domenica 11 febbraio 2018

Ritorno - 11 febbraio 2018

E sì, sono ritornato alla scrittura, prima di quanto fosse previsto per il lutto privato che mi ha colpito, e da cui, a poco a poco, se ne uscirà. Certamente, se ne esce riprendendo i propri punti cardinali, l’amore, l’affetto, l’amicizia, ed in ultimo, la scrittura. Con quattro libri ascrivibili al genere investigativo – poliziesco – thriller. Nella media i due autori che non conoscevo, l’inglese Daly ed il francese Bussi. Costante la nuova puntata delle avventure di Harry Hole. Buona, infine, la ripresa dell’altro giallo norvegese uscito dalla penna di Anne Holt.
Paula Daly “Da quando sei scomparsa” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 02/05/2016– I: 11/06/2017 – T: 13/06/2017] - &&& --
[tit. or.: Just What Kind of Mother Are You?; ling. or.: inglese; pagine: 346; anno 2013]
Una buona penna d’esordio per la scrittrice inglese che vive in Cambria, e che quindi potrebbe essere a buon diritto definita gallese. Galles in cui nella parte interna, denominata “Lake District” si svolge anche la vicenda narrata. Purtroppo, due elementi immediatamente portano alla diminuzione del gradimento generale, uno interno ed uno esterno. Il secondo è il solito grande interrogativo delle motivazioni per cui un titolo appropriato come l’originale (“Che tipo di madre sei?”) viene bellamente trasposto in una ricerca di persone scomparse. Che seppur hanno senso per la trama, ritengo che più senso abbia l’originale. Tanto che, nelle note finali, dopo un ringraziamento ad Oprah Winfrey da cui l’autrice ha preso lo spunto del romanzo, la stessa Daly interviene dicendo: “Le donne di oggi … vogliono essere perfette in famiglia e sul lavoro, a costo di rimetterci la salute e a scapito della relazione con il partner”. Un’affermazione su cui si potrebbe imbastire un fantozziano dibattito (solo per fare un sentito omaggio allo scomparso Paolo). Quella interna deriva dalla scelta dell’autrice di impegnarsi in una trama considerata “gialla” o “poliziesca”. Mentre lo stesso romanzo, con le dovute caratterizzazioni di personaggi e situazioni, poteva collocarsi in un ambito non etichettato. E riuscire altrettanto se non forse meglio. Perché ci sono tutte le caratteristiche dell’intreccio di una serie di esistenze che si dipanano nella placida Cambria. C’è Lisa, la madre ansiosa e sempre in ritardo, allevatrice di cani e gatti, con tre figli a cui non sa dare i resti, ed un marito tassista con evidenti problemi di stress. C’è Kate, la madre perfetta, organizzata, che sa sempre cosa fare, cosa dire, dove mettere i fiori, cosa cucinare, con la perfettina figlia Lucinda ed un marito, Joe, che sembra essersi abbastanza stufato di tutta questa perfezione. C’è Alexa, la sorella di Kate, arrogante e competitiva, decisamente fuori luogo nella provincia inglese ed il marito Adam, belloccio ma succube fino all’annullamento di sé. Sembra una provincia felice, ma basta un piccolo sassolino e tutto crolla. Il sasso che provoca valanghe avviene quando Lucinda dovrebbe dormire da Sally, la figlia di Lisa. Che, persa nei tempi e nei ritardi, se ne dimentica. E tuttavia ritorna ben presto alla realtà quando si scopre che Lucinda è scomparsa. Non ha dormito da Lisa, pare sia stata avvicinata da qualcuno all’uscita da scuola. E non è la prima adolescente che scompare nella zona. Che pare sia infestata da un maniaco che le rapisce, le violenta e poi le lascia libere. Non è questa la storia di Lucinda che invece scompare e non riappare. Lisa è distrutta dai sensi di colpa, cercando di coadiuvare nelle indagini la poliziotta Joanne. Proseguendo nella scoperta degli altarini, si scopre che tra Lisa e la famiglia di Kate e Alexa c’era qualcosa in sospeso, visto che qualche anno prima, durante una festa, Lisa cede alle profferte di Adam. Senza conseguenze particolare (solo una salutare scopata) ma psicologicamente devastanti. Alexa non perdona Lisa. Lisa si confida con Kate, ma non ne parla con Joe. Approfittando anche di momenti di debolezza di tutta la situazione complessiva, Kate tenta (ma forse è solo un tentativo per farsi vedere) il suicidio ingerendo barbiturici, ma viene salvata prontamente proprio da Lisa. Intanto Joanne scopre che il marito di Kate ha una seconda vita, avendo messo in cinta una immigrata forse ucraina, e meditando di conseguenza di lasciare Kate. Ma mentre Joanne avrà facilità, anche se senza particolari colpi di scena, a debellare il maniaco, non così facile sarà capire la sorte di Lucinda. Anche se abbiamo ben presto dei sospetti, poi degli indizi ed infine delle forti certezze. Sicuramente Alexa, solo antipatica e mai empatica, non ne esce bene. Sicuramente Lisa e Joe supereranno il dolore della scopata solitaria. Per il resto, l’unica cosa degna di nota è il disvelamento finale che lascio a voi esimi ed affamati lettori estivi. Che un po’ di freddo e nebbie gallesi non fanno che bene. Ribadisco, tuttavia, la scarsa giallosità del libro, mentre sottolineo che il libro si sente scritto da una donna che sa parlare delle donne. Le parti migliori sono per l’appunto le descrizioni piene di sensibilità delle amicizie ed inimicizie femminili, nonché il rapporto delle donne verso gli uomini. E non è poco. Tanto che risale di qualche punto rispetto ad un giudizio che stava scivolando verso l’insufficienza piena.
Michel Bussi “Nymphéas Noirs” Pocket s.p. (regalo di Alessandra)
[A: 15/08/2015 – I: 17/08/2017 – T: 19/08/2017] - &&& +
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 493; anno 2011]
Ancora un libro “da viaggio”, che si era in giro per il Benelux, dove non trovando autori lussemburghesi degni di nota né essendo io troppo portato per l’olandese, ripieghiamo, come ricordo e menzione del viaggio su un francese (tanto siamo in una zona molto francofona) che ci riporta ad un viaggio passato per le terre di Francia, ed ai magnifici giardini di Giverny ed ai quadri di Monet. Con tanta pace per il Belgio, che tanto rimane sempre legato a Simenon. Il libro è discretamente complicato, con una struttura che non ne rende facile seguire la trama. Soprattutto impiega molto tempo a decollare. Certo, fin dall’inizio si segue con interesse, per tre punti positivi: l’attacco, il luogo, il contorno. Il contorno sono persone e personaggi: gli interessati alla pittura, il poliziotto indagatore Laurenç nonché il suo collaboratore Sylvio, i ragazzi della scuola con quell’immedesimarsi negli impressionisti di un tempo (tanto che i giovani si fanno chiamare Vincent, Paul, Camille come i più noti Van Gogh, Gauguin, Pissarro, e via discorrendo). Il luogo è quello di Giverny, ed in particolare, lo stagno delle Ninfee di Monet, nonché la vita cittadina nella stessa Giverny, con il suo fare campagnolo, i suoi rapporti di vita, con chi c’è e chi non c’è. In realtà, a parte la trama, il libro è un omaggio a Monet, lì dove c’è la sua casa, il suo giardino, nonché i turisti che ne affollano ogni meandro. E l’attacco: “Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. La terza, la più giovane, si chiamava Fanette Morelle. La seconda Stéphanie Dupain, la più vecchia ero io.” La difficoltà nel seguire la trama è che l’io narrante è la vecchia di cui sopra, che parla del suo presente, dove da poco muore il marito, e dove ogni tanto muoiono i suoi cani, che, per non sbagliarsi mai, chiama tutti Nettuno. Come tutte le persone anziane, il suo narrare non può che mescolare passato e presente, anche se per lungo tempo sembra che tutto si svolga nel qui ed ora. Ma accenni ai contorni, ai vestiti, alle moto, non tardano a farci a capire che c’è un grande zibaldone di avvenimenti. C’è la piccola Fanette, 11 anni, con un invidiabile dono nella pittura, cui è spinta dalla scuola ma anche da un vagabondo pittore americano capitato nel luogo perché innamorato di Monet. James, questo il suo nome, spinge Fanette ad uscire dal suo guscio, la vuole veleggiante là dove il suo talento può esplodere. Ma Fanette trova James ucciso, e quando lo cerca insieme alla madre il cadavere è sparito. Ogni tanto, tra Fanette e la vecchina, si inserisce la storia di Stéphanie, maestra della scuola locale, coinvolta in quel di Giverny dove si verifica un nuovo omicidio, quello di Jérôme Morval famosissimo oftalmologo, ricco e fedifrago, che viene trovato con una pugnalata al cuore, col cranio spaccato e con il viso dentro al ruscello che abbevera lo stagno delle ninfee. Una cartolina di auguri di buon compleanno gli viene trovata nella tasca con una citazione di una famosa poesia. Morval era anche interessato alla pittura, ed in particolare alle mitiche “ninfee nere” che Monet avrebbe dipinto prima di morire. O che forse ha dipinto Fanette imitando il maestro. O, se esistono, le ha prese la vecchia. L'ispettore Laurenç Sérénac e il suo vice Sylvio Bènavides cercheranno di far luce sul caso attraverso gli anni, tra amanti, gelosia, un amore folle, la pittura, un assassino e un pastore tedesco, il famoso Nettuno, che sa tutti i retroscena, ma non può parlare. Ovvio che tra Laurenç e Stéphanie nasca una passione, che rischia di travolgere la vita del villaggio, portando la bella signorina alla fuga. Ma un evento inatteso, che non svelo, impedisce la realizzazione della storia d’amore. Tanto che Laurenç decide di partire, di emigrare in Canada, e di diventare uno dei maggiori esperti di “furti d’arte” al mondo. La fine, anch’essa leggermente poco usuale, consentirà a noi poveri lettori di ricollegare le fila di tutte le storie, sebbene si era capito da tempo chi è che aveva ucciso chi (leggete per scoprire questo riferimento circolare). Sebbene tuttavia non abbia mai sentito parlare di Monet che usasse il nero, la scena globale è plausibile. Meno questo voler intorcinare le storie, facendo solo alla fine scattare i meccanismi risolutivi. Bussi sembra dotato di una buona inventiva, e so che altri libri sono apparsi in Italia, tutti presso le edizioni E/O, che in genere hanno un buon tasso di godibilità. Poteva volare molto alto, ma alla fine rimane interessante, sopra la media, ma anche portatore sano di qualche “delusione”.
“Il n’y a pas d’amour heureux… à l’exception de ceux que notre mémoire cultive.” [Non ci sono amori felici … tranne quelli che coltiva la nostra memoria.] (414)
Jo Nesbø “Polizia” Einaudi euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 12/06/2015– I: 29/10/2017 – T: 05/11/2017] - &&& --
[tit. or.: Politi; ling. or.: norvegese; pagine: 635; anno 2013]
