domenica 4 ottobre 2015

Adelphi doppia Einaudi - 04 ottobre 2015

Nel senso del gradimento, che in due tomi, Adelphi accumula 8 libricini, mentre Einaudi solo 4. Sarà un caso? Certo, non mi sorprende il giapponese, che è una letteratura in cui ancora non riesco (mai? ancora?) ad entrare. Ma pensavo meglio della scrittura di Paul Auster. Una gradita sorpresa è il francese Jean Echenoz che non conoscevo. Una solida certezza (anche se non è che mi piace sempre ed ovunque) è William Faulkner.
Yasunari Kawabata “Il paese delle nevi” Einaudi euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 05/08/2014– I: 26/03/2015 – T: 28/03/2015] - & e ½  
[tit. or.: Yukiguni雪国; ling. or.: giapponese; pagine: 145; anno 1947]
Continuo a leggere qualche autore “non occidentale”, che bisogna sempre avere più frecce ai propri archi. Tuttavia, a parte Banana, continuo a non entrare nella mentalità della scrittura giapponese. Faticai e lasciai più volte Osamu Dazai. Lessi e trovai palloso Yukio Mishima (e ne scrissi male). Ora provo anche Kawabata. Ed il risultato è sempre lo stesso. Forse con qualcosa in più, è vero, che Yasunari ha una sua bellezza di scrittura formale, che prende nelle descrizioni, nell'ambientazione, nello scorrere della storia. Ma tutto il resto mi rimane freddo, come questo paese innevato, sperduto nel Nord del Giappone, dove si svolge questa labile storia. E mi domando se non ci sia anche qualche elemento derivante dalla traduzione, che inopinatamente l’editore confessa aver preso dalla traduzione inglese. Mentre più tardi, nei Meridiani Mondadori, il traduttore della Yoshimoto ne fa una nuova traduzione dall'originale, che forse potrebbe essere migliore. E che sicuramente avrebbe evitato quella catastrofica nota in cui ci spiega come un personaggio avrebbe voluto fare l’infermiera o l’assistente ai nidi infantili, in quanto viene utilizzato il termine inglese equivalente “nurse”. Chissà il termine originale qual era. Come nella migliore tradizione della scrittura giapponese, il racconto è fatto di pochi elementi, e di molte sensazioni (paesaggi e stati d’animo, in primo luogo). Il nucleo centrale è la passione (amore?) tra un signore di Tokyo ed una geisha di provincia, che si dipana nella cittadina termale di Yuzawa (sebbene il nome non compaia nel testo, ma viene desunto dalle descrizioni).  Le sorgenti di Yuzawa sono frequentati da uomini che viaggiano soli ed hanno bisogno di relax. Le geishe di Yuzawa non hanno l’esperienza e la preparazione di quelle di Kyoto o di Tokyo, sono un gradino al di sotto, al limite tra lo status di geisha e quello meno onorevole di donne a pagamento. È quindi scontato che il legame fra il ricco cittadino, esperto di balletti occidentali (su carta, non avendone mai visto uno) e la geisha Komako sia destinato al fallimento. Il tentativo di Kawabata è proprio la contrapposizione tra Shimamura, attratto dall'occidente, e la concezione tradizionale di bellezza, che incarna Komako. Sul treno che lo riporta a Yuzawa, al nuovo appuntamento con Komako, il nostro amante è anche attirato da una ragazza che si occupa di un malato, Yoko. Poco succede, in fondo. Komako suona, Shimamura ascolta e pensa. Alla fine, ci sarà una catastrofe, forse morirà Yoko. Di sicuro, Shimamura non tornerà più nel paese delle nevi. Anche nella scrittura si nota la nipponicità della confezione. Kawabata scrive il primo nucleo del romanzo come un breve racconto nel 1935. Per poi ampliarlo, integrarlo, e riscriverlo come se fosse nuovo, per farlo uscire come testo unico solo dodici anni più tardi. Questo per limare ogni frase, ogni parola, ogni descrizione. Per arrivare a dare quello che lo scrittore aveva in mente di rappresentare: uno scontro, lieve eppur profondo, tra due concezioni del mondo, tra una visione modernista ed una tradizionale. Non ci scordiamo poi che in questi 12 anni, poi, il Giappone stesso muta profondamente la sua pelle, attraversando la pesante sconfitta della guerra, e tutti i cambiamenti conseguenti. I sostenitori di questo tipo di scrittura accusano chi non capisce la via giapponese alla lentezza di non saper entrare in questo mondo, e di far meglio a leggere romanzi alla Dan Brown. Io ritengo che ci sia un giusto mezzo tra l’azione e la stasi. Torno ad esempio a molti scritti di Banana Yoshimoto, dove c’è poca azione, ma molte sensazioni passano tra lo scritto ed il lettore. Qui, mi trovo in difficoltà. Ne leggo, seguo i pochi avvenimenti. Ma non riesco ad entrare nel mondo di Kawabata. Ne capisco forse un po’ con la testa, ma il cuore e lo stomaco rimangono distanti. E se non vogliamo tornare a Banana, anche “Il fucile da caccia” di Yasushi Inoue, pur nella sua lievità, mi comunicò molto di più.
“Fu colpito quando seppe che aveva annotato accuratamente tutti i romanzi e i racconti letti dall'età di quindici o sedici anni. … - Annotate anche le vostre critiche? – Non sarei mai capace di fare una cosa del genere. Semplicemente prendo nota dell’autore e dei personaggi e dei loro rapporti. … - Ma a che serve? – Proprio a niente.” (40)
Paul Auster “Mr. Vertigo” Einaudi euro 11 (in realtà, scontato a 8,25 euro)
[A: 16/02/2014– I: 30/03/2015 – T: 01/04/2015] - && e ½
[tit. or.: Mr. Vertigo; ling. or.: inglese; pagine: 281; anno 1994]
Ogni volta che prendo in mano un libro di Auster, anche se meno intensamente, ripenso alle prime discussioni che ne ebbi con la mia amica Luana (quella di John Fante, amici). Cui ora aggiungo le letture che ho fatto della di lui moglie, Siri Hustvedt. Che alla fine mi danno un bel quadro di una vita familiare che trasferisce sulla carta le proprie idee. Così se ne discute. Auster in questo ventennale romanzo non ha la forza e l’oniricità della Trilogia di New York. C’è una bella scrittura, inventiva quanto basta, la solita follia (tutta la storia si basa su di un ragazzo che impara a lievitare). Ci sono due temi fondamentali, che sarebbe bene non dimenticare mai: il razzismo e le modalità educative. Il primo è un perno della dottrina di Auster: rispettare il diverso, capirlo, conviverci. Il secondo, per me più nuovo, è la descrizione come una grande forza di volontà possa trovare il modo di far penetrare vie educative in persone diverse con culture diverse. Il romanzo è la storia della sua vita raccontata dall'anziano Walt Rawley. Comincia da quando, orfano in St. Louis, maltrattato dallo zio Slim, incontro uno strano personaggio: un profugo ungherese, che si fa chiamare Maestro Yehudi, e che convince Walt che gli insegnerà a volare. Tutta la prima parte si fonda sui modi educativi del Maestro, che devono portare Walt a sentirsi “fuori dal sé”, per poter apprendere a lievitare. Nel mondo del Maestro, sono poi presenti un ragazzo etiope, Esopo, grande lettore, e l’angelo custode della casa, l’indiana Mamma Sioux, nipote di Toro Seduto. Walt progredisce, ma prima di fare il salto finale (siamo nell'America degli Anni Venti) il Ku Klux Klan brucia la casa, uccidendo Esopo e l’indiana. Che se in un primo tempo erano anche per Walt “diversi”, aveva imparato ad amarli. Walt ed il Maestro sono distrutti e si rifugiano per qualche tempo da un’amica del Maestro, Mrs. Witherspoon. Si riprendono al fine, anche perché Walt comincia a lievitare. Si organizzano spettacoli in tutta l’America. Walt migliora sempre, ma, man mano che si avvicina alla pubertà, la lievitazione gli provoca forti mal di testa. Decidono di smettere (hanno ormai un bel gruzzolo) e Walt pensa di fare l’attore ad Hollywood. Sulla strada per la California sono però assaliti dalla banda capeggiata dallo zio Slim, che li deruba di tutto, lasciando il Maestro in fin di vita. In punto di morte il Maestro confessa comunque di avere un cancro e che Walt, ormai se la deve cavare da solo. Il ragazzo, distrutto, passa i seguenti tre anni a cercare suo zio Slim, colpevole dell'incidente e della conseguente morte del Maestro per vendicarsi e, trovandolo, lo uccide facendogli bere una coppa di latte avvelenato. Contemporaneamente, il capo dello zio, un malvivente di nome Bingo gli propone di prendere il posto dello zio. Così anche qui Walt fa carriera, aprendo un locale dal nome Mr. Vertigo (per ricordare le vertigine della lievitazione). Auster ci mostra sempre che con delle buone capacità di base, si riesce sempre a sfondare, in America (il mito del self-made-man). Ma fino ad un certo punto, che poi ci vuole anche intelligenza ed applicazione. Così Walt fa spesso carriera, poi si arena. Come qui, nel suo locale, dove si intestardisce dietro ad un giocatore di baseball in rovina, tanto che andrà fuori di testa, verrà internato in un campo di lavoro (da dove salterà la guerra). Alla fine della guerra stessa, lavorando presso un fornaio, incontra il suo grande amore, Molly Fitzsimmons. Che sposa e con la quale vive per 23 anni, purtroppo senza avere figli. Alla di lei morte, si da all'alcool. Salvato dai suoi amici anche da questo abisso, si avvia verso i luoghi della sua infanzia, dove ritrova la signora Witherspoon, che gestisce una catena di lavanderie. Ne diventa il contabile, rimanendo lì a Wichita sino alla morte anche della sua ultima amica. Dopo di che, si siede ad un tavolino e comincia a scrivere questa storia. Si vede quindi che è una storia tra l’ingenuo ed il reale, tra il vero ed il falso, attraverso cui si passa solo abbandonando un po’ i freni della razionalità. Ed alla fine, anche se leggibile, non mi ha convinto fino in fondo, lasciandomi perplesso sulle avventure di questi errabondi americani. Non è certo spiacevole, ma non certo mi commuove come vorrebbe la quarta di copertina.
