domenica 2 ottobre 2016

Super-romanzi - 02 ottobre 2016

E già! Nel senso che abbiamo una quaterna di libri tutti ad alto (mio) gradimento. Non capita spesso e non capitava da tempo. Un Premio Pulitzer che non conoscevo e che ci porta in una saga corale del mondo ispano-americano. Un libro che non dimostra i suoi 60 anni. Uno scrittore che non sempre mi piace, ma che qui mi ha avvinto. In mezzo, uno svizzero, letto nella sua stesura originale, che segnalo anche perché in uscita ho letto sta per prendere posto sugli scaffali delle librerie una specie di “sequel” dei personaggi di questo strano meta romanzo sulla scrittura e sulle sue difficoltà. Delle letture veramente interessanti.
Junot Diaz “La breve favolosa vita di Oscar Wao” Mondadori euro 10
[A: 01/08/2014– I: 18/02/2016 – T: 23/02/2016] - &&&&
[tit. or.: The Brief Wonderous Life of Oscar Wao; ling. or.: inglese; pagine: 292; anno 2007]
In genere, e sono d’accordo con l’opinione segnalati da critici più agguerriti di me, i premi letterari non mi convincono, la loro assegnazione non sempre corrisponde ad una reale bontà del libro, quanto, il più delle volte, a criteri politico-letterari per bilanciare il generale andamento del mercato. Dicevo in genere, perché, per la mia personale esperienza, il Premio Pulitzer per la Narrativa esula da questa omogeneizzazione. Ho letto, fino ad ora, altri quattro libri premiati negli ultimi quindici anni (e certo i nomi sono di garanzia Chabon, Eugenides, McCarthy, Egan) e come potete vedere dalle trame, tutti con discreto gradimento. Come altri, questo, l’avevo segnalato da una recensione di Annarita Briganti dal numero 3 di Satisfiction. Non nascondo che questo è anche un libro complesso, che, narrando la storia dei componenti della famiglia Cabral, ed in particolare di Oscar, si allarga ad abbracciare altri temi cari all’autore: i ruoli maschili e femminili nelle tradizioni domenicane, l’America come terra promessa (e quasi mai mantenuta), la storia della Repubblica Domenicana (terra natia dei personaggi e dello stesso autore). Il tutto con gli occhi da narratore onnisciente impersonato da Yunior de las Casas, un personaggio presente spesso nella narrativa di Diaz, che ne rappresenta l’alter-ego necessario alla narrazione. Diaz è infatti domenicano, è immigrato in America, ha studiato, scritto, e raggiunto un discreto successo con questo libro, così come potrebbe aver fatto Junior. Ma non è di Junior che vogliamo parlare, ma della famiglia Cabral, a partire dal capostipite Abelard, a sua figlia Hypatia Belicia, ed ai suoi due nipoti, Lola e Oscar. La loro storia è legata a filo doppio con la storia della Repubblica Domenicana, a partire dagli anni ’40, che videro l’ascesa sociale del medico Abelard, e la sua rovina per non aver voluto cedere l’onore della figlia al dittatore che spadroneggiò nell’isola dal 1930 al 1961, l’infame Rafael Leónidas Trujillo Molina. Diaz è pieno di citazioni delle infamità trujillesche, che noi forse da qui poco conosciamo, ma che risuonano come campanelli nelle turpi vicende dittatoriali (uccisioni in patria e all’estero degli oppositori, come il giornalista Galindez e le sorelle Mirabal, incarcerazioni senza motivo, torture, fino a tutti i passatempi sessuali possibili, che i domenicani sono noti per il loro sangue caliente). Una volta fatto fuori Abelard, rimane in vita solo la piccola Belicia, prorompente bellezza che la nonna Inca voleva far studiare per far tornare la famiglia ai fasti paterni. Ma Belicia è focosa, matura presto (con dei seni da ottava misura), e si dedica al passatempo preferito degli isolani: il sesso. Ovvio che, dopo varie vicende, tutte sfortunate, ne abbia una ancora più sfortunata, con un personaggio soprannominato “il Gangster” (nome omen), che, purtroppo, ha sposato una figlia del dittatore. Motivo per cui, quando Belicia si fa troppo avanti, verrà ridotta in fin di vita. Riuscirà a salvarsi solo per le preghiere della nonna, e fuggendo negli Stati Uniti. Dove, da altri amori poco felici, nasceranno Lola ed Oscar. Lola sembra l’unico personaggio positivo, anche se passa tutti i peggiori periodi delle adolescenti, con ribellioni, fughe ed altro. Avrà anche una storia d’amore tormentata con Yunior, anch’essa destinata ad una fine ingloriosa (che Yunior non sa tener fuori il suo “ropio” da qualsiasi persona di sesso femminile giri intorno a lui, ed immagino che ne sappiate il significato). Ma la storia ha sempre per protagonista trasversale Oscar. Un dominicano nerd, grasso ed emarginato, che trova la sua ragion d’essere nei fumetti e nella fantascienza (e tutto il libro è anche pervaso di citazioni che ho gustato con diletto infantile, aiutato da un corposo ed insostituibile glossario finale). Soprannominato Wao per storpiare in modo onomatopeico il grande Wilde (di cui riprende il peso ma non le abitudini). Oscar, schizzato dalle donne dietro cui sbava, si rinchiude nella scrittura per cullare i suoi sogni di redimere il mondo e salvare la fanciulla dei suoi sogni. Avrà anche lui la sua storia d’amore triste e sfortunata. Tutto quindi finirà male, come dalle premesse del titolo. E come dalla pervasione dello spirito dominicano, dove tutto andrà male per delle maledizioni ancestrali, che Diaz battezza “fukù”, e solo alla fine ho capito essere un argot locale per il meglio noto “fuck you”. La bellezza del grande affresco social-personale, è la capacità di Diaz di dar voce a voci diverse nel corso della narrazione. Piccoli incisi con altri punti di vista. Note e disgressioni. Una scrittura complessa e accattivante per la descrizione di un mondo, e di un modo di vivere che tiene legato alla pagina.
“Hypatia … avrebbe sviluppato un tipico malessere … un inestinguibile desiderio di altrove.” (73)
Patrick Dennis “Zia Mame” Adelphi euro 12
[A: 01/08/2014– I: 23/02/2016 – T: 27/02/2016] - &&&&
[tit. or.: Auntie Mame: An Irriverent Escapade; ling. or.: inglese; pagine: 380; anno 1955]
Ne avevo sentito parlare, e non mi ero mai deciso ad affrontarlo. Spinte eterogenee mi ci hanno finalmente portato, e, come al solito, devo dire che dovrei più spesso cedere a questi impulsi. Non è un libro bellissimo. Si sente il passare degli anni (in fondo, ha quasi la mia età…). Se poi dovessi solo giudicare dal testo, prenderebbe qualcosa in meno. Risale grazie ad un contesto degno, e ad una post-fazione magistralmente condotta sul filo dell’ironia dall’ottimo Matteo Codignola. Scopro quindi che Dennis in realtà si chiama Edward Everett Tanner III, che è un toro (18 maggio), che il padre lo chiamava Patrick in omaggio al pugile Pat Sweeney, che ha scritto 16 romanzi, di cui 4 con il diverso pseudonimo di Virginia Rowans, che si sposa nel 1948 (a 27 anni), ha due figli, poi verso la seconda metà degli anni Cinquanta, scopre che è più attratto dagli uomini, va a vivere in Messico con un suo preteso amante, che in Messico viene derubato di tutti i suoi averi, che torna in America dove spende gli ultimi anni della sua vita usando il suo nome reale, e facendo il maggiordomo per Ray Kroc, l’allora capo indiscusso e amministratore delegato della McDonald’s, che muore a 55 nel 1976 di cancro alla prostata. Benché il grande successo dei Cinquanta, e benché il suo personaggio – icona di zia Mame sia portato sulle scene teatrali (ed in modo magistrale) da Rosalind Russell, libro (e commedia e film) caddero nel dimenticatoio, per essere ripresi solo negli ultimi anni, grazie agli sforzi del figlio di Patrick in patria e di Adelphi da noi in Italia. Da questo mini excursus si capisce appunto il contesto frizzante da cui sorge il testo, inizialmente non molto ben visto neanche dall’editoria americana. Erano una decina di racconti legati insieme dalla figura di zia Mame, ricalcata sulla figura reale della zia di Edward, Marion Tanner. Fu solo un non meglio noto curatore editoriale della casa Vanguard ad avere la brillante idea, che ha portato prima alla pubblicazione, poi al successo inaspettato (per due anni nella classifica dei best-seller del New York Times): legare i vari racconti da una specie di filo rosso legato ad oscure pagine pubblicate da “Selezione del Reader's Digest” relative ad una improbabile signorina del New England. Questa finzione permette al nostro Patrick di scatenarsi nel racconto di una sua finta autobiografia, punteggiata dalla vita e dalle opere della mirabolante zia Mame Dennis. Racconto che inizia nel 1928, con Patrick decenne e con il padre che inopinatamente muore, lasciandolo ricco ereditiere (quando maggiorenne) ed affidato alle cure dell’unica parente vivente, appunto la zia Mame. Fin dalle prime battute si instaura il plot generale del racconto: zia Mame è rutilante, si impegna in attività senza capo né coda e Patrick tenta di mitigarne la “dolce pazzia”. Ovvio che per rendere il tutto appetibile per quasi quattrocento pagine, poi, ogni tanto la trama si inverte, ed è zia Mame che “salva” l’incauto nipote. Vediamo Mame affascinata dalle teorie didattiche d’avanguardia, coinvolgendo Patrick