Eccoci ad una nuova puntata della saga di Harry Hole. Dal primo libro, ritengo Nesbø un autore interessante, tanto che ho letto nove delle sue undici puntate: ho saltato la seconda, uscita in ritardo in Italia e prima o poi arriverò all’ultima uscita. La scrittura è un bel mix di suspense e di vita nordica, almeno nelle prime puntate. Oltre ad essere presi dalla personalità di Hole, indolente, solitario, ma di grandi capacità analitiche e di collegamento tra i fatti. Certo, mi ha sempre disturbato all’inizio la propensione all’autodistruzione alcolica, un po’ alla Rebus di Ian Rankin. Ma sembra che pian pianino ne sia o ne possa uscire (potenza anche dell’amore). Quello che meno mi attira, man mano che Nesbø procede con le sue storie, è questo tentativo sempre maggiore di ingarbugliare le storie, di cercare di sviare il lettore su episodi marginali o secondari, facendo ogni tanto scoppiare il bubbone della storia principale. Nesbø si è ben impadronito di quella tecnica da scrittore che gli anglosassoni chiamano “cliffhanger”, malamente tradotta con suspense. Si, c’è della sospensione, ma è proprio il termine inglese che rende l’idea: letteralmente vuol dire “gancio sulla scogliera”, qualcosa di appeso, che può portare alla caduta o alla salita. Tant’è che proprio per capire il libro bisogna agganciarsi, termine corretto questa volta, a quanto è successo nella precedente puntata, “Lo spettro”, uscita l’anno prima. Il gancio questa volta è una pistola, la mitragliatrice Odessa che alla fine del libro sparò 8 colpi: tre pallottole hanno colpito degli spacciatori kosovari, due hanno ucciso Gusto Hanssen, tre hanno colpito testa e petto dell’ex poliziotto che indagava proprio sulla morte di quest'ultimo, il nostro Harry. Che viene dato per morto. Che sappiamo che a sparare è il figliastro Oleg, che Harry non riusciva a far uscire dal tunnel della droga. Questo romanzo quindi comincia senza Harry, con Nesbø che fa di tutto prima per farlo credere morto, poi piantonato all’ospedale da due colleghi. Poi ci fa seguire una lunga scena di persona in bicicletta, che ricorda da vicino l’analoga scena di Cruz Smith in “Tatiana”. Ma sono solo pagliuzze lasciate per strada. Perché vediamo ben presto che il nucleo centrale è l’uccisione di una serie di poliziotti che hanno per legame l’aver partecipato anni prima all’indagine sulla morte di una ragazzina, indagine che però non portò a nessun colpevole. Si costituisce allora una bella squadra per seguire queste nuove indagini. Squadra dei fedelissimi di Harry senza Harry: Katrine Bratt, agente con alle spalle un ricovero psichiatrico, con diagnosi da maniaco-depressiva a borderline a bipolare a sana ed ora anche hacker di servizio a Bergen, Beate Lønn, capo della Scientifica, Bjørn Holm, esperto della stessa squadra scientifica e Ståle Aune, psicologo. Pur capendo che gli omicidi avvengono con le stesse modalità di vecchi casi, la squadra non riesce a frenare la valanga, talmente forte che anche Beate viene travolta. A questo punto (e siamo già centinaia di pagine avanti) finalmente si svela il mistero: Harry si è ritirato a fare il docente alla Scuola di Polizia, promettendo all’amata Rachel di rimanere fuori dalle indagini. Ma ora non può tirarsi indietro. Subito i suoi, e i nostri sospetti si appuntano su Valentin Gjertsen, omicida evaso da prigione che ha cambiato i connotati con la chirurgia plastica, e che ora segue da vicino chi lo incastrò, lo psicologo Ståle, andando alle sue sedute. Ma Valentin ha un alibi inattaccabile per almeno uno degli omicidi. Allora si passa a sospettare Truls Bernsten, agente sospeso dal servizio per sospetta corruzione, e mano destra del nuovo capo della polizia, Mikael Bellman, il quale sicuramente ha qualcosa da nascondere, e che briga con la sua amante Isabelle Skoyen, assessore alle Politiche sociali, affinché Harry e il ricoverato in ospedale muoiano senza lasciar tracce. Ma Truls e Harry vengono attirati in una trappola mortale da cui solo per le capacità del nostro si salvano. A questo punto esce dal cilindro il vero assassino, che tenta nel finale, inutilmente, di uccidere Oleg, Rachel e lo stesso Harry. Non vi dico come, ma abbiamo il sottofinale tipo “happy end”, con un morto, un disintossicato, e Rachel e Harry che si sposano. Tutto bene? Tutto finito? No, perché ecco il “gancio” finale. Nelle ultime pagine una ragazzina viene seguita nei bagni pubblici da un misterioso individuo, la fidanzata di un poliziotto ucciso sente, al cimitero, dei passi furtivi che la seguono… Quanti altri misteri e punti di sospensione ha il libro? Tanti che vi lascio, almeno qui, la costanza di scovarli. Ma torniamo ad alcuni elementi del libro, al fatto che Harry compare a circa un terzo del libro. E tutta la prima parte senza di lui lascia noi un po’ spiazzati, ma anche la squadra stenta a decollare, anche lo scritto non riesce a prendere. Nesbø si è imbarcato in un’impresa titanica, in una ricerca di darci un lungo spaccato di vita non solo di Harry, ma di tutta la fetta delle persone che sono o sono state in contatto con lui negli ultimi libri. Ne patisce il ritmo, ne soffre la visione cupa di Oslo, il lettore ne esce frastornato. Tanto che non me la sono sentita di dargli la sufficienza piena. Anche se leggo e leggerò ancora di Harry Hole. Aspetto, bevendo! (ps: capirete perché alla prossima puntata).
Anne Holt “Quale verità” Einaudi euro 13
[A: 25/01/2016– I: 29/11/2017 – T: 01/12/2017] - &&&&
[tit. or.: Sannheten bortenfor. Ein Hanne Wilhelmsen-roman; ling. or.: norvegese; pagine: 384; anno 2003]
Sempre un po’ troppa carne al fuoco dei libri dell’ex-ministro della Giustizia norvegese. Ed alcune parti vengono un po’ troppo bruciacchiate, ed altre, forse, rimangono un po’ crude. Ma dato che io mangio tutto, dal crudo allo stracotto, devo dire che ho gradito questa lettura rilassante e pensierosa. Come spesso nei libri di Anne Holt, anche se, comunque, sono dei polizieschi. Questo è il filone dedicato ad Hanne Wilhelmsen, ispettore di polizia, capace e solitaria, con abbastanza guai alle spalle, in una vita dedita al lavoro, ma con un carattere diremmo leggermente difficile. Lesbica dichiarata, come la sua autrice del resto, questo fatto (comunque accettato dalla società norvegese) non le facilita certo i rapporti umani, soprattutto in un ambiente che, in tutto il mondo, è noto per il suo “machismo”. Inoltre è abile, capace di elaborare i dati del crimine che sta affrontando senza fermarsi alle solite apparenze, come dovrebbero fare tutti i buoni detective. Anche qui, il romanzo corre sui due binari, della vita sociale e della vita privata. La seconda sembra procedere alla grande, con un ottimo rapporto con la ricca Nefis che tra l’altro è di origini mussulmane, mettendo sul piatto tutta una serie di ulteriori problemi, oltre quelli sessuali. Comportamentali, integrazione, non ultimo la sperequazione economica. Hanne ha anche due grossi colpi privati durante lo scorrere delle quasi quattrocento pagine: muore l’odiato padre, che l’aveva scacciata di casa in gioventù e con il quale non si era mai riappacificata ed accoglie in casa il nipote Alexander, forse anche lui gay, forse anche lui osteggiato dalla famiglia. Il tutto condito dai non facili rapporti con i colleghi: con Billy T., suo sodale ma conflittuale, che troverà alcuni fili della trama per arrivare alla soluzione, ma che non ha dimenticato una isolata notte di sesso e consolazione con Hanne (Billy è un tipo che non si tira indietro con le donne, avendo cinque figli da cinque donne diverse), con Silje, la giovane collega, anche lei capace di annodare dei fili verso la soluzione, ma con un fondo di razzismo (più economico che altro in realtà), e via elencando. Questo ci porta alla storia, alla trama poliziesca, che si apre con la scoperta di quattro morti ammazzati in una casa bene di Oslo. Sono i coniugi Stahlberg, detentori di un piccolo regno nell’ambito navale, del figlio maggiore Perben e di un intruso, tal Knut Sidensvans, un consulente editoriale che stava collaborando alla scrittura di un libro sulla polizia norvegese. Tutti, meno Hanne ovvio, si buttano sulla pista della faida familiare. Perché Hermann Stahlberg era in causa con il secondo figlio, Carl-Christian detto CC, e la di lui mogli Mabelle, che aveva allontanato dalla gestione dell’impero familiare quando Perben era ritornato all’ovile dopo un periodo, lungo, in Australia. Lotta senza quartiere, a colpi di carte bollate, e di documenti tra il falso ed il falsabile. Perché Hermann ricattava CC per alcune foto porno di Mabelle, e CC con Mabelle cercava tutti i modi, legali o meno, per escludere Perben dalla ditta. Il tutto condito dalle vicende della sorella minore Hermine, molto ricca, molto drogata, molto succube dello zio, ed altre “molto” vicende. Il tutto complicato dalla vicinanza con il Natale (si comincia il 20 dicembre infatti) e dalla fretta che a tutti mette Jens Puntvold, il nuovo e rampante capo dell’anticrimine. Fretta sostenuta da Annmari, il pubblico ministero interno alla polizia (una figura non presente nella giurisprudenza italiana e di non facile collocazione). Indagando su tutte le figure della famiglia Stahlberg, si scopre una neanche tanto velata trama di possibile coinvolgimento in fatti classificabili in omicidio di CC, di Mabelle e di Hermine. Ma Knut? Come entra nel quadro? Questo è l’elemento che porta Hanne a farsi domande su domande. Scoprendo su cosa Knut stava indagando, scoprendo che il vicino di casa di Stahlberg è un ex-agente di polizia che forse ha coperto dei crimini di qualche poliziotto di grosso calibro. Scoprendo una serie di incongruenze sulle pistole del delitto, sulle telefonate di Knut poco prima della morte, sulla morte, per infarto, di un giudice che aveva un appuntamento con Hermann. Arriveremo così a scopre cosa c’è al di là della verità, oltre la verità stessa, come recita meglio il titolo originale (che non è comunque di facile traduzione). Scopriremo chi ha fatto cosa e come, ma ci sarà anche un finale al solito ambiguo, come succede speso in alcuni gialli seriali in cui non si sa bene se il personaggio abbia ancora delle frecce al proprio arco. Allora lo si mette in una situazione tale che potrebbe, sottolineato, prevedere un abbandono. Come fu con il commissario Igor Attila di Paolo Foschi dopo “Il killer delle maratone”. Come fu con Harry Hole di Jo Nesbø dopo “Lo spettro”. Chi li ha letti sa di cosa parlo, per cui non spiego di più. Ma io ho già letto i libri di Anne Holt dedicata ai detective Vik e Stubø, e so come procederà. Per cui, l’unico consiglio è, leggetene di questa autrice, che è sempre interessante. Anche perché continua a darci una visione interessante del “mondo Norvegia”, magari per capire come poi si possa arrivare a Breivik e la strage di Utøya.
Riprendendo comunque l’abituale scrittura, eccovi anche i libri letti nel mese di novembre, abbastanza omogeneamente sulla mediana, da cui si staccano il sempre verse “Via col vento” (verso l’alto) e verso il basso la poco utile lettura del libricino di Maurensig.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Jo Nesbø
Polizia
Einaudi
14
3
2
Markus Zusak
Storia di una ladra di libri
Pickwick
14
2
3
Arne Dahl
Brama
Corriere della Sera Svezia
7,90
2
4
Arne Dahl
Ira
Corriere della Sera Svezia
7,90
2
5
Milton Propper
Morte in sala d’attesa
Corriere della Sera Gialli
6,90
3
6
Leslie Cargill
La morte viaggia in autobus
Corriere della Sera Gialli
6,90
2
7
Mariolina Venezia
Come piante tra i sassi
Repubblica Italia Noir
7,90
2
8
Samuel W. Taylor
L’uomo con la mia faccia
Corriere della Sera Gialli
6,90
3
9
Margaret Mitchell
Via col vento
Mondadori
12
4
10
Marco Malvaldi
Sei casi al BarLume
Sellerio
14
3
11
Gianrico Carofiglio
Il silenzio dell’onda
Rizzoli
15
3
12
Paolo Maurensig
L’ombra e la meridiana
Mondadori
s.p.
1


