domenica 4 dicembre 2016

Due terzi di Nobel 04 dicembre 2016

Con un conto alla rovescia: quattro trame, tre autori, due premi Nobel ed uno io, vostro tramatore che con ardire (ed incoscienza) ne parla (anche) male. Perché leggere non è solo una questione di testa. E se la testa gode su Garcia Marquez o su Hesse, la pancia resta fredda. Si scalda un po’ per il giapponese (che prima o poi avrà anche lui il suo bel Nobel), ma poi neanche tanto. In ogni caso, vi prego di leggere di Haruki, che tanto mi ha impegnato sia in lettura che in scrittura. Ci vuole poi qualcuno che ne prenda le difese, di questi autori così bistrattati…
Gabriel Garcia Marquez “L’autunno del patriarca” Mondadori euro 9 (in realtà, scontato a 6,75 euro)
[A: 12/04/2016– I: 12/05/2016 – T: 19/05/2016] - & e ½
[tit. or.: El otoño del patriarca; ling. or.: spagnolo; pagine: 216; anno 1975]
Sarà pure consigliato dalle libropeute di cui (abbastanza) mi fido, e sarà inoltre stato scritto da un Gabbo appena uscito da un trip super-vincente come quello di “Cento anni”, e sarà che il nostro grande colombiano ha impiegato anni e anni per scriverlo, insomma sarà quel che sarà stato, ma devo dirlo subito (e lo avrete anche capito dal voto): non mi è piaciuto. Ho trovato difficile la lettura, poco coinvolgente, un lungo pamphlet contro il potere e le sue degenerazioni, trasfigurato nella lingua come solo Gabbo sapeva fare. Ma non ce la posso fare a sostenere con piacere dei periodi così lunghi senza punti che Marcel Proust si sta ancora rivoltando nella tomba cercando di leggere questo scritto, senza però riuscire a trovarne piacere. Come purtroppo è successo a me. Di certo è un libro complesso, di certo è un libro che è frullato nella testa dell’autore per anni ed anni. Ne parla alla moglie nel ’58, inizia a scriverne nel ’68, lo termina solo nel ’75. Diciassette anni, amici miei, non è certo poco. Per una serie di scelte personali poi Gabbo decide di farne un libro diverso dai precedenti, risultando in una specie di flusso di coscienza, joyciano di impianto con “lunghissimi periodi pieni di subordinate che compongono anacoluti interminabili”, mescolando inoltre persone di riferimento, passando da punti di vista differenti, anche all’interno della stessa frase. Alla fine, i critici che sanno ben parlare, lo descrivono come un libro barocco, e forse lo è, e proprio come il barocco per questo risulta distante dal mio sentire. Posso guardare un’architettura barocca, anche con piacere, ma non sono mai riuscito ad amarne una. Il nostro narratore, in questo lungo canto di morto di questo fittizio dittatore caraibico (che mescola in sé tratti dei peggiori dittatori sudamericani: da Marcos Pérez Jiménez venezuelano, a Rafael Trujillo della Repubblica Domenicana, da Fulgencio Batista cubano a Anastasio Somoza García del Nicaragua) ce ne prospetta tutte le venature e le sfaccettature, l’ipocondria, la mania di persecuzione, la ricerca del piacere sessuale ad ogni costo (in alcune parti sembra leggere con venticinque anni di anticipo alcune vicende italiane), la repressione, la venerazione verso la madre (e non mi ripeto). Insomma di tutto, di più. Faccio un solo esempio, del parossismo dittatoriale. Periodicamente (ogni mese, ogni settimana, non si capisce) avviene l’estrazione della lotteria. Tre bambini estraggono tre palle numerate da tre sacchetti. Ovviamente, le palle sono state tenute giorni in frigorifero così da essere più fredde delle altre. Ovviamente, il numero è quello del biglietto del presidente. Ovviamente i bambini vengono sequestrati per non far rivelare l’imbroglio. Ovviamente, ad un certo punto, i bambini sono talmente tanti che non si gestisce più la situazione. Vengono messi su macchine di spostamento (treni, aerei, navi) e fatti saltare in aria. L’unico (poco) respiro al testo viene dato dalla suddivisione in sei capitoli, anche se non numerati, dedicati ognuno ad uno degli aspetti della vita del dittatore. Anche se ogni capitolo si apre con la descrizione delle scene del palazzo che si presentano a coloro che, a causa di un lungo silenzio, si accorgono che il dittatore è morto. Poi ogni pezzo di storia va per la sua strada. Nel primo si narra del sosia del dittatore Patricio Aragonés, che lo sostituisce in pubblico e che morirà anche al suo posto, così da permettergli di inscenare la scena di un funerale che dovrà essere replicata alla sua vera morte. Nel secondo si narra della sua passione senile per la bellissima Manuela Sánchez, in onore della quale riuscirà ad organizzare un’eclisse di sole, durante il cui tempo oscuro Manuela riesce a fuggire, lasciando in pianti e rimpianti il dittatore. Nel terzo si gustano le vicende del generale Rodrigo de Aguilar, suo maggior secondo, quello letterato, che il nostro dittatore, sorto al potere dopo un colpo di stato, non sapeva leggere (glielo insegnerà Leticia) ed era solo dotato del fiuto per il potere. Mentre tutto veniva fatto e disfatto da Rodrigo, che ovviamente ad un certo punto complotterà contro il dittatore, e questi lo farà servire cotto a mo’ di porchetta ad un pranzo di palazzo. Nel quarto c’è il lungo panegirico per le gesta e l’amore della madre, Benedición Alvarado, umile popolana che non capirà mai né il potere né i soldi che ha, continuando a (fingere di) campare vendendo uccelli dipinti al mercato. Questo capitolo contiene anche il lungo tema della rottura dei rapporti tra il dittatore ed il Vaticano, quando tenta di convincere il papa a canonizzare la madre. Tematica che si riallaccia nel capitolo seguente perché la cacciata delle suore permette al dittatore di vederne una, nuda, e di invaghirsene tanto da rapirla. È Leticia Nazareno, che prima resisterà al dittatore, poi ne diventerà la moglie legittima, gli darà un erede, farà di tutto per far tornare i papisti nell’isola, fino a morire (non si sa se per colpa dei nemici o degli amici del dittatore) sbranati lei ed il figlio, da una muta di cani. A questo episodio si collega l’ultimo capitolo, con le tremende repressioni, uccisioni e torture guidate da José Ignacio Saenz de la Barra, che fanno piombare il paese in un clima di terrore. Ed ovviamente di povertà, tanto che il dittatore dovrà vendere tutto, anche il mare, agli americani. Per poi trovare in Ignacio il capro espiatorio su cui far convergere l’ira dei cittadini, invece che verso di lui. Così che alla fine, come pochi dittatori (ed a mia memoria solo Francisco Franco in quelli dell’area ispanica) muore nel proprio giaciglio. Tuttavia, questa difficile ed anche compendiosa ricostruzione è merito di letture trasversali, ricostruzioni mentali del vostro tramatore, nonché della bellissima e difficilissima introduzione al libro di Cesare Segre. Al quale rendiamo omaggio, come rendiamo omaggio alla fatica del bravissimo spagnolista Enrico Cicogna per una traduzione che non esito a pensare di grande difficoltà. Ma ripeto, non è un libro che mi è piaciuto, non è un libro che consiglierei di leggere a cuor leggero. Certo, è un libro importante, e si può capire come l’autore sia degno di aver vinto il Nobel. Tuttavia, se oltre la testa i libri devono nutrire la pancia, questo fallisce il suo scopo. À la proxima, Gabbo!
Hermann Hesse “Narciso e Boccadoro” Mondadori s.p. (prestito di Alessandra)
[A: 13/02/2016– I: 20/05/2016 – T: 30/05/2016] - & e ½
[tit. or.: Narziss und Goldmund; ling. or.: tedesco; pagine: 264; anno 1930]
Non sono qui certo per discutere la bravura della scrittura del premio Nobel tedesco, né la sua capacità di riempire le pagine di idee sul mondo, la vita e tutto il resto. Lo sa bene chi ha letto “Siddhartha”, sicuramente. Però ci sono i due soliti livelli di interpretazione, quella cerebrale e quella personale. Se sulla prima torneremo a lungo, è questa seconda che è rimasta insoddisfatta. Sì la storia, come storia in sé, si legge, scorre, ma non mi ha coinvolto, mi è rimasta lì, come una bella tela su cui posare gli occhi. Una Cappella Brancacci di Firenze piuttosto che la chiesa di Auvers dipinta da Van Gogh. Certo, la capacità stilistica di Hesse è indubbia, che, narrandoci le avventure dei due amici, tanto altro ci fa scorrere sotto gli occhi. Siamo nel Medioevo, dove la nostra storia comincia nel convento di Mariabronn. Narciso è un giovane studioso, stimato per la sua erudizione e saggezza, nonché per la sua profonda fede. Nel convento entra come studente Boccadoro, lì costretto dal padre. I due coetanei, si trovano, si riconoscono opposti ma simili nella ricerca di qualcosa. E nasce un’amicizia per la vita. Boccadoro è tormentato dalla figura della madre, morta prematuramente, e che cercherà per tutta la sua vita. Narciso è pieno di fede e buoni propositi, sa scrutare dentro la gente, e, capendo inutile la vita religiosa per Boccadoro, gli parla di quella che secondo lui è la natura dell’amico: le arti e la creatività. A seguito di un (piacevole) incontro sessuale, Boccadoro decide di andare per il mondo alla ricerca di sé. È piacente, sa parlare, sa farsi ben volere. E soprattutto, sa conquistare le donne. Si ferma in un castello dove seduce Lidia, la figlia del castellano. Scoperto deve fuggire, deve salvarsi la vita errando, rubando ed uccidendo, fino a trovare un maestro nello scultore Nicola, di cui diventa allievo. Presso Nicola, realizza una stupenda statua di San Giovanni con le fattezze di Narciso. Nicola lo vorrebbe genero, ma Boccadoro irrequieto riprende il cammino, giunge in un paese colpito dalla peste, dove si innamora riamato della bella Lena, che presto soccomberà alla pestilenza. Boccadoro riprende allora il cammino, si innamora di Agnese, la donna del governatore. Scoperto è messo a morte, ma per la sua ultima confessione ritrova Narciso, diventato abate del convento di Mariabronn. Narciso intercede per l’amico, gli salva la vita, e lo ospita in convento. Qui ha luogo un secondo lungo confronto tra i due, dove Boccadoro cerca di spiegare l’arte, la creazione, la bellezza terrena all’amico abate, che vive una vita serena, lontano dai turbamenti del mondo. E l’inquietudine non ferma Boccadoro, che di nuovo si mette in cammino, cerca di riprendersi Agnese, ma ora non è più il bel giovane di un tempo. Deve fuggire, cade da cavallo ferendosi mortalmente, ed andando a morire da Narciso. Lì ci sarà l’ultimo confronto dialettico tra i due. Ma ora Boccadoro, fatte tutte le sue esperienze, e ritrovando in sé i segni della madre perduta (madre reale o madre spirituale che sia), muore serenamente, lasciando Narciso a vegliare sulle sue ultime ore, meditando sulle ultime parole dell’amico: “Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”. Sembra un racconto epico, pieno di azione, ma solo perché lo riduciamo ad un sunto veloce. Tutto, le azioni, le parole, i confronti tra i due, rimandano sempre ad altro. Qui viene quella parte cerebrale, il contesto del testo, il rimando costante sia a Jung (presso cui Hesse fece sessioni di analisi), di cui qualcosa intuisco, sia a Nietzsche, che poco conosco e di cui molto mi sfugge. La metafora che mi suona dentro l’ho capito dopo aver letto il libro, quando ho ripreso a camminare, in tutti i sensi. La ricerca della propria identità attraverso l’azione del camminare, sia in senso materiale verso l’arte e la creazione sia in senso spirituale verso sé stessi. Qualcuno più aduso di me alla filosofia che ne esce fuori parla (e non posso che convenirne) come di un lungo confronto tra l’individualità dell’uomo (punto di partenza di ogni caso, per cui non si può che partire da sé stessi per poter camminare) e l’armonia dell’universo (punto d’arrivo per chi, come Siddhartha, comprende la verità delle cose). E non a caso cito il protagonista dell’altro e più famoso testo di Hesse, che a quello questo rimanda idealmente. Ma se quello mi prese, per la sinteticità e l’immediatezza della scrittura, questo mi lascia esterno ed un poco freddo. Certo, qualcosa gira nella testa, ma la pancia rimane lontana. Senza nessuna farfalla che ne fa vibrare i sensi.
