domenica 3 aprile 2016

Corriere Noir, ultimo atto - 03 aprile 2016

E dopo mesi e mesi di lettura, eccoci arrivati agli ultimi quattro libri della lunghissima collana dedicata al neo italiano da parte del Corriere. Una buona collana, illuminata dall’iniziale saga di Scerbanenco, e rischiarata qua e là da alcuni interessanti romanzi. Qui siamo su di un buon livello, con uno spaccato interessante dell’Italia ai margini, con due ex-poliziotti che ci fanno da guida, ed un editore che non ha paura di sporcarsi le mani con romanzi di genere. Peccato che l’unica donna sia al di sotto delle attese, anche se della Bucciarelli avevo già letto, e già allora non mi aveva convinto. Meglio Polillo, meglio Giuttari, e meglio anche al non più Manganelli.
Marco Polillo “Testimone invisibile” Corriere della Sera 21 euro 6,90
[A: 05/04/2014 – I: 03/08/2015 – T: 05/08/2015] – &&& ––       
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 395; anno 1997-2010]
Marco Polillo è di sicuro un nome importante nel mondo dell’editoria. Ne ha percorso vari rami, mantenendo un sicuro timone verso i propri interessi, ed approdando al fine, una ventina d’anni fa, anche alla casa editrice che porta il suo nome. E nelle more, ha scritto e scrive, utilizzando il poliziesco come veicolo di una sua visione sul mondo. Questo è il primo libro che ne leggo, ma non nego che qualche altro potrà entrare nella mia vasta raccolta, cercando di capire meglio la figura di questo commissario, Enea Zottìa, presente in questa storia anche se non come fulcro principale. Una storia, che come vedete dalle date, dopo essere stata scritta quasi venti anni fa, è stata ripresa dall'autore, e rimpinguata, e meglio presentata, in questa forma. Che però, come spesso accade ed ho rimarcato in molte uscite di questa pur benemerita collana, risulta infarcita di troppi avvenimenti. Così che, purtroppo, nel corso delle indagini, qualcosa scivola via. O rimane ingarbugliata. Ma non si può cucinare un arrosto sontuoso senza rischiare di bruciarne qualche angolo. E qui, di angoli, ce ne sono tanti, che alla fine, nel solco ben designato da Van Dine nel 1929, Polillo non può che fare un riesame quasi completo delle vicende. Ed a pagina 377 abbiamo un lungo excursus che, per chi si sia perso nel frattempo, riesce a mettere (quasi) tutti i puntini sulle i mancanti. In realtà, due sono i filoni principali che si intrecciano. Ma questi due filoni sono pieni di personaggi che fanno tante cose nei dieci giorni in cui si sviluppa l’azione, che ci vorrebbe quasi una ulteriore sinossi finale per capire meglio chi sia chi e chi ha fatto cosa. Ma rimaniamo ai due filoni. Da un lato c’è una truffa ben organizzata dall'avocato Castelli, specialista in fisco, che, facendo credere al suo cliente di salvarlo dalle grinfie della tributaria, lo sta imbrigliando per depredarlo di tutti i suoi averi. Gli fa mettere tutte le proprietà in una finanziaria lussemburghese, convince la moglie Camilla a fare la cascamorta con la preda. Fino alla scena madre, in cui l’ignaro intesta tutto a Camilla, con l’idea che questa divorzi dal marito e fugga con lui. Un’idea che a Camilla non passa neanche per l’anticamera del cervello. Sia perché non ama da tempo il marito, sia perché non ha mai amato il pollo, sia perché si sta innamorando di un terzo personaggio (vi dicevo che Polillo incasina il tutto, intrecciando le vicende). Di questa truffa ne viene a sapere il losco avvocato Stari, che pensa di inserirsi nel gioco, ricattando Castelli. Per il suo sporco gioco, Stari vuole servirsi del ragionier De Norri, impiegato del fisco, dandogli mezzo indizio della truffa in modo talmente astruso che De Norri non se ne accorge. Per poi telefonargli nottetempo e spiegargli il resto. Peccato che nel corso di questa telefonata, qualcuno lo uccide. Le indagini di Enea e compagni si muovono al buio, e poi si infilano nel solco della truffa. Ma la realtà è di tutta diversa natura. Il truffato si chiama Marcello, ma il ragioniere, anche se non se ne accorge subito, ha sentito un nome diverso al telefono. C’è una strana cassetta con dei dettagli della vicenda recapitata al giudice delle indagini, che però viene fatto fuori con la stessa arma che ha ucciso Stari. E quando De Norri si sente male, e suo cognato viene a curarlo, l’assassino, facendosi passare per poliziotto si precipita a casa del ragioniere ed uccide l’ignaro cognato. Ma questa delle tre uccisioni è tutta l’altra storia, che verrà fuori e ben spiegata solo in quel riassunto che ho citato sopra. Per arrivare al vero colpevole ed alla sua miseranda storia. Polillo, poi, aveva fatto cominciare tutto da una partita di poker a casa di Castelli, dove erano presenti tutti i possibili colpevoli di tutte le vicende: Castelli il truffatore, Marcello il truffato, Stari il losco, il debole dottor Voretti, l’imbranato (ma lo è veramente?) Francesco. E su quella partita, per lunga pezza, l’autore cerca di portarci per sviare la nostra attenzione sulla vera natura della vicenda. Comunque una discreta lettura, se non fosse appunto per tutte quelle persone presenti, per tutte le vicende che si intrecciano e per qualche puntino che si è dimenticato di posarsi sulla sua propria i. Ma una lettura che, seppur con i dovuti meno, è sul livello di una buona sufficienza.
Elisabetta Bucciarelli “Ti voglio credere” Corriere della Sera 27 euro 6,90
[A: 16/05/2014 – I: 23/11/2015 – T: 26/11/2015] – && ––
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 285; anno 2010]
Avevo letto il precedente libro di Elisabetta Bucciarelli (che ha il grande merito di essere un Toro). Anche lì con al centro l’impronunciabile Maria Dolores Vergani. E se ben ricordate avevo espresso molti dubbi sulla resa del libro. Dubbi che non posso che ripresentare qui, e forse farli anche salire di tono. Perché, sebbene l’autrice sappia, da io-onnisciente, cosa voglia dire e fare nel suo romanzo, queste informazioni passano fino ad un certo punto all’io-lettore. Non dico che si debba sempre scrivere alla Sophie Kinsella. Ma neanche che si debba sempre aspirare ad un Joyce in minore. Qui si parla di vicende italiane, si parla di narrare il percorso interiore di una persona (la Vergani appunto), si parla infine di morti e/o forse di omicidi. Ed alla Bucciarelli non farebbe male una bella rilettura di Agatha Christie, per capire poi che al lettore qualche cosa bisogna concedere. Altrimenti finisce come il precedente libro, dove tutto rimane alla fine un po’ vago. E vago rimane qui, spalmato su questi 121 capitoli che ne compongono la trama, che vedete bene sono meno di 2 pagine e mezzo a capitolo. Quindi, spesso, immagini brevi, sensazioni. Che ho trovato slegate, che non avvincono alla fine. Certo si legge, si vorrebbe capire quale sia la verità, o le verità celate nelle vicende. Ma l’autrice non le spiega. O forse io non le ho capite. Sembra appunto che l’idea sia: mettiamo in scena una tranche di vita. Dell’ispettrice Vergani, sospesa dal servizio perché sospettata di omicidio volontario. Del fanatismo religioso che percorre come un brivido momenti di vita, spesso emarginati. Dell’anoressia che colpisce ed uccide. Unico elemento positivo, finalmente sappiamo quanto nel primo romanzo era rimasto non detto: la dottoressa Vergani era stata sospesa dalla professione di psicologa in quanto aveva sottovalutato le confessioni di un paziente, non ne aveva parlato con il suo “livello di controllo” (ogni psicologo ha un altro psicologo che ne controlla le attività), tanto che il paziente aveva ucciso qualcuno. Per rimettersi in carreggiata, Dolly entra in polizia. E risolve brillantemente il caso di alcuni ragazzi abusati in una zona di campagna. Lì, insieme, forse solo per localizzazione, ad uno dei genitori delle vittime, uccide la colpevole del dramma. Lei con una coltellata al ventre, ed il genitore con un colpo di fucile, sostenendo che la pazza stava aggredendo la Vergani, e lui ha sparato per difenderla. Il problema, grosso e che pervade tutto il romanzo, è che Dolly non ricorda, ha un buco nero della fase finale del dramma. E non vuole cedere a giustificazioni pietiste. Vuole la verità. Ed intanto viene sospesa e sottoposta agli arresti domiciliari. Nelle lunghe di Maria Dolores, appare e scompare misteriosamente Angelo, un ragazzo da lei curato quando faceva la psicologa. E, mistero su mistero, prima in provincia di Milano, poi sparse un po’ per l’Italia, appaiono “Tre croci”, come se nascessero tanti Golgota. In ciò s’intreccia anche la vicenda della questura, dove il sostituto della Vergani perde la testa appresso ad una ex-prostituta dell’Est, e viene promosso capo di tutte le indagini, l’ex-aiutante di Dolly, Achille Maria Funi. Questi, un po’ confrontandosi con il suo ex-capo andandola a trovare di notte, un po’ autonomamente, collega le croci alla morte di alcune ragazze anoressiche. Morte voluta (suicidio), provocata, morte quasi assistita. E tutte le ragazze erano in cura nella stessa clinica. Il cui proprietario, prima di essere arrestato, vola benignamente altrove. Ci si avvia ad un finale stanco e, al solito, aperto. Angelo si scopre essere morto da tempo (e non si spiega quindi perché compaia; forse è solo la mente di Dolly che sta andando in pappa). Dolly forse aveva avuto un incontro con un finanziere, ma non si capisce se ha consumato, se il fidanzato lo sappia, se … se… se! Ecco, abbiamo trascorso insieme a loro un pezzo di vita. Alla fine del quale li lasciamo, forse per un nuovo romanzo, in cui qualche altra verità uscirà fuori (visto che l’ispettrice Vergani alla fine decide che ha agito per legittima difesa). O forse li lasciamo e basta, che questa scrittura continua a non convincermi. Tanto che mi domando ancora come sia possibile che questo testo abbia vinto il Premio Scerbanenco, lui che scriveva sempre in modo che il lettore capisse cosa si stava dicendo.