in una scuola sperimentale. Di certo dal respiro corto, tanto che Patrick sarà preso costretto alle più classiche scuole scelte dal suo tristo tutore (che ha l’unico pregio di salvare i beni del giovane dalla catastrofe del ’29). Il ’29 invece vede intaccare ben presto gli averi della zia, che seguiamo agli inizi degli anni Trenta doversi dedicare a qualche mestiere. Da antologia il suo apprendistato da Macy’s, dove non riesce a vendere nulla non sapendo usare le casse. Fortuna vuole che lì in contri Franck, un gentiluomo del Sud, che, affascinato dalle sue grazie, provvede a sposarla ed a sistemarla economicamente. Per poi coinvolgere, zia e nipote, in una discesa nelle sue terre del profondo Sud, dove zia Mame si destreggia in una mitica caccia alla volpe. Passati i guai, Franck gentilmente muore lasciandola di nuovo possidente. Consigliata dai suoi amici fuori di testa, decide di scrivere la storia della sua vita, riuscendo in un nuovo disastroso flop, dove Patrick la salva da un irlandese che mira ai suoi soldi, e che riesce solo a mettere in cinta la sua segretaria. Zia Mame, allora, diventa l’angelo delle sventure di Patrick, salvandolo da una cameriera esilarante nel suo inglese sconnesso, poi dalle mire di una razzista signorina che mira anche lei solo al patrimonio. Ci sarà la guerra a far da cesura ai racconti, e Patrick (come l’autore) ne passa quasi indenne, tornando a casa leggermente ferito, e dovendo aiutare la zia in una bislacca opera filantropica. Ma ormai anche il nipote è cresciuto, e la zia pensa suo dovere trovare una moglie al trentenne nipote. Ultima avventura, che per fortuna porta Patrick a conoscere una simpatica ragazza che finalmente sposerà. Chiusura alcuni anni dopo, dove la zia, visto che non ha più il potere su Patrick, affascina ed ammali Mick il giovane nipote di sette anni. Ecco appunto che ogni storia nasce con un punto affascinante e mirabolante, si svolge andando verso catastrofi annunciate, e salvate per miracolo all’ultimo istante. Schema leggermente ripetitivo, che rende prevedibile l’andamento. Fortuna vuole che la verve innata di zia Mame, ben descritta dall’agile penna del nostro, renda comicamente appetibili le più matte (dis)avventure. Incongruamente, poi, zia Mame diventa nei pochi anni di auge della metà degli anni Cinquanta, anche una icona dei gay americani. Alla fine, tuttavia, un libro che mette allegria, anche se risente, in modo assai pesante, i suoi sessanta anni.
Joël Dicker « La vérité sur l’affaire Harry Quebert » De Fallois euro 9,20
[A: 17/04/2014– I: 05/03/2016 – T: 13/03/2016] - &&&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 858; anno 2012]
Formidabile. Un libro veramente formidabile ed inclassificabile. Cioè ha una struttura da giallo con morti, assassini e misteri da scoprire. Ma è anche di più. Un libro sull’amore, sull’amicizia e soprattutto sul mestiere di scrittore. Comincio intanto però dall’autore, svizzero francofono ginevrino, che stava per essere lanciato da quello scopritore di talenti che fu Vladimir Dimitrijević (di cui ho tramato l’interessante “La vita è un pallone rotondo”), lancio stroncato dalla tragica morte di quest’ultimo. Rimane però nel mirino delle edizioni “L’age de l’homme”, e con loro pubblica i suoi due primi romanzi. Ne avevo sentito parlare da Feltrinelli, ed in occasione del bel viaggio francese di due anni fa (circa) l’ho trovato in economica da FNAC a Parigi, e subito preso. Non letto, che aspettavo di avere tempo e spazio da dedicare ad un libro certo di non poche pagine. Anche perché non è un libro da viaggio, ma solo un libro letto in originale (e sicuramente con un andamento interessante di musicalità fonetica). Come i pochi autori svizzeri a me noti, Dicker è poi scarsamente incasellabile in uno scomparto solo. Certo non raggiunge (scusate il paragone) l’alta drammaturgia di Dürrenmatt (svizzero-tedesco) e tiene sicuramente qualche giro di vantaggio in una corsa con Fazioli (svizzero-italiano). Ma se volete un panorama multilingue del paesaggio svizzero leggeteli tutti e tre. Tornando a noi, la storia linearmente si svolge intorno al seguente nodo: un giovane scrittore trentaquatrenne, Harry, non riesce a scrivere, si trasferisce ad Aurora (immaginaria cittadina del New Hampshire), dove si innamora, ricambiato, della quindicenne Kellergan. I due vivono un’estate amorosa, programmano di fuggire insieme, ma la giovane sparisce. Harry diventa scrittore, poi professore di lettere, ha per allievo il promettente Marcus. Poi, trentatré anni dopo si scopre il corpo della giovane nel giardino di Harry, che viene accusato dell’omicidio di lei e della signora Dora che aveva denunciato il fatto all’epoca. Marcus allora si arma della pazienza e dei metodi dello scrittore (che Harry per anni gli ha insegnato), non riuscendo neanche lui, trentenne, a scrivere il secondo romanzo, dopo il primo folgorante successo. Sarà Marcus che scavando nella vita di Harry e di Aurora troverà il modo di tornare a scrivere “Il caso H.Q.”, di avere un enorme successo, di salvare Harry, ma in una serie infinta di sottofinali, trovare ogni volta una verità diversa, una spiegazione diversa e plausibile. Fino alla soluzione finale, per la quale scrive questo libro, che, appunto, si intitola “La verità sul caso H.Q.”. certamente sarete stupiti anche voi come una trama così lineare, apparentemente lineare direi, possa poi svilupparsi per più di 800 pagine. Intanto, come ho detto sopra, questa è la trama “gialla”, mentre molta parte del libro, altrettanto interessante e coinvolgente, verte sull’amicizia tra Harry e Marcus, sulle loro vite in parallelo, sull’amore e sulla sua inspiegabilità, sul mestiere di scrittore, sul mestiere di vivere (come direbbe Pavese), sulle similitudini tra scrittura e sport (che sicuramente avevano colpito Vladimir, se ben ho imparato a conoscerne leggendo), anche se qui si parla di boxe. Tanto per divagare, poi, domandiamoci perché uno scrittore svizzero ambienti una storia nel New Hampshire. Sicuramente colpisce come la scelta della copertina originale, con quel desolato (al solito) dipinto di Hopper. A me hanno colpito anche altre somiglianze: la giovane che sconvolge Aurora si chiama Nola, Harry fa di cognome Quebert. Lui ha venti anni più di lei. Ecco subito un collegamento con Lola e Humbert Humbert (avete certamente notato le assonanze). Ma se poi si segue tutto il complesso della storia, si trovano anche dei grandi spunti che a Dicker saranno venuti dalla lettura de “La macchia umana” di Philip Roth. Sicuramente, come ha scritto altrove e ben dottamente De Cataldo, tutto il libro può (e deve, forse) essere letto tenendo in mente il grande Orson Welles quando, nel film “F come falso” citando Picasso afferma “l’arte è una menzogna che ci fa capire la verità”. Ma chi sono i personaggi di questo grande romanzo, oltre a Marcus Goldman, narratore e alter-ego di Dicker? Vediamone i principali, allora. Harry Quebert è lo scrittore che pubblica “Le Origini del male”, libro che narra di un amore impossibile, che avrà successo strepitoso collocandolo nel Pantheon americano, e consentendogli, anche, una carriera accademica, durante la quale scoprirà il talento di Marcus, lo spronerà a scrivere divenendo, per il giovane, il suo migliore amico (nonostante i quaranta anni di differenza). Harry comunque vive isolato nel New Hampshire, aspettando il ritorno di Nola. La giovane nell’esuberanza dei suoi quindici anni, si innamora perdutamente di Harry, e farà di tutto per convincerlo a scrivere, per aiutarlo a scrivere quando è in difficoltà, impostando tutto verso una loro fuga d’amore, che non avverrà per la sua scomparsa. Ma è anche problematica, sembra quasi schizzata quando fugge da casa con evidenti ematomi. E poiché Harry in realtà è povero, e non ha i soldi per pagare tutto quello che si concede ad Aurora, ecco che Nola si “vende” a Stern un miliardario proprietario della casa di Harry, che per concederle l’affitto, la costringe a posare nuda per il suo tuttofare Caleb. Questi era un promettente pittore, sfigurato nel corpo e nell’anima da una banda di adolescenti, con dentro ancora elementi poetici che riversa su Nola, sul bel quadro che le fa, e su altri elementi che non vi svelo. Caleb ha anche difficoltà espressive, per cui nessun riesce a capire bene cosa dica e cosa voglia. Tanto da impaurire Jenny Davis, la figlia della proprietaria della locale caffetteria, dove tutti, anche Harry, vanno. E dove lavora anche Nola, il sabato. Jenny che si innamora di Harry, senza capire mai che lui non se la fila di pezza. Jenny che invece è l’amore dell’agente Travis, timido a tal punto che non riesce mai a dichiararsi. Ma che prende di mira Caleb quando questi sembra importunare Jenny. Sarà Travis il primo ad accorrere alla chiamata di Dora che vede una ragazza correre nel bosco inseguita da un uomo. Insieme al suo capo Pratt, cui la madre di Jenny aveva svelato i suoi sospetti sulla possibile relazione incresciosa tra Harry e Nola, ma che Nola aveva trovato un modo per neutralizzare. Non vi narro tutte le persone che moriranno nel corso del romanzo (credo quattro alla fine), per lasciarvi gustare il progressivo cambiamento di scena, menzogna dopo menzogna, fino ad arrivare al non certo dolce finale. Nessun lieto fine, Dicker, anche se Marcus riesce a riprendere la scrittura, rivelandosi, come Harry aveva predetto, un ottimo scrittore, quello che con il primo capitolo mette KO il lettore, al pari di un incontro di boxe. Pur essendo ponderoso, dalla metà in poi non sono quasi riuscito a staccarmene, per i continui rivolgimenti, per l’amore che cominciavo a riversare verso tutti i personaggi. Per la voglia, infine, di capire che cosa fa di un dattilografo di parole un “vero” scrittore. Confesso che un paio di passaggi, sui 2/3 del libro mi hanno lasciato perplesso. Ma li ho digeriti nel grande calderone del romanzo, usando il termine in senso di contenitore gigante e non nel suo senso spregiativo. Ora ho bisogno di qualcosa di più leggero per distendermi. Ultima nota: avevo collocato il libro nello scaffale dei gialli. Adesso l’ho spostato in quello dei romanzi.
