napoleoniche), un collega che millanta viaggi (e poi si scopre andare solo in Provenza e comperare T-shirt tarocche per fingere di aver viaggiato), ed una giovane collega, Aline, con la quale intraprende una problematica relazione. Farà confusione l’unica volta che viene mandato all’estero. Assolderà una platea di tassisti per applaudire una delegazione azera. Verrà spostato al reparto comunicazione. Troverà il modo di mescolare i fogli dell’intervento di un ministro. Si inventerà una fantomatica parata soprannominata “Diplomatic Pride” (sulla falsariga del Gay Pride), che sarà flagellata dal temporale. Verrà quindi con disonore rimandato sul fronte russo, dove troverà modo di lasciarsi con Aline e di venir relegato nel suo loculo di lavoro dal nuovo capo (quello che aveva fatto cadere all’inizio). Ma tutte le disavventure non lo portano alla maturazione. Lo porteranno soltanto a recriminare, ad intristirsi e a proclamare che la vita è tutto un fallimento. Questa la parte tragica ed irrisolta, che noi lettori smaliziati ci si aspettava un pur minimo riscatto, un colpo di testa, anche se non un colpo di fortuna. E pur tuttavia, lo scritto scorre, ci doliamo con lui delle sue sconfitte (pur sapendo che molte sono da lui cercate quasi di proposito, come chi, sapendo solo affrontare disastri, ne provoca anche involontariamente, che sono l’unica cosa che sa affrontare). Una chicca nella storia è poi la parata, dove era riuscito a coinvolgere i nomi più oscuri ed effimeri della musicologia francese dagli anni sessanta ai novanta. Forse neanche i francesi doc si ricordano ancora dei Les Forbans (gruppo rock anni ’80), di Maritie e Gilbert Carpentier (un duo marito e moglie sempre dei ’60, ma morti entrambi poco dopo il 2000), di Rika Zaraï (franco-israeliana anni ’60), di Éric Charden (un solista anni ’70), di Dave (un olandese più noto in Francia che in patria), di Enrico Macias (franco-algerino diventato noto più che altro per l’appoggio al craxiano Bernard Tapie), di Daniel Guichard (un cabarettista che negli anni settanta finisce all’Olympia), di Desireless (una cantante androgina degli anni ’80), del gruppo rock Les Images (noto solo per due canzoni del 1987), o dell’unico successo di Jackie Quarts. Forse l’unico ad uscire dal coro (ma quanto noto) è Jessé Garon (considerato da Liberation uno dei 10 migliori artisti francesi, ma che pochi conoscono). Solo questa rimpatriata valeva la pena di essere riletta prima di cadere nell’oblio. Come purtroppo cadrà questo libricino, ed anche il fronte russo stesso. Non Balzac, ovvio, che consiglio di leggere a chi non lo ha ancora fatto.
« J’avais l’impression d’être loin sans être ailleurs. » [Avevo l’impressione di essere lontano senza essere altrove] (117)
« Je crois que j’ai perdu ma capacité à rêver. » [Credo di aver perso la mia capacità di sognare] (210)
« L’histoire d’une vie, c’est toujours l’histoire d’un échec. » [La storia di una vita è sempre la storia di un fallimento] (210)
Haruki Murakami “Kafka on the shore” Vintage Books euro 9
[A: 01/11/2013– I: 05/11/2013 – T: 17/11/2013] - &&&&
[tit. or.: Umibe no Kafuka; ling. or.: giapponese; pagine: 615; anno 2002]
Comperato all’aeroporto di Narita a Tokyo, per aver ancora qualcosa di giapponese da leggere nel lungo viaggio di ritorno verso casa. E visto che non conosco il giapponese, traduzione per traduzione, ho provato questa in inglese. Non so se Murakami usi molte espressioni gergali o dialettali giapponesi, ma questa traduzione di Philip Gabriel mi è sembrata onesta. Ben rende sia la velocità (o la lentezza, meglio) con cui si muovono i personaggi, sia i paesaggi che attraversano. Ed i paesaggi, in Giappone, sono molto importanti. Che tutto tende ad avere un significato. Di conseguenza, come dice un personaggio ad un certo punto, tutto tende ad essere una metafora. Purtroppo, a volte, la metafora tende ad essere troppo presente, o talmente metaforica da risultarmi criptica. Fatto sta, che, pur con innegabili momenti di bella lettura, non posso dire che questo libro mi abbia riportato le intense sensazioni del primo di Murakami che lessi, il bellissimo “Norwegian Wood”. Per me qui l’elemento di base (fuori di metafora, direi) è la crescita di un adolescente. Il quindicenne protagonista, Tamura soprannominatosi Kafka, sia in onore del grande, sia che in ceco è una specie di corvo (in particolare, la Taccola, che è un corvo socievole e monogamo). Tamura affronterà una serie di passaggi, per diventare adulto. O meglio, come gli dice Oshima, per accettare se stesso. Come dicono recensori più abili di me, Murakami ha la capacità di iniziare i suoi scritti in modo che ti prende, per cui poi è difficile smettere. Così anche qui, ben presto ci avvolge nelle spire dei due romanzi paralleli ed intersecati. La storia di Kafka Tamura da un lato. E quella di Nakata dall’altra. Il primo, quindicenne di cui sopra, è in realtà il “vero” protagonista. Ossessionato da una fosca previsione del padre famoso scultore (molto edipica, con quell’ucciderai tuo padre e “andrai” con tua madre, e poi con tua sorella) cerca di sfuggire al fato fuggendo. Rifugiandosi in un’oscura cittadina lontana da Tokyo, facendo amicizia con la simpatica Sakura, poi con Oshima che lo introduce nella bellissima biblioteca Komura diretta da Miss Saeki. Dove Kafka si rifugia, leggendo libri (sua passione), e vivendo nella stanza del vecchio amore della direttrice. Qui, Kafka si immerge anche nella visione di un quadretto, battezzato “Kafka sulla spiaggia” e nell’ascolto di un disco inciso da Saeki dallo stesso nome. Nel frattempo, in un buco temporale, si ricopre di sangue nello stesso istante in cui muore (viene ucciso?) il padre. Poi va a letto con Sakura (sarà forse la sorella fuggita quando era bambino con la madre?). Ovviamente si innamora di Miss Saeki, sia nel fantasma quindicenne che lo vuole irretire nel passato, sia nell’attuale cinquantenne, con cui fa l’amore. Per poi doversi rifugiare nei boschi della giovinezza di Oshima (che tra l’altro apprendiamo essere una donna non sviluppata che si traveste da uomo). Tutto questo intreccio è contrappuntato dalla storia di Nakata, rimasto in coma misteriosamente all’età di otto anni, per poi risvegliarsi senza avere la capacità di leggere. Nakata vive la sua vita emarginata, con l’unica abilità di parlare con i gatti. Cosa che gli serve, da pensionato, per occuparsi di ritrovare gatti smarriti. Ma che lo mette nei guai, visto che viene rapito da uno strano tipo che lo costringe ad ucciderlo. Il tipo si rivelerà essere il padre di Kafka. Nakata, dopo lo choc, capisce che deve avere una missione (“trovare la pietra dell’entrata”). E si avvia, in modo naif, verso questo compito, trovando aiuto in uno strano ragazzo, Hoshino. Che per lui lascia il lavoro, che con lui ha una sua crescita interiore inaspettata (bellissime le righe sulla musica di Beethoven). Nakata, con l’aiuto di Hoshino, troverà la pietra, e sarà da questa condotto da Miss Saeki. Proprio quando Kafka non c’è. Perché Saeki, nel disco inciso, parla di quella pietra. Il disco era dedicato ad un ragazzo poi morto. Ora Nakata chiude il cerchio con Saeki, così che la cinquantenne può trovare la sua pace. Così come la troverà Nakata, che per 70 anni ha cercato di tornare normale, cosa che potrà fare addormentandosi nella morte. E quando sono tutti via, Kafka ritorna dai boschi, e annuncia ad Oshima che ora torna a vivere. Studierà ancora a Tokyo, poi tornerà, e magari con Sakura… Raccontato così sembra “quasi” normale. Ma quante domande dietro alle “fantasie” di Murakami rimangono senza risposta. Perché Nakata va in coma? Cosa succede la notte della morte dello scultore Tamura? Perché Nakata può far piovere pesci? Come mai Kafka riesce a vedere il fantasma di Saeki quindicenne? Non arriverò a sentenziare che questo libro è tra la pattuglia dei testi sopravvalutati capeggiata da “Il signore degli anelli”. Di certo, pur apprezzandone la scrittura, lo svolgimento, spesso, mi sconcerto. Leggendolo come fosse musica, ritrovo certo i movimenti delle giornate di Tokyo, i paesaggi del Monte Fuji, i giardini ed il quartiere vecchio di Kyoto. E tutti i pranzi e le cene descritte mi riportano alle tavole imbandite del Giappone. Però questo non basta a darmi un senso positivo a tutta la vicenda, anche se leggendone in giro su libri e riviste, tanti significati vengono dati alla psicoanalisi sottesa al testo. Dove l’altro messaggio diviene “ognuno di noi è responsabile di quanto accade, anche se non ne è pienamente consapevole”. Basta forse a continuare a considerare Murakami un continente da scoprire. Soprattutto per la sua passione per il jazz, e considerando l’amore (anche qui palese) verso i gatti.