“I fatti nudi e crudi sarebbero andati benissimo, ma sul momento non seppi resistere alla tentazione di esagerare … ero un uomo di spettacolo, e non ebbi cuore di mandare a casa deluso un pubblico tanto bendisposto.” (156)
“Io di lei mi innamorai perché mi fece sentire a mio agio, perché riportò a galla la parte migliore di me … Era gentile, non serbava rancore, mi sosteneva, e non cercò mai di trasformarmi in qualcuno che non ero.” (268)
Jean Echenoz “Correre” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 05/08/2014– I: 12/04/2015 – T: 14/04/2015] - &&&& e ½
[tit. or.: Courir; ling. or.: francese; pagine: 148; anno 2008]
Una vecchia segnalazione che mi portavo appresso dai tempi del supplemento dei libri di Repubblica, che ne parlò all'uscita della prima copia del romanzo in edizione non tascabile. E che io misi in un archivio dal significativo titolo “Aspettando l’Economica”. Ora che ha non solo un prezzo accettabile, ma è anche scontato, l’ho letto. E mi piaciuto molto. Non conoscevo l’autore, che scopro francese tra i sessanta e i settanta anni di età, con una scrittura asciutta, essenziale, ma che porta con sé tutto il carico di informazioni che ci deve dare. E che ci da in questo non lungo libro che racconta la biografia, ovviamente romanzata di un grande atleta, il moravo Zatopek. Echenoz aveva da poco finito di scrivere la biografia degli ultimi anni di vita del musicista Ravel, e stava cercando un soggetto nuovo. Confluenze di casualità lo portano alla scoperta di Zatopek (ed a far uscire il libro in concomitanza con l’inizio delle Olimpiadi di Pechino). Si parlava di romanzata, nella biografia, che ovviamente ci sono passi in cui Echenoz non può che usare la fantasia per raccordare gli avvenimenti. Per questo, non chiama il grande atleta con il suo nome vero, il ceco Emil, ma lo francesizza in Émile. Il giovane Zatopek lavora nella fabbrica di scarpe Bata, quando i tedeschi invadono la Moravia. La fabbrica organizza corse a piedi per pubblicizzare le scarpe. E, con i tedeschi occupanti, si organizza una sfida tra cechi e militari. Comincia così la carriera di corridore del nostro, un po’ malvolentieri, anche se comincia a vincere le prime corse sui 1500 e sui 3000 metri. Con uno stile poco ortodosso ma efficace. Il 24enne Zatopek, alla fine della guerra, viene inquadrato nell'esercito. E da lì inizia la sua carriera di corridore d’eccellenza. Prima nazionale, poi partecipa nel ’46 alla prima corsa europea, il Campionato d’Europa, dove arriva 5° nei 5000. Vince, e la sua carriera avanza. Diventa luogotenente e non ha più rivali in patria. Nei campionati nazionali incontra la giavellottista Dana, che diverrà sua moglie. Da qui la parte più esaltante della sua vita e della sua carriera. Siamo appunto alla fine del ’46, e da allora, per 10 anni, sarà il re incontrastato delle corse di fondo su pista e su strada. Vince l’oro ai 10000 e l’argento ai 5000 a Londra. Stabilisce i record mondiali su tutte le distanze dai 1500 ai 30 Km. Nel 1952, alle Olimpiadi di Helsinki realizza un record ineguagliato: vince l’oro nei 5000, nei 10000 e nella maratona. È un simbolo per il suo paese, ed è utilizzato dai russi come bandiera e propaganda. Ma non è un diplomatico, si lascia scappare frasi poco ortodosse, ed a poco a poco gli vengono negati i visti per gareggiare all'estero. E la sua corsa disordinata e selvaggia si scontra con l’astro nascente russo, Volodymyr Kuts. Zatopek sbuffava e respirava male, durante la corsa, tanto che veniva chiamato “La locomotiva umana”. Kuts era il metronomo: divideva la corsa in tanti micro-pezzi e li percorreva tutti alla stessa velocità. Dopo che a Melbourne non ottiene nessuna medaglia (quelle in pista le vince Kuts; la maratona il suo rivale di sempre, che aveva sempre battuto, il francese Alain Mimoun) decide di ritirarsi e di fare l’allenatore. La parte sportiva, data la mia passione per numeri ed altro, è quella che mi ha avvinto di più. Ma non si poteva lasciare Zatopek così, senza l’ultima e forse più significativa parte della vita, personale e politica. Ormai è un alto grado dell’esercito, e nel ’68 parla a favore della Primavera di Praga. Motivo per cui, al ritorno dei sovietici, viene destituito, radiato, mandato a lavorare nelle miniere d’uranio fuori Praga. Certo questa parte è controversa, ma credo non sia tutta “romanzo”. Echenoz, in ogni caso, ce la fa vivere con passione. Il rapporto sempre d’amore con la moglie Dana. Il ritorno dopo 6 anni a Praga a fare lo spazzino. La rivolta dei cittadini che lo riconoscevano. Fino a relegarlo nel posto di archivista al Centro Sportivo Ceco. Dove terminerà la sua vita, a 78 anni nel 2000. Un libro che mi ha emozionato. Per la parte sportiva, che conoscevo, ma che ripercorro sempre con piacere. Per la parte pubblica e privata, che non conoscevo, che fa venir fuori a tutto tondo un eroe del nostro tempo. Forse non il più fulgido, ma sicuramente una persona, nel suo piccolo, coerente ed amante del proprio paese. Non a caso, benché potesse rifugiarsi in Svezia dopo il ’68, decide comunque di rimanere nel proprio paese, nel bene e nel male. Un piccolo libro da leggere, e da meditare. Soprattutto per quella passione civile che dovrebbe essere comune a tutti. E non credo lo sia.
