lunedì 2 giugno 2014

Bones - 02 giugno 2014

Come in una puntata dei seriali migliori (quelli della mia amica Rosa), ecco quattro puntate “live” della serie che dal libro è passata anche sul piccolo schermo. Le avventure della dottoressa Temperance Brennan, scritte (seppur con alterna riuscita) dalla sempre brava Kathy Reichs. Non potevo certo lasciarvi a secco per troppo tempo, tra l’altro con quattro titoli che vanno a poco a poco riportando verso l’alto il livello della serie, ultimamente in ribasso.
Kathy Reichs “Skeleton” BUR euro 9,90
[A: 12/10/2012– I: 28/06/2013 – T: 01/07/2013] - &&
[tit. or.: Bones to Ashes; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2007]
Ora, che senso ha mettere un titolo inglese che significa scheletro, quando l’originale parla di ossa che vanno in cenere? Già è lunga la mia diatriba con i traduttori per lo scempio dei titoli. Qui si rasenta il ridicolo, mette un titolo inglese che poco ha da spartire con l’originale. Decidiamoci una buona volta: se il titolo è in inglese, tanto vale lasciare l’originale o se traduciamo, traduciamolo attinentemente. Per il resto, questa nuova avventura di Tempe Brennan e della sua corte di personaggi ritorna ai livelli di dignità standard dei suoi romanzi. Certo, l’impianto base del racconto non può discostarsi molto dal modello vincente (ossa da identificare, cause del decesso, tempo della morte, e tutto il resto delle “normali” attività forensi), ma quello che varia è il contorno, le difficoltà immesse sul cammino, e gli inciampi (soprattutto della vita privata) cui la nostra Tempe incorre. Infatti, mentre al solito lavora su nuovi casi, la mente non molla il pensiero di Ryan, ed il riavvicinamento di quest'ultimo alla madre di sua figlia, in quanto ha frainteso l'intesa tra l'antropologa e l'ex-marito, che avevamo visto rinascere nell’ultimo romanzo. Ma Pete invece vuole il divorzio per potersi risposare. E tuttavia ipotizziamo che forse la storia con il bel tenente canadese potrebbero riannodarsi. Intanto, le ossa sul tavolo la rimandano alle sue avventure bambine, alle vacanze con la sorella Harry a Pawley's Island, nel South Carolina, ed alla scomparsa della loro amica di origini canadesi e con l'aspirazione di diventare poetessa, Evangeline Landry. Le solite sensazioni di Tempe le fanno supporre che i resti che sta esaminando appartengano proprio a lei. La fisionomia, l'età e la zona in cui son state trovate le ossa, dove abitava la piccola Landry, sembrano confermare la supposizione della dottoressa. Da questo caso, nascono a grappolo altre situazioni, escono fuori altre ossa, riguardanti bambine scomparse molto tempo addietro e ad aiutarla nelle indagini, oltre a Ryan, agli altri agenti ed ai vari tecnici o scienziati, ci sarà anche la stessa sorella Harry, giunta in Canada con l'ennesimo divorzio alle spalle. Con l’usuale tecnica alla Alexandre Dumas che ho descritto altrove, la Reichs ci tiene incollati alla pagina, anche se non ci fa partecipi moltissimo dei disvelamenti del problema. Fortunatamente abbiamo però modo, oltre che imparare nuove e diverse tecniche forensi, di far conoscenza di un’altra minoranza canadese: gli acadiani. Sono i discendenti dei primi coloni francesi, che alla fine del XVIII secolo vennero coinvolti in un’epurazione di massa da parte degli inglesi, uno dei primi genocidi (12.000 morti e non sono certo pochi). Alcune enclavi si salvano, come quella dove vive e prospera il cattivo pornografo artefice delle suddette morti, in cui coinvolge il pornografo buono (ma può esistere?). Non può esimersi, la nostra Tempe, da un finale periglioso, dove sono in difficoltà sia lei che Harry. Ma ce la faranno, e Tempe riuscirà a risolvere anche il mistero della più che ventennale scomparsa dell’amica Evangeline. Come dire, la scrittura della Reichs ormai all’undicesimo episodio ha pochi misteri da svelarci. La conosciamo, conosciamo ed apprezziamo i suoi trucchi, e la capacità (e non è da tutti) di non perdersi nessun personaggio secondario, siano essi il gatto Birdie o l’uccello, o alcuni detective del Quebec o della Carolina. Come rivediamo anche questa volta, di fondo, una piccola denuncia sociale riesce a farla: laddove la pornografia tocca ed ingloba la pedofilia. Ci aspettiamo tuttavia, una piccola rinascita, che su queste basi poco avrà vita facile il futuro della nostra antropologa forense.
“I fatti non cessano di esistere solo perché vengono ignorati.” (189)
Kathy Reichs “Le ossa del diavolo” BUR euro 9,90
[A: 01/11/2012– I: 01/09/2013 – T: 04/09/2013] - && e ½
[tit. or.: Devil Bones; ling. or.: inglese; pagine: 376; anno 2008]
Ci sono voluti una dozzina di romanzi per convincere i responsabili editoriali ad utilizzare correttamente i titoli. Così, finalmente abbiamo le ossa del diavolo che ci vengono restituite anche in italiano. In un romanzo dove la Reichs mantiene il buon livello precedente. Senza troppo altro, senza raggiungere i migliori risultati dei primi libri. Ma tant’è, meglio un buono standard che alcune delle prove scialbe di cui ho parlato. Certo la parte “thriller” rimane ancora in sordina, senza troppi patemi, anche se nel finale si cerca di imbrogliare un po’ le carte (e forse il finale è un filo troppo affettato). Intanto, nell’alternanza dei lavori della nostra patologa forense, questa volta torniamo a Charlotte in Carolina. E nel solco classico della Reichs, che ogni volta se la prende con qualche “stereotipo” americano, questa volta siamo alle prese con satanisti e compagnia. Sette diaboliche ed altre turpitudini che sembra trovino sempre un fertile terreno di là dell’Oceano. Ossa in uno scantinato di un santero ecuadoriano, che poi muore misteriosamente (ma per colpa sua, vedremo poi). Con simboli strani. E cadavere ritrovato in riva al fiume, vicino ad un ritrovo di altri settari. Questi sono uno dei tanti elementi di interesse che sempre la scrittrice inserisce, facendoci conoscere altri elementi poco noti (almeno a me). Sono i wiccani, seguaci appunto della Wicca, che come tutti sanno (??) è la più diffusa delle religioni neopagane. Esce allo scoperto nel 1954, ed ha una grande diffusione fino all’anno 2000. Poi rimane lì, forse qualcuno ne conosce meglio. Fatto sta (e questo sembrerebbe assodato) che i wiccani americani siano più sul versante new age che su quello satanico. Ma torniamo al nostro libro, dove anche sul lato patologico – osteologico vengo a scoprire altri elementi nuovi. Dei solchi strani (i canali haversiani credo si chiamino) che consentono di conoscere altri elementi della nostra vita. Qui servono a Tempe per avere un’illuminazione finale: il secondo cadavere è stato congelato. E questo spiega tutti i misteri del suo diverso andamento post-mortem. Una battaglia, intanto, si era scatenato sulle sette e sulla scarsa incisività dei tribunali contro di loro. Guidati da un commissario - John Wayne che entra in rotta di collisione con la nostra. Peccato che invece si tratti del sottobosco degli omosessuali. E dove si scopre coinvolto l’entourage del commissario fai da te. Alla fine, quindi, le sette non c’entrano, i cattivi (che anche io non avevo individuato, colpo della fretta nella parte finale) vengono scoperti e puniti. Purtroppo ci rimette le penne anche un buon poliziotto. Ed un povero wicca, colpito da quella giustizia piena di armi e personale di cui è tanto (ed inutilmente) piena l’America. Altrettanto ricca, anche se non conclusiva, è la parte della vita privata della nostra eroina. In piena crisi, come dagli ultimi libri emerge, non sapendo più se potere o riuscire a ritornare insieme al tenente Ryan. Qui interviene anche l’insoddisfatta figlia Kay che cerca di coinvolgere la mamma in nuove storie. In particolare con Charlie, che poi si scopre, oltre ad essere avvocato, anche una vecchia fiamma del liceo. Ma Ryan inopinatamente ricompare, dicendo che le sue storie con la ex sono cosa da chiudere nei cassetti del passato. Mentre l’ex-marito Pete sta sempre più spingendo per la sua nuova (e veramente stupidina) fiamma. Tanti punti nel calderone della passione di Tempe (con un bell’ossimoro, tra fuoco e temperanza). Riuscirà a staccarsi definitivamente da Pete? Si rimetterà con Ryan o lo lascerà? Come si evolve il nuovo rapporto con Charlie (che poi è anche vedovo, la moglie essendo morta dentro le Twin Tower)? Insomma tanti punti aperti, per una scrittura seriale che ha ancora numerose puntate al suo arco.