“Nothing’s going to disappear just because you can’t see what’s going on.” [Niente scompare solo perché tu non puoi vedere cosa sta succedendo.] (192)
“I wasn’t alone, but I was terribly lonely.” [Non ero solo, ma ero terribilmente in solitudine.] (327)
“Asking questions is embarrassing for a moment, but not asking’s embarrassing for a lifetime.” [Fare domande è imbarazzante per un momento, ma non farle è imbarazzante per tutta la vita.] (334)
“Whether it’s right or wrong, I accept everything that happens, and that’s how I became the person I am now.” [Che sia giusto o sbagliato, accetto tutto quello che succede, ed è così che sono diventato la persona che sono ora.] (513)
“What really has dignity, is how they die. Compared to that, he thought, how you lived doesn’t amount to much. Still, how you live determines how you die.” [Ciò che è veramente dignitoso, è il modo di morire. Rispetto a questo, pensò, come hai vissuto non significa molto. Eppure, come si vive determina come si muore.] (537)
Fouad Laroui « La vieille dame du riad » Pocket euro 15
[A: 18/01/2014– I: 18/01/2014 – T: 19/01/2014] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 214; anno 2011]
Un nuovo autore marocchino, entrato di forza nella mia biblioteca mentre aspettavo di tornare in Italia, aggirandomi, famelicamente senza libri, per l’aeroporto di Casablanca. Rimarcandone i notevoli cambiamenti in questi ultimi dodici anni (in meglio, stranamente), tornavo come detto da una nuova visita ai siti marocchini, alle belle città e di nuovo al deserto di cui sentivo la mancanza, cercando al solito un autore per suggellare la nuova visita, mi imbatto in questo Laroui, espatriato in Europa, ingegnere, ora di stanza ad Amsterdam, e mi incuriosisce il titolo e l’accenno di storia. Perché nell’ultimo anno molti riad ho frequentato, imparandone ad apprezzare la struttura, tipicamente e solidamente marocchina, anche se poi se ne vedono esempi epigoni in tutti i paesi della conquista araba. E perché da sempre mi incuriosisce il rapporto tra Francia e Marocco, certo molto più facile da leggere di quello con l’Algeria. Ma sempre un legame tra vinti e vincitori (a patto di capire chi è l’uno e chi l’altro). Laroui, con la sua duplice conoscenza dei mondi franco – maghrebini, imbastisce una storia se vogliamo un po’ esile, ma con alcuni punti di sicuro interesse. Il nocciolo della vicenda ruota intorno a François e Cécile, due francesi con del denaro da investire e molto delusi dall’attuale mondo parigino. Pieni di idee strampalate, alla fine riescono a convergere su di un progetto, astruso forse, ma abbordabile. Investire i soldi in un riad, metterlo a nuovo, e di quello vivere. E fatalmente (direi quasi ovviamente) la scelta cade su Marrakech. Dove altrimenti può agilmente vivere un occidentale in Marocco? Assistiamo quindi allo scontro di due modi di affrontare la vita: fintamente pragmatico quello occidentale, radicato nella calma e nel dedalo relazionale della vita quello arabo. Da qui nascono i seppur non molti elementi ironici, quando vediamo i francesi cercare di trattare affari “alla francese” con i personaggi locali, che tutti si conoscono, tutti solidarizzano, tutti cercano (ognuno per la propria parte) di caverne del buono da questa vicenda. E i due francesi vengono (bonariamente e ironicamente) messi in mezzo, dal sensale di case, che propone un riad troppo a buon mercato, dal poliziotto (e amico del precedente) che avalla la sensazione che ci sia del mistero, al vicino di casa, che li convince (e noi con loro) che la vecchia che sta nel riad, è una presenza reale. Vicino che imbastisce su questo una storia (su cui torneremo), per poi convincere François e Cécile nel far diventare il riad un museo alla memoria. E quando torna sulla parete una vecchia foto di soldati marocchini durante la seconda guerra, tutto sembra dissolversi nella bontà dell’aria cittadina di Marrakech. Che sarà sempre una città del nostro cuore (e chi c’è stato capisce il perché). Il lungo intermezzo, che da un senso anche diverso allo scritto di Laroui, oltre a spiegare (forse) la presenza della vecchia signora, si incentra sulla storia di Tayeb, e della sua famiglia. Del padre che lo ebbe fuori dal matrimonio regolare, durante un matrimonio di tre anni mentre cercava di fare affari in giro per il Marocco. Della madre naturale morta di parto. Della madre adottiva, che lo tira su come uno dei suoi. E della tata, che ne fa il centro della propria vita. Attraverso Tayeb, tuttavia, la cosa più importante è che attraversiamo la storia del Marocco dall’isolazionismo pre-coloniale sino a tutta la seconda guerra mondiale. Con l’invasione francese, con il padre di Tayeb che giura di non uscire più di casa finché ci saranno gli stranieri (ed in casa morirà). Le vicende politiche “alte”, con i diversi atteggiamenti di Mohammed V, il padre della patria, e poi la ripresa politica di Hassan II, il costruttore del Marocco moderno. Con Tayeb che prima fa il separatista, poi va in guerra con l’armata marocchina contro i tedeschi, viene ferito nella battaglia di Cassino, e poi… Se ne perdono le tracce, ma la tata lo aspetterà lì in fondo al riad. Dove François, inconsapevolmente, lo riporterà. E tutto il cerchio si chiude. Lo scritto è meno “comico” di quanto vuol far credere la quarta di copertina. Ma contiene un compendio, utile e molto lucido, della storia maghrebina del ventesimo secolo. E per questo, acquista senz’altro qualche punto in più, rispetto ad una scrittura altrimenti scorrevole, ma da cui ci si poteva aspettare di più (almeno a scorrere i titoli delle altre opere di Laroui). In ogni caso, una buona lettura.