William Faulkner “Mentre morivo” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 20/05/2014– I: 29/05/2015 – T: 03/06/2015] - &&& e ½  
[tit. or.: As I Lay Dying; ling. or.: inglese; pagine: 231; anno 1930]
Certo non è mai facile avvicinarsi ad un mostro (o maestro) della scrittura e disquisirne come fosse un qualsiasi scrittore che si avvicina alla carta stampata. Molto contesto viene fuori e difficilmente si riesce a separarlo dal testo. Semplice è quando il testo è talmente bello e ben riuscito che non si risparmiano lodi ed iperboli. Meno quando, pur con una sua intrinseca bellezza, soggettivamente contiene punti non chiari o non graditi. Come è per l’appunto questo magistrale scritto del grande premio Nobel delle pianure americane. Che è un bel libro. Ma (forse anche a causa delle difficoltà di traduzione) non immediatamente fruibile. L’ho dovuto prendere per mano, rigirare pian pianino, per arrivarne a capo. Perché scritto in capitoli soggettivi dei diversi personaggi. Con una bravura enorme a calarsi nelle modalità espressive di ognuno. Perché si capisce da alcuni passaggi come sia difficile rendere le diverse tonalità del verbo essere con cui si esprimono i personaggi principali, come l’intraducibile pezzo che riporto in calce pronunciato da Darl, quello un po’ ritardato. La trama, invero, sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo la famiglia Bundren, tutta stretta intorno alla madre Addie, che sta morendo e che muore. C’è Anse, il marito, che pur di non chiedere qualcosa in prestito (per non sentirsi obbligato), fa scelte rovinose per la famiglia quando si tratta di seppellire la moglie morta. Ma forse, lo fa per avere i soldi per farsi una dentiera, e prendersi una nuova donna in casa, una volta morta Addie. E ci sono i figli. Cash, il maggiore, che è cascato da un’impalcatura e si è storpiato. È il falegname di casa, costruisce la bara per la madre, ma sarà ancora sfortunato durante il viaggio (si rompe di nuovo la gamba, e non viene curato, così che zoppicherà per sempre). Darl è il secondo, quello ritardato, che tuttavia ha intuizioni geniali, proprio per la pazzia di fondo che lo contraddistingue. Cercherà di “resuscitare” l’animo della madre. Cercherà di fermare la reale pazzia del padre di andarla a seppellire a Jefferson, cercando di bruciare bare e carri. E per questo verrà poi rinchiuso in un manicomio. Jewel è il terzo, che vediamo essere da subito diverso, più intransigente, più determinato. Scopriremo, nel corso del libro, che Addie lo ha avuto non da Anse ma dal pastore della Chiesa. E probabilmente Jewel alla fine se ne andrà. Quarta arriva l’unica femmina, Dewey Dell, diciassettenne “in calore”, che ha nella pancia il figlio di un vicino, che vorrebbe abortire ma non sa come fare, ora la mamma morta. E non lo farà. Infine, l’ultimo, il piccolo Vardeman, quello che guarda tutto con i suoi occhi innocenti. Quello che non capisce, e che per tutto il libro sogna un trenino rosso per Natale. Insomma, Addie la madre muore, ma comincia a piovere, le strade sono allagate, i ponti crollati. Ma Anse vuole portarla a Jefferson, e si parte. Loro sul carro, e Jewel a cavallo, quello che si è comprato con i suoi risparmi. Il guado del fiume non riesce, i muli muoiono, a stento salvano la bara, ma Cash si rompe la gamba di nuovo. Per prendere altri muli, Anse vende il cavallo di Jewel, suscitando un rancore insanabile. E finalmente a Jefferson, seppelliscono Addie, rinchiudono Darl, Anse prende una nuova moglie, Dewey Dell vende il suo corpo per aver soldi per l’aborto, senza riuscirci, Cash viene curato ma non guarisce. E Vardeman guarda tutto e tutti, pensando sempre al treno. Ma quello che risalta non è tanto e solo il narrato, che alla fine vien fuori quasi ad essere un racconto biblico, con tutti i suoi archetipi classici (il pesce che pesca Vardeman, il cavallo di Jewel, l’inondazione-diluvio, il rogo che purifica, Darl come capro espiatorio), né il tessuto dei rancori che covano tra i diversi membri della famiglia e che le difficoltà del viaggio fanno esplodere. Quello che risalta è quel “flusso di coscienza” collettivo della narrazione. Joyce ne aveva fatto un esempio eponimo nel suo Ulysses. Qui Faulkner lo moltiplica per enne, facendolo uscire da ogni personaggio, dove alla fine la narrazione risulta non direttamente, ma quasi da un contrappunto polifonico, come una grande sinfonia. Ma se in questo maestro è lo scrittore, io lettore ne sono a volte travolto, forse “annientato”. Anche se, alla fine, il dipinto di un tipico vissuto del profondo sud americano esce fuori, e con forza. Bello per la testa, un po’ duro e difficile per il cuore e la pancia.
“E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addir Bundren non sarà. E Jewel è, così Addie Bundren deve essere.” [And since sleep is is-not and rain and wind are was, it is not. Yet the wagon is because when the wagon is was, Addie Bundren will not be. And Jewel is, so Addie Bundren must be.] (74)
“Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai a quello che tentano di dire.” (154)
Prima domenica di ottobre, ed eccoci qui con la solita lista relativa la mese di luglio. Quattordici libri, letti con la dovuta calma di un mese altrettanto calmo. Illuminati da tre diverse buone prove: il giallo italiano di Paolo Roversi, il romanzo di Sylvia Plath ed il saggio (magistrale) sul riordino della giapponese Kondo. In fondo, l’inutile libro del maliano Konaté, e quando ne leggerete capirete perché.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Marie Kondo
Il magico potere del riordino
Vallardi
s.p.
4
2
Andrea Camilleri
Inseguendo un’ombra
Sellerio
14
2
3
A.M. Homes
The Safety of Objects
Perennial
13,50
2
4
Sylvia Plath
La campana di vetro
Mondadori
9,50
4
5
Georges Simenon
I Maigret – 2
Adelphi
s.p.
3
6
Diana Lama
La sirena sotto le alghe
Sole 24 ore  Noir
6,90
3
7
Paolo Roversi
L’ira funesta
Corriere della Sera
6,90
4
8
Eva Cantarella
Itaca
Feltrinelli
s.p.
3
9
Rosa Cerrato
La maman di Via del Campo
Sole 24 ore  Noir
6,90
3
10
Moussa Konaté
L’impronta della volpe
Repubblica MondoNoir
7,90
1
11
Evelyn Waugh
Una manciata di polvere
Bompiani
9,50
2
12
Agata Christie
Delitto in cielo
Corriere della Sera
6,90
3
13
Anne Perry
I dannati del Tamigi
Mondadori
4,90
3
14
Marco Bettini
Polvere rossa
Sole 24 ore  Noir
6,90
3


Nonostante sforzi e tentativi di spiegazioni con i capitani avventurosi, niente si profila al nostro travagliato orizzonte. E capita forse anche qualcosa d’altro per una settimana intensa che si pensava dedicare a cose più amene. Ma è tempo di castagne e gli animi si rallegrano.

giovedì 1 ottobre 2015

Tante belle donne - 27 settembre 2015

Non so dal punto di vista estetico, ma di certo dal punto di vista narrativo. Con due assoluti capolavori: Alice Munro, che sempre più mi sta cara pur nella sua mania pro-racconti, e Siri Hustvedt, che sto imparando a conoscere ed amare. E con due prove interessanti per tutta una serie di motivi che andrò spiegando, anche se non raggiungono la pienezza delle mie corde: il romanzo pseudo-storico di Tracy Chevalier ed il romanzo pseudo-erotico di laura Esquivel. Comunque, ritengo una bella settimana al femminile.
Tracy Chevalier “La ragazza con l’orecchino di perla” Neri Pozza euro 9,90
[A: 16/02/2014– I: 27/03/2015 – T: 29/03/2015] - && e ¾  
[tit. or.: Girl with a Pearl Earring; ling. or.: inglese; pagine: 236; anno 1999]