“Je ne sais pas si ce sont les écrivains qui sont seuls ou si c’est la solitude qui pousse à écrire…” [Non so se sono gli scrittori ad esser solitari o è la solitudine che spinge a scrivere…] (179)
« Marcus … écrivez parce que c’est le seul moyen pour … faire de cette minuscule chose insignifiante qu’on appelle vie une expérience valable et gratifiante. » [Scrivi Marcus … perché è il solo modo … per fare di questa minuscola cosa insignificante che chiamiamo vita un’esperienza valida e gratificante.] (351)
John Irving “Hotel New Hampshire” Bompiani euro 10
[A: 05/08/2014 – I: 05/02/2016 – T: 22/03/2016] - &&&&  
[tit. or.: The Hotel New Hampshire; ling. or.: inglese; pagine: 447; anno 1993]
Secondo le dottoresse dei libri, questo romanzo potrebbe aiutare ad avvicinare il vostro partner (femmina) alla lettura. Ora, fatto salvo che è un buon libro, pieno di invenzioni, lo ritengo tuttavia un libro difficile, per entrare a pieno nello spirito di una lettrice neofita. Irving è sempre stato, nelle prove che ho letto (e soprattutto ne “Il mondo secondo Garp”), uno scrittore pieno di immagini, ma di immagini non sempre facilmente decifrabili. In Garp, ricordo le parossistiche scene proto-femministe, la sessualità come lussuria, la morte del secondo figlio di Garp. Ma qui parliamo dell’Hotel e non di Garp, un libro scritto tre anni dopo il precedente. Anche qui, forse in maniera più palese, c’è il percorso di crescita. Nella fattispecie la crescita, corale e personale, della famiglia Berry, dall’incontro tra Win e la futura moglie, sino ai quarant’anni dei figli maggiori. Cioè dal ’39 al ’80, circa (così come Garp si estendeva dal ’42 al ’75). L’impronta a tutta la famiglia viene data dal padre, Win, un estremo sognatore, che si butta a capofitto nelle imprese più folli e disperate, uscendone spesso malconcio, ma sempre pronto a ripartire. Per pagarsi l’Università si mette a fare il cameriere in un albergo a Dairy nel New Hampshire, dove incontra la futura moglie, anche lei lavorante nell’albergo e Freud, un saltimbanco austriaco che gira l’America con un sidecar ed un’orsa. Decide allora di comprare l’orsa, di sposare la donna, e di iniziare a girare anche lui l’America per fare soldi. Non ne farà molti, ma ogni volta che torna a casa mette incinta la moglie, che partorisce in tre anni Frank, Franny e John (lo scrittore che narra la storia). A questo punto, approfittando della vendita di una ex-scuola femminile, decide di indebitarsi, la compra e la trasforma in albergo, l’hotel New Hampshire. Mentre fervono i preparativi per l’albergo, muore l’orsa, sostituita dal cane Sorrow. Poi a distanza di qualche anno nascono due nuovi figli: Lilly, che sarà affetta da nanismo, ed Egg, mago dei travestimenti ed un po’ duro d’orecchio. L’adolescenza dei tre fratelli Berry prosegue tra alterne vicende: Frank si scopre omosessuale, e ne vivrà coscientemente la strada, anche se non sempre felicemente, Franny è la più matura di tutti, ed anche la più avvenente, John, per distogliersi dal suo morboso amore verso Franny si dedicherà con successo al sollevamento pesi. La prima svolta avviene verso la metà degli anni ’50, quando il capitano della squadra di football e due suoi amici violentano Franny, che impiegherà molti anni a riprendersi (quello della violenza sulle donne è un altro dei temi cardine di Irving). Muore Sorrow di vecchiaia, e Frank, per consolare la sorella, lo impaglia. Ma lo nasconde nell’armadio del nonno, che, aprendolo inavvertitamente, e vedendo il cane che suppone morto, viene preso da un infarto e muore lui stesso. Pochi anni dopo, Win riceve una lettera da Freud, tornato a Vienna, che lo invita nella sua città per mettere in piedi un altro albergo. Ovviamente il sognatore non si tira indietro, vende tutto e tutti, e comincia la nuova avventura. Come spesso nei libri di Irving, qui il destino ci mette una zampa: Win ed i quattro fratelli maggiori partono ed arrivano a Vienna, la Mamma ed Egg partono che un secondo aereo che si inabissa nell’Oceano. Questo è appunto un altro tema forte dello scrittore: la perdita, la sua elaborazione e la successiva ricostruzione. Il periodo viennese viene vissuto dalla famiglia Berry come altro momento di crescita, anche se inserito in un contesto demenziale. L’albergo ospita al secondo piano quattro simpatiche prostitute ed all’ultimo un gruppo di fatiscenti “radicali”, che oggi chiameremo terroristi e che impiegheranno i sette anni viennesi dei Berry per costruire una bomba ed effettuare un attentato all’Opera di Vienna. In questi anni austriaci, si radicalizzano i sentimenti dei nostri: l’omosessualità discreta di Frank, la difficoltà di tornare alla normalità di Franny (che troverà solo tra le braccia dell’accogliente Suzie, che si aggira per l’albergo vestita da … orso), le impossibilità sessuali di John, che, seppur aveva passato la soglia della verginità in America, non riesce a darne sfogo, continuando ad essere ossessionato dalla sorella, la crescita (morale non fisica) di Lilly, che, elaborando i suoi lutti, scrive un libro, che nel futuro, campione di incassi e trasformato anche in film (come succede a tutti i migliori romanzi di Irving) darà la tranquillità economica alla famiglia. Dopo i sette anni di crescita, tra alti e bassi, i radicali costringono i Berry ad una scelta. Diventeranno eroi salvando l’Opera, ma Freud morirà nello scoppio e Win diverrà cieco. Però avranno i soldi per tornare in America dove si operano le ultime vicissitudini dei nostri paladini. Lilly, pur cercando di scrivere, non riesce a crescere, e si butta dalla finestra dell’albergo. Prima però i fratelli Berry riescono a vendicarsi dello stupratore di Franny, e la stessa decide di salvare sé stessa ed il fratello attraverso una cura di sesso che dura un tempo lunghissimo, lasciandoli ad un futuro che finalmente libera entrambi dalla perversa attrazione. Il mesto, ma tutto sommato allegro, finale, vede i Berry comperare un nuovo albergo, anche se faranno solo finta, tanto Win è cieco. Ma se lo possono permettere con i soldi di Lilly. Suzie trasferitasi in America anche lei si dichiara ed è accettata da John, che vivrà con lei il resto della sua vita. Franny sposa un ex-atleta di colore di cui era da sempre innamorata (dai tempi del liceo direi). E via narrando. Ci vorrebbero altrettante pagine per narrare tutti i risvolti immaginati da Irving per la trama, i trabocchetti, i rimandi, i giochi di parole. Ed altrettanto ci sarebbe da dire sui temi quasi autobiografici del testo: John diventa un campione di sollevamento pesi e Irving (anche lui John) era una campione di lotta libera all’Università; sia Irving che i Berry (ma anche i Garp) per un certo periodo della loro vita si trasferiscono a Vienna. Ma tutte queste ed altre astuzie letterarie e di storie le lascio a voi amati lettori, perché, nonostante appunto l’intricata gestione delle storie, è un bel libro da scorrere, anche lentamente se vogliamo. Io vi riporto solo un piccolo brano che John dedica al fratello quando questi compie quaranta anni. Una poesia del poeta americano Donald Justice, a me poco noto, ma mi si dice autore di belle righe da meditare. Come queste: Men at forty / Learn to close softly / The doors to rooms they will not be / Coming back to.  [Gli uomini a quarant’anni / imparano a chiudere piano / le porte di stanze nelle quali / non torneranno più]. Credo che al fine non sia il migliore tra i libri di Irving (che tutti indicano in “Le regole della Casa del Sidro”, che non ho letto), ma un libro che va in ogni caso letto, e ben ponderato.
“Leggere ad alta voce per qualcuno è uno dei piaceri di questo mondo.” (415)
È domenica, è la prima trama del mese, ecco le letture di luglio. Che sono poche data la parentesi dei Parchi americani. Che non si discostano molto da una onesta media, a parte l’interessante e da meditare libro di Savater,