Kathy Reichs “Duecentosei ossa” BUR euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,42 euro)
[A: 04/10/2012– I: 12/12/2013 – T: 14/12/2013] - &&&
[tit. or.: 206 Bones; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2009]
Ci avviciniamo a grandi passi alla Kathy Reichs coeva, con qualche freccetta e molte, forse troppe pause. Intanto, e fortunatamente, il traduttore non è riuscito a rovinare il titolo, che le ossa erano 206, e così sono rimaste. Che questo (pare, non essendo io un osteopata) è il numero delle ossa presenti nel corpo umano. Quindi materia principe della nostra dr.ssa Brennan e del suo lavoro forense. Purtroppo il meccanismo ideato dalla Reichs questa volta lascia poco spazio all’inventiva, ed anche alla suspense, checché ne dicano i risvolti di copertina. Da un lato c’è l’usuale lavoro di Tempe alle prese con cadaveri, o meglio scheletri, cui bisogna risalire nel tempo per trovarne l’origine. E purtroppo non ci sono invenzioni o scoperte mediche nuove o stimolanti, come in altre opere di patologia forense. Solo una micro-informazione, che probabilmente è nota a tutti i dentisti, riguardante una formazione particolare del primo molare superiore, e nota come “cuspide del Carabelli”. Grazie a questa particolarità, e all’uso della tetraciclina in un’altra otturazione, la nostra esperta riuscirà a risolvere la parte “osteologica” del romanzo. Che invece, dal punto di vista centrale, è al solito occupato da qualcuno che vuole male a Tempe. Qui troviamo di fila tutta una serie di repertoriazioni che sembrano andare nel verso sbagliato, come se Tempe e le sue colleghe non riescano ad azzeccare una diagnosi che è una. Una prima persona anziana morte alcolizzata ma potrebbe essere stata uccisa. Una seconda cui spariscono alcune ossa della mano. Una terza che pare morta di contusioni o forse uccisa da un colpo di pistola che non prova lesioni ossee. Insomma tutta una serie di analisi che portano in crisi il rapporto tra la Brennan ed i suoi superiori. Facendo nel contempo crescere la notorietà di una nuova patologa dell’Istituto Canadese, Marie-Andrea Briel. È lei che rimette i puntini sulle “i” di tutti i presunti errori del reparto. Anche perché vuol fare pubblicità alla ditta di patologia forense privata gestita dal marito. Al solito, il mondo scientifico a volte è avaro di comunicativa, che sarebbe bastato un po’ più di informazione circolante per smascherare velocemente la Briel. Ed anche un po’ più di attenzione. Noi lettori onniscienti, anche se la Reichs non c e lo dice, capiamo subito che le ossa della mano di cui sopra sono state trafugate da qualcuno. E non ci meraviglieremo più di tanto, alla fine, alla scoperta che i cattivi sono dalla parte della Briel. Magari ci hanno messo del loro, andando oltre quanto la stessa immaginava. Fatto sta che qualcuno (la Briel? Il marito della Briel? Il giovane di laboratorio della Briel? La dottoranda della Briel?) decida che Tempe è di troppo, ed alla fine la sequestra e seppellisce in un cimitero di ossa ignoto ai più (nemesi per una dottoressa che vive sull’analisi delle ossa stesse). E come nei peggiori B-movie questo andamento “periglioso” per la nostra eroina, è narrato in contemporanea, facendo andare le vicende analitiche dei corpi quasi in flashback. Fino a ricongiungersi in un finale non particolarmente entusiasmante. Che Tempe riesce a recidere i legacci, ed a fuggire dalla tomba, al sopraggiungere del personaggio negativo di turno. Che guarda caso sarà messo a tacere per sempre dal sempre vicino Andrew Ryan. Mentre su questo torneremo, diciamo di passaggio che Tempe indagava su degli scheletri ritrovati in un lago, e su quattro persone anziane uccise in modo efferato. E che l’analisi delle ossa, nonché l’uso temporale di sostanze chimiche prima o dopo delle presunte morti, fa in modo che la polizia canadese acciuffi il corretto colpevole di ogni crimine. Rimane quello detto poco fa sulle vicende private della nostra. Ryan le sta vicino per tutto il tempo, ma lei fa finta di nulla. È ancora scottata da quell’allontanamento del bel tenente che cercava di far uscire la figlia dal tunnel della droga, riavvicinandosi alla prima moglie. Ma quel tentativo andato a vuoto, Ryan torna verso Tempe. Tuttavia non riesce a parlarne (ma quando impareranno i personaggi della Reichs che parlare è meglio che tacere?). E Tempe pensa che riaccostarsi ad Andrew sia rischioso per scottarsi di nuovo. E si frequenta quel Charlie della fine del precedente libro, ma con scarso successo di critica e di pubblico. Ovviamente, il pericolo riavvicina i cuori. Ma mi aspetto al prossimo romanzo che salti fuori di nuovo qualcosa che ostacoli il giusto corso degli eventi. Per questo dicevo, pur rispettando il buono scrivere dell’autrice, è un romanzo in minore, con poche invenzioni degne di nota, ed una struttura narrativa decisamente troppo scontata per un’autrice della sua esperienza. Ci si tornerà alla prossima.
“Andare a casa, cenare, magari leggere un buon libro: Alexander McCall Smith o Nora Roberts.” (123)
Kathy Reichs “Le ossa del ragno” BUR euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,46 euro con Feltrinelli+)
[A: 20/05/2013– I: 18/05/2014 – T: 21/05/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Spider Bones; ling. or.: inglese; pagine: 376; anno 2010]
Essendo notoria la presenza cartilaginea negli aracnidacei, il titolo tenta una captatio benevolentiae, degna però di miglior causa. Perché, se vogliamo essere filologici, il libro avrebbe dovuto intitolarsi “Le ossa di Ragno” e non “del”, dato che per tutto il romanzo ci imbattiamo nelle ossa appunto di una persona che, fin da piccolo, era stato soprannominato “Spider”, cioè Ragno. Mettere il determinativo e la minuscola, regala un titolo inutile, per un libro, non certo “capolavoro”, ma decisamente un pochino meglio degli ultimi della scrittrice. La trama è al solito farcita di delizie anatomo – patologiche e di qualche chicca antropologica (la mitica Tempe sfoggia una cultura della lingua hawaiana veramente insospettata), ma ha una sua scorrevolezza. Anche perché non si dilunga troppo nella parte “rosa”, dedicata alle ormai arcinote vicende di cuore della dottoressa. Tutto inizia dal ritrovamento di un cadavere morto durante una sessione di autoerotismo subacqueo (vi lascio deliziarvi come). Peccato che per accertarne l’identità si scopre che il morto dovrebbe essere morto quaranta anni prima in Vietnam. Peccato anche che sia stato sepolto con gli onori militari dovuti ai caduti in guerra. La nostra intrepida dottoressa allora viene coinvolta nel gioco della scoperta di chi sia il vero morto. Per scoprirlo, bisognerà recarsi alle Hawaii, dove ha sede un istituto dedicato al ritrovamento dei militari americani dispersi in guerra. Quale migliore occasione allora per prendersi qualche giorno di ferie al sole delle isole, insieme alla figlia Katy, distrutta per la morte di un suo spasimato in Afghanistan? Le due vanno quindi bell’arcipelago, e, tra una mangiata di pesce ed un bagno al tramonto sulla spiaggia di Waikiki (per me sempre la mitica “Sweet Hawaiian Sunshine” di Jorma Kaukonen), si incomincia ad ingrossare la trama. Con i patologi dell’esercito, la dottoressa Brennan scopre che il sepolto non può essere Johnny detto Spider. Scopre inoltre un morto “senza nome” che potrebbe essere un meticcio americano, presente anche lui sull’elicottero caduto. Ora, abbiamo 6 corpi provenienti da quell’incidente: tre ricostruiti subito e li mettiamo da parte. Poi ci sono Spider e Alvarez. Infine, il sesto ignoto. Mentre Tempe continua ad indagare, tempestando di telefonate l’ex-amore Ryan, il tenente della Omicidi che indaga sulla morte iniziale, altri avvenimenti delittuosi avvengono nell’isola. Che il capo dei patologi locali, un’avvenente hawaiana, richiede l’aiuto della nostra dottoressa dopo il ritrovamento di un resto umano morto e poi dilaniato dagli squali. Lavoro di routine, per la nostra campionessa, che fa trovare le fila di questo morto. E di un secondo non direi cadavere, ma “resto umano” (in effetti, si trova solo la gamba sinistra, ma anche del primo c’era la gamba sinistra, quindi gli squali ne hanno mangiati due). Con rapidità si risale ad una gang di samoani, che, con l’aiuto di qualcuno del continente, cercano di infiltrarsi nel traffico locale di stupefacenti. Peccato, che il capo dei cattivi di Honolulu se ne accorga e ne faccia fettine per i pesci. In parallelo, avanzano le indagini sui 3 cadaveri, e si scopre la possibilità che il terzo sia un locale hawaiano, tale Xander. Sommersa dalle coincidenze, Tempe chiede aiuto a Ryan, che pensa bene di venire alle Hawaii con la figlia Lily, quella sempre sulle fila della tossicodipendenza, e motivo dell’allontanamento tra i due. Tralascio la parte rosa, o quasi rosa, di battibecchi tra Katy e Lily, tra Ryan e Tempe, gli allontanamenti e poi gli avvicinamenti. Il bello della vicenda viene quando si scopre che i due “squalizzati”, sono pupilli di un losco figuro californiano di nome Xander. Sarebbe tutto molto semplice, se si riuscisse a fare il test del DNA a qualche morto, ma l’unico che potrebbe (il padre di Spider) si rifiuta. Con sotterfugi e manovre astute, la nostra intrepida, pur rischiando prima la sua pelle, poi quella di Kay ed infine quella di Lily (fortunatamente si salvano tutte e tre), dicevo la grande Tempe riesce a mettere in fila la grande confusione ossea. La madre di Spider aveva quello che in gergo medico si chiama chimerismo umano, cioè la presenza di un duplice DNA con alterazioni e sequenze diverse (tipico esempio, occhi di colore diverso; ma se ne sono riscontrati ad ora, al mondo, circa 30 casi, e guarda tu la fortuna, proprio uno nella storia della Reichs!). Per cui sembra che Spider non sia suo figlio. Invece lo è. Non lo è quello che si fa chiamare Xander. E non lo è Reggie, un cugino di Spider, che ad un certo punto salta fuori essendone (dalle foto) tanto somigliante che li scambiano per gemelli. A questo punto abbiamo tre morti ed un vivo, e quattro nomi: Spider, Alvarez, Xander e Reggie. L’intuito sopraffino di Tempe metterà ordine a tutto ciò, dando un filo logico a tutte le morti. Dicevo quindi una bella trama scorrevole, da lettura serale distensiva, con un tocco finale di citazione da “Il ponte di San Louis Rey” di Thornton Wilder, degno di un libricino in più nei giudizi.
Prima trama del mese ed andiamo ad elencare le letture di marzo, intervallate dal viaggio sudafricano. Un mese molto positivo, con ben quattro letture “quasi” immancabili: un Licalzi pensieroso, una Hustvedt ed una Ortese da sottolineare, la scoperta della lettura filmica di Schlink, e la riscoperta di un lontanissimo Tim Robbins. Di converso, ci sono anche due letture che non mi sono piaciute: il riso di Kundera, che non mi ha coinvolto per nulla, e l’ultima puntata della saga di Matilde Asensi, molto deludente.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Lorenzo Licalzi
Un lungo fortissimo abbraccio
BUR
9,90
4
2
Glenway Wescott
Appartamento ad Atene
Adelphi
s.p.
3
3
Luigi Guicciardi
La morte ha mille mani
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
4
Siri Hustvedt
L’estate senza uomini
Einaudi
9,50
4
5
Anna Maria Ortese
Il mare non bagna Napoli
Adelphi
10
4
6
Milan Kundera
Il libro del riso e dell’oblio
Adelphi
10
1
7
Bernhard Schlink
A voce alta
Garzanti
9,90
4
8
Massimo Cassani
Pioggia battente
Sole 24 ore – Noir
6,90
2
9
Valerio Varesi
Ultime notizie di una fuga
Frassinelli
12,50
2
10
Knut Hamsun
Fame
Adelphi
10
3
1
Vito Di Bari
Nessuno è come sembra
Mondadori
4,90
2
12
Principessa Bibesco
Nobiltà dell’abito
Sellerio
s.p.
3
13
Matilde Asensi
La congiura di Cortés
BUR
8,90
1
14
Alberto Paleari
Il colore della vergogna
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
15
Deon Meyer
Dead at Daybreak
Hodder
12
3
16
Tom Robbins
Natura morta con picchio
Baldini Castaldi Dellai
8,90
4

Come detto sopra, non potevo abbandonare i miei fedeli lettori per troppo tempo. E non potevo non dire loro quanto è stato bello il viaggio in Turchia e Cappadocia. Veramente da ricordare, per i posti visti e per la riuscita del viaggio stesso. Si riparte? Per ora si andrà a Bologna per un sentito e doveroso omaggio a Raul e Viviana (e loro sanno perché). 

domenica 18 maggio 2014

Noir Italia, seconda parte - 18 maggio 2014

Torniamo, dopo un mese, alla collana di autori noir italiani di cui vi avevo parlato prima di Pasqua. Qui gli autori sono tutti “nuovi” (almeno per me), e devo dire, purtroppo, di resa più modesta delle aspettative. Partiamo dalla Liguria di Roberto Negro, che tocca uno dei punti più bassi di gradimento, per poi salire (di latitudine e gradimento) alla Vicenza di Antonio Caron, per poi scendere, in tutti i sensi, alla Palermo di Antonio Pagliaro. In questo alternarsi di scorribande, le prove finali rimontano la penisola (anche se non il piacere) verso la Modena di Luigi Guicciardi e la Milano di Massimo Cassani. Come dicevo al primo commento, una virata al noir delle passeggiate italiane di Laterza. Scopriamo nuove scritture, anche se queste non al meglio. Ma ce ne saranno di migliori.
Roberto Negro “Oltre la giustizia” Sole 24 ore – Noir Italia 17 euro 6,90
[A: 15/11/2013– I: 30/01/2014 – T: 31/01/2014] - & e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 139; anno 2012]
Bruttino e banale, nella parte bassa dei gradimenti della collana de “Il Sole” dove, pur nella novità e nell’inusuale, nelle letture ha finora rispettato un buon andamento. Purtroppo questo (ed il precedente Crocetti) stanno trascinando questi libri verso la categoria dei poco attraenti. Ma vediamo meglio in dettaglio il contenuto di questo Noir, ed il perché del mio duro giudizio. Cominciando, come mi insegnò la mia mentore, dall’elencare le cose positive. Certo non ci aspettiamo da meno, venendo da uno scrittore astigiano, che citi a profusione Paolo Conte. Ottimo, e buona scelta dei testi. Così come il testo di Fossati, che non può mancare se ci aggiriamo per la Liguria. Facendo con questo un doveroso omaggio a Ventimiglia (città che conosco solo di passaggio) ed in particolare a Dolceacqua, borgo limitrofo, con uno splendido Rossese, uno dei migliori doc liguri. Invece, la storia, ed il modo di presentarla, hanno buchi, passaggi veloci, ed ovvietà a profusione. Intanto, il filone principale è dato dal matto del paese, che per anni violenta la moglie davanti alla figlia di sette anni. Scoperto ed imprigionato (ma per molto poco) dal maresciallo Oliva, Checu l’abelinau (il tontolone, se tradotto; peccato che dovrebbe essere “abelinou” come riporta la canzone tormentone dei Buio Pesto) viene liberato poco dopo. E non ci mette molto a tornare in paese e far fuori moglie e figlia del maresciallo. Storia che si poteva comprendere dalle prime righe, proprio dal modo finto ingenuo di descrivere Alice ed Elisabetta, sapendo che da lì a poco ci avrebbero lasciato. Giocando sull’infermità mentale, l’avvocato di Checu riesce a fargli dare solo 8 anni di Ospedale Psichiatrico. E quando esce, qualcuno lo sequestra e brutalmente lo uccide (dopo lunghe torture). Tutti gli indizi, com’è ovvio, ricadono sull’ex-maresciallo, che, per metterci il carico da undici, cerca di suicidarsi e, non riuscendovi, di farsi uccidere dai suoi ex-colleghi. Le indagini, in tutto ciò, sono affidate ad un commissario palermitano, Vittorio Scichilone. Commissario che compare oltre la metà del libro, peccato che il suo nome sia nel sottotitolo del romanzo, a sottolinearne la presenza. Sarà forse che il Negro ha scritto vari romanzi con il sunnominato? A saperlo, saperlo… Anche noi, onesti lettori, abbiamo dei dubbi, che vediamo l’assassino bearsi appunto delle canzoni di Conte, cosa che non avrebbe mai fatto il normale maresciallo. E viepiù quando, con modalità analoghe, viene trovato ucciso e seviziato un pedofilo da poco anch’esso uscito dal carcere. Questa vicenda poteva dare una svolta a noi osservatori, peccato che del pedofilo si parli solo nelle ultime venti pagine. E sempre nelle stesse pagine, molto velocemente, rispetto al centinaio passato prima tra le storie del maresciallo, ed i sommovimenti del cuore del commissario, si chiuda tutta la vicenda. Scichilone scopre il vero assassino, sta per essere ucciso anche lui, ma il suo vice lo salva, ed il colpevole, quello che appunto come dice il titolo stava andando oltre la giustizia pensa bene di spararsi un colpo di pistola in testa. Ripeto, quindi, vicenda trita, già vista, senza particolari spunti. Anzi con spunti laterali, e parti poco funzionali alla trama, che un buon editor avrebbe convinto l’autore o ad eliminarle o a renderle più organiche alla vicenda stessa. Come le cinque pagine dedicate alla vicenda di una rapina con dei personaggi che più non entrano nella storia stessa. O le vicende sessuali del buon commissario che rivede la moglie divorziata al funerale del padre (cui assiste di lontano, essendo il padre un avvocato mafioso e lui un poliziotto onesto) e viene ripreso da rigurgiti amorosi, che sazia, con soddisfazione di tutti, con la bella Aurora. Ma che poi riprende quando sembra innamorarsi dell’ispettrice Guendalina (ma dove li va a prendere i nomi il nostro scrittore?). E mentre con queste inutili divagazioni si riempiono le pagine, si lasciano scorrere per la strada elementi che potevano essere più interessanti. Che fine fa, ad esempio, Anna la figlia di Checu che tanta parte aveva avuto nella prima incriminazione? Sparisce dopo trenta pagine e non se ne parla più. Quindi rimane un veloce libretto, da leggere al massimo in metropolitana per estraniarsi dalla folla, tanto non necessita nessun neurone da sollecitare. Dimentichiamolo.
Antonio Caron “La lustraressa di Vicenza” Sole 24 ore – Noir Italia 23 euro 6,90
[A: 13/12/2013– I: 12/02/2014 – T: 12/02/2014] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 233; anno 2004]
Nonostante il nome molto veneto, lo scrittore Caron, Toni per gli amici, è piemontese di nascita e genovese (o quasi) di residenza. Per puro caso, la collana del Noir italiano, ce ne propone una delle prime prove, ambientata in quel di Vicenza. E non a caso, Caron, abitando a Bogliasco, ha pubblicato una decina di romanzi sul maresciallo Vitale, presso la rinomata e benemerita casa editrice dei Fratelli Frilli (quella che per prima pubblicò la Fassio delle prime imprese di Franzoni e Maffina, per chi se ne ricorda). Ora, la scrittura e la trama non sono malaccio, unico appunto, forse, un’eccessiva lunghezza dovuta al “vezzo” che ha l’autore ad ogni capitolo di fare un riassunto delle “puntate precedenti”, proprio come se fosse un romanzo pubblicato a puntate sui quotidiani dell’Ottocento (un po’ alla Dickens o alla Dumas). Il secondo punto un po’ dolente è il restare di maresciallo e moglie presso gli amici vicentini un po’ troppo per essere degli amici in visita. È vero che Vitale sta facendo una sorta di inchiesta senza dar troppo nell’occhio, tuttavia questa permanenza sembra un po’ forzata. Ma cos’è successo? Allora, Vitale e signora vanno a trovare dei conoscenti vicentini, partendo dal natio borgo di Cherasco, dove il maresciallo comanda la stazione dei carabinieri (e per tutto il romanzo ci sarà il contraltare di cosa succede a casa, con pedinamenti, assalti e ferimenti cui il nostro Seb assiste da lontano un po’ impotente un po’ incazzato). Si trovano quindi nel bel mezzo del mondo dorato vicentino, quello del Palladio, sì, ma anche dell’oreficeria e del lusso un po’ troppo ostentato. Fatte salve le stoccate su questo versante a griffe ed altro, e registrato che almeno si giri un po’ per la regione, andando a riscoprire gioielli come Marostica, Bassano del Grappa, Asolo, Treviso, ma anche Malo (quella di “Libera nos…” di Luigi Meneghello), veniamo alla trama, al noir. Con un colpo di ingegno, l’autore ci ricorda che Vicenza è anche sede di basi militari americane. Onde per cui, oltre ai problemi dei rapporti tra locali e cugini d’oltreoceano, c’è subito (anche se non se ne parla) odore di trame spionistiche ed altro. Il tutto nasce un po’ casualmente: Vitale incontra una donna di colore, che butta un pacchetto in un cestino, e poi si allontana in macchina piangendo. Il giorno dopo si scopre che è morta, uccisa da un colpo di pistola. Omicidio? Suicidio? O cosa? Vitale (per il fatto di averla vista) si sente coinvolto. Anche perché la morta viene scippata subito dagli americani, riportata in patria, e fatto scomparire anche il marito. Vitale recupera il pacchetto, che è una catena d’oro, e comincia ad indagare, aiutato dall’ospite Alvise, un po’ chiacchierone, ma ben ammanicato. Incontra il grande industriale orafo della zona, che lo aiuta con qualche dritta, ma senza esporsi. Tuttavia lo fa incontrare con la lustraressa del titolo, o meglio ex (tanto per farlo sapere al colto e all’inclita, la lustraressa è il mestiere di chi si metteva a “lustrare” cioè lucidare l’oro appena lavorato), ora padrona di una fiorente industria laterale all’oreficeria. Ma anche e soprattutto, ex-amante di tale Redento Xoso, detto Dento. Grande traffichino d’oro ed affini, che finisce poco dopo anche lui morto sparato, dopo che Vitale scopre che era l’amante della donna di colore da cui tutto ha avuto inizio. Faticosamente, ricapitolando ad ogni decina di pagine (il libro alla fine poteva essere lungo la metà), e mettendo in mezzo Sandri, un simpatico giornalista, la Olga, un’infermiera in cerca di sesso facile e senza problemi, e usando di sponda i servizi segreti americani, tutta la trama si svolge e si riavvolge, portando ad una facile conclusione. Dento era una spia al servizio di ambigui personaggi libanesi, in particolare tal Mogul Amin, ladrone di Beirut, che iniziò la carriera stuprando suore in un convento (suore che ora sono rifugiate proprio nel vicentino, ma quant’è piccolo il mondo). Spediva oro e segreti militari in Medio Oriente. Peccato che una spedizione sia tornata indietro, dall’industriale di cui sopra, che scopre le tresche ed innesca un meccanismo ad “effetto domino”. Licenzia lo Xoso, fa sapere alla Patricia di colore che è stata usata, questa si uccide con la pistola di Dento, Robert, il marito di Pat, attira in un’imboscata l’amante della moglie, e lo uccide, Amin lo scopre, lo sequestra, e lo tortura per trovare un CD con le info che Dento aveva reperito nel tempo, e poi lo uccide. Vitale, tramite la lustraressa, entra in possesso del CD, lo fa avere sottobanco ai servizi segreti americani, trova il modo di far capire (ma dopo 16 lunghi capitoli dove le forze di polizia vicentine non sono neanche interpellate) ai poliziotti chi sia Amin, come si sia invaghito di tale Celeste (anch’essa lustraressa), e via continuando tra ladri, contrabbandieri, spie ed altro. Alla fine, senza che Vitale si sporchi troppo le mani, tutto va per il verso giusto, anche il rapporto con la bella moglie Marisa (che alla fine rimedierà un bel paio d’orecchini d’oro). Insomma, con un buon editor può diventare un romanzo agile e simpatico. Così è un bel romanzo da leggere se, come me, si sta dentro il letto con la febbre e il raffreddore.
Antonio Pagliaro “Il sangue degli altri” Sole 24 ore – Noir Italia 10 euro 6,90
[A: 13/09/2013– I: 17/02/2014 – T: 19/02/2014] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 267; anno 2007]
Sicuramente, pur non essendo uno scrittore di professione (risulterebbe un ricercatore in fisica), Antonio Pagliaro sa scrivere bene e sa maneggiare un’idea complessa come quella che sta alla base del ponderoso decimo volume dei Noir italiani del Sole 24 ore. E pur tuttavia, ne esce un romanzo “né carne né pesce”. Forse proprio perché troppa carne ha messo al fuoco. Ambientata, di base, nella sua natia Palermo, la storia non può prescindere da mafia e malaffare. Ma per complicare il tutto, oltre ai malavitosi locali, lo scrittore inserisce una complessa vicenda di mafia russa (e ben sappiamo, da Saviano in poi, che la mafia russa sta cercando e riuscendo ad inserirsi nel tessuto criminale italiano). E per soprannumero, l’autore ci mette anche conflitti interni russi, tra russi puri, ucraini, lettoni e, mettendoci il carico da 11, i ceceni. Inoltre, cercando collegamenti “alti”, il protagonista della vicenda non è un poliziotto, un carabiniere, un investigatore, ma un giornalista. Facendo un po’ un omaggio (tra l’altro facilmente intuibile) alla Politovskaja (e su questo, sicuramente ci associamo). Quindi, il centro della vicenda è Corrado Lo Coco, free lance legato a “L’ora” di Palermo, che aveva indagato poco prima una vicenda legata all’apertura di casinò in Sicilia. Vicenda ovviamente malavitosa, che tutti sanno il gioco d’azzardo essere un modo dei più semplici per ripulire il denaro sporco. La Trinacria, la società locale, che doveva vincere l’appalto, legata ai politici locali (e nazionali) viene però travolta da scandali, e sostituita da una cordata capeggiata da un gruppo lettone di provenienze poco chiare. E da qui si scatenano morti ed altre vicende oscure. Viene ucciso il capo della Trinacria (perché stava per sbugiardare il sindaco di Palermo ed altri politici). E viene ucciso un “russo” (che si pensa sia un ex-militare, o un profugo lettone, o un ucraino, insomma situazione confusa). Uccisione cui assiste Cinzia, la fidanzata di Corrado. Lo Coco, che, appoggiandosi al suo amico Nino tenente dei carabinieri, comincia a scoprire qualche altarino. Che il morto era un ufficiale russo, implicato in stragi cecene, poi fuggito in Lettonia, cambiata identità e diventato capo del casinò di cui sopra. Scoperto dalla polizia tedesca, cede nominalmente tutto ad un suo sodale lettone, e cerca di cambiare identità. Interviene allora un gruppo d’azione ceceno che vuole il corpo ricattando Corrado, ma fornendogli un corposo dossier sulle malefatte russe in Cecenia, ed in particolare del cattivo Kovalev. Lo Coco, da buon giornalista, vuole usare queste info per articoli ed altro. E decide (ma sembra la trama sfuggire all’autore) di andare in Cecenia, per parlare con gli uccisi dal cattivo. Si apre quindi una parentesi, un po’ forzata, ma utile per la conoscenza, che ci porta da Palermo a Mosca, poi a Grozny. Pagliaro (sicuramente ben documentato) ci parla di quelle tristi vicende, e sono belle (e cupe) le immagini che ci rimanda. Per non farci dimenticare le tristi vicende cecene. Ma non solo quelle, che tornando a Mosca incontra “le madri dei soldati”, un gruppo di donne cui i soldati (tra cui il Kovalev di cui sopra) hanno ucciso i figli. Finalmente Lo Coco e tutti i nodi poi tornano a Palermo per scoprire: che i ceceni non sono tutti buoni, che il morto non è Kovalev, che muore un altro russo, che il capo del casinò di Riga è anche lui un poco di buono, che rapisce Cinzia per non essere immischiato in interrogatori vari, che Anastasja, poliziotta russa buona, aiuta Corrado a trovare chi è morto e chi no. Alla fine, Cinzia si salva, ma i lettoni aprono comunque i casinò, con il beneplacito della Regione Siciliana, e… Insomma non possiamo certo raccontare tutto lo svolgimento. I mafiosi hanno sempre la meglio. E Pagliaro non è così cattivo da far morire i buoni. Come vedete, un po’ troppa carne, con il rischio di bruciarne un po’. Dimentichiamoci la storia noir, ma rivolgiamo ancora un saluto referente alla Politovskaja ed a tutti i giornalisti uccisi per aver cercato la verità.
Luigi Guicciardi “La morte ha mille mani” Sole 24 ore – Noir Italia 11 euro 6,90
[A: 20/12/2013– I: 28/02/2014 – T: 11/03/2014] - && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 299; anno 2010]
Questa volta il nostro nero italiano si sposta a Modena, dove viva anche l’autore, insegnante e storico. E qualcosa anche qui ritorna, in alcune parti centrali, e trattorie, e passeggiate, nel ricordo delle (purtroppo rare) visite al cugino fisico. Ritorna anche l’atmosfera emiliana. Meno il feeling con i personaggi, ormai da cinque – sei romanzi protagonisti dei gialli di Guicciardi. Fortunatamente, l’autore non cade nelle trappole di citare altre storie, per cui, alla fine, ci possiamo accontentare di come escono fuori i personaggi da questa forse un po’ troppo lunga storia. Che comincia con un morto che non si capisce se ucciso o solo incidentalmente travolto da una macchina. Morto eccellente, che è uno dei più noti chirurghi estetici della città. E che si trovava stranamente ad una festa di laurea di una sua allieva. C’è del torbido? Tradimenti? L’autore gioca un po’ su queste righe, per poi farci seguire la specializzanda Daniela in sue strane visite ad un malato terminale di cancro. L’ispettore Cataldo, aiutato dal fido Muliere, cerca di tenere a bada tutti i fili. La clinica del dottor Zanasi, con le sue pratiche non proprio alla luce del sole. La moglie del morto, ed i due figli, soprattutto il maschio veramente indisponente. Ma anche il malato, Francesco, un altro dei personaggi ben in vista della Modena bene. Con lo strano ed inconcludente fratello di lui Antonio, ed i suoi due figli, lo spostato Yves e la studiosa Jasmine. La storia tra Zanasi e Daniela è inesistente, che ben presto si scopre che la giovane è incinta ma di Francesco. Le cose si complicano quando viene scoperto un nuovo morto, la belloccia Clara, che si faceva fare ad anni alterni ritocchi da Zanasi, e che ne era profondamente innamorata, ma non ricambiata. Cataldo brancola, ma una prima svolta, nei suoi ragionamenti, si trova quando si cerca di far fuori anche Daniela. L’ispettore comincia ad interrogarsi sul concatenarsi degli eventi. Non sarà che le prospettive sono sballate? Anche perché Yves si comporta in modo strano, un po’ drogato un po’ innamorato. Ma di chi? L’unica che rimane fredda è la studiosa Jasmine, quella cui piacciono i gialli. Le scatole si incastrano, si ritrovano strumenti dei delitti. E la macchina investitrice è sintonizzata su una stazione che trasmette rock duro. Con molta lentezza (in effetti, il libro potrebbe essere snellito un po’), Cataldo riesce a farsi un’idea plausibile. Daniela, allieva di Zanasi, si innamora di Francesco, ricco e senza eredi diretti. Rimane incinta, e questo potrebbe creare una linea ereditaria diversa. Zanasi, distratto da sue malattie non pertinenti la trama, va alla festa di Daniela. Qualcuno (e non vi dico chi) scopre la storia tra Daniela e Francesca. Pedina Daniela, ma si fa scoprire dalla vicina Clara. Si impaurisce e prima uccide Clara, poi investe una persona che pensa sia Daniela perché andava ad aprire la macchina della studentessa. Quindi cerca di uccidere Daniela con il gas, fortuitamente salvata dall’intervento di Cataldo. Alla fine quindi i sospetti si restringono alla cerchia di Francesco. Il fratello? I nipoti, insieme o separatamente? La fine sarà in linea con i nostri ragionamenti, anche se qualche sorpresa cerca di mettere in campo l’autore, tanto per confondere le acque. Ma la fine si avvicina stancamente, e senza molto interesse. Troppa carne al fuoco, troppi tentativi di dire, mescolare, fuorviare. E troppe intenzioni da mettere dentro. La chirurgia plastica, l’ambiente “ricco” della città, gelosie, rancori. Insomma, un quasi polpettone che rimane mezzo crudo. Certo, Guicciardi non si impantana troppo. Ma neanche risolve troppo. Una via di mezzo, che alla fine non soddisfa molto il palato. Rimane la voglia di tornare a mangiare tortellini. Forse un po’ poco.
“Tutti crimini … che dimentichiamo subito. Perché … [diventano] … delitti abituali. Ecco, io dico invece che non voglio abituarmi.” (106)
“- Come te la cavi con le cipolle? – Benissimo. Quando le taglio io, sono loro che piangono.” (149)
“Sì, leggo [molti] gialli.  E stranamente, a parte l’intreccio o i misteri, ciò che mi piace di più è quello che uno meno si aspetterebbe di trovare in quelle storie lì, cioè lo sfondo monotono della vita quotidiana … quell’analisi microscopica della vita … che contiene il segreto dei fatti eccezionali che vengono a sconvolgerla.” (248)
Massimo Cassani “Pioggia battente” Sole 24 ore – Noir Italia 5 euro 6,90
[A: 08/08/2013– I: 16/03/2014 – T: 19/03/2014] - &&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 327; anno 2009]
Una delle prime uscite della collana del Sole meritoriamente dedicata agli scrittori italiani di noir (e affini). Che ricordo è non solo dedicata agli autori, ma anche ai luoghi italiani (e ci torneremo sopra in una prossima trama). Qui si parla di Milano, dove l’autore vive, e qualche scorcio ne viene ben fuori. Qualche scorcio centrale (la passeggiata sotto la pioggia tra il Duomo e San Babila), qualche periferia (il Giambellino, per esempio), e qualche dintorno (vogliamo parlare di Lambiate Sant’Elsa?). E si parla del commissario Sandro Micozzi. Dove si apre la forbice tra la volontà dello scrittore di maneggiare una trama complessa e la resa che ne viene fuori. Intanto si evince dal testo che non è la prima uscita del commissario, dati i ripetuti accenni ad un’indagine precedente relativa alla scomparsa di qualcuno ed altri misteri, che qui vengono disvelati ma se non si è letto l’altro libro rimangono decontestualizzati. In seguito a quella vicenda il nostro protagonista è emarginato e la sua vecchia squadra dispersa. Ma un nuovo delitto, che rischia di coinvolgere personaggi in vista convince Procura e Questura a rimettere in pista, seppur di nascosto, il commissario. Esce fuori una trama di ricatti che non si spiegano, coinvolgendo un balordo ubriacone, poi ucciso nella casa dell’avvocato Bessi. Micozzi ed i suoi (l’ispettore Lariccia coinvolto in una storia extra-coniugale, l’ispettore Sodana, legatissimo al questore e per questo inviso a Micozzi, l’agente Teneriello, mago dei tabulati e dai tanti contatti, e l’agente Della Vedova, l’unica donna, dall’aspetto un po’ forte, e forse segretamente innamorata di Micozzi) vengono messi in ferie forzate e dedicate all’indagine. Che si dipana in una fine di primavera piovosa (da cui il titolo). Con la difficoltà di non sapere chi sia il morto. E con i legami (scoperti solo dopo 150 pagine) tra il morto stesso ed una escort vicina di casa del commissario. La Procura prende la palla al balzo, incrimina la povera Sofia e cerca di smantellare la squadra. Ma Micozzi è preso dai dubbi. E da altre “paturnie”: Margherita, la sua ex-moglie, cerca di coinvolgerlo in una storia illegale di adozioni, l’escort Mariolina (ma quante ce ne sono in giro) gli si attacca come un francobollo (per aiutarlo o per tenerlo d’occhio?), la bella Corinna (protagonista dell’altro libro) entra di soppiatto, scopa alla grande con il nostro, poi sparisce di nuovo, la giornalista Ambra lo coinvolge con l’amico Sigismondo in strani contesti (vuole scoop o c’è altro sotto?). Ecco tutte le storie che escono fuori dal filone principale. Che invece dovrebbe legarsi viepiù all’avvocato ed alle sue tre figlie: la dura Liliana, l’insicura Gigliola e la piccola Rosa (tutti fiori quindi). Pagina dopo pagina i misteri tendono a svelarsi (in tutto o in parte). Si scopre l’identità del morto. Si scopre che aveva tentato quindici anni prima di stuprare la bella Sofia. Si intuisce che il morto era stato ingaggiato per mettere paura all’avvocato coinvolgendo una “firma ombra” che stava in quel di Bologna. Si scopre che il numero di cellulare della bolognese e di Sofia differiscono di solo una cifra. E che il morto scriveva proprio male. Tutto confluisce poi in quel di Lambiate dove l’avvocato è anche sindaco. Dove si tenta di uccidere il commissario da parte di un ceffo che poi è l’amante di Mariolina, che nel suo appartamento ha un quadro di Sigismondo, che è un pedofilo, ed è anche confidente della Procura, e che, inopinatamente, si impicca. Con facilità (gli indizi disseminati sono tanti) si restringe il cerchio dei cattivi alle tre figlie dell’avvocato, dove qualcuna di loro lo voleva togliere di mezzo e prendersi tutto il mazzo (studio ricco, contatti politici, nonché case e coltivazioni agricole annesse). Ma quale delle tre? Non sarà la più ovvia, vi dico subito. E non quella su cui puntavo io. Alla fine questa storia avrà una sua conclusione, ma come detto sopra erano tanti i fili e non tutti si sciolgono. Chi è il procacciatore di fanciulli di Margherita? Che fine fanno Corinna e Mariolina, ad un tratto desaparecide? Perché Procura e Questura si fanno la lotta? Come proseguirà la storia lavorativa del nostro commissario? Queste le domande principali, anche se altre ce ne sono (una su tutte, ma Sigismondo chi era in realtà?), il tutto per un nero che alla fine, pur leggibile, non regge le trecento pagine di intrecci complessi. Alla fine è un po’ stancante e poco coinvolgente. Una prova in minore. Un solo commento a margine, per lodare la cultura musicale (a me affine) di Sigismondo che in un breve intervento sulla musica italiana riesce a citare: i Nuovi Angeli, gli Homo Sapiens, i Collage, Umberto Balsamo e niente popò di meno Michele Pecora. Un punto in più (ma solo) per questo.
Mi sa che per questo mese di maggio dovremo salutarci, che sabato si parte per dieci giorni in Turchia, tra Istanbul e la Cappadocia. Per il resto, amici – lettori, tutto procede, zoppicando, con un po’ di stanchezza, e lamentandosi (perché no) di trovare poco tempo per fare tutte le cose che si vorrebbe.

sabato 10 maggio 2014

Gialli, non Libri Gialli - 11 maggio 2014

Continuiamo la polemica, iniziata qualche trama fa, sui libri polizieschi di autore italiano. Lì avevo parlato (e non troppo bene) dell’esimia collana Mondadori, foriera di ben migliori uscite nella sua lunga storia. Qui abbiamo altri autori, usciti in altre collane ed altre edizioni. Ed il livello si innalza subito. Sarà che abbiamo qualche autore e autrice ben avvezzi allo scrivere, come la torinese Oggero (e la sua impagabile professoressa Baudino) o il milanese Tuzzi (con il bravissimo commissario Melis). Ma anche un’uscita tardiva, come quella dell’altrimenti nota Elda Lanza, che ho comprato per curiosità, e letto con piacere.
Margherita Oggero “Un colpo all’altezza del cuore” Mondadori euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 09/11/2013– I: 09/02/2014 – T: 10/02/2014] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 317; anno 2012]
Se era un paio d’anni che non leggevo le storie genovesi della Fassio, ben più a lungo mi son trovato lontano dalla Torino e dintorni di Margherita Oggero. Sarà che nel frattempo, più e più volte se n’è parlato in televisione, dove la Pivetti ha dato una faccia ormai indelebile alla professoressa Camilla Baudino (nella fortuna serie “Provaci ancora prof”), e che forse anche la Oggero ha rallentato la scrittura. Comunque sono contento di questo ritorno, anche se è un ritorno di buona ma non eccellente fattura. Quello che ci vuole, forse, in questi giorni in cui l’influenza mi costringe a casa ed a letto. Una scrittura tranquilla, ed una storia ben congeniata, anche se, appunto, non eccellentissima. Tra l’altro, benché presente e discretamente centrale, la trama non si poggia solo sulla “prof”. In particolare, c’è il doppio binario, tra la nostra Camilla, e la sua amica Francesca, medico all’ospedale di Chivasso, ma spesso e volentieri a Torino dalla prof. E ci sono i due contraltari delle nostre eroine. Il commissario Berardi, che dopo due anni rivede Camilla, per cui aveva un forte “penchant” (ed anche Camilla, pur frenandosi, che c’è la famiglia, il marito Renzo, la figlia, rompipalle, Livia). Ed il capitano Sartori, della stazione di Chivasso, che sembra avere un debole per la Francy. Anche la storia procede sul doppio binario. Francy assiste all’investimento di una donna di colore da parte di una macchina che fugge. Cercando di saperne di più, e previa denuncia al Sartori di cui sopra, viene invischiata nella strana morte di un pensionato, sempre a Chivasso. Camilla, più crudamente, assiste all’uccisione di un uomo che viaggia in macchina, da parte di un centauro, che lo fredda con un colpo al cuore. La storia si srotola a capitoli alterni, tra le due città. Verso la ricerca di qualche elemento che ne porti a soluzione. L’incidente automobilistico è presto liquidato, trovando il colpevole, ma facendo anche sì che la donna di colore, nigeriana ex-prostituta, diventi amica di Francesca. E che questa trovi il modo di farle uscire le storie di sfruttamento e di miseria. Ma il cuore, dei cui colpi si parla nel titolo, è più di uno. Non solo del morto. Ma di Francesca, che rompe la sua tormentata storia con Guido (lo stronzo) che vive a Parigi e da sette mesi ha un’altra (e lei gli rompe il naso con un pugno: benfatto!). Di Francesca che pare prendersi con Sergio, un buttafuori locale, dai modi gentili, ed amante della città e della pulizia. Di Camilla, sempre combattuta tra il commissario ed il marito (ma poi sceglierà il secondo, e probabilmente non a torto). Le forze di polizia, intanto, aiutate dalle nostre, indagando, indagando, scoprono che il pensionato in realtà era uno strozzino, con la sua fiorente attività, aiutato da una strana prozia, e gingillantesi di sesso adolescenziale con la quasi nipote Deborah (molto ben tratteggiata da Margherita, tanto che capiamo presto che non potrà essere nel novero dei colpevoli, essendo troppo stupida). Con alle spalle almeno un cliente suicidatosi perché impossibilitato a pagare, e che lascia moglie affranta e figlio psicolabile. Anche il morto di Torino non è uno stinco di santo. È un imprenditore edile, che mette su cantieri dopo cantieri, lucrando sui margini economici, lasciando da parte la sicurezza sul lavoro. Tanto che tempo addietro muore un manovale, l’unico italiano tra tanti albanesi, rumeni e moldavi. Morto che lascia moglie portiera e figlio che, per guadagnare due soldi, va in Afghanistan e quasi ci lascia le penne (tanto che è ricoverato “fisso” in una struttura ospedaliera). Camilla, da buon intuizionista qual è, percepisce che ci debba essere un collegamento tra le due morti. Che sicuramente cominceremo a trovare quando si scopre che Sergio ed i due orfani erano compagni di scuola, e molto amici. Il resto è una normale corsa verso la fine, che non ci porta altri sussulti. Ma che ci fa sperare di trovare le due simpatiche donne in qualche futura avventura. Un unico appunto alle edizioni Mondadori per la loro revisione: ad un certo punto, intorno a pagina 260, invertono i nomi del suicida e del manovale. Ma una rilettura? Che vi costa, con tutti i soldi che prendete per ogni libro?