“Si mente per far piacere al prossimo. Per non offenderlo. Perché non sempre è necessario dirsi tutto.” (92)
“Pink Floyd: together we stand, divided we fall.” [Insieme stiamo in piedi, divisi cadiamo.] (155)
Michele Giuttari “Il Basilisco” Corriere della Sera 29 euro 6,90
[A: 03/06/2014 – I: 26/11/2015 – T: 01/12/2015] – &&& –––
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 395; anno 2007]
Siamo quasi giunti alla fine di questa ponderosa collana, ed in questo penultimo romanzo ritrovo l’ex-capo della Squadra Mobile di Firenze, ormai dedicatosi a tempo pieno alla scrittura. Ne lessi quasi dieci anni fa il primo libro, che non molto velatamente, adombrava delitti che “assomigliavano” a quelli del Mostro di Firenze e dei suoi compagni di merende. Delitti sui quali Giuttari aveva indagato a lungo, e per i quali era entrato in un lungo conflitto giudiziario con gli stessi magistrati toscani. Me ne ricordo come un libro decente, ed una scrittura a giusti livelli di sufficienza. Ora anni sono passati, e ritroviamo ancora l’ispettore Ferrara anche lui cresciuto di livello, tanto che, poco prima dell’inizio del libro, insieme all'amica magistrato Anna Giulietti, ha inferto un duro colpo alla mafia siciliana in trasferta verso lidi più “sicuri”, come poteva (ma non è) la Versilia. Da questa premessa, si muove tutto il libro, questo sì ben ponderoso, che ha al suo centro la lotta alla mafia. Ma che non può, per la natura della scrittura e della vita stessa di Giuttari, dimenticarsi come alla Mafia ci si arrivi per connessioni non solo malavitose, ma anche e soprattutto politiche. Assistiamo così, prima allo scoppio di un potente ordigno che quasi uccide il nostro commissario. E mentre lotta per la sopravvivenza, un secondo ordigno manda in aria il magistrato. Si cerca in un primo tempo la pista politica (quando qualcosa scoppia vicino agli Uffizi è il primo pensiero), poi si imbocca il sentiero malavitoso. Pensando che il primo elemento che ha interesse alle stragi sia l’arrestato Salvatore Laprua, ora in quel di Sollicciano. Laprua che aveva cercato di scalzare il grande boss, Antonio Caputo, latitante da decenni. La narrazione spazia tra indagini, commenti in margine, e discussioni tra mafiosi siciliani (in una lingua ben conosciuta dal messinese Giuttari ma che non è quella a noi cara per via di Salvo & compagnia). Vediamo quindi Laprua aver paura di un boss nascente soprannominato “o’ lione”. E vediamo Caputo affidarsi ad una sua creatura, che non conosciamo ma che sappiamo essere introdotta in alti ambienti romani, detta “il basilisco”. Ferrara cerca di seguire filo dopo filo gli elementi probanti, ma tutte le persone che riesce a capire siano collegate alle stragi, una dopo l’altra, muoiono di morte violenta. Così come muore in carcere anche Laprua. Nelle indagini, entra di soppiatto anche la Digos (si pensava ad ambienti islamici) con il capitano Sermenti, ex-carabiniere, che con le sue indagini scopre altre pezzetti di verità, entrando in contrasto con le gerarchie romane. Per questo tornerà a Firenze, ai caramba, ed all'amore che vi aveva lasciato. Anche Caputo cade in trappola, e viene arrestato a fronte di una soffiata. Il tutto sembra concentrarsi in un mega traffico di scambio tra droga afgana, armi statunitensi e soldi nostrani. Con un mega trappolona che sembra essere organizzato dalla Digos, che i carabinieri seguono senza capirci nulla (beh, sono carabinieri). Il solo Ferrara si muove sul terreno con i piedi giusti. Ed avendo in testa quello che noi sospettavamo da molto. Il leone ed il basilisco non sono che due facce della stessa medaglia. Un solo manovratore che cerca di prendere il comando di tutto, nascondendosi, camuffandosi, facendo forse altro. Alla fine, Ferrara sgomina il groviglio, vendicando l’amica Anna. E rivelandoci il vero volto del basilisco. Ma la narrazione è stanca, piegata com'è alla ricerca di una lettura a chiave. Non è certo Giuttari che deve insegnarci che ci sono connubi tra Mafia e politica, tra malavita e servizi segreti. Ci si aspettava qualcosa di meglio da una persona che quei meccanismi (forse) ha ben visto funzionare e dal di dentro. Insomma, forse è meglio un ex poliziotto alla Gianni Simoni che magari vola più basso, ma a volte coglie aspetti quotidiani più “reali” di questa realtà che spesso sembra più una fiction da Canale 5. Premiamo comunque lo sforzo, e la facilità con cui si riescono a riempire quasi 400 pagine.
Antonio Manganelli “Il sangue non sbaglia” Corriere della Sera 30 euro 6,90
[A: 07/06/2014 – I: 02/12/2015 – T: 03/12/2015] – &&& ––       
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 269; anno 2013]
Ed eccoci giunti all'ultimo volume dell'infinta saga de “Il giallo italiano” del Corriere della Sera. Cominciata tanto tempo fa con una raffica di Scerbanenco, e poi proseguita, con alti e bassi, attraverso tanti autori italiani. Anche quest’ultimo è dedicato, come il precedente, ad un ex-poliziotto. Anche eccellente, e purtroppo, che per un male incurabile ci ha lasciato pochi anni or sono. Nel corso della degenza all'oncologico di Houston, Manganelli butta giù uno scritto, metà poliziesco e metà “memoir”, anche se un autobiografico trasposto nel tempo e nello spazio, per farne coincidere tratti salienti con il protagonista di questo romanzo, l’ispettore Gian Giacomo Galasso, detto Giovà da amici e parenti. E questo duplice binario fa andare un po’ su e giù anche il giudizio sul libro stesso. Che la parte più strettamente “poliziesca” non riesce mai a prendere, anche se ha un bel sussulto nel finale. Prende di più e fa riflettere la parte dedicata ai ricordi, con subito ed in primo piano l’amore che Manganelli ha per la sua professione, e per le persone che vi si dedicano con lo spirito alto come lui vi si dedicò (e con lui tanti altri, che en passant si colgono, con in prima fila, sempre e comunque, Falcone e Borsellino). Quindi, mentre il nostro Giovà cerca di scoprire chi possa essere l’assassino della baronessa Anna De Caprariis, passano in controluce anni ed episodi della vita di un poliziotto. La lotta a Palermo contro la Mafia. L’attentato che convince Giovà a ricollocarsi a Roma. Le mille piccole vicende che da capo della Squadra Omicidi nella Capitale inanella nel corso degli anni (rapporti con malavitosi che si muovono sul filo del rasoio tra luci ed ombre, spesso più miseri che colpevoli, barboni eccellenti, inchieste serrate). E mentre seguiamo le indagini, Manganelli ha modo anche di illustrare il funzionamento di una macchina che non è quella dorata e luccicante dei vari CSI, NCIS, Body of Proof e via elencando le serie di FoxCrime. È una macchina che necessita sì intuito, ma anche scartoffie. Che deve avere avalli dal procuratore di turno, sperando sia in sintonia con chi gestisce le indagini. Che si deve rapportare comunque al questore ed alla trafila burocratica sempre presente. E nella descrizione della sua squadra, Giovà-Manganelli infila due perle: il suo vice Bruno, attento a controbattere le sue pensate con il filo dell’ironia, e che con questo riesce ad essere di spinta verso i veri obiettivi, ed il sottoposto Alfredo, mite, buono, attento, e che per una distrazione finisce spanzato da un criminale di mezzatacca, lasciando l’amaro in bocca a noi ed a Giovà. Questa, come detto, la parte migliore. Poi c’è l’indagine, nel mondo dei benestanti, dediti a settimanali serate di bridge (questa mi sa che la so…). Dove l’indagine si restringe ben presto al “fuori di testa” Bernini, all'oncologo Lombardi, al nipote omosessuale Luchino ed al suo uomo Vincenzo. Il primo ossessionato dalla madre che, seppur morta, lui continua ad omaggiare come se fosse sempre in casa. Il secondo, tempo prima anche amante dell’ancor piacente Anna, ma da questa lasciato una volta scoperta una sua perversione nell'andare a sfruculiare coppiette che si appartano. Gli ultimi in cerca di denaro per aprire un commercio di restauratori di mobili antichi, anche se la zia non potrà lasciar molto in eredità. Nel corso delle indagini abbiamo punti che ogni volta fanno pendere l’ago accusatorio verso l’uno o l’altro. Quando Bernini si apparta con loschi figuri forse usurai. Quando si scopre il furto di una preziosissima collana della morta. Quando si scopre un’altra relazione del Lombardi con tal Laura, inopinatamente suicidatasi tempo prima. Tutti episodi che daranno modo a Manganelli anche di illustrare le modalità di indagine, gli interrogatori, l’uso degli informatori. Anche perché, di passaggio, Giovà ricorda una sua storia giovanile con la suddetta Laura. E tempestando un buon farmacista ed una signora romena, riesce ad incastrare Lombardi per la morte di Laura. E ritrovando la collana, e debellandone la ricerca di denaro facile, riesce ad incastrare, per la morte di Anna … Questo però non lo dico, leggetene pure. Come va letto il bel rapporto d’amore tra Giovà e la moglie Sabina, sempre pronta a sostenerlo in tutte le sue attività. E si sente l’amore dell’autore per la sua famiglia, neanche tanto in trasparenza. Insomma, un buon libro sulla vita di questura, un romanzo sbilenco come attrattiva verso la risoluzione di un caso giudiziario. E pur tuttavia, una discreta chiusura di una collana, ben partita a suo tempo, ed un po’ sperdutasi nel corso delle uscite.