Ho un rapporto ambivalente con il romanzo storico. Da un lato mi intriga la costruzione di un intreccio a partire da elementi storici veritieri (cosa che spesso poi mi porta ad approfondire gli elementi stessi con lunghe ricerche wikipediche). Dall’altro mi deprime se l’aspetto romanzesco prende il sopravvento intrecciando storie poco verosimili. La signora Tracy Chevalier mantiene un corretto equilibrio da questi due poli, con una prosa scorrevole (non a caso è anche Master in Scrittura Creativa), lasciando solo un po’ a desiderare sul fronte pittorico in senso stretto. Che qui, come penso si sappia, si parla di pittura olandese del 1600, e di uno dei maestri del colore, Johannes van der Meer, noto a noi con la sua firma Jan Vermeer. Intrecciando una trama diagonale, incentrata sulla figura della giovane Griet, forse presa a modella dal pittore per uno dei suoi quadri più noti (“La ragazza col turbante” nota anche, appunto, come “La ragazza con l’orecchino di perla”), con l’intento di portarci nella cittadina olandese di Delft nel 1664, e con l’atelier e la pittura del maestro olandese. L’autrice ha buon gioco nel parlare del pittore, che poco di lui si sa storicamente. Si lascia però irretire da alcune teorie (verosimili ma non provate) sulle modalità della sua pittura minuziosa, aderendo a quella che è nota come "tesi Hockney-Falco", dal nome dei due pittori che l’hanno elaborato, sull’utilizzo di strumenti para-fotografici per entrare nel dettaglio dei propri modelli (come l’utilizzo della camera oscura). Lo fa con troppa incuranza della delicatezza del dettaglio. E questo mi ha lasciato un po’ perplesso. Di certo gli effetti di luce di Vermeer sono sorprendenti, come anche l’effetto di “fuori fuoco” presenti in alcuni suoi quadri. A parte questa tiratina d’orecchi, lo scritto scorre in maniera piacevole, facendoci realmente calare, a parte forse con qualche mancanza nel finale, dentro le atmosfere complesse dell’Olanda dell’epoca. Ma torniamo alla storia narrata dalla sedicenne Griet, giovane dalle grandi capacità percettive dei colori (ereditate dal padre esimio piastrellista) che, essendo la famiglia in ristrettezze economiche, viene inviata, controvoglia, a fare da cameriera presso la potente famiglia Vermeer. Che si sa le cameriere hanno la dubbia reputazione di rubare e soprattutto di dormire con i loro padroni. In casa Vermeer, la nostra fa amicizia con l’altra servetta, Tanneke, ma entra presto in contrasto con Cornelia, la più piccola di casa. Mentre il giovane macellaio locale, Pieter, comincia a farle una corte discreta, il freddo pittore scopre l’occhio artistico di Griet e comincia a chiederle aiuto nel mescolare i colori e, a volte, da fare da modella sostituta in alcuni quadri. Suscitando un po’ di gelosia in Catharina, la moglie del pittore, ma essendo protetta sia da nonna Maria, che da alcuni amici del pittore stesso. Ma la ruvida bellezza di Griet non sfugge invece a Van Ruijven, il magnate di Vermeer, che vorrebbe un dipinto insieme alla ragazza. Sapendo che in altre occasioni ciò ha portato scandalo, Vermeer arriva ad un compromesso: dipingerà Griet regalando il quadro a Van Ruijven. Nasce così il quadro che da il titolo al romanzo. Ma gli orecchini sono di Catharina, che, sobillata dalla perfida Cornelia, decide di cacciare Griet. Qui la narrazione fa un salto di dieci anni, arrivando alla morte di Vermeer (morto appunto nel 1675 a 43 anni). Griet è sposata con Pieter, hanno due bambini (uno dei quali somiglia stranamente al pittore, anche se non sappiamo cosa Griet e Jan abbiano combinato). Alla morte di Vermeer, comunque, Griet è convocata a casa dell’artista, e la moglie le consegna i famosi orecchini. Vermeer era rimasto affezionato, così ci fa credere l’autrice, alla modella dall’occhio artistico, anche se non l’aveva mai più avvicinata. La parte migliore ritengo sia il nucleo centrale, con le descrizioni di alcuni quadri dell’artista (Tanneke che posa per “La lattaia” o Van Ruijven e la serva sedotta in “Il bicchiere di vino”) e le possibili tecniche da lui utilizzate per rendere vivaci i colori, e ben rappresentare le figure umane (che in genere sono donne). Un po’ tirata per i capelli la parte finale con l’eredità degli orecchini, quasi a voler saldare un debito d’onore di cui si può intuire ma non si sa. Una scrittura ed una lettura discrete, solo poco al di sotto di un gradimento pieno. comunque al fine ringrazio le mie libropeute (che spero non mi facciate ogni volta ripetere chi siano), per avermi suggerito questo libro. E se ne riparlerà ancora nel momento della cura… 
Alice Munro “In fuga” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 16/02/2014– I: 01/04/2015 – T: 03/04/2015] - &&&&& 
[tit. or.: Runaway; ling. or.: inglese; pagine: 312; anno 2004]
Sapete, l’ho sempre detto, che i racconti non sono il mio forte, che mi accosto ad essi spesso con timore, e spesso ne esco con delusione. Eccezione, che ribadisco e sostengo, sono i frammenti di vita di Alice Munro. Che ho sempre sostenuto, ben prima che lo ottenesse, avesse una scrittura da Premio Nobel (come continuo a sostenere l’abbia un'altra mia grande passione, l’israeliano Amos Oz). Perché, in un certo senso, tutti i racconti della scrittrice canadese, l’insieme di tutte le sue raccolte, sembra andare a comporre un unico grande romanzo, fatto di frammenti che non sono altro che tutti i piccoli e grandi avvenimenti che costituiscono la nostra vita. Pieni di parole, è vero, ma non saturi. Perché sature sono le impressioni che quelle parole ci inviano. Ed anche perché, nei suoi racconti, spesso non c’è un finale, che ci può soddisfare, che ci lascia contenti od arrabbiati. Così come non esistono finali nella nostra vita soggettiva (saranno gli altri, forse, a darcelo quel finale). Ma la bellezza delle sue parole, sono nella capacità di descrivere il lasciarsi vivere dei suoi personaggi, quasi inconsapevoli del proprio essere, quasi inconsapevoli delle conseguenze delle azioni che compiono. Qui, come in tutti gli altri elementi di questa grande biblioteca che è la sua narrazione, risaltano poi, forse meglio che in altri punti, i motivi fondanti dei suoi scritti: il ruolo della donna nella società, i legami famigliari, il passaggio del testimone da madre in figlia, l’emancipazione dalle figure genitoriali, il modo di evolversi (e di esaurirsi) dei rapporti di coppia. Qui abbiamo otto racconti, con due particolarità uniche nei suoi scritti: tre racconti hanno la stessa protagonista, quasi a coglierne momenti diversi di una vita particolare, ed uno è diviso in cinque parti, quasi fossero racconti anche loro a sé stanti, ma legati, unificati dagli attori della narrazione. Non che gli altri non siano interessanti. Come quello del titolo “In fuga” (Runaway) descrizione di una donna intrappolata in un matrimonio poco felice. O “Passione” (Passion) dove una ragazza solitaria in una piccola città si fidanza con un ragazzo, per poi scappare nella notte con il di lui fratellastro (ci sono altri elementi in questa piccola gemma ma ve li lascio scoprire da soli, basta che non diventate troppo tristi). Complicata la situazione di “Rimetti a noi i nostri debiti” (Trespasses) con al centro una bimba che ha troppi genitori (veri o falsi) intorno a lei. Di una tristezza infinita trovo poi “Scherzi del destino” (Tricks) dove fraintendimenti e ritrosie fanno in modo che la solitaria Robin non riesca ad esternare il suo amore verso una persona per lei interessante. L’ultimo racconto “Poteri” (Power) è in qualche modo il più complesso, come detto diviso in cinque parti, che tracciano la parabola di vita di Nancy. Si inizia dai diari giovanili, dove Nancy descrive lo strano modo con cui si innamora di Wilf. Poi, si passa in terza persona, al matrimonio di Nancy, dove lei fa conoscere la sua amica Tessa ad Ollie il cugino di Wilf. Nella terza parte, molti anni dopo, Nancy visita un manicomio in America dove è ricoverata Tessa, ormai fuori di testa. Pochi anni dopo, dopo che Wilf muore per un ictus, Nancy incontra Ollie, che credeva morto e che gli narra la storia con Tessa dal suo punto di vista. Nella quinta, Nancy, attorniata dai figli anch’essi anziani, vive ormai in un suo mondo, in cui ritorna sempre alle storie di Tessa ed Ollie, sentendo che la vita sta lentamente scivolando via. E poi quello che mi ha maggiormente colpito, la trilogia di Juliet attraverso “Fatalità” (Chance), “Fra poco” (Soon) e “Silenzio” (Silence). Juliet, studentessa di lingue classiche, vive in una piccola città, con padre insegnante e madre bella e svagata, mentre sta decidendo come proseguire i suoi studi si innamora di Eric, un uomo sposato, che cambierà radicalmente la sua vita. Nel secondo brano è nata Penelope, figlia sua e di Eric. Anche qui c’è un viaggio in treno dove Juliet rivede tutti i suoi parametri. Che la madre non è svagata, ma malata ed accudita e protetta dal padre, che però si vergogna della nipote nata fuori dal matrimonio. Nell’ultimo, Juliet cambia di nuovo prospettiva. Si accorge che in fondo non ama veramente Eric. Che può e fa una bella carriera in televisione. E che da lei si allontanerà, senza motivi apparenti, la figlia Penelope. Con una chiusura memorabile: ”Continua a sperare di ricevere una parola da Penelope, ma senza perderci il sonno. Spera, come la gente di buon senso può sperare, in una felicità immeritata, un perdono spontaneo, roba così.” Certo, bisogna leggerla una roba così. Leggerla e rileggerla, ogni volta con occhi nuovi. Ogni volta con nuovi particolarità che saltano agli occhi. Sempre con quella sensazione che stiamo leggendo qualcosa che comunque ci riguarda. Imperdibile.