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Richard Castle
Heat Wave
Repubblica Noir
7,90
2
2
Rosa Mogliasso
L’amore si nutre d’amore
TEA
9
2
3
Rosa Mogliasso
La felicità è un muscolo involontario
TEA
9
3
4
Danila Comastri Montanari
Ars Moriendi
Mondadori
9,90
3
5
Fernando Savater
Etica per un figlio
Laterza
8
4

Eccoci ancora qui, in questo ottobre che già si preannunciava complicato di impegni e di attività (fortunatamente italiche, che questo mese i viaggi riposeranno). E che si va a poco a poco complicando più del complicato. Ma noi sapremo tenere a bada le procellose spinte, e continueremo diritti per le nostre vie.

domenica 25 settembre 2016

Viaggiatori in Noir - 25 settembre 2016

Terminiamo allora questa meravigliosa estate con un ultimo viaggio in nero, rilassante, coinvolgente, con qualche pensiero sparso, e tanta carica da portare con noi. Partiamo da un America ammantata di ebraismo, per scivolare sino alla nostra amata e sempre frequentata India. Torniamo in Europa, puntando al Nord norvegese, e concludiamo in Argentina, dove ci aspetta (ma quando) l’immensa Patagonia (anche se per ora ci accontentiamo di Buenos Aires). È anche un discorso quasi tutto al femminile, con la Kellerman su tutte.
Faye Kellerman “Il bagno rituale” Repubblica MondoNoir 8 euro 7,90
[A: 01/09/2014– I: 03/02/2016 – T: 05/02/2016] - &&&&  
[tit. or.: The Ritual Bath; ling. or.: inglese; pagine: 316; anno 1986]
Strano il percorso letterario in Italia di questa scrittrice considerata in America una dei punti di forze del “giallo ebraico”. Faye Kellerman, mia coetanea, è un’ebrea ortodossa, che si laurea in Matematica a poco più di venti anni, e poi in “Chirurgia Dentaria” poco anni dopo (follie americane). Sposa lo psicologo Jonathan, che poco dopo comincerà a scrivere una serie di gialli con protagonista lo psicologo infantile Alex Delaware. Quasi contemporaneamente, anche Faye comincia a scrivere polizieschi, che hanno una forte connotazione ebraica ortodossa, benché ovviamente ambientati in America, ed in particolare nella loro città, Los Angeles. Questo è il primo di 22 libri scritti in questo filone, e, come vedete sopra, è stato pubblicato la prima volta nel 1986. Ebbene, in Italia arriverà solo nel 2010, per merito della non certo famosa “Cooper editore”. Solo nel 2014, Repubblica pensa di inserire questo libro nella collana dei suoi “neri in giro per il mondo”. Opera meritoria, che mi ha permesso di conoscere un’autrice che ha una scrittura interessante, ed un’altrettanta interessante ambientazione. Che cominciamo a conoscere da questo primo libro delle sue avventure “gialle”. Certo, un libro che ha qualche momento di pausa, dovuto al fatto che si stanno introducendo situazioni e personaggi. Tuttavia, sia per le prime sia per i secondi, Faye ci descrive e ci fa partecipi di questi mondi inseriti nel nostro quotidiano, e che molti tendono a non vedere. La sua ortodossia, inoltre, spinge l’autrice ad una rigorosità che è senz’altro foriera di domande ed approfondimento, per una persona curiosa come me. Ecco allora che ci immergiamo nell’atmosfera di una yeshivah americana. Anzi, per essere più precisi una kellal (luogo di studio della Torah aperto anche alle persone sposate). Come tutti i luoghi ortodossi, ha quindi bisogno di una mikvah, luogo di abluzioni rituali, in particolare usato dalle donne per purificarsi alla fine del ciclo mestruale e poter tornare a giacere con i legittimi sposi. Rina è la custode del bagno, oltre ad insegnare materie scientifiche nella scuola. Ed è lì quasi per carità, essendo vedova da poco più di un anno del brillante Yitzhak, morto a 27 anni per un tumore al cervello. L’azione si dipana a partire dall’aggressione ad una donna appena uscita dalla mikvah. Dell’indagine se ne occupa Peter Decker, onesto poliziotto californiano, divorziato da non molto, padre di una Cinthia sedicenne. Tra Peter e Rina scatta immediatamente una scintilla. Che autori meno attenti avrebbero trattato banalmente, magari facendo dirigere i passi dei nostri due, verso qualche luogo deputato ad effusioni intime. Faye, invece, ci fa partecipi di tutto il percorso che una donna ebrea ortodossa deve fare e fa nel rapportarsi all’altro sesso. Non solo, anche nel rapportarsi ad un goy (un non ebreo). Problemi di lingua, problemi di costumi alimentari, e tanti, tanti altri. Senza nessun giudizio esterno, proviamo a seguire con rispetto il percorso di Peter e Rina, che capiamo, prima o poi, essere destinati a convergere. I loro incontri, gli incontri tra i figli di lei e di lui, gli sguardi delle donne ebree verso questa poveRina (ah, ah, ah), la scoperta di lui di essere ebreo, benché non praticante (Peter è stato adottato, ma il padre e soprattutto la madre biologica erano ebrei; così come ebrea era la prima moglie di Peter, tanto che anche la figlia è ebrea; per chi non lo sapesse, l'appartenenza al gruppo viene ereditata matrilinearmente). Antropologicamente, questa parte è interessante, anche perché viene collocata nell’America odierna. Quindi ne vediamo anche i contrasti (sono passati trenta anni, ma le considerazioni sono tuttora valide). Possiamo solo obiettare, senza critiche, che ci sarebbe da fare un percorso analogo verso altre diverse minorità americane, in primis l’arabofono, ma anche la singalese, o la vietnamita (ricordo che la più popolosa città di etnia vietnamita si trova in … Texas). Per non parlare, ovviamente, dei neri, dove si aprirebbe un mondo di discussione. Tornando al libro, dopo il primo assalto alla mikvah, vediamo la kellal oggetto di atti vandalici, Rina assalita da una gang di bravacci ad un supermercato, finendo con i due episodi clou: viene assoldata una vigilantes negra per “sicurare” il posto e sempre più loschi si mostrano due colleghi di Rina. Purtroppo la vigilantes viene uccisa, e, come ci aspettava, Peter decifra gli attacchi alla mikvah come un tentativo contro la bella Rina. Come inoltre, si poteva desumere dal contesto, Peter trova chi ha ucciso la donna di colore, e chi sta attentando all’onore della (forse) sua (in futuro) donna. La trama gialla è essenziale, facile anche se non banale. Il contesto è più interessante, ben descritto, ed ovviamente partecipato dal fatto che, come detto, la stessa Faye è ortodossa. Un solo appunto riguarda l’incongruenza tra pagina 135 e 136. Nella prima, i genitori di Rina, che stanno facendo i baby-sitter ai nipoti mentre Rina e Peter sono ad un concerto, si lamentano che Rina stessa sia arrivata alle 22:45, poi nella seguente la stessa nonna recrimina sul fatto che i nipoti siano andati a letto alle 23:30. Ma se sono le 22:45 come fa a recriminare sul sonno dei nipotini? Qualche editor dovrebbe leggere meglio i libri. Comunque, sono in attesa di capire come si evolverà la storia di Rina e Peter, per ora, alla fine di questo libro, solo intensamente amici.
Vikas Swarup “I sei sospetti” Repubblica MondoNoir 2 euro 7,90
[A: 14/07/2014– I: 10/02/2016 – T: 13/02/2016] - &&& +   
[tit. or.: Six Suspects; ling. or.: inglese; pagine: 519; anno 2008]
Terza lettura della collana sul Giro del Mondo in Nero, e devo dire, pur con qualche riserva, si mantiene ad un buon livello di resa. Anche questo che non è un “giallo” puro, ma un mega-pastiche in salsa curry, scritto da quel Swarup, indiano assurto alla notorietà come autore del libro “Le dodici domande”, poi tradotto nel pluripremiato film da Oscar “The Millionaire”. Il primo appunto da fare a Swarup è di essere un pochino prolisso, tanto che ad un certo punto avevo quasi temuto di essermi incagliato. Fortunatamente l’ultima parte del libro scorre molto e fa recuperare consensi. Secondo appunto, è la struttura analoga (non uguale né simile) con il suo primo e più fortunato romanzo. Lì c’erano dodici storie, legate alle dodici domande del quiz, qui abbiamo sei storie legate ai sei personaggi. E sono talmente approfondite, che ognuna ha quasi la dignità di un mini-romanzo a sé. D’altra parte, al contrario, è intrigante la modalità di racconto, dove abbiamo un omicidio ad inizio libro, e tutto il resto per entrare nella testa dei sei sospettati del crimine. Con una tecnica che, scusate il parallelo “blasfemo”, rimanda al Kurosawa di “Rashomon”. Infatti, si parla dell’uccisione di Vicky Rai, un giovane ricco e corrotto, rampollo di una famiglia molto in vista dell’Uttar Pradesh, già autore di diversi crimini e sempre assolto. Così come viene assolto dall’aver ucciso una signorina, Ruby, benché in molti lo avevano visto commettere il fatto. Durante la festa che Vicky organizza per l’assoluzione, viene colpito a morte. Il giornalista Arun decide di rivelare la verità scrivendo sul suo giornale. Da qui parte la descrizione della vita e delle motivazioni dei sei sospettati del crimine: il burocrate (Mohan Kumar), l’attrice (Shabnam Saxena), l’americano (Larry Page), l’aborigeno (Eketi), il ladro (Munna Mobile), e il politico (Jagannath Rai). Kumar, corrotto segretario statale con tanto di amante, è ora in pensione, e vede il suo potere diminuire di giorno in giorno. Durante una seduta spiritica viene “posseduto” da uno spirito, e da quel momento si comporta in modo bipolare: buono da fantasma, cattivo da Kumar. Quindi lascia l’amante, smette di bere, poi capovolge il tutto, licenzia i suoi servi. Da buono, manda in malora la ristrutturazione con licenziamenti delle aziende di Vicky, che lo licenzia. Va alla festa di Vicky pensando, con la parte buona, che un tale spregevole individuato vada eliminato. Shabnam è un’attrice con tanti film alle spalle, ma sulla cresta di un’onda da cui può scivolare. Cosa che infatti fa, ingannata dal suo segretario. Nell’intento si salvare la sorella Sapna dall’accusa di aver ucciso un uomo, si rivolge a Vicky, sapendo bene cosa questo comporta per la sua onorabilità. Si reca quindi alla festa con una pistola nella borsetta. È anche al centro di un raggiro, quando qualcuno usa una sua foto per circuire il sempliciotto texano, promettendo un grande matrimonio indiano. Larry Page (conscio anche dei possibili disguidi dovuti all’omonimia con il fondatore di Google), si reca in India, capisce ben presto il trucco, viene più volte truffato, si aggira incoscientemente per il Kashmir, dove ha modo di sventare attentati locali. Alla fine viene salvato dai Servizi Segreti americani, ma chiede di essere presente alla festa di Vicky, perché è l’unico posto dove può finalmente incontrare Shabnam. Eketi viene dalle Andamane, è brutto, basso e pieno di rimedi da stregone per tutte le situazioni. Parte dalle isole verso il continente per ritrovare un sacro lingam rubato nell’isola. Attraversa tanti posti che mi hanno fatto risuonare campane vicine nel tempo: Calcutta, Varanasi con i ghat e gli eunuchi, l’entroterra del Gange verso la capitale, infine Delhi stessa. S’innamora della sorellastra di Munna, vittima del disastro di Bhopal, brutta e cieca, ma con un grande animo. Anche lui è presente alla festa, che l’ultimo possessore del lingam è proprio Vicky. Munna, ladro di cellulari (da cui il soprannome Mobile) vive anche lui strampalate vicende, entrando in possesso di una valigia con milioni di rupie, facendo la bella vita, per poi essere scoperto, e pestato quasi a morte. Nel periodo aureo, s’innamora, ricambiato, di Ritu sorella di Vicky, ma all’opposto come carattere e sensibilità. Il pestaggio, poi, avviene proprio per ordine di Vicky, motivo per cui Munna decide di ucciderlo e di fuggire con Ritu. In ultimo c’è Jagannath, il corrotto padre di Vicky. Di cui ha sempre coperto le malefatte, anche perché a capo di una vasta rete di corruzione, con la quale governa in modo mafioso, l’Uttar Pradesh. Quando il Primo Ministro lo vuole mettere in disparte, che l’opinione pubblica si sta sollevando verso tutta questa marea di malaffare, decide di incaricare un sicario di uccidere il figlio, in modo da riacquistare una verginità politica. Tutti e sei hanno la possibilità di uccidere Vicky, così come ce l’ha Ritu, anche se non ha la pistola, ed anche altri personaggi che scopriamo nel convulso finale. Dove Swarup propone tutta una serie di soluzioni, smontandole una dopo l’altra, ed arrivando ad un finale che, questo sì, mi ha letteralmente sorpreso. Motivo appunto di far salire il gradimento del testo. Un altro punto di interesse è nel guardare l’India sia con gli occhi di Larry che con quelli di Eketi. Dato che, da punti opposti, sono entrambi due alieni. Swarup ci presenta comunque un quadro della civiltà indiane pieno di corruzione e malaffare (cosa che non stentiamo a credere), ma anche con elementi di speranza, che vengono sempre da dove meno si possa aspettare: il ladruncolo, che ruba per fame, e che ha una bella redenzione nel finale, e l’aborigeno, che porta con sé i segreti dell’India millenaria, non ultimo quello di continuare a parlare con le persone buone, anche dopo la morte. Al solito, quando si affrontano questi super-volumi indiani, non si riesce mai ad essere troppo sintetici. Ma in ogni caso, spero di avervi un po’ incuriosito, in modo da spingervi a leggere questo libro.