Durante la bella ed intensa vacanza patagonica, purtroppo, mia madre mi ha inviato il suo ultimo saluto. Che ho preso e porto con me, aspettandomi giorni non proprio semplici nel prossimo futuro. Ma è un evento della vita, per cui bisogna elaborarlo e non negarlo. Vedremo come sarò in grado di farlo, per ora, intanto, non posso che abbracciarvi tutti.

domenica 21 gennaio 2018

Simonide - 21 gennaio 2018

Non nel senso del poeta lirico greco del 500 aC ma nel senso di una settimana tutta dedicata a Gianni Simoni, ex magistrato e autore di alcune saga seriali di bella resa. O si dovrebbe dire “Simoneide”? Tra l’altro, questa quartina contiene un tentativo di allargare le letture, dato che avevo scoperto, leggendo qua e là, che uno degli episodi della serie maggiore di Miceli, quella di Petri & Miceli, era uscito solo su e-book, ho provato a leggerlo. Cioè, l’ho letto. Sarà il formato, sarà il contenuto, l’ho trovato distante sia dagli standard dell’autore, sia da una lettura passabile.
Gianni Simoni “Pesca con la mosca” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 0,81 euro)
[A: 15/02/2016– I: 05/09/2017 – T: 07/09/2017] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 205; anno 2012]
Ho quasi l’impressione che le storie di Petri e Miceli si stiano gradualmente rarefacendo. Coinvolgendo spesso i contorni umani, cui per altro Simoni non è mai stato alieno. Tanto che si parte in sordina, con il buon Petri alle prese con la pesca alla trota di cui nel titolo, in quel di Tavernole. Anzi di Tavernole sul Mella, il fiume in cui si addentra Petri. E dove trova il cadavere di una giovane donna. Noi già sappiamo, da alcune pagine precedenti, che Caterina si è uccisa. Ma perché? Inciso: Caterina lascia una lettera alla padrona di casa, di cui non si saprà più nulla anche se poteva contenere qualche indizio. Caterina doveva sposarsi con Enrico. Caterina era molto religiosa e non voleva rapporti prima del matrimonio. Caterina risulta incinta. Facile il gioco di Petri nello scovare nel bel pretino trentenne della località l’autore del misfatto. Che però non è punibile, ma solo esecrabile. Fatto sta che don Carrino viene prontamente allontanato dal posto. Tra una frase e l’altra (dovute alle solite uscite maldestre del Procuratore Martinelli) la storia si viene a sapere, ed Enrico afferma subito propositi di vendetta. Intanto la nostra squadra, ed in particolare l’ispettore Grazia Bruni (giù di corda per un litigio che sembra insanabile con Maccari), cercano chi sia questa Caterina che sembra essere sola al mondo. Non è vero, ha una famiglia, e quando entra nel quadro noi capiamo subito due cose: il padre non ci convince ed il fratello Claudio ha tutta l’aria di volere anche lui una vendetta. Ma noi seguiamo al solito tutto dalle stanze della Questura, dove arriva la segnalazione di lettere minatoria ad un altro prete, don Camboni. Poiché don Carrino è scomparso, sotto insistenza del Vescovado, e così la perpetua di don Camboni. La squadra di Miceli al completo si pone in assetto di guerra: si cerca la perpetua, si cerca il prete, anche perché Enrico scompare con una pistola 45 in mano. Mentre due poliziotti rintracciano Carrino, qualcuno lo uccide con una 6,35. Ma non è Enrico che sta bellamente al bar, con un alibi di ferro. Da tutta una serie di indizi, che dovrebbero avere anche Petri e Miceli, io qui comincio a puntare il dito su Claudio. Intanto si trova anche la perpetua che aveva lasciato don Camboni avendone scoperto l’indole pedofila, corroborata da cassette molto spinte. Anche qui, la squadra di Miceli non fa in tempo ad arrestare il prete che questo viene fatto fuori sempre con una 6,35. Poco dopo anche un terzo prete, anche lui aduso ad adescar fanciulli, viene freddato con la stessa pistola. Si vede che Simoni sta cercando di imbrogliare le carte perché non sembra esserci un filo conduttore tre gli omicidi (due pedofili ed uno sciupafemmine) se non che sono tutti preti. Indagando comunque tra le frequentazioni di don Camboni, Grazia Bruni si imbatte in un medico dalla faccia losca e con un figlio probabilmente del giro del prete, anche se pentito. In tutto ciò Petri è defilato, ogni tanto compare butta giù qualche idea che Miceli riprende, elabora ed attua. Ma poco si cava, se non la scoperta che una pistola 6,35 è stata acquistata da una donna. Già penso chi sia, ma i nostri poliziotti brancolano nel buio. La svolta avviene quando viene ucciso anche il medico, ed il figlio ha un crollo nervoso. A questo punto Petri suggerisce gli opportuni collegamenti, tra pedofilia e facoltà di medicina, riuscendo, ovviamente tramite la squadra di Miceli, a sventare un ultimo assassinio ed a ricostruire le fila di tutta la trama. Con qualche piccola sorpresa, ma neanche tanto eclatante. Quello che al solito riesce meglio è il racconto corale della vicenda. Le manie e le idee illuminanti di Petri, nonché l’adoperarsi, positivamente, a ricucire lo strappo tra Bruni e Maccari. L’andamento un po’ defilato di Miceli, che viene a sapere dell’avvicinarsi, inesorabile, del suo collocamento a riposo. L’atteggiamento volitivo di Grazia Bruni, che sta irrobustendo la sua posizione in Questura. E l’ammorbidimento di Martinelli, un tempo aduso solo a prendere lucciole per lanterne e ad osteggiare le attività di Petri, ma che alla fine sembra pronto ad una svolta rappacificatrice. Simoni ha qualche strale di attualità sulle vicende dei preti pedofili, anche senza, giustamente, affondare più di tanto, che non è questa la sede di tali discussioni. Un bel colpo di rimandi incrociati, che non può che solleticare le mie intricate trame mentali, è la scoperta di Grazia Bruni che la vicenda ricalca quella descritta nel libro “L’assassino ha lasciato la firma”, il primo giallo scritto nel 1956 dal maestro del “police procedural” Ed McBain. Una serie che da questo primo libro si estenderà per altri 53 episodi, tutti sotto l’ombrello dell’87 Distretto di Polizia. Se non li conoscete, leggetene alcuni che sono dei caposaldi del genere.
Gianni Simoni “Il ferro da stiro” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 04/10/2016– I: 11/09/2017 – T: 13/09/2017] - &&& --
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 286; anno 2012]
Continuo a ritenere gradevole la scrittura di Simoni, pur con qualche punta di vaghezza qua e là. Tuttavia ritengo che questo libro avrebbe avuto un mio più alto e personale successo se da un lato fosse stato concepito in modo diverso, dall’altro venisse collocato in strutture non ghettizzanti come a volte possono essere gli stereotipi del giallo italiano. In realtà, pur contenendo elementi polizieschi non è un giallo. Non avremo mai gli elementi per arrivare alla soluzione di un impalpabile mistero, se non ce li fornisse l’autore (e questo da una ben particolare connotazione allo scritto). Inoltre, ritengo che sia deontologicamente controproducente divagare e gironzolare sui personaggi fino quasi a pagina 120 (su 286) senza che ci sia nemmeno l’ipotesi di un inizio di “giallo”. Vogliamo parlare di romanzo d’atmosfera? Vogliamo dire che i personaggi mi sono discretamente simpatici, a prescindere? Vogliamo dire che questo è praticamente un romanzo di transizione, perché prevede il passaggio in pensione, dopo che il giudice Petri lo è già da un po’, anche del commissario Miceli? Certo, diciamolo, ma una volta ricordato tutto ciò, la resa di tensione e di ricerca di soluzioni non è materia di queste pagine. È solo materia di atmosfere, e di Brescia. Questa sì, che come città diventa un po’ il sottofondo della storia, e forse quella che ne riesce meglio. Con i suoi luoghi, il Castello, la Basilica, le passeggiate, i bar del centro, e quella Piazza della Loggia dove Petri si intristisce ogni volta che ci passa, e che a me rimanda a tempi strani di lotte e di grandi prese di posizione. Tempi in cui forse ero più assertivo e meno meditativo di ora. Ma che di certo non fanno parte di queste righe. Che tornano alle vicende dei diversi nuclei narranti. Petri e la moglie Anna. Miceli e la moglie Lucia. L’ispettore Grazia Bruni, il suo ruolo all’interno della squadra ed il suo rapporto con Maccari, collega-amante. Grazia Bruni è un po’ l’elemento di disturbo per il suo civettare con Petri, di cui è sicuramente innamorata intellettualmente. Cosa che fa ingelosire Anna, ed irrigidisce il rapporto sereno ma sanamente conflittuale tra lei e Petri. Non solo, ma il pensionamento di Miceli da spazio alla nomina di un successore che per le capacità dovrebbe essere proprio la Bruni, altro zeppetto che non rasserena né l’atmosfera in Questura né quella in casa Miceli. Per tutta la prima parte assistiamo quindi a questo gioco delle parti, ognuno alle prese con il quotidiano e con problemi diversi da quelli del giallo che dovrebbe fare da cornice al romanzo. Petri fuma, cerca di smettere, legge “Repubblica”, a volte anche dei libri, e battibecca con Anna. Miceli ha problemi con la salute (forse una prostatite, ovvia data l’età), cerca di fare il salutista, ma continua, fino all’ultimo giorno, il suo lavoro, con indefesso rigore. Un uomo da “zero compromessi”, cosa che mi fa piacere leggere. Come mi piace sottolineare con l’autore i momenti “politici” tra Petri e Miceli, nel giudicare negativamente tutto il periodo governativo del Cavaliere. Ad un certo punto, tutto questo battibeccare, si focalizza sul ferro da stiro di casa Petri che non funziona più. Si prova a ripararlo, ma nel frattempo il ferramenta fornisce loro un ferro usato, che però funziona a meraviglia. Peccato che abbia delle strane incrostazioni rossastre. Ruggine? Ovviamente no, perché la scientifica scopre subito trattarsi di sangue. Petri e Miceli, nell’ultima settimana di lavoro di quest’ultimo, prendono la palla al balzo. Da dove viene? Che storia nasconde? Miceli impiega i suoi uomini migliori per cercare a ritroso la storia del ferro. Venendo a scoprire un paio di situazione che lasciano pensare. Il ferro potrebbe venire da casa Piccini, un anziano che muore improvvisamente, con un nipote vicentino di un odioso sopraffino. Dove il nipote, morto lo zio, si sbarazza di tutte le cianfrusaglie del vecchio, compreso un ferro da stiro. Oppure da casa Nuzzo, una coppia male assortita, che ha avuto un brutto incidente automobilistico, dove la signora Nuzzo muore ed il marito Clemente è ricoverato in prognosi riservata per fratture multiple. Dove la nipote, su ordine di Clemente, si sbarazza anche lei dei ricordi familiari, compreso il famoso ferro. Piccini era accudito da una badante, che scompare il giorno della morte del vecchio. Anzi, poco prima che morisse. I Nuzzo hanno un incidente pauroso, andando su strade strette a velocità elevata. Ma Clemente è un guidatore prudente, perché doveva correre? O forse alla guida era la spericolata ed antipatica moglie? Due casi paralleli (che si voglia fare il verso ai serial tipo CSI – New York?), che non si intrecciano mai, ma che sono, finalmente, l’elemento giallo del romanzo. Che Miceli e Petri dipanano, trovando materia giudiziale in entrambi. Ma di cui non dico oltre, per non levare il gusto di avere qualche sorpresa nei finali del libro (uno per ogni ferro da stiro). Di certo, continua l’andazzo abbastanza scoperto di Simoni che non fa molto per mascherare gli avvenimenti. Ha solo la capacità di seguire il lavoro di squadra della Questura di Brescia, e le illuminazioni che, di quando in quando, fanno indirizzare le indagini sui giusti binari. Illuminazioni di Petri, ovvio. E capacità organizzativa di Miceli. A libro finito sappiamo solo che Grazia Bruni sarà ufficialmente il nuovo capo. Vedremo come se la caverà lei, e come Simoni. Un libro di passaggio, passabile, che fa quasi venire la voglia di organizzare prima o poi una gita nella Leonessa d’Italia.