“Ogni uomo corre senza posa e si trasforma e infine si dissolve, mentre la sua immagine, creata dall’artista, rimane sempre immutabilmente la stessa.” (130)
“Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita.” (162)
“Non c’è una felicità che duri a lungo.” (176)
“Così era stata tutta la sua vita: prendere congedo, fuggire, essere dimenticato, rimanere a mani vuote e col cuore gelato.” (231)
“Poi si meravigliava a un tratto di trovarsi lì seduto, come un vecchio, a raccontare di viaggi e di vicende del passato, mentre la sua vita doveva cominciare proprio allora.” (238)
Haruki Murakami “1Q84” Einaudi euro 26 (in realtà scontato 22,10 euro)
[A: 25/09/2014 – I: 20/05/2016 – T: 01/09/2016] - &&& --   
[tit. or.: 1Q84 – Ichi-kew-hachi-yon; ling. or.: giapponese; pagine: 1157; anno 2009]
Diciamo subito che è un libro complesso, soprattutto per la mole di pagine che mette in gioco. Tanto che l’autore decise, con l’editore, di farlo uscire in tre volumi. Anzi, per la precisione, Murakami pare avesse deciso di fermarsi ai primi due (e poteva essere quella una fine possibile) e solo in un secondo momento completò l’opera con il terzo. La scelta multi-volume è ora riproposta anche da Einaudi, dopo una prima uscita in due volumi separati. Si diceva subito, libro complesso e dai molteplici spunti (che spero qualcuno esca fuori da queste righe). Comunque, su tutti, è ovvia la discendenza dalla distopia di Orwell contenuta in “1984”. Tra le molteplici discendenze da Orwell, devo subito fare un plauso a Haruki per l’idea del titolo. In Giapponese (come tutti sanno) 9 si pronuncia “kyuu”, con una dizione molto simile alla Q. Lettera che poi è l’iniziale di “question mark”, punto interrogativo. L’autore quindi, da un lato vuole fare un omaggio – rivisitazione del libro di Orwell, dall’altro si interroga di dove si sia noi realmente (e vedremo che questo non è un aggettivo casuale), mettendo appunto il “?”. Ci sono altri due grandi punti di contatto che citerei subito. L’inizio delle storie, entrambi i libri infatti cominciano nell’aprile del 1984. E la dipendenza, la discendenza della storia da un libro che transita tra le mani del protagonista. Qui c’è “La crisalide d’aria” di cui parlo più estesamente nel proseguo. In Orwell, c’è il libro che Winston legge per iniziare la sua opposizione al regime del “Grande Fratello”: “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico”. Non entro maggiormente nella struttura del libro di Orwell che tanti hanno meglio di me letto ed analizzato. Poiché qui ci dedichiamo a questa nostra distopia giapponese. Facendo comunque un’osservazione preliminare: qui, come in molte delle opere di Haruki, il Giappone è in un certo senso “modificato”, influenzato dalle esperienze occidentali che lo stesso autore ha avuto nel corso degli anni. Non è il Giappone di Banana, che mi rimanda quello che ho visitato alcuni anni fa (e dove spero di tornare). È anch’esso una fantasia, un luogo – nonluogo (un’utopia, per chi sa di greco). Ed è per questo che risulta alla fine un posto in cui anche noi, non giapponesi, possiamo stare, possiamo vivere. Un posto dove le nostre fantasie, i nostri momenti reali ed irreali hanno comunque un loro senso. Ma sul senso e sul realismo spero di tornare alla fine di questa storia. Proviamo per ora ad entrare nei diversi libri, cercando di uscirne prima delle più di mille pagine che ci propone l’autore, ricordando solo che nei primi due libri ci sono 48 capitoli, 24 visti dall’ottica di Aomame e 24 in quella di Tengo, mentre nel terzo ci sono 31 capitoli: 10 nell’ottica di Aomame, 10 in quella di Tengo, 10 in quella di Ushikawa ed 1 di coppia. Inoltre ogni capitolo ha un titolo, che sarà poi una frase contenuta nel capitolo stesso. E mi fermo qui nell’analisi meta testuale.
Libro Primo (Aprile – Giugno)
[pag. 5 – 393]
Mi soffermo un attimo ancora sull’attacco del libro che ci dà alcune chiavi importanti per la sua comprensione. Siamo nell’aprile 1984 (data importante come rilevato sopra), ed incontriamo uno dei due protagonisti, la trentenne Aomame Masami. Sta andando ad un importante appuntamento, ma è imbottigliata nel traffico. Sta in un taxi, dalla cui radio esce una musica che lei riconosce subito essere la sinfonietta di Janacek, oscura musica scritta nel 1926. Qui abbiamo il primo colpo dello scrittore alle sicurezze ed al reale. La musica non è particolarmente nota (l’ho ascoltata e non mi ha fatto una impressione stravolgente), ma Aomame la riconosce. Haruki già nelle prime righe ci invita ad una sospensione del reale. Non sappiamo come (né mai lo sapremo) ma Aomame riconosce la musica. Quindi guarda ad un tabellone pubblicitario della Esso, con la famosa “tigre nel motore”. Altro elemento importante: la presenza della pubblicità, che ridà il realismo ad un mondo che potremmo pensare immaginaria. Invece qui, ed in molte parti del romanzo, i marchi, il marketing è presente. Vorrà dire qualcosa? Per non tardare all’appuntamento Aomame scende dall’auto ed imbocca una scala di sicurezza che dalla soprelevata la porterà alla metropolitana. Qui c’è lo spostamento definitivo del reale: come attraversando una porta magica, Aomame entra in una diversa realtà, un mondo parallelo dove tutto è quasi uguale al mondo che lei conosce. Ma solo quasi. Ad esempio i poliziotti hanno armi diverse da quelle standard. Da qui si diparte la storia di Aomame, che in realtà è un killer professionista che per conto dell’anziana e ricca vedova Ogata uccide uomini che hanno commesso atti contro le donne e che sono rimasti impuniti. Parlando con Tamaru, la guardia del corpo di Ogata, scopre inoltre l’esistenza di avvenimenti che non ricorda, confermando nella sua mente l’irreale passaggio in una realtà diversa. E scopre anche l’esistenza in questa realtà di due lune. Noi scopriamo inoltre che lei non ha legami fissi, essendo ancora innamorata di un ragazzo che le strinse la mano quando aveva 10 anni: Kawana Tengo. Piccola parentesi: soggettivamente rilevo l’importanza del linguaggio dei corpi nei rapporti umani (se ce n’era bisogno). Aomame si fa amica della poliziotta Ayumi, e conosce la bimba Tsubasa, fuggita dalla setta Sakigake dopo essere stata abusata dal Leader della setta stessa. In parallelo alternato seguiamo anche la storia proprio di Kawana Tengo, insegnante di matematica (un punto a suo favore) ed aspirante scrittore (altro punto). Per una serie di vicissitudini viene coinvolto nella riscrittura di un romanzo molto curioso scritto dalla giovane Fukaeri “La crisalide d’aria”. La giovane, essendo dislessica, l’ha dettato alla figlia di un professore ex-amico del padre. Mentre vanno a trovarlo, Tengo ricorda la sua giovinezza, legata ai giri che faceva con il padre esattore delle tasse, e l’incontro con una ragazza che girava con i genitori Testimoni di Geova. Ovvio che la ragazza è Aomame, e che Tengo ne sia ancora innamorato. Il professore racconta che Fukaeri è figlia del suo ex-collega Tamotsu, fondatore di Sakigake, una comune di agricoltura biologica, che pochi anni prima si è trasformata in una setta religiosa chiusa all’esterno. Da dove la ragazza è fuggita. Tengo riscrive, con successo, il libro che narra dell’incontro tra una ragazza e degli esseri misteriosi chiamati “Piccolo popolo”. Mentre Tengo comincia a scrivere un nuovo romanzo nello stesso ambiente del primo, Fukaeri scompare perché si sente minacciata. Sapremo presto che lei è dotata di strani poteri che le fanno intuire cose prima o mentre accadono, in modo che lei possa proteggersi.
“In ogni caso, non posso fare altro che continuare a vivere questa vita. Non posso restituirla e farmene dare in cambio una nuova. Per quanto atipica o complicata possa essere, è l’espressione di quel veicolo di geni che sono io.” (315)
Libro Secondo (Luglio – Settembre)
[pag. 397 – 745]
Come detto sopra, anche il secondo libro è tutto basato sul dualismo Tengo/Aomame. Tengo è ossessionato dal ricordo della madre, che gli sfugge, e dalla sensazione interna che il proprio padre non sia quello biologico. Per cercare di capire lo va a trovare, senza successo, nella clinica dove è ricoverato. Tornato, in una sera con un terribile temporale, trova Fukaeri ad aspettarlo e decide di tenerla nascosta presso di sé. Lei è convinta che il Piccolo Popolo stia tramando qualcosa. Durante quella notte, Tengo, incapace di muoversi, ha un lungo rapporto sessuale con Fukaeri. Dal giorno successivo Tengo decide di mettersi alla ricerca di Aomame. Ma il padre entra in coma, lui è costretto di nuovo ad andarlo a trovare, e scopre sul letto del padre una crisalide con il corpo di Aomame bambina. Intanto la sua vita si intreccia con Ushikawa, uno strano personaggio, che non ce la conta giusta. In parallelo, Aomame viene a sapere che la sua amica Ayumi è stata uccisa. E che la signora Ogata le sta organizzando un incontro con Tamotsu, il leader di Sakigake, per ucciderlo. Mentre infuria il temporale di cui sopra, Aomame ha un lungo incontro con il Leader, che le fa capire di sapere tutto di lei. Chi è, cosa faccia, ed anche il suo amore per Tengo. Ed il rapporto tra Tengo e sua figlia Fukaeri. Presa dai dubbi non sa cosa fare, ma Tamotsu le pone davanti un ultimatum: o lo uccide salvando Tengo, o se ne va, ma Tengo morirà. Nel primo caso dovrà attendersi una feroce vendetta su di lei. Aomame allora porta a termine la sua missione, ma non entra in clandestinità. Anzi, una notte riconosce la figura di Tengo in un parco. Cerca allora di fuggire dal 1Q84, tornando sulla tangenziale, ma la scala è scomparsa. Sulla sua decisione di togliersi la vita, per mettere fine a tutta la vicenda, si chiude il secondo libro.
Libro Terzo (Ottobre – Dicembre)
[pag. 749 – 1157]
Questo terzo libro sembra non fosse previsto nel piano originale, ma credo che Haruki si sia trovato con tanti dubbi personali che è stato naturale andare avanti, anche se non tutto (anzi molto poco) sarà sciolto. Aomame non si uccide, ed Ushikawa si scopre essere un investigatore al soldo di Sakigake per rintracciare Aomame. Pur essendo antipatico, è bravo e scopre una serie di legami, tanto che capisce di dover tenere sott’occhio Tengo per arrivare ad Aomame. Così facendo scopre anche che Fukaeri è nascosta proprio lì da Tengo. La ragazza, con i suoi poteri “extra” capisce e fugge. Aomame scopre di essere incinta ed è sicura che il padre sia Tengo (il nascituro è stato concepito la famosa notte del temporale). Mentre Aomame continua a vagare alla ricerca di Tengo, si imbatte in Ushikawa che pedina Tengo. Segue l’investigatore scoprendo la casa di Tengo, ma scoprendo anche che Ushikawa si sta avvicinando troppo a lei. Sarà Tamaru a fungere da catalizzatore: uccide Ushikawa e fa in modo che Tengo e Aomame si riuniscano. Insieme capiscono molte cose (che non vi dico) e trovano il modo (ora che sta finendo l’anno 1Q84) di uscirne. Prendo la metropolitana e percorrono la scala (che qui c’è) al contrario sbucando sulla Tangenziale. Guardano il cielo: la luna è una sola, tuttavia la tigre della Esso è girata verso sinistra e non verso destra, come nel primo capitolo.