Anne Holt “La ricetta dell’assassino” Repubblica MondoNoir 3 euro 7,90
[A: 21/07/2014– I: 14/02/2016 – T: 18/02/2016] - && +
[tit. or.: Uten ekko; ling. or.: norvegese; pagine: 398; anno 2000]
Torniamo alfine ad una delle due serie della norvegese Anne, la più antica, quella con protagonista Hanne Wilhelmsen. In genere una buona serie (almeno fino ad ora), e che dopo qualche anno troverà una convergenza con l’altra, più moderna, di Vik & Stubø. Ma ne parleremo quando sarà il momento. Qui, comincio con due lamentele ed una scusa. Prima l’ultima: per una serie di motivi che non stiamo qui ad analizzare, leggo questa sesta avventura di Hanne, avendo saltato le precedenti numero 4 e 5. Grande errore, che in quei libri avvengono cose importanti, che condizionano, anche pesantemente, questo libro, e che ne rendono la lettura monca. Mancano delle parti, dei sentimenti, delle descrizioni, e Anne non riesce a colmare questo “buco” come in genere fanno altri scrittori di produzioni seriali. Ed ora i lamenti: perché far scomparire (o mantenere solo scritto piccolo piccolo) il nome della co-autrice del libro? Questo, e “Nella tana dei lupi”, sono stati scritti a quattro mani con Berit Reiss-Andersen, che però, appunto, misteriosamente non appare esplicitamente (ed anche su Internet sembra “desaparecida”). E soprattutto, perché modificare il titolo “Senza eco” in “La ricetta dell’assassino”? Che male vi ha fatto l’eco? Ovviamente non Umberto. Certo, la tentazione è ghiotta, se il morto di morte violenta è un cuoco. Ma parlare di ricetta è non solo fuorviante (infatti, non c’è nessuna ricetta in tutto il libro), ed anche un po’ capzioso, dove si cerca di dare suggerimenti laddove non c’è di certo bisogno. La storia gialla è poi risibilmente complicata, ma solo per fini altri, che poi vedremo. Nello specifico abbiamo un grande cuoco (anzi, uno “chef”), veramente odioso, trovato morto vicino alla stazione di polizia. Ucciso da un coltello da cucina giapponese. Sarebbe tuttavia morto in ogni caso, essendo imbottito di una dose letale di paracetamolo. Sapendo che tutti (molti) lo volevano morto, ci si domanda allora chi possa essere stato. Il truffaldino socio Claudio? La giovane moglie Vilde, sposata da poco e non convivente? Il di lei precedente fidanzato Sindre? Sindre che era anche stato truffato abbondantemente dallo stesso cuoco. Un discendente avuto in gioventù e mai riconosciuto? E chi è costui o costei? La stessa sposa intonsa, magari sposata per darle legalmente un’eredità? Lo spaurito Daniel, che compare ad un certo punto come i cavoli a merenda? Oppure l’assassino è la zia di Daniel, Idun, che casualmente stava collaborando con il cuoco per la pubblicazione di un libro di ricette e memorie? La madre di Daniel, in cerca di chissà quali vendette? La misteriosa figura che invia a destra e a manca biglietti minatori in nome della purezza norvegese? La polizia fa un casino che la metà basta, meno Hanne, che alla fine mette tutti in riga ed assicura che la giustizia sia fatta. Tuttavia, la reale trama del libro è il contorno, quello che i vari personaggi vivono al di là delle indagini. Così seguiamo Hanne, che nel precedente libro (vedete ciò che ho scritto sopra) ha perso la sua compagna Cecilia, e non riesce a riprendersi. Va sei mesi in Italia, in un posto che alla fine sarà collegato al cuoco, ma in maniera talmente oscura che ci si domanda se siano saltate delle pagine. Torna, ma non riesce a rimettersi in riga. Aveva mollato tutto del dolore. Nessuno sembra averlo capito. Solo verso la fine delle lunghe 400 pagine pare ritornare pimpante e determinata come nei primi libri. Seguiamo Billy T., il suo alter-ego all’inizio, diventato ispettore capo senza Hanne, che però non ne ha la stoffa, preso da mille problemi quotidiani e dalla sua natura fondamentalmente di irregolare. Ha già avuto una serie di mogli, e tre figli maschi. Ora ha sposato Tara (e non perdonerà mai ad Hanne di non avergli fatto da testimone) ed è nata la piccola Jenny. Incontrerà anche un amore giovanile, Suzanne, e tutto insieme sarà una miscela personale esplosiva, con evidenti danni per tutta l’inchiesta e per la polizia stessa. C’è la neo entrata Silije, poliziotta per vocazione, ricca per nascita, incinta per scelta. Ci sono altri personaggi istituzionali che si muovono nei rispettivi brodi. Poi, ovvio, ci sono le persone del giallo. Il cuoco, di cui apprezziamo sempre più l’odiosità. Claudio, che si rivela ben presto un truffaldino di bassa lega. Daniel, con evidenti problemi di soldi, che non si capirà mai bene perché li abbia, ne soffra, e non li risolva. Marry (si scrive così con due erre) la zoppa, prostituta e drogata che darà la chiave di volta ad Hanne per risolvere il mistero. Detto così sembra un buon plot. Quello che mi ha disturbato è la mancanza di legame tra le varie parti. Si salta da un episodio all’altro, da una storia all’altra, senza un vero perché, senza capirne (soprattutto all’inizio) i motivi. Quasi che ci fossero le quattro mani scriventi in modo indipendente, senza che i due cervelli comunichino tra loro. Insomma, un libro faticoso da digerire, e me ne dispiace che altrove ed in altre scritture la simpatica norvegese sembrava più a suo agio. Inutile che nasconda poi la soddisfazione di leggere la frase sotto riportata, dopo le nostre lunghe visite ad Helsinki.
“Tu pensi sempre che sia colpa tua. Ti basta assumerti tutte le colpe del mondo per scagionarti da qualsiasi cosa. Chiedi scusa, e così pensi che sia tutto a posto.” (175)
“Il divano, così artigianale da sapere di esser fatto in casa, era foderato con una stoffa a fiori della Merimekko.” (355)
Claudia Piñeiro “Betibú” Repubblica MondoNoir 11 euro 7,90
[A: 15/09/2014– I: 24/03/2016 – T: 27/03/2016] - &&& e ½     
[tit. or.: Betibú; ling. or.: spagnolo; pagine: 313; anno 2010]
Devo dire che la prima cosa che mi è saltata agli occhi, una volta aperto questo libro, è la sua compattezza. Se lo sfogliate casualmente, tutte le pagine sono di uguale formato, non ci sono a capo, non ci sono dialoghi esplicitati di persona. Non so se sia un modo stilistico dell’autrice argentina, in fondo è il primo libro che ne leggo, ma, soggettivamente, mi ha messo un po’ in difficoltà. Non c’è quasi tempo di riprendere fiato, tutto si condensa nelle azioni (anche se poche) e nei pensieri (questi sì, molti). Per cui ho faticato molto a leggerne, ed ho trovato il ritmo giusto solo lontano da Roma, in una Pasqua sorianese di calma e serenità. Nonostante questa difficoltà, comunque, non esito a definirlo un buon libro, anche se non eccelso. Un discreto giallo, ma, soprattutto, un bello spaccato della società e del mondo argentino. Non è un caso che Claudia sia anche giornalista, e quindi attenta alla realtà che la circonda. Siamo nel corso del primo mandato di Cristina Kirchner (anche se non viene nominata esplicitamente), e l’Argentina vive un nuovo momento di tormenti. C’è una sempre maggiore distanza tra potentati e borghesia comune, grossi debiti verso l’estero, dovuti anche ad una lenta uscita del default del 2002. In una calda Buenos Aires, vediamo all’opera tre personaggi che convergono per analizzare e forse risolvere il mistero della morte di Pedro Chazarreta: la scrittrice Nurit Iscar (un po’ alter ego dell’autrice), Jaime Brena, cronista di nera spostato alle varie per decisione del gran capo del suo giornale, ed il ragazzo che ha preso il suo posto e sta imparando il mestiere. Gli intrecci sono poi complicati dal fatto che il capo di Brena è l’ex-amante di Nurit da lei lasciato per giusti motivi, che Karina, l’amica di Brena, ha firmato l’articolo che tre anni prima ha stroncato un libro di Nurit, e che il ragazzo ha una simpatia proprio per Karina. Nonché, infine, che il soprannome di Nurit, da lei pensato venire dall’amante, fu invece inventato da Jaime. Soprannome che dà il titolo al libro, Betibù, una spagnolizzazione del personaggio dei fumetti cui Nurit assomiglia molto, Betty Boop. Inciso: il fumetto di Betty Boop è stato un epigono negli anni Trenta di un certo tipo di fumetto scanzonato (che ora diremmo “alla Manara”) colpito ben presto dagli strali della censura. Se ne vogliamo parlare, ho righe e righe di notizie e commenti. Tornando al libro, i nostri tre, per diverse vie, ed acquisendo strada facendo un buon modo di interagire e di risolvere situazioni, collegano la morte di Pedro con quella avvenuta tre anni prima di Gloria, sua moglie. Morte avvenuta in maniera formalmente identica. Collegano inoltre Pedro ad una foto scomparsa, dove il commissario Venturini, strano tipo di poliziotto (anche se mi si dice che tutti i poliziotti in Argentina non è che siano proprio normali) li porta sulle piste di alcuni componenti della foto. Altri, i nostri tre, li trovano autonomamente. Sono 6, e cinque di loro risultano morti in circostanze consone alla loro vita (ad esempio, chi andava forte in auto muore in un incidente stradale, chi scia, muore sulle nevi argentine). I 6 inoltre provengono tutti da un collegio di Buenos Aires noto per il nonnismo dei suoi alunni e dei professori (una specie di San Leone Magno degli anni Settanta). La trama gialla a questo punto è ben chiara, con un unico, ma fondamentale punto di difficoltà: non ci sono prove. E quando i potenziali assassini minacciano le vite private dei nostri, Nurit scrive un bellissimo articolo (impubblicabile) e chiude la vicenda. Lasciandoci il messaggio: laddove il giornalista non può più scrivere per mancanza di prove, interviene lo scrittore, che, in tutti i casi, può inventare una soluzione, anche senza prove. Ovvio che la soluzione descritta da Betibù è quella giusta, ma ci interessa poco, come interessa poco alla scrittrice, di risolvere tutti i punti. La soluzione del giallo si collega alle parti migliori del romanzo, quelle che descrivono le miserie dell’Argentina, i soprusi di una classe guidata dal denaro su tutte le altre. Non è un caso che molte morti avvengano in un cosiddetto country club, una specie di Olgiata argentino, posta lontano dal centro, e sorvegliata da guardie private con grosse difficoltà per chi decide di entrarvi, anche se invitato. Questa parte, ed il clima del giornale, con le sue dipendenze dal potere, danno sostegno al racconto, e lo collocano in una posizione interessante. Non la parte gialla, come ho detto. Ma la parte di vita (per inciso, anche con i rapporti di Nurit con le amiche, con i figli, con l’ex-amante) è esemplare. Ed esemplificata da un episodio, marginale, ma illuminante. Nurit deve entrare nel Country Club, ha l’invito, ma non si trova la persona che l’ha invitata. Aspetta quindi fuori in un taxi. E la guardia al complesso la invita a scostarsi. Nurit sostiene, ed a ragione, che non ci sono divieti polizieschi a stare dove sta, in attesa. La guardia sostiene che è un diritto del Country (dei soldi dei proprietari del Country, diremmo) ad invitarla ad allontanarsi. L’arroganza contro il diritto. Questa era l’Argentina cinque anni fa. Ed ora? E noi? Belle domande, amici. Cerchiamo di rispondere come facciamo da anni ed anni, senza tirarci indietro, ma con il rispetto che abbiamo sempre mantenuto.
“È abituata a leggere in qualsiasi circostanza: camminando, viaggiando sull’autobus o nel metrò, in fila in banca, persino al cinema finché non si spengono le luci e il film inizia.” (120)
“La solitudine è uno stato d’animo interiore che si può provare persino stando tra la gente.” (276)
Come sanno bene i miei lettori di molte trame, la seconda trama del mese porta con sé il suo allegato libropeutico per guarire da tutte le malattie. Non sarà certo un caso che questo mese si parli di letargia e voglia di non fare nulla. Purtroppo invece dovremmo rimandare ancora i libri che ci aiutano ad essere felici, dato che sono mesi che non si riesce ad arrivare alla terza settimana di scrittura.
Come tutti sanno difficile è finire i viaggi e le scoperte all’improvviso. Anzi credo e spero che non finiranno mai. Scoprire aiuta a far funzionare i nostri poveri neuroni abbandonati. E se Giambattista Marino diceva quattrocento anni fa che era del poeta, noi ribadiamo cambiando che è della vita stessa “il fin la meraviglia”, perché chi non sa stupirsi, anche delle piccole cose è meglio che vada a fare altro. Io, vecchiarel canuto e stanco, continuo a stupirmi.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