“No, grazie, capo, non fumo mai al mattino.” (165)
Siamo ad aprile, senza pesci e senza (troppi) arieti, ed allora eccovi i miei libri di gennaio. Non tantissimi (grazie al viaggio cubano), ma neanche pochissimi. Certo, un inizio di anno in minore, con molti libri sotto media, fortunatamente “illuminati” dal buon libro di Romagnoli (“Solo bagaglio a mano”, un titolo, un programma!).

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Riccardo Bellandi
Lo spettro greco
Youcanprint
s.p.
2
2
David Benioff
La città dei ladri
Beat
9
3
3
‘Ala Al-Aswani
Chicago
Feltrinelli
9
2
4
Andrea Vitali
Di Ilde ce n’è una sola
Garzanti
9,90
2
5
Wilbur Smith
Il settimo papiro
TEA
6,90
2
6
Krishnananda & Amana
Fiducia e sfiducia
Feltrinelli
s.p.
2
7
Anne Perry
Tradimento a Lisson Grove
Mondadori
4,90
2
8
Gabriele Romagnoli
Solo bagaglio a mano
Feltrinelli
s.p.
4
9
Pieter Aspe
Sangue Blu
Fazi Editore
10
3
10
Agatha Christie
Assassinio allo specchio
Corriere della Sera
6,90
2
11
Agatha Christie
Sfida a Poirot
Corriere della Sera
6,90
2
12
Jean-Yves Ferri & Didier Conrad
Asterix e il Papiro di Cesare
Mondadori
12,90
3
13
Agatha Christie
Sono un’assassina?
Corriere della Sera
6,90
2

E mi sa che fino a giugno sarò qui a tormentarvi con le mie letture e con le mie lamentazioni viaggianti. Non stancatevene, che dopo ogni inverno c’è sempre un’estate. Per fortuna avremo una settimana illuminata da una riunione cubana.

lunedì 28 marzo 2016

Liguria, psicanalisi e gialli - 28 marzo 2016

Inusualmente, dato il giorno festivo, comincio augurando a tutti una buona Pasqua, che era ieri, ma i miei amici gradiranno comunque i miei auguri.
Già altre volte avevo commentato il connubio tra Liguria e psicoanalisi, in relazione alle lunghe letture (anche se di corti scritti) da me dedicate a Lorenzo Licalzi. Qui, aggiungiamo un addendo alla somma, dato che il bravo bruno Morchio oltre che ligure (ed in particolare genovese) e psicanalista, scrive dei gialli di buon respiro, imperniati sulla figura di Giovanbattista “Bacci” Pagano, un investigatore radicato nella Genova dei carruggi. Un buon personaggio, certo con alti e bassi, ma sempre con un occhio di riguardo vicino alla sufficienza letteraria. Sicuramente per i primi due, un pochino meno, ma sempre di gradevole lettura, gli altri.
Bruno Morchio “Maccaia” Sole 24 ore – Noir Italia 33 euro 6,90
[A: 25/02/2014– I: 27/05/2015 – T: 29/05/2015] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 231; anno 2004]
Come dissi tramando il primo libro dedicato all'investigatore Bacci Pagano, pur non convincendomi del tutto, pensavo che ne avrei riletto. E guarda caso, lo stesso Sole 24 ore, sempre nella collana Noir, pubblica la seconda storia di Bacci. Quindi se ne legge per dover di collana, e, come immaginavo, la storia, la scrittura e tutto il resto diventano più corposi ed interessanti. Non che Morchio diventi all'improvviso un maestro di prima grandezza. Ma risale abbondantemente e con agile passo i piccoli avvallamenti cui era cascato nel primo libro. Intanto, pur sembrando difficile, riesce a ricucire la partenza. Dicevo, per come si era concluso il primo romanzo, che si doveva trovare qualche nuova idea. E così è. Anche se rimangono in ombra i misteri sollevati nel primo libro sulla parte così detta “da Servizi Segreti”, Bacci ha un buon avvocato (donna) alle spalle che lo tira fuori dai guai, gli fa avere la licenza, e lo rimette in pista. In secondo luogo, pur non nascondendo idee e sentimenti dei protagonisti, non si cade nella “propaganda” di bassa forza, lasciando vedere bene, anche se in controluce, cosa si pensa di molte cose (l’Italia, l’immigrazione, la politica, l’economia). Ma la trama non ne è appesantita. Entriamo meglio anche nel personaggio “Bacci Pagano”, incontrando la ex-moglie (che non ci sta molto simpatica), cercando di capire se Bacci riuscirà a vedere la figlia Aglaja (e per capirne il nome, basta che qualcuno rilegga “L’idiota” di Dostoevskij), entrando nel suo ménage di persona solitaria (non sola) dove c’è un rapporto di mutua comprensione con la donna che lo aiuta per le faccende di casa, la nubiana Zenab, ed il di lei figlio Essam, assistendo al ritorno sulla piazza della psicologa Mara dalla quale si erano lasciati tre anni prima (“perché tu, Bacci, sei un analfabeta dei sentimenti”), e chiosando con l’unico elemento di vera continuità, il rapporto di amicizia e mutua collaborazione con l’ispettore Pertusiello, per facilità comunque chiamato sempre con il nome, Totò. Ed ovviamente rimangono il vino, e la musica, o più che la musica, Mozart. Ed il secondo protagonista di tutte le storie, la città di Genova, con i suoi carruggi (come nel primo libro), con le sue piazze e le sue vie, e con Paolo Conte che ne canta (come dal titolo che oltre a rimandare al tempo umido di scirocco, riporta ai versi di “Genova per noi” del cantante piemontese). Detti questi contorni, la storia è linearmente complicata. abbiamo un anziano signore, sbranato al collo da un lupo. Signore di una settantina di anni, in realtà usuraio, e con sposa giovane e panamense. Per inciso bella, tal che sia Bacci che Totò ne rimangono colpiti. E per di più fedifraga consensuale, che ha una storia con l’autista cileno. Che guarda caso ha un allevamento di cani in provincia. Signore che aveva anche fatto una assicurazione sulla vita ben onerosa due anni prima, sotto le minacce di un fantomatico rumeno. Bacci viene ingaggiato dall'assicurazione che non vuole pagare il premio. Bacci che si convince, ad istinto, che la soluzione non vada cercata verso la bella. Pian pianino, aiutato anche (ma con molto spavento da parte di Zenab) dal giovane Essam, e da varie circostanze fortuite, ricostruisce molti retroscena. Compare una figlia illegittima del morto. Morto che spendeva soldi a profusione ai casinò. Compare il rumeno, che non è altro che un fantomatico fidanzato della figlia. Compare dietro a tutti l’assicuratore che, unico, sapeva molto più di quanto si immaginava. E che stava cercando di imbrogliare i soci della ditta per salvarsi da una imminente bancarotta. Alla fine, come non succedeva nel primo libro, tutti i nodi vengono sciolti. Si sanno colpevoli e mandanti e tutto il resto. Finendo con una bella e prospettica cena a tre, con Bacci, Mara ed Essam. Ripeto, i sentimenti e le idee di Morchio traspaiono comunque ma sono ben congeniali alla trama stessa, riappacificandomi con uno scrittore che se ne leggera di nuovo.