Qui finisce il libro, o i libri. Qui rimangono ancora in sospeso domande su domande. Al solito, Haruki non svela tutta, i suoi non sono romanzi “realisti”. C’è sempre spazio per l’immaginazione, il lato onirico di ognuno di noi. E noi rimaniamo con tante domande. Chi sono i “Little People”? Quanti sono i mondi paralleli (anche se a questa domanda un attento lettore di fantascienza darebbe una risposta sicura)? Quant’è forte l’amore? Dove sta il Giappone? Che setta è Sakigake? Chi è Fukaeri? Vogliamo continuare, potendolo con una domanda quasi per ogni riga dello scritto. Ma ne riporto un’altra sola: perché lo scrittore ha chiesto di scrivere per una trentina di pagine il numero delle pagine dispari al contrario, poi per una nuova trentina quello delle pagine pari, e così via per tutte le quasi 1200 pagine del romanzo? C’è un algoritmo dietro a tutto ciò? Mi rendo conto, rileggendo gli spunti tramatori che, così riportato, sembrerebbe quasi un thriller americano. In realtà, è un lungo viaggio. Dentro di noi, dentro le nostre paure, sorretti dalle nostre convinzioni. Haruki è assolutamente convinto della potenza dell’amore per sconfiggere i mali del mondo. Vedremo (e vedremo cosa ne dicono le spesso consultate libropeute). Io ne faccio una fede, ma anche una domanda. Come altri e con ben altro spazio e capacità hanno detto, c’è molto altro dentro questo mondo 1Q84 (e dentro tutti i mondi possibili). C’è Dostoevskij e Bulgakov, ci sono i Sette Nani e la Strega Cattiva, c’è Frazer (quello del “Ramo d’oro”) e Farrell (quello della “Vita di Studs Lonigan”). Ci sono le riflessioni sulle sette e sul terrorismo. C’è il sesso ed il femminicidio. C’è, come detto fin dall’inizio, Orwell. Forse, per me, c’è troppo. Che non riesco ad uscirne indenne. Che non riesco ad andare sopra un’onesta sufficienza come gradimento. Anche se so che Haruki è più di quanto io possa sostenere (e non è un caso che venga nelle mie prime posizioni per un Nobel, sempre però dopo Amos Oz). Riesco solo a pensare che sono contento alla fine che Aomame e Tengo vengano in contatto. E mi domando, sarà finita qui?
Hermann Hesse “Il giuoco delle perle di vetro (Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht pubblicato insieme con i suoi scritti postumi)” Mondadori euro 12
[A: 01/10/2014– I: 01/10/2016 – T: 26/10/2016] - && e ½
[tit. or.: Das Glasperlenspiel. Versuch einer Lebensbeschreibung des Magister Ludi Josef Knecht samt Knechts hinterlassenen Schriften; ling. or.: tedesco; pagine: 587; anno 1943]
Un’opera ponderosa, complessa, che mi ha impegnato per quasi un mese di lettura non sempre agevole. Ma alla fine, mi ha lasciato con un po’ di delusione nel fondo del cervello. Meno, sicuramente, del precedente Narciso. Lontanissimo, tuttavia, dal mio ricordo di “Siddhartha”. Intanto, inizio subito trasversalmente, che comprai questo libro su indicazione della bibliografia delle libropeute che conoscete ormai bene. Collocandolo prima tra i libri che devono leggere i cinquantenni. Mistero, ma ci si tornerà sopra. poi tra i libri che gli amanti della fantascienza devono leggere per tornare sulla terra. È vero, come dice l’ottima introduzione di Hans Mayer, che l’azione dovrebbe svolgersi intorno al 2200, ma è tutt’altro il pregio ed il difetto di questo libro. Mi permetto di parlare di difetto in senso personale, che non sempre (anzi sempre più spesso) libri osannati e celebrati nell’universo mondo, ad un mio approccio diretto mi forniscono meno stimoli di quanto speravo. Così anche in questo caso, sebbene devo riconoscere che la scrittura, e le cose che Hesse riesce a dire durante tutta la storia di Josef Knecht, sono da leggere e soppesare ad una ad una. Intanto c’è l’impianto generale del libro, imperniato sul giuoco del titolo e su di un Magister dello stesso. Con quattro divisioni generali che ne fanno un’opera come sopra detto complessa. Una prima parte in cui, con parole oscure, si cerca di spiegare l’inspiegabile: cosa sia mai “il giuoco delle perle di vetro”. Una seconda ben ampia che percorre tutta la vita di Knecht. Una breve esposizione di alcune sue poesie (di cui riporto sotto due versi che mi hanno affascinato). Infine, un bellissimo gioco nel gioco. Gli studenti del mondo di Knecht, a varie riprese nella loro vita, sono invitati a scrivere una loro biografia fantastica. Un piccolo inciso: lo trovo un modo bellissimo di esporre la propria personale visione di sé stessi; dovrebbe essere presa come esempio in molte situazioni in cui bisogno presentare sé stessi. Per tornare al libro, Knecht scriverà tre finte autobiografie, e sono altrettanti momenti importanti per capire l’uomo, ma anche per capire Hesse, ed il suo grande tentativo. Quello non solo e non tanto di scagliarsi contro le brutture e le storture del mondo (non dimentichiamo che il libro vede la luce nel 1943 in piena Guerra Mondiale), contro la guerra, contro la febbre del denaro, contro i nazionalismi, ma con il tentativo di sostituirli con valori etici altri. Purtroppo noi, oggi, siamo ancora lontani dalle utopie del tedesco premio Nobel bandito in patria (tanto che prenderà la cittadinanza svizzera); purtroppo i valori etici che ci descrive sono ancora di là da venire. E spero di non dover aspettare anche io il 2200! Per chi non conoscesse (ancora) il complicato incastro di Hesse, la sua finzione si basa su di una sorta di consorteria (Castalia) dove giovani dotati vengono educati al meglio (e non è un caso che nel meglio siano in primo piano la musica e la matematica). Ogni elemento di Castalia, eccellendo, cresce in qualche arte, e l’andrà insegnando ad altri. L’arte suprema è, poi, il giuoco delle perle di vetro (indescrivibile momento di vita) che governa Castalia e (forse) il mondo intero, e, come tutti i giuochi, deve essere guidato da un grande Maestro, il Magister Ludi. La Castalia è comunque inserita nel mondo (la Provincia), debole e fallace, dove vivono tutti gli altri umani. Ci sono i seminaristi castali che vivono solo per questi ideali e i seminaristi provinciali che torneranno a governare la Provincia (e il Mondo). Knecht, in base a circostanze descritte nel libro ma ininfluenti, viene scelto per far parte dei seminaristi castali. L’ignoto biografo futuro ci descrive tutto il suo percorso di crescita, da umile seminarista a grande (o forse ultimo dei grandi) Magister. Il suo percorso, così come il modo di Hesse di porci le sue idee, si imbatte sin dall’infanzia in una sorta di alter-ego provinciale, tal Designori, con il quale entra in discussione alta e forte, ognuno dei due cercando di portare avanti le giuste ragioni e di Castalia e della Provincia. Designori andrà nel mondo, e Knecht proseguirà nella sua ascesa. Fino a diventare uno dei più giovani e promettenti Magister Ludi. Finalmente, in questa veste, oltre ad insegnare, girerà per la Provincia, capendo che Castalia è un’isola forse felice, ma slegata dalla realtà del mondo. Incontrerà di nuovo Designori, la sua famiglia, la moglie ed il figlio. Perché, scordavo, ma lo avete ovviamente capito, i Castali sono dedicati allo studio, quindi niente sesso per favore. Riprende nella parte finale della sua vita il dibattito acerrimo con Designori, dove però le parti si sono smussate alquanto. Il provinciale, vivendo nel mondo, capisce la bellezza dell’isolamento castalio. Knecht, dalla “torre di vetro”, comprende la bellezza e la necessità della Provincia. La comprende talmente che capisce che solo un gesto estremo potrà dare una scossa alla cristallizzazione castalia. Decide allora di dimettersi dal suo ruolo e tornare nel mondo. Gesto che metterà in crisi tutto l’edificio delle perle di vetro, facendo capire come l’etica senza la pratica possa diventare un momento sterile di vita. Knecht decide di insegnare al figlio di Designori, ma deve, moralmente, pagare il fio del suo abbandono. Morirà quindi annegando in un lago che ha tutte le caratteristiche di un lago di montagna elvetico, e che ricorda, nel sacrifico, la morte di Empedocle (almeno quella leggendaria di una sua caduta nel fuoco etneo). Difficile, complicato ed irrappresentabile per me è tutto il percorso delle onerose pagine. Mi ha coinvolto, cerebralmente, il discorso etico. Ho cercato di seguirne i risvolti, i voli pindarici di Hesse scrittore. E di Hesse travestito in un “Faber Ludi” che vuole insegnarci questa via verso un’etica diversa, ma che, senile ma non invecchiato (in fondo pubblica questo ritenuto uno dei suoi capolavori a 66 anni; ho ancora speranza), non riesce a portarmici dentro fino in fondo. Ci vuole personale più filosofico, più erudito di me. Io mi accontento di sentire la mia testa (spesso) e la mia pancia (sempre). Ed è quest’ultima che non mi porta molto più in là di un apprezzamento formale. E di una sostanziale stanchezza verso tutta l’opera del grande svizzero. È giusto, quanto abbiamo lottato e lotteremo per avere davanti una vita che spazzi via (tanto per fare nomi alla rinfusa) i Berlusconi, i Trump, i Putin. Ma dobbiamo avere accanto, noi uomini e donne fallaci, i nostri amici, i nostri amori, i nostri sostegni reciproci. Insomma, mi mancano dei pezzi verso la felicità, e non riesco ad incollarli a me. Ed Hesse non riesce a farmeli sostituire con altro. Quindi, essendo confuso, finisco qui, facendo l’ipotesi di riuscire, un dì, a scrivere anche io una mia biografia fantastica, dove fare convergere in pace ed armonia tutti i pezzi del me stesso diverso e diviso.
“Studiare storia significa abbandonarsi al caos, ma nello stesso tempo conservare la fede nell’ordine e nel senno.” (172)
“Quanto più invecchiava, tanto più lo attirava la gioventù.” (246)
“Knecht, che in quei mesi si era sentito talvolta molto vecchio, si persuase di essere giovane e forte.” (251)
“Vide che l’altro … non ascoltava come si ascolta una chiacchierata o magari un racconto interessante, ma con quella dedizione assoluta con la quale ci si concentra nel meditare.” (307)
“Ogni inizio contiene una magia / che ci protegge e a vivere ci aiuta.” (465)
“Si racconta di santi e di esseri celesti che, affascinati da una donna deliziosa, la tennero abbracciata per giorni, mesi e anni fondendosi con lei, tutti compresi del piacere, dimentichi di ogni altra preoccupazione.” (556)
Prima domenica dell’ultimo mese dell’anno, ed ecco quindi le letture dell’ultimo mese viaggiante, quel settembre luminoso del cielo indiano. Un mese cominciato in sordina, ma finito in un crescendo, con i buoni libri tedeschi (Neuhaus), giapponesi (Yoshimoto) e per fortuna anche italiani (Rebecchi e Carofiglio). Di Haruki parlo anche troppo più in alto.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Haruki Murakami
1Q84
Einaudi
26
2
2
Giuseppe Culicchia
Tutti giù per terra Remixed
Mondadori
10
3
3
Françoise Sagan
Bonjour tristesse
Mondadori
9
2
4
Anne Perry
Gli inganni di Dorchester Terrace
Mondadori
4,90
3
5
Nele Neuhaus
Biancaneve deve morire
Repubblica MondoNoir
7,90
4
6
Banana Yoshimoto
Moschi moshi
Feltrinelli
8
4
7
Alessandro Robecchi
Questa non è una canzone d‘amore
Sellerio
15
4
8
Gianrico Carofiglio
La regola dell’equilibrio
Repubblica Noir
7,90
4
Chiudo velocemente queste trame, che troppo a lungo vi ho intrattenuto in questo domenica prima di San Nicola. Speriamo che i progetti per il prossimo anno comincino ad incastrarsi, con il vostro aiuto. 