Laura Esquivel “Dolce come il cioccolato” Garzanti euro 9,90
[A: 05/08/2014 – I: 12/04/2015 – T: 20/04/2015] - && e ½   
[tit. or.: Como agua para chocolate; ling. or.: spagnolo; pagine: 179; anno 1989]
Finalmente leggo questo antico (nel senso di trentennale, ma che sono molti per una simile scrittura) libro, presente da anni nelle mie famose liste, sollecitatomi dalle mie amate-odiate libropatiche non che spinto sulla cresta dell’onda anche dalla collezione di libri legati alla cucina in uscita con il “Corriere della Sera”. Intanto, una bella tirata d’orecchi agli editor della Garzanti che stravolgono in “Dolce” uno sfogo della protagonista che ad un certo punto si sente ribollire “come l’acqua per il cioccolato”, che si dice essere di poco sapore, ma che, come Dario Bressanini insegna ed io riporto in calce, è l’occasione per una gustosissima mousse. Inoltre, non ho neanche visto il film che nel ’92 ne fece il messicano Arau, anch’esso di buon successo come il libro. Che uscì in Messico a puntate, ognuna delle quali con una ricetta, e solo così se ne può gustare il filo conduttore, che nel libro sembra perdersi. La storia è semplice e molto messicana. Abbiamo la bella Tita de la Garza, la minore delle figlie di Donna Elena, acida vedova messicana. Che fin da piccola vive in cucina, e ne capisce e carpisce i segreti più intimi. Di lei si innamora il bel Pedro, amore ostacolato da Donna Elena, in quanto ancora non maritate le figlie maggiori, Rosaura e Gertrudis. Messo alle corde da Donna Elena, pur di rimanere vicino a Tita, Pedro decide di sposare Rosaura. Da quel momento, Tita riverserà il suo amore nella cucina, producendo manicaretti elaborati e con effetti sorprendenti. Tanto che in uno particolarmente pieno di affetto si trasfigura Gertrudis, che scappa nuda nella prateria insieme ad un rivoluzionario messicano. Noi però rimaniamo nel ménage familiare, con la madre tiranna, Pedro e Rosaura che fanno un figlio che però muore giovane. Pedro è sempre lì, tra l’essere vicino e fare il tontolone, che una qualsiasi donna normale (non Tita, purtroppo) l’avrebbe mandato a ramengo molto presto. Poi muore Donna Elvira, Tita esce allo scoperto e Rosaura si fa prendere da crisi di nervi ed altre strampalitudini. Ritorna anche Gertrudis alla testa di manipoli rivoluzionari (in fondo siamo nel Messico dell’epoca di Pancho Villa) che cerca di svegliare Tita. Che forse sembra avere un sussulto di indipendenza quando anche Rosaura ci lascia, insalutata salma. Ma l’ombra di Donna Elena aleggia sulla casa, e dopo un’unica notte d’amore (in fondo abbiamo aspettato quasi 150 pagine che succedesse “o’ miracolo”), ecco un’altra catastrofe. Senza nessun preavviso si accendono fuochi strani e Pedro e Tita bruciano insieme al loro amore. La storia è durata tanti anni, ci sono stati intermezzi, c’è stato l’amore di John per Tita, che molto le insegnò ma che non le tolse Pedro dal cuore, ci sono stati figli (che non sono morti), c’è la bella nipote Esperanza che sposerà Alex, il figlio di John. E c’è questa storia, narrata dalla figlia dei due. La storia di un grande amore, ma soprattutto di tanti belle. Dalle focaccine di Natale alla torta Chabla, dalle quaglie ai petali di rosa ai peperoni in salsa di noci. Ma seppur queste sono belle (e ne consiglio la lettura a chi sa di cucina), il resto del libro, con quel “realismo magico” latino-americano che mi lascia assai freddo, quelle situazioni inspiegabili, e soprattutto l’indecisione di tutti i protagonisti ad essere sul serio protagonisti e non vittime della vita che passa, non mi ha fatto amare in particolar modo questo libro. Con tutte le metafore che poi il libro porta con sé, sia a livello sentimenti che della rappresentazione della realtà messicana. Sui primi, c’è una correlazione quasi ingenua (le cipolle che sono cagione di lagrime, i petali di rosa che risvegliano passioni, ed altre similitudini di piccolo livello). Sull’altra, per rappresentare il grande affresco del Messico dei primi anni del XX secolo (pieno di oppressi, oppressori, rivoluzioni) si fa un semplice traslato con i personaggi: Tita e Pedro sono gli oppressi, Donna Elena e Rosaura gli oppressori, Gertrudis la rivoluzione). Ma è molto datato come scrittura e come descrizione delle atmosfere. Insomma, mi aspettavo di più da come se ne parlava negli anni del suo maggior successo.
“La verità vera è che la verità non esiste, dipende dal punto di vista di ognuno.” (141)
Ricetta del cioccolato con acqua presa dal blog di Dario Bressanini:
“Sono partito da 100 g di fondente 70%. Ho sciolto il cioccolato in un pentolino antiaderente di buon spessore su fuoco bassissimo. Mescolate il cioccolato con una spatola per facilitare la fusione. Fuso il cioccolato si deve aggiungere l'acqua. Ho versato nel pentolino i 115 grammi di acqua, tutta in una volta. Ora mescolate bene, a fuoco spento, sino a quando il cioccolato è completamente emulsionato. Quando il cioccolato è ben emulsionato versate la miscela in una bacinella raffreddata esternamente con del ghiaccio. Un paio di minuti di frusta elettrica (o a mano se preferite) e il risultato è cioccolato puro, ma con la consistenza di una mousse. Una vera delizia per chi ama il fondente.”
Siri Hustvedt “Quello che ho amato” Einaudi euro 12,50 (in realtà, scontato a 9,38 euro)
[A: 16/02/2014– I: 03/05/2015 – T: 05/05/2015] - &&&&& 
[tit. or.: What I Loved; ling. or.: inglese; pagine: 361; anno 2003]
È il secondo libro di questa mia scoperta tardiva della scrittrice Siri Hustvedt. Che mi fa ribadire quanto ne pensavo dopo il primo. Una bellissima scrittura, una trama che ha volte mi ha reso triste come triste può essere a volte la vita. Che a tratti quasi mi respinge, ma che non puoi fare a meno di portare avanti fino alla fine. Il libro racconta le vicende e le tragedie (e gli enigmi) che coinvolgono il narratore, il suo grande amico e le loro famiglie. L’azione comincia nel 1975 a New York, dove Leo Hertzberg, storico dell'arte e professore universitario, trova casualmente un ritratto di donna con addosso solo una maglietta e sul cui corpo nudo un artista ha dipinto un’ombra. Leo, affascinato dall'opera e attratto da quella figura femminile, compra la tela e decide di incontrare l'autore, Bill Wechsler, un giovane pittore emergente. Bill è sposata con Lucille, poetessa dalle opere ermetiche. Leo invece con Erica, una accademica in  lettere. Leo, con le sue recensioni, porta Bill alla ribalta. E procederemo per tutto il libro a vederne le evoluzioni artistiche. Sempre belle sono le descrizioni che Siri mette in bocca Leo per descrivere le diverse fasi delle opere di Bill. Le due coppie vanno a vivere nello stesso condominio, si frequentano ed hanno due figli nello stesso periodo, Matthew e Mark. Mentre esplora le vicende pubbliche e domestiche delle due coppie, la nostra autrice comincia a mettere delle “zeppe” nella loro vita. La prima è la modella del quadro, Violet, giovane, irruenta, che entra nella vita di Bill. E che porta alla sua separazione con Lucille. La seconda si apre con un pugno allo stomaco dal quale ho fatto fatica a riprendermi. Matthew, il figlio di Leo ed Erica, muore improvvisamente. E dalla perdita, Erica non si riprende, si allontana sempre più da Leo, immergendosi nella vita accademica. Non divorziano, ma diventano nel tempo quasi due estranei, passando dal ruolo di amanti a quello di amici che si vedono ogni tanto. Leo invece tenta di rimpiazzare il figlio morto con Mark, il figlio di Bill. Ma ben presto ci rendiamo conto (e Leo con noi) che Mark ha dei seri problemi. Mente, rubicchia, si droga. Lucille scompare dalla scena, e Violet non riesce ad essere una madre di riferimento per Mark. Il tutto non fa che aggravare le condizioni di salute di Bill, che muore per un infarto nello studio. Violet si dedica allora al culto del marito morto, in questo aiutata da Leo. Ed insieme cercano anche di tirar fuori dalle peste Mark, che si è infognato in un giro pseudo-artistico, di un autore stravagante ed un po’ folle. Che forse ha anche commesso un omicidio. Le tinte si fanno sempre più scure. Leo, ormai solo e senza Erica, comincia a pensare sempre di più a Violet, ed a quel primo quadro. Tanto che ad un certo punto confessa alla donna la sua passione. Violet gli dice che può averla per una notte, ma che poi lei se ne andrà. Leo allora rifiuta, e torna, solo, nel suo appartamento, e ripensa a tutta la sua vita (come direbbe Ornella Vanoni, “bilancio che non ho quadrato mai”). La capacità di Siti è quella di inserire tutto ciò nel progredire temporale della scena artistica newyorchese. In fondo, alla fine, siamo al 30 agosto 2000 quando il libro finisce, con Leo, vecchio e solitario, in attesa dell’amico Laszlo che viene per leggere qualcosa, visto che i suoi occhi sono ormai deboli. E belle sono le descrizioni dei vernissage, delle gelosie. Di tutte quelle piccole cose che fanno la vita di chi vive di arte, e che a noi, spesso, lasciano indifferenti per la loro esiguità. Ma sono presenti anche i professori universitari, i poeti ermetici, i performer. Insomma c’è molto al fuoco. Ed anche se non raggiunge le alte punte della mia prima lettura (vi ricordo “L’estate senza uomini”), è un libro che mi ha fatto riflettere, ed identificare con alcuni tratti di Leo. Belle pagine, cara scrittrice. Se ne leggerà ancora, spero.
“Per questo è difficile vedere le cose. Niente è come appare. Sono le sensazioni, le idee, a modellare ciò che abbiamo di fronte.” (11)
“Siamo il prodotto della gioia e della sofferenza dei nostri genitori.” (31)
“Io mi sento in colpa perché mi piaceva la sua pazzia. … Avevo vent'anni, ero un idiota. ‘Io ho cinquantacinque anni, pensai, e sono ancora un idiota.” (99)
“I ricordi di un uomo maturo sono diversi da quelli di un giovane. Ciò che sembra essenziale a quarant'anni può perdere significato a settanta.” (120)
“Il concetto di utilizzo non ha niente a che fare con l’arte. L’arte è per sua natura inutile.” (294)
Di ritorno da EXPO 2015, che mi ha lasciato molto freddo. Non è che non mi sia piaciuta in assoluto, ma mi aspettavo altro. Meglio Mantova, anche se il ginocchio matto di Alessandra ha costretto ad un week-end diverso dai programmi. Non mancheremo di rifarci, pensando sempre a questa bella Italia di provincia che andrebbe vista da molti, e che molti non hanno visto.