Bruno Morchio “Crêuza degli ulivi” Corriere della Sera 25 euro 6,90
[A: 05/05/2014– I: 03/10/2015 – T: 05/10/2015] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 357; anno 2005]
Siamo così giunti al terzo episodio delle storie di Giovanbattista Pagano detto Bacci, laureato in lettere, ex rivoltoso degli anni Settanta con malaugurato strascico giudiziario (involontario per altro), ora e sempre di più investigatore privato e genovese. Con la seconda connotazione importante anche più del resto. Genovese e, come dice la sua futura ex Mara, “analfabeta dei sentimenti”. Non è un caso che il sottotitolo originale del libro, uscito per gli interessanti tipografi semi-artigiani della Fratelli Frilli editore, era “Le donne di Bacci Pagano”. Qui, rispetto alla stretta cronologia delle storie, Morchio si sposta un po’ indietro, posizionandosi nell'agosto del 2001, subito dopo le storie del G8 di Genova (e bisognerebbe fare due lavori filologici: paragonare il clima di Pagano con quello di Erica Franzoni della Fassio nel recente “L’oro di Sarah” e quello di ricostruire un po’ la “storia di Bacci”) e lasciandoci un po’ spaesati sui rapporti amorosi del nostro. Che qui, dopo una furibonda lite, sembra lasciarsi definitivamente con la sua fidanzata storica, la psicologa Mara Sabelli. Mentre nel precedente Maccaia sembra che vi sia un ritorno di fiamma. Qui il nome tutelare della casa, la nubiana Zenab, è in visita ai parenti africani, nel precedente / successivo ha un suo ruolo ben definito. Qui, intanto, il nostro ha una vigorosa storia di sesso e di amicizia, non di amore purtroppo, con la bella Valeria, dove un po’ si consolano insieme, un po’ si dilaniano per quella incapacità (forse troppo legata al lavoro di psicoterapeuta di Morchio) di introspettarsi nei sentimenti del suo animo che Pagano palesa sempre di più. E come dice il titolo, altre donne la fanno da padrone nell'andamento del libro. Linda, amica storica di Mara, mai troppo simpatica a Bacci, che viene trovata annegata in casa, e dove si scopre avesse una rovente storia d’amore con il chirurgo Amidei. Eleonora, la bella moglie di Amidei, che ingaggia Pagano per scoprire se il marito la tradisce, e, scopertolo tragicamente con la morte di Linda, re-ingaggiare Pagano per trovare le prove dell’innocenza del marito. Nelle more (e questo noi che non siamo analfabeti come Bacci lo avevamo capito da subito), Valeria si consola con Bacci proprio perché uscita da poco tempo (meno di un anno sembra) da una torbida storia di sesso sempre con il “buon” Amidei. Che appunto non è affatto buono, che in quel di Milano intrallazzava con le cliniche private, e che, quasi raggiunto dai magistrati (“rossi” ovviamente) ripara a Genova per rifarsi una verginità. Tampinato però dai soci milanesi, che lo controllano affinché non faccia stupidaggini. Utilizzando in questo il malavitoso Maurice Carta, detto lo Svizzero (ancora notizie dai Cantoni, eh…). Ma lo Svizzero, controllando il chirurgo, fa una strana scoperta. Il padre di Linda, il super-ricco Beltrami, che aveva cacciato per motivi oscuramenti incasinati lei ed il fratello da casa, diseredandoli del suo cospicuo patrimonio, dove venti anni di totale assenza dalla loro vita, ora che si avvicina o sente avvicinarsi la fine, cerca di riavvicinarsi a Linda. Magari reintroducendola nell'asse ereditario, a scapito del figlio di primo letto, il triste ed oscuro Roberto. Cosa fa allora lo Svizzero? Da buon killer prezzolato si offre a Roberto per far fuori i suoi due fratellastri e lasciarlo solo ed erede unico. Non sappiamo, non se ne hanno le prove giudiziarie (solo quelle morali, ma con quelle non si va in prigione), se Roberto accetti. Fatto sta che Linda muore. Che Carlo, il fratello, sfugge ad un primo attentato. E nel corso del secondo, viene ucciso provvidenzialmente dal nostro Bacci. Questa la storia, ma non si va avanti per quasi 400 pagine solo con queste righe. Che si intrecciano, appunto, le storie d’amore e di pentimento di Bacci, le cene e le discussioni tra Pagano ed il suo amico vice questore Totò Pertusiello (mitica quella di cozze e lampughe, innaffiata da uno chablis gelato), il mai sopito rapporto tra Bacci e la figlia Aglaja (quella che non lo vuole vedere), le passeggiate per i carruggi, poi per le crêuze, che sempre ci rimandano ai suoni immortali di De André, alle poesie d’amore dei poeti spagnoli tanto amati da Linda, e non solo il molto citato Lorca, ma anche e soprattutto il meno noto (al volgo) Jimenez che tuttavia un Nobel della letteratura lo prese, nel 1956. Insomma, tanta carne al fuoco, e purtroppo non ancora uno splendido volo in alto, che la fine dei libri di Morchio lascia sempre un po’ in sospeso la parte giudiziaria delle vicende. Come detto, non quella morale, ma in un giallo ci vogliono entrambi. O ci vuole una spiegazione perché ne manchi una. Certo, Morchio avrebbe facilità nel dire che in Italia le cose vanno più come le descrive e la lascia sospese lui. Ma noi si spera in un cambiamento, sempre e comunque. Infine, qualche pagina di libricino in meno, che l’ambientazione post-G8 non aggiunge nulla al libro, se non una sua connotazione temporale. E forse la dedica, che condividiamo sia a Manolo Vazquez Montalban sia ad Aldo Tarascio.
“- Sono un analfabeta dei sentimenti. – Cosa vuol dire? – Che non so leggere i miei sentimenti. Non li capisco. Mi sfuggono. E faccio anche fatica con quelli degli altri.” (148)
“Sono troppo vecchio per fare progetti.” (258)
“Se proprio non riesce a stare insieme, la gente dovrebbe almeno imparare a lasciarsi bene.” (327)
Bruno Morchio “Con la morte non si tratta” Garzanti euro 4,90
[A: 02/10/2014– I: 20/12/2015 – T: 24/12/2015] - &&&---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 297; anno 2006]
La terza prova di Morchio con il suo investigatore privato Giovanni Battista “Bacci” Pagano è sicuramente meno riuscita delle precedenti, che mi avevano convinto a seguire la carriera di quest’occhio privato genovese, letterato, ex-carcerato per fatti di terrorismo mai provati. Ed anche se la storia mostra un grande amore per la Sardegna (seconda terra di molti genovesi), a me mancano Genova, le sue “crêuze” e i suoi “carruggi”. Sicuramente è anche un libro “di passaggio”, che serve all'autore per approfondire il suo personaggio ed i suoi contorni (gli amici, le donne, la figlia). Meno coinvolgente e meno riuscita la parte “poliziesca”, quasi d’ambiente più che di scoperta. Molto anche condizionata dalla collocazione sarda di tutta la parte nodale della vicenda. Sardi i luoghi, sardi ed oscuri i personaggi che si muovono e si dovrebbero muovere nella trama. Togliamoci subito questo dente, allora. La storia comincia una decina d’anni prima, rapina ad un furgone porta valori. Dove un bandito rimane ferito e viene arrestato, e coerentemente condannato. Ora Sanna (il bandito) ha paura che il figlio lo voglia vendicare ed ingaggia Bacci per trovarlo prima che faccia sciocchezze. Per questo il nostro si trasferisce nell’Ogliastra, in quel di Tertenia, suo luogo di ritiro, dove vive il suo grande sodale, Virginio Loi, il carceriere che gli ha “salvato la vita” durante i cinque anni di carcere. E lì si ritrova nelle faide locali complicate dalla rapina di cui sopra. Rapina organizzata da Otello Ganci, e realizzata da Puddu, Canu e Sanna. I tre fuggitivi si spartiscono il bottino, facendo comunque recapitare a Sanna in carcere di che mantenere moglie e figlio. In Francia, per motivi oscuri (oscuri a noi lettori e non spiegati da Morchio), Canu uccide Puddu. Per vendetta, Ganci fa fuori Canu, si ritrova con tre quarti del ricco bottino, e, dopo qualche anno di relax francese, durante il quale si sposa con la bella, giovane ed ex-prostituta Martine, ritorna a Tertenia. Qui appunto Pagano sa che non troverà il figlio di Sanna, ma sa che si perpetuerà qualche vendetta. Che la famiglia Canu è pronta a vendicare il suo morto. E Otello è ormai in fin di vita per un tumore. Dopo molte e complicate vicende (poco spiegate purtroppo) incasinate da Martine che vorrebbe mollare Otello e farsi nuova vita con il giovane Vale, tutto avrà un suo compimento. E l’unico che rimane alla fine (e questo ha anche una sua morale) è il buon Sanna carcerato. Ma quello che preme di più a Morchio (dato anche che il nostro è pure psicologo) è indagare sui personaggi, sui loro sentimenti e comportamenti. Abbiamo i rapporti d’amicizia tra Bacci e Virgilio, cementati dal carcere prima e dal lungo sodalizio poi. I rapporti di Bacci con le donne: la continua guerra con l’ex-moglie Carla, lo strano connubio con la psicologa Mara, le puntate verso “nuovi e freschi lidi” come i tentativi di Martine verso di lui (ed i suoi rifiuti). I rapporti genitori – figli, con l’irruzione prepotente sulla scena di Aglaja. Tuttavia, sovente, quello che più preme all'autore meno interessa il lettore. Certo, il rapporto con Virgilio consente di scavare nel passato di Bacci, di farci ripercorrere gli anni giovanili, gli aneliti rivoluzionari, ma anche la correttezza “morale” del personaggio, che rimane coerente con sé stesso, anche nel carcere dove trascorre cinque anni benché innocente. E dove lo salva, appunto, il rapporto con Virgilio, carceriere dal volto umano, che ora, pensionato, lo ospita spesso nella sua Sardegna. Guarda caso, casualità permettendo, proprio nel comprensorio che sarà teatro della vicenda dei banditi sardi sopra descritta. Più dal suo mestiere di psicologo poi, Morchio ricava i rapporti tra Bacci e la ex-moglie, tirando fuori tutta quella serie di comportamenti che divorziati senza pace riescono a tirarsi addosso per anni ed anni. Soprattutto laddove ci siano figli di mezzo. Come in questo caso. Con Clara che diventa iperprotettiva nei confronti della figlia, tanto da soffocarne ogni anelito. Con Aglaja che vede il padre come anelito di libertà. E con Bacci che non sa come comportarsi. Sarebbe inutile dirgli, caro Bacci, comportati come sei, cioè non essere diverso da te stesso. Lo sei con le donne, siilo anche con tua figlia. Ma non è facile, lo capisco, comportarsi coerentemente con la propria personalità, quando pensi che un tuo sbaglio possa far precipitare le cose, e precipitarle tanto che per altri dieci anni rischi di non vedere più tua figlia. Lateralmente commentiamo che è apprezzabile (ed immaginiamo non facile) che Bacci resista al fascino malsano di Martine, riuscendo (anche se solo sul filo di lana) a non andarci a letto. Sarebbe stata una caduta di tono ingiustificabile. Come avete capito, la parte dei rapporti umani è quella che mi ha interessato di più, che probabilmente continuerò a seguire sulle tracce di Bacci. Sperando che anche il contorno migliori. In particolare se, come spero, si tornerà in Liguria ed a Genova, si ritroverà il commissario Pertusiello che qui c’è un po’ mancato, e si continuerà ad ascoltare CD di Mozart.