domenica 27 novembre 2016

Italians do it ... - 27 novembre 2016

Qualche volta meglio, qualche volto peggio. Un po’ come tutto. A volte va, a volte non va proprio. Ora, questa settimana, abbiamo una trama in ascesa. Cominciamo carburando male, con un libro di Elda Lanza che mi ha lasciato freddo. Poi ci si scalda con un libro così così di Rosa Mogliasso, che tuttavia alla successiva prova decisamente migliora. Finiamo con una bella volatona in salita dalle parti piemontesi di Balostro (e della mia amica AntonellaP).
Elda Lanza “Il matto affogato” Salani euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,41 euro)
[A: 12/06/2015– I: 29/04/2016 – T: 04/05/2016] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 412; anno 2013]
Pur non stravolgente, e con qualche dubbio, non mi era dispiaciuto il primo libro della “signorina buonasera”. Purtroppo questa seconda uscita va in calando, e di molto. Soprattutto nella scrittura, che sembra più faticosa, che non scorre bene. Si accumulano avvenimenti, passano giorni e mesi, a volte si seguono da vicino delle giornate, a volte ci sono salti, che almeno in una occasione non mi sono sembrati logicissimi (ma forse, l’introversione del linguaggio rende distratto anche il più accanito dei lettori). Certo Elda Lanza ha sempre dimostrato di avere una scrittura quanto meno al passo con i tempi. Ed il suo esordio ad 88 anni nei panni di giallista (dopo aver anche per anni vestito quella di esperta di galateo) ne è stato un buon esempio. Poteva finire così, anche perché il protagonista, Massimo “Max” Gilardi alla fine si era ben incartato: risolve l’indagine, si sposa una poliziotta, la mette incinta, poi la moglie ed il nascituro vengono balordamente uccisi. Quasi a ripercorrere, con le dovute distanze, alcune vicende dell’ispettore Lynley di Elizabeth George. Sembrava difficile rimettere quindi in moto il meccanismo. Ecco allora che Elda effettua alcune scelte epocali: Max si dimette dalla polizia, fa un giro in Tunisia nei luoghi natali della moglie (dove c’è una prima incongruenza, citando Abu Simbel e la Valle dei Re egiziani, ma senza farne una tappa del viaggio: dimenticanza o errore?), torna nella Napoli natia per riprendere a fare l’avvocato, come suo padre ed il padre di suo padre. Ma Gilardi è Gilardi, e non può rinnegare i motivi per cui ha fatto le scelte che percorrono il primo libro, così farà (forse) più un avvocato alla Perry Mason, che indaga oltre che dibattere in aula. Max ritrova subito il suo vecchio mondo, quello dei compagni di Legge dell’Università. Ma molti hanno fatto altre scelte, e non ci si trova a proprio agio. Solo con Giacomo Cataldo si ritrova, ma questi ha scelto veramente di fare l’investigatore, e sarà, per il nostro Max-Perry il vero aiutante Drake (e forse la diplomanda Laura potrà diventare Della?). Immergendosi nella vita napoletana, cercando di riprendere i punti di contatto perduti dopo la morte della moglie amata, Gilardi si imbatte in nuovi casi. In particolare, saranno due le vicende che percorrono il suo stanziamento a Napoli: la morte del giovane Carlo e la richiesta della sua giovane amante Elena di riaprire il caso della morte del fratello Alessandro avvenuta cinque anni prima. I casi si intrecciano temporalmente, ma rimangano tuttavia sempre separati nello svolgimento e nella loro risoluzione, parziale o totale. Carlo sembra essersi suicidato fermando la macchina sulle rotaie di un treno che lo travolge. Era un bulletto di scuola, con una storia, più o meno palese, con la coetanea Cinzia. Max (e Giacomo con lui) non sono convinti della dinamica, anche perché Max sa che Carlo non è un cuor di leone. Assunto dalla madre di Carlo, Max scopre ben presto che Cinzia è incinta, ma sa anche dalla madre che Carlo ha la sindrome di FRÖHLICH, cioè i genitali sottosviluppati per cui non può avere la “potentia coeundi”, quindi tanto meno “generandi”. Scopre quindi il vero padre del nascituro, ma a questo punto è bloccato dalla madre, che vuole riabilitare l’impotenza del figlio. Si ritira in buon ordine, come suggerisce il titolo su cui torneremo, anche se farà condannare il vero assassino (benché preterintenzionale). Inciso medico: peccato che la sindrome suddetta porti anche a ritardi nello sviluppo mentale, cosa che Carlo non sembra avere, e che forse era meglio scegliere un’altra malattia. Procede anche l’inchiesta sulla morte di Alessandro, dovuta allo scoppio del motoscafo sperimentale, cui stava lavorando. Qui le cose si fanno un po’ ardite, che sono passati cinque anni. E nonostante questo Giacomo trova delle prove sfuggite a suo tempo alla polizia. Lettere di Alessandro ad una sua amante inglese con la quale voleva andare a vivere, lasciando la malcapitata Rosina. Lasciando anche il padre nelle mani delle cosche pugliesi di droga e riciclaggio. Mentre decide di lasciare la bella Elena, che troppi sono gli anni che li dividono e lui ritiene di non poter andare oltre un certo punto, mentre Elena vorrebbe casa, chiesa e figli, ricostruisce anche questa vicenda. La bomba era, poteva essere, un avvertimento mafioso. Ma lo scoppio ritardato uccide Alessandro. Perché? Probabile che la bella Rosina abbia più di uno zampino nella vicenda. Ed anche i pugliesi, che continuano a far scoppiare bombe ed incendiare parti del cantiere. Max fa mettere tutti in salvo, ci presenta (anche se con qualche salto logico, del tipo le vicende del padre di Alessandro, o del figlio del marinaio morto anche lui nello scoppio). Ma risolti i due casi, avuta una storia con la bella Costanza, trovato un suo studio lontano dal padre, Max si sente finalmente a casa. Noi ci sentiamo invece un po’ spaesati, con queste vicende che vanno avanti per mesi, procedendo a salti, spezzettandosi, e talvolta costringendoci a ricordare nomi e situazioni che avevamo accantonato pagine (e mesi) prima. Un ultimo punto ancora di gradimento, che porta quel mezzo libro in più, è per il titolo che prefigura una situazione presente più volte nel libro. Il titolo deriva da un finale degli scacchi, dove “il matto affogato” è uno scacco matto portato a termine da un cavallo e nel quale il re non può muoversi poiché è circondato (e quindi soffocato) dai propri pezzi. Qui Max lo usa dicendo che la ricerca delle verità a volte è ostacolata proprio da coloro che l’avevano richiesta. So che Elda Lanza ha scritto altri due o tre libri con Max protagonista, ma non so se ne leggerò, data la parziale delusione di questo. Si sperava meglio.
Rosa Mogliasso “L’amore si nutre d’amore” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 03/04/2015 – I: 02/07/2016 – T: 03/07/2016] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 258; anno 2011]
Mi aveva positivamente colpito il primo romanzo che ho letto della piemontese Rosa, tanto da includerla nelle possibili liste di lettura. Anche perché avevo scoperto una sua passione (o dei suoi editori) per titoli discretamente accattivanti, almeno per me. Ricordo che l’esordio era un simpatico “L’assassino qualcosa lascia”. Seguito dal presente che andiamo narrando, e poi da “La felicità è un muscolo volontario”, “Chi bacia e chi viene baciato”, “Bella era bella, morta era morta”. Felicità dei titoli, che si riflette in un divertente panegirico di titoletti dei capitoli, che, per la nostra scrittrice, fanno parte integrante della trama del libro stesso. Detti quindi i principali punti a favore, cominciamo con gli “appunti”. Il primo riguarda il sottotitolo che indica “Un’indagine dei commissari Gillo e Zuccalà”. Niente di più falso, che se è vero che nel primo libro i due indagavano insieme, finendo anche per imbastire una bella storia di amore e sesso, qui Zuccalà è (momentaneamente) trasferito in Sicilia, ed è presente solo perché tutti ricordano alla nostra Barbara che sicuramente le sta mettendo copricapi cervidi. Almeno fino alle ultime tre pagine, in cui si incontrano a Torino e… Ma questo ve lo lascio leggere a voi, perché noi si torna alla trama. Il secondo elemento è un girare troppo intorno, o in tondo, volendo affastellare storie, mentre i filoni principali si perdono. Ci vorrebbe, probabilmente, un po’ più di linearità. Dove la storia prende le mosse dalla scomparsa di Tanzio, giovane di buona famiglia torinese. Ovviamente subito ricercato dall’apprensiva famiglia. Seguendo le sue tracce ci si muove tra Torino, Montecarlo e la Costa Azzurra. Dove si scopre, invece che il buon Tanzio, la cui auto piena di bottiglie alcoliche viene trovata in Val di Susa (e si potrebbe parlare anche di TAV/NoTAV), il corpo della signorina Sabrina. Ovvio che Barbara Gillo comincia ad incuriosirsi, e ad approfondire i dilemmi. Dove è stata Sabrina? Che rapporto ha con Tanzio? Di chi è la barca su cui si è ubriacata? E il volpino di Pomerania? Passo dopo passo, cominciamo a scoprire che Sabrina è stata accompagnata via dalla barca da Gino l’autista. Fabio è il capitano dello yacht, di proprietà del marito di Sabrina, che invece è invaghita proprio di Fabio. Mentre Gino è l’autista al servizio della signora Filippa. Ed è sulle tracce di quest’ultima, vera mantide religiosa del libro, che convergono domande e sospetti. Sposa del ricco anglo-libanese Santo (certo con un nome così…), organizza loschi traffici, coinvolgendo, con la sua bellezza e, perché no, con la sua voglia di sesso, giovani di bell’aspetto e di poco cervello. Come Fabio, come Tanzio, e via alfabetando. Benché ci siano altre morti ed altre scene ad ingarbugliare le matasse, il filo principale da seguire è sempre quello del titolo. Ed a tirare il filo è, come ovvio, la bella ed intrigante Filippa. I cui traffici non svelo, ma nei quali ha ben coinvolto il bellimbusto Fabio, da tempo partner storico di queste malefatte, ma che, messo alle strette, comincerà a cantare. E vi ha anche travolto l’ingenuo Tanzio, che, accortosi con molto ritardo di tutto, farà finalmente ritorno a casa, proteggendosi con un buon avocato (lui è sempre di buona famiglia, no?). In mezzo ci si è trovata la sciacquetta Sabrina, amica svampita di Filippa, innamorata non riamata di Fabio, e finita in un gioco di cui non capirà la portata, facendo la sua brutta fine, che sappiamo, ma non il suo perché, che scopriamo solo alla fine. Aiutati, come lo sarà la polizia, dal volpino di Pomerania. Ma, bene o male, tutto questo è anche un contorno per girare intorno a Barbara Gillo, alle sue propensioni, qui molto poco praticate, verso Zuccalà. Dove invece giriamo di più intorno ai suoi infiniti colloqui con il vicecommissario Peruzzi, con il quale, nel filo delle pagine, intesse interessanti discorsi sulla fisica quantistica, sui gatti chiusi in una scatola, nonché, e qui non possiamo che ringraziarla vivamente, sul cinema, su Truffaut, e sul suo bellissimo film “Finalmente domenica!”, e sull’amore che nasce tra Jean-Louis Trintignant e Fanny Ardent, quando lui, dal sotto interrato dove è nascosto, le guarda le gambe. Una scena da antologia, che ci dà anche una bella chiave di soluzione dei misteri (anche se non vi dico in che modo). Non è ben riuscito e bilanciato come il primo, ma rimane affascinoso per i dialoghi (ben scritti) e la figura di Barbara Gillo, ironica, ma forte e capace di mettere gli uomini al loro posto (ed anche le donne, come la petulante sorella Meri). Ma che ha, come tutti e tutte, le sue debolezze, visto che invece non riesce a mettere al giusto posto il (lontano) Zuccalà.
“Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare.” (131)
Rosa Mogliasso “La felicità è un muscolo involontario” TEA euro 9 (in realtà scontato a 5,76 euro con Feltrinelli+)
[A: 13/07/2015 – I: 03/07/2016 – T: 04/07/2016] - &&& -
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 259; anno 2015]
Risale un po’ questa terza prova della torinese Mogliasso (che tanto piace non solo a me, ma alle torinesi doc Margherita Oggero e Luciana Littizzetto). Anche se non pienamente, che la vicenda ingarbugliata si sbroglia quasi da sola come neve al sole. Ed anche perché si continua a sottotitolarla come un’indagine di “Grillo e Zuccalà”, mentre il secondo sempre a Palermo e lontano sta. Risale anche perché viene dato un po’ più di respiro corale alla vicenda, non rimanendo sul filone principale giallo ed anche qualcosa in più. Alcune critiche, addirittura (ma io non mi ci ritrovo) tendono ad inserire questa scrittura in quell’ambito letterario di quest’ultimo millennio definito “Chick Lit” (cioè chicken literature, romanzi da pollastrelle). No, umorismo si, pollastrelle no. In altri autori, il contorno tende ad annacquare il filone principale. Mogliasso mi sembra riuscire a gestire egregiamente i due. E sul contorno abbiamo la sempre sospesa storia d’amore tra la nostra Barbara ed il palermitano Zuccalà, che non si decide a tornare al Nord. Viene anche fuori di maggior peso la figura della sorella Meri, sia perché tenta di portare Barbara su strade “leggere”, verso amori improbabili. Sia, e soprattutto, perché protagonista di un mini filone, con furto annesso, che il nostro commissario brillantemente risolve in poche battute. Da antologia la cena catering a base di sushi ed altre giapponeserie. Anche se Meri cerca poi di coinvolgerla con il suo personal trainer, che però non ci convince fin da subito. Ed a ragione. Inoltre, e per finire con l’insalata, cresce il peso del vicecommissario Peruzzi, che serve a Barbara come specchio per provare le sue teorie, come bersaglio di malumore, ma anche, per noi lettori, come fonte di citazioni e di spunti ironici. Il tutto per tornare alla vicenda principale, imperniata sulla strana morte della contessa Elsa Prunotti Mappei e sulla altrettanta strana morte, anche se all’inizio poco collegata al resto, di una barbona. Guarda caso, però, che muore a pochi passi propri da Barbara. Questo è il filone che, nonostante la poca impressione che ne ha il commissariato intero, Barbara segue ed approfondisce. Come segue la vicenda di Ruggero, figlio della Mappei, che dopo tanti anni di onesto libertinaggio, sembra aver preso una sbandata per il misterioso “Clemente”. Uomo misterioso, tanto che suor Pilar, del Pronto Soccorso, lo definisce “più diavolo che clemente”. Indagando, indagando (anche con qualche aiuto del lontano, fisicamente, Zuccalà), esce fuori che nella famiglia Mappei è presente anche una figlia, tal Serena, bellamente scomparsa dopo gli anni di piombo. Anni in cui era un’esponente di punto dell’estremismo torinese (autrice del libello “Basta parolai, armi agli operai”). Con difficoltà, ma anche con tanta pazienza (sia sua, che di noi lettori costretti questa volta dall’autrice a fare spesso dei salti su e giù per la scala temporale), il commissario Gillo ricostruisce molti degli avvenimenti. Serena Mappei, vista la mala parata della rivoluzione mancata, fugge dall’Italia. Prima in Germania, sulle orme di qualche terrorista della RAF (Rote Armee Fraktion). Quando anche questa avventura finisce, trascina la sua anima non irreggimentata per le vie d’Europa, sia con Domenico, suo ex-spasimante poi misteriosamente scomparso, sia trovando l’amore in una bella francesina. Purtroppo la francese si ammala e muore. Per curarla, tuttavia, Serena aveva cominciato a chiedere soldi alla madre, su di un conto svizzero, che poi le era stato stornato dallo scomparso Domenico. Serena si ritrova così sola e senza soldi. Sentendosi morire tenta di tornare a Torino, di ricucire il rapporto con la madre. In questo ostacolata, come ovvio, dal figlio rimasto, Ruggero, e dal suo nuovo amico, Clemente. Finirà male, Serena, così come la madre, ed in un doloroso flashback anche noi lettori verremmo a sapere tante cose. Per lo sbroglio completo della matassa, tuttavia, vi lascio al piacere dell’agile lettura di queste 250 pagine, scritte anche larghette. Ripeto, quello che cresce in questo terzo volume, risalendo alle spalle del primo, è l’umanità che tutto avvolge. Certo abbiamo morti, brigatisti, spie e via elencando. Ma anche commissari, sorelle, amanti e varia umanità. Mogliasso ci ricorda che siamo tutti uomini (o meglio, siamo tutti umani), e questo è un merito che traspare dalle sue righe. Come traspare dai titoli dei capitoli, anche loro parte integrante della storia. Purtroppo, rispetto agli altri volumi, questa volta non vengono riportati in un indice finale. E ce ne dispiace. Però leggetelo, e, se vi va, leggete anche altro di Rosa Mogliasso.
Claudio Balostro “Il vigile Rollo” Fratelli Frilli s.p. (regalo di AntonellaP)
[A: 09/04/2016 – I: 04/08/2016 – T: 08/08/2016] - &&& +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 286; anno 2007]
Parlarono tanto Anita e Marcello di libri e letture, anche dimenticandosi di fare il bagno nella Fontana di Trevi, ma cercando motivi di scambio di idee su treni e traghetti. Devo quindi iniziare inviando un grazie gigante alla mia amica Antonella di quel del Piemonte per avermi parlato prima e spedito poi il libro di questo suo concittadino che è stato gradito in ricezione ed in lettura. Non possiamo ipotizzare una lettura stravolgente, ma Balostro usa bene la penna (o il computer) per portarci nel mezzo di vicende provinciali quantunque universali. Come un piccolo sottoprodotto, ringrazio inoltre i Fratelli Frilli, che, con cura, pazienza e dedizione, si mettono alla ricerca di piccoli talenti locali. E quanti ne hanno fatti uscire dalla loro fucina ed affacciare su palcoscenici più ampi. Per non fare troppi nomi (scusandomi per eventuali torti dovuti solo alla mia memoria “anzianotta”) ricordo solo Annamaria Fassio e Bruno Morchio. Torniamo allora a Balostro e a Valle Scrivia. Come in molte storie a me care, l’idea è avvincente: condire una serie di piccole storie e bozzetti di gente con un legante altro, ad esempio con una storia blandamente nera. Questa forse è la parte più debole, personalmente parlando. Abbiamo una morte ed il nostro esimio vigile della cittadina che, poco convinto del corso degli eventi, comincia ad indagare personalmente ed in modo non ufficiale. Che la morte è giudicata naturale, e solo piccole incongruenze convincono Rollo che qualcosa ci sia. Indagando, parlando, girando, anche viaggiando, alla fine Rollo ricostruirà la storia del suicidio di Maria abusata dal giovane Sgroi. Della fuga del fratello Matteo che perseguita Sgroi presentandosi sempre vestito di bianco verginale e che viene perseguitato dagli scherani fascisti di Sgroi (il suicidio avviene nel 1939). Del nulla che succede nel frattempo, fino al presente narrativo del 1972. Dell’arrivo inaspettato di uno strano personaggio vestito di bianco. Di una pistola senza pallottole trovata in un albero. Della morte per infarto di Sgroi, che però viene trovato nudo nella sua casa, con vicino un bicchiere d’acqua. Dei sospetti di avvelenamento (sollevati da qualcuno), di appuntamenti erotici finiti male, o di altro. Quando, collegando gli elementi a disposizione abbiamo il nero ai nostri piedi, ma senza possibilità di avere colpevoli. Non ce ne sono, ora. Forse, in realtà, ci dice Claudio ed anche Rollo, il colpevole è proprio il morto. Tuttavia, ed è questa la parte che piace a me e che fa del libro un piccolo regalo di istantanee, come fosse una presentazione di tipologie di vita provinciale. Abbiamo così tutti i personaggi “di contorno”, ognuno con la sua storia, ognuno con il suo pezzo di mondo da vivere. Ne vogliamo ricordare qualcuno, così come affiora dalla memoria. I gemelli benzinai, chiamati entrambi Geme (abbreviazione appunto di gemello), una volta calciatori dilettanti (un centrocampista, l’altro attaccante), ora gestori della pompa di benzina del paese. Aperta notte e dì, dove un gemello face il giorno e l’altro la notte. I due barbieri, il Manda, cacciatore e comunista, il Cino, pescatore e democristiano. E altri che bozzettano le pagine di Balostro. Sino all’Emilia, il sostegno dell’anagrafe, insostituibile e che fornisce i primi elementi a Rollo per ricostruire la vicenda nata dalla morte della sua amica Maria. E più di tutti Sauro, il pazzo del paese (ma quanto pazzo e quanto portato alla deriva da tanti avvenimenti in gioventù). Una felice intuizione, ed una difficile realizzazione, i salti verbali di Sauro, che tutti ormai chiamano Lioneliofante dal ritornello che citava ad ogni piè sospinto (“il leone … il liofante … il serpente a sonagli!”) innescati da input di Rollo. Che con la loro mancanza di capo e coda, portano (sempre) brandelli di verità. Rimane alla fine un po’ misteriosa, per me, la passione del vigile Rollo per i ponti (che forse sono anche una fissazione di Balostro?). certo, se ne parla con bravura, competenza, ma non sono per me elementi architettonici su cui mi soffermo a lungo. Faccio solo un salto logico, portando Rollo ad essere un ponte tra una verità non esponibile a tutti ed il mondo che lì, nella cittadina, si vive. Comunque ammiro, come spesso, la capacità di tutte queste persone di riuscire a concentrarsi, a buttare giù parole, ed a costruirci intorno più di duecento pagine leggibili e godibili. Bravo Claudio. E grazie ancora, Antonella.
Mentre chiudo queste trame, da quel di Alessandria, mi giungono immagini di piogge e quasi esondazioni, che spero non abbiano recato danno ai miei amici valligiani. Come giunge anche, ma qui la aspettavamo da tempo, la notizia della morte di Fidel Castro. Che non commento, essendone troppo parlato in rete, se non con la felicità (relativa) di aver visto Cuba prima della sua morte. Penso che tutti quanti stiamo aspettando con ansia la fine di questo anno bisestile.