SETTEMBRE 2016
Dopo un’estate di tutto movimento, è facile che si cada in una depressione letargica, dove nulla si muove, e tutto scorre senza significato. Affrontiamo allora questo mese i sintomi e gli antidoti per questa malattia.

LETARGIA

Paul Bowles                       “Il tè nel deserto”
Miguel de Cervantes           “Don Chisciotte della Mancia”
Forse ce l’avete fatta a scendere dal letto (v. Letto, incapacità di abbandonare il), ma vi muovete con la stessa elasticità di una femmina di ippopotamo incinta. Quando siamo sopraffatti dalla letargia fisica e mentale, e privi di motivazioni trasciniamo le nostre membra appesantite, è sempre difficile spostarsi. Perché per combattere la letargia c’è bisogno di un po’ di vitalità – ma la dove può arrivare la prima iniezione di energia, quella necessaria per invertire la forza d’inerzia?
La nostra cura, in due momenti, inizia con l’immersione proprio nell’ambiente acquitrinoso dove la letargia prospera. L’inimitabile “Il tè nel deserto” di Paul Bowles - acuto, serio, intenso e pieno di senso del destino - è un posto del genere. Port, sua moglie Kit e il loro amico Tunner, «incredibilmente bello» - americani che hanno rinunciato alla loro patria senza riuscire a trovare qualcosa di meglio - girano per il deserto del Nord Africa. Come gruppo irrequieto e stranamente privo di identità, passano le giornate per lo più a evitarsi a vicenda, a scansare gli abitanti locali, a eludere qualsiasi vero impegno con la vita. Tra loro e gli arabi che incontrano - sagome scure che si nascondono e di cui non ci si può fidare - c’è un senso di minaccia non meglio specificato. Mani invisibili lanciano pietre o tentano di rubare portafogli. Il terzetto continua a muoversi senza una particolare destinazione in mente, con un vento ostile alle spalle e un cielo «limpido e acceso» sopra la testa.
Kit è la più irregolare dei tre. Ci sono giorni in cui è così piena di un senso profetico di sventura che annulla qualsiasi cosa abbia in progetto. Tunner, col suo bell'aspetto, la annoia e quando al mattino la saluta lei lo considera «di un’allegria offensiva». Nel frattempo, per il marito Port l’unica certezza è una profonda e «infinita tristezza» - quasi rassicurante per la sua familiarità. Quando un giorno Kit dice a Port: «Non siamo mai riusciti, né io né te, a vivere davvero», è come se girasse il coltello nella piaga. Le loro vite sono come capsule di Petri in cui si coltivano i batteri della letargia: sono piene di languore, incertezza, difficoltà a comunicare e alienazione. Datevi una bella occhiata e domandatevi se anche nella vostra vita c’è qualcuna di queste capsule di Petri.
La seconda parte della nostra cura dovrà essere assunta appena voltata l’ultima pagina del romanzo di Bowles, perché farà l’effetto di un mezzo di contrasto, una specie di scossa elettrica. L’amabile, eccitabile “Don Chisciotte” di Cervantes - che si identifica con i cavalieri erranti dei romanzi cortesi e di cui legge le gesta restando sveglio tutta la notte - è tutto ciò che i personaggi de “Il tè nel deserto” non sono. Si alza presto, indossa la splendida armatura del nonno ed esce in cerca di avventura – una damigella in pericolo da salvare e amare, un mascalzone da attraversare con un colpo di lancia. Potrebbe attecchire la letargia su un simile terreno? Nient’affatto! Mentre gli scontenti americani di Bowles scompongono il mistero e la bellezza del deserto in frammenti sparsi e fasulli perché non possa far loro del male - negandogli la magnificenza e l’epica risonanza che potrebbe dargli un posto nella storia - Don Chisciotte trasforma semplici locande lungo la strada in castelli con pinnacoli d’argento, e mulini a vento in un esercito di giganti. E tutto questo con un atteggiamento irrefrenabile, gioioso, spigliato, immune alle cautele del fido scudiero.
Assumetene, puri, il romanticismo e il gusto per la vita, che grondano dalla penna di Cervantes in un crescendo senza fiato e come uno sprezzante grido di battaglia. Per chi soffre di pigrizia e di lungaggine, saranno il tonico più elettrizzante che la letteratura possa offrire senza violare la legge.

Bugiardino

Tutti, chi più chi meno, sanno di Don Chisciotte, di Sancho Panza e delle loro avventure. Tutti sanno ma quanti lo hanno letto? Io, sempre pronto a rispondere a tutte le domande, confesso di non averlo fatto. E con la stessa onestà invece mi rivolgo a Bowles e soprattutto a Bertolucci, per cercare di tornare ai miei deserti ed ai miei tè.
Paul Bowles “Il tè nel deserto” Feltrinelli euro 9 (in realtà, scontato a 8,10 euro)
[trama pubblicata l’8 maggio 2016]
Non c’era certo bisogno di alcuna spinta motivazionale per inserire un tale libro cult nella lista delle mie letture. Solo una piccola idea in più, a valle dell’interessante pamphlet regalatomi or sono due anni da Otto e Ale. E devo dire che, interessante e degno di lettura, non mi ha convinto sino in fondo. Per tre motivazioni forti che ho ricavato dalla lettura: la totale mancanza di accenni all’islam come elemento fondante di una gran parte della vita nordafricana, la poca conoscenza della cultura tuareg, laddove si adombra una loro possibile vita poligamica mentre gli “uomini blu” sono intrinsecamente monogami, l’inconsistenza quasi naif dell’approccio alla vita locale da parte degli americani presenti nel libro. Anche se probabilmente quest’ultima osservazione deriva dall’esasperazione che Bowles mette nel descrivere caratteri d’oltreoceano, forse drogata dalle frequentazioni che nel suo eremo di Tangeri aveva in quegli anni. Perché dal ’47 Bowles si trasferisce dall’America in Marocco, dove vivrà gli ultimi 50 anni della sua vita, e dove ospiterà tra gli altri Truman Capote, Tennessee Williams, Gore Vidal, Allen Ginseng, William S. Burroughs e Jack Kerouac. L’altro elemento di “disturbo” è che, avendo visto il film di Bertolucci, mi aspettavo, certo erroneamente, una maggior coscienza delle proprie personali motivazioni da parte dei coniugi Moresby, sia Port (che sullo schermo ha la faccia problematica di John Malkovich) sia Kit (che sempre nel film ha una maggior consapevolezza di cosa voglia nelle sembianze di Debra Winger). Il libro di Bowles, invece, è un lungo omaggio alla scomparsa di sé, alla ricerca delle proprie motivazioni di vita, dove, scontrandosi con la realtà, questa vince alla grande. I personaggi principali, come detto, sono Port e Kit. Una coppia decentemente in crisi e ragionevolmente con dei soldi alle spalle, tanto che può permettersi non di fare i turisti, ma bensì viaggiatori, che non hanno una reale meta, anche se lontani da quella mitica proposizione di Robert Louis Stevenson (cui spero di arrivare prima o poi): “Io non viaggio per arrivare, io viaggio per andare.” Ed i due si trovano invischiati in tutta una serie di momenti che un viaggiatore reale avrebbe affrontato in altro modo. Port è condotto da un sedicente arabo, nottetempo, in una specie di bordello itinerante di belle signorine, con cui, senza porsi scrupolo, giace, per poi tirarsi indietro, sentirne sensi di colpa, ascoltare le loro parole senza capirne il significato. E guardando il proprio ombelico, Port non trova meglio che ammalarsi di febbre tifoidea, di non accorgersene, e di trovarsi isolato con Kit e senza reali possibilità di cure. Kit stessa, come lei dice alla ricerca del proprio io, in una notte in treno giace, più o meno consapevolmente, con Turner (più o meno, perché sembra che Kit vada a letto con tanti senza capire perché). Rosa dai sensi di colpa non saprà più gestire nulla, e non troverà di meglio che lasciarsi trasportare dagli eventi. Fugge da Port morente, per paura non si sa di cosa. Si perde in un primo deserto, salvata da un improbabile Tuareg che la aggrega alle sue mogli, per poi lasciarla in loro balia. Kit che continua a fuggire di arabo in arabo, tanto che alla fine, partendo dal Marocco, si ritroverà in Sudan (!). Di contorno abbiamo l’inutile Turner travolto prima da Kit, poi dai propri sensi di colpa, poi da tutto il contorno (sembra proprio uno di quegli americani in visita a Bowles a Tangeri). Un inutile burattino. Come inutili, se non come macchiette, la strana coppia formata da Eric Lyle e dalla sua sedicente madre. Che vivacchiano rubacchiando agli altri turisti, che continuano a girare lamentandosi di tutto. Esempio di come era facile ed anche inutile fare i turisti subito dopo la Seconda Guerra mondiale. E di come il mondo arabo si sia trovato invaso da gente che ha rovinato completamente la propria e l’altrui esistenza. Un piccolo cammeo è dedicato anche alle guarnigioni francesi del deserto algerino, con quel tanto di presupponenza che i francesi hanno sempre avuto, e quel molto di impreparazione che tutti qui stanno mostrando. Certo, gli avvenimenti si concatenano in modo talmente strano che ci si rende conto di essere trascinati verso azioni e comportamenti quasi obbligati (e sempre sbagliati). Con quel finale, che nel libro è l’unica cosa che preferisco al film, dove la scomparsa di Kit assume una connotazione di coscienza e non di paura. Rimangono, ahimè, soltanto i paesaggi, ed il Sahara, e tutti quegli scorci senza personaggi che sono la parte migliore (soggettivamente) del libro. Che spiace anche sia conosciuto con il fuorviante titolo della prima parte, e non con l’originale: “Un cielo protettore”. E chi è stato nei deserti, capisce, guardando il cielo, il senso di tutto ciò. Sia nelle giornate passate a ripararsi nelle oasi dal grande calore, sia nelle notti a guardar le stelle, finalmente senza altre luci che ne oscurino lo splendore. Non è un caso che abbia impiegato molto a leggere questo romanzo, quindi. Da cui aspettavo un mio ritorno mentale là dove, per problemi di guerre or non è possibile andare. Si, ho ripensato ai miei deserti, ed ho rivissuto la morbidezza libica e l’asprezza algerina. Ma per merito della mia immaginazione. Non di questo libro. Forse andava letto come metafora del perdersi in una inutile ricerca di sé, laddove il proprio io non stava. E forse questo sarebbe stato un altro libro. Rendo comunque omaggio alla figura di Paul Bowles ed alla sua vita, anche se non alla sua opera prima.
“Spesso, proprio durante un viaggio i suoi pensieri divenivano particolarmente lucidi, e prendeva decisioni cui non poteva arrivare quand’era fermo in un luogo.” (86)
“- Prima dei vent’anni … pensavo che la vita fosse qualcosa che andasse via via acquistando slancio. Anno per anno sarebbe diventata più ricca e più profonda. Uno imparava sempre più, diventava via via più saggio….  – E ora sai che non è così, vero? È piuttosto come fumare una sigaretta. Le prime boccate hanno un sapore meraviglioso, e non pensi che possa mai esaurirsi. Poi cominci a darlo per scontato. D’improvviso ti rendi conto che si è consumata quasi tutta, e proprio allora ti accorgi che in fondo sa di amaro.” (138)
“Il deserto è un posto così grande, eppure niente va veramente perduto, mai.” (265)

Conclusioni


Credo che tutti debbano soffermarsi su quella prima frase di pagina 86. Non so come, ma 6 anni prima di me, il grande Paul mi aveva fatto una fotografia non più ripetibile. Ed è questa la mia cura anti-letargica: stare fermi inaridisce cuore e mente. Per questo, al fine, il libro del deserto l’ho interpretato a rovescio: l’autore descrive l’apatia degli americani a Tangeri, io ci vedo la forza che i deserti ed i viaggi mi danno ancora alla mia quasi veneranda età.