“La lettura è sempre stata la migliore medicina del mio malumore e del mio nervosismo.” (220)
Bruno Morchio “Le cose che non ti ho detto” Garzanti euro 9,90
[A: 02/10/2014– I: 01/03/2016 – T: 03/03/2016] - &&&----
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 278; anno 2007]
Quinto capitolo delle storie di Giovan Battista “Bacci” Pagano. Dove, come speravo, si torna ad intrecciare discretamente intorno ai sentimenti ed alla psiche. Ma dove il contorno che si usa definire “giallo” è ancora in minore, e se vogliamo anche un po’ rimasticato da un altrove ben riconoscibile. Morchio mi è ormai familiare, ma ricordo, a chi fosse sfuggito, che nasce psicologo e psicoterapeuta. Insomma, un altro dottore prestato alla letteratura, come Andrea Vitali o, meglio, come Lorenzo Licalzi. In questo romanzo, poi, il lato psicologia esce fuori, prepotentemente, sia perché uno dei personaggi centrali è proprio uno psicologo, sia perché le problematiche presentate nascono proprio dall'ambito lavorativo. Rapporto terapeuta e paziente, innanzi tutto, ma anche tra terapia e mondo esterno, e, non ultimo, tra il terapeuta e la propria professione. Cosa succede se il terapeuta viene a conoscenza di situazione potenzialmente fuori dall'ordine costituito? Come si sente e si pone il terapeuta? Cosa succede se il terapeuta si innamora di una paziente? Si tratta di transfer inverso? E se poi la sposa? Tutte domande che credo Morchio, come ogni bravo psicologo, si sia fatto, e che, forse proprio per la difficoltà (o impossibilità) di dare una risposta chiara, cerca di adombrare nel corso del romanzo. Quasi sentisse il bisogno di una esternazione, per coinvolgere noi, poveri lettori, nei suoi pensieri e nei suoi panegirici mentali. Il tutto complicato da un intreccio mortale di situazioni incrociate. Vent'anni prima dello svolgere delle azioni attuali, Bacci indaga sulla morte in Thailandia di Andrea, un ragazzo, casualmente in analisi con il dottor Ingroia. Bacci tenta di aver un aiuto dal dottore, senza successo. Poi tenta di risolvere le modalità della morte stessa recandosi a Bangkok, luogo del delitto. Da qui in poi, l’autore alterna passato e presente, per arrivare ad una soluzione complessa non di un caso, ma della vita dei personaggi. Qui, mi fermo un attimo, e riprendo quell'accenno di critica iniziale. Sin dalle prime battute tailandesi, ho pensato ad un altro grande giallo ambientato in Oriente, “Gli uccelli di Bangkok” del grande Manolo, in cui il mitico Pepe è coinvolto nell’auto-risoluzione di un caso. Un caso che ha molti punti in contatto con quello qui presentato (italiani all'estero, mafie e diamanti, polizia corrotta, ed altro). Un caso intrecciato anche con un omicidio in Barcellona in ambiente non carvalheschi, quel mondo radical-lesbo-chic che il nostro Pepe conosce bene, conoscendo tutti i sottoboschi barcellonesi. Se avete pazienza, andate a rileggerlo, anche se non è uno dei libri più riusciti di Vazquez Montalban. Certo Morchio risolve l’intreccio in maniera diversa e direi brillante (anche se comprensibile ben presto a noi attenti lettori onnivori). Inoltre, con onestà, tributa un omaggio a Pepe esplicito ed implicito (che non vi svelo). Tornando a Bacci, si diceva delle situazioni incrociate. Che ora, nel presente, Ingroia tenta più volte di togliersi di mezzo (con alcool tanto ed anche con una pistola) ed a Bacci si chiede un aiuto. E chi lo chiede se non la sua ex Mara, psicologa anch'essa, che tra l’altro ha proprio Ingroia come supervisore psicoanalitico? Bacci si cala quindi nel presente di Ingroia, che ha appunto sposato una sua paziente, Carolina, che oscilla tra uomini e donne senza sapersi decidere. Bacci è pur sempre un investigatore, quindi guarda, chiede, collega. Unisce Carolina ad Andrea, ricordandone le tracce tailandesi. Svela casualmente il passato di adozione di Carolina. Associa la morte di Andrea per mano di un italiano trafficante in diamanti con la morte dello stesso. Segue le tracce del losco figuro a ritroso, trovando alla fine IL (scusate la maiuscola, ma ci vuole) filo rosso che congiunge Andrea, Carolina, Ingroia, il suicidio della madre naturale di Carolina, una improvvisa ricchezza e la morte del trafficante. Una risoluzione cui dà una mano la lettura di Proust (ricordiamo che Bacci, in carcere, si laurea in Lettere) e che avanza sulle note di un andante di Mozart. Ci sono ruscelli che portano acqua al mulino della soluzione, ma che vi lascio la gioia di scoprire. Io cerco di chiudere sulle note positive dell’altro versante del nostro Bacci, il personale. Quello dei suoi rapporti con la figlia Aglaja, e con le sue donne, Mara in prima linea. Tutto convergente verso una bella festa di 18 anni della figlia, cui partecipano gli amici sardi del romanzo precedente, la sua colf (e qualcosa in più) Zenab con il figlio Essam, Mara, il commissario Totò con moglie. Festa verso la quale Bacci si proietta con un dono di Ingroia, anzi delle parole di Ingroia, convincendosi ad affrontare i suoi problemi come problemi e non, al solito, come qualcosa da sempre derivato dai cinque anni di prigione. Al fine, un romanzo dignitoso per la parte psicoanalitica, discreto per la trama generale, un po’ moscio sul versante poliziesco. Un autore, quindi, da tenere comunque sotto controllo. Ne vale la pena (almeno fino ad ora).
“Gli psicoanalisti dovrebbero conoscere l’inconscio come le proprie tasche … E invece no. Non sanno un cazzo, come chiunque altro. Messe da parte due o tre teorie e qualche accorgimento tecnico, tutto ciò che rimane è quello che sentono in fondo all'anima. È così che curano i pazienti. Sono restii ad ammetterlo, perché questo farebbe crollare il baraccone.” (47)
Avendovi già inviato in testa di trama i miei auguri, continuo il mio andare alla ricerca di andare. Non ci sono molte mete e molti spazi, tra carenza di soldi da spendere in viaggi ed una sempre più ristretta cerchia di mete, data la guerra ormai in atto su molti (troppi) fronti. 