Gianni Simoni “Chiuso per lutto” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 04/10/2016– I: 13/09/2017 – T: 14/09/2017] - &&& ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 261; anno 2013]
Continuo a ripetere che Simoni non è uno scrittore impedibile, tuttavia, riesce, mediamente, ad imbastire delle storie leggibili. Non forse delle storie poliziesche, o di “polizia procedurale” come dovrebbe chiamarsi questo filone di romanzi. Continuo infatti a trovare poco giallo in questi gialli. Ma molta vita raccontata, con fili di ironia, con passaggi gradevoli, e con, almeno in questa infilata di tre romanzi usciti nell’arco di un anno e mezzo, una buona capacità di non perdere le fila. Che eravamo tutti preoccupati, nel finale dell’ultimo romanzo, con l’andata in pensione di Miceli. Allora qui, Simoni ha un colpo di genio: approfittando dei rivoli della legge Fornero (che ben consociamo, noi ex-esodati e molti di voi non ancora, purtroppo, pensionati) e dei ricalcoli che obbligava prima di lasciare andare ai giusti riposi gli anziani lavoratori. Così scopriamo subito che Miceli deve fare ancora un anno di lavoro prima del meritato riposo. In modo da consentire un miglior avvicendamento (almeno nella trama se non nella storia) tra lui e il nuovo capo in pectore, l’ispettore Grazia Bruni. E dal punto di vista della Squadra, tutta la sotto trama dedicata ai momenti ed ai sussulti in quel di polizia, è giocata sul ruolo del nuovo capo, sul risentimento di Miceli di avere un ruolo subordinato, sul mantenersi defilato di Maccari, da un lato amante ufficiale di Grazia, dall’altro suo sottoposto, sul rimanere sospesi nei loro ruoli storici degli altri poliziotti della squadra (Grasso, Tondelli, Esposito e via enumerando). Abbiamo così l’agio di seguire Petri e le sue vicende private che, tuttavia sfociano ben presto in vicende pubbliche e poliziesche. Con il solito doppio binario che ormai segue da un po’ l’autore (come ho rilevato in altre trame). Vediamo allora Petri che frequenta assiduamente una macelleria “d’autore”, non solo per l’ottima carne, ma anche per le procaci grazie della cassiera (nonché moglie del macellaio). In queste frequentazioni conosce anche l’ottantenne professor Franceschi, pensionato al limite della povertà. E di cui diventa ben presto sodale per vicinanza di idee e di modi di vita. Letture, caffè, ed altre piccole chicche quotidiane. È così spesso a casa del professore, ne conosce la storia di grandi rovine economiche, ne sa del nipote che ne aspetta la morte per ereditare la casa, e da lui frequenta l’islandese Yonasdottir, che per facilità viene chiamata Renate. Inopinatamente, la macellaia abborda il professore confidandogli le sue pene dovute al marito manesco. Pene che Franceschi confessa a Petri di aver ricevuto anche lui. Al ritorno da una gita musicale a Budapest (al solito, con il mio gradimento quando qualcuno va in giro per il mondo, anche in un posto carino anche se non stravolgente come la capitale magiara), Petri trova la macelleria chiusa per lutto (da cui il titolo). Pare che la cassiera, per difendersi dal marito violento, lo abbia ucciso. Omicidio o legittima difesa? Petri, con Miceli e la squadra, fa qualche indagine, qualche riflessione, interrogando anche il dottore della donna, per caso suo amico, il famoso (per chi come me segue questi scritti) dottor De Paoli. Sembra proprio un omicidio, ma non ci sono prove. Se non che Franceschi dice a Petri che lui una prova ce l’avrebbe. Ma prima di parlarne alla polizia vuole confrontarsi con la cassiera. Peccato che subito dopo viene ucciso con il cranio sfondato da un oggetto ferroso. Scattano le indagini anche qui. Sono collegati i fatti? Si trova ben presto l’assassino materiale, un malavitoso violento, detto il Duro. Che dice di essere stato istigato da una donna che (e non vi dico come lo scopre) ha un piccolo bozzo cutaneo su una natica. De Paoli, interrogato, ammette che la cassiera ne ha uno. E Petri, per vie che anche qui non sto a divulgare, scopre che anche Renate ha lo stesso “difetto”. Ma allora gli omicidi sono opera della stessa mente o solo casualmente paralleli? Abbiamo uno o due colpevoli? Simoni rispetta le regole di Van Dine, o trova il modo di trasgredirle? Questo di certo non ve lo dico, ma purtroppo devo dire che, in base a tutta una serie di avvenimenti che vi lascio scoprire, entrambi gli omicidi o presunti tali rimarranno impuniti. Sì, forse Petri sa la verità. O suppone di saperla. Ma qui interviene la visione amara della vita dell’ex-magistrato Simoni, che, probabilmente, tanti casi simili ha visto passare davanti al suo tavolo nella sua lunga carriera. Insomma, finisco e ribadisco. Simoni butta lì una storia di vita gradevole, una descrizione di Brescia e della sua vita quotidiana che fa piacere leggere. Qualche ironia (sugli sguardi vogliosi dei maschi del libro verso la vertiginosa scollatura del seno della cassiera) e qualche idea divertente. Ma alla fine rimane un prodotto leggero, da leggere per riposare la mente, non per far muovere i nostri stanchi neuroni.
Gianni Simoni “L’apparenza inganna, giudice Petri” TEA s.p. (e-book gratuito)
[A: 12/09/2016– I: 15/09/2017 – T: 15/09/2017] - & --
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 44; anno 2013]
Sapete che sono contrario all’uso degli e-book, dato che, per me, leggere significa anche toccare la carta, voltare le pagine, ed altre feticistiche attività, che non sono possibili con l’elettronica. Certo, riconosco che i libri digitali fanno risparmiare spazio notevole (motivo per cui mi sono convertito, almeno, alle guide digitali quando vado in giro per il mondo), ma per il resto, ove possibile, preferisco rimanere a defoliare l’Amazzonia. A meno che, come in questo caso, per avere tutte le possibili uscite degli scritti dell’ex-magistrato Gianni Simoni sulla improbabile coppia di investigatori, formata dall’ex-giudice Petri e dal commissario Miceli, non debba, costretto, utilizzare per l’appunto l’e-Book. In quanto questo racconto, anche se particolarmente inutile, è stato pubblicato solo in formato elettronico. Come veicolo, se fosse il caso, degli scritti di Simoni, che i suoi lettori avrebbero comperato anche senza questo (inutile) racconto. Detto quindi tutto il male del mezzo, cominciamo a dire male del racconto stesso. Innanzi tutto, credo che la dimensione racconto non sia congeniale né all’autore né ai personaggi. Simoni non riesce a sviluppare una trama sostenibile in così poche pagine, e Petri (o Miceli o gli altri attori delle altre trame) non sviluppa né manie particolari, né deduzioni illuminanti, né, in realtà, nulla di appetibile. Intanto, proprio perché le pagine sono poche, non compare nessuno dei comprimari che un po’ di sale danno agli scritti. Non c’è la squadra, non c’è Grazia Bruni, compare, ma solo di sfuggita, Miceli. E non è nemmeno consequenziale. Perché sappiamo che un romanzo seriale deve tener conto dell’evolversi dei personaggi. Di cui, ad esempio, sappiamo che Miceli è tornato sulla scena dopo la breve pausa pensionistica (vedi romanzo precedente) e si trova a combattere una personale battaglia con l’ispettore Bruni, che nel frattempo è diventato il capo della Sezione. Tutto ciò è ignorato dalle poche righe dello scritto, che sembrano rintanarsi in una dimensione privata. Petri ha un personale debole per Bassi, un suo vicino, che (e qui lo capisco perfettamente) lo sostituisce nelle riunioni di condominio. Un funzionario di banca mediamente affabile. Ma con una moglie megera insopportabile (mirabile la scena della cena fra le due famiglie). Bassi all’improvviso scompare, poco dopo che si è licenziata la loro cameriera. La moglie affranta, ma già ci domandiamo perché, chiede aiuto a Petri. Che indaga (un minimo), cerca di capire l’ambiente di Bassi, cerca di capire chi sia la Paolina che gli manda cartoline, cerca di capire perché Bassi ha ritirato poco prima di sparire un’ingente somma dal suo conto. La dimensione privata dell’indagine è sorretta da una piccola vacanza in costiera amalfitana di Petri e consorte, più che altro per andare a trovare la Paolina in quel di Sorrento. Trovata, affranta ed incinta, Petri ha poca fatica a fare due più due. Risolvendo il caso in poco più di un battito di ciglia ed un voltar di pagine (metaforico purtroppo). Una trama talmente banale, che già si poteva risolvere dopo una decina di pagine, come avevo pensato fin dall’inizio. Peccato che a volte i racconti riservano piacevoli sorprese, a me che non ne sono un fautore. Penso in alto alle pagine magistrali di Alice Munro. Penso in basso ad alcune righe del mio amico Roberto. Qui, ripeto, Simoni è inutile, il racconto pure, l’e-Book rimarrà, credo, isolato nella mia biblioteca elettronica, accanto a grandi classici introvabili di autori che non vengono purtroppo più pubblicati per il numero elevato di anni passato dai loro scritti. E che io conservo, a memoria, e nell’idea, a volte, di trovarne qualche spunto. Non certo, e mi capite perché, nel leggerli. Speriamo in meglio, caro Simoni.
Seppur contenti per l’imminente partenza, un po’ mi dispiace dovervi abbandonare per qualche settimana di trame. Ma guardiamo avanti, in positivo, ad un radioso febbraio.