domenica 20 novembre 2016

Seriali ... - 20 novembre 2016

E sì, una bella trama di personaggi seriali. C’è l’avvocato Mickey Haller, c’è il poliziotto Hieronymus Bosch, c’è l’ispettore islandese Erlendur Sveinsson ed infine l’alter nomine mio, lo scozzese John Rebus. Dove Michael Connelly lo preferisco con Bosch (cattivo rapporto con gli avvocati?), dove Arnaldur Indriðason scende un po’ in basso quando si incarta nei ricordi del suo ispettore, dove infine Ian Rankin, in questa che è una delle prime uscite (e lo spiego sotto) è ancora di un buon livello noir e, soprattutto, scozzese.
Michael Connelly “Il quinto testimone” Piemme euro 13 (in realtà, scontato a 12,35 euro)
[A: 01/03/2015– I: 21/03/2016 – T: 24/03/2016] - && e ¾  
[tit. or.: The Fifth Witness; ling. or.: inglese; pagine: 485; anno 2011]
Siamo nel lato “legal thriller” di Connelly, quello con Mickey Haller per protagonista. Purtroppo il nostro autore, che in molte uscite ho trovato di un livello comunque più che sufficiente, qui mi si propone in un romanzo molto “legal” e poco thriller. E non è che riesca a coinvolgere più di tanto. Certo, e ben lo sappiamo dai lavori eponimi di Grisham, che la parte legale ha un suo svolgimento avvincente in America, pieno di risvolti che, per la nostra legislatura italiana ed europea, risultano fantasiosi e spesso capziosi. Tuttavia, non sono riuscito ad appassionarmi alla vicenda della preparazione e dello svolgimento del processo che vede sul banco degli imputati Lisa Trammel, accusata dell’omicidio di Mitchell Bondurant, dirigente dell’Istituto di credito che voleva espropriarla dalla casa di cui non aveva finito di pagare il mutuo. Certo, il thriller non può mancare in uno scritto di Connelly, e sicuramente, arrivando all’ultima delle cinque parti del libro, il lettore avrà tutte le risposte (o gran parte delle risposte) che si aspettava. Si troverà chi ha organizzato tutto, si capiranno molti motivi e moventi. Tuttavia in modo molto affrettato e sommario (non a caso questa parte occupa 12 delle quasi 500 pagine del libro). Tutto il resto è legato, bene o male, al processo. Ed alla vita di Haller. Ai suoi rapporti con l’ex moglie Maggie, dove i due si trovano e si lasciano diverse volte qui e altrove, in particolare per le due opposte barricate su cui militano (uno avvocato difensore, l’altra nell’ufficio di Procuratore Distrettuale) e sulle differenti visioni che da quelle ne hanno. Ai suoi, questa volta scarsi, incontri con la figlia. Al cammeo del fratellastro Bosch che interviene con la figlia solo alla festa di compleanno di Haller. Tutto il resto è per l’appunto nelle maglie delle procedure legali americane. Prima le modalità di rinvio a giudizio, dove l’esorbitante cifra chiesta per la libertà su cauzione viene pagata da un losco figuro, che cerca di accompagnarsi a Liza per tutto il libro. Si scoprirà, ben presto, ma solo dopo la metà, con i particolari, che oltre ad essere losco, aggirantesi nei meandri del sottobosco hollywoodiano di produzioni un po’ ai limiti, e senza soldi, è alle dipendenze economiche di tale Louis Opparizio, italo-americano di sicura scarsa luminosità. Non solo, ha molti contrasti con Bondurant per le modalità che utilizza, e per i suoi legami alle famiglie italo-americane di New York (mi avete capito, no?). Haller avrà il suo bel da fare per emarginare il tizio, e per riprendersi da una bella pestata che due tizi da lui assoldati (ma per conto di chi?) gli fanno a metà romanzo. Poi c’è lo scontro tra accusa e difesa, con l’avvocato Andrea Freeman che è anche amica della Maggie di cui sopra, quindi con un potenziale conflitto con il di lei ex Mickey. Haller ci spiega le strategie che si usano in aula, le modalità di scelta dei giurati, cercando di tirarli dalla propria parte, gli interrogatori ed i controinterrogatori, il conto dei punti che idealmente accumulano le due parti durante il dibattimento. L’accusa inizia in sordina, tirando fuori, in un paio di occasioni, elementi probanti ma non precedentemente mostrati alla difesa. E questa sembra essere una grave colpa. L’accusa trova il martello con cui è stata colpita la vittima, con il DNA della stessa, ed è un martello probabilmente proveniente dagli attrezzi di Lisa, trova un paio di scarpe altresì macchiate di sangue, e, nel garage della nostra imputata, anche un dispensatore di elio per gonfiare palloncini. Haller ribatte punto su punto, ma il momento cruciale viene dalla dimostrazione della difficoltà per una persona alta 1 metro e 57 di colpire in cima alla testa una persona alta 1 metro e 90. Ripeto, è bello ed istruttivo leggere il dibattere delle varie prove, al termine delle quali la giura andrà a deliberare se Lisa ha commesso il reato o esiste un ragionevole dubbio. Non ve lo dico, ma ripeto, che alla fine Connelly spiegherà tutto. Ma dopo aver ripetuto la gradevolezza del leggere, ribadisco anche il poco coinvolgimento nello svolgimento delle azioni. Infine, un ultimo elemento, questo sì da “tirata d’orecchi” verso il sempre attento Connelly. Parlo della scivolata sulla citazione del pezzo di musica classica che secondo Haller fa da colonna sonora alla costruzione del processo da parte dell’accusa. Viene descritto, e su questo concordo, come un lungo montare degno del Bolero di Ravel: prima strumenti isolati, poi un lungo crescendo verso l’esplosione finale. Ma si indica come titolo del pezzo Shèhèrazade. Ora, non sono d’accordo su chi, in rete e altrove, prende di mira lo svarione di aver confuso Ravel con Rimsky-Korsakov. Piuttosto, credo che abbia confuso il pezzo di Ravel con il titolo che compare nel disco nel 1992 vinse il Grammy Awards, dove, oltre al Bolero, compare la Shèhèrazade di Manuel Rosenthal. Entrambi eseguiti dalla pluripremiata e benemerita Orchestre Lamoureux. Caro Michael, meglio tornare al jazz, e soprattutto a Bosch, dove senz’altro ti muovi più a tuo agio.
Michael Connelly “La caduta” Piemme euro 13 (in realtà, scontato a 11,05 euro)
[A: 12/06/2015– I: 18/04/2016 – T: 21/04/2016] - &&& e ¼  
[tit. or.: The Drop; ling. or.: inglese; pagine: 344; anno 2011]
Fortunatamente torniamo subito a Bosch! Devo dire che non mi ha convinto completamente, ma è intrigante, ben costruito, e, al solito, aperto a successivi sviluppi. Sono al 24° volume della produzione di Connelly, e non è poco. E siamo anche al 17° episodio che ha per protagonista il detective Bosch. Quante ne abbiamo passate con lui. Gli inizi, la scoperta del personaggio, il matrimonio con Eleanor, il divorzio, la scoperta di avere una figlia, la scoperta delle sue radici familiari, e di conseguenza del fratellastro Mike, la morte di Eleanor, l’invecchiamento. Ed eccoci qui, dove, reintegrato nei ranghi, si occupa dei casi irrisolti, quelli che abbiamo anche imparato a chiamare, seguendo le serie televisive, “Cold Case”. Non solo, ma nelle prime pagine, il suo capo gli comunica che tra 3 anni andrà in pensione. Sarà interessante vedere come l’autore americano riuscirà a svolgere le prossime trame, magari facendo convergere il sodalizio con il fratellastro. Anche se il loro rapporto, pur pacifico, non sembra idilliaco. Più sprint potrebbe avere l’accenno della figlia Maddie di voler entrare anche lei nei corpi di polizia. In questo romanzo è presente solo in poche pagine, ma con due dettagli importanti: rivela al padre le intenzioni di un indagato analizzandone il linguaggio del corpo e indirizza il padre verso una poesia, che Bosch aveva dimenticato, dedicata a Chet Baker. Facciamo un inciso su questo cameo, che se tutti (o quasi) conosciamo il grande trombettista americano morto cascando (suicidio? Incidente? Altro?) da un hotel ad Amsterdam, pochi (e non io) conoscevamo la bella poesia a lui dedicata da John Harvey. Quella citata nel libro. E John Harvey è un personaggio reale, un discreto scrittore di gialli inglese, che ha scritto anche un paio di libri di poesie, compresa quella di cui stiamo parlando. Tornando alla trama. A Bosch viene affidato un caso irrisolto, di una ragazza strangolata, perché il DNA trovato sulla vittima corrispondente ad un bambino di otto anni. Errore del dipartimento o altro? Mentre Bosch inizia la sua indagine, il capo della polizia gli affida un secondo caso, non “cold” ma molto “hot”. Il figlio del potente lobbysta Irving, molti episodi fa in contrasto duro con Bosch, muore precipitando dal balcone della suite di un albergo esclusivo. Suicidio? Incidente? Omicidio? Irving ha qualcosa da nascondere e sa, come noi sapremo ben presto, che ci sono macchie scure sulla vicenda. Per questo vuole Bosch, di cui conosce l’integrità, anche se i due appunto si sono spesso scontrati. Analizzando la morte del giovane Irving, Bosch nota che questi non ha lanciato grida cadendo (quindi escludiamo subito l’incidente), e che aveva uno strano segno sulla schiena, da lui presto ricondotto ad una presa da arti marziali utilizzata dalla polizia per mettere fuori combattimento un pregiudicato, ma dalla polizia stessa bandita all’epoca del caso Rodney King (che tutti dovremmo conoscere, in quanto mise a ferro e fuoco Los Angeles). Proseguendo le indagini, Bosch scopre inoltre: una lotta di lobby per un appalto di taxi, che una delle lobby era guidata dal morto, che l’aggiudicazione dell’appalto fa capo ad Irving, che i taxi in difficoltà sono comandati da un ex-agente di polizia, allontanato dal corpo proprio inseguito a quella presa assassina, che la moglie del morto gli aveva appena comunicato di volere il divorzio, che il migliore amico del morto lo aveva lasciato proprio in conseguenza delle strane manovre sui taxi, che il morto aveva comperato un biglietto aereo per il figlio per il giorno dopo la sua morte, e che infine l’ex-agente era stato nella suite poche ore prima della morte. Certo, tutta l’indagine è costellata da altri colpi di scena, che lascio ai volenterosi lettori. Ma, non esprimendomi comunque sulla ricostruzione finale dell’accaduto, è certo che il politico Irving ne esce inguaiato con la sua rielezione messa in bilico. È ovvio poi che Bosch non tralascia l’altra indagine. Dove scopre che il sangue del bambino poteva risiedere sulla cintura con il quale questi era colpito a sangue dal patrigno. Dove risale, con un po’ di fortuna, al patrigno stesso, scoprendo un killer seriale che potenzialmente potrebbe aver commesso più di trenta omicidi. Il problema di queste morti è la mancanza di cadaveri, a parte quello di cui all’inizio del caso. Sarà sufficiente per incriminarlo? Anche perché, al solito, Bosch ottiene confessioni ed ammissioni non sempre in modo ortodosso. Infine, indagando su questo caso, viene a contatto con la dottoressa Stone, con la quale, sembra, poter iniziare una nuova storia, lui che da tanto ormai sembra aver rinunciato ai rapporti con l’altro sesso. Insomma, un bel pamphlet nello stile di storie complesse, intriganti ed intrigate, una buona traccia per una serie televisiva. Con la solita, accattivante scrittura, e le solite incursioni musicali, in particolare sul lato jazz, che a me piacciono sempre. Un solo commento finale per una reprimenda sulla quarta di copertina. Non è vero che i due casi sono intrecciati, ma c’è solo una minaccia del potente Irving di usare il caso irrisolto per mettere in difficoltà Bosch e il corpo di polizia. Quindi, probabilmente, saranno collegati in un prossimo episodio. Tuttavia, se si legge prima la quarta, si creano aspettative che, in questo libro, vengono deluse. Quindi un po’ più della sufficienza per Connelly, un voto negativo alla Piemme.