domenica 20 marzo 2016

Traveller’s Trip - 20 marzo 2016

Come dire che noi viaggiatori entriamo in fibrillazione quando si parla di viaggi, quando si fanno i viaggi e quando si torna dai viaggi. Qui abbiamo un bel campionario di un libro comprato a Tallinn per festeggiare un interessante viaggio baltico (ed è stato un libro un po’ deludente) ed un libro comprato a Mumbai per un coinvolgente viaggio indiano (stesso risultato). Invece gli altri due, oh che bellezza! Brokken ci porta a spasso per i Paesi Baltici così come Magris per il Danubio. Due libri belli e imperdibili.
Sofi Oksanen “When the Doves disappeared” Atlantic Books euro 9,79
[A: 19/08/2015– I: 21/08/2015 – T: 29/08/2015] - && e ¾  
[tit. or.: Kun Kyyhkyset katosivat; ling. or.: finlandese; pagine: 296; anno 2012]
Sulla fine dell’estivo viaggio baltico, alla ricerca di un possibile libro che prolungasse il viaggio sulla carta, in una bella libreria di Tallinn, mi imbatto nel nome di questa scrittrice di cui avevo letto qualche riga sulla Lonely Planet. Vedendo inoltre che è un romanzo ambientato, principalmente anche se non esclusivamente, negli anni ’40, decido che possa proporsi come libro di/da/sul viaggio. Intanto, approfondisco la conoscenza con l’autrice, che scopro essere finlandese (ed infatti in finnico scrive) ma di origini estoni. Così che anche questo è un elemento che ben suggella un viaggio terminato nella sempre a me cara capitale del Nord. Ed è anche un’autrice che ha scritto altro sui periodi staliniani in Estonia (da dove fuggirono un dì i suoi genitori), con due libri di cui riporto i titoli, non sapendo se siano editi in Italia, “La Purga”, il suo più premiato, e “Le vacche di Stalin”. Vi dico invece che questo, con il titolo corretto di “Quando i colombi scomparvero” è uscito qualche anno fa da Feltrinelli. Venendo al libro, tuttavia, mi aspettavo qualcosa di meglio, anche se ha sicuramente fatto nascere, come vedremo, curiosità ed approfondimenti. È un libro che si sviluppa in due narrazioni parallele ed alternate, tra l’Estonia del periodo ’40-’44 e l’Estonia del ’62-’66. Diviso in sei parti, tre durante la Seconda Guerra Mondiale e tre durante il periodo “sovietico” duro dell’Estonia. Gli elementi portanti della narrazione sono tre, anche se potrebbero essere quattro. Ci sono i due cugini, Roland ed Edgar, e la moglie di quest’ultimo, Juudit. Negli anni quaranta, i due cugini fuggono in Finlandia per addestrarsi alle armi, e poi tornare in Patria per combattere l’invasione dell’Armata Rossa. Un’invasione iniziata e sancita dal patto Ribbentrop – Molotov. Quando nel ’41, Stalin rompe il Patto, i due rompono la fittizia alleanza, iniziando una più che ventennale guerra. Roland, colpito anche dalla misteriosa scomparsa di Rosalie, si lega sempre più ai Fratelli della Foresta, e continua la sua lotta sia contro i tedeschi che contro i sovietici. Edgar, mutato il suo nome in Eggart Furst, diventa invece un collaborazionista dei tedeschi che hanno occupato il suolo patrio. Non si ricongiunge con Juudit, i due si erano lasciati con molto astio, in seguito alle non usuali abitudini sessuali di Edgar. E Juudit, libera nella terra occupata, si lega di amore vero ad un gerarca tedesco occupante. Ciò non toglie che continui ad incontrarsi e ad aiutare Roland la primula rossa. Il quale, dopo tentativi di piccoli sabotaggi, si dedica sempre più a fare lo scafista per portare il più possibile ebrei al di là dello stretto, verso la Finlandia ed i Paesi Scandinavi. Purtroppo, l’attività di Eggart lo porta a contatto con tutti i gerarchi, e riconosce, non visto, Juudit. Seguendola, scopre anche Roland e le sue attività. Lo fa arrestare negli ultimi giorni di guerra. Poi anche lui cerca di mimetizzarsi tra i morti di un campo di concentramento. Tutti escono vivi dalla guerra, e ne ritroviamo traccia, una ventina d’anni dopo. Furst è diventato il compagno Parts, dopo aver passato alcuni anni di “ricondizionamento” in Siberia. Tornato, si è ripreso Juudit, che sta sempre più scivolando verso una china alcoolica e di latente schizofrenia. E con le sue doti camaleontiche, Parts convince l’apparato sovietico ad incaricarlo di scrivere un libro di denuncia dei collaborazionisti hitleriani, sfruttando surrettiziamente le sue conoscenze dirette del periodo. In questa ricerca, si imbatte in altre tracce di Roland, che sembra sempre presente e vivo nella lotta contro tutti gli invasori. Oksanen in questa parte riesce a disegnare e descrivere con efficacia la fatuità dei russi occupanti, la loro boria, e tutti gli elementi negativi che hanno presso i paesi dell’area balcanica per decenni. Magistrali le descrizioni dei pedinamenti al caffè Moskva o le cene a base di caviale e champagne, ma solo per le alte sfere. Tuttavia Parts non solo si imbatte in tracce di Roland, ma anche in altri elementi della “sovversione anti-sovietica”. Si infiltra in ambienti studenteschi. E smaschera una rete che dalla giovane Evelin lo porta ai genitori di lei, viventi nella campagna intorno a Tartu. Dove il padre non è altro che il vecchio Roland. Parts vince su tutta la linea, rimanendo solo dopo aver anche fatto internare Juudit. Solo ma non vincitore (anche se nel triste finale, nelle sue memoria, veniamo finalmente a sapere anche quale sia stata la fine di Rosalie). Al solito, ho ricostruito seguendo il filo degli anni questa storia che va su e giù per il tempo. Ma come detto, mi ha preso sia per alcune descrizioni di Tallinn, in special modo ricordandomi quando si passava alla sede del KGB.  Ma soprattutto per le vicende storiche, degli Estoni e degli altri popoli baltici. Popoli che ebbero una prima e breve vita felice tra il ‘20 ed il ’40 con la prima indipendenza. E poi una lunga sofferenza, appunto, con le occupazioni naziste e comuniste, con lo sterminio degli ebrei (era una zona ben densa, anche se soprattutto in Lituania), con le purghe staliniane. Il libro pone anche un forte interrogativo sulle vicende del ’41. I russi avevano invaso e occupato, militarmente e con tutta la forza della burocrazia zarista, fino dalla fine del 1700 un territorio che, al contrario, era stato fiorente di mercati e liberalità. A poca distanza c’è Koningsberg, ora Kaliningrad, patria di Kant. Riga era uno dei maggiori porti dell’area. C’era una fioritura di idee notevoli. E quando le Armate Sovietiche cominciano la nuova invasione, i patrioti estoni pensano che legarsi ai tedeschi possa portare loro benefici. Non sanno, certo, di cadere tra brace e padella, ma furono in molti a scegliere quello che pensavano “il minor male”. E non solo in Estonia. Ed è stato interessante (ma forse meglio delegato ad altre discussioni) ripercorrere le storie dei Paesi Baltici. Comprese appunto quelle dei Fratelli della Foresta, una banda di mutuo soccorso, poi di lotta clandestina, nata nel 1905, durante la prima repressione zarista a fronte della fallita rivoluzione del 1905. Ma di questo ed altri elementi di interesse si tornerà a parlare, magari seguendo le file del secondo libro baltico preso per ricordarmi il viaggio. Per questo prima, buoni spunti ma una scrittura che non mi ha convinto fino in fondo. Tuttavia buono ed interessante per sapere di popoli e cose che sarebbero altrimenti rimasti a me oscuri.