domenica 14 gennaio 2018

Rimpianti, rimorsi - 14 gennaio 2018

Prendo a prestito una parte del titolo del miglior libro che vi presento questa settimana, con quella frase che riporto e che faccio mia. Una settimana per metà dedicata a Pino Cacucci, ed è una metà interessante, che consiglio di leggere, soprattutto la storia degli anarchici francesi di inizio Novecento. Il tutto è completato da un dignitoso Carofiglio, anche se lontano dai fasti delle storie dell’avvocato Guerrieri, ed un datato Maurensig, di cui, oltre la famosa variante scacchistica, ho letto ma senza che si torni a quel piacere di lettura.
Pino Cacucci “Puerto Escondido” Feltrinelli euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 03/03/2015 – I: 03/04/2017 – T: 07/04/2017] - &&& e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 398; anno 1990]
Finalmente riesco a leggere il primo vero libro scritto dall’ottimo Cacucci (in realtà il secondo, essendo uscito poco tempo prima “Outland Rock”, che però non riesco a trovare). Libro pubblicato nel 1990 da “Interno Giallo”, quella breve parentesi editoriale di Marco Tropea e Laura Grimaldi che tanti bei libri ed autori lanciò nei 4 anni di vita. Un libro che era nel mio immaginario, pur non avendolo ancora letto, sia per la fama di libro-epopea di italiani sbandati verso il Messico, sia per il film (che purtroppo non ho visto) di Salvatores con Diego Abbatantuono. Certo colmare una tale lacuna a quasi trent’anni di distanza lascia qualche strascico di sentito, di già detto, di travisato. Tuttavia, pur con alcuni limiti, è un libro che si legge bene. Che, inoltre, come dice lo stesso Cacucci, riuscì allora, e riesce tuttora, ha dare un colore a queste strane faune che si aggirano per il (secondo, terzo, o forse altro) mondo. Preliminarmente mi scuso con l’autore che per tutta una prima parte, avendo letto che il protagonista lavora in un ippodromo ho dedotto che vivesse a Milano (unico luogo in cui pensavo esistesse). Devo dire che invece quando ho scoperto che si trattava dell’Arcoveggio di Bologna, mi sono stati tutti più simpatici. Fatta questa premessa, devo però anche dire che, nelle linee generali, c’è una certa ripetitività nelle macro-situazioni: confusione, pericolo, salvataggio e fuga. La prima avviene a Bologna, la seconda all’isola d’Elba, la terza a Barcellona, la quarta ed ultima in Messico. Tutto infatti comincia con il povero Mario che vuole rinnovare il passaporto scaduto (ma come si fa a far scadere il passaporto? Ne vogliamo parlare, ora che sono al numero 7, e tutti, meno il primo, rinnovati per esaurimento di pagine?), e nel commissariato assiste all’uccisione di un poliziotto da parte del corrotto commissario Everardo Schiassi. Fugge dall’Ufficio, ma Schiassi lo ritrova, e, pensando che lo possa denunciare, tenta di ucciderlo. Ma Mario si salva, e da questo punto inizia uno strano balletto tra i due. Con Mario che qui (e per quasi tutto il libro, cosa che un po’ innervosisce) si lascia trasportare dagli eventi, come una barca in balia delle onde. Schiassi gli offre dei soldi per tacere, e Mario pensa bene di andare all’Elba per non farsi trovare. Lì, mentre si riposa al sole, nota una barca con tre strani personaggi (una donna e due uomini) che si aggirano quasi vicino all’isola con fare losco. Incuriosito, ovviamente finisce a letto con Aivly, ma mentre sembra che tutto vada in un senso positivo, ecco che arriva il commissario. Mario nel frattempo ha rovinato i piani dei tre, ma Schiassi cerca sempre di fregarlo. Per fortuna che Aivly ed i suoi se ne accorgano, lo liberano dal commissario e gli danno un passaggio in barca sino a Barcellona. I tre se ne vanno, e Mario cerca di trovare un modo per sbarcare il lunario. Trova ospitalità da un amico che per il momento è via, ed ha lasciato la casa a Pill, una ragazza che vive facendo il lettering ai fumetti (e se non sapete cos’è problemi vostri, oppure chiedete a Luana). Anche a Barcellona, il nostro si aggira senza un vero perché, tra feste con tanta “maria”, alcool che gira a profusione, ed anche qualche giro nel letto di Pill. Se non ci fosse Schiassi ed i suoi interventi, sembrerebbe il racconto della vita di un post-settantasette, un po’ ai margini, con qualche coscienza sociale, e molta voglia di restare fuori dall’ordine costituito. Nonostante possa stare a Barcellona senza troppe preoccupazioni (avendo anche intrapreso un lavoretto di traduttore in italiano), pensa (ma è proprio pollo) di chiedere un documento all’ambasciata, visto che non ha passaporto, e la carta d’identità si è bagnata. Ovvio che, due giorni dopo, alla sua porta si presenta … Schiassi. Agnizione, colloqui, mezze parole. Schiassi è ben cotto in questa sua fissa (ma se lo lasciava stare…), porta altri soldi. Che Mario ruba e fugge in Messico. C’è tutta una parte sulla falsificazione di travel check che ho seguito molto blandamente. Alla fine Mario si ritroverebbe con un bel gruzzolo per vivere decentemente. Ovvio che, essendo l’imbranato che è, non pensa di “pararsi il culo”, e viene immediatamente derubato da un italiano guascone ed anche lui sul filo della legge, il buon Elio. Dopo varie vicissitudini Mario recupera i soldi e si instaura uno strano rapporto di amicizia con Elio. Finalmente i due si ritrovano a Puerto Escondido. Qui la parte più interessante, con la descrizione della locale fauna di emigrati italiani tutti ai limiti della legge, tra party di coca, piccoli furti, attriti (chiamiamoli così) con la locale polizia. È la parte migliore, quella che fa fare un piccolo scatto al libro, quella in cui, finalmente, Mario sembra anche uscire dal suo torpore. Riesce anche a ritrovare Aivly ed i suoi. Non solo, tra un’avventura e l’altra, si ritrova anche di nuovo a Città del Messico, in un ristorante italiano gestito da … Everardo. Questi ha ormai cambiato vita. La polizia italiana l’ha lasciata avendo ormai terra bruciata, e si è ritrovato anche lui in Messico, innamorato perso di una signorina locale simpatica, e coinvolto nella vita (felice?) di emigrato senza possibilità di ritorno. Dicevo che Mario sembra uscire dal torpore, prima coinvolto in una rapina finita male con Elio, poi in un assalto al carcere dove, con Aivly, libera Elio. Si organizza un ultimo colpo, per raggiungere un gruzzolo che consenta un futuro più tranquillo. Ma tutto precipita per dei tipi loschi che perseguitano Aivly. Sembra che tutto finisca male, se non intervenisse, questa volta nelle parti del buono, proprio il nostro Everardo. Schiassi libera tutti e torna alla sua pasta. Aivly ed i suoi amici scompaiono. Mario ed Elio tornano a Puerto per continuare la loro vita fatta di poca sostanza e di molto arrangiarsi. Nel complesso, mi è piaciuto leggerlo, anche se, come detto, qualche parte lunga e/o ripetitiva. Avendo letto altro, preferisco Cacucci quando racconta fatti o personaggi storici. Ne trovo maggiori coinvolgimenti e miglior empatia.  
“Al ritmo della salsa … che racconta di un tizio chiamato Pedro Navaja che si dedica ad assaltare gente col coltello, finché una prostituta non tira fuori la sua .38 e lo fa secco.” [un classico sudamericano “Pedro Navaja” di Ruben Blades, che mi riporta ai tempi di Rebibbia] (221)
Pino Cacucci “In ogni caso nessun rimorso” Feltrinelli euro 9,50
[A: 07/05/2015 – I: 08/08/2017 – T: 14/08/2017] - &&& e ¾  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 308; anno 1994]
Continua a piacermi ed a convincermi, Pino Cacucci quando prende un fatto, sia esso di sangue, di cultura o di altro, e ne costruisce e ricostruisce contorni veri o plausibili. Già lo dissi con “Oltretorrente”, e lo ribadisco qui dove mi ha permesso di scoprire fatti ed avvenimenti che si orecchiavano, ma cui non avevo mai dedicato il giusto approfondimento. Come appunto il caso della “famigerata banda Bonnot”, e dei suoi membri. Lascio appositamente le virgolette, perché quello che Cacucci ci narra fa apparire in una più giusta prospettiva, fatti di sangue che, in altro modo, apparivano esternamente appunto solo come fatti delittuosi. E dietro invece, c’era di più, molto di più. Ora non è che io voglia giustificare le malefatte compiute da Bonnot & soci, ci sono dei limiti di giustizia che, per me, sono sempre invalicabili. Ma inserendo gli avvenimenti nel loro contesto storico, inserendo i personaggi nel loro contesto sociale, ne viene fuori un quadro più comprensibile, anche se mai giustificabile. Cacucci, con le debite proporzioni ed i distinguo del caso, riporta Bonnot alla dimensione “compagni che sbagliano” degli anni ’70 del secolo scorso. Dove io avevo sempre messo l’accento più sul secondo termine del discorso. Ma questa vicenda, che si sviluppa a cavallo tra ‘800 e ‘900, con il suo culmine intorno agli anni ’10, e la sua fine tra il 28 aprile 1912 ed il 13 febbraio 1913, è di tutto altro stampo, ovviamente. Con la sua solita capacità affabulatrice, Cacucci ricostruisce da un lato la storia personale di Bonnot, dall’altra, anche se in tono minore, quella degli anarchici individualisti francesi di quegli anni. Dando anche conto del clima che si viveva in quegli anni. Sperequazioni sociali, lavoratori sottopagati e vessati. Niente di nuovo sotto il sole, direte voi. Ma aumentato da tutti quegli strumenti che al tempo mancavano: protezioni sociali, comunicazioni, ed altro ancora. Esemplare, appunto, è la storia di Jules Bonnot. Figlio di povera gente, lavora ad una fonderia, si spacca la schiena, ma come cerca di alzare la testa, magari per un sopruso del guardiano di turno, il minimo che gli succede è di essere licenziato. E di essere bollato come testa calda, in modo che neanche le altre industrie locali volevano assumerlo. Questa terra bruciata fa sì che un povero diavolo, senza nessuna colpa, si trovi indigente e senza mezzi di sostentamento. Bonnot passa tutta la trafila di queste presunte colpe, solo appunto per aver “alzato la testa”. Andrà ramingo di luogo in luogo, si sposta dalla Francia al Belgio, ritorna in Francia, prova con la Svizzera. In tutto questo, dotato di vivace intelligenza, comunque legge, e si appassiona a quegli scritti che gli fanno vedere possibili alternative. In particolare, i libretti anarchici. Ha un momento di pace solo facendo il militare, dove apprende a guidare automezzi di tutti i tipi, avendo una particolare sensibilità per la meccanica. Insegnamento che, nel bene e nel male, gli servirà nel suo breve futuro. Finito il militare, nel 1901 si sposa, sembra aver messo la testa a posto. Ma la morte della figlia lo ricaccia nella disperazione. Ricomincia a leggere e far propaganda per gli anarchici, viene cacciato dalla Svizzera dove si era rifugiato. Ma in Francia continua a non trovare lavoro, la moglie lo lascia, e per sopravvivere impara con successo a scassinare casseforti. Il bottino di queste rapine però viene in gran parte devoluto alla causa. Ha una pausa “di riflessione” nel 1910, quando, per sfuggire a qualche arresto, si rifugia a Londra. Lì per qualche tempo, da bravo autista, lavora al servizio si Arthur Conan Doyle, con cui parla dell’anarchico Marius Jacob, che secondo molti sarebbe l’ispiratore dell’Arsenio Lupin di Maurice Leblanc. Ma il richiamo della Francia è forte, e presto torna a Parigi, dove entra in contatto con il gruppo anarchico che si raccoglie attorno alla rivista “L’Anarchie”. Con i giovani anarchici individualisti, si dedica allora ad una serie di colpi spettacolari, utilizzando per primo l’automobile come mezzo fondamentale per le rapine. Per attaccare, per controllare, per fuggire. Ma la breve e folle stagione avrà ben presto la sua fine, e gli anarchici, isolati e senza sbocchi, vengono ben presto arrestati. Bonnot perisce in uno scontro a fuoco. Altri verranno impiccati il 13 febbraio 1913. Ma per Cacucci non è soltanto Bonnot cui rivolgere l’attenzione, ma il clima che produce Bonnot. Ed il mondo che vive. E le persone che gli sono attorno. Gli anarchici, come si diceva, giovani, ribelli senza domani. Il poliziotto Juin che per anni gli dà la caccia, capendo l’origine della ribellione, comprendendo i motivi, ma disapprovando il modo in cui Bonnot ed i suoi li traducono in pratica. Anche Juin non ha spazio in questo mondo, e finirà ucciso proprio da Bonnot. Fino ad una interessante figura che attraversa quegli anni: il belga di origine russa Victor Kibalcic. Anche lui emarginato, anche lui maturato nel clima anarchico, tanto da diventare punto di riferimento della rivista di cui sopra. Ma Victor ha una sua deontologia, che lo porta a rifuggire sia la ribellione individuale, sia l’uso scriteriato delle armi. Sarà uno dei pochi del gruppo parigino ad uscirne positivamente. Cambia il cognome in Serge, va in Russia poco dopo la rivoluzione, diventa un membro importante del Partito Comunista. Ma la sua natura, anche passando dall’anarchia al marxismo, rimane diritta ed incorruttibile. Benché faccia carriera, rimane ostile a Stalin, legandosi invece a Trotskij. Insieme al quale ripara in Messico, dove morirà, a soli 57 anni, d’infarto. Mi scusa della digressione su Victor Serge che fa parte solo marginalmente del libro di Cacucci, ma è invece presente nel mio giovanile pantheon letterario, da quando a 17 anni lessi il suo “Memorie di un rivoluzionario”. Per tornare al libro, invece, finisco con il dire che, pur con alcune involuzioni, ed elementi magari troppo romantici (come il rapporto amoroso tra Jules e Judith) è un libro che ci dà conto della “vita agra” di tutti i tempi, e da cui si esce discretamente arrabbiati, per le possibilità che ci possono essere, e che non vengono sfruttate. Comunque, ed ancora, una bella prova letteraria.
“Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…” (300)
Gianrico Carofiglio “Il silenzio dell’onda” Rizzoli euro 15 (in realtà scontato a 7,50 euro con Vintage)
[A: 13/07/2015 – I: 27/11/2017 – T: 29/11/2017] - && e ¾  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 300; anno 2011]
Una discreta lettura, anche se non c’è l’avvocato Guerrieri, anche se non è un giallo, anche se, essendo un romanzo, non raggiunge l’intensità de “Il passato è una terra straniera”. Poteva anche ambire qualcosa in più se non si fosse lasciato irretire dall’effetto dell’onda. Aveva questa immagine del surfista sull’onda, che torna più volte e che chiude il romanzo, ma lo fa forse in modo un po’ affrettato, troncando situazioni che potevano avere sviluppi migliori. Tra l’altro sembra un romanzo dedicato ad essere facilmente trasportato in teatro, pochi personaggi, azioni facilmente raccontabili, molto dialogo, diretto o indiretto. Infatti è un romanzo che, strutturalmente, mi fa fare un salto di quasi venti anni all’indietro: infatti l’impianto generale è dedicato ad un rapporto tra due pazienti ed uno psicologo. C’è la paziente Emma, con dodicenne figlio Giacomo, che va in questa struttura d’aiuto non riuscendo a risolvere un dramma vissuto, di cui lei (ma non noi) si addossa la colpa. Il rapporto con il padre di Giacomo è in crisi per una serie varia e complessa di motivi, decidono di forzare la mano lasciandosi (più sulla sua spinta che su quella del marito). Pochi giorni dopo, il marito ha un incidente in moto e muore. Lasciando in Emma da un lato dubbi irrisolti, dall’altro la gestione di un figlio intelligente, ma che cresce senza padre (e sul rapporto padre-figlio torneremo più avanti). C’è il paziente Roberto, carabiniere, o ex, con già qualche montagna di problemi alle spalle prima di iniziare a lavorare. Figlio di un’italiana e di un americano, vive i primi 16 anni in California (da cui il surf, il titolo e la mia critica iniziale), con il padre poliziotto (o simile). Finché, il padre viene trovato con le mani nel sacco, ad appropriarsi di piccole somme, qua e là. Arrestato, si uccide in carcere per la vergogna. Roberto e madre tornano in Italia, e, dopo la maturità, non avendo tanta voglia di fare, Roberto entra nei carabinieri, quindi, dopo brevi accenni di cui Carofiglio ci fornisce a volte dettagli a volte qualcosa in più (ma da buon ex magistrato deve avere molte storie analoghe nel cassetto), entra nei reparti operativi. Fa cioè l’infiltrato. E lo fa bene e con successo. Non vi narro le varie vicende di cui è protagonista, ma ci interessa solo l’ultima (a cui è ovvio arriva che già un po’ stressato e fuori di testa è). Lotta contro un cartello della droga colombiano (lui come californiano di San Diego parla bene anche lo spagnolo), due anni di lavoro per infiltrarsi nell’organizzazione, parte finale a Bogotá, presso uno dei capi del clan (inciso, Carofiglio ci narra della capitale colombiana in termini che mi hanno già fatto venire voglia di andarla a vedere). Lì, ovvio, una parte del dramma precipita: il boss ha una figlia under 30, di cui Roberto si innamora (lui è di poco over 40). Storia che non potrà avere sbocchi, ma che Roberto porta avanti fino all’ultimo giorno, quando deve tornare in Italia, quando deve avviare gli arresti clamorosi che seguiranno, quando Estela gli dice di aspettare un figlio da lui. Mandare a monte l’operazione o la sua vita? Sceglie la seconda opzione, poi viene per poco fermato prima che possa ripetere il gesto paterno. Da cui, cura psicologica. Emma e Roberto, in modo casuale, e fortuito, si incontreranno, cominceranno a conoscersi, ma prima che possa nascere l’ipotesi di una storia, Roberto deve intervenire ad aiutare Giacomo, che in maniera molto poco reale (questa parte è un po’ in minore), scopre un giro porno erotico in cui è coinvolta (forse) una sua (forse) futura fiamma. Aiuto riuscito, Giacomo sollevato (anche perché sia Roberto che Emma trattano da adulti le sue confidenze oniriche), e tutto che si avvia verso la fine. In cui non sappiamo come evolverà il rapporto materno tra Emma e Giacomo, non sappiamo come evolverà il rapporto (amoroso?) tra Emma e Roberto, non sappiamo se Roberto tornerà a fare il carabiniere. Insomma nulla sappiamo, se non un piccolo sassolino che esce durante un colloquio extra seduta con lo psicologo: anche lui ha un figlio, trentenne, e non sa come rapportarsi. Ecco, mentre il libro solleva interessanti spunti sul rapporto tra il sé ed il lavoro, tra il sé ed il mondo, tra i due sé che non avrebbero dovuto frequentarsi (ricordiamo, noi pazzi, le parole della nostra mentore Luisa…), come sotto prodotto c’è questo assunto. Roberto non ha conosciuto il figlio (e forse non è neanche nato, e di certo non lo sappiamo), Emma ha un figlio dodicenne, lo psicologo un figlio trentenne. In ogni età, ci sono problemi tra genitori e figli (se mi consentite una battuta, figli piccoli, problemi piccoli, figli grandi, problemi grandi). Problemi che mi fanno riflettere, ora, in quanto figlio, ed in quanto pieno, strapieno di problemi verso mia madre. Comunque, un libro di buon tono, che poteva colpire più a fondo qua e là, e che spero qualcuno porti sulle scene.
Paolo Maurensig “L’ombra e la meridiana” Mondadori s.p. (Prestito di Fako)
[A: 22/05/2017 – I: 29/11/2017 – T: 30/11/2017] - && ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 109; anno 1998]
Stavo per scendere verso un misero librino che non si nega a nessuno, quando, finito il libro, mi sono accorto che in fondo qualche corda toccava. Certo non mi ha coinvolto, interessato, emozionato, ma se uno sa scrivere, allora scrive. E se uno quando scrive sa scrivere ed ha qualcosa da comunicare, un poco arriva. D’altro canto, ci si aspetta qualcosa di più intrigante dopo aver letto sia “La variante di Luneburg” che “Canone inverso”, ma è ovvio che uno scrittore normale possa avere alti e bassi nella sua produzione. Altrimenti sarebbero tutti in fila per Nobel e premi vari. O per essere immortalati in qualche elenco di autori imperdibili nel panorama mondiale. Maurensig è un onesto scrittore, goriziano, approdato anche in tarda età alla notorietà scrivente, avendo compiuto i cinquanta anni all’esordio. E questo è il suo terzo libro (ne ha pubblicati fin qui una quindicina dal 1993, anno del suo primo libro). Benché alla fine si ricostruisca tutto il percorso che fa l’io-narrante, che prendiamo in mezzo al guado, la storia ha, per me, un solo punto “avvincente”, e su cui tornerò più avanti. Per il resto scorre, ed io la guardo e sono perplesso. Perché scorre come acqua fredda in guado, ma di cui si cerca solo il punto di attraversarlo e lasciarselo alle spalle. Non mi avvinghia nessuna parte del corpo la storia di questo fotografo che incontriamo in una locanda sperduta, intento a fotografare ripetutamente ed ossessivamente un vecchio morente. Come detto alla fine, quasi un ricapitolare di brandelli che si spargono per il testo, capiamo meglio la storia dello scrivente. Perde ben presto il padre, ha una buona giovinezza con la madre, fino a che, nella loro vita si introduce questo strano personaggio, questo zio Eugenio. Che l’autore non capisce, non decifra, si accorge che viene spesso la domenica, si accorge che i parenti lo invitano a chiamarlo “zio” anche se zio non è. Noi, smaliziati ed anziani, ci siamo accorti presto che non è altro che la nuova, ultima fiamma della madre. Ma la storia si vive tutta in ambienti antichi, in campagne, in piccole città (“bastardo posto” come direbbe Guccini). Per cui la madre non si apre, lo “zio” attraverso muto ed incongruo alcuni tempi della giovinezza del nostro. Fino a quando, purtroppo, non ho capito bene neanche di cosa, la madre muore. Certo c’è dolore nel nostro narratore. Ma meno di quanto ce ne aspettassimo. Come se questo rapporto muto avesse incrinato la beltà del rapporto genitore – figlio. Figlio che continua (o inizia) la sua vita. Che fa l’unica cosa che abbia voluto fare fin da giovane: il fotografo. Ma quasi in modo inerziale, lo fa perché qualcosa si deve pur fare per vivere. Apre anche uno studio. Ad un certo punto, incontra anche una gentile signorina. Con la quale scivola, senza accorgersi, senza volerlo, in un rapporto che sfocia in un matrimonio. E via così, non vivendo nessuno la propria vita. Ma una vita non vissuta, visto che se ne scrive, dovrà avere un punto di svolta. Che il narratore raggiunge quando vede il famoso “zio” Eugenio, ridotto su di una sedia a rotelle, scivolare, ineluttabilmente, verso la morte. Non ho capito perché il narratore allora, comprendendo la sua vita come fallimentare, decide di troncare tutti i rami. Lascia la moglie (e né io né lei riusciamo a capire i reali motivi), lascia e vende lo studio. Si trasferisce nella locanda dove vegeta lo zio. Fotografando, caparbiamente, instancabilmente, senza nessun costrutto, tutti i gradi di approssimazione alla morte. Maurensig ce ne descrive la discesa verso l’abisso, senza risparmiarci le crude scene di distacco del sé verso una vita quasi completamente vegetale. Sino, ed è ovvio, alla morte di Eugenio. Al funerale. Dopo di che, il narratore brucia tutte le foto, passa alcuni giorni malato a letto, e poi… Vi aspettate forse qualcosa? No, poi il libro finisce. Senza darci idee, senza fornirci prospettive, senza che si possa partecipare a qualcosa. Non l’ho capito. Tuttavia, quei momenti mortiferi, sulla sedia a rotelle, sulla minestra che cola di lato dalla bocca di un malato avviato alla morte, uniti alle poche parole di incomprensione verso la madre, e verso la morte della madre, hanno avuto risonanza in alcuni miei campanelli interni. Forse, in altri tipi di scrittura mi avrebbero coinvolto di più. Maurensig qui non lo fa e non credo ne leggerò ancora.
Terza trama, ed allora eccovi anche un allegato, che dovrebbe essere di felicità, ma che recupera alcune passate letture per rimanere ancorati a terapie amorevoli, in particolare nei rapporti madre – figlia.
Il tempo del mate si avvicina, ed io ci sto lavorando alacremente, e vi farò sapere, e vi terrò aggiornati. Per ora, e per il resto, tutto sui binari delle cure (di mamma) e del riposo (mio), purtroppo sporcato dalle faccende casalinghe a causa della malattia di Elisabetta. Ci sono però anche letture interessanti, ma di cui vi parlerò più avanti.