“Si era ancora una volta inimicato un potente, ma non se ne curava. Non sarebbe stato capace di vivere in un mondo senza nemici.” (267)
“A volte è necessario imboccare la strada sbagliata per arrivare a quella giusta.” (273)
Arnaldur Indriðason “Le abitudini delle volpi” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 01/11/2014– I: 16/06/2016 – T: 22/06/2016] - && e ½  
[tit. or.: Furðustrandir; ling. or.: islandese; pagine: 303; anno 2010]
Come esimersi dal leggere un nuovo episodio della saga dell’ispettore Erlendur Sveinsson quando si è nuovamente impegnati in un bello e coinvolgente tour proprio in Islanda? E mentre nella piazza della capitale la gente impazza per le vittorie della nazionale di calcio, io mi gusto questo ritorno alle sue radici dell’ispettore, sempre alla ricerca del motivo della scomparsa del fratello quando lui aveva 8 anni. Ferita che non si rimargina (e ben lo capiamo!). Lo leggiamo, lo portiamo anche sotto la pioggia battente, e ne terminiamo brillantemente la lettura, anche se poi il risultato è leggermente inferiore alle mie attese. Intanto, penso di non svelare nulla, soprattutto a chi ha già letto almeno un libro di Arnaldur Indriðason, se dico che l’ispettore Erlendur da sempre è tormentato da un episodio avvenuto nella sua infanzia: la scomparsa del fratellino Bergur durante una tempesta di neve. Loro due con il padre erano usciti nella brughiera per tentare di radunare le loro pecore. Erlendur e il padre erano stati ritrovati semiassiderati, del fratello nessuna traccia. Per questo motivo l’ispettore è sempre stato attratto dalle storie di sparizione delle persone, fino al punto di indagare per conto suo, al di fuori delle indagini ufficiali della polizia. Sappiamo da alcuni romanzi precedenti (dove Erlendur lascia il primo piano delle indagini ai suoi sottoposti), che il nostro commissario ha preso un periodo di ferie. Non si sapeva che fine avesse fatto, ed ora qui scopriamo che si è andato a stabilire nel rudere che era stata la loro casa, prima che la famiglia, dopo la disgrazia, si trasferisse a Reykjavík. C’era tornato varie volte nel corso degli anni, ma ora, dopo trentacinque anni, vuole andare fino in fondo alle sue ricerche e cancellare dalla propria testa tutti i fantasmi che la popolano. E cerca che ti ricerca, al nostro commissario, coadiuvato da alcune presenze locali, viene in mente che potrebbe (dovrebbe?) seguire le abitudini delle volpi, che nel loro peregrinare nei boschi, raccolgono di tutto, portandolo nella loro tana. E quando in una tana Erlendur trova delle ossa comincia a sospettare che, forse, la storia di Bergur possa avere una fine. Noi lo speriamo con lui, che, va bene l’ossessione, ma stava portando il nostro ad una via senza ritorno. Forse nel prossimo volume se ne capirà di più. Questa parte, inoltre, consente agli esimi editori italiani di travisare il titolo ed uscirsene con questo “Le abitudini delle volpi”, ben lontano dall’originale “Furðustrandir”. Il titolo fa riferimento ad una striscia costiera probabilmente situata nel Labrador canadese, che viene citata a lungo nella saga islandese di Erik il Rosso. Ed ha tutto un altro senso. Primo, perché è una terra scoperta dai vichinghi nel loro peregrinare, come se Erlendur finalmente potesse scoprire un nuovo modo di vivere. E secondo, e ben più importante, il termina in islandese significa “spiaggia splendida”. Dove ben vediamo il contraltare con la tormenta di neve che ha portato via Bergur. E che risulta anche il motivo dominante di una storia che a quella di Bergur idealmente si intreccia, e che fortunatamente dà quel poco di sapore poliziesco alla vicenda. Dove infatti vediamo che in una tormenta di neve, nel lontano 1942 scompare nel nulla una giovane sposa, Matthildur. Durante la stessa tormenta che aveva bloccato nel passo sopra il paese una colonna di soldati. Si disse allora che Matthildur fosse fuggita con uno di loro, ma interrogando e tormentando Ezra, uno dei pochi sopravvissuti a quel periodo, ad Erlendur vengono dubbi. Parlando e scavando nelle memorie, scopre che la giovane aveva sposato tal Jakob, che la riempiva di botte. Jakob ed Ezra erano anche soci nella pesca. Dal fatto che i due, alla scomparsa di Matthildur si allontanano, e che Ezra non si avvicina più ad una donna, il nostro intuisce motivi di gelosia dietro la storia. Tanto che riesuma la bara di Jakob, scoprendo che è stato sepolto semi-congelato ma ancora vivo. Facile sarà per voi capire chi lo ha sepolto, perché, e tutta la storia collegata, che il nostro scrittore ci fa rivivere anche con passeggiate interessanti su e giù nel tempo. Eppur tuttavia la storia è un po’ moscia, non prende, e soprattutto risultano a me fastidiosi i salti onirici notturni di Erlendur quando sogna e rivive i momenti della morte del fratello. Spero, per lui e per noi, che si torni presto a Reykjavík ed alle sue più organiche storie.
“Ci convivo da allora … con il disprezzo di me stesso che non sono mai riuscito a sopportare.” (263)
Ian Rankin “Morte grezza” Tea euro 12 (in realtà, scontato a 10,20euro)
[A: 12/05/2015– I: 29/09/2016 – T: 06/10/2016] - &&&--    
[tit. or.: Black&Blue; ling. or.: inglese; pagine: 522; anno 1997]
Pur ringraziando la buona volontà delle edizioni TEA, non posso che rimarcare con dispiacere che questa è l’ottava inchiesta dell’ispettore John Rebus, e che già sono uscite da anni (e ne ho già parlato) le ultime inchieste dell’esimio ispettore, arrivate credo alla ventunesima puntata. Inoltre, sempre per dovere di completezza, delle prime nove inchieste solo la prima, la terza e questa sono uscite in italiano. Peccato, che in queste prime si andava forgiando una tipologia interessante del personaggio, che nelle successive si evolve, si incarta e quasi deflagra (ma non ci torno sopra, che ne ho tramate ben otto). Altro punto di domanda riguarda quel “neroazzurro” del titolo, che, nel gergo poliziesco, si riferisce alle ecchimosi, soprattutto facciali. E Rebus non ne smentirà il significato, in molte parti del libro. C’è anche un riferimento all’album dei Rolling Stones (si parla anche marginalmente di musica, citando una sconosciuta banda scozzese che piacque in gioventù a Rankin, i Dancing Pigs). Infine, il titolo si scompone nel Black del petrolio e nel Blu riferito alle forze di polizia. Tutto ciò si banalizza in italiano con una morte grezza, che penso voglia alludere al petrolio ed ai guasti con esso perpetrati nei Mar del Nord. Ultimo appunto editoriale (ma quand’è che faranno ammenda?), riguarda l’inopinato cambiamento di sesso del morto che dà inizio alla vicenda, e che nella quarta di copertina diventa “il caso della morte di una giovane” (sic!). Ma nonostante tutto, rispetto ad altre inchieste di Rebus e ad altri scritti di Rankin, questo libro è comunque un classico nel suo genere. Infatti con questo libro lo scrittore scozzese darà il via ad un filone che i critici letterari ribattezzeranno ben presto “Tartan Noir” o, per noi continentali, “Nero scozzese”. Che tartan è ovviamente riferito al particolare disegno dei tessuti in lana delle Highland scozzesi. E questo, come i libri degli altri autori che seguiranno, è intrinsecamente scozzese. Si beve birra, si va spesso su e giù tra Edimburgo e Glasgow, con qualche puntata ad Aberdeen, si parla del petrolio, grande ricchezza locale, si parla delle forze di polizia che allora si chiamava “Lothian and Borders”, si parla di cibo scozzese, tra cui il fantomatico “haggis”. Per chi non ne fosse a conoscenza, l'haggis è un insaccato di interiora di pecora, macinate insieme a cipolla, grasso di rognone, farina d'avena, sale e spezie, mescolati con brodo e bollite tradizionalmente nello stomaco dell'animale per circa tre ore: una delizia! E si parla di violenza, di morti, di scazzottate (black&blue, appunto). Come in molte storie di Rankin, molti sono i piani che si intersecano. C’è il giovane della quarta di copertina che viene ucciso nelle prime pagine, ed il cui caso viene affidato a Rebus. C’è il suicidio in carcere di un ergastolano che sostiene nelle sue memorie di essere stato incastrato anni prima da Rebus e da Gaddes allora capo del nostro. Ci sono prove che sembrano incastrare Rebus a questo caso, tanto che viene affidato al suo vecchio amico Jack in modo che non possa inquinare le prove. C’è il suicidio anche di Gaddes che sembra sempre più incastrare Rebus. Ci sono morti di donne che sembrano ricalcare un serial killer che proprio di Gaddes era diventato l’assillo prima che questi andasse in pensione. E che ora diventa l’assillo di Rebus. Tra l’altro i due serial killer hanno un andamento talmente omologo che, essendo il vecchio serial soprannominato “Bible John”, quest’eponimo viene chiamato “Johnny Bible”. E c’è anche Bible John, che vuol trovare il suo Emulo, per ribadire la sua primarietà in quelle tipologie omicide. Sembrano tanti fatti slegati, ma la bravura di Rankin, dribblando le facili scorciatoie, è proprio quello di ricondurle (quasi) all’unità. Il tutto legato al petrolio, ambiente in cui lavorava Alan il primo morto. Dove il magnate del petrolio, facendo affari con un ras delle Highland, convince un accolito di questo a farlo fuori (anche perché Alan si era legato alla figlia di lui, anche se da lui diseredata). Ma quando Rebus si avvicina a questa soluzione, il nipote del ras fa piazza pulita del primo cattivo. Cercando anche di mettere fuori gioco lo zio. Non ci riuscirà, e sarà una bella lotta di interrogatori (e scazzottate) che porterà Rebus a risolvere questa parte. Che come sottoprodotto, lo porterà a capire i legami tra le morti perpetrate da Johnny Bible, e trovandolo poi, anche se già morto e forse ucciso da Bible John. Che farà in modo anche di uscire allo scoperto (anche se non volontariamente). Ci vorrà una lettera d’addio scritta da Gaddes prima di uccidersi a mettere molti puntini sulle “i” della vicenda. Intanto, scagionando Rebus da tutte le accuse. E facendo capire (e facendoci capire) le ossessioni di Gaddes. Il tutto per dar modo a Rebus di stanare Bible John, anche se questi farà in tempo a far perdere le sue tracce. Probabilmente. Il tutto con un finale abbastanza aperto da consentire al nostro di prevedere l’inizio di un plot per una successiva puntata. E per finire abbiamo Rebus che cerca di smetter di bere, abbiamo Rebus che sicuramente ha avuto una storia con Gill, ma che per ora no, abbiamo la comparsa di Siv, l’aiutante delle forze di polizia che tra molti libri uscirà meglio definita. Non manca naturalmente anche una frecciata alla corruzione delle forze di polizia. Molto per un libro solo, ma so già che Rankin non si risparmia mai, anche in queste più di 500 pagine. Che sono una sempre utile lettura del mondo scozzese, degno contraltare delle letture facili dell’epigono opposto degli scrittori locali, quell’Alexander McCall Smith, che poi è stato il primo che ho seguito con piacere.
Anche questo mese si riesce a riempire le tre settimane, ed allora eccovi un bel regalo sulle terapie d’amore con la mia cara Audrey.
In questo novembre tra estate di San Martino e primavera inventata, sono ancora combattuto tra Hans Fallada (“Ognuno muore solo”) e John Donne (“Nessun uomo è un'isola …  La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità). Forse dovrei solo scrivere di più, e magari con voi ridere di più.