« Nous sommes tous des braconniers d’histoires. » [Siamo tutti bracconieri di storie.] (195)
Deon Meyer “Dead at Daybreak” Hodder euro 12
[A: 07/03/2014– I: 25/03/2014 – T: 29/03/2014] - &&&
[tit. or.: Orion; ling. or.: afrikaans; pagine: 394; anno 2000]
Devo ringraziare l’amica Lorella che nelle chiacchiere sudafricane, accennando a diverse possibili letture, alternative ai troppo acclamati padri nobili locali, da Gordimer (che comunque a me piace) a Coetzee (che invece non riesco sempre a leggere) mi ha indicato questo autore come una scrittura interessante. Visto in aeroporto mentre si aspettava la coincidenza per Jo’burg, preso e messo in cantiere tra i primi da leggere (quando compero qualche libro durante un viaggio, cerco sempre di anticiparne la lettura per rimanere nello spirito del viaggio). Inoltre è il primo libro originariamente scritto in afrikaans che entra nella mia libreria. Riconosco subito che Meyer mi ha fatto tornare di colpo nell’altro emisfero. Fortunatamente nelle città, che il bush e il veld non mi hanno lasciato un buon ricordo. E soprattutto, Cape Town, dove si svolge gran parte della vicenda (quando passa in macchina a Green Point, mi sbalzavano subito ricordi in testa). Pur essendo un thriller, non è comunque una pura sequenza di azioni e di ricerca della soluzione. È un thriller intriso di sudafricanità. E di afrikaner. Dal protagonista, Zatopek ‘Zet’ van Heerden, al morto che dà il via all’azione (Jacobus Smit), dalle donne che a vario titolo entrano nella storia (Joan van Heerden, la madre, Hope Benecke, l’avvocato, fino a Kara-An, mrs van As e mrs de Jager). E tocca alcune ferite aperte del mondo africano, non tanto (anche se c’è) l’apartheid, ma anche i rapporti con i vicini, e la lunga e stupida guerra con l’Angola. Inoltre è interessante il doppio registro che usa l’autore, dove i capitoli pari sono dedicati alla storia della vita di Zet e quelli dispari alla vicenda. Poiché ad un certo punto, per risolvere un’impasse, si chiede a Zet come pegno di scrivere della sua vita per ottenere un articolo sui giornali utile alla soluzione del caso. E perché la vita di Zet è complicata (come apprendiamo capitolo dopo capitolo). Un padre morto presto, una madre artista che lo alleva da sola e contro molte convenzioni, una capacità analitica notevole (a parte lo smodato e forse immotivato amore per i libri di Louis L’Amour), una promettente carriera universitaria, seppur in Scienze Forensi di Polizia, poi la svolta (legata ad un trauma infantile dovuto alla morte di una vicina di casa), la decisione di entrare in polizia. Anzi nella sezione Criminale. E per tutti e 30 i suoi capitoli (quelli pari appunto) seguiamo questa discesa verso l’abisso, con al fianco il capitano Nagel, suo mentore. Questa discesa provocherà delle sorprese alla fine, che daranno un’interpretazione allo Zet che vediamo agire nelle pagine dispari. Dove, ormai fuori dalla polizia, viene ingaggiato per rintracciare un testamento rubato dalla cassaforte del di sopra citato Smit, durante la di lui efferata uccisione. Ed è un disperato conto alla rovescia, che se non si trova il testamento in sette giorni, la di lui compagna, mrs van As, convivente non sposata, perde tutti i suoi beni. Hope, l’avvocato che lo ingaggia, è anche una paladina dei diritti delle donne. Personaggio interessante, che scopriamo ad un certo punto, quando si apre e parlando del suo mondo ci dà uno spaccato di molti percorsi di bianchi sudafricani. Era una segregazionista convinta, che vive in un ambiente bianco e segregato. Paurosa di cosa potesse succedere nel ’92, poi conquistata dalle parole di Mandela, ed inizia a guardarsi intorno, capire ed agire di conseguenza. Intanto Zet cerca di trovare qualche filo da tirare, con un inizio in sordina, che impiega almeno tre giorni per trovare il primo segnale: la carta d’identità di Smit è falsa. Usa allora i giornali per diramare una foto del morto, e riceve la telefonata di mrs de Jager che dice di essere la madre del morto, ma che a lei era stato detto essere morto quindici anni prima in Angola. Da questo punto in poi l’azione si fa serrata. Entrano in scena i Servizi Segreti militari, un sergente assassino, una banda di criminali da lui guidata e reduce appunto dall’Angola. Una combriccola di militari con qualche elemento che vi si trova dentro per caso (e che cercherà di uscirne e far perdere le tracce). Non entro in tutti i risvolti della vicenda, che vede anche coinvolto un nero trafficante in dollari amico di Zet che gli fornirà guardie del corpo quando i cattivi minacceranno di morte anche la madre Joan. Dirò solo che tutta la vicenda nasce da un equivoco (e dalla presenza di qualche esaltato nell’esercito). Durante un pattugliamento, una squadra di reclute vede di notte (siamo in Angola) dei movimenti sospetti, e fa fuori uno squadrone. Si presume nemico, invece era un errore. Sarebbe finito qui (anche se con qualche strascico penale), ma il comandante chiama la stessa squadra in missione di copertura per uno scambio tra dollari e diamanti con americani della CIA. La maggioranza della squadra, pensando di essere in pericolo per essere scoperta, decide di far fuori più gente possibile, e di fuggire con il bottino. Cosa che riesce, cosa che permette ad ognuno di tornare nascostamente in patria con molti soldi. Una parte della squadra decide di rimanere unita, l’altra usa i soldi per sparire. Finché… Il resto lo lascio a chi vuole leggerlo (ne esiste anche una traduzione italiana uscita da Piemme con il titolo “Il sapore del sangue”). Resta il libro, la storia, il Sud Africa, Zet ed il tifo che facevo quando si trova invischiato tra Hope e Kara-An (e vediamo per chi, facevo il tifo). Insomma, un libro interessante, con quei piccoli squarci sul mondo australe (e su quella guerra in Angola di cui qui poco si conosce) ed una vicenda ben intrecciata.
“Cape Town is a Mecca for the unmarried, middle-class man, the ratio of men to women in the Peninsula an attractive statistic.” [Città del Capo è una Mecca per uomini non sposati della media borghesia, il tasso di donne per uomo nella Penisola è una statistica attraente.] (288)
Come sanno i miei più anziani (temporalmente) lettori, essendo la prima trama del mese, diamo conto dei libri letti a Gennaio. Un discreto numero, si vede. Con due buone riuscite sopra media: il bel libretto di Le Goff (che purtroppo è morto pochi giorni fa) e la buona prova di Piccolo. Solo il saggio di Maria Grazia Rossi non mi ha convinto. Per il resto una discreta pattuglia di buoni gradimenti.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Andrea Fazioli
La sparizione
TEA
9
3
2
Jacques Le Goff
Cinque personaggi del passato per il nostro presente
Ibis
8,80
4
3
Petros Markaris
L’esattore
Bompiani
13
2
4
Maria Grazia Rossi
Il giudizio del sentimento
Editori Riuniti
s.p.
1
5
Ian Rankin
Partitura finale
TEA
10
3
6
Irene Némirovsky
Jezabel
Newton Compton
s.p.
3
7
Susanna Raule
L’ombra del commissario Sensi
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
8
Valeria Parrella
Lettera di dimissioni
Einaudi
10,50
3
9
Fouad Laroui
La vieille dame du riad
Pocket
15
3
10
Bernd Brunner
L’arte di stare sdraiati
Raffaello Cortina Editore
s.p.
2
11
Piero Colaprico & Pietro Valpreda
Le indagini del maresciallo Binda
Feltrinelli
10
3
12
Francesco Piccolo
Il desiderio di essere come tutti
Einaudi
s.p.
4
13
Pierluigi Porazzi
L’ombra del falco
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
14
Emanuele Crocetti
L’uomo murato
Sole 24 ore – Noir
6,90
2
15
Manuel Vazquez Montalban
Luis Roldàn, né vivo né morto
Feltrinelli
10
2
16
Christos Tsiolkas
Lo schiaffo
Beat
s.p.
3
17
Roberto Negro
Oltre la giustizia
Sole 24 ore – Noir
6,90
2


Diamo il benvenuto anche a nuovi lettori (cui spiegherò meglio le mie scritture con calma), e mentre non registriamo nessuna novità avventurosa, ci avviciniamo ad una Pasqua ad alta gradazione. 

domenica 30 marzo 2014

E si torna agli scandinavi - 30 marzo 2014

Se la settimana scorsa siamo tornati ai seriali in genere, non poteva mancare una seconda puntata dedicata ai seriali scandinavi, che tanto successo hanno negli ultimi anni in Italia. Due puntate in Norvegia con Harry Hole, il detective di Jo Nesbø e due in Svezia, una con il da poco arrivato Gunnar Barbarotti di Nesser, ed una con l’ormai arrivato al capolinea commissario Wallander di Mankell. Una settimana di medio piacere (a parte il poco entusiasmante commissario) e di molto relax di lettura.