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

GENNAIO 2018
Ne avevo parlato ad ottobre del 2016, ma ora non posso che tornare sull'argomento dopo aver letto altri due libri di Elena Ferrante.

TERAPIE D’AMORE (III) ripresa
I GIORNI DELL'ABBANDONO di ELENA FERRANTE (2002)

Pillole di trama       
Olga è una donna appagata: è sposata, ha due figli, un lavoro e anche un cane. Ma quando suo marito, di punto in bianco e senza alcun preavviso, la lascia dopo averle confessato che sta vivendo un «improvviso vuoto di senso», il suo mondo va in frantumi. Lei stessa va in frantumi, anche perché scopre che il «vuoto» del marito è più pieno di quanto lui abbia confessato, dato che è stato già abbondantemente riempito da una ragazza. Per Olga inizia un doloroso percorso che dall’autodistruzione la porterà alla ricostruzione di un io più forte.
Supposta-saggezza
Gli uomini, soprattutto dopo una certa età, diventano imprevedibili e sorprendenti. Ma non nel senso che improvvisamente si presentano con mazzi di fiori, propongono weekend romantici o prendono spontaneamente l’iniziativa di lavare i piatti, almeno per una sera. Generalmente la sorpresa imprevedibile si rivela l’inaspettato annuncio di essere in crisi e di avere bisogno di una “pausa di riflessione”. Ora, quando si dice di aver bisogno di una pausa di riflessione, tutti, uomini e donne, in realtà hanno già riflettuto e preso una decisione. Solo che nel caso degli uomini, il novantanove per cento delle volte vuol dire che hanno un’amante con cui sono riusciti a colmare con piena soddisfazione «quell’improvviso vuoto di senso» proclamato dal marito di Olga. Il primo istinto sarebbe quello di rispondere che il vuoto ce lo hanno nel cervello e che la pausa di riflessione non gli servirebbe a niente perché non hanno l’equipaggiamento per riflettere. La lettura de “I giorni dell’abbandono” consente di seguire un percorso diverso, meno istintivo e più costruttivo. Si tratta di una sorta di discesa negli inferi della psiche della protagonista che, tra i fantasmi di un passato sepolto e i lampi di una quotidianità che sembra improvvisamente estranea, mette in moto un processo di autoconsapevolezza lento, doloroso ma indispensabile. Così, dopo una fase iniziale in cui si lascia andare all’autocommiserazione (comprensibile) della propria condizione, esacerbata e rancorosa verso il mondo intero, incurante di se stessa e intenzionata a sbattere in faccia a tutti il suo dolore per farsi compatire (come il ruolo della moglie abbandonata richiede), Olga comincia a srotolare quel gomitolo di rabbia che le si è annodato intorno al cuore e, ritrovando il bandolo della matassa, riesce a dare un nuovo e più compiuto significato alla sua vita, scoprendo che quella vissuta e considerata piena era solo “riempita” da una serenità di facciata che nascondeva silenziose voragini. Dopo ogni fine ci può essere sempre un nuovo inizio, dice la Ferrante, soprattutto se la fine è un abbandono che a rigor di logica, dovrebbe implicare un “ritrovarsi”. Basta provare a camminare con «il passo tranquillo di chi crede di sapere dove andare e perché».
Posologia
Particolarmente consigliato alle donne mature (ma in forma preventiva anche alle giovani lettrici), “I giorni dell’abbandono” è un integratore a base di collagene indicato per ricostruire i tessuti connettivi frantumati dalla fine di un matrimonio. Il collagene è la colla del corpo, ciò che ne tiene insieme i tessuti e che, contribuendo alla rigenerazione di cartilagini e legamenti, garantisce resistenza ed elasticità. Dal momento che la naturale produzione di questa proteina diminuisce con l’avanzare degli anni, eventi traumatici come una rottura sentimentale in età matura possono rendere necessaria un’integrazione per ricostruire tessuti e ridare vigore alle articolazioni (perché rialzarsi dopo una caduta o un crollo è faticoso sempre, ma superata una certa età notoriamente le ginocchia cominciano a scricchiolare). Il difficile cammino di Olga aiuta a rincollare con pazienza i pezzi di quel vaso rotto che è la propria vita, magari scoprendo che superati i giorni dell’abbandono, si è trasformata da un vasetto di Ikea carino, pratico ma uguale a milioni di altri, in un prezioso, unico e raffinato Gallé (tra i meriti del collagene c’è anche quello di ringiovanire la pelle ovvero nascondere le crepe del vaso e le rughe del viso).
“I giorni dell’abbandono” è anche un’ottima fonte di vitamina D, benefica per il cervello e il cuore ma fondamentale soprattutto per mantenere le ossa in salute. Rafforzando il principio attivo che, dopo un primo momento di lecito abbandono alla disperazione, bisogna superare frustrazione, delusione e rancore il romanzo provoca un irrobustimento delle ossa utile a sopportare meglio il peso della consapevolezza che liberarsi dal dolore è impossibile, perché continua a restare silenzioso in un angolo del nostro cuore in compagnia dell’amore perduto, perché la coppia è un miscuglio complicato e schiumoso e “sebbene la relazione si sfrangi e poi cessi, essa continua ad agire per vie segrete, non muore, non vuole morire».
La sincerità a tratti crudele, lo stile possente e la forza espressiva di Elena Ferrante possono rendere la cura piuttosto forte ed emotivamente intensa. Nella maggioranza dei casi, però, è stato riscontrato il recupero di un inaspettato vigore utile per affrontare la vita che è «un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare».
Effetti collaterali
Il lettore deve essere pronto a lasciarsi coinvolgere dalle inquietudini, dalle ansie e dalle paure di Olga, per elaborare tutto insieme a lei. Il processo può essere faticoso all’inizio ma una volta intrapreso sarà difficile interromperlo.
La presenza di lacrime e rabbia provocate dal tradimento e dall’abbandono potrebbe essere male assorbita dall’organismo. In questo caso si consiglia di rimediare con un trattamento più leggero: “Affari di cuore” di Nora Ephron. Se, come dice Tolstoj nel celebre incipit di Anna Karenina «Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», è altrettanto vero che ogni scrittore racconta l’infelicità a modo suo. Elena Ferrante lo fa con toni drammatici e viscerali, Nora Ephron sceglie quelli comici e divertiti. Sta al lettore stabilire l’approccio terapeutico più consono al suo stato d’animo.
Consigli
Se la cura a base di Elena Ferrante si rivela efficace, suggerisco di continuare con gli altri due romanzi che compongono l’ideale trilogia Cronache del mal d’amore: “L'amore molesto” e “La figlia oscura”, particolarmente indicati nel trattamento dei rapporti complessi tra madri e figlie. Nella sezione dedicata alle cure intensive, trovate la corposa quadrilogia de “L’amica geniale”.
Terapia cinematografica sostitutiva
Non è facile portare sullo schermo la potenza verbale di Elena Ferrante e il groviglio di sentimenti che animano i personaggi dei suoi romanzi. Il film di Roberto Faenza è aiutato dall’interpretazione sofferta di Margherita Buy e dalla bravura Luca Zingaretti, che è riuscito a evitare la trappola del “marito cattivo” che avrebbe svilito la complessità del rapporto di coppia.

