domenica 12 luglio 2020

I gialli sono sempre belli? - 12 luglio 2020


Camilla Läckberg “Donne che non perdonano” Corriere ProfondoNero 4 euro 7,90
[A: 13/09/2019 – I: 20/01/2020 – T: 24/01/2020] & + 
[tit. or.: Kvinnor utan nåd; ling. or.: svedese; pagine: 146; anno 2018]
Inauguriamo con un nome solido una nuova collana, questa volta del Corriere, dedicata al Noir. O meglio, come dice il titolo della collana al “Profondo Nero”. Peccato che il nome solido sia molto legato alla sua fortunata serie dei delitti di Fjällbacka, con le godibili gesta investigative della coppia Erica Falk e Patrik Hedström. Che appunto qui si prende una parantesi per praticare una strada nera, che però non riesce a gestire con le dovute abilità che il genere comporta. La trama è flebile e scontata, risente anche di una lettura, anche se non molto digerita, di “Sconosciuti in treno” di Patricia Highsmith. Certo, come hanno detto critici autorevoli, ci vuole coraggio per affrontare una strada diversa da quella solita, e ben asfaltata, che si conosce. Come detto, anche se si affronta un tema che anche nella serie principe di Camilla è spesso presente, cioè quello della violenza domestica, il risultato è scarso. Aspettiamo solo di capire quando i nodi verranno al pettine, perché di sicuro verranno, e se lo scioglimento avrà una sua fine all’altezza delle premesse. La storia segue le vicende di tre donne, tutte con dei grossi problemi. Il racconto corale ci fa passare dall’una all’altra, anche se a volte non con la stessa intensità. Eccoci allora alla ricerca di chi siano Victoria, Ingrid e Brigitta. Victoria è una giovane ragazza russa dal passato misterioso: il suo primo amore è stato ucciso in circostanze sospette e lei è costretta a lasciare il paese. È così che accetta di diventare la ‘moglie per corrispondenza’ di Malte, svedese e ubriacone, che la tiene prigioniera in una fattoria. Ridotta a schiava, Victoria trascorre lunghe, estenuanti e tristi giornate a spezzarsi la schiena con i lavori in casa, mentre di notte è ridotta a puro oggetto sessuale. Ingrid aveva un brillante futuro come giornalista, ha sacrificato tutto per sposare e star dietro a suo marito, accudendolo e amandolo mentre lui pensava alla sua carriera e diventava direttore di un quotidiano. Ingrid scopre a soli due mesi dalla gravidanza il primo tradimento del marito. Nonostante la decisione di perdonarlo, di continuare la vita insieme, in Ingrid nasce il dubbio e la preoccupazione che l’episodio non abbia natura isolata. Ed in effetti il marito la tradisce di continuo, inoltre, si spende per coprire e scusare suoi collegi che molestano le donne. Brigitta, una maestra di scuola elementare, è una donna matura ed è abituata da tempo alle percosse e alla violenza di suo marito, Jacob. Cerca di nascondere i lividi delle botte inferte dal marito aggressivo, eppure, fin controllato nella sua rabbia data l’attenzione a non picchiarla mai in punti visibili, decidendo anche di rimandare degli esami medici molto importanti per non far scoprire la sua condizione. Senza particolari speranze di uscire dalla loro condizione, e sapendo che direttamente non potrebbero risolvere i rispettivi problemi, le tre si affidano ad una strana risorsa in rete, che le mette anonimamente in contatto. Così ognuna di loro programma la vendetta verso il proprio marito, affidandone l’esecuzione ad una seconda donna della catena. Con un po’ di trepidazione, dopo aver visto la violenza degli uomini sulle donne, seguiamo il percorso delle tre vendicatrici, domandandoci se riusciranno nel loro intento. E se sia giusta una tale tipologia di vendetta. Certo, si tratta di maltrattamenti sulle donne. In due casi violenze fisiche. Nel terzo, per alcuni versi più subdolo, il tradimento colpisce ben tre donne: la figlia, l’amante e la moglie, anche se solo l’ultima è realmente cosciente della violenza. Anche perché Tommy come direttore del giornale copre anche gli abusi sessuali dei suoi dipendenti maschi verso le poche malcapitate giornaliste del quotidiano stesso. Sembra scontato pensare a questo punto che forse un tale libro non sarebbe uscito se non ci fosse l’ondata #metoo a sorreggerlo ed a farci pensare intorno all’argomento. Un romanzo scorretto allora. Di certo, ma è un romanzo e quindi può impegnarsi a rispondere per le rime, violenza con violenza. Un romanzo contro tutti i machismi ed i maschilismi di questo mondo. Dove le donne non solo possono ma devono rispondere a tono, diventando a loro volta aggressive e, se serve, omicide. Detto questo, che cioè non sono scandalizzato dal messaggio, ritorno alla forma. Che non è molto soddisfacente. Sin dall’inizio, e dal titolo, cerchiamo di capire solo quando e come si svolgerà la ribellione annunciata. Anche perché il titolo originale sembra meno esplicito, che dovrebbe essere tradotto con “Donne senza pietà”. Gli editor italiani si sono spinti un po’ avanti, scoprendosi forse un po’ troppo. Ma presto torneremo agli ultimi capitoli della saga maggiore e ne riparleremo.