Jo Nesbø “L’uomo di neve” Piemme euro 14 (in realtà, scontato a 10,50 euro)
[A: 01/11/2012– I: 29/11/2013 – T: 02/12/2013] - &&&
[tit. or.: Snømannen; ling. or.: norvegese; pagine: 531; anno 2007]
Ed eccoci ad un nuovo capitolo di Harry Hole e della sua Norvegia. Nesbø sfoggia al meglio la sua capacità di intrecciare vicende, purtroppo però, la storia (o forse la vita) di Harry gli prende un po’ la mano. Non risulta scorrevole come nelle precedenti, anche se riesce (e qui ci vuole un po’ di maestria) a presentare tre diversi e plausibili colpevoli, prima di approdare a quello definitivo, in un bel finale serrato (uno di quelli che ti incolla alla pagina, segno di una bella capacità di scrittura). Peccato però che quando chiudi il libro e ripercorri le vicende narrate senti che tu lettore avresti potuto fare meglio. E ti ricordi le battute delle prime pagine, e ti dici: "Perbacco, se fossi stato più attento… O se il libro fosse più corto…" (perché non è sempre facile collegare una frase delle prime pagine con una seconda che si trova verso pagina 350, e chiudere il cerchio con una terza oltre pagine 480!). Intanto, e finalmente, Nesbø riesce ad imbastire una storia con un serial killer. Sappiamo che la carriera di Hole era iniziata con la scoperta di un serial killer australiano (in uno dei due libri non tradotti in Italia), e che spesso pensava di averne uno sotto le mani, ma non era mai così. Qui, abbiamo un paio di morti (anzi di morte che il fulcro è l’uccisione di donne) con modalità analoghe. E con la comparsa sulla scena del delitto di pupazzi di neve (Snømannen in norvegese), con dentro, sopra, intorno, pezzi di cadaveri. Come i migliori serial, poi, non sembra esserci legame apparente fra le donne uccise. Intanto, la squadra di Harry (dopo la morte del suo aiutante) si amplia con l’immissione della bella Katrine proveniente da Bergen. Ed in parallelo, la vita personale e sentimentale di Harry si complica alquanto. Rakel trova un buon rifugio in Mathias, ma è sempre presa intimamente da Harry, con il quale ritrova intese sessuali perdute. E Oleg, il figlio di Rakel, tiene sempre Harry come stella cometa da seguire. Ma ci sono sempre “i mostri” dietro l’angolo. Katrine non sembra così lineare come potrebbe essere, dà sempre delle dritte ad Harry (anche se non esplicite). Ad esempio, tirando fuori una statistica di donne scomparse negli ultimi 12 anni, statistiche “fuori norma”. Harry, da buon segugio, comincia a fare due più due. E prima trova qualche legame possibile (le donne frequentavano tutte lo studio del dr. Idar Vedlesen), poi ipotizza un collegamento con le prime uccisioni avvenute proprio a Bergen, inclusa quella del poliziotto che guidava le indagini. Cerca anche di farsi aiutare da Mathias, anche lui dottore, e frequentatore in giovinezza di Vedlesen. Anche un noto donnaiolo e giornalista ha frequentazioni con il dottore, ed anche qui si accumulano sospetti. Perché ben presto si scopre che tutte le donne uccise avevano avuto figli da relazioni extra-coniugali. E che lo studio di Idar e Mathias faceva un elevato numero di test di paternità. Tra morti efferate che continuano (che il serial killer usa uno strano cappio incandescente per le sue esecuzioni, strumento altrimenti noto in veterinaria) e misteri che si svelano, Nesbø ci porta a tappe forzate verso la soluzione. Ma chi sarà il misterioso pupazzo-assassino? Prima si pensa a Idar, che tutte le donne transitavano da lui, e soprattutto quando misteriosamente muore. Poi si passa al don Giovanni, che almeno due delle morte avevano fatto un figlio con lui. Intanto Harry scopre il cadavere di Rafto, il poliziotto di Bergen, e scopre che è anche il padre di Katrine, la quale tenta di uccidere il libertino. Harry lo salva, fa tutto un ragionamento sulla possibile pazzia di Katrine, fino ad arrestarla in un drammatico sotto-finale. Ma alla fine, nel vero e lungo epilogo, si ripercorrono tutte le morti, questa volta insieme al killer (che ha la stupenda intuizione di farsi amico il poliziotto che indaga sulle morti, per poi ucciderlo se arriva troppo vicino alla verità, come ha fatto con Rafto). Killer che soffre di sclerodermia, per cui vorrebbe uccidere il maggior numero di adultere (ricordi infantili) per poi essere ucciso prima che la malattia uccida lui. Harry invece lo salva, e lo condanna ad un ergastolo psichiatrico quanto mai pieno di sofferenze. La catarsi fa uscire dalla psicosi Katrine, che tornerà a lavorare a Bergen. E sembra mettere su binari nuovi il rapporto tra Harry e Rakel. Vedremo. In conclusione, una trama che si stratifica giorno dopo giorno (Harry ci mette un mese a sbrogliare la matassa), lasciandoci a volte un po’ perplessi. Tuttavia la penna è buona, e la cosmogonia norvegese ne viene fuori in modo chiaro e preciso. Peccato però che non sono riuscito a trovare la citazione del film di Marty Feldman che fa Harry in finale (“Penso che me ne andrò”, “Dove?”, “Non so, non cercatemi, soprattutto non nel Nord Africa”). Qualcuno sa da dove?
“Harry: - Ci sono alcune cose che non capisco di Katrine. Lo psicologo: - Per quanto mi riguarda, ci sono ben poche cose che capisco in tutti gli esseri umani. Quindi, come psicologo, sei più bravo di me.” (399)
Håkan Nesser “L’uomo che odiava i martedì” Tea euro 9
[A: 15/07/2012– I: 05/12/2013 – T: 07/12/2013] - &&& e ½
[tit. or.: De ensemma; ling. or.: svedese; pagine: 471; anno 2010]
Era decisamente molto tempo che non prendevo in mano un nuovo romanzo di Nesser (che per inciso è nato esattamente un giorno prima del mio amico Luciano). Che al solito trovo piacevole, nella scrittura e nella trama. Ormai siamo nel pieno della nuova serie (questo è il quarto episodio) ideata dallo scrittore svedese, per riprendere lena dopo i lunghi anni passati con il commissario Van Veeteren. Sempre nelle fittizie langhe della cittadina di Kymlinge, seguiamo da un po’ l’ispettore italo-svedese Gunnar Barbarotti. I personaggi si sono consolidati ed hanno una loro dimensione. Gunnar ha trovato un nuovo amore della seconda età con la bella Marianne. Ed ora vivono insieme, divedendosi la cura anche dei loro cinque rispettivi figli (2 suoi e 3 di lei, credo). Abbiamo conosciuto e seguito la parabola del suo aiutante, la simpatica Eva, che finalmente ha divorziato dall’insulso Ville, ed anche lei gestisce i suoi due figli, accudendoli a settimane alterne con il marito. Su tutto ciò si innesta “il crimine”. O almeno qualcosa di doloso, su cui bisognerà indagare e comprendere. In un dirupo tra i monti muore Germund, nello stesso luogo dove 35 anni prima era morta la sua compagna di allora, Maria. La narrazione, sin dall’inizio, si biforca sui due tronconi: il presente e l’indagine, da un lato, e la storia del gruppo di Uppsala dall’altro. Perché un gruppo era, formatosi ai tempi degli studi e del militare. C’è Rickard (che sottolineiamo di passaggio fa Berglund di cognome), che studia teologia ed è l’uomo che odiava il martedì, giorno in cui per lui capitavano avvenimenti infausti (o giudicati tali). C’è Tomas, di cui fa conoscenza i primi giorni di Uppsala, giovane pieno di idee e fascinoso, che si è appena messo con la bella Gunilla. C’è Maria, la sorella di Tomas, che ha sempre atteggiamenti “non usuali”, dicono perché ha sbattuto la testa da piccola in altalena. C’è Germund, il fisico teorico, uomo pieno di donne, ma che si lega di un amore assoluto con Maria (anche se ognuno ha altri rapporti, nella Svezia libertaria dei primi anni 70). C’è infine Anna, che studia giornalismo, e che si innamora e si mette con Rickard. Seguiamo il percorso dei sei durante il passaggio tra i 20 ed i 25 anni, segnato da un avvenimento “cruento”. Decidono di investire in viaggi organizzati, comprano un pullman per fare pratica, e vanno per un mese in giro per i Paesi dell’Est. Siamo ancora ai tempi bui, ed in quel di Timisoara, vengono “rapiti” dai poliziotti, che chiedono come riscatto una notte con una delle donne. Lì, Maria si sacrifica per tutti. Ma da quel momento, la vita di tutti loro inizia una decelerazione di amicizia. L’impresa di Tomas fallisce, e devono restituire i soldi. Gunilla ha due aborti spontanei e non riesce a rimanere in cinta. Germund si aggira tra tutti, rimanendo però sempre in disparte con quel suo misterioso fascino. Maria non parla con nessuno. Anna e Rickard si sposano. Poi, dopo tre anni decidono un incontro, una discussione serale (di cui non sappiamo molto) ed una giornata per funghi. Lì dove Maria muore. Disgrazia? Suicidio? Omicidio? La polizia di allora sospetta e indaga, ma non trova prove. Ora, dopo 35 anni, la morte di Germund riapre il caso. Gunnar indaga, scoprendo anche strani legami tra la sua Marianne ed il morto (anche se di più di cinque anni prima). Muore anche Anna, rosa dal cancro. E Rickard diventa sempre più cupo, ora che si sente (e forse è) definitivamente solo. Eva e Gunnar, leggono, chiedono, hanno intuizioni. Poi tutto precipita con un aneurisma che colpisce Marianne (ma si salverà). Gunnar che va fuori di testa, e, visto che certo ricordate il suo gioco a punti sull’esistenza di Dio, decide che il gioco finisce qui (non vi dico chi vince). Eva che costruisce i pezzi del rompicapo, arrivando alla conclusione che le morti sono state dolose. Ed in un finale di svelamenti, Gunnar mette la parola fine, svelando tutti i punti oscuri della vicenda. È un buon libro, decisamente. Bella la mano che segue le diverse atmosfere. Dispiace solo, forse, un po’ di lentezza in alcuni punti, soprattutto nelle vicende giovanili dei sei. E nell’insistere su di una colpa o forse un reato che uno di loro avrebbe commesso in gioventù. Non vi dico altro, se non sottolineando l’incongruenza della decisione del titolo italiano. L’originale era “Il solitario” che si attagliava a diversi personaggi, permettendo di mantenere un velo di mistero a molte vicende. Puntare i riflettori su Rickard, seppur d’effetto per la storia, risulta un punto negativo per la costruzione globale. Peccato.