Commenti

Come detto, dopo l’abbandono, ecco che affronto i rapporti madre – figlia dell’amore molesto e della figlia oscura, aspettando prima o poi di finire l’amica geniale.
Elena Ferrante “L’amore molesto” E/O euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,42 euro)
[pubblicato il 10 dicembre 2017]
Mi piace discretamente Elena Ferrante, e, con calma e senza fretta, ne leggo e ne leggerò. Mi piace soprattutto perché possiamo dedicarci alla scrittura, ai contenuti, ai messaggi, senza nessun “sovra testo” ingombrante. Ufficialmente, nulla sappiamo di lei. Personalmente, vorrei continuare a non saperne nulla. Così posso parlarne bene o male a seconda delle emozioni che mi trasmettono le sue parole. Per esempio in questo suo primo testo, ci sono cose che mi hanno colpito, preso, ma ce ne sono anche altre che mi hanno respinto, in cui non sono riuscito ad entrare. Alla fine, seppur letto, non mi ha fatto fare quei balzi sulla sedia che tutti i commenti sono strasicuri che faccia. Così come sono strasicuri della bellezza del film che ne trasse Mario Martone. Non parlo del film, ma del libro sì. Un libro che, sicuramente, inizia in modo che sia difficile staccarsene prima di un po’. Ricordate le prime righe? “Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno”. Da queste righe parte tutto il rovello e l’indagine di Delia sulla figura della madre. Una figura complessa, così come complessa è quella del padre. Entrambe talmente “forti” che Delia appena può e riesce, fugge da Napoli, dal suo contesto, andando a vivere sola, a Roma, con quel poco che guadagna del suo lavoro. Ricevendo saltuariamente, non sempre gradite, le visite della madre. Come questa, per il suo compleanno, che però non arriva, essendosi Amalia, fermata a metà strada. Dalia accumula indizi, collega ricordi, ci a entrare ed uscire dalla sua giovinezza, dalla strana vita familiare. Ma chi era stata Amalia? Una femme fatale o una persona succube? Dalia, tra reale ed irreale, ritrova le fila della sua memoria, ritrova un’Amalia per certi verti sconosciuta, oggetto dell’ossessione d’un marito violento e sospettoso, che le imponeva di chinarsi ai suoi ordini, di non ridere in presenza d’altri uomini, di non vestirsi con cura, di non truccarsi, di dimenticare d’essere una donna, una moglie, una madre. Una donna soffocata, che ha vissuto in punta di piedi col terrore di insospettire un marito opprimente e violento. Una donna che ad un certo punto, ma per vero o per scherzo non si sa, diventa l’oggetto di un amore molesto, delle attenzioni del signor Caserta, amico di famiglia distinto e carezzevole che continuerà a tallonarla negli anni fino alla vecchiaia, quando il capriccio si sarà trasformato in una insana mitomania, in ossessione. Dalia ricorda quando andava al cinema con la madre: ilare e scherzosa con tutti quando erano da sole, avvinghiata teneramente al marito-despota quando c’era. Quale delle due era Amelia? Forse, e lo scopriremo nella nostra testa solo ad un certo punto, era tutte e due. E lo era nelle immagini che Dalia proietta nella sua mente, proprio come in un film. Tanto che ci si domanda quanto Caserta abbia fatto a suo tempo la corte ad Amelia, e quanto ne sia venuto fuori per la gelosia innata che i bambini hanno verso i loro genitori. Terribili ed illuminanti alcuni passaggi: il funerale, con la perdita mestruale che sostituisce il pianto, il ritorno alla casa di Amelia. Dove vede i suoi vestiti: quelli vecchi, rammendati dalla Singer immancabile, e quelli nuovi, sexy (ma ricevuti da chi? Comperati o regalati? Indagine nell’indagine che porta Delia anche a sordidi incontri con il venditore di reggiseni). Si segue quasi un percorso di identificazione, come se Delia mettendosi il vestito di Amelia, si cali anche nel personaggio si Amelia. Pensi con la testa di Amelia, e con i suoi occhi percorre la sua città amata-odiata. Le tornano in mente le parole dell’infanzia. Le tornano negli occhi le cose viste dalla madre, con gli occhi della madre. Delia che voleva diventare diversa, che non voleva assomigliare a quella madre di cui aveva sempre avuto paura dell’abbandono, si troverà alla fine a guardare una foto della madre, scoprendo molte più uguaglianze che diversità. Ritengo, a questo punto, che dobbiate, anche se non siete d’accordo, leggere il libro. Io posso solo finire palesando le mie sempre presenti difficoltà quando il romanzo, i romanzi che leggo, veleggiano sul fare onirico, quando non si percepisce più il confine tra il vissuto ed il sognato. Come sono in difficoltà a riconoscere Napoli nei pochi tratti che ne dà la Ferrante. Una Napoli oscena ed urlata che, fortunatamente dico, non conosco. A questo aggiungiamo altri elementi poco convincenti (forse proprio perché siamo nella fase REM), del tipo la mancanza di una qualsivoglia indagine se Amalia si sia uccisa o sia stata uccisa, e sul perché e sul per come dei fatti. In ultimo, lo stesso personaggio di Delia non mi avvicina, non mi accoglie, lo trovo antipatico e sgraziato. Forse è voluto, ma come sapete io ragiono di pancia, oltre che di testa. E qui la pancia non mi porta oltre una quasi sufficienza libresca. Come sapete, e vedete più avanti, ho letto e lessi altro, ed il mio giudizio generale riprende quello delle prime righe: non mi entusiasma, ma ne leggo.
Elena Ferrante “La figlia oscura” E/O euro 9,50 (in realtà, scontato a 8,08 euro)
[pubblicato il 10 dicembre 2017]
Sicuramente meglio del precedente e tanto acclamato libro, non riesce tuttavia a convincermi fino in fondo. Non mi interessa anche qui, come ho già detto sopra e altrove, entrare nel dibattito su chi sia “Elena Ferrante”. È una persona che sa usare la penna e le parole, sa comunicare sensazioni, sa descrivere stati d’animo e moti del pensiero. E tanto basta per poterne leggere e parlare. Inoltre, rende per me molto bene momenti ed attitudini dell’universo femminile, che, a me uomo, ritornano e consentono di imbastire riflessioni. Questo intanto è il terzo libro edito, l’ultimo prima dell’inizio della grande saga de “L’amica geniale”. Un libro in cui si intravedono alcune tematiche che poi saranno presente nella grande saga napoletana. A partire dai nomi. La protagonista, l’io-narrante, si chiama Leda. La bimba, al centro della vicenda senza essere centrale, si chiama Elena detta Lenù. Già questo ci fa capire come poi l’amica sia un punto di collasso di diverse e sovrapposte tematiche di chi ha preso in mano la penna per scriverne. Come alcuni altri grandi temi che sottendono tutta la vicenda: il rapporto-conflitto tra una Napoli bassa, paesana, a volte pesante e volgare, e chi da questa Napoli tenta di tirarsene fuori, con onestà e caparbietà. Il rapporto tra donne, che fanno scelte diverse, che (forse) si confrontano (o forse no). La ricerca della propria via nel mondo. Il rapporto con i figli (ma soprattutto con le figlie). Un rapporto che a me, ora, sta a cuore, vivendo un difficile momento di confronto con la malattia di mia madre. Ma questo è tema di altri discorsi. Qui abbiamo Leda che in un profluvio di 150 pagine ci fa immergere nel suo mondo e nelle sue contraddizioni. Tra salti temporali (ma solo nel pensiero della narratrice, per fortuna) e momenti di comprensione (anche se a volte annegati in momenti di buio assoluto), vediamo Leda ed il suo rapporto con la madre. Non risolto, forse affrontato male. Una madre popolare, che usa tutti i ricatti del cuore per tenere al loro posto i figli. E soprattutto Leda. Che non ne accetta i ricatti, che va a studiare a Firenze, si laurea, si sposa. Presa dal vortice della vita, fa una prima figlia, voluta, coccolata nella pancia per nove mesi. Bianca. Poi, intellettualmente coinvolta dal marito nella vita quotidiana, nelle prospettive a breve, decide di farne una seconda. Non voluta, non amata (almeno da subito), che farà scoppiare tutte le contraddizioni che Bianca, sola, aveva nascosta. Ecco allora Marta. Ecco Leda che per seguire le figlie, e dar spazio alla carriera del marito, si nega il diritto di avere una propria via, si dilania nelle contraddizioni del quotidiano. Per cinque, lunghissimi, anni. Poi scoppia, trova qualcuno che crede nelle sue potenzialità, e fugge, lasciando Bianca, Marta e il marito Gianni. Va a lavorare in una prestigiosa università inglese, vive un’intensa storia d’amore, riesce ad occupare un suo ruolo nel mondo accademico. Ma dopo tre anni si accorge che comunque qualcosa manca. Manca il sorriso delle figlie sopra il tavolo, e tante piccole, quotidiane follie. Torna. Ma allora sarà il marito a partire, a trasferirsi per lavoro in Canada. Ora, a 48 anni, si ritrova ancora una volta sola, che Bianca e Marta decidono di proseguire i loro studi (scientifici come il padre e non letterari come Leda) in Canada. Tuttavia, pur se non risolto, il rapporto madre-figlie migliora. Ognuno ha un suo ruolo, e anche se Leda può soffrire di momenti d’ansia, accetta che ciascuno di loro abbia la propria strada. Certo si vogliono bene, si cercano, i legami (un tempo forse spezzati) sono fragilmente ricostruiti. E se Leda non telefona, sarà Marta a farlo. In tutto questo coacervo di sensazioni, che già hanno un lor peso per costruire la storia, si inzeppa la vicenda parallela dell’incontro al mare con la giovane Nina e la figlia di tre anni Lenù. Popolani, sanguigni (soprattutto il marito e la cognata), ma, in particolare Nina, con qualche sensazioni di star sprecando la propria vita. Ne esce un confronto a distanza, mai risolto direttamente, perché mai Leda riesce ad essere diretta. Non lo era con le figlie, difficile esserlo con estranei. Nina ammira l’indipendenza e la volontà di Leda (almeno da lontano). Ma è sommersa dal non saper gestire l’impossibile Lenù. E soprattutto la perdita della bambola della piccola. Che inavvertitamente proprio Leda le sottrae. Non riuscendo, per pagine e pagine, a trovare il modo di restituirla. O di sbarazzarsene. La bambola diventa quasi un simbolo, un totem che permette a Leda di ricostruire tutto quello che vi ho narrato in modo continuo e non con i salti del libro. Ma quando Nina chiede aiuto a Leda per sue faccende private (che vi leggerete perché non posso certo riscrivere il libro), Leda trova il modo peggiore per chiudere questo strano rapporto. E restituendo la bambola distrugge con un solo gesto tutti i castelli di Nina, tutte le sue speranze (mal risposte, ovvio, in una persona che, intelligente e bella, è tuttavia fragile ed irrisolta). Spaccato di vita, finisce come finiscono i racconti lunghi di Alice Munro. Senza una vera fine, lasciando l’agio di continuare le storie nella nostra testa. Ma lasciandoci anche la sensazione che chi scrive ha scritto tutto quello che sentiva di poter scrivere. E seppur riprendendo tutti i temi che ho sopra accennato, seppur facendo in modo che ci si possa ragionare sopra, non posso non sentire una mancanza. Una mancanza di forza, di ragionamento. Ovvio che tutti siamo imperfetti, e Leda non può sottrarsi alle sue imperfezioni. Ma io soffro quando vedo vie d’uscita positive che l’eroe del libro si rifiuta ostinatamente di percorrere. Mio limite certo, ma anche io, per quanto quasi, non sono veramente perfetto.
“Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire.” (8)

Finalino

Prima o poi torneremo su Elena Ferrante e sulla sua saga “geniale”. Qui ribadisco quanto altrove ho già detto: è congeniale a certi stati d’animo, li sa portare a compimento, ma non riesco a vederne costrutto in un momento terapeutico d’amore.