domenica 20 settembre 2015

Italiani soggettivi - 20 settembre 2015

Tornati dalle fatiche della Valdarno, eccoci ad un bel quartetto italiano. Tutto sopra la sufficienza di almeno mezzo libro (e vi dirò subito perché tutto). Con autori italiani collaudati anche se non da me amatissimi come Gianni Mura (anche se ne apprezzo gli articoli repubblicani). Con autori invece da molto amati, come Francesco Piccolo. Con autori poco visitati ma gradevoli, come l’ottima Versilia di Fabio Genovesi. E con il lavoro di un collettivo di scrittura, a me vicino per molta amicizia, ed a cui dedico il titolo. Ed a cui ho tolto qualcosa non per la scrittura, ma per un editing che potrebbe essere migliorato.
Gianni Mura “Ischia” Feltrinelli euro 7,50 (in realtà, scontato a 6,38 euro)
[A: 01/07/2014– I: 25/12/2014 – T: 27/12/2014] - &&& e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 175; anno 2012]
Devo dire che mi aspettavo qualcosa in più dal secondo libro di Mura sulle inchieste (o presunte tali) del suo ineffabile commissario Jules René Magrite, anche se alla fine il libro non mi ha certo deluso. Di Mura ricordo la buona prova d’esordio (“Giallo su giallo”) nonché il gioco di parole del commissario, che ricorda, appunto, il Jules Maigret del buon Simenon ed il René Magritte dei quadri surrealisti. E pensavo fosse un altro “giallo”, anche se atipico. Invece è un inno d’amore. Per una serie di cose, alcune palesi altre meno, care al giornalista – scrittore. Amore per la cucina, di cui si parla una pagina si ed una no, cominciando dai ristoranti di Milano, per proseguire con la cucina ischitana, di terra e di mare. Con il vino. Con le citazioni gastronomiche. Amore per Ischia, di cui si parla a più riprese, si analizza, si esamina. E se ne tirano fuori particolari, forse ad altri noti, ma interessanti e coinvolgenti: dall'esilio foriano di Donna Rachele, vedova di Mussolini, alla morte sull'isola dell’anarchico Gino Lucetti, responsabile del fallito attentato al dittatore nel 1926, passando per i soggiorni dei due premi Pulitzer, Auden e Capote negli anni ‘50 del secolo scorso, fino alla recente presenza sul Castello Aragonese del compositore Vinicio Capossela. Amore per la politica, e per un’Italia che rischia di affondare in mezzo a tante storture. Certo si parla della politica dell’isola, dei mostri che con il cemento deturpano i sassi e le scogliere, delle frane provocate dall’incuria. Amore per la Francia, cui Mura è da sempre legato per tutti gli anni passati a seguire il Tour de France, ma non solo. Un amore che si istanzia nei due protagonisti, il commissario Magrite, appunto, e l’amore della sua vita, trovato ora in tarda età, il giudice Michelle Lapierre di Vannes. Bella è la loro scoperta di un amore d’età (visto che Jules ha 58 anni), con tanti rimandi a luoghi sia parigini che bretoni (da cui è originaria Michelle). Soprattutto due intriganti: la storia della cantante Fréhel e quella dei due suicidi, di Jean Seberg e Romain Gary (chi ne vuole sapere di più di tutte queste storie, può leggerne sunti in Wikipedia sezione francese, o leggere il libro di Mura o anche le anime baltiche su cui si tornerà; io ne parlerei ma andremmo un po’ fuori dal seminato). Amore per l’amicizia (e non è un ossimoro), quella che ben presto lega i nostri a Giuseppe Iovine, detto Pépé le couteau.  Peppe è il personaggio cui lo scrittore affida il compito, centrale nella trama, di svelare il lato oscuro, nascosto dell’isola. Un personaggio di cui conosciamo presto la tragica storia ai limite della legge, dove per difendere la sua donna uccide un pappone slavo e farà più di dieci anni di carcere in Francia. Ma ne uscirà, ritrovando la sua Denise, ritrovando l’aiuto del commissario Jolivet (conoscenza anche di Magrite), mettendo su prima un ristorante a Parigi, poi tornando nel buon ritiro di Ischia con la sua bella, fino alla morte di lei per tumore. Ma Peppe continua a vivere con lei la sua esistenza, pur isolato, continua a cercare di mettere pezze ai brandelli delle storie isolane, e dei tanti soprusi che ne possono venir fuori. E che Mura ci fa scorrere, un po’ in secondo piano, ma non tanto da farci dimenticare come possono andare male le cose in Italia. Qui abbiamo le parti poliziesche, che però, come detto, ne sono da sfondo anche se a forti tinte. Si comincia con la morte del giovane romeno Ovidiu, che non ha voluto piegarsi a fare il corriere della droga per Rocco o Purp’. Si intramezza con l’assalto alle due donne gay da parte di uno scalmanato isolano, che viene ben sistemato da Magrite a suon di pugni, e che per questo viene avvertito (neanche tanto velatamente) da un poliziotto corrotto di farsi gli affari suoi. E si finisce con il suicidio provocato della piccola Anna, che qualcuno (Rocco? Il poliziotto? Qualcuno da loro protetto?) vorrebbe avviare a sordidi mestieri, ma che, rosa dalla vergogna, preferisce togliersi la vita. Tutta una somma di elementi che fanno si che Peppe decida di fare piazza pulita, facendosi saltare in aria insieme ai camorristi ed ai poliziotti corrotti. Noi, invece, pur dolenti, prenderemo il traghetto con Jules e Michelle, ricordando si tutti i momenti poco felici passati, ma ricordando ed aspettando tutti quegli altri momenti di grande amore che Mura ci ha fatto vivere, pur nella brevità delle men che duecento pagine. Insomma, un libro che avevo comperato come giallo italiano, e che si è rivelato invece una guida letteraria per un’isola che si dovrà tornare a visitare, prima o poi.
“Tu sei … una persona perbene, un ottimo professionista e un buon compagno. Un buon amante, vorrei aggiungere, ma non dispongo di una vasta campionatura in cui inserirti. Sai quand'è il momento di ridere e quando è meglio tacere. Con te sto bene a tavola, in giro e a letto.” (78)
“Una volta ho sentito dire che conoscere il passato è fondamentale per capire il presente e immaginarsi il futuro.” (83)
Francesco Piccolo “Momenti di trascurabile infelicità” Einaudi euro 13 (in realtà, scontato a 11,05 euro)
[A: 03/04/2015– I: 04/04/2015 – T: 08/04/2015] - &&& e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 140; anno 2015]
Sto mangiando un churro con Chiara in una grigia Pasqua limeña, mentre Nadia vomita e Sergio telefona. Beh, in questo momento di (non) trascurabile felicità, inizio la lettura del secondo capitolo dell’enciclopedia tascabile dei momenti della vita, scritta dall'esimio Francesco Piccolo, di cui tanto ho già letto e parlato. Perché qui il nostro passa dalla felicità, e dal desiderio di omologazione, alla descrizione dei momenti infelici della vita. Anche di questi ognuno ha i propri personali (ricordate sempre l’attacco di Anna Karenina di Tolstoj). Ma se noi si sa individuare e sorridere di questi momenti, già si sono fatti passi avanti verso il terzo libro che scriverà il nostro autore (Momenti di trascurabile serenità, suggerisco).  Ovviamente anche questo è un libro non raccontabile. Non è una storia, sono momenti, che partono dai suoi personali, per poi collegarsi ai miei ed a quelli di molti altri. Solo uno di questi piccoli cammei mi ha un po’ irritato, non capendone l’uso e la necessità, quello del bambino giapponese (adottato?) e della sua non inseribilità nel contesto italico. Forse mi mancano dei parametri per giudicarne, ma è una parte che non mi ha dato né felicità né infelicità, ma solo un po’ di fastidio. Perché se è vero che cercare la felicità è la continua e giornaliera ricerca di sensazioni ed emozioni che facciano star bene, individuare l’infelicità serve a dribblare quegli stati d’animo che ci mettono a disagio. Come la storia (mia e di altri e non di Piccolo) del regalo, fatto sottolineando che se non piace lo posso cambiare. Con la solita risposta, ma no, mi piace tantissimo. E l’omaggiato il giorno dopo va al negozio a cambiarlo. O le storie sentite e risentite (ma che non mi sono ancora capitate) di gente lasciate con un messaggio su WhatsApp. Certo, questi sono momenti di autentica infelicità. O di grande inc…tura. Ricordo gli asciugamani stesi con cura sulla sabbia, per evitare gli odiosi granelli, ed i bambini che corrono e li riempiono nuovamente (e ripenso alla scena di Nanni Moretti, ai bimbi che giocano a pallone sulla spiaggia, ed a quando lui, ferocemente, prende il pallone e lo buca, cattiveria mitica). Continuare a leggere libri che non mi piacciono solo per stroncarli scrivendo queste trame (ma possibile che riesca a trovare poche letture “immortali”?). Come fare poi a non essere d’accordo con Francesco, nel ribadire che quando qualcuno ti dice che devi sapere che ti vuole molto bene, quasi sempre sta per dirti qualcosa di terribile. Mi capita di stare con mia madre e veder lo sport in tv (si sa che lei è patita di tutto dal grande calcio ai campionati mondiali di snooker). E di fare il tifo (io che non faccio tifo per quasi nulla) per i più deboli sperando che battano i più forti. Poi non trovo la tristezza dell’autore, ma il gusto sadico di infierire sui perdenti, quali essi siano. Nell'agile manuale di pennellate infelici, ci sono anche capitoletti più lunghi (a parte quello del bambino giapponese di cui ho già parlato male), come quello molto intrigane sulla dieta Dukan. O quello sulle feste dei bambini (terribili e da abolire in toto). Ma questi non diventano più momenti trascurabili (che come dice il mitico Devoto – Oli sta per momenti di cui si può non tenere conto) ma sono i momenti fondanti della nostra vita. Che è sempre a tutto tondo, come dice l’ultima delle frasi che sotto riporto. Vorrei finire con delle parole altrui, dove in un intervista di Nicola Mirenzi al nostro grande Piccolo, si dice: “Il mondo è terribile. Però quando leggi Francesco Piccolo ti sembra più lieve, pieno di godimenti nascosti. La forza di Piccolo è che sa vedere, e sa far vedere, il lato esaltante di ogni piccolo istante che viviamo.” A proposito, qual è il vostro momento di trascurabile infelicità preferito?