“Con le faccende di cuore le cose vanno così: si sa, senza capire come si faccia a saperlo.” (140)
Henning Mankell “La mano” Marsilio euro 12
[A: 19/10/2013– I: 07/12/2013 – T: 09/12/2013] - && e ½
[tit. or.: Handen; ling. or.: svedese; pagine: 137; anno 2013]
Sinceramente sono un po’ deluso. Non è che mi aspettassi chissà che, perché io lo so (e lo sappiamo tutti) che Mankell ormai ha abbandonato il commissario Wallander. Il ciclo è finito, nel bene e nel male. Ma il battage che veniva fatto a questo libro faceva sperare in qualche cosa, in un piccolo brivido di piacere quando si incontra un vecchio amico e ci si aspetta antiche vicinanze. E invece… Intanto, non è un inedito, anche se non era stato pubblicato prima. Cioè, è un racconto scritto da Mankell per un premio letterario olandese nel 2004, poi utilizzato come sceneggiatura di uno degli episodi televisivi inglesi (lì dove il commissario è interpretato da Kenneth Branagh), e quindi riproposto ora da Mankell, con la promessa (come aveva detto dopo “L’uomo inquieto") che non esistono altre storie con Wallander. A tutta questa parziale mistificazione, si aggiunge la manchette dell’edizione italiana, che parla di Premio Chandler. Ma quello che non dice è che il Premio è stato assegnato a Mankell non per questo modesto libricino, ma è un premio alla carriera. Veniamo allora a queste poco più di 100 pagine. In realtà, abbiamo ben poco. E di quel poco, molto è stato già detto nel precedente libro (temporalmente successivo). Il commissario è stanco, probabilmente vuole andare in pensione, continua a non andare d’accordo con la figlia (su questioni marginali, ma la tensione c’è), vorrebbe trasferirsi in campagna e comprarsi un cane (e nel successivo sarà ormai così). Nel mezzo di questi piccoli avvenimenti privati (dormire, fare colazione, sentire musica, brontolare), il collega Martinsson gli propone una casa, tra l’altro vicina a dove viveva il padre (ora morto). Qui purtroppo Mankell imbroglia un po’ le carte, che nell’Uomo inquieto, la casa che compra è esattamente nello stesso posto e con la stessa descrizione di questa che va a visitare. Solo che quella è di agenzia, questa del collega. E questa non la prenderà, perché mentre la visita scopre una mano in giardino. Poi dalla mano risalirà ad un corpo (di donna) morto per soffocamento, e più tardi ad un successivo corpo (maschile) morto per un forte colpo alla testa (una vanga o simili). Probabilmente Mankell ha cercato di far quadrare i conti, modificando qualcosa in questo, viso che l’altro, già pubblicato in mezzo mondo, era difficile modificarlo. Tornando al romanzo, per tutto il tempo, dal ritrovamento in poi, Wallander cerca di scoprire l’origine della mano. Periodo natalizio nella Scania, con poco da fare per la polizia. Per cui Wallander, Martinsson, financo Linda la figlia, si mettono a scavare. Prima svolta: il medico legale dice che la morte è avvenuta una cinquantina di anni prima. Anche con questo suggerimento, non si cava ragno dal buco. E le pagine continuano a scorrere lente, comunicandoci soltanto la stanchezza (di Mankell e di Wallander) verso il lavoro e la sua monotonia. Seconda svolta è il ritrovamento del secondo cadavere, che fa ora ricercare una coppia e non più una donna sola. Utilizzando i dati catastali, Kurt risale a proprietari dopo proprietari, fino a trovarne una che si ricorda del periodo della guerra, e trova degli intonsi diari. Non male, leggere nel 2002 (anno di svolgimento della vicenda) dei diari tenuti in soffitta e risalenti al 1944! Lì Kurt trova il terzo indizio: l’accenno ad una famiglia estone, fittavola nella casa. E utilizzando i dati anagrafici, trova anche il figlio estone vivente, benché ormai oltre gli ottanta. Tutti i tasselli, faticosamente, andranno al loro posto, senza però che ci smuovano più di tanto. Insomma, un libro per smuovere un po’ il mercato in vista del Natale, ma che nulla aggiunge ai personaggi. E quando si tratta di fare indagini su vecchi casi, molto meglio il commissario Erlendur dell’islandese Indriðason. Provate per credere.
Jo Nesbø “Il leopardo” Einaudi euro 14 (in realtà, scontato a 10,50 euro)
[A: 01/11/2012– I: 14/12/2013 – T: 19/12/2013] - &&& e ½
[tit. or.: Panserkjerte; ling. or.: norvegese; pagine: 759; anno 2009]
Gli avrebbe giovato qualche centinaio di pagine in meno, che così risulta un po’ troppo lungo. Anche se Nesbø dimostra ancora una volta di saper maneggiare trame complesse, senza perdersi d’animo e senza dimenticarsi niente per strada. Peccato che il titolo italiano sposti l’attenzione da Hole (il titolo inglese si riferisce a qualcosa come “un cuore blindato” che è come si sente il nostro Harry o forse ad una pericardite, la malattia per cui sta morendo il padre di Harry) all’assassino che si muove silenziosamente proprio come un leopardo. Nesbø al solito costruisce un suo spaccato di mondo, dove entrano la storia poliziesca, fulcro della vicenda, ma anche tanti ruscelli laterali. Il più importante è la malattia terminale del padre di Harry, ed il rapporto tra lui ed Harry, durante colloqui e silenzi ospedalieri. Poi c’è il grande castello del rapporto tra Harry e Rakel (e Oleg, ovviamente). I due decidono di andarsene dalla Norvegia dopo essere stati in pericolo di vita nel finale del precedente. Avvenimento che Harry capisce ma non comprende. Tanto che si rifugia in Oriente, passando dall’alcool all’oppio. Ma anche quando torna, non sarà mai sopito. Anche quando rivede Rakel al funerale del padre. E sarà un caso, ma il librone si chiude su una lettera non aperta di Oleg che Harry non apre ancora mentre torna ad Hong Kong (mi sa che nel prossimo…). Infine c’è il rapporto tra Harry e le istituzioni: Anticrimine, Kripos (una specie di KriminalPol scandinava) e Ministero. È vero che Harry è un battitore libero (e per questo riesce a risolvere i complicati casi che ha davanti). Ma dovrebbe rispondere alla sua Unità, che manda l’ambigua Kaja a tirarlo fuori dalle peste orientali. E non dovrebbe mettersi in collisione con la Kripos, che sta tentando, tramite il suo capo Mikael di unificare (ovviamente sotto di sé) tutte le azioni criminali. Ovviamente Mikael è ambiguo, arrivista, e con qualche sassolino di gioventù da nascondere. Harry prima tenta di lavorare da sé, poi, per salvare la carriera a Kaja ed a Bjorn (il mago della scientifica) che lo hanno aiutato, accetta di inquadrarsi nella Kripos. Ma un suo passo falso in uno dei pre-finali, lo mette fuori gioco. Fortunatamente un giornalista amico tira fuori le magagne, ed alla fine Mikael avrà del lustro fingendo di aver risolto il caso, ma non la gloria per cui aveva lottato. E perderà (ma era ovvio) anche l’amante segreta che aveva. In tutto ciò, l’assassino dal piede felpato, il Leopardo del falso titolo, inanella una serie di omicidi. Tre (almeno) con un aggeggio di tortura che si dice inventato dai militari del Belgio in quel del Congo, e chiamato “la mela di Leopoldo” (inteso come re del Belgio). Oggetto a forma di mela, che si mette in bocca al malcapitato, si tira una cordicella e 24 lame sbucazzano il palato provocando la morte. Una, facendo saltare una donna con un cappio al collo dal trampolino di Holmenkollen. Altra con un pugnale. Una ancora, incollando il morituro alla vasca da bagno ed aprendo l’acqua. Il bello è che non si trovano i moventi. Almeno finché Harry non torna da Hong Kong. Tutte le persone morte erano transitate da una baia montana. Ne rimangono tre in vita: una donna, Iska, che si è trasferita in Australia, Tony un gigolò – investitore di capitali, ed un ignoto amante notturno. Si cerca di usare Iska come esca (scusate il bisticcio), facendola interpretare da Kaja. Ma il cattivo se ne accorge