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

NOVEMBRE 2016
In questo novembre forse troppo da estate indiana (per chi ha frequentato l’America) eccoci immersi nelle “dolci e fresche acque”, non di Petrarca né di Capote, ma nel cortile di Audrey Hepburn, ascoltandola cantare “Moon River”.

TERAPIE D’AMORE (IV)

COLAZIONE DA TIFFANY di TRUMAN CAPOTE (1959)

Pillole di trama
Un giovane aspirante scrittore rievoca il suo incontro con l’evanescente Holly Golightly, ragazza disinvolta e misteriosa che conduce una vita sregolata tutta feste, cene e appuntamenti. Si circonda di personaggi strampalati almeno quanto lei, uomini ricchi e facoltosi da cui farsi mantenere come il gangster mafioso Sally Tornato, l’antipatico miliardario Rusty Trawler, il potente agente di Hollywood O.J. Berman e un politico brasiliano che promette di sposarla ma poi la scarica. È a quel punto che Holly abbandona Manhattan per sempre, facendo perdere le sue tracce e lasciando al giovane scrittore solo il suo incancellabile ricordo.
Supposta-saggezza
Il biglietto da visita di Holly non potrebbe essere più chiaro: «Signorina Holiday Golightly. In transito». Il suo nome d’arte, Holiday, vuol dire “vacanza”, mentre il cognome, Golightly, “andare con leggerezza”, “viaggiare leggeri”. Holly è così: perennemente in vacanza dalla vita reale e sempre di passaggio, vola su tutto e su tutti con un candore spiazzante. Sfuggente e misteriosa, è effervescente come le bollicine dello champagne che scorre a fiumi durante le numerose feste a cui prende parte. Impossibile restare indifferenti al fascino misterioso di questa donna inafferrabile. Ne viene travolto anche il protagonista, ma ne è solo affascinato o anche innamorato? Difficile a dirsi perché tra i due s’instaura una relazione platonica e indefinibile come non potrebbe essere altrimenti vista la natura di Holly, sempre di passaggio nella sua vita e in quella degli altri. Per scelta non si affeziona a niente e a nessuno, detesta vedere gli animali in gabbia e il suo gatto non ha nome così come il protagonista del romanzo. Perde sempre le chiavi di casa e disturba regolarmente i vicini citofonando a ogni ora del giorno e della notte. Il suo appartamento sembra un campeggio, pieno di casse e valigie sempre pronte. All’essere «normale» preferisce di gran lunga l’essere «naturale», è falsa ma «autenticamente falsa» e non si abitua a niente perché «chi si abitua a tutto tanto vale che muoia». È come se pattinasse sul ghiaccio, piroettando intorno ai problemi con sublime leggiadria ma graffiando la vita delle persone che lastricano la sua pista, scivolando con incosciente disinvoltura e noncuranza sui sentimenti e sugli affetti. Di fatto Holly è un angelo crudele la cui leggerezza si trasforma in un peso per gli altri, almeno per le persone sensibili, le uniche che possono essere ferite (le altre, tutt’al più possono essere scalfite), le uniche che non se lo meritano. Come suo marito, un anziano veterinario di provincia abbandonato senza spiegazioni dopo averla sposata, giovanissima, adottandola, prendendosi cura di lei e amandola, forse l’unico fra tutti gli uomini che la ragazza colleziona uno dopo l’altro. Holly non si fa problemi per questo “go lightly”, ma la sua incoscienza, la sua distrazione o, peggio, la sua indifferenza diventano un macigno per gli altri. Il mondo è pieno di Holly, persone terrorizzate dal pensiero di perdere la propria libertà e che, fuggendo da qualsiasi tipo di legame, finiscono con il costruirsi una gabbia e rimanere sole, profondamente sole anche in mezzo alla gente. Sole, tristi e malinconiche come Holly, che sotto la sua esuberanza nasconde un vuoto che la risucchia. Esemplificativo della natura fuggevole e sfuggente del personaggio è anche il suo rapporto con Tiffany, la mitica gioielleria che ha il potere di rassicurarla quando è afflitta dalle paturnie ovvero quando è inquieta (cioè sempre). A lei non interessano tanto i gioielli (ma se arrivano in regalo non li disdegna) né i diamanti. Perché, come si dice, un diamante è per sempre e la parola “sempre” non esiste per chi è perennemente “in transito”. Ma muoversi in continuazione senza una destinazione, partire e non tornare, non vuol dire viaggiare ma fuggire. E non si può ruggire da sé stessi. Così, anche la spensierata Holly che non si lega a nessuno, finisce per legarsi da sola rinchiudendosi in gabbia. C’è una parola che può riassumere l’essenza della protagonista e del romanzo: spiazzante. Holly è tutto e il contrario di tutto: è ingenua ma calcolatrice, generosa ma avida, sincera ma bugiarda, allegra ma inquieta, libera ma prigioniera di sé stessa, trasgressiva ma incastrata nei compromessi. Altrettanto contraddittoria ma irresistibilmente affascinante è New York, la città che fa da sfondo alla storia e all’umanità brancolante tra illusione e disillusione che racconta. Spiazzante e affascinante è il romanzo come lo è il suo autore.
Posologia
Colazione da Tiffany è una pomata da applicare sulle ustioni di vario grado causate dalle infatuazioni per quelle anime evanescenti e intriganti come Holly, al cui fascino è impossibile resistere ma che sono la principale causa di scottanti delusioni amorose. Nonostante possa provocare un po’ di dolore durante la somministrazione, grazie alla sua azione emolliente e lenitiva il romanzo aiuta a cicatrizzare rapidamente le ferite. È consigliato anche per garantire un immediato sollievo a quella sensazione di pesantezza che affligge chi prima di fare qualsiasi cosa, pensa e ripensa fino a dimenticarsi cosa deve fare, chi pianifica tutto nei minimi dettagli e se qualcosa va storto entra in crisi, chi è così abitudinario da essere immobile, chi di natura è pesante come il cotechino con le lenticchie a ferragosto, chi prende tutto troppo seriamente, anche le barzellette, e carica cose e persone di eccessive aspettative. Se prese nelle giuste dosi, le componenti caratteriali di Holly stimolano la circolazione di sana spensieratezza (da non confondere con la superficialità) e incrementano la capacità di godere appieno del momento presente senza preoccuparsi eccessivamente del domani, che tanto «di doman non c’è certezza», diceva il Magnifico. O per dirla come Truman Capote, “go lightly” ovvero “take it easy”.
Colazione da Tiffany è uno psicofarmaco naturale per affrontare le paturnie. Altra cosa dalla tristezza, che viene per ragioni precise come il fatto che si sta ingrassando o che piove, le paturnie sono un’improvvisa e apparentemente inspiegabile paura di non si sa cosa. Per Holly l’unico rimedio è andare da Tiffany, dove ha l’impressione che niente di brutto possa accadere. Ai primi sintomi di paturnie, si consiglia di andare in qualsiasi luogo ci si senta al sicuro, anche da Tiffany. Non è necessario entrare e comprare (è scontato che se poi qualcuno vi regala un gioiello, la paura potrebbe anche passare prima). In caso Tiffany non sia a portata di mano, il rimedio più pratico è accomodarsi sul divano e godersi il film tratto dal romanzo: un vero gioiello, magari da vedere sorseggiando un bicchiere di champagne.
Terapia cinematografica sostitutiva
La lettura di Colazione da Tiffany non può essere disgiunta dal superbo adattamento cinematografico di Blake Edwards. E questo non solo perché per tutti Holly ha il volto e il fascino di Audrey Hepburn, ma perché proprio le differenze tra il romanzo e il film, tante e consistenti, sono utili ai fini di quel la sensazione di felicità che è l’obiettivo principale del nostro percorso terapeutico. Commedia sofisticata per eccellenza, che ha consacrato la divina Audrey a icona di stile ed eleganza, il film vanta una regia impeccabile, attori straordinari, dialoghi brillanti, un’ambientazione raffinata e una colonna sonora indimenticabile (la canzone Moon River rende perfettamente la cifra malinconica che pervade tutta la pellicola). La differenza sostanziale rispetto al romanzo è la storia d’amore tra i protagonisti. Mentre il libro lascia l’amaro in bocca, il film scioglie la malinconia in un finale a base di lacrime, pioggia e un bacio appassionato. E la scritta «the end» mette fine all’inquietudine di Holly e alla nostra.
Effetti collaterali
Nel caso di Colazione da Tiffany gli effetti collaterali più diffusi sono stati riscontrati in seguito alla somministrazione del film piuttosto che del libro. Per via del suo lento e graduale rilascio di emozioni positive (che contrastano la malinconia del romanzo), il primo e più eclatante sintomo verificato su larga scala è il manifestarsi di una forma di dipendenza piuttosto forte, con conseguente compulsione a vedere e rivedere il film a ogni buona occasione (cioè sempre). Altrettanto comune è il rischio di venire contagiati dal fascino di Audrey Hepburn, sviluppando la pericolosa mania di imitarne lo stile. Tra le controindicazioni c’è la possibilità di ritrovarsi vestiti con tubino nero, guanti lunghi, tiara in testa, filo di perle, lungo bocchino in una mano e bicchiere di champagne nell’altra, ma l'effetto potrebbe essere diverso da quello provocato dall’attrice. Lo dico per mettere al riparo da eventuali delusioni scottanti. Ricordatevi che Holly cura le paturnie guardando le vetrine di Tiffany, non entrando dentro la gioielleria. Voi fate lo stesso guardando il film e Audrey, non calandovi nei suoi panni, per quanto irresistibilmente glamour.

Commenti

Non ho mai particolarmente amato Truman Capote, ma ho sempre venerato Audrey, per cui, in omaggio al Toro che è in lei (nasce il 4 maggio, ragazzi!), ho letto anche questo tomo.
Truman Capote “Colazione da Tiffany” Repubblica Novecento euro 4,90
[pubblicato il 31 luglio 2011]
Il fatto è che Holly sarà sempre legata ad Audrey, e leggere ora il racconto lascia un po’ spaesati (si potrebbe aprire un dibattito su libri e film?). Sarà poi che Capote non riesce a piacermi; certo non ho letto tantissimo, e soprattutto non ho ancora affrontato “A sangue freddo”, ma questa colazione non mi è piaciuta troppo. Comunque facciamo uno sforzo di dimenticarci di Audrey, dei “Vermi” (nelle meno di cento pagine del libro, il termine compare verso pagina 80), ed anche della colazione (che si cita a pagina venti, in meno di due righe). E rimaniamo per ora al libro. Un racconto dolente di un piccolo spaccato della bohème di New York. Scrittori spiantati, fotografi giapponesi, miliardari arroganti, ambasciatori brasiliani, amiche balbuzienti e baristi saggi. Tutti gli ingredienti per fare una piccola miscela calibrata, un buon gin fizz (non un martini cocktail). E lei, ingenua o forse no, illumina con i suoi tocchi di lucida follia questo mondo un po’ squallido, un po’ chic. In realtà, non succede gran che, è solo un filo di ricordi, che, saltando qua e là, andando avanti ed indietro nel corso del tempo, ci fa innamorare di questa ragazza in cerca di successo, ma in un mondo cattivo e torbido. Capote infioretta le pagine di qualche sentenzina, e tenta di inzeppare il testo con tiepidi aforismi. Ma non graffia, non affonda. A volte sbaglia il tiro (come quando bolla il brasiliano spaesato di essere ‘fuoriposto come un violino in un’orchestra jazz’: ma Stéphane Grappelli allora? O Joe Venuti? Per non parlare di Jean-Luc Ponty, che verrà però qualche anno dopo?). Sembra girare un po’ in tondo (ma mi piace di più quando lo farà Paul Auster in atmosfere compatibili qualche anno dopo). Il vero punto forte (rispetto al film) è il suo essere non consolatorio, al fine. Qui niente lieto fine, niente gatto ritrovato sotto la pioggia. No, qui Holly scompare, ed è proprio grazie a poche sparse notizie che arrivano vuoi dal Sudamerica vuoi dall’Africa che lo scrittore alter ego ce ne parla e ci racconta questa storia. Che anche altro afflato avrebbe avuto se, come Capote aveva suggerito, fosse stata impersonata da Marylin. Altra storia. Altro film. Film che, a parte Audrey, non ha altri grossi atout. Perché al solito, Hollywood qui stravolge, fa dello scrittore Paul un gigolò mantenuto, e sparisce l’amica balbuziente. Ma si sa, il Cinema americano stravolge tutto pur di fare cassetta. L’unica cosa di veramente buona è la colonna sonora con quel Moon River da favola. E l’unica cosa veramente esilarante è Mickey Rooney nella parte del fotografo giapponese. Ma qui si parlava del libro. E della scrittura di Capote, che, alla fine dei conti, a me irrita. Boh, speriamo in altro. Ma ora vado a rimettere la punta ideale sul vinile consumato e sentire ancora una volta “…Wherever you're going, I'm going your way…”.
“La patria è dove ci si sente a proprio agio. Io la sto ancora cercando.” (87)
“… non sapere che cos’è tuo finché non lo butti via.” (93)

Finalino


Non so se ci sia modo di curare la tristezza con Truman, con Audrey, o con Grazia Fiore, ma riprendo le ultime righe, senza andare a vedere le vetrine di Tiffany, e canto “Two drifters, off to see the world / There's such a lot of world to see … Wherever you're goin' / I'm goin' your way” (Due vagabondi, in giro per il mondo / Ci sono tante cose da vedere … Dovunque andrai / io sarò con te). Lacrime e “The end”.