Jan Brokken “Anime Baltiche” Iperborea euro 19,50 (in realtà, scontato a 16,58 euro)
[A: 01/09/2015 – I: 01/09/2015 – T: 02/09/2015] - &&&&&
[tit. or.: Baltische Zielen; ling. or.: nederlandese; pagine: 479; anno 2010]
Divorato! Bellissimo e coinvolgente, soprattutto per averlo scorto in libreria al ritorno del bel giro baltico, aver capito che sarebbe stato inutile aspettare, anche se non un libro economico come piace a me, ma è anche pieno di fotografia, che ne fanno salire il prezzo. E nonostante tutto, ritengo di aver fatto bene. Insieme a Brokken ho ripercorso strade, palazzi e momenti dell’agosto nei Paesi Baltici. Sottolineando quella bellissima frase di inizio narrazione che riporto in fondo, e che sottoscrivo in pieno. Serviva questo secondo viaggio, dopo che, dal libro della Oksanen avevo rivissuto i momenti difficili dell’Estonia nella Seconda Guerra Mondiale e sotto la dominazione sovietica. Momenti che ci ripresenta anche Brokken, che insiste molto anche sul tema delle migrazioni interne (forzate o volute) che ci riportano al nostro presente attuale. Tra i due libri c’è quel tratto in comune sullo sterminio degli ebrei, sulle speranze di indipendenza che legarono molti nazionalisti ai pur non amati tedeschi. E tutti quegli altri afflati di libertà, come la bellissima rivoluzione cantata, che il 23 agosto del 1989, nel cinquantenario della prima invasione sovietica, unì milioni di persone tra Vilnius e Tallinn, lungo la via Baltica, a cantare per la libertà. E che costò la vita a molti libertari (non certo rivoluzionari) ben descritti nel doloroso capitolo dedicato alla morte di Loretta Asanaviciute di Vilnius, schiacciata da un carro armato russo. Il secondo elemento di piacere per me, come detto, è stato ripercorrere alcuni momenti di questa estate. Scendere per Plymius Gatvè a Vilnius lungo i vecchi quartieri ebraici, fino a sboccare nella grande Gedeminus Prospektus, con i suoi negozi alla moda. Perdersi prima per il centro di Riga, per poi, attraversata la grande Esplanade, arrivare al quartiere Art Nouveau, alle case di Elizabetes e Alberta iela, ai palazzi disegnati e costruiti da Mikhaïl Eisenstein, il maestro dello Jugendstil nonché padre del grande regista Sergej. Girare per il quartiere medioevale di Tallinn, passando per Pikk wea davanti all’ex-sede del KGB, entrando a sentire un bellissimo coro nella Niguliste Kirik per poi salire sulla collina di Toompea per ammirare la cattedrale russo-ortodossa dedicata ad Alexander Nevskij. La capacità di Brokken è poi quella di partire da un nome, da una persona, e di aggirarsi per i luoghi che ne hanno visto il nascere ed il crescere. Non sempre fino ai compimenti maturi, che molti sono prima o poi fuggiti dai quei luoghi. Facendo un percorso circolare di cultura, dai libri alla musica all’arte (e come non amarlo, quindi). Partendo dalla bellissima libreria di Janis Roze di Riga, una delle 10 più bella al mondo. Per poi dedicarsi ai molti fuorusciti ma che conservano a lungo dentro di sé la propria anima baltica. Seguiamo quindi l’infanzia di Roman Kacew a Vilnius, fino alle sue fughe, al convertirsi francese e cambiare il proprio nome in Romain Gary (e lo seguiamo sino allo strano matrimonio con la bellissima Jean Seberg, alla non ancora chiarita morte di lei, ed al suo suicidio a 66 anni). Per passare ai grandi artisti, prima con il lituano Chaim Jacob Lipschitz, fuggito anche lui a Parigi a 18 anni, cambiando il suo nome in Jacques Lipchitz e diventando uno dei maggiori scultori cubisti. Per poi arrivare al lettone Markus Rotkowičs che riparò a Portland nel 1913, divenendo uno dei più grandi artisti del secolo scorso con il nome di Mark Rothko (anche lui suicida a 66 anni come Gary). Ma è senz’altro la musica una delle componenti incastonate indissolubilmente nell’anima baltica. Non a caso si parlò di Rivoluzione Cantata. Non a caso, nella regione ci sono i più grandi e rinomati cori ora esistenti. E da lì è uscito il lettone Gidon Kremer, uno dei più grandi violinisti moderni. Ma soprattutto, quello a me molto caro, fin dai tempi la cui fama non era così estesa, fin da quando si era in pochi, in Occidente, a seguire fedelmente quella benemerita etichetta di musica globale che è la ECM di Berlino. Parlo dell’estone Arvo Pärt, che tra pochi giorni compirà l’ottantesimo compleanno, e nella cui musica si sente indissolubilmente l’eco delle sterminate distese boschive, degli isolamenti, ma anche delle passioni e dei tentennamenti dell’anima. In mezzo a tutto questo ben di Dio, ho seguito anche due momenti che portano l’autore in due zone che non ho (ancora) visitato. Prima nell’enclave di Kaliningrad, un tempo meglio noto con il nome tedesco di Königsberg, patria come tutti sanno del grande filosofo Kant, ma qui seguita dall’autore nel percorso di formazione che la vide studentessa in quella Università della celeberrima filosofa, storica e scrittrice tedesca Hannah Arendt. Poi nella Curlandia, laddove imperversavano i cosiddetti “baroni baltici”, grandi proprietari terrieri che ne fecero il bello ed il cattivo tempo. E da quelle terre che nasce l’unione tra il barone baltico Conrad von Vietinghoff e sua moglie Jeanne, che divenne la madre putativa dell’orfana Marguerite Cleenewerck de Crayencour (a voi meglio noto con il nome di Marguerite Yourcenar, che come molti sanno è il quasi anagramma del cognome vero). Per finire, circolarmente, sempre tra Curlandia e Livonia, con il poco noto scrittore Eduard von Keyserling maestro di quella scrittura che fu nominata come "le novelle del castello", perché gran parte di esse sono ambientate nelle tenute della nobiltà baltica da cui proveniva. E già da queste opere traspare, all’inizio del secolo scorso, quel senso di esaurimento di quell’esperienza che da lì a poco doveva far nascere nella regione la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Russa. Arrivo alla fine di questo meraviglioso viaggio letterario con un senso di gratitudine per Brokken che me li ha fatto rivivere, e per la caparbietà con la quale abbiamo scelto queste terre per una estate intensa e piacevole. E con l’invito a tutti i miei amici lettori e viaggiatori di leggere e viaggiare anche voi per questi luoghi.
“Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più breve per arrivare a sé stessi.” (24)
“Non posso dire no a qualcuno a cui ho detto sì una volta.” (260)
“Quando si viaggia i pregiudizi è meglio lasciarli a casa.” (323)
“I pittori ci mostrano quello che c’è sempre stato ma che noi non abbiamo mai visto in quel modo.” (389)
Kiran Desai “Hullabaloo in the Guava Orchard” Faber & Faber euro 6
[A: 21/11/2015– I: 21/11/2015 – T: 29/11/2015] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 209; anno 1998]
Come al solito durante le mie peregrinazioni avventurose, cercando nella bellissima Oxford library di Mumbai ho pescato questo libro di Kiran Desai, figlia della nota e prolifica Anita. Libro cui fu conferito il Betty Trask Prize, un premio riservato agli autori del Commonwealth che non hanno compiuto i 35 anni. Pur avendo lati interessanti, inglese fluente e struttura accattivante, mi aspettavo qualcosa di meglio. Forse di meno “magico”, come a volte capita negli scrittori indiani. Scrittori che a lungo sono rimasti ignoti, che l’India era rappresentata solo dalle poesie di Tagore (e forse solo perché ne parlava magnificamente William Butler Yeats) o dagli scritti di Kipling (che, benché inglese, era nato a Bombay). Solo dopo la comparsa di Salman Rushdie il cielo indiano comincia a riversare le sue stelle verso occidente, e conosceremo Vikhram Chandra (“Giochi sacri”), Amitav Ghosh (“Il cromosoma Calcutta”), R.K. Narayan (considerato il Cechov indiano), Arundhati Roy (“Il dio delle piccole cose”), Vikram Seth (“Il ragazzo giusto”), Vikas Swarup (“Le dodici domande” da cui fu tratto il bellissimo film “The Millionaire”) e Anita Desai (“Il villaggio sul mare”). Torniamo però a Kiran ed a questa storia vera e strampalata. “Confusione nel frutteto di Guaiava” (questo sarebbe il titolo italiano, dove invece è uscito come “La mia nuova vita sugli alberi”) è la storia di un giovane di nome Sampath Chawla, che vive nella città di Shahkot in India. Nasce in una notte mentre un feroce monsone si abbatte sulla regione facendo terminare il periodo di siccità. Gli abitanti di Shahkot sono convinti che Sampath sia destinato ad essere un uomo importante. Non solo porta la pioggia tanto necessaria, ma fa sì che la Croce Rossa, sorvolando Shahkot, perda delle casse con del cibo: una manna per Shahkot. Kulfi, la madre eccentrica e il padre esigente non sono però così sicuri che il loro bambino possa diventare un grande uomo. Per Kulfi è uno strano alieno con una grande voglia marrone sul suo volto. Per il padre un ragazzo svogliato. Questa parte dell’infanzia è sicuramente molto ben tratteggiata e mi aveva intrigato. Mi sono, invece, perso più avanti, quando, venti anni dopo, Sampath non ha ancora mantenuto le promesse di grandezza. In realtà, è tutt'altro. Il padre cerca inutilmente di consigliarlo su come possa ottenere un lavoro migliore o almeno un aumento di stipendio presso l'ufficio postale dove lavora. Sampath non presta attenzione ai consigli di suo padre. Presso l'ufficio postale, Sampath passa ore da solo, dissigillando al vapore le lettere scritte alla comunità, ed imparando molto sulla vita di ognuno e sui loro segreti. Non siamo sorpresi quando Sampath è licenziato dopo uno spogliarello e relative prese in giro delle persone riunite per il matrimonio della figlia del suo superiore. Kulfi è dispiaciuta per Sampath, con il quale si sente una grande connessione, e gli dà una guaiava fresca. Dopo averla mangiata, Sampath si sente trasformato. Per la prima volta disobbedisce al padre che lo incita a cercare un nuovo lavoro. E fugge verso un attraente frutteto che vede in lontananza. Si arrampica su di un bellissimo albero e decide di rimanervi. La famiglia cerca di intervenire e di far scendere Sampath, ma lui diventa per la sua comunità un grande eremita, saggio e onnisciente. I cittadini sono convinti delle sue capacità soprannaturali quando allude a questioni private nella loro vita, informazioni che ha preso, a loro insaputa, dalle lettere indebitamente lette. La fama di Sampath manda la piccola città di Shahkot nello scompiglio. La sua esuberante sorella s’innamora di un a lei non adatto gelataio; delle scimmie alcolizzate terrorizzano i pellegrini che si riuniscono intorno all’albero di Sampath; suo padre cerca di trasformare il frutteto in una fonte di reddito; non manca una zelante spia che cerca di rendere plausibili i misteri di Sampath. Dopo quell’inizio soft, le situazioni si complicano e gli eventi si succedono sempre più fuori controllo. Tutti si concentrano sul far sparire le scimmie, mentre tutto il resto va a rotoli. Alla fine sarà Sampath, con un finale magico e sorprendente, a salvare sé stesso, le scimmie (ma poco altro). La storia di Sampath è la storia di un giovane uomo sognatore, che vorrebbe immedesimarsi con la natura, fantasticando di essere lontano dalla modernità, dalle sue distrazioni e dai suoi fastidi. Un uomo condizionato fin dalla nascita, che Sampath viene dal sanscrito con significato di “buona sorte”. Come abbiamo visto non ne avrà molta (almeno come la intendiamo noi, forse lui è felice sull’albero, così come lo era il Barone Rampante di Calvino). Le parti migliori sono nei tentativi di Kiran di catturare la cultura del subcontinente indiano, intrecciate tra le sue peculiarità e le complessità universali dell'esperienza umana.