e provoca una valanga che seppellisce la baita dove stavano ad aspettarlo Harry, Kaja ed un poliziotto della Kripos. Una bella scena di panico sotto la neve, consente a due di loro di salvarsi (indovinate chi?). Ed Harry, collegando altri fattarelli e dopo una visita anche in Congo alla ricerca della mela, scopre il terzo incomodo. Guarda caso un infermiere che stava curando il padre (ma era un caso?), cui in gioventù Tony aveva praticamente tranciato la lingua per una questione di donne, che si era portato la bella alla baita, dove aveva visto Tony che se la scopava (ancora? Ma è proprio sfigato!). Ormai il cerchio si stringe, uno dei due è il colpevole. Ma mentre si cerca di incastrarlo, fugge. Saranno Harry e Kaja e ritrovarne le tracce di nuovo in Congo, arrivando al cruento epilogo vicino al cratere del vulcano Nyiragongo (per chi ricorda, uno degli epicentri del genocidio ruandese). La vicenda è anche piena di sottovicende: una famiglia ricca che adotta la figlia naturale della domestica, il problema dell’artrite dell’assassino e del padre, le vicende giovanili dell’assassino, compresa la strana morte della madre. D’altra parte ci sono quasi ottocento pagine da riempire. Comunque Nesbø scrive facile, il romanzo scivola molto agilmente (non come il quasi equilungo di Chandra), anche perché, rispetto ai precedenti, Nesbø ci mette più azione. Ci si sposta tra tre continenti: Europa, Asia, Africa. Non c’è solo Oslo. Ma Hong Kong, Lipsia, Copenaghen, Kigali, Goma, e via correndo per il globo. Pur tuttavia, è un filo lungo. Io non sopporto quando Harry si attacca alle bottiglie (capisco che sia un problema nordico, ma mi porta fuori pista dai solchi romanzeschi). E mi da fastidio non capire dove Nesbø vuole andare a parare sulla sua vita sentimentale. Chi sarà la bella vincente? E soprattutto, ci sarà? Però, in fin dei conti, a me HH (cioè Harry Hole) piace. Non sarà Pepe Carvalho o Salvo Montalbano e forse nemmeno Harry Bosch, ma mi piace. E spero che qualcuno si decida a tradurre i primi due libri mai arrivarti in Italia.
“Il fatto che qualcosa non sia accaduto non significa che non possa accadere.” (755)
“E poi stai invecchiando … perché … quando un uomo comincia a citare il proprio padre è vecchio. Fine dei giochi.” (756)
Una settimana (come vedete dagli occhielli) di lettura pre-natalizia, in un intorno di Tommaso. Mentre ora ci sono settimane di sistemazioni e di preparazioni. Anche se viaggi all’orizzonte se ne vedono pochi. 

domenica 23 marzo 2014

Torniamo ai nostri seriali - 23 marzo 2014

Dopo una settimana dedicata alla riflessione, eccoci ad una settimana dedicata all’evasione. Sempre di livello (abbastanza) ma con un ritorno alle lunghe serie dedicate ad investigatori, patologi, e commissari vari. Ritroviamo quindi la giornalista svedese Bengtzon e le sue storie (che cominciano ad incartarsi), la dottoressa Kay Scarpetta (le cui storie da tempo si sono incartate) ed il commissario Charitos, da cui mi aspettavo di meglio. Un po’ di riposo, quindi, per i nostri cervelli stanchi.
Liza Marklund “Finché morte non ci separi” Marsilio euro 12,50 (in realtà, scontato a 9,50 euro)
[A: 18/03/2012– I: 16/10/2013 – T: 18/10/2013] - && e ½  
[tit. or.: Livstid; ling. or.: svedese; pagine: 478; anno 2007]
Un romanzo che si apre praticamente sull’ultima pagina del romanzo precedente (“Il testamento di Nobel”) quasi senza rottura di continuità (e pare prosegua con il successivo “Freddo Sud” ipotizzando una trilogia all’interno della serie dedicata alla giornalista investigativa Annika Bengtzon). Sembra quasi un tentativo anche di mettere ordine a tutte le sue storie, che si sono andate dipanando in tutti i primi otto libri. Sia le storie gialle che le storie private. Mantenendo la cifra di questa giornalista sempre un po’ spaurita, sempre un po’ troppo al centro delle attenzioni, quasi che si trovasse suo malgrado a risolvere i casi che affronta. È anche (come dice nelle note finali l’autrice) il primo romanzo che comporta un’inchiesta poliziesca vera e propria, coinvolgendo fin dalle prime battute l’ispettrice Nina Hoffmann. Ma soprattutto perché il morto è un ispettore di polizia anche lui, il bello e mai troppo decifrato David Lindholm, e la principale sospettata è la di lui moglie, nonché miglior amica di Nina, nonché anch’essa poliziotta, Linda. Quindi, mentre da un lato seguiamo le vicende “gialle”, dall’altro dobbiamo fare il conto con Annika che al termine del precedente libro avevamo visto sfuggire miracolosamente, insieme ai suoi due figli, ad un attentato che manda in fumo (letteralmente) la sua casa. Dopo che anche la vita privata era anch’essa bruciata, in seguito all’allontanamento del marito Thomas, innamoratosi della bella Sophia. Questi due registri erano sempre stati presenti nelle storie di Annika, dagli scontri violenti con il suo precedente marito (tanto violento da giustamente finire male) all’amore con il placido Thomas, che, libro dopo libro, diventa sempre più antipatico, fino a raggiungere un buon punto di cattiveria in questo (e mi domando, cosa succederà nel prossimo). Nel momento in cui perde tutto, Annika trova un supporto nella collega Berit, che l’aiuta con i figli e la sprona a riprendere le indagini. Ritroviamo così il piglio deciso della giornalista d’assalto, che mette insieme interviste, ricerche su Internet ed intuizioni varie, per ricostruire la vita dell’irreprensibile David, che poi tanto irreprensibile non sembra sia stato. Bello e carismatico, ma sempre molto vicino al fuoco, come se avesse interessi sul lato criminale, utili a coprire suoi traffici, ed a scoprire pesci piccoli da mettere in gabbia. Inoltre David è uno “sciupa-femmine”, cosa che sanno tutti, e sembra dare margini di credibilità (almeno per Annika) quando Linda sostiene che nell’appartamento durante l’uccisione c’era un’altra donna, che avrebbe portato via il figlio Alexander (che in effetti, risulta scomparso). Tuttavia i poliziotti fanno fronte intorno a David, con la relativa condanna di Linda anche per la morte di Alex (benché non si trovi il corpo). Annika, tra una lite e l’altra con l’ex Thomas (e poi ci torniamo), trova il bandolo anche di questa matassa, risolvendo (nel solito convulso finale) tutti i maggiori nodi: ritrovamento di Alex, scoprimento del reale colpevole di questo e di un altro precedente delitto, che aveva portato in carcere un innocente, con un doppio legame con la polizia. Da un lato con David e dall’altro … No, questo non ve lo dico. Tanto uscirà fuori sicuramente nel prossimo. Torniamo un attimo sulle vicende private: nonostante sia in rotta dura con l’ex e non sopporti Sophia, non esita a dar loro una mano nelle settimane di affidamento alterno dei due figli. Questioni di civiltà? Quanto siamo lontani noi da queste realtà? Un altro appunto (più criptico) viene durante le discussioni tra i redattori del giornale in crisi, dove due giovani apprendisti si chiamano Emil e Ronja. Così che la Marklund accenna alla provenienza di molta gioventù svedese dalla saga di Pippilotta Långstrump. Ovviamente, noi si rimane spiazzati, che la saga da noi è nota come Pippi Calzelunghe. Ma sfido qualcuno a conoscere a memoria i personaggi, e ricordarsi che i due sodali di Pippi si chiamano… Annika e Tommy. Nel complesso (dopo aver convenuto anche con la polizia che l’autrice dell’incendio di casa Bengtzon è la gattina colpevole degli assassini del precedente romanzo) una lettura gradevole, in attesa di collegarla con il successivo libro della trilogia. Ah, un’ultima domanda: spero che “Livstid” (significato in svedese “tutta la vita”) sia una formula usata nei matrimoni svedesi. Cosa che giustificherebbe l’altrimenti poco sensato titolo italiano.
“Il primo caso riguardava quello di un ventunenne, Tony BERGLUND” [ma quanti ce ne sono, di Berglund in Svezia…] (140)
Liza Marklund “Freddo Sud” Marsilio euro 12,50 (in realtà, scontato a 10,58 euro)
[A: 28/04/2012– I: 05/11/2013 – T: 09/11/2013]
[tit. or.: En plats i solen; ling. or.: svedese; pagine: 509; anno 2008] - && e ½
E così finalmente si conclude la così chiamata “trilogia della separazione” (almeno così l’ho chiamata io, come separazione tra i protagonisti ed anche tra raziocinio e realtà). Cominciata come detto con “Il testamento di Nobel” (da tempo tramato) e continuata con il da poco letto e sopra tramato “Finché morte non ci separi”, ora finalmente (almeno credo) vengono chiuse tutte le parentesi aperte nei libri precedenti. Con questa tecnica (un po’ falsa) di far finta di risolvere qualche mistero, per poi riaprirlo e darne nuove soluzioni. Insomma, un libro che mi ha mosso sentimenti altalenanti: dal piacere della scrittura al nervosismo di meccanismi smaccatamente commerciali. Ma come mi insegnava la mia maestra di comportamento, cominciamo con le note positive. La scrittura questa volta è molto più scorrevole del precedente. Non ci sono molti “tempi morti” e, benché 500 pagine siano un po’ lunghe, si va discretamente veloci alle soluzioni (anche perché si fanno passare mesi tra le varie sezioni, e non ci si accumula tutto in pochi e sparuti giorni). Dal punto di vista dell’intreccio, il killer donna dell’incendio è finalmente acclarato chi sia, ed Annika potrà finalmente riscuotere i soldi dell’assicurazione. L’ex-amica Anna è finalmente uscita di scena (e speriamo non torni). I figli, Erica e Kalle ci sono, ma stanno al loro posto, com’è giusto che sia, senza interferire con la vicenda. Che finalmente trova la sua quadratura: è tutto compreso in un grande giro internazionale di droga. C’è la fattoria in Marocco dove si coltiva la cannabis destinata ai mercati europei. Fattoria gestita da Fatima che risulta essere la prima moglie di David (il poliziotto ucciso nel romanzo precedente). Davide che aveva stretto un sodalizio giovanile con Filip e Yvonne (i due fratelli assassini) e Victoria (giovane avvocato, dedita al riciclaggio dei soldi con uno studio a Gibilterra). Ed è nella Costa del Sol che si svolge la maggior parte del libro, tra Malaga e Marbella. Nella grande comunità svedese. Dove vengono uccisi Victoria, con la madre, il marito e due figli. È un regolamento di conti (ma si saprà con molto ritardo), comandato dal carcerato Filip, in attesa di essere liberato, dopo che Yvonne è stata uccisa dalla polizia nel romanzo precedente, e di conseguenza accusata sia della morte di David (giustamente) sia delle uccisioni di due libri fa (ingiustamente, che il colpevole era proprio Filip). Il tutto condito dalla presenza di Nina, la sorella “buona” di tutta la banda, che invece delle strade del crimine, ha preso quelle della legge. E sarà lei che, alla fine, metterà il punto fermo alle tribolazioni della storia, riuscendo a far quadrare i conti della giustizia con quelli privati. Il tutto condito con altri elementi, che vanno a poco a poco scendendo nel meno interessante, fino allo scassamento. Da una parte, la storia parallela delle tre amiche (che poi sarebbero le madri di Filip, Victoria e Nina) e delle loro storie giovanili, collegate (ma che ci sarà di interessante?) con il fatto che la madre di Filip non è svedese, ma è figlia di un qualche gerarca nazista (ed allora??). Storia che la Marklund ci propina attraverso un finto libro scritto da Siv, la “buona” del trio (e vediamo se capite di chi può essere la madre…). Dall’altra i tentativi di emancipazione di Annika. Prima con un sottosegretario che purtroppo è anche il capo di Thomas, e malgrado possibili simpatie finisce (per ora) in una bolla. Poi con un poliziotto in missione in Spagna, dove sembra andare meglio (almeno si fa del sesso), ma che poi senza motivo scompare. Il tutto vissuto da Annika con sensi di colpa. Tanto che verso la fine, l’autrice sembra ipotizzare che la storia tra Thomas e la troia Sofia sia al lumicino, e che i nostri (per il bene dei figli… – ma che c…a!), sembra si vogliano rimettere insieme. Una parte di storia veramente debole e con intenti troppo consolatori (sembra quasi che la scrittrice faccia dei sondaggi con i lettori, ed orienti le sue scelte verso quelle più di cassetta). E sullo sfondo e per finire, le vicende sociali: la crisi svedese (come in tutta l’Europa) esemplificata dalla crisi del giornale di Annika, con ristrutturazioni, licenziamenti, promozioni di incompetenti. Un tentativo di fare “gialli alla Wahlöö” veramente poco riuscito. Infine, tanto per gradire, un ultimo colpo di bacchetta ai maghi dei titoli. Qui si raggiungono vette di idiozia fulminante. Ora “Freddo Sud” si suppone che sia qualcosa ambientato in un Sud per qualche motivo (climatico o comportamentale) più freddo di qualche Nord. La maggior parte del libro si svolge in Spagna, in un caldo allucinante. E la parte risolutiva, addirittura in Marocco, con ancora più caldo. Forse sono gli svedesi che vivono a Marbella ad essere freddi, ma, per quanto vediamo, ci si lascia qualche dubbio. Ma ancora più ignominiosamente, il titolo originale (capisco che “Un posto al sole” possa far venire altro in mente) aveva un senso di collegamento tra le varie vicende e con la ditta di import-export motore delle nefandezze descritte nei tre libri. Delle due l’una: o si lasciava il titolo, salvando i collegamenti, o si modificavano i collegamenti (magari chiamando la ditta “CoSo” invece che “Apits”) per seguire le modifiche del titolo. Nulla di tutto ciò: modifica del titolo senza modifica dei collegamenti. Risultato: incomprensibilità dei passaggi verso la soluzione. Ma si riuscirà mai a trovare un modo che non tradisca la traduzione? E se qualcuno rimane spiazzato da queste righe, ne riparliamo dopo che ha letto il libro.