lunedì 19 settembre 2016

Gialli, ma non cinesi - 19 settembre 16

Sarebbe stato facile, al ritorno dal lontano Ladakh (in una zona simil-tibetana, contesa tra indiani e cinesi) fare una battuta colorata. Invece riprendiamo i nostri scambi periodici con alcune letture estivo-distensive. Ma permettetemi di dare il benvenuto a questi micro-racconti ai miei compagni di viaggio indo-ladaki, che spero gradiranno anche queste saltuarie note. Quattro italiani ora, con il fulminante Pandiani che stacca tutti di molte lunghezze, con la delusione dell’ultimo Vichi e con il rimpianto di prove migliori per il romano Ricciardi. Da Luceri poco mi aspettavo e poco ho ricevuto.
Enrico Luceri “Le colpe dei figli” Mondadori euro 4,90
[A: 04/03/2015– I: 21/10/2015 – T: 22/10/2015] - &+&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 172; anno 2015]
Sono alla terza prova di lettura del poco noto e poco notabile Enrico Luceri. Il suo primo libro vinse l’inedito del giallo, e ci può stare. Il secondo scorreva via senza colpo ferire, con il mio commento iniziale sulla prevedibilità della storia. Qui, siamo alla terza scrittura e stiamo precipitando. Non nella scrittura in effetti, che la tastiera del computer la sa usare, e con tranquillità. È la storia a far acqua da tutte le parti. E non è un caso che il mio giudizio sia complicato (vedete su 1 libricino più 1). Che il romanzo non merita più di 1 libricino, ma la presenza del commissario Buonocore e poi del suo aiuto, l’ispettore Angela Garzya, ne fa aumentare la presa. Il commissario è simpatico, con quel suo andare in bicicletta per Napoli (avventura che solo i migliori azzardano), prende per i suoi ragionamenti, che arrivano alla meta prima che lo stesso computer vi si affacci, pur se gestito dalla bravissima ispettrice. Ed è una coppia che funziona, anche se alla fine ci si accorge che il commissario ha finito il suo ciclo (cancro ai polmoni per il troppo fumo), ma Garzya potrebbe diventare l’eroina di una qualche futura serie. Mentre non funziona la storia in sé. Intanto quel titolo bislacco, che tutti collegano all’originale, un passo biblico del libro di Geremia (“I padri mangiarono l’uva acerba ed i figli ebbero i denti allegati” Geremia 31). E che collegato al primo inutile capitolo, fa smontare tutta la tensione del possibile giallo, dandocene ben presto la chiave. Se fossi l’editor di un tale libro, avrei spostato il primo capitolo a quando Buonocore e Garzya hanno la prima illuminazione riguardante il collegamento tra i morti che si susseguono in quel di Napoli, tutti con lo stesso meccanismo: luogo isolato, botta in testa, bruciati vivi mentre sono tramortiti. Tutto inizia in un’isolata baracca, dove viene trovata morta una donna, specchiato medico della locale ASL. L’ipotesi che sia il primo atto di un killer immotivato non convince il nostro commissario. Buonocore è un poliziotto serie, con le sue inveterate abitudini: schizzare un ritratto a matita degli interlocutori durante gli interrogatori, fumare una sigaretta dopo l’altra, riflettere mentre pedala sulla sua vecchia bicicletta nel tentativo di afferrare il filo della soluzione dell’indagine. Certo il tutto si complica con la seconda morte: di nuovo una donna, di nuovo lo stesso modus operandi. Non si cava un ragno dal buco, ed il commissario viene affiancato da Angela Garzya, una trentenne investigatrice dell’UACV (Unità di Analisi del Crimine Violento) proveniente da Roma, anche se nativa di Casoria, tutta software e database. Mentre i delitti proseguono, e la verità sfugge come il filo di un aquilone strappato dal vento, Buonocore e Garzya hanno l’idea vincente di ricostruire il passato delle vittime. Per trovare il famoso punto in comune, l’elemento che possa unificare e dare un senso alla vicenda. Con difficoltà, e qualche colpo di fortuna, ovviamente non possono che riuscirci. Pensate sempre al prologo infausto. Riuscendo a salvare una bambina che il pazzo assassino tenta di bruciare nella scena finale (metto il maschile solo per dovere grammaticale, che l’assassino potrebbe essere indifferentemente maschio o femmina). La felice soluzione porta ad un avvicinamento cerebrale tra Buonocore e Garzya, i cui metodi sembrano inizialmente contrastanti. Buonocore ci lascia alla fine, dimettendosi per andare a curarsi un tumore ai polmoni. Ma Garzya rimane, e chissà… Come detto, la scrittura scorre, ma la trama non prende, troppo prevedibile e prevista, quando è scatenata da turbe personali che trovano motivi, forse, solo nella testa del killer. Prende invece l’umanità di Buonocore (e le sue mitiche pedalate per la bella città di Napoli) e l’onestà di fondo di Garzya che, per l’appunto, ci aspettiamo sbuchi fuori da altre storie. Peccato non sia sorretto il tutto da una ricerca verso una trama più robusta.
Giovanni Ricciardi “La canzone del sangue” Fazi Editore euro 14,50 (in realtà, scontato a 10,15 euro)
[A: 13/07/2015– I: 24/02/2016 – T: 26/02/2016] - && e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 191; anno 2015]
Seguo da sempre le uscite dei romanzi di Giovanni Ricciardi, con le conseguenti evoluzioni delle avventure del commissario Ottavio Ponzetti. Devo dire, purtroppo, che quest’ultima fatica è stata inferiore alle mie attese. Pur comprendendo le motivazioni di scrittura e d’ambientazione, ho infatti trovato poco adeguata alla figura del commissario lo svolgersi siciliano della trama. Capisco che anche i poliziotti hanno diritto alle ferie, e che, per la natura dell’idea a base della storia, una bella spiaggia siciliana ha una sua ragion d’essere. Tuttavia, Ponzetti per me è legato a Roma, ed alle sue passeggiate, dove, ragionando e camminando, il commissario arriva a decifrare il piccolo o grande mistero che ha di fronte. E sono fortemente critico per quella copertina dove si scomoda il simpatico Malvaldi per citare di Roma e di Ponzetti, quando per l’appunto, l’unico momento di “romanità” è assistere all’involuzione della parlata del fido Iannotta. Un po’ poco, per parlare di una Roma non per turisti. Peccato, anche, per lo svolgimento, anzi il mancato svolgimento della trama, che assistiamo ad una lunga pensata del nostro commissario intervallata da qualche evento esterno, ma essenzialmente interna. Una riflessione lunga sui temi della violenza, della morte, e dei rapporti umani, che mi ha ricordato le passeggiate ateniesi del commissario Charitos di Petros Markaris. Un punto, senz’altro, a favore dell’autore. Che prende spunto da una vicenda poco nota, o comunque spesso travisata, per farne perno di una storia che ha una sua logica ed un suo svolgimento credibile. Tutto (o molto) ruota intorno ad una supposta canzone popolare siciliana, quella “Vitti ‘na crozza” che invece è stata composta, nella forma che conosciamo, da Franco Li Causi nel 1951 per la colonna sonora del film di Pietro Germi “Il cammino della speranza” (film non riuscito, ma che andrebbe rivisto alla luce dei migranti attuali, visto che tratta delle emigrazioni siciliane verso la Francia per sfuggire alla schiavitù delle miniere). La finzione di Ricciardi (che segue travisandola leggermente la vicenda reale della canzone, su http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=4392 è possibile leggerne ed approfondirne) coinvolge il commissario Ponzetti, in vacanza in Sicilia, nella faida della famiglia Arnone. Famiglia che possiede i diritti della canzone, ma che forse fu composta dal minatore Giuseppe, e da questo cantata, come sfida, al matrimonio del capostipite Casimiro. C’è Concetta, figlia di Giuseppe, ragazza madre a quindici anni, che, morto Giuseppe, viene presa a servizio da Casimiro. E nella casa cresce la piccola Annamaria, diventando una bellissima donna, che non ci si sorprende vada sposa all’inconcludente Matteo, figlio di Casimiro. Matteo è impotente, Annamaria è bella e vuole fuggire, forse attratta dal giovane musicologo Leonardo. Annamaria che canta e suona il violoncello. Annamaria, che in un breve incontro con il nostro, lo sconvolge con la sua triste storia e con un bacio. Poi, Casimiro viene trovato morto, ucciso da uno strano strumento, a punta e arrotondato. Contemporaneamente scompare Annamaria, scompare Leonardo, Concetta si rifugge dallo zio, unico maschio della loro stirpe ancora in vita, e famoso liutaio. Tutte le quasi duecento pagine sono poi occupate dalle elucubrazioni di Ottavio, intorno ai fatti, intorno alle possibili spiegazioni, ad un rapporto ammiccante con i commissari di carta: un indizio per arrivare a qualche spiegazione sensata gli viene da una lettera che gli invia il commissario Montalbano (piccole metafore su chi sia reale e chi lo sia meno, e qui, ritornano quelle punte di ironia che s’erano perse). Finiamo sulla falsariga di due possibili interpretazioni dei fatti, entrambe plausibili, e sulle quali né Ponzetti né Ricciardi prendono posizioni, lasciando il cerino in mano a noi lettori. Ognuno andrà per quella che rispecchia meglio il proprio animo. Io penso che le ultime pagine siano un po’ forzate per questo. Se Ricciardi voleva spiegare tutto, avrebbe preso altre strade prima. Meglio lasciare tutto un po’ nell’ombra. E tuttavia il libro, per il mio gusto, non è riuscito. Non escono fuori i personaggi delle altre puntate della saga con la stessa forza scenica. Non esce Jorge il genero, non esce la moglie (qui molto in ombra), accennate le figlie, con quel nuovo amore della piccola verso il somalo-padovano, esce un po’ di sbieco, e forse malino, Iannotta, che non mi convince con quell’inasprirsi del dialetto di Roma. Ma soprattutto, manca, completamente, Roma, componente imprescindibile fin qui delle storie. Ci possono essere momenti di stanchezza, ed urgenze di dire altro. Che forse, altro e più diretto è quello che succede al cane Socrate ed al suo padrone Galloni, un cammeo, ma illuminante. Alla prossima opera, omonimo.
Enrico Pandiani “Troppo piombo” Instar Libri euro 9
[A: 10/11/2014– I: 01/04/2016 – T: 03/04/2016] - &&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 374; anno 2010]