“Quest’anno è volato. Si dice di tutti gli anni, alla fine dell’anno. Mi chiedo come sono gli anni lenti, che non passano mai. Perché non li ho mai vissuti.” (13)
“Quando i ristoranti (o i bar o qualsiasi negozio), dopo il nome scrivono ‘dal 1972’ o ‘dal 1983’. E io ero già nato. E alle volte ero già grande.” (75)
“I camerieri non sentono mai quando li chiamo.” (92)
“Sei su WhatsApp, vedi che l’altro “sta scrivendo”, ti sta rispondendo, aspetti, e non arriva niente. Ci ha ripensato.” (95)
“Ognuno di noi è fatto di un equilibrio finissimo di tutte le cose, belle e brutte; e ho imparato che – come i bastoncini dello shangai – se tirassi via la cosa che meno mi piace della persona che amo, se ne verrebbe via anche quella che mi piace di più.” (140)
Terzi Soggettivi “Né capo né coda” Unilibro euro 15 (in realtà, scontato a 12,75 euro)
[A: 25/08/2014– I: 17/05/2015 – T: 19/05/2015] - &&&--   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 204; anno 2014]
Confessione numero uno: io (e si sa) non amo molto i libri di racconti e questo è un libro di racconti. Confessione numero due: io sono moderatamente scettico sui libri autoprodotti e questo è un libro autoprodotto. Confessione numero tre: ho fatto stampare, comperato e letto questo libro perché uno degli autori è un mio amico e volevo vedere che effetto mi faceva non più leggerne su foglietti volanti, ma su della carta stampata e rilegata. Fatte queste confessioni veniamo allora al merito del libro, ed al fatto che, come nella mia vecchia scuola, si sia meritato un bel 6 meno meno. Cioè di quelli che il prof diceva, sarebbe da 5, ma la buona volontà ed alcuni spunti gli fanno meritare una stringata sufficienza. Gli autori presenti in questa raccolta sono scrittori appassionati, che si riuniscono settimanalmente sotto la guida di Claudia Masia, curatrice dell’antologia, per le loro scritture “creative”. Che si consolidano annualmente in una raccolta, e che nel 2014, pur autoprodotta, è la prima che rendono pubblica. Devo dire, preliminarmente, che il titolo rispecchia grandemente la raccolta. I racconti non hanno un grande filo che li accomuna (primo significato del termine) né possiamo dire che ce ne sia qualcuno che si stacca dagli altri in alto o in basso (secondo significato). Almeno nella scrittura. Qualcosa di diverso, certo, nel mio gradimento, che come tutti i sentimenti è puramente soggettivo ed a volte inspiegabile. In tutti, comunque, ho trovato una stessa mancanza, di una qualche conclusività. Non che per forza un racconto deve avere un mondo chiuso intorno, ma sento come se in ognuno ci sia (volutamente o meno) qualcosa di lasciato in sospeso, di zona grigia in cui possa intervenire il lettore (come sagacemente viene detto in “Provvisoriamente inconcluso”), ma che, proprio per alcuni momenti slabbrati del discorso, sia troppo poco concluso. Ne “Il mare al di là” c’è una interessante trama di fondo, un bambino trovato sotto le macerie del terremoto di Skoplje (quello del ’63, per chi non ne avesse memoria), adottato, amato ma non compreso, che, cresciuto nelle marche anconetane, da quel mare è attratto. Tanto da abbandonare appena possibile i genitori adottivi per farsi una propria vita in mare. Tanto da crescervi, da diventare un bravo pescatore, da cadere nelle trappole della vita con amori poco leciti. Cadere e rialzarsi, trovare (pare) un amore vero, ritrovare (forse) alcune sue radici visitando le terre natie. E poi cadere (qui senza spiegazioni, se non qualche lontana eco di genetica che rifuggo immediatamente) nel turbine del malaffare, del guadagno immediato, e nel poco e per nulla lecito. Tanto da perdere nave e moglie e tutto il resto. Con un ultimo soprassalto di coscienza che lo porterà dove forse non sarebbe voluto andare. Ma la coda non ci porta dentro di lui, dentro le sue motivazioni. Rimane tutto sospeso ed inspiegato. La “Promozione a Roma” è forse quello che più mi ha deluso: una ditta trasferisce i propri quadri a Roma, seguiamo il buon Elio trasferirsi da Monza, pensare alla sua Franca lontana. Per poi inserirsi in una trama gialla di bassa fattura. La moglie del capo viene uccisa, e non si fa fatica a capirne le motivazioni e l’identità dell’assassino. Lasciando il buon Elio a metà racconto, mentre ne sembrava il protagonista. E scivolando nelle ricerche del buon commissario, con tanta fatica che noi lettori già s’era capito tutto. E con molta fortuna, che se non bussavano i poliziotti a quella porta di mercoledì staremmo ancora lì ad aspettare la soluzione. Abbastanza inconcluso anche “Ritorno a casa” dove c’è un lungo racconto che vorrebbe tracciarci la vita della protagonista (un memoir appunto), ma che, usando quella tecnica, che io odio, del flashback, quando abusato, ci lascia tante zone grigie. Qual è il nesso tra le tante operazioni che la protagonista subisce da bambina per curare credo qualcosa di poliomielitico ed i noduli al seno che la attanagliano ora nell'età adulta? Certo, ci fa piacere seguire le vicende familiari e quel traslocare dal Quadraro al centro e poi di nuovo in periferia (buona questa parte). Ma mi sono perso con i suoi amori, chi è questo e chi è quello, e da chi va e da chi ritorna. Certo, non possiamo non sottoscrivere il quasi urlo soggettivo finale, dopo tutte le peripezie, che è quello di “viverre” (ma in sottofondo io cattivo e maligno, mi chiedo che differenza ci sia tra “imparare un’altra lingua” e “studiare inglese e francese”). Troppo scontato il “Ritorno a Silvi”: mini-incidente in motorino, mentre Anna va dalla sua amica ad Amelia, Luca che prima la aiuta poi cerca di violentarla, poi si ferma prima di e si pente. Meglio del flashback (anche se il principio è simile) quell'uso alla Vasco Rossi di “forward” e “rewind”. Ma come dire scontato che quando scopriamo che Luca si butta nell'eroina e che Anna fa la volontaria in un centro alla “don Ciotti” essendo essa stessa uscita dal tunnel, il fatto che i due si incontrino, e lei decida (forse) di aiutarlo ad uscire anche lui. Giocato sul filo dell’autoironia “Cose dell’altro mondo”, laddove le protagoniste non sono altro che due aspiranti scrittrici, che seguono un corso di scrittura poliziesca, cercando nella loro realtà di tutti i giorni di trovare uno spunto. E ben dosate le descrizioni (il condominio, il colonnello, i possibili intrighi). Tuttavia cade su quegli intarsi dove intervengono improbabili alieni, di cui non si capisce cosa ci siano a fare. Né perché i bambini li possano vedere. Né perché questo crei panico negli alieni stessi. Un po’ di sorrisi, ma poco altro. Più complesso invece l’impianto di “Provvisoriamente inconcluso”, che mostra da un lato una sapiente capacità di utilizzare diversi registri di scrittura, che ha una intrigante idea di fondo, ma che si perde forse proprio nella gestione complessiva di troppe cose. Come si diceva una volta “troppa carne al fuoco”. Uno scrittore che ha successo perché pubblica sotto pseudonimo. Che è una specie di Jekyll e Hyde tra il se stesso pubblico e quello che esce dalla penna. E tutta la prima parte è gradevole: presentazione in libreria, due registri di scrittura (forse tre, con la prosopopea dei critici), confusione e litigi. Ecco, se il racconto si fermava qui mi sembrava interessante e riconciliante con la forma racconto. Poi un’altra ventina di pagine tra ospedale, rapporto con i genitori, ricordo di un amore, quotidianità squallida, sogni pieni di promesse e di altre possibilità. Per finire con lo scontro tra il se della scrittura ed il se della vita, senza saper decidere per quale dei due propendere. Ed una domanda: perché usa come pseudonimo “//327//” che è anche la scrittura che compare nella sacca di plasma in ospedale, ma che l’autore già utilizza prima di essere ferito? Ringrazio comunque gli autori per il loro sforzo, citandoli in nominale ordine alfabetico: Clelia di Cicco, Eduardo Conte, Fako, Maria Laura Rocchetti, Mirella Fasiolo e Renata Comandini. Che ho volutamente mescolato, per evitare di collegarli facilmente ai racconti tramati, così che sarete costretti, piacevolmente, a cercarvi anche voi questo libro. Un ultima confessione, legato al mio amico Fako, motivo per cui parlo di questo libro. Ho letto per primo il tuo racconto, e mi era piaciuto fino ad un certo punto. Poi l’ho riletto dopo aver letto anche gli altri dell’antologia. E si è meglio sedimentato nelle mie corde. Forse è un po’ come il buon vino rosso che ogni tanto ci beviamo: aveva bisogno di essere un po’ ossigenato. Comunque, bravi tutti. E grazie a te, Fako. Dimenticavo: come per la citazione che riporto, un editing migliore avrebbe fatto salire ancora il gradimento finale.