Camilla Läckberg “Il domatore di leoni” Marsilio s.p. (prestito di Alessandra)
[A: 24/06/2018 – I: 20/03/2020 – T: 22/03/2020] &&& --
[tit. or.: Lejontämjaren; ling. or.: svedese; pagine: 466; anno 2014]
Da dove cominciamo? Dalle note positive o da quelle negativa di questa nona puntata della saga di Fjällbacka e delle avventure di Erica Falck, la mamma – scrittrice – investigatrice, e Patrik Hedström, il papà – poliziotto? In realtà, l’unica nota veramente negativa è l’inconcludenza finale. Il vezzo di voi autori seriali di lasciare la porta aperta per la prossima puntata. Perché c’è modo e modo di chiudere una storia e poi, nel successivo libro, riaprirla e, speriamo, concluderla. Qui è troppo evidente, anche se lo potremo dire solo dopo aver letto il libro successivo. Abbiamo qualche solita sbavatura, dovuta al fatto che ormai da tempo i misteri della cittadina svedese affondano sempre nel passato, così che Camilla trova il modo di interpolare capitoli in corsivo per i suoi flashback. E quando un meccanismo è così scoperto, è facile che il giallo ne risente nella sua struttura costruttiva. Certo, non si capiscono tutte le connessioni, però che la rea in carcere non è così rea, che sua figlia ha dei problemi anche seri, e che i misteri della casa degli orrori (così venne chiamata la casa di Laila) e le scomparse di giovani ragazze più o meno quindicenni abbiano dei legami è chiaro fin dalle prime pagine. Per il resto, il romanzo non fa che rimpolpare la saga corale di tutti gli attori presenti sulla scena. Insistendo nel solco delle loro caratterizzazioni precedenti, mettendo qualche nuovo sassolino, e poi lasciando tutto scorrere nel mare di fronte alla cittadina, magari prendendo un aperitivo accanto al più famoso monumento locale, la Ingrid Bergman Torg. Al solito, qualcuno è più in prima linea, qualcuno meno, e di questi non parliamo. Qui abbiamo il solito commissario capo Mallberg con tutta i suoi atteggiamenti da gaffeur professionista (tipo inquinamento delle prove quando cade nel buco sul ghiaccio), ma anche con qualche sprazzo di resipiscenza (per la prima volta cede il merito ad altri). C’è la poliziotta in congedo matrimoniale Paula che, pur nelle turbe della nascita della bimba riesce a mettere testa all’indagine fornendo un indizio non decisivo ma che metterà la squadra sulla strada delle soluzioni. Tra la squadra di Patrik, quello più in luce è Gösta (di cui sappiamo le vicissitudini dal libro precedente) che è l’unico che riesce a collegare i vari indizi, che porta idee per la soluzione, e che ha sempre un interessante lato umano (con un’ombra di idea quando incontra la maestra single, ma poi vedremo in futuro, per ora solo fumisterie). Sul lato familiare dei nostri eroi al centro della serie, c’è l’ammorbidimento di Kristina, la madre di Patrik, che trova un nuovo fidanzato con il quale sembra andare molto d’accordo. Anche dalle parti di Anna, con tutti i problemi che ci possono essere, sembra si veda una luce in fondo al tunnel: lei e Dan, pur con molta cautela, si stanno riavvicinando, tanto che credo (ma lo vedremo nel prossimo romanzo) sia anche di nuovo incinta. La vicenