domenica 4 marzo 2018

Angloclassici 3 - 04 marzo 2018


Scusate il pessimo tentativo di crasi tra “anglosassoni” (come sono definiti i libri) e “Gialli classici” (come vorrebbe etichettarli il Corriere che li edita). Comunque eccoci ad una nuova puntata del genere con un solo libro veramente di sufficienza piena (l’ultimo) e gli altri che viaggiano tra il 5 ½ ed il 6- - (se fossero i voti di un professore). Devo dire che poi, personalmente, quello che più mi ha attirato di queste righe è cercare notizie di autori decisamente poco conosciuti (quando a volte del tutto ignoti).
Horatio Winslow & Leslie Quirk “Svanito nel nulla” Corriere della Sera Gialli 7 euro 6,90
[A: 07/03/2016– I: 21/07/2017 – T: 23/07/2017] - && +
[tit. or.: Into thin Air; ling. or.: inglese; pagine: 250; anno 1928]
Horatio Gates Winslow e Leslie W. Quirk sono i casuali autori di questo strano ma poco appassionante (per me) libro della serie anglosassone. Entrambi americani del Wisconsin, entrambi del 1882, percorrono strade diverse nel mondo dell’editoria, per ritrovarsi, nel 1928, a scrivere questa storia che rimarrà isolata: non scriveranno altro insieme, né altro faranno congiuntamente. Una storia comunque esemplare, per alcune ragioni che vedremo più avanti, dove la traduzione italiana del titolo (tento per non venire meno alle mie solite critiche) aggiunge l’aggettivo “svanito” che non compare nell’originale. Tra l’altro “Nel nulla” mi ricorda un esimio episodio dei bellissimi telefilm di Hitchcock. Ma divaghiamo. Il libro, come detto, ha (teoricamente) un posto d’onore nelle classifiche dei migliori libri intorno al mistero de “La camera chiusa”. Purtroppo, in Italia è stato pubblicato solo di recente, e la poca risonanza degli autori ha fatto sì che solo i patiti del genere ne avessero conoscenza. Ricordo che “La camera chiusa” è una tipologia di romanzo in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili: un omicidio avvenuto in un ambiente chiuso, più propriamente una camera, o anche un ambiente anche all’aperto ma idealmente chiuso, vuoi per una distesa di sabbia o di neve assolutamente immacolata, oppure per situazioni metereologiche estreme: un incendio esterno, un tornado; o anche delle camere chiuse figurate: un tetto, una piscina. Come spesso accade in questa tipologia di storie, soprattutto nelle prime, c’è sempre vicino qualche altro episodio “soprannaturale” o presunto tale, che serve, come direbbe un illusionista, a fare volgere il capo in una direzione per presentare la soluzione da un’altra parte. Sicuramente, anche se siamo molto lontani dalla scrittura, possiamo ipotizzare tre elementi che stanno alla base della struttura del libro. Uno esplicito, dove vengono menzionate ed esposte alcune teorie occultistiche di uno strano personaggio dell’Ottocento, Eléna Petróvna von Hahn meglio nota con il nome di Madame Blavatsky, e di cui, se volete andare a vedere, Internet è piena di risorse dedicate alla sua “Teosofia” (ma anche esoterismo ed occultismo). Gli altri due più nascosti (e vicini alla scrittura del testo): la recente scomparsa di Harry Houdini e la pubblicazione del libro di Agatha Christie “La morte di Roger Ackroyd”, entrambi i fatti avvenuti nel 1926. Poiché non anelo a svelarvi molto, questi due tributi ve li lascio scoprire, se ne avete voglia. L’intreccio è, come vuole il genere, discretamente complesso. Ruota intorno a due figure tipiche: un assassino imprendibile, soprannominato lo “spettro di Salem” ed il criminologo dr. Klotz. Questi è uno dei più bizzarri investigatori della narrativa, arrogante, spavaldo e discretamente offensivo. Il suo intento maggiore è smascherare ciarlatani e maghi da strapazzo. Klotz, con le sue indagini, aveva fatto arrestare lo “spettro”, che però fugge, ma nella fuga si trova coinvolto in un incidente ferroviario e muore. Questo l’antefatto. Il romanzo, narrato dal prof. Nollins, allievo di Klotz, prende l’avvio da una seduta spiritica in cui viene detto a Klotz di tornare a casa. Lì trova la domestica che gli parla di uno spirito apparsole, e lui scopre un gioiello scomparso. In base a dei messaggi misteriosi decide di esumare la bara dello spettro: è sigillata, c’è dentro il cadavere giusto, ma questi ha al dito l’anello. Questo primo evento da “camera chiusa” (doppia direi: sparizione da una stanza e apparizione in una bara sigillata), sarà seguito ad un certo punto dall’omicidio dello stesso dottor Klotz e dalla sparizione del suo assassino, dissolto nell’aria, svanito, sotto l’occhio di testimoni ed in modo definito assolutamente sconcertante. Nel frattempo altri personaggi appaiono e si palesano sulla scena come comprimari e possibili autori dei fatti: lo stesso narratore Nollins, la sua fidanzata Daisy, che mostra un astio immotivato per il criminologo, il giudice Mather, che non approva il materialismo di Klotz, la giornalista Ann Clem, che vuole svelare i misteri ed è spesso vittima di allucinazioni, il mago Ernest Fitkin, a suo tempo sbugiardato da Klotz. Di questi probabili colpevoli, ne togliamo solo uno, Fitkin, in arte “Il Gran Galeoto” perché sarà lui a svelare l’arcano che in un intero capitolo svela i misteri nonché fa un elenco (che piacerebbe al mio amico Renato) delle affinità tra i lettori di romanzi polizieschi e gli spettatori di uno spettacolo di magia: da una parte troviamo i creduloni, disposti a credere a qualunque cosa sono convinti di vedere, mentre dall’altra ci sono i solutori di enigmi, categoria che comprende gli adulti ignoranti, i sospettosi e gli spiriti inquieti. Una delle migliori dichiarazioni di Fitkin è quando afferma che l’intera “partita” sia “una competizione di intelligenza tra gli scrittori, i criminali e i maghi da un lato, e i lettori, i detective e gli spettatori dall’altro”. Nonostante ciò, il libro risultato datato nella scrittura, pesante e pedante. Sicuramente è un caposaldo del genere, ma la sua lettura ora lascia poco piacere. Anche il meccanismo risolutivo, pur ingegnoso, è alquanto prevedibile, almeno da un certo punto in poi. Inoltre, il dedicare spazio e credibilità a tutta una serie di eventi soprannaturali non consentono ai due autori di sciogliere tutti i misteri, palesando una scarsa adesione al patto di onestà tra scrittore e lettore. Leggerlo è obbligatorio per chi ami il genere, ma possiamo ammettere che non mi è piaciuto.
Mary Fitt “In una sera di pioggia” Corriere della Sera Gialli 25 euro 6,90
[A: 02/08/2016– I: 23/09/2017 – T: 24/09/2017] - &&&--
[tit. or.: Death and the Pleasant Voices; ling. or.: inglese; pagine: 234; anno 1946]
Eccoci ad un nuovo libro della serie dei gialli “classici” direi di un discreto livello. Forse anche per la personalità dell’autrice che, sebbene abbia scritto molto di noir, non è per il noir che viveva la sua vita. Mary Fitt è infatti lo pseudonimo di Kathleen Freeman insigne grecista, titolare della cattedra di Greco all'università del Galles del Sud in quel di Cardiff. Così come Margaret Doody o come Danila Comastri Montanari, ecco allora una insigne docente che decide di sfruttare alcune sue doti dedicandosi ad una cosiddetta arte minore. Ma Fitt non ha interesse a speculare sui suoi amati greci, che saranno sempre presenti nelle sue scrittura "maggiori". Preferisce usare le sue doti affabulatorie, che i suoi studenti tanto apprezzavano, verso la costruzione di intrecci interessanti e di ragionamento. Tra le tante sue uscite, ad un certo punto si focalizza su di un personaggio, l’ispettore Mallett. Delle cui novelle il tratto caratteristico è il titolo, in genere composto dalla frase “Death and …”. Purtroppo però in questa uscita il suo eroe ragionatore, anche se richiamato dal titolo, compare solo come un'ombra durante l'inchiesta. Ne sarà responsabile e mentore, ma di poco spessore nel corso del ragionamento. Che tutto il carico è invece sostenuto dal giovane Jack Seaborne. Purtroppo Jack non ha un grande spessore, o qualche appiglio particolare, che ci faccia essere a lui sodali. Anche se l’idea della trama sembra carina, e così anche il suo sviluppo. Ma che da un certo punto in poi decade, scivolano verso un finale, scontato e poco entusiasmante. L'idea dicevamo: un sessantenne dalla grande vita muore. Ma non lascia la sua eredità ai suoi due figli inglesi, nomina invece erede unico Hugo, il figlio di primo letto che aveva avuto con la moglie indiana (dell’India non nativa americana), e di cui nessuna sapeva l’esistenza. L'intrigo nasce dal fatto che Jack, nella campagna inglese, si perde, rompe la macchina, e chiede ospitalità a casa Ullstone. Tutti pensano sia Hugo l'erede, lo trattano con rispetto, ma anche con freddezza. Solo sir Frederick lo prende in simpatia, in quanto dottore come Jack e poi scoprendosi mentore del di lui fratello. Tanto che lo lascia a custode del buon esito degli avvenimenti. Questo è il momento migliore, quello della presentazione dei personaggi e delle loro attività incrociate. Ci sono i due figli inglesi del morto: Ursula, che sembra presa dal fallito dottor Hillary, e Jim, che invece pare avere una storia con la lontana cugina Evelyn. Cuginastra che il morto forse voleva sposare, ma che Jim soppianta. Quattro attori che si muovono con tutte le possibili ambiguità. Accentuate dall’arrivo dell'aspettato ospite. Un ospite che inizia subito a far girare molte rotelle. Risulta antipatico sia a Jim che a Hillary. Jack sembra subirne la volubilità. Evelyn e Ursula, a turno, cadono preda dei suoi modi da “tombeur de femme”, che sa parlare, sa ballare, suona “Al chiaro di luna” al pianoforte. Si scopre però che si tratta non di Hugo ma del suo amico Marcel. Avrete già intuito la falsariga di una tragedia greca. Il Re che disereda i figli e l’erede che giunge sotto celate spoglie. Speravo si svelasse che Jack era Hugo. Invece Hugo arriva il giorno dopo, arriva ma morto. Chi aveva interesse a farlo fuori? I mancati eredi? Marcel che vorrebbe forse prenderne il posto? Evelyn che così, tornando da Jim, diverrebbe padrona della magione. Con un colpo di genio però, Mary Fitt fa scrivere ad Hugo un testamento che lascia tutto a Marcel. Cui ora Ursula ed Evelyn fanno di nuovo il filo. Nell’ombra poi c’è Hillary, ubriacone non molesto che si lascia andare verso l’oblio, e che potrebbe agire per lasciare la tenuta ad Ursula. Tutto sembra andare in questa direzione, poiché il giorno dopo Hillary si uccide. Sarà questo gesto un’estrema confessione? Siamo entrati a piè pari nella parte minore del romanzo, quella dove si spendono troppe parole per far capire l’ovvio. Che noi avevamo già capito dalle mosse dei protagonisti. Allora quello che Hillary deve confessare lo lascia scritto a Jack con una lunga lettera che ci dice tutto quello che si suppone non dobbiamo sapere ma che era scritto da tempo. La fine si affretta, tutti i comprimari vanno verso i loro segnati destini, così come l’artefice di tutto l’imbroglio. Rimane solo Jack, che finalmente si allontana dalla tremenda casa degli Ullstone (quasi fosse la casa degli Usher di Poe), ricordando il suo arrivo e le voci piacevoli che lo avevano accolto sotto la pioggia. Avrei gradito qualche colpo di scena in più e qualche spiegazione meno scontata. Magari un bel confronto nel salone con tutte le parti in causa. Ma consoliamoci con la bella prima metà, che resta dignitosa, ben scritta e piacevole, come dal titolo. E ricordiamoci dei ben più poderosi ed accademici scritti dell’autrice.
“Essere lasciati è una delle sensazioni più strane che abbia mai provato.” (155)
Milton Propper “Morte in sala d’attesa” Corriere della Sera Gialli 16 euro 6,90
[A: 09/05/2016– I: 17/11/2017 – T: 20/11/2017] - &&&--
[tit. or.: The Divorce Court Murder; ling. or.: inglese; pagine: 347; anno 1934]
Avrebbe preso la sufficienza piena, questo pur ben datato libro, se: fosse stato più stringato nell’avvio, avesse avuto un titolo coerente all’inglese, non mi avesse fatto scoprire anzitempo il colpevole (indico “il” al solito nel generico singolare onnicomprensivo italico, essendo possibile che il colpevole sia maschio o femmina). Ed anzi, stava avendo anche qualche punto in più perché: è un giallo americano di ragionamento, ed il ragionamento stava filando bene, l’autore era gay dichiarato, e per questo perseguitato ed alla fine costretto al suicidio a soli 56 anni. Propper nasce infatti nel 1906, si avvia ben presto alla carriera giornalistica, ed a 23 anni scrive il suo primo poliziesco, con protagonista un giovane ispettore della polizia di Filadelfia, Tommy Rankin. Per 14 anni produce un libro all’anno, seguendo Rankin nelle sue indagini, con un giallo nel filone dell’Ellery Queen degli anni Venti. Atipico, nel panorama americano, che, avvicinandosi la guerra, si orienta verso gialli d’azioni, sempre più intensa. Per sfociare negli hard boiled di Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Propper è spiazzato, i suoi gialli non vendono più. È inoltre osteggiato in quanto gay dichiarato. Emarginato dalla scrittura, sopravvive per una ventina d’anni tra diverse angheria, per poi chiudere la sua vita con un gesto tragico a soli 56 anni. Ed il ragionamento, come seguiamo bene in questo suo libro, è ben portato avanti, si intesse una tela, cui scoperta dopo scoperta vengono aggiunti dettagli e possibilità. Per poi risolversi in un momento finale, dove tutti i pezzi del puzzle vanno al loro posto, senza tanto spargimento di sangue. Infatti, anche qui, pur nella lentezza un po’ diesel della partenza, ed in qualche momento di passaggio poco stringato, la tela del ragno è ben tessuta. La scena madre è già presentata all’inizio. C’è un divorzio in atto, abbastanza complicato, ed una testimone chiave, mentre aspetta di essere ascoltata dalla corte, viene uccisa. Questo il senso del titolo inglese (“Assassinio al Tribunale del divorzio”), un po’ stravolto da quello italiano (anche se Barbara viene uccisa proprio nella sala d’attesa del tribunale). Abbiamo i due divorziandi, Allen e Adele. Lei ricca del precedente matrimonio, lui un bel tipo senza molta arte, ma di bell’aspetto (cosa tipica nei gialli americani). Stanchi della loro routine, decidono, previo accordo economico, di arrivare al divorzio. Cosa che favorisce Allen che avrà un discreto appannaggio, Adele che potrà risposarsi con un altro bel tipo, al solito vicino alla malavita (anche se mai incolpato direttamente). Nonché Harvey, il fratello di Adele, che tornerebbe a curare gli interessi della sorella, mettendo a posto i suoi enormi debiti personali. Dovendo essere pe colpa, i due coinvolgono la segretaria di Allen in una tresca con falsa testimonianza. Tuttavia Allen scopre che Adele non è che sia uno stinco di santo, avendo anzi tempo iniziato la relazione con il losco Campbell. Per questo ipotizza di alzare la posta, prendendo a testimone la Barbara di cui sopra. moglie di un industriale ben in vista nella società di Filadelfia, anche se fino a quattro anni prima era una semplice manicure in un albergo di lusso. Con il gusto del disvelamento progressivo scopriamo poi che Barbara e Allen si frequentano da tempo, tanto da farci supporre una loro liaison precedente. Che Mortimer, il marito di Barbara, viene avvertito della possibile tresca, ma quando irrompe, insieme ad Adele e Harvey, nel motel del peccato, trova Allan non con la moglie ma con la segretaria. Seguendo poi una labile traccia di medicine per il mal di testa (siamo a metà degli Anni Trenta ed allora non era molto in voga, ma noi ora leggiamo che si imbottiva di … piramidone) Rankin scopre che Barbara in realtà si chiama Ellen, è stata un anno in prigione per colpa del suo precedente compagno, morto durante una rapina. Durante la quale il complice dei due si salva e scompare. Ricostruendo la scena del delitto, Rankin ci fa vedere come tutti gli indiziati potevano compiere il delitto: Adele che compra una bottiglia di cloroformio per passarla a Campbell che, con l’aiuto di due scagnozzi, potrebbe rapire Barbara; Campbell che potrebbe usare il cloroformio in modo eccessivo; Allen, che si allontana dal tribunale per parlare con un autista e potrebbe essere tornato anzi tempo sulla scena del delitto; Harvey che anche lui ha alcuni minuti non giustificati; Mortimer che mente sulla sua presenza in Tribunale. Quando Rankin capisce le motivazioni del delitto, che sono forse più ampie di quelle che si pensava all’inizio, arriva alla soluzione del caso. Che, come ho detto, aveva già da tempo la mia soluzione, quando troppe volte si gridava al lupo al lupo, ma mai (e qui cominciai ad insospettirmi) verso una delle persone indiziabili. Comunque si legge con gradevolezza, e scorre via senza troppi altri pensieri. Permettendo ad un pensieroso lettore di avere momenti di tregua da altri e ben più pressanti accadimenti.
Leslie Cargill “La morte viaggia in autobus” Corriere della Sera Gialli 22 euro 6,90
[A: 24/06/2016– I: 20/11/2017 – T: 22/11/2017] - &&
[tit. or.: Death Goes by Bus; ling. or.: inglese; pagine: 250; anno 1936]
Mi ero accostato abbastanza speranzoso a questo nuovo giallo anglosassone, spinto da due premesse intriganti. L’autore, il cui vero nome è Leslie Clarke, è praticamente ignoto, anche al “Grande Libro dei Giallisti Anglosassoni”. Si sa, per la quarta di copertina di un suo libro, che è nato nel 1895 e che Cargill è uno pseudonimo. Scrive 21 romanzi, l’ultimo nel 1952, poi scompare nell’ombra, e di lui si saprà solo, tramite il suo editore, che muore nel 1964. Ho provato in tutti i modi a saperne di più, ma anche attraverso tutti i più nascosti siti internet, questo è il massimo che si riesce a sapere. Cioè, questo, insieme all’elenco dei libri pubblicati a suo nome. Il secondo punto (oltre a notare di passaggio che finalmente, il titolo non viene massacrato come al solito) è la personalità del personaggio centrale, il risolutore del giallo. Morrison Sharpe viene definito “enigmista”. Solutore di cruciverba, rompicapi, nonché problemi matematici e/o scacchistici. Sembra un inizio promettente. Con un tono che Cargill mantiene per tutto il romanzo. Tuttavia, non basta dire che uno è un enigmista per farlo diventare tale. A parte il problema giallo in sé, Morrison non sembra mostrare nessuna caratteristica peculiare del solutore di enigmi. Soprattutto, e qui casca l’asino, l’autore non ci dice uno che uno degli enigmi da lui risolti. Ogni tanto, Cargill inzeppa la frase con: qui Mr. Sharpe risolve un cruciverba, qui Morrison fa dei strani segni su di un pezzo di carta, qui il nostro si china su di una scacchiera e pensa. Già questo mi stava innervosendo. Poi, ogni volta che la polizia fa un passo avanti, lui dice di averlo scoperto prima, di esserci arrivato prima, ma senza mai farci seguire il suo ragionamento. Come se noi si dovesse avere una fideistica adesione a tutto quello che dice l’autore. Ne risente anche la trama gialla, che si annuncia interessante, si complica strada facendo, ma si scioglie come neve al sole, che, per l’appunto, non ci vengono spiegati i ragionamenti di Morrison, né tanto meno quelli dell’ispettore di polizia. Il nostro enigmista, senza motivi apparenti, va su e giù per la campagna inglese, con treni ed autobus. Ma questa volta, il bus è particolarmente interessante, per i personaggi e gli avvenimenti. Ci sono una decina di persone, più l’autista. Autobus vecchio, che fatica in salita, scoppiettando talmente forte da coprire uno sparo che uccide un passeggero, Caleb. Sharpe prende il controllo della situazione, in attesa dei poliziotti, scoprendo che oltre a lui, sul mezzo c’erano: una coppia di agricoltori, da subito esclusa, un giovanotto, abbastanza sveglio anche se distratto, che dice di aver visto qualcuno scendere al volo, ed un barbone che scroccava un passaggio, il giovane John Smith, in possesso di una pistola che però non spara e che voleva convincere l’autista a partecipare a delle rapine, la signora Hanson, che, alla vista del morto, inopinatamente, sviene, un greco che sostiene fare il commerciante di mobili antichi, ma che nasconde qualcosa, il signor Young, unico a raccontare bene quello che ha visto, anche se poi mente su di sé, sulle sue manovre, e presto scompare. Morrison e l’ispettore, in un crescendo di piccole agnizioni scoprono al fine che quella mattina, sull’autobus, c’era veramente di tutto. Il signor Winslow, quello visto dal giovanotto e poi sparito, è in realtà un bancario in fuga con soldi rubati alla banca. Ma scappa dal bus lasciando i soldi, si trova nel bosco, vede il barbone, fuggito anche lui alla vista del morto, pensa di essere già stato raggiunto dalla polizia, e si uccide con del veleno. Poi c’era la grande banda di ladri internazionali, composta da Caleb (il morto, nonché il capo, nonché in possesso di una collana rubata poco tempo prima a New York), il greco (in funzione di ricettatore e smistatore della refurtiva), Smith e Young, i manovali del crimine, e la signora Hanson, amante dello sposato Young. Caleb aveva venduto la collana al greco, per poi rubargliela di notte e fuggire, inseguito dal resto della banda. Caleb aveva fatto il colpo per punire gli altri che, sotto la spinta di Young, oltre alle varie merci rubate, avevano cominciato a spacciare droga, elemento secondo Caleb disonorevole per un ladro. Anche se Caleb non è che sia tanto onorevole, venendosi a sapere poi che il giovane Smith è figlio suo e della signora Hanson. Quindi tutti avevano dei motivi per farlo fuori, ma solo uno della banda lo ha fatto. Vi lascio questo piccolo dilemma, anche se, pur non essendo Morrison, si comprende ben presto chi possa essere. Peccato, quindi, che ad un inizio promettente, seguano pagine non all’altezza, dove l’onnisciente Cargill ci spiega tutto, senza darci gli strumenti per seguire i nostri ragionamenti. Credo che sia stato giustamente dimenticato nel corso degli anni, come scrittore di seconda fascia.
Samuel W. Taylor “L’uomo con la mia faccia” Corriere della Sera Gialli 6 euro 6,90
[A: 29/02/2016– I: 25/11/2017 – T: 26/11/2017] - &&&
[tit. or.: The Man with my Face; ling. or.: inglese; pagine: 252; anno 1949]
Finalmente torniamo a livelli accettabili di scrittura in questa collana ultimamente un po’ troppo al ribasso. Tra l’altro con uno scrittore americano e non inglese, anche se fuori dall’ormai imperante hard boiled degli anni ’40. Taylor tra l’altro ha una sua storia strana (da lui poi scritta in una interessante biografia). Nasce nello Utah mormone, in una famiglia allargata ancora sull’onda poligamica del fondatore. Cerca di farsi un suo spazio, senza riuscirci in quel mondo chiuso e ristretto (andateci nello Utah e capirete), per poi fuggirne a 27 anni, rintanarsi a Redwood in California con la moglie, e da lì produrre il suo meglio. Sia in qualche buona sceneggiatura (anche se i biografi sbagliano ad attribuirgli una collaborazione con Hitchcock) sia nelle biografie, sia in qualche buon giallo o poliziesco o thriller. Come questo, che se avesse un buon regista sarebbe anche potuto diventare un buon film, ed invece non lo fu. Non è un poliziesco classico, non c’è da scoprire assassini o colpevoli, ma siamo lì, fin dalle prime righe a seguire la strana vicenda che comincia a vivere Charles "Chick" Graham. Onesto contabile, torna a casa dal lavoro una sera, e la moglie Cora, che sempre lo va a prendere alla stazione non c’è. torna a casa a piedi e trova la moglie, insieme al di lei fratello Buster, nonché suo socio nella contabilità, e la di lui moglie, insieme ad un quarto uomo. che sostiene di essere lui Chick. Un uomo con una strabiliante somiglianza. Noi seguiamo la vicenda dalla parte di Chick, e ci domandiamo, con lui, che cosa sta succedendo? Chi è quello? Perché il cane di Chick non obbedisce al padrone ma al nuovo entrato? Da qui, passo dopo passo, si aggiungono pezzetti di storia, in una vicenda che alla fine risulta essere una gigantesca e macchinosa messa in scena, tesa alla copertura di un furto di svariati milioni di dollari. Certo, l’operazione “sostituzione” è lunga, ma costruita con attenzione, perizia, e non facilmente scardinabile. Tutto era cominciato sotto le armi. Chick, ufficiale americano, si imbatte in Buster che lo scambia per il suo amico Rand. Sciolto l’equivoco, Buster si incolla a Chick, divenendone un’ombra fedele. Gli fa conoscere la sorella Cora, che comincia a fare la svenevole con lui. Gli nasconde le lettere della fidanzata Mary, che Chick ben presto fa scivolare nell’oblio, anche perché viene spedito in Europa. Al ritorno, Chick e Cora si sposano, Chick e Buster mettono su una società di contabilità, Bill, addestratore di cani, vende un bull terrier, gli vende il cane Jiggs. Insomma tutto fila per almeno un anno sul filo della normalità. Fino alla scena descritta sopra. Dove crolla tutto e dove Chick deve difendersi da tutti gli assalti alla sua persona. Arrestato, riesce a scappare, per scoprire che il giorno prima un bancario di nome Rand ha fatto una rapina di diversi milioni di dollari alla sua banca, ed è fuggito uccidendo un uomo. Una tramona costruita in anni e anni, aggiungendo tassello dopo tassello. Vista la somiglianza, Rand capisce la possibilità di una grande rapina, fa incollare Buster e Cora a Chick, va anche lui sotto le armi, dove riesce a sostituire le sue impronte digitali a quelle di Chick. Finita la guerra, mentre Chick inizia la sua vita come sopra, sempre controllato dai due fratelli, Rand convince il suo amico Bill, addestratore di cani, ad istruire due bull terrier gemelli, regalandone uno a Chick. Poi Rand fa la corte ad Alexandra, convincendo il di lei padre ad assumerlo nella banca di famiglia. Eccoci pronti al grande colpo: Rand, mentre trasporta un ingente quantitativo di valori, uccide la guardia che è con lui e fugge. Arrivato a Redwood (la città dove vive anche il nostro scrittore) mentre aspetta il ritorno di Chick, si sostituisce a lui nella casa, prendendo anche il cane gemello. Così tutto è pronto per mettere fuori gioco Chick: a casa nessuno lo riconosce, neanche il cane, una guardia lo arresta, ma mentre vanno verso il carcere, dove li aspetta Bill con un altro cane pronto ad assalire ed uccidere Chick, la guardia, inaspettatamente, rilascia Chick. Questo è il punto in cui poi incominciano le vicende a perdita di fiato: Chick ritrova la sua vecchia fiamma Mary, da cui cerca di farsi aiutare. Vuole rintracciare Alexandra, che conosce da vicino Rand, ma questa viene uccisa. Come vengono uccisi, ma mano, tutti i possibili testimoni a favore di Chick. Ma lui non demorde ed in una scena inversa della prima, mentre Rand sta in ufficio, Chick torna a casa, riprende il suo posto, ed al ritorno di Rand si cerca di ripercorrere la scena iniziale. Con il cane di Chick che torna ad essere il cane di Chick. E con la guardia che viene per arrestare qualcuno. Chi avrà la meglio? Vi lascio qualche suspense, dicendo anche che un film ne fu tratto senza grande successo, mentre l’altro film che mi veniva in mente, quello con Cage e Travolta, è basicamente diverso (lo ricordate, vero?). Bisognerebbe avere un buon regista, perché invece questo libro meriterebbe.
“Ma chi è che riesce ad avere dalla vita quello che veramente vuole?” (82)
Come dimenticare che la prima trama del mese porta con sé degli elenchi di libri letti? Ecco quindi i 14 libri decembrini, che una volta tanto spaziano veramente dall’alto in basso. Basso che raggiungono con lo striminzito saggio di Hoffmann e l’inutile (eppur tanto acclamato) giallo di Carrisi. Mentre le vette (o quasi) vengono raggiunte da due classici (o quasi) di Böll e di Simenon, nonché da due saggi (che finalmente sono all’altezza della loro fama). Avere un mese con quasi 1/3 delle letture quasi al top è evento assai raro.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Anne Holt
Quale verità
Einaudi
13
3
2
Zane Grey
Il ranger del Texas
Corriere della Sera Western
5,90
2
3
Massimo Cassani
Zona Franca
TEA
11
3
4
Heinrich Böll
Biliardo alle nove e mezzo
Mondadori
9,50
4
5
Zygmunt Bauman & Ezio Mauro
Babel
Laterza
10
4
6
Elizabeth George
Un piccolo gesto crudele
TEA
12
3
7
Massimo Recalcati
Il segreto del figlio
Feltrinelli
15
4
8
Jean M. G. Le Clézio
Voyage à Rodrigues
Folio
s.p.
2
9
Massimo Gramellini & Chiara Gamberale
Avrò cura di te
TEA
5
2
10
Roald Hoffmann
Chimica e poesia
Castelvecchi
s.p.
1
11
Georges Simenon
I Maigret – 9
Adelphi
s.p.
4
12
Donato Carrisi
Il suggeritore
Superpocket
4,90
1
13
Martin Cruz Smith
Tatiana
Repubblica Noir
7,90
2
14
Charlie Higson
Spara o muori
Repubblica Noir Junior
6,90
3

Tra oggi e domani ricorrono i 75 anni dalla nascita di due grandi cantanti italiani ormai scomparsi. Ma io voglio invece qui ricordarvi che ieri è stato il 66° compleanno di un mio amico. Di certo non vi dico che sia, ma almeno facciamo festa che il resto, per ora, in questo ’18 buio e pesto, non è che si sia allegri (ed accidenti alle moto, all’acqua e tanto altro). Ma io da questa grande piazza da dove canto al sole (belle citazioni, eh), vi saluto 

domenica 25 febbraio 2018

Sempre donne - 25 febbraio 2018


Sarà che ci vuole tempo per assorbire ed elaborare dolori, ma eccoci ancora qui, freschi del pensiero di mia madre, grande donna e grande lettrice, a trattare di quattro scritture femminili. Una decisamente insufficiente, la poco leggibile e melensa Clara Sanchez. Le altre tre ben oltre la sufficienza. Se d’altronde me lo potevo aspettare da Isabel Allende, che scarsamente delude, ben contento sono della giapponese Natsuo Kirino che non conoscevo. Per chiudere con un classico che avevo paura mi deludesse, invece…
Isabel Allende “L’amante giapponese” Feltrinelli euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,95 euro)
[A: 02/05/2017– I: 07/09/2017 – T: 10/09/2017] - &&&& --  
[tit. or.: El amante japonés; ling. or.: spagnolo; pagine: 281; anno 2015]
Devo dire che non mi dispiace affatto questo ritorno di Isabel Allende a tematiche amorose. Anche se, data la sua storia personale, trattasi comunque di storie che toccano temi diversi, complessi e spesso pieni di (forse) dolorose conseguenze. O che preludono dolorose conseguenze a fronte di dolorose scelte. Questo forse il limite del romanzo, quello di aver messo tanta carne sul fuoco, e di non riuscire sempre a portare tutto al giusto punto di cottura. Perché abbiamo il tema dell’amore dei vecchi, e dell’amore tra i vecchi (la maggior parte del libro è ambientata in una ridente casa di riposo per anziani in California). La storia della famiglia Belasco e la storia della famiglia Fukuda. Il tema dolente della pedo-pornografia ed il tema dell’immigrazione. La storia di amanti sotto diverse specie: dentro e fuori matrimoni, etero e omosessuali. Nonché piccoli rivoli toccati con diversi gradi di approfondimento: sindrome di down ed inserimenti lavorativi, deportazione dei nippo-americani durante la Seconda Guerra Mondiale, dolore e serenità di chi si avvia al termine della propria vita. Certo, tutto è condito dalla scrittura sapiente e senza ostacoli di una narratrice che sa portare avanti i propri discorsi, che sa tenere il lettore (decentemente) incollato alle pagine, che porta quindi (quasi) tutto alla sua conclusione. Non scopro certo ora Allende ed i suoi scritti, anche se l’amore-politica delle prime uscite non è stato più raggiunto nel mio cuore (e nel mio stomaco). Tuttavia è un buon libro, giocato molto sul registro multiplo della storia della romena Irina che inizia a lavorare nella casa di cura, e nel suo rapporto con Alma Belasco, ebrea polacca che, alla soglia degli ottanta anni, pur potendo scegliere tante soluzioni (la sua è una famiglia di solide capacità economiche) vuole passare gli anni che le rimangono spogliandosi di tutto il superfluo della vita. Per questo si rifugia nella casa, e sceglie, fortunatamente e fortunosamente, di prendersi come segretaria proprio Irina. Irina, che ha i suoi problemi come scopriremo alla fine, essendo questa una copertura che le ha dato l’FBI in quanto “testimone a rischio”, è in ogni caso un’anima buona, si prende cura degli anziani, ed è intrigata dal “mistero Alma”. Perché la bella signora ha fatto questo passo? Perché e dove Alma sparisce ogni mese per qualche giorno? Aiutata dal nipote di Alma, che ovviamente di lei si innamora, scoperta dopo scoperta, riesce a ricostruire la vita complessa di nonna Belasco. Ebrea polacca, viene spedita dai genitori in America prima dell’inizio delle persecuzioni naziste (cui i genitori soccomberanno). In America, sola e spaurita, riesce a “resistere” aiutata dal cugino Nath, introverso, sognatore, ma con capacità insospettate (scopriremo che è un valente fotografo) e dal figlio del giardiniere, il nippo-americano Ichimei. Del quale lei, dodicenne, perdutamente si innamora. Sarà il suo per sempre “amante giapponese”, visto che le convenzioni rendono difficile che l’amore si trasformi in matrimonio ed in vita comune. Da qui seguiamo il doppio binario Belasco-Fukuda. Ichimei, come tutti i nippo, durante la guerra viene internato. I due si perdono di vista. Alma va in Europa, sviluppa i suoi talenti artistici facendo fortuna con sete disegnate. Ichimei, dopo la guerra, riprende la sua cura per le piante, e la sua sensibilità per tutte le cose viventi. Si ritroveranno per un breve periodo, sui venti anni, quando Alma rimane incinta e, per non abortire, decide di sposare Nath. Ichimei, dal cuore spezzato, torna alle sue radici giapponesi sposando una gentile e sottomessa isolana. Il bambino però nasce morto, Alma e Nath, pur non amandosi, continuano la loro vita parallela di sposi, ed Alma partorirà un altro figlio, Larry, il padre di Seth. Ma la vita dei due è, per l’appunto, parallela e soffusa di amicizia. Con una grande svolta quando, dopo il funerale del capostipite Belasco, Alma ritrova Ichimei ed i due diventeranno amanti, di reciproco sostegno fino alla fine delle rispettive vite. Specialmente quando Nath decide di uscire dal suo guscio e palesare la sua natura omosessuale. Come detto tante altri bastoncini alimentano questo grande fuoco. La storia della sorella di Ichimei che vuole diventare medico, e che, anche lei dopo tortuosi percorsi, coronerà il suo sogno d’amore. La storia di Irina, sopra accennata, ma di cui non dico altro. La storia di Lenny, anche lui deciso a finire la sua vita nella casa di cura. Ovviamente, parlando di anziani, poco ci sorprende che, invece di 4 matrimoni ed un funerale, ci si avvia più verso 4 funerali ed 1 matrimonio. Anche se quest’ultimo non si sa se avverrà dopo la fine del libro. Ma anche in presenza di queste morti, non c’è nessuna sensazione di tristezza. Certo non c’è allegria, ma una specie di sorriso a fiori di labbra. Soprattutto per le ultime rivelazioni in fine di libro, che vi lascio gustare e trovare. Ripeto, alcuni rivoli narrativi non sono sempre portati ad un giusto compimento, lasciando qualche dissapore. Ma Isabel è tornata ai grandi affreschi dei suoi libri migliori. Ne sono contento, quasi come ritrovare una vecchia amica che abbia avuto dei problemi, ma da cui, per volontà e capacità, è riuscita a tirarsi fuori.
“Vorremmo proteggere le persone che amiamo, ma ciò che si vuole per sé stessi è autonomia.” (39)
“Tutto è relativo. È vecchia, non anziana. … E poi l’amore non ha età … durante la vecchiaia fa bene innamorarsi; è indicato per la salute e contro la depressione.” (42)
“La vecchiaia è la tappa più fragile e difficile della vita, più dell’infanzia, perché peggiora con il passare dei giorni e non ha altro futuro se non la morte.” (159)
“Non siamo vecchi per il fatto di aver compiuto settant’anni. Iniziamo a invecchiare nel momento in cui nasciamo, cambiamo giorno dopo giorno, … ci evolviamo. L’unica cosa diversa è che adesso siamo un po’ più vicini alla morte. E cosa c’è di male in questo? L’amore e l’amicizia non invecchiano.” (161)
Clara Sanchez “Il profumo delle foglie di limone” Garzanti s.p. (biblioteca di via Tolemaide)
[A: 06/06/2015– I: 23/09/2017 – T: 29/09/2017] - & e ¾    
[tit. or.: Lo que esconde tu nombre; ling. or.: spagnolo; pagine: 360; anno 2010]
Premetto, come mostra il mio gradimento di sopra, che il libro non mi è piaciuto gran che, né mi ha tanto meno coinvolto, come critiche e recensioni mostrano in giro su Internet. Ma prima di entrare nel merito, non posso che spezzare una lancia contro il petto di traduttori ed esperti di marketing, che hanno storpiato, travisato, oserei dire, se non fosse una parola grossa, ingannato il lettore. Il titolo originale recita “Quello che nasconde il tuo nome”, ed ha un senso, una sua logicità nello sviluppo del libro. Le foglie di limone ed il loro profumo vogliono quasi far intendere una storia d’amore, alla sudamericana. Peccato che l’autrice sia spagnola. Mettendo in copertina poi una ragazza che si avvia verso l’acqua, quasi a volersi annegare. Che è certo un passaggio inziale del libro, ma di quelli senza rilevanza e senza essere il nodo principale. Invero, il nodo è la memoria, la banalità del male, come direbbe Hannah Arendt, o anche la differenza tra l’essere e l’apparire. Ma la debolezza del testo è palese in ogni suo aspetto: nella forma, nei personaggi, nello sviluppo. L’autrice decide di usare una sorta di dialogo a distanza, alternando la voce dei due protagonisti, Sandra e Julian, che narrano la loro parte di storia. Sarebbe interessante se fossero due visuali contrastanti, due facce della stessa medaglia. Invece, dopo un inizio in cui Julian sa e Sandra è ignara di tutto, i due convergono, ed i loro racconti, sovrapponendosi, perdono forza e aumentano la stanchezza della lettura. I personaggi poi sono altamente manichei: ci sono i buoni (Sandra, Julian, Salvador, Alberto, e forse altri comprimari) ed i cattivi (i coniugi Christensen, Alice, Otto, Frida, e soprattutto Sebastian, ed anche qui altri di secondo piano). Tutti arroccati nel loro essere, tutti che continuano sulle proprie strade. Con tentennamenti assurdi ed incomprensibili. Perché Sandra diventa amica di Fred e Karin? Perché i due la accolgono? I cattivi cercano di nascondere il loro nome dietro parvenza di normalità. Ma riescono solo ad essere burattini senza che si trovino burattinai. E Julian, che per portare avanti la sua vendetta, mette in pericolo sé e gli altri non ha mai un momento di ripensamento, non riflette nulla su quello che fa, su chi coinvolge. Senza per altro sapere mai come portare realmente avanti la propria lotta. L’idea di base, al fine, non sarebbe poi neanche male: Julian, spagnolo antifranchista, passa alcuni anni nel lager di Mauthausen. Dopo la guerra, lui, Salvador e altri si dedicano alla caccia dei nazisti sfuggiti alla cattura. Poi gli anni passano, Julian si sposa con Rachel. Solo Salva continua. Ora, ottantenne messo poi neanche bene, rifugiatosi anche lui in Argentina, Julian riceve una lettera da Salva che gli dice di aver trovato due nazisti norvegesi, Karin e Fred, che vivono in Spagna. Julian parte lancia in resta, scopre che Salva è morto, e si mette lì a guatare i nazisti. Che vivono normalmente, sembra, e che accolgono Sandra, una giovane spagnola un po’ sbandata, incinta ma senza marito. Tutto il libro si svolge su questo filone: Sandra che ci racconta la parte “normale” di quella vita, Julian che accumula prove, indizi e che scopre esserci lì una bella raccolta di nazisti scampati alla guerra. Tuttavia non si capisce mai (anche dopo la fine del libro) come Julian intenda fermarli, denunciarli o altro. A parte Sandra sono tutti ottuagenari che poco hanno ancora da vivere. I nazisti, tra l’altro, si sono consorziati in quella che in italiano viene chiamata “Confraternita”, e che nell’originale suonava come “Hermanidad” (Fratellanza). Una specie di società di mutuo soccorso, contro i “nemici” e con la circolazione di finte droghe che dovrebbero allungare la vita. Un’assurdità che solo la finzione letteraria sorregge. Tutto ben sospeso, sino a che Julian spiega a Sandra cosa la giovane stia vivendo. Sandra ha una bella agnizione e decide di aiutare Julian, ma in cosa non si sa. Sandra, alla ricerca di ulteriori prove, mette in pericolo sé stessa ed il nascituro. Julian ha un solo momento interessante, un lungo colloquio delucidatore con Sebastian. Ci sono altre piccole avventure, ma niente si risolve con momenti forti. Sandra rischia, però riesce a fuggire aiutata da Julian e da … (segreto). Torna dai suoi a Madrid, partorisce un bel pupo che chiamerà Julian. Julian il vecchio rimane lì, vede i nazisti che sbaraccano, e non riesce a fermarli. Decide di restare allora nell’ospizio spagnolo, dove si accontenterà di trascorrere l’ultima parte della sua vita con Pilar. Ma ripeto, un romanzo che in nessuna parte riesce a coinvolgerti, in nessuna parte riesce ad interessarti o ad approfondire qualcosa. I cattivi, benché colpiti, continueranno la loro vita. Come Sandra. Come Julian. Ed è inoltre un libro che non scorre, avete visto che ho impiegato una settimana a portarlo a termine. Peccato, il tema meritava altra penna.
“Il caffè era l’unica abitudine dannosa alla quale non avevo rinunciato e a cui non avevo intenzione di rinunciare: mi rifiutavo di passare al tè verde come i pochi amici che mi erano rimasti.” (20)
“Quando R. si arrabbiava davvero con me, smetteva di parlare: la rabbia le cuciva le labbra. All’inizio mi disperavo e cercavo di fare in modo che tornasse nel mio mondo e mi guardasse, che mi accettasse di nuovo, ma questo non faceva che peggiorare le cose. Con il tempo capii che era meglio aspettare e non forzare la situazione.” (142)
Natsuo Kirino “Una storia crudele” Beat euro 6,90
[A: 24/08/2016 – I: 29/09/2017 – T: 01/10/2017] - &&&&    
[tit. or.: 残虐記 Zangyakuki; ling. or.: giapponese; pagine: 235; anno 2004]
Avevo comperato il libro di Natsuo Kirino perché avevo letto che era una scrittrice di gialli giapponesi, ed in tale lista avevo inserito questa storia. Invece, a valle della lettura, devo dire che è qualcosa di diverso. Non che non contenga elementi misteriosi, quasi polizieschi. Ma non è quella la spina dorsale del libro. Un libro, invece, sull’identità, sulla ricerca di sé, e su di uno spaccato di mondo giapponese, quasi contraltare di quel “Giappone-Mondo” che innerva la scrittura di Murakami. In certi punti, si respira quasi una lievità parente di Yoshimoto, anche se il linguaggio, le tematiche, la storia tutta narrata da Kirino è ben lontana da quelle intimistiche di Banana. Alla fine della lettura, che è stata gradevole è intrigante, mi è sembrato quasi di respirare un’aria alla Stephen King in salsa di soia. Anche perché Kirino riesce a tirare fuori dalla sua scrittura una serie di scatole cinesi, imbastendo, ricucendo, smontando e rimontando la storia di base. Storia di Keiko, una scrittrice ora trentacinquenne, che all’età di dieci anni ha subito un trauma fortissimo: viene rapita da uno strano personaggio di nome Kenji, e da lui sequestrata per 13 mesi. Un’enormità, ed un trauma da cui non solo non è facile uscire, ma forse è quasi impossibile. Ora Kenji (condannato all’ergastolo ma uscito dopo 25 anni per buona condotta) le scrive una lettera, anche se lei ha cambiato nome e città. Una lettera che le riapre un baratro mai richiuso del tutto. A valle della stessa, decide di scrivere la storia, la vera storia (dal suo punto di vista) del rapimento, delle sue motivazioni, e di tutto quanto si muoveva intorno. Dopo averla scritta, scompare, lasciando il marito con il manoscritto e mille domande. Noi ora leggiamo questo scritto, dove Keiko ci narra la sua visione di tutta la storia. Immergendoci in quei 13 mesi di angoscia, paura, umiliazione. Ma anche alla fine, acquiescenza, dovendo trovare il modo di sopravvivere. A parte tutto quello che le succede con Kenji, di giorno duro e spietato, di sera e di notte, dolce ed affabile, quasi bambino anche lui, benché venticinquenne, lo spaesamento di Keiko è il fatto di essere da lui chiamata Micchan. E la paura, scoprendo in un armadio dei quaderni firmati proprio Micchan. Chi è? Dov’è Micchan? La maggior valvola di sicurezza di Keiko è la presenza, al piano di sopra, di un certo Yatabe, collega di Kenji, che lei spera la possa liberare. Ma Kenji le confessa che Yatabe è sordo! Tant’è che, per casualità e fortuna, alla fine viene liberata, ma entrando nell’appartamento di Yatabe scopre un foro nel muro dal quale Yatabe poteva vedere cosa succedeva da Kenji. Allora? Complici? Forse, tanto che mentre Kenji viene arrestato, Yatabe scompare. E scavando nei giardini intorno alla casa, si scopre il corpo di una diciassettenne di origini filippine. Mentre si avvia tutta la parte processuale per Kenji, Keiko cerca di tornare alla vita normale. Dove non si inserirà mai del tutto. Avendo anche uno strano rapporto di simpatia – antipatia con il suo avvocato, allora trentenne, e con una mano finta. Dopo anni di falliti inserimenti, casualmente (ma in maniera consequenziale ai personaggi) Keiko scopre Yatabe, lo smaschera, ma questi fugge di nuovo, nonostante gli sforzi dell’avvocato, che confessa anche lui di aver subito un trauma: la madre, fuori di testa, gli ha staccato la mano con una accetta! A questo punto Keiko, collegando fatti noti a tutti, fatti noti a lei sola, e fantasticando (ma non molto), ricostruisce la vicenda di prima del rapimento. Pubblicandone un libro che avrà un grande successo di pubblico e la lancerà nel mondo della scrittura. Ripercorre quindi il sodalizio tra Kenji e Yatabe, con il primo succube del secondo, disposto a tutto per fargli piacere. Yatabe aveva preso sotto la sua ala Kenji bambino, ne aveva abusato fino alla maggiore età, quando lo allontana da sé, pur tenendolo sempre sotto il suo giogo morale. Per compiacere il “mostro” Yatabe, allora Kenji sequestra la filippina di cui sopra, consentendo a Yatabe di fare il guardone. Ma il triangolo si rompe quando (e non vi dico come né perché) la filippina muore. Qui finisce il libro giovanile di Keiko, che però ci spiega come, per proseguire nel perverso gioco, Kenji ripiega su un sequestro più giovane, quello della nostra Keiko, appunto. Nel ruolo della memoria, spinge anche oltre il limite la sua “sindrome di Stoccolma”, Keiko riesce a razionalizzare i suoi sentimenti per Kenji. Nonché quelli di Kenji verso di lei. Gioco di matrioske, elementi che ogni volta, visti da prospettive diverse sono ancora diversi. E Keiko, come annuncia il marito, scompare. Nella parte finale è proprio il marito che, pur non sapendo dove sia, né cercandola, né trovandola, ci rivela che sia lui stesso, e come le parole del manoscritto sino vere ma non sempre veritiere. Finisce così, con una sospensione che ci ributta addosso “tutto l’horror del mondo”. Ma abbiamo capito qualcosa: un trauma deve essere ben elaborato per essere superato. Keiko cercherà di capire sé stessa per tutta la sua vita, cercherà di capire le sue azioni, che sembrandole incomprensibili, fanno in modo che non riesca mai a capire il vero sé. Sono convinto che percorsi del genere non possano essere affrontati in solitaria, ma le soluzioni che propone Keiko non sono altresì praticabili. Non è certo una psichiatra svogliata, una poliziotta poco socievole, o un avvocato problematico che la possono aiutare. Tuttavia, capisco nel percorso che Kirino ci fa fare come, appunto, ci siano parti segrete ed infossate che devono essere domate, capite, gestite, se si vuole arrivare ad avere non dico una vita felice, ma almeno una vita serena. Anche io, come voi, come Keiko, ho fatto tanta strada. Ma io ho avuto la fortuna di avere aiuti impagabili, anche non coscienti, che mi hanno fatto arrivare al mio io attuale. Ma tutto ciò, di sicuro, esula da questa trama. Se ne riparlerà altrove, magari in serate fredde intorno a camini accesi e castagne fumanti.
Margaret Mitchell “Via col vento” Mondadori euro 12
[A: 12/06/2015– I: 08/11/2017 – T: 27/11/2017] - &&&&
[tit. or.: Gone with the Wind; ling. or.: inglese; pagine: 1104; anno 1936]
Devo dire che anche un lettore discretamente veloce come il sottoscritto, non può che riservare un congruo lasso di tempo ad un libro che supera le 1000 pagine. Un libro, inoltre, per diversi versi interessante, ben riuscito, e discretamente coinvolgente. Certo, se uno ha visto una mezza dozzina di volte il film (come il sottoscritto) non c’è più di tanto il piacere della scoperta della trama. Ma c’è il piacere della scrittura, che non stanca nonostante la lunghezza. C’è il piacere di scoprire le piccole differenze che ci sono tra film e libro. C’è il piacere di veder scorrere le avventure di Katie Scarlett O'Hara Hamilton Kennedy Butler (o solo Rossella nella versione tradotta) e Rhett K. Butler e degli altri personaggi, avendo in mente Vivian Leigh, Clark Gable, Leslie Howard e Olivia de Havilland (tanto per ricordare i personaggi principali). Perché, come quasi tutti, ho visto il film prima di lanciarmi nella lettura. Quindi le immagini si sovrappongono, lasciando comunque alla fine la sensazione che, pur con due mezzi espressivi diversi, libro e film abbiano raggiunto i loro scopi. Ma qui si parla di scrittura, ed al libro torniamo. Un libro che celebra l’epopea del Sud, poco prima, durante ed un po’ dopo quella grande ferita americana che fu la Guerra Civile del 1860. Si, proprio mentre noi si celebrava l’Unità d’Italia, lì si consumava una ferita che, forse, ha ancora strascichi, passati che siano 150 anni. Il libro in realtà è un grande affresco, che tocca varie corde romanzesche e storiche, proprio per dipingere, con gli occhi del Sud, gli avvenimenti e la vita e le persone di quegli anni. Proprio la parte storica, benché tinta di qualche rimpianto di troppo, è quella più curata dall’autrice, che spese lungo tempo in ricerche, e che riporta date e fatti con notevole precisione. Una parte storica che vede certo alcuni lati della medaglia della Georgia. I neri erano funzionali al sistema, fornivano manodopera a basso costo, ed altri dettagli. Non erano solo carne da macello. Ma di converso, non tutte (anche ben poche) erano le famiglie “alla O’Hara”, che avevano un rapporto non conflittuale (o non molto conflittuale) con la manovalanza. Era il sistema di vita, tale che, per far piacere al suo capoccia nero, Gerald O’Hara (il padre di Rossella) compera dai vicini la schiava che il suo amato Pork aveva messo incinta. Era una vita di feste, di cavalli, di pizzi e merletti femminili. Che avrebbe permesso, a chi voleva, anche di poter fare il “gentiluomo di campagna”. Come avrebbe voluto fare l’esimio Ashley Wilkes, che mai avrebbe voluto fare il soldato. Che sarebbe stato contento di stare in casa a leggere i suoi amati greci. E che, una volta diventato capo-famiglia, avrebbe anche liberato i suoi “schiavi” negri, facendo scegliere loro se e come restare nella casa delle “Dodici Querce”. Una ricerca storica che presenta anche un solo lato degli “yankee”. Loro, come tutti i soldati del tempo, come tutti gli approfittatori di situazioni estreme, sono “brutti, sporchi e cattivi”. E di certo ce n’erano. Come ovunque. Come anche nei gentiluomini del Sud, che puniscono nottetempo bianchi e neri malvagi. Ma Mitchell lo dice (cosa che non fa il film) che quello era il Ku Klux Klan. E non erano solo buoni vendicatori come Frank Kennedy, ma anche (e tuttora) razzisti e profittatori. Insomma, c’è molto di più di quello che potrebbe mostrare un romanzo (e prima o poi ci si tornerà sopra). Anche perché lo stesso Rhett è un emblema del difficile momento di quelle terre. È un miserabile che sfrutta situazioni favorevoli, che ruba anche (e lo confesserà), ma che ha anche la sua schiettezza, quella che gli fa dire, fin dall’inizio, che il Sud ha tutte le ragioni per perdere una guerra con il Nord. Una su tutte: non ha fabbriche di armi. Seconda su tutte: l’esercito (soprattutto all’inizio) è fatto da gentiluomini e non da soldati di professione (come sono le giacche blu che da tempo combattono per tutto il territorio americano). Secondo risvolto del libro è quello dei risvolti umani, delle relazioni, delle storie d’amore. Con al centro la nostra Rossella. Che attraversa le mille pagine del romanzo con tre matrimoni e tre figli (uno per matrimonio). E con uno sbaglio di fondo: pensa di amare Ashley e pensa che lui la ami. Per questo sposa Charles (Carlo) Hamilton che muore subito e senza lasciare traccia. Che per trovare soldi per mantenere la fattoria, la mitica Tara, sposa Frank (Franco) Kennedy. Non solo trova soldi, ma anche un suo ruolo, anche se non ben accetto, all’interno della società georgiana post-guerra. Diventa imprenditrice, si fa spavalda. Tanto da subire quasi uno stupro, che porterà i suoi vecchi sodali (i Wilkes, i Kennedy, i Tarleton e tutti glia altri) a cercare di vendicarla uccidendo il bianco cattivo. E quasi cadendo nella trappola delle giacche blu. Da cui vengono salvati proprio dal “malvagio” Rhett. Tutti meno il povero Kennedy che ci lascia le penne. Da qui la tormentata storia d’amore tra Vivian e Clark ha i suoi punti e spunti migliori (spesso espunti nel film, che ci fa perdere tutte le battute pungenti di Rhett). Avrà tutto ciò il suo culmine con la morte della figlia dei due. Diletta Butler (“Bonnie Blue” nell’originale) cade da cavallo come cadde e morì il vecchio Gerald. Una ferita insanabile tra i due. Che diventa rottura alla morte di Melania, l’unico elemento equilibratore di tutta la storia. Morte che fa capire a Rossella che per 950 pagine non aveva capito nulla di Ashley. Morte che nelle ultime meno di 100 pagine cerca di tirare le fila della parte romanzesco-rosa del libro. Che ci serve solo a capire quanto tempo ci vuole per maturare. Ma d’altra parte, se guardiamo le date, il libro comincia che Rossella ha 16 anni e finisce quando ne ha sui 28. Vi ricordate voi, come eravate in quel lasso di tempo? Ce ne vuole di tempo pe capire sé stessi (se mai lo si capirà). Inciso, alla fine del libro, Rhett di anni ne ha 45, cioè 17 più della sua amata. Perché nonostante alla fine si lascino (e lo sappiamo bene, avendo visto il film), sappiamo anche, sebbene il libro lanci luci ed ombre sul loro rapporto, che quello tra Rossella e Rhett è, tutto sommato, amore. Infarcito da incomprensioni, immaturità (di Rossella), presupponenza (di Rhett). Insomma, un libro che è un vero microcosmo di quasi tutto. Un libro che fa riflettere sulla poca lucidità di chi non capisce (e non accetta) l’evolversi del tempo. Un libro che ci fa pensare quanto sia meglio domandare che aspettare risposte a richieste non fatte. Un libro che mi è piaciuto, che tutti i miei sostegni di cura per la vanità e per la felicità consigliano, e con ragione. Un libro che, pur essendo uguale, è diverso dal film. Dove c’è la lunga storia del viaggio dalla natia Irlanda alle nuove terre di Gerald O’Hara. Dove c’è la storia di Elena la madre di Rossella, e del suo sfortunato amore per il cugino Philippe. C’è la storia di Mammy (quella di “Missrossella…”), di zia Pittypat, di Bella, di Wade ed Ella (i due figli di Rossella che spariscono nel film), di Suele (la sorella di Rossella), della famiglia Tarleton con i quattro maschi che muoiono in guerra, del dr. Meade e del suo ospedale da campo. E di tanti altri personaggi. Soprattutto, nel libro è meglio scolpita nella pietra la figura di Rhett, nel bene e nel male, che sarebbe troppo antipatico da far interpretare a Clark Gable (anche se sempre meglio lui che la prima scelta, che era Erroll Flynn). Quindi, anche se avete visto il film, leggete il libro. E poi leggete “La guerra civile americana” di Roberto Meccarini, per mettere un po’ di puntini sulle “i” opportune. (E non ho citato neanche una volta le due battute leggendarie del libro: “Francamente, me ne infischio” di Rhett e “Dopotutto, domani è un altro giorno!” di Rossella, o, come dall’originale, ““My dear, I don’t give a damn” e “After all, tomorrow is another day”).
Terza scrittura di questo freddo febbraio, dove per scaldarci è bene tornare ai libri che dovrebbero farci felici, ed affrontare una nuova terapia d’amore.
Per il resto, sommersi dalla burocrazia, poco si riesce a fare d’altro. Lo so, è anche questo un modo per pensare a chi non c’è più andando oltre, elaborando. Tuttavia non ne nego la fatica e la stanchezza che ne viene. 

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni
FEBBRAIO 2018
Rimaniamo ancora sulle terapie d’amore, soprattutto sul versante psicologico che ne forniscono i libri di Chiara Gamberale.

TERAPIE D’AMORE (VIII)
PER DIECI MINUTI di CHIARA GAMBERALE (2013)

Pillole di trama       
Nel giro di poco la vita di Chiara si sgretola. Dopo aver scoperto che forse sta meglio senza di lei, il marito le annuncia (per telefono) che ha bisogno di mettersi in aspettativa dal lavoro e dal matrimonio. Come se non bastasse, oltre a ritrovarsi a vivere da sola in una casa che non ha mai sentito come casa, la tanto amata rubrica che cura da anni viene inaspettatamente chiusa. Mentre tutte le sue sicurezze vanno in frantumi e lei è a un passo dal perdere sé stessa, l’analista le prescrive una cura che è prima di tutto un gioco: per un mese, per dieci minuti al giorno, deve fare una cosa che non ha mai fatto prima e che probabilmente non avrebbe mai pensato di fare. Il romanzo è il diario di questo mese durante il quale la protagonista ripercorre in maniera frammentaria un po’ tutta la sua vita. Grazie a queste piccole attività, Chiara riuscirà a ricominciare, liberandosi dal dolore e dalle paure.
Supposta-saggezza
Non c’è che dire, a Chiara dice proprio male: in poco tempo si ritrova con una mano davanti e una di dietro, nuda di fronte a una vita che non riconosce più come sua. Il carattere, poi, non l’aiuta: paurosa e insicura, problematica e analitica, si è sempre nascosta all’ombra dei familiari e del marito (sposati da diciotto anni, fidanzati da sempre). Ma ora che lui si è poco elegantemente tolto di mezzo lasciandola in pieno sole, deve fare qualcosa perché un po’ di luce arrivi nelle sue zone d’ombra. L’analista le suggerisce un modo leggero e spensierato per affrontare le difficoltà, sgombrare la mente da elucubrazioni infognanti e recuperare la lucidità necessaria per vedere le cose da un diverso punto di vista. Grazie a queste attività assolutamente ordinarie ma lontane dalla sua quotidianità e dal suo carattere, Chiara entra in contatto con gli altri, si apre a realtà estranee alla sua sofferenza e capisce qualcosa di nuovo sulla vita e su sé stessa. È come se quei pochi istanti di stravaganza trasmettessero al giorno seguente una qualche possibilità, come se le permettessero di aggiungere ogni volta una pietra creando un percorso sicuro per attraversare il fiume delle sue paure senza affondare. Chiara scopre di potercela fare anche da sola, senza suo marito, senza quel salvagente che forse la stava facendo annegare. Deve accettare la più difficile delle sfide, crescere, e lo fa imparando a giocare, distraendosi dalle proprie sofferenze e trascurando le proprie ossessioni (compresa quella per l’ex). Crescere comporta anche la necessaria rinuncia a sentirsi il centro del mondo, condizione che si aggrava amplificandosi oltre misura quando si soffre. Aprendosi a nuove esperienze, Chiara impara a condividere il tempo e le emozioni, pensando a sé stessa con meno avidità. Arriva il momento in cui il dolore si attenua, la frattura che l’abbandono ha provocato nell’anima comincia a ricomporsi e inizia la guarigione. Ovviamente la ferita tornerà a farsi sentire e a dare fastidio, magari quando il tempo cambia e minaccia pioggia, ma bisogna conviverci, continuando ad andare avanti anche con passo stentato, anche zoppicando. Dopo una prima fase di legittima e sana disperazione (o rabbia folle, dipende dal carattere), ci si potrebbe accorgere che, lasciandoci, il nostro ex ci ha fatto il più bel regalo in assoluto (molto meglio anche dell’anello di famiglia che ha pure rivoluto indietro «perché, sai, era di nonna»), offrendoci l’occasione di dare nuovo significato alla nostra vita, permettendoci di sondare quelle «facoltà latenti» attraverso le quali è possibile «giungere alla conoscenza del mondo».
Posologia
Si consiglia il romanzo per il trattamento sintomatico degli stati febbrili e dolorosi correlati alla rottura di una relazione sentimentale, specialmente se di lunga durata, e a tutti quegli eventi che implicano una perdita di sicurezze, ovvero quando tutto frana, la vita va in frantumi e si manifesta «al suo posto una massa informe, sfilacciata, ferita, che come unico perno su cui girare aveva lo smarrimento».
Se ne consiglia la somministrazione in caso di apatia, stanchezza e stati depressivi prolungati connessi all’urgenza di dare una scossa alla routine emotiva, mettendosi in discussione per rinnovarsi e scoprirsi diversi. Anche dieci pagine al giorno sono sufficienti a favorire il rilassamento emotivo e a reintegrare la quota fisiologica di coraggio favorendo l’incremento del desiderio di lanciarsi verso l’ignoto senza la paura del vuoto emotivo. Assunto secondo le modalità indicate è anche un efficace beta (s)bloccante per lo scioglimento di blocchi emotivi, invalidanti nel rapporto con sé stessi e con gli altri, non necessariamente causati da una separazione ma da qualsiasi crisi esistenziale.
Oltre a favorire il graduale riassorbimento di un ego eccessivamente espanso a causa della sofferenza, può essere utile per prevenire o contrastare i rischi dell’abitudine che se in piccole dosi garantisce sicurezza, sovradosata impedisce di vivere pienamente liberi soffocando silenziosamente ogni desiderio con 1 inganno che ciò di cui si ha bisogno sia solo quello che non spaventa mentre «il meglio della vita sta in quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano».
Effetti collaterali
Tra gli effetti collaterali, il più frequente è anche il più innocuo, anzi il più salutare: il desiderio di mettere in pratica la cura dei dieci minuti. Se una carenza di fantasia vi spinge a prendere in prestito le attività di Chiara, tra le controindicazioni potrebbe esserci quella di mangiare piramidi di pancake alla Nutella (non c’è migliore medicina della cioccolata per le delusioni di ogni tipo) o ritrovarsi con le unghie ricoperte di smalto fucsia (con i brillantini) o girare vestiti da Babbo Natale il giorno della vigilia o rischiare di prendere un palo camminando all’indietro (ma in questo caso potrebbe anche capitare di travolgere qualcuno di interessante, poi da cosa nasce cosa e chissà che non possa essere l’inizio di un nuovo capitolo amoroso con cui superare l’eventuale abbandono).
Consigli
Se venite contagiati dal gioco dei dieci minuti, sentitevi liberi di fare cose stupide, anzi sarebbe preferibile fare proprio attività decisamente frivole che mettono addosso quell’allegria fondamentale per stemperare l’insostenibile pesantezza dell’essere. Parlando di leggerezza, pesantezza e relazioni amorose complicate, consiglio di dedicare dieci minuti al giorno (o molto di più) alla lettura de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera. Non è una cosa stupida da fare, ma sarebbe stupido non farlo.
Chiara Gamberale è recentemente tornata a parlare di dolorosi abbandoni in “Avrò cura di te”, commovente e ironico romanzo scritto a quattro mani con Massimo Gramellini, indicato per curare momenti di sconforto e la conseguente perdita di ogni certezza. Perché la cura abbia effetto, però, è necessario credere negli angeli custodi. Per combattere con autoironia e intelligenza, unite a una buona dose di malinconica amarezza, eventuali danni provocati dall’abbandono di una persona amata consiglio anche “Fai bei sogni”. Attingendo alla sua esperienza personale, Massimo Gramellini racconta come la perdita e l’abbandono della donna più importante della vita di ognuno di noi, la mamma, possa segnare l’esistenza. Vissuto come tradimento, il distacco rischia di generare rancore e pessimismo, paura e insicurezza, un pericoloso intruglio di reflussi acidi in grado di avvelenare lentamente la capacità non solo di essere felici, ma anche semplicemente vivi. Gramellini dedica il romanzo a tutti coloro che nella vita hanno perso qualcosa e che, rifiutandosi di accettare la realtà, rifiutano sé stessi. «Preferiamo ignorarla la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi». Appassionante e ironico antidolorifico che apre gli occhi e cura i bruciori di cuore.

Commenti

Ho letto molto della nostra scrittrice, di cui ricordo sempre la bellezza mia interna alla lettura de “La zona cieca”, e alla riproposizione letteraria della “finestra di Johari” (e chi ha fatto psicologia con me sa di cosa parlo). Ora questa terapia mi ripropone altri due libri suoi, che, onestamente, non sono all’altezza dei primi, anche con l’apporto (nel secondo) della scrittura di un Massimo Gramellini che ancora non decifro completamente (bene in TV, male in libro).