Patricia Cornwell “Nebbia rossa” Mondadori euro 13 (in realtà, scontato a 11,05 euro)
[A: 06/02/2013– I: 23/12/2013 – T: 25/12/2013]
[tit. or.: Red Mist; ling. or.: inglese; pagine: 382; anno 2011] - &&
Siamo alla diciannovesima storia di Kay Scarpetta, ed ormai si vivacchia un po’ sugli allori riprendendo i fili delle storie dall’ultimo romanzo, ed intorbidendo il tutto. Già da questo attacco capite che il romanzo non mi ha preso tanto. Da un lato è decisamente scontato, senza particolari novità sul fronte delle invenzioni (sia di trama che poliziesche). Dall’altro i personaggi sono decisamente incartati su loro stessi. Avevamo lasciato la dottoressa disorientata nell’ultimo libro dal presunto “tradimento” del suo secondo Jack, personaggio sin ora mai troppo chiarito, con una scena finale movimentata (solito schema) in cui Kay sta per soccombere a quella che pare essere la vera mente e la vera mano degli assassinii. Nella fattispecie la figlia di Jack e di tal Katherine. Qui cominciamo che, per mettere ordine alle vicende, Kay va a trovare Katherine in carcere e scopre nuovi baratri di coincidenze. Katherine era l’insegnante di Jack, avevano avuto una relazione “proibita” dalle leggi americane, per cui la donna era stata condannata alla prigione, dove aveva a poco a poco perso se stessa. Nella stessa prigione è anche rinchiusa una psicolabile in attesa nel braccio della morte per un omicidio perpetrato anni prima. E scopre che Jaime, ex-fiamma della nipote Lucy, diventata avvocato di difesa (era un tempo procuratore) vuole fare luce sulla vicenda. Ci mettiamo pagine su pagine per penetrare nella psicologia di Jaime, che cerca di far ruotare tutto per il suo interesse, coinvolgendo anche il buon Pete Marino, un tempo valido aiutante di Kay ed ex-poliziotto, nelle sue trame. Che sono piene di misteri, che coinvolgono servizi segreti, FBI, complotti ed altre amenità. Peccato che, ad una ad una, tutte le persone coinvolte vengano uccise in modo misterioso. Un modo che, tra l’altro, fa riprendere in mano altre morti avvenute nel penitenziario in questione, ed anch’esse mai chiarite. Muore Katherine. Muore Jaime. È in fin di vita, forse in coma irreversibile la figlia di Jack e Katherine. Insomma un’ecatombe. Kay si muove male in tutto ciò, oppressa da sensi di colpa per non aver capito in tempo alcuni sintomi delle malattie. Ed oppressa dalle difficoltà del suo rapporto con il marito Benton. Che lavora all’FBI e che lei sospetta non dirgli tutto. Insomma, tutto si avvolge pian piano nella nebbia, dove non si vede ad un passo, e dove ogni passo rischia di portare i nostri fuori strada. Ma l’anatomopatologa sa il suo mestiere e collega dettagli apparentemente lontani, per costruire ipotesi di soluzione. Purtroppo la soluzione è scadente sul punto innovativo. Non ci si meraviglierà scoprendo che dalla relazione adulterina giovanile di Jack e Katherine non nacque una bambina, ma una coppia di gemelle. Una è quella che tentò di uccidere Kay nel libro precedente. L’altra, ben nascosta e forse protetta dalle complesse leggi americane, è invece la mente di tutto questo guazzabuglio. La storia, una volta scoperti i veli, si avvia senza troppi sussulti verso la sua onesta fine. Colpevoli trovati e puniti. Nuova pace tra Kay e Benton. Lucy che rimane nel contorno della vicenda (anche se apprezziamo al solito le sue capacità informatiche). Marino che forse lascerà il gruppo (ormai è un personaggio un po’ troppo bollito). Insomma, non un gran libro. Leggibile certo, ma non proprio godibile. Appesantito, tra l’altro, da una prima parte forse un filo lunga. Dove seguiamo, ed un po’ ci annoiano, i tormenti esistenziali della nostra Scarpetta. Boh, vediamo se migliorerà nel prossimo, già uscito ma non ancora acquistato.
“Chi può dire di non aver mai fatto del male alle persone che ama?” (138)
“Devi vivere nel luogo in cui ti svegli al mattino, anche se è stato il sogno di qualcun altro a portarti lì.” (154)
Petros Markaris “L’esattore” Bompiani euro 13
[A: 19/05/2013– I: 02/01/2014 – T: 06/01/2014] - &&
[tit. or.: Περάιωση; ling. or.: greco; pagine: 341; anno 2012]
Dopo un po’ di silenzio, torna ancora una volta il pacifico commissario Kostas Charitos. Questa volta Markaris cerca di inserirsi sempre più a fondo nel vissuto greco, ma ne risulta una storia un po’ bollita. Soprattutto dal punto di vista dell’intreccio per così dire poliziesco. Intreccio che per come nasce e per come viene risolto risulta veramente di poco spessore. Certo il nostro scrittore, molto attento alla società civile, vuole dimostrare anche altro. Vuole parlare delle difficoltà del popolo greco di fronte alla crisi economica devastante che lo attanaglia. E questo ce lo mostra con alcune scene, e con alcuni suicidi, esemplari ed esemplificativi. Non si rimane indifferenti davanti alle anziane signorine che decidono di mollare la vita che non tirano avanti con la misera pensione. O i due giovani che si tolgono la vita per la mancanza di lavoro e di prospettive. In questo scenario (che riprende cinquant’anni dopo le descrizioni sociologiche della società svedese dei ben noti Sjöwall & Wahlöö) si inserisce anche il quasi dramma della figlia del commissario, che non trova una remunerazione adeguata, e quasi decide di andare a lavorare in Africa per svoltare economicamente. Una serie di circostanze, ed un colloquio chiarificatore con lo “zio Lambros”, faranno poi decidere Caterina a continuare a lottare in patria. E magari troverà una spalla nella psicologa – poliziotta Manià, per mettere in piedi qualche struttura legal-terapeutica. In tutto questo contorno sociale, si inserisce la vicenda gialla, che ne è una filiazione logica. Vengono uccise, con la cicuta, due personalità eminenti nell’evasione fiscale, da un personaggio che firma le sue imprese con volantini su internet a nome “Esattore”. Qui Markaris costruisce una specie di escalation interna, poggiando su due bastioni: la crisi economica (che è in fondo il leit-motiv del libro) ed il dilemma morale. L’Esattore, nei suoi scritti, afferma (e con ragioni e prove) di uccidere persone che evadono il fisco, dando loro l’alternativa se pagare o avere un “condono tombale”. A fronte delle prime due morti, il fisco greco riceve una serie di entrate impreviste (sui sette milioni di euro) di evasori minacciati. Charitos, e con lui il rumoreggiante popolo greco, si domanda se si debba trovare questo assassino, che tuttavia fa “del bene al Paese”. Il poliziotto non ha dubbi. L’uomo un pochino ne ha. Di fronte ad uno Stato debole, solo la minaccia di morte fa rispettare le leggi. Ma questa morale non può soddisfare una personalità etica come Markaris (non a caso sceneggiatore dei migliori film di Anghelopoulos). Per cui fa il primo passo di escalation: l’Esattore chiede una tangente sulle somme incassate. Qui la morale vacilla, e si cerca di attivare al meglio le indagini, non riuscendo ma non per colpa di Charitos, bensì dell’insipiente burocrazia greca. Trovandosi impantanato in una vicenda che sembra senza sbocchi, Markaris fa un secondo passo. Poiché lo Stato non paga, l’Esattore minaccia e poi comincia ad uccidere non evasori, ma personaggi pubblici, possibilmente politici, che hanno prosperato nei meandri del malcostume imperante. E qui si ritorna al dilemma primitivo: l’Esattore uccide, ma a fin “di bene” (o del bene del Paese). Ormai però siamo stanchi del romanzo, andiamo a doppiare il capo delle 300 pagine senza aver fatto passi avanti. Ecco che lo scrittore decide di “precipitare” la fine, e, attraverso improbabili colpi di scena, Charitos riesce a trovare prima le tracce, e poi il colpevole in persona. Questa è la parte veramente debole del romanzo. Tutto si risolve, ma come “per ammuina” senza che poi nulla cambi. Insomma, un romanzo che nasce con delle premesse interessanti, si sviluppa lungo un’idea notevole, ma termina un po’ in sordina. Come se l’autore non avesse più mordente. Tra l’altro, l’andamento generale delle indagini ricalca abbastanza, pur nelle mutate condizioni, quanto aveva scritto, con ben altra grinta e capacità, in uno dei primi libri del commissario “Si è suicidato il Che”. Speriamo che il prossimo episodio, già in libreria, anche se non in biblioteca, riporti in alto le sorti della storia. Magari evitando quello che ormai sta diventando un tormentone delle sue storie: il traffico di Atene. Ogni due pagine si parla di ingorghi e di strade, tanto che per seguire la vicenda bisognerebbe leggerlo con accanto Goggle Maps! Alla fine diventa stancante e neanche particolarmente funzionale alla storia.
Riposo, si diceva, ma non ozio. Si continua a pensare ai viaggi (quelli organizzati, quelli da organizzare). Aspettando di ricevere notizie se il viaggio pan-russo (fatte salve le paturnie di Putin) riuscirà ad avere sbocchi.