Avevo lasciato il primo episodio de “Les Italiens” con un mio dubbio, o forse dimenticanza, sull’identità del narratore. Ecco che, in questo secondo romanzo della serie viene subito fuori anche questo nome: Jean-Pierre Mordenti. Fatto questo debito raccordo tra i due libri, dico ancora a ruota che Pandiani continua ad essermi simpatico. Per la scrittura in generale, con questo tono tra lo scanzonato e l’impegnato, e, soprattutto, per quel continuo rimando interno alle avventure di un mio mito d’adolescenza: il mitico commissario Sanantonio del francese Frédéric Dard (anzi, per essere precisi, San-Antonio, vero Luana?). Certo un rimando mentale, dovuto più che altro alla base delle trame, piuttosto che alla caratteristica lingua franco-inventata di Dard. Pandiani non usa giochi di parole, invenzioni ed altro, ma si mette nel bel mezzo di un nero d’azione, con tanto di sparatorie, condito da scene di letto, che facevano la gioia di noi adolescenti negli anni Settanta. Riuscendo alla fine ad imbastire un romanzo che, partendo dal mitico commissario francese, si imparenta con le trame grandguignolesche di Jean-Pierre Manchette, restituendoci un romanzo gradevole, con alcuni colpi di scena, ed una trama abbastanza avvincente. Solo avvincente, in questa seconda uscita, che qui ci sono meno echi di tematiche sociali, anche se qualcosa viene fuori, in controluce, rispetto ad uno stupro perpetrato ed alla relativa vendetta. Ma ora corro troppo, che del romanzo è forte l’impatto “macaronì” degli italiani immigrati in Francia e negli anni integrati nel tessuto nazionale. La brigata del commissario Mordenti, infatti, come ricorderete dal primo episodio, è composta tutta da oriundi: il vice, Alain Serandoni, ed i tre ispettori, Michel Coccioni, Didier Cofferati e Leila Santoni (anche se Leila è di origini corse più che italiane). Mordenti ed i suoi sono questa volta chiamati a risolvere il mistero delle morti di alcune giornaliste del quotidiano Paris24h, a partire dalla prima, Therèse Garcia, massacrata di botte e poi uccisa, lasciando intorno al cadavere un gran numero di scarpe. Pandiani gioca già nel titolo tra il piombo delle pistole e quello usato per stampare i giornali. Che tutto ruota intorno al giornale. Una seconda uccisione dalle stesse caratteristiche, ma con abiti invece che scarpe. Una foto che ritrae quattro redattrici del giornale. Mordenti, bazzicando il giornale, si fa anche irretire dalla giornalista di colore Nadége Blanc (unico tocco “dardiano”, una negra di cognome bianco…). Si indaga, si entra nei misteri dei rapporti mai facili in un ambiente competitivo. Dove sembra appunto che le quattro di cui sopra siano abbastanza stronze ed abbastanza incavolato con il successo di Nadége. Tanto da mandarla ad una sfilata alternativa che si tiene il 1 ottobre nella banlieue di Parigi. Ma le danno un indirizzo sbagliato, complottando con tal Gaspard di farle prendere uno spavento. Con lei è l’autista del giornale, Daphne. Ma Gaspard si fa prendere dagli scrupoli e porta Nadége in salvo. Non così sarà per Daphne, violentata a ripetizione e salvatasi miracolosamente. Sarà il suo amante a proteggerla, nasconderla, ed organizzare il massacro dei colpevoli. Prima Gaspard, ucciso e torturato per avere i nomi delle giornaliste. Poi le giornaliste stesse. Anche Nadége sta per cadere nella trappola, salvata miracolosamente proprio dal commissario, con cui stava per andare a letto. Mordenti fatica un po’ a trovare il bandolo della matassa, ma, mettendo insieme pezzi sparsi, agnizioni ed illuminazioni varie, ritrova Daphne, scopre l’identità dell’amante, fino alla scena conclusiva, dove questi sequestra Nadége, propone uno scambio (con un bel meccanismo complicato che non vi sto a narrare). Sarà sempre Mordenti a trovare l’idea per mandare tutto all’aria, anche se alla fine (pur in maniera inferiore del romanzo precedenti) contiamo cinque (o forse sei) morti ammazzati, un ferito in quasi coma e due ispettori con trami e ferite varie. Niente ovviamente ai più di venti della prima uscita. Sul lato divertimenti e citazioni posso comunque collocare la macchina di Mordenti (una Karman-Ghia, una specie di evoluzione telaistica e cabriolet del Maggiolone Volkswagen), la super band che Mordenti e Serandoni ipotizzano di costruire per passare il tempo (per gli amanti del rock: John Bonham dei Led Zeppelin alla batteria, Jack Bruce dei Cream al basso, Alvin Lee dei Ten Years After alla chitarra solista, Randy Rhoads della Ozzy Osbourne Band alla chitarra ritmica, Ray Manzareck dei Doors alle tastiere e Robert Plant sempre dei Led Zeppelin alla voce; mitica idea, peccato che, a parte, Plant, siano tutti morti!). due soli appunti di precisione: la rivolta delle banlieue parigine ebbe inizio il 27 ottobre e non il 27 settembre, e la coppia comica, citata correttamente a pagina 17 con il suo nome (Abbott e Costello) in Italia è meglio nota come Gianni e Pinotto. Peccati veniali, per un divertente libro di hard-boiled italiano. Ah, dimenticavo, un altro appunto, ma di metodo: Mordenti miete donne a profusione (Océane nel primo libro, Nadége in questo), peccato che poi svaniscano come neve al sole, lasciandoci qualche rimpianto in testa. Noi siamo esseri puntigliosi, che vogliamo sempre sapere cosa succede a tizio o caia, anche dopo l’ultima pagina del libro.
Marco Vichi “La forza del destino” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 8,45 euro)
[A: 01/03/2015 – I: 09/04/2016 – T: 12/04/2016] – && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 384; anno 2011]
Avevo lasciato Vichi, il commissario Bordelli e l’alluvione di Firenze del ’66 quasi tre anni fa (era il maggio del ’13), ed ora ecco che si riesce a passare al successivo episodio. E se il precedente, come scrissi, mi aveva lasciato insoddisfatto (pur nell’apprezzamento di alcune qualità sia dell’autore che del personaggio), qui sono moderatamente deluso. Come si può vedere anche dal giudizio che ne do in alto. L’ho trovata una copia, pur modificata ovviamente, del grande requiem per il romanzo giallo de “La promessa” di Dürrenmatt. Un debito che tra le righe confessa lo stesso Vichi nelle interviste finali, aggiunte in appendice, ma che non danno particolari nuovi, o nuove letture del romanzo che si è appena finito di leggere. Ricordo che nel libro del grande svizzero, un poliziotto, non riuscendo a trovare le prove di un assassinio di una ragazzina, si mette in pensione, ed elabora per anni un piano che dovrebbe portarlo ad incastrare il colpevole. Non vi dico certo come va a finire il libro di Dürrenmatt, ma le motivazioni del commissario Bordelli sono analoghe. Nel precedente “Morte a Firenze”, avevamo assistito alla morte del piccolo Giacomo, ed alla confessione di uno degli assassini, che rivela a Bordelli i nomi degli altri colpevoli. Poi si suicida, ed il commissario non ha nulla in mano. Anzi meno di nulla, che, nel tentativo di incastrarli, l’unica cosa che riesce ad ottenere, purtroppo, è che questi si vendicano sulla sua giovane fidanzata. Qui attacca il nuovo romanzo. Bordelli, per non far del male alle altre persone cui vuole bene, chiede il pensionamento anticipato e va a vivere in campagna. Eleonora, colpita dura, sparisce dalla sua vita. E lui resta lì, a rimuginare sulla sua vita, ad accompagnarsi con i suoi amici rimasti, pensando a come vendicare Giacomo. Si accompagna con il suo ex-assistente, il sardo Piras. Fa delle manovre poco lecite con il simpatico ma truffaldino Botta. Che in cambio gli dà le sue ricette “segrete”. Con le quali Bordelli comincia a cimentarsi, e con successo, in cucina, avendo anche cura di dedicarsi agli ingredienti genuini che cerca di tirar fuori dal suo orto. Avrà anche un incontro con una sua vecchia fiamma, con la quale cercherà, senza riuscirci, di superare il trauma verso Eleonora. C’è anche un intermezzo da investigatore privato (quasi alla Bacci Pagano, e poi capirete perché). Una contessa gli affida il compito di capire se il figlio, quattordici anni prima si sia suicidato o sia stato ucciso. Figlio che stava diventando un avvocato rampante, ma gli studi presso cui lavorava poco dopo la sua morte, trasferiscono soldi all’estero e spariscono. Problema della morte è il solito: la stanza chiusa! Come mascherare un omicidio in suicidio? Chiudendosi dentro la stanza e sgusciando fuori senza farsi accorgere dopo, e sottolineo dopo, che il morto è stato trovato. Così hanno fatto per il giovane. Ma non si trovano prove, oltre l’intuizione di Bordelli. Che per pietà della madre, decide di insabbiare tutto (ed in questo mi ricorda dei tratti di Bacci, che antepone talvolta umanità a giustizia). Ma tutti questi panegirici, questo girare intorno ed in tondo, servono a Vichi per preparare il terreno alla vendetta di Bordelli. Che, uno dopo l’altro, sfruttando anche alcune casualità, riesce a vendicare il povero Giacomo. Andando per boschi trova il macellaio in difficoltà, e riesce ad ucciderlo simulando un suicidio. Sfruttando l’idea della morte del giovane su cui indagava, si introduce nella casa dell’avvocato. Ed anche lì inscena un suicidio, aspetta che venga la polizia nascondendosi in soffitta, e poi torna facilmente verso la sua casa di campagna. Trova infine il modo, ma qui non vi dico né come né con quali modalità né chi sia, di eliminare l’ultimo e più pericoloso pedofilo. Il tutto farcito da digressioni ed elementi spuri. Ricordi della vita militare di Bordelli durante la guerra. Episodi di lotta ai tedeschi, e di lotta di liberazione. Dove Vichi ci ricorda, ma noi lo sappiamo bene, che non ci furono solo partigiani a liberare l’Italia. Forse bastava aver letto anche Fenoglio per ricordarselo. E racconti vari intorno al fuoco, piccoli mini-racconti che servono solo ad allungare il brodo delle pagine e della vita. Non c’è una finalità interessante, che Bordelli si erga a “giustiziere della notte” mi sembra un elemento risibile della storia stessa. Tanto che dopo aver fatto piazza pulita, ed essersi messo la coscienza a posto, decide inopinatamente di ritirare le dimissioni e tornare in servizio. Non mi ha convinto. Né, rispetto ad altri romanzi della serie, ha una ricostruzione coinvolgente dell’ambiente d’epoca (il 1967, ricordo). Insomma, un tentativo di scrivere un giallo non giallo, che non riesce né in quanto giallo né in quanto non giallo.
“Come ogni volta dopo aver letto un bel romanzo, gli sembrava di aver conosciuto realmente i personaggi della storia.” (92)
Anche se non è domenica, è comunque la prima trama del mese, ed essendo appena tornato, prima di partire di nuovo, anche se non ci sono viaggi in vista, ecco le letture di giugno. Il primo dei tanti mesi che seguiranno con letture contenute, date le continue, proficue e piacevoli partenze. Sei libri di poca presa, forse con il solo Augé che terrei in considerazione per quel suo insistere sull’età soggettiva (sempre in disaccordo con quella anagrafica), e che conclude che moriremo sempre giovani a prescindere da quando (o più tardi possibile) accadrà questo evento.
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Irene Adler
Il trio della dama nera
Repubblica Noir Junior
6,90
3
2
Marc Augé
Il tempo senza età
Raffaello Cortina Editore
11
3
3
Marco Presta
Un calcio in bocca fa miracoli
Einaudi
12
3
4
Arnaldur Indridason
Le abitudini delle volpi
TEA
10
2
5
John Grisham
La prima indagine di Theodore Boone
Repubblica Noir Junior
6,90
3
6
Aldo Budriesi
Identità violate
Mondadori
4,90
2

Allora, benvenuti ai “magici” viaggiatori che troveranno anche loro, periodicamente, queste mie righe volanti. Se poi ne saranno stufi e/o sazi, non resta che inviarmi un rigo. A tutti invece rimando il piacere di un viaggio sorprendente, tutto sopra i 3500 metri degli altopiani pre-himalayani. Un viaggio che sicuramente rimarrà. Ora il vostro “vecchio” scrivano si prende una pausa di viaggi, per prendersi cura della mamma malandata. Ma di certo a tutti va un saluto con il pensiero alla musica stupenda che poteva nascere dalla band di Pandiani.