Chiara Gamberale “Per dieci minuti” Feltrinelli euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,95 euro)
[pubblicato il 10 dicembre 2017]
Quasi un metalibro, che mi ha accompagnato nella calda settimana omanita. Speravo in un romanzo più caldo, consono all’ambiente, e più rilassante. In realtà non è stato né l’uno né l’altro, eppur tuttavia, una lettura che ha avuto alcuni momenti di interesse. Diciamo soprattutto nella parte iniziale. Chiara è sempre stata attenta ai problemi psicologici dei suoi personaggi, tanto che rimando sempre a quel libro piccolo ma illuminante le mie personali esperienze nel campo che è stato “La zona cieca”. Anche qui, il suo personaggio, forse non a caso omonimo, ha di fronte una psicoterapeuta. Dalla quale va per affrontare una perdita, e la conseguente consapevolezza di aver fallito. La perdita è quella del suo matrimonio, quando il suo lui la lascia con una telefonata durante un viaggio di lavoro. Poco dopo, anche il lavoro, per il quale si era trasferita in un’altra città, le viene tolto. E Chiara si trova ad essere per la prima volta sola, in una nuova città, che non conosce bene, e senza lavoro. Senza punti di riferimento. Mi sembra il minimo che la vita vada in pezzi. Dopo varie sedute pregresse, che avvengono prima dell’inizio del libro, la psicoterapeuta le domanda se è disposta a fare un gioco, che riprende il pensiero pedagogico di Rudolf Steiner: per dieci minuti al giorno, per un mese dovrà fare una cosa mai fatta prima. L’obiettivo è quello di uscire dai classici schemi e combattere la paura. E Chiara non si tira indietro, decide di giocare, dopo tutto quello che sta passando le sembra una cosa semplice da fare. Nessuna azione eccezionale le viene chiesta, solo di sperimentare quelle che per lei sono delle novità, come cucinare i pancake, ballare l’hip-hop, mettersi uno smalto sgargiante, camminare di spalle per la città, ascoltare i problemi di sua madre; azioni semplici, ma che, poco alla volta, l’aiutano a cambiare sguardo sul mondo che la circonda e a capire che ricominciare è necessario. E per ricominciare, giocando in questo modo bizzarro, ogni volta si mette in discussione, prova ad essere meno egoista, prova ad aprirsi, cerca di capire di più sé stessa. Aprirsi significa anche condividere il proprio dolore, non negarlo. Non si vorrebbe mai provarlo, ma se c’è, se lo si affronta, può portarci qualcosa, può arricchirci. Affrontando i suoi dieci minuti altri, l’autrice ci fa scoprire anche chi sia, ora, Chiara. Come si sia sempre affidato al marito che si occupava di lei, in tutto. Senza, la sua vita non c’è più. Un momento illuminante del percorso e del suo scopo, lo abbiamo quando Chiara chiede alla psicoterapeuta, accettando il gioco: “Alla fine che cos si vince? Riavrò la mia vita indietro?” Ovvio che non ottiene risposta. Ovvio (per noi che capiamo i meccanismi) è che se Chiara gioca bene le sue carte non avrà indietro la “sua” vita, ma una “nuova” vita. Perché nei suoi dieci minuti privati, pian piano, capisce che sta passando dal “noi” che fino ad ora l’aveva bloccata, ad un semplice, banale, fortissimo “io”. E solo dopo aver finalmente sperimentato l’io Chiara riesce a pensare di nuovo al noi. Grazie a tutte le nuove esperienze, agli esperimenti provati potrà finalmente dire un grande no e un grande sì: con sé stessa scopre anche gli altri. Anche se non vi dico che no e che si siano. La capacità della Gamberale è anche di far seguire alla sua scrittura il percorso di Chiara. All’inizio, quando è confusa e spaesata, la scrittura è nervosa e spezzettata. Poi si trasforma in una narrazione calma e consapevole. Tuttavia, ed è questo il motivo che ci fermiamo a “soli” tre librini è anche una scrittura che fatica a coinvolgere il lettore. Se ne legge, si capisce gli accadimenti, ma non si diventa mai partecipi del romanzo. Io lettore non mi sento Chiara che cammina di spalle (anche se ricordo, e con vera gioia, quando facevamo il gioco dei ciechi, con Luisa, con Rosa, con Cristina). Questa scrittura ondivaga, ha fatto balenare l’idea che l’autrice abbia raccolto brani di suoi mini-racconti e li abbia cuciti una volta trovata l’idea forte dei “dieci minuti”. Non sono talmente abile nel decifrare le trame altrui da poter dare una risposta certa. Noto quello che c’è, non quello che ci poteva essere e non c’è (una maggiore enfasi nel futuro di Chiara, per me, ad esempio). E sono contento di averne letto.
“Purtroppo e per fortuna, bisogna essere in due a voler essere in due.” (99)
“Gli altri, quando fanno qualcosa per noi, ci danno o … ci tolgono un’occasione?” (113)
Massimo Gramellini & Chiara Gamberale “Avrò cura di te” TEA euro 5
[trama scritta il 22 dicembre 2017, non ancora pubblicata]
Pur essendo un libro misto uomo-donna, lo collocherò nell’Universo femminile, che mi sembra l’impronta di Chiara maggiore, o di maggior spinta, rispetto a quella di Massimo. Gramellini che non mi dispiaceva leggere a volte su “La Stampa” (non invece nella nuova veste nel Corriere) o ascoltare da Fazio, ma non riesco ad entrare nella sua scrittura libraria. Ho letto “L’ultima riga delle favole” e non mi è piaciuto; ho provato ad interessarmi a “Fai bei sogni”, e niente anche qui. Confesso che in questa prova l’ho trovato più leggibile, anche se, a volte, un po’ troppo legato alla parola, all’effetto, al detto e mal interpretato. Eppur tuttavia, discretamente godibile, anche se facilmente decrittabile. Gamberale è, al solito, nel buio nero delle crisi esistenziali. Non sembra aver fatto un passo avanti dal precedente “Per dieci minuti”. È ancora lì, ad elaborare lutti e cercare di recuperare, a riempirsi di parole, quasi a sommergerci in modo da non darci diritto di replica. Per questo, lo ritengo un libro più femminile, per questa preponderanza, alme-no emotiva, della parte “Chiara”. Il libro è costruito come una specie di epistolario tra la povera Gioconda-Chiara, con tutti i problemi, passati, presenti e probabilmente futuri, ed un nomato “Filèmone”, presentatosi come suo Angelo Custode. Senza entrare nel merito dell’angelicità, del-la vita al di là, della morte (e magari della reincarnazione), sottolineiamo la scelta de nome che rimanda alla saga di Filèmone e Bauci, due dei più teneri amanti della mitologia greca, che per rimanere uniti per sempre vennero prima di morire trasformati da Zeus in una quercia e un tiglio uniti per il tronco. Ma non ci meraviglia inoltre, che Filèmone sia un personaggio centrale dell’opera psicologica di Jung. Perché, in realtà, volendo traslare l’angelicità, Filèmone-Massimo ha molto dello psicologo, con in più la capacità – volontà – dirazzamento di intervenire oltre che di ascoltare. La trama a due voci è discretamente lineare: Gioconda è stata lasciata dal marito Leonardo (certo invenzione poco felice), non riesce ad elaborare il suo (nuovo) lutto, ed ecco che interviene come suo contraltare Filèmone, che la striglia, la indirizza, fino alla catarsi finale cui arriveremo. Perché, nel progredire dello scritto vediamo delinearsi sempre più chiaramente le figure sia di Gioconda che di Filèmone. Gioconda, trasferitasi a casa della ormai defunta nonna Gioconda, ne mitizza la vita vissuta accanto al marito Antonino. Intanto, sotto la spinta dell’angelo, tira fuori la sua storia. Figlia di una coppia scoppiata quando lei aveva quattro anni, non si è mai sentita accudita – compresa – cresciuta né dal padre, esimio ofiologo, né dalla madre, pronta a partire per il Sud America in vista di un nuovo possibile amore “che dia un senso alla vita vissuta fin qui”. Cresciuta con i nonni, ribelle senza rivoluzione, fa (quasi) sempre scelte sbagliate accettando o rifiutando innamorati e amanti. A trentun anni, laureata ed insegnante di Italiano, incontra Leonardo. Ne nasce una storia d’amore forte, complessa, piena dei di lui silenzi e delle sue parole. Tuttavia, mai dare per scontato l’amore, che va rivisto e coccolato ogni giorno. Gioconda e Leonardo si raffreddano, si allontanano, fino a che lei, quasi senza esserne cosciente, va a letto con il padre di un suo alunno. Un tradimento? Si potrebbe discutere e parlarne. Certo Leonardo, scopertolo, intento un processo via mail a Gioconda e la lascia. Gioconda cerca aiuto in Filèmone, anche dei suoi passi incerti, del voler tornare con l’Innominato, ma sen-za muovere un dito (commento mio). E l’Angelo la convince a guardarsi dentro, a non nascondere il proprio Io. Bellissime le poche righe che Gioconda si (e ci) concede per la sua fuga all’Isola di Pasqua. Ovvio che quando Gioconda finalmente comincia a camminare con le proprie gambe, Leonardo si ripresenta, rischiando di far crollare il fragile castello. Sarà la capacità di non chiudere gli occhi che consentirà (forse e se lo vorranno) l’inizio di una via nuova sulla vita vecchia. Il tutto ha per contraltare l’angelo, che ci racconta delle sue vite passate, ed intuiamo, da interventi fuori testo, che anche lui ha un grande amore, immutabile, immancabile, eterno. Per costringere Gioconda a guardarsi dentro senza altre maschere, Filèmone, alla fine, le fa capire che il suo grande amore era (è) proprio la nonna Gioconda. Ma allora Filèmone è nonno An-tonino, o c’è una storia diversa che non conosciamo e che conosceremo? Come conosceremo l’idea (che però è chiara già da diverse pagine prima della fine) di come Filèmone e Gioconda senior potremmo dare ancora una mano a Gioconda junior. A parte l’invenzione dell’Angelo, che mi lascia freddo, il libro si legge come un Fabio Volo al femminile, con qualche tocco di Federica Bosco. E molte frasi (anche se quelle sotto riportate sono condivisibili) più da Bacio Perugina che da libro di lettura. Leggerino, incomprensibilmente (o forse molto comprensibilmente) in testa a classifiche mensili di lettura. Dove ormai mi sembra chiaro che la popolarità raramente si accoppia ad una riuscita emotiva e cerebrale completa.
“Dov’è il confine che separa un segreto da una bugia?” (115)
“Si completa con gli altri solo chi sa bastare a sé stesso.” (134)
“L’amore perfetto non esiste: quello reale è la somma di tante imperfezioni. Ogni tradimento è il tentativo di colmare un vuoto.” (181)

Finalino

Ripeto quanto detto in commento: il co-Gramellini non mi convince, i “Dieci minuti” mi sembrano una lezione troppo “alla moda” per essere interessante. Leggete (o rileggete) invece “La zona cieca”.