Claudio Magris “Danubio” Garzanti euro 12,90 (in realtà, scontato a 9,68 euro)
[A: 17/06/2014– I: 05/12/2015 – T: 22/12/2015] - &&&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 474; anno 1986]
Non è un libro “sempre” eccezionale, ma data la penuria di buone letture del panorama attuale, questo libro di Claudio Magris si erge in tutta la sua bellezza, meritando un en plein di encomi, e, come vedrete, di citazioni. Rovesciando poi l’uso delle buone maniere che mi insegnò la cara Maria Luisa, dico subito i due elementi che mi hanno impedito di raggiungere la vetta di 6 libricini (meta pressoché irraggiungibile). Il primo, indipendente dalla volontà dell’autore, è l’età del libro. Scritto or sono trenta anni, ne risente in alcuni punti, quelli, in particolare, dove si parla di nazioni “oltre cortina”, dove si elaborano discorsi su Tito (su cui torno) e su Ceausescu. Certo, ogni libro è figlio del suo tempo, e questo era il mondo del 1986, tuttavia mi avrebbe fatto piacere una serie di note a margine, che potessero chiamarsi “Danubio, trent’anni dopo”. Il secondo, dove invece l’autore sarebbe potuto entrare, è la mancanza di un indice analitico di nomi e di luoghi. Tanti sono i personaggi che scorrono insieme alle pagine ed insieme al Danubio. Tanti che a volte se ne dimenticano i nomi. O se ne vorrebbe ricordare qualcosa, ma che si va perdendo dopo aver girato qualche decina di pagine. L’operazione “Danubio” comunque prende subito, sin dalle prime righe. Magris fa un lungo viaggio, dalle sorgenti alle foci del grande fiume mitteleuropeo, scrive taccuini sul viaggio, e poi li rielabora, in un’opera che non è un saggio, né un romanzo, ma un lungo viaggio con lui, con impressioni, idee. Ed alla fine, una ricostruzione di un mondo, di uno spazio. L’ho trovato un modo che mi ha affascinato di collegare storia, geografia, filosofia e brandelli di vita. Ogni pagina ci rimanda elementi di pensiero, storie, momenti. Dalla discussione su dove fossero le sorgenti o la sorgente del grande fiume. Per poi passare al lungo cosso tedesco, dove prima incontriamo anche altre città. Prima cioè di quelle eponime che tutti sanno. Vediamo Ulma, Passau, e la mitica Ratisbona (oh, amici fools). Ci caliamo nei valli che dai teutonici passi, sfiorando Mauthausen, ci conducono felici ai caffè viennesi. Mi ricordo l'hotel Sacher, ma anche la cripta dei Cappuccini. La piazza davanti a Santo Stefano, il ring, e, certo, anche il grande fiume certo non blu. Sfioriamo la repubblica ceca, per giungere in un soffio in Slovacchia ed alla sua Bratislava. Ci aspetta l’altra grande città danubiana, la da me poco amata Budapest. Con la sua grande isola, la sua parlata incomprensibile. Io qui mi fermo poco, anche se Magris a lungo ci ricama. Preferisco proseguire, sfiorando, il Banato, per giungere in Transilvania, entrare nella a me ignota Bulgaria, cercando alla fine il grande delta romeno. Quanta gente abbiamo incontrato in questi quasi 3000 km. Anche non legata ai posti che attraversiamo, ma di cui Magris ci rimanda pensieri ed azioni. Celine ci inizia al viaggio, incontriamo teutonici in Pannonia. Ma soprattutto ci appassioniamo a Maria Vetsera ed i fatti di Mayerling. E come dimenticare Romy Schneider e la sua principessa Sissi? La grande figura di Lukacs e le sue considerazioni su letteratura e politica, che ci fanno consegnare il testimone a Elias Canetti, rumeno apolide. Politica e filosofia s’intrecciano ben presto tra i campi di concentramento ed i ricordi del passato austro-ungarico. E non è un caso che ne parli il triestino Magris. Prima di lasciarlo, e di lasciarvi alle lunghe citazioni, ci sono spunti che qui e là mi hanno preso e che riporto per discuterne ancora. Ed anche per polemizzare con Magris. A pagina 100, la frase “si viaggia non per arrivare ma per viaggiare”, avrebbe meritato la citazione della fonte, il grande Robert Louis Stevenson. La favola della bambina intitolato “Rosa”, ve la riporto in finale, dedicandola alla mia amica Rosa. Non posso dimenticare le dieci righe appassionate dedicate ad Herta Muller a pagina 361, ventitré anni prima che lei ricevesse il Premio Nobel. La succinta descrizione di pagina 382 su Novi Sad, l’Atene serba. E come passare in silenzio che sempre nel 1986, prima dei disastri degli anni ’90, Magris scriveva “la solidità [del mosaico jugoslavo] è necessaria all’equilibrio europeo e la sua eventuale disgregazione sarebbe rovinosa per quest’ultimo, come quella della duplice monarchia [asburgica] lo è stata per il mondo di ieri.” Finisco con solo un memento, quello dei graffiti che Lord Byron fece al tempio di Poseidone a Capo Sunion. Lo avevo scordato, come tante cose che invece Magris ricorda, appunta e ci rimanda. Come ha detto qualcuno, è alla fine un grande libro in equilibrio tra cuore e ragione. Ed in particolare, un libro che non si deve lasciar passare pagina dopo pagina, ma dove ogni riga ci rimanda ad un tutto diverso essere, ad un approfondimento che, noi curiosi ed appassionati lettori, abbiamo preso al volo. Non lo lasciamo finire così.
“[si parla di un convegno intitolato “L’architettura del viaggio: storia ed utopia degli alberghi” e dello schema di intervento previsto] Lo schema è la bozza di uno statuto della vita, se è vero che l’esistenza è un viaggio, come si suol dire, e che passiamo sulla terra come ospiti.” (11)
“Scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell’esistenza.” (36)
“Non [è] la successione di quegli attimi senza storia [che] crea la storia. La vita, diceva Kierkegaard, può essere compresa solo guardando indietro, anche se dev’essere vissuta guardando avanti.” (43)
“Lo spirito soffia dove vuole e nessuno può essere permanentemente sicura del proprio genio o della propria pochezza.” (74)
“Il viaggio è … sempre un cammino verso quelle lontananze che splendono rosse e viola nel cielo della sera … nei paesi sui quali sorge il sole che da noi tramonta.” (97)
“Favola di Monica Favaretto: La Rosa era felice. Andava d’accordo con gli altri fiori. Un giorno la Rosa si sentì appassita e stava per morire. Vide un fiore di carta e gli disse: ‘Che bella rosa sei!’ – ‘Ma io sono un fiore di carta’. – ‘Ma lo sai che sto per morire?’ La Rosa ormai era morta e non parlò più.” (116)
“La vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue sicurezze, bensì quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze.” (183)
“La forza, l’intelligenza, la stupidaggine, la bellezza, la viltà, la debolezza sono situazioni … che, prima o dopo, capitano a tutti.” (270)
“Se c’è una cosa che non posso sopportare, diceva Victor Hugo quando assisteva a qualcosa di particolarmente stupido o cattivo, è pensare che tutto questo domani sarà storia.” (418)
I viaggi tacciono, il vostro tramatore si riposa. Come ci si riposerà a Pasqua, aspettando incontri d’aprile. Ricordo che per Pasqua le trame si spostano al lunedì.