“Sono io, ho l’età mia ma vedo girare automobili vecchie: Fiat 500, 600, 125, una Duphine, una Giulietta spider una Ami 6, un’Anglia Ford e poi una Vespa 50, un Ciao, un motorino Marelli, un Gilera 125, una Lambretta…” (70) [ho riprodotto fedelmente quanto scritto, ed opino: la Renault era Dauphine,, tra spider e una ci va la virgola e il motorino forse era Garelli; l’ho già detto altrove: un po’ di editing…]
Fabio Genovesi “Versilia Rock City” Mondadori euro 10
[A: 05/08/2014– I: 19/05/2015 – T: 21/05/2015] - &&& e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 211; anno 2008]
Un arguto suggerimento venuto da quella piccola fucina di idee, che sembra ora scomparsa, che fu la fanzine “Satisfiction”. Una cosa che si trovava qua e là un po’ per caso, ma che aveva una rubrica che mi rimandava ai tempi mitici della nostra radio (vero Luciano?). Si intitolava: “Recensioni / soddisfatti o rimborsati”, dove se la parole della rivista ti convincevano a comperare il libro, che poi si dimostrava una schifezza, ti rimborsavano il prezzo di copertina. Ora, io ne ho comperati alcuni, e devo dire non sono mai stato deluso. Come in questo caso, con Genovesi, che, tuttavia, aveva anche altri due atout nel suo arco: avevo già letto un bel reportage sulla Versilia, di quelli scritti per la bellissima Contromano di Laterza, dal titolo “Morte dei Marmi” e questo romanzo uscito un paio d’anni fa da Mondadori, aveva visto la luce, come dico sopra, nel 2008 presso Transeuropa, casa editrice legata a Massa . Ed anche qui, insieme a Fabio, siamo in Versilia vista sotto gli occhi da antropologo di chi si domanda come sia possibile una mutazione genetica del toscano della costa, che, docile e compagnone, diventa insopportabile ed odioso al cospetto dei nordici colonizzatori. Ma qui non siamo, tuttavia, nell'analisi, un po’ spietata ma reale, del divenire di Forte dei Marmi, dai villeggianti milanesi ai mafiosi russi. Qui seguiamo le vicende di alcuni sfigati versiliesi che, con la loro stessa vita, ci presentano il degrado della vita lì al Forte. Per cercare di essere obiettivamente crudeli, a volte si ha l’impressione che i piccoli capitoli siano una specie di siparietto teatrale, in cui abbiamo delle scenette, a volte comiche, spesso tragiche, caparbiamente fini a sé stesse. Poi ci pensa la penna di Genovesi a creare un cappello ed una coda, a mettere gli stessi personaggi, ed a rendere il tutto un godibile libro di lettura. I tre eroi eponimi del romanzo sono i due coetanei Mario e Renato nonché lo zio del primo, Nello detto il Botta (e scopriremo anche il perché del soprannome). Si inizia con i due dodicenni che cercano di rubare partite ai videogiochi, rimediando (Renato) una solenne schicchera elettrica che secondo lui da primo della classe lo fa diventare un normale sfigato, guardati di là della strada da Nello, già preso nel vortice di sesso, droga e rock’n’roll della metà degli anni Ottanta. Li ritroviamo poi venti anni dopo. Nello ha passato molti stadi di droga, si è disintossicato in Comunità ed ora “riga dritto”, solo la testa è un po’ fumina, dove insegue il mito delle rock star e, nel suo buco in giardino (che come ex-tossico non lo fanno più entrare in casa) costruisce una zattera per andare a rapinare gli yacht (parole di Nello: “le vecchie professioni non le fa più nessuno, stanno morendo, e secondo me è un peccato. Ci vuole qualcuno che continua a fare il fabbro, il maniscalco, e anche il pirata.”). Mario ha fatto il dj per anni, poi, improvvisamente (ma alla fine ci viene spiegato il perché) sono tre anni che non esce di casa, legato ai suoi computer da cui scarica (non si sa perché) film porno e musica a raffica, senza esserne legato in maniera particolare, ma con degli aneliti di idiozia pura verso una pornostar (Vanessa Sex), che però vede solo in video. Infatti in tre anni che sta chiuso in casa, come dice lui stesso, “l’unica donna vera che ho visto, a parte la mamma e la psicologa, è quella volta che entrarono le zingare a rubare”. E poi c’è Renato, quello dello shock al videogioco, quello che era la star del Carnevale del Forte, ma che dopo lo shock si fa un vestito da Gianni Agnelli (ricordate l’Andreotti di Pif? Uguale), dove non lo caca nessuno e da dove comincia la sua parabola discendente. Tanto che ora fa il raccontatore di viaggi per persone che vogliono andare altrove ma non hanno soldi o coraggio. Queste tre vite in caduta sono, quasi involontariamente catalizzate da Roberta, avvocato rampante ed insoddisfatto, unica donna a circolare nel libro. Donna che in gioventù ebbe una cotta per Nello, che poi per tutti questi anni ha fatto carriera in modo triste ed insoddisfatto. Che rivede Nello, il quale le fa avere orgasmi a ripetizione (avete capito il soprannome?). Cosa che sconvolge la nostra, che vuole abbandonare tutto e tutti, che ricostruisce parte dei venti anni di Nello che lui aveva buttato nel tunnel della droga. E gli restituisce un figlio che lui non sapeva di aver avuto. Poi, come uscendo da un sogno, si rende conto della realtà, e disumana come è sempre stata, esce dalla scena per tornare al suo algido mondo di enoteche, prime a teatro ed altre freddezze. Intanto ha buttato Nello jr. nella mischia, e sarà proprio il bimbo a prendere metaforicamente per mano i tre sbandati (e vi tralascio tutte le peripezie di contorno che sono da leggere per quanto sono tristi e divertenti) per portarli verso un improbabili sbarco in Sardegna. Con alla testa Nello sr., con di lato Renato, sempre più spaventato, ed in coda Mario, che finalmente esce di casa. Speriamo per non tornarci mai più. Il finale è discretamente aperto per lasciar spazio ad eventuali idee che possano passare nel lettore. Intanto noi abbiamo passato in rassegna due grandi ordini di problemi: quello dei versiliesi che per tre mesi all'anno vengono colonizzati, e per nove mesi vivono la loro normale miseria e quello di tre possibili eroi di questa vita, immersi, fino alla gola, nel degrado che ci può stare nella provincia italiana degli ultimi venti anni. Libro amaro, libro divertente, a tratti scorrevole, a volte con qualche invenzione che non gira come vorrebbe. Ma complessivamente un libro che si legge tutto di un fiato, e che ho piacere di aver letto. C’è una bella immagine che poi mi rimane tra tutte, ad un certo punto, un personaggio si chiede da dove dovrebbe cominciare a raccontare una storia (o la sua storia). Ha senso iniziare ad un certo punto? E tutto quello che viene prima? Non è arbitrario, ad esempio, iniziare a parlare di Mario d quando sta chiuso in casa. E tutto quello che c’era prima ed intorno? E non è un problema di filologia letteraria, che ce ne ritroveremo a parlare, magari più apertamente, in un saggio di storia che sto leggendo in questi giorni ed a cui rimando la palla (1914 di Luciano Canfora, per essere precisi).
Si diceva della Valdarno, della partecipazione mia per la prima volta ad un raduno di avventurieri. Ne sono rimasto colpito nel bene delle tante voglie di fare e nel male delle tante goliardate a volte un po’ fini a se stesse. Ma anche con delle riflessioni che vedremo se matureranno. Come dovrà maturare la sfiga che “bersaglio di guai era e centro” (e vediamo se qualcuno mi sa riconoscere questa citazione), per fare si che si raddrizzino un po’ le prossime giornate.