Elda Lanza “Niente lacrime per la signorina Olga” Salani euro 15 (in realtà, scontato a 12,75 euro)
[A: 08/10/2013– I: 15/02/2014 – T: 17/02/2014] - &&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 415; anno 2012]
Un libro discreto da cui mi aspettavo forse qualche cosa in più. Soprattutto per l’autrice, interessante figura di intellettuale italiano poliedrico. Elda (nata quindici giorni prima di mia madre), studia alla Sorbona con Sartre, è tra le prime attiviste femministe degli anni Cinquanta, poi si laurea ed insegna Scienza del Costume e Comunicazione, ma, sopra ogni cosa, è ricordata perché nel 1952 è la prima presentatrice della TV italiana. Un paio di anni fa si cimenta con il genere giallo, sfornando questo arguto volumone. Che è ben articolato, complesso, a volte forse d’andatura lenta. Ma pieno di quello “stile” di cui Elda ha fatto la cifra della sua vita. La storia è, come ben si addice ai bravi scrittori di genere, “biforcuta”. Da un lato, il giallo, che si sviluppa all’interno di un benestante condominio di Trissina, alle porte di Milano. Dall’altro, le vicende (anche personali) del commissario addetto alle indagini. La scrittrice ci porta così ad esplorare i due mondi, che ovviamente si intrecciano quando Gilardi comincia ad occuparsi della morte della signorina Olga. La signorina abita da nove anni nello stabile, è una vispa ottuagenaria, con la passione del decoupage, che entra, anche se non partecipa al 100%, nella vita del condominio. Soprattutto, ha una liaison con il coetaneo maggiore dell’Esercito. Ma non disdegna la frequentazione della coppia che lavora ad un catering “fatto in casa”, lui Cesare cuoco quasi cinquantenne, lei Aurora, peperina trentenne. Meno contatti ha con l’Armanda, che da anni cerca di far divorziare il commendator Sanna, di cui è l’amante, ma da cui è ben ingannata, che i soldi il commendatore li ha dalla moglie, e non vuole certo separarsi. Olga viene trovata morta con un cappio al collo. Il patologo Marika decreta strangolamento, ma solo per portarsi a letto Gilardi. Che intanto indaga, scoprendo che la Olga è ben misteriosa. Poco si sa della sua vita, di come ha fatto i soldi. Ma soprattutto, c’è il mistero di un quadro veneziano scomparso, si dice della scuola del Canaletto. Forse è quello il movente? Mentre Marika fa marcia indietro, che in realtà la signorina è morta d’infarto. Quindi probabilmente non è neanche un giallo (a parte il quadro). Intanto si scopre che la simpatica vecchietta ha un nipote, architetto e gay, che vive in America. Jimmy, il nipote, prima di venire in Italia per l’eredità, fa una gita ai Caraibi, dove conosce il commendatore Sanna, e la di lei signora. Con i quali incomincia un trastolo per nuove costruzioni in un’area tipo Milano Cinque (e che porteranno  avanti più tardi). Max Gilardi intanto, aiutato dall’ispettrice capo Natj Cassani, riesce a svelare alcuni misteri. Trova il borgo natio di Olga, dove questa era concupita dal conte locale che però, messa in cinta un’altra donna, la lascia donandole il quadro di cui sopra. Il notaio che tiene l’eredità in mano, è poi lo stesso, che tramite l’amministratore e ragioniere del palazzo, ha venduto la casa ad Olga. Mentre Natj e Max si innamorano, e poi si sposeranno, facendoci conoscere le loro vicende personali. Natj è sangue misto, padre triestino e madre etiope che sta morendo di cancro. Max è napoletano, con padre arcigno avvocato mai convinto delle scelte del figlio. Passa quindi del tempo, e quasi si archivia la vicenda “Olga”, se non che muore il cuoco Cesare. Sembra avvelenato. Il nuovo patologo (che Marika l’hanno bella e mandata via) trova però che è morto per uno shock anafilattico da coloranti. Mentre muore, non si trova Aurora, che si scopre avere una relazione con il ragioniere di cui sopra. E brevemente, si scopre anche che Cesare è morto accidentalmente. Ma il rinascere delle indagini, dà una luce al nostro commissario. Nessuno, nel condominio, era veramente quello che sembrava. Olga era una falsaria di quadri sopraffina, che piazzava i suoi dipinti, tramite il commendatore, ad un cugino del notaio che vive in Svizzera. Aveva fatto anche un falso del quasi-Canaletto, e, venduto ad un museo, con quei soldi aveva “cambiato la vita”. Ed Aurora, che sembrava tanto legata alla vecchia, la andava a trovare solo per fuggire dal retro e ritrovarsi con l’amante. Ed anche il maggiore … Ma non vi svelerò tutto, anche se sottolineo il divertimento di un giallo con tanti morti e nessun “reale” assassino. Purtroppo la storia di Max e Natj avrà dei risvolti imprevisti, forse un po’ forzati e sicuramente a me poco graditi. Come se alla fine, la nostra scrittrice voglia poter dire che questo libro è un “unico”, e non l’inizio di un Montalbano lombardo. Questa è la parte in minore, che tiene bassi i giudizi per altro positivi della scrittura di Elda Lanza.
“Tutto era avvenuto mentre lui cresceva, distratto da se stesso e dai propri sogni. Si era trovato in un altro mondo senza rendersi conto che fosse cambiato.” (101)
“Ti vorrei solo per me senza rendermi conto che ti amo perché sei così, come sei.” (340)
Hans Tuzzi “Un posto sbagliato per morire” Bollati Boringhieri euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 16/02/2013– I: 24/02/2014 – T: 26/02/2014] - &&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 160; anno 2004]
Un discreto libro, di sicuro interesse, con un simpatico autore. Peccato qualcosa nella confezione non sia proprio “a puntino”. Come potete immaginare, il nome dell’autore è uno pseudonimo, visto che Hans Tuzzi è il protagonista di … (ma ve lo ricorderò solo alla fine della trama). Il nostro si chiama in realtà Adriano Bon, ed è un bibliofilo milanese, amante dei libri e dei cani (ed anche questo si sente dai suoi libri non-Tuzzi, come “Gli occhi di Rubino”, un libro dal sottotitolo illuminante: “Di cani, di libri, di cani nei libri”). Lessi anni fa i suoi due primi libri incentrati sul commissario Norberto Melis, che mi rimasero impressi per l’atmosfera e per l’arguzia della trama. Trame delicate, ma anche realistiche, cosa che spesso gli autori dimenticano. Ed erano anni che ne cercavo edizioni economiche, come questa ad esempio. Ma prima di entrare nella trama, ecco il “punto dolente”: perché questo posto sbagliato per morire, era stato già pubblicato anni fa con il titolo “Come il cielo sull’Annapurna”. Perché questo maquillage editoriale? Forse perché dal primo titolo l’autore ha cambiato casa editrice, passando dalla Bonnard (editrice di nicchia) alla Bollati Boringhieri? Fatto sta che un accenno andava pur fatto, e non che si veniva dicendo che il libro è del 2010. È precedente, e lo si nota nel taglio e nel modo di scrivere (ed ancor più se si pensa che la vicenda è situata nei primi giorni di ottobre del 1981). Ma veniamo allora alla storia. Un ricco architetto viene ucciso alla periferia di Milano. Un ladro che deruba un puttaniere? Qualche screzio con le prostitute? Il commissario Melis, appena nominato capo della Squadra Anticrimine, fa subito piazza pulita delle “stupidaggini”. E comincia ad indagare, alla sua maniera. Perché Melis vuole capire il contesto della vittima. Chi era? Come viveva? Come agiva? La ricostruzione del personaggio, porta spesso ad una rivelazione, ad una scintilla che ci risolve il caso. Ecco allora che ci troviamo a ricostruire la vita dell’architetto Manrico Barbarani. Sessantenne con passione dell’alpinismo (da cui il primo titolo), un primo divorzio non traumatico alle spalle. Un secondo molto contestato, soprattutto che c’è un figlio di mezzo, avuto in tarda età dall’architetto. La madre di Duccio fa di tutto, ed anche di più, per avere il figlio e rompere i bastoni tra le ruote all’ex-marito. Che tanti altri piedi ha pestato nella vita: ha uno studio tecnico ben avviato, ma non è in buona con il socio, ha litigato con un ex-socio che lasciò lo studio rubando progetti, ha litigato con un neo-ricco che interferiva nelle scelte tecniche delle commesse, ha litigato con un politico per una questione di gare d’appalti. Insomma, tanta gente lo vedeva come il fumo negli occhi. E soprattutto quella gatta morta della seconda moglie. Che si fa circuire dal politico per rendere la vita difficile a Manrico, e che tratta in modo esecrabile il piccolo Duccio (da telefono azzurro immediato). Ma come ben presto scopre il nostro Melis, anche il Barbarani non è che fosse uno stinco di santo. Rancoroso, con memoria d’elefante, ed in particolare dedito a tutto per avere l’affido del figlio. Anche a far riempire la macchina della ex di soldi falsi e far fare una denuncia alla polizia svizzera. Peccato che si sia servito di un ex-agente dei servizi segreti, talmente poco affidabile che si fa scoprire. E coprire dai Servizi, anche se… Le uniche persone che vogliono bene a Manrico così com’è sono la vecchia tata (e le tate si sa sono acritiche) ed un’associata allo studio, la Clara. Che seguendo tracce sue, scopre le frequentazioni di Manrico con una strana agenzia di intercettazioni. Che guarda caso è quella dei servizi. Che guarda caso, poco dopo, Clara finisce sotto la metropolitana. Beh, avete capito anche voi, no? Tuzzi lo si segue piacevolmente in questa Milano degli anni Ottanta, non ancora craxianamente corrotta. E seguiamo Melis, con il cane Kim e la fidanzata Fiorenza, con le sue peregrinazioni, con le sue frequentazioni, e soprattutto, con la sua squadra, di cui impariamo a conoscere gli elementi e le caratteristiche. Se Tuzzi avesse uno scatto in più poteva nascere un bel seriale di libri. Invece, rimane sempre un po’ al di qua. Non vi dico quindi, i finali del libro così potrete scoprire voi stessi chi ha ucciso l’architetto. Vi dico, però, come avevo promesso, che Hans Tuzzi è il protagonista del libro “L’uomo senza qualità” di Musil. Chiaro, no?
Hans Tuzzi “Un enigma dal passato” Sole 24 ore – Noir Italia 25 euro 6,90
[A: 04/01/2014– I: 26/02/2014 – T: 28/02/2014] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 137; anno 2005]
Intelligente, colto, forse un filo poco giallo, ma la scrittura di Tuzzi è sempre di gradevole lettura. Anche in questa storia ambientata nella Val d’Ossola in quel del 1986. Protagonista, è ovvio, ancora il commissario Melis in vacanza tra i monti a causa di una caviglia slogata. Allora un bel riposo tra le verdi valli, in compagnia dell’amata Fiorenza, a trovare vecchie conoscenze (di lei). Ed a penetrare nelle complicate vicende interpersonali di un paesino dove tutti si conoscono da una vita. Tuzzi ce li fa conoscere tutti: la maestra Maldini, che ha avuto tutti i ragazzi e le ragazze del paese come alunni, il dottor Greppi, che li ha invece curati tutti, le tre sorelle Chiomenti, “signorine", come ci tengono a sottolineare a più riprese, il professore Maldifassi, esperto di streghe ed altre cose occulte, con la molto più giovane moglie, nonché il maresciallo Africo Fallacara, detto “il polpetta” indovinate perché. Sarà proprio il maresciallo a chiedere l’aiuto del commissario in vacanza quando si scopre tra i monti il corpo nudo di un uomo. Ovviamente morto. E che nessuno conosce. Indagine nel circondario, ne fanno ritrovare tracce in un paese vicino, scoprendo che il morto veniva dall’Argentina. Questo da modo, tra una chiacchiera e l’altra, tra un tè ed una passeggiata, di ricostruire la parte antica dell’enigma. Come mi aspettavo, sentendo il nome della valle e ricordando i famosi partigiani della valle (quelli della repubblica partigiana di Umberto Terracini, narrata nel bel libro di Giorgio Bocca), si deve risalire a quaranta anni prima, nella parte finale della guerra. Dove il maggiorente del paese, Saverio Guaraldi, avendo due figli gemelli, li spedisce uno tra i partigiani ed uno tra i repubblichini, così da trovarsi parato in ogni caso. La guerra finita, il Guaraldi vincitore convince l’altro a rifugiarsi in Argentina. E con lui parte uno spiantato del paese, Giovanni Marangoni. Ma la vita di uno dei due finisce presto, su di un aereo precipitato in Venezuela. Il salvato si fa argentino e cambia il nome in Jaime Carpintero. Nessuna sorpresa che il morto si chiami allora Javier Carpintero? Le tracce tra l’Italia e l’Argentina si complicano perché anche una delle signorine Chiomenti, l’unica che stava per sposarsi, aveva l’amato partito per il nuovo mondo e mai tornato. Tuzzi gioca un po’ sulle diverse ambiguità, cercando lumi anche con una delle memorie storiche del paese, Adelia, la tata dei Guaraldi, rimasta sui monti con il figlio Severino, un po’ disturbato. Due le svolte che porteranno a risolvere l’enigma: la morte di Enrico, il gemello rimasto, e la conseguente nascita di illazioni sull’eredità lasciata e quella, seppur involontaria, che darà il professor Maldifassi, quando in una conferenza accenna al fatto che in dialetto locale, falegname si dica “marangon”. Ed in spagnolo falegname si traduce anche “carpintero”. E Jaime è lo spagnolo per Giacomo, come Javier per Saverio. Il commissario Melis, gamba permettendo, ma lasciando poi tutto nelle mani di Africo, risolve il non complicato e poco giallo enigma (nonché qualche piccola bega locale che neanche si ricorda dopo un po’). Rimane la scrittura, l’atmosfera, la cultura dell’autore. Pieno di citazioni alte (un rimando ai fratelli Karamzov?), anche se (ma qui la mia ignoranza è crassa), parlando del male e della sua banalità, a pagina 62 cita il poeta Auden e non la storica Hannah Arendt. Ed io mi domando se qualcuno mi sa sciogliere questo di enigma. Un ultimo elemento di piacevolezza, è il “blind dinner” dove, come nei “blind test” dei sommelier, vengono serviti diversi piatti, di cui i commensali devono indovinare gli ingredienti. Una specie di “Alta cucina” di Rex Stout alla rovescia. Rimane alla fine il piacere della lettura di questi libri in punta di penna di uno “scrittore senza qualità” (scusate il gioco…).
“Il male non è mai straordinario. Il male … ha il volto ottuso del vicino di casa.” (62)
“In fondo, cos’è un viaggio se non il giro più lungo per tornare a casa?” (64)
“Peccato soltanto che si debba sempre morire, per perdonare.” (96)
Ed è anche passata la mia festa, di cui sono ben contento, con la dovuta calma e tranquillità. Ora la testa è per le prossime partenze. La Turchia si avvicina ed il gruppo si ingrossa. La Tunisia è ferma e non si muoverà per un po’. E ci sono rumori per qualcosa di settembrino. Staremo a vedere. Per ora, un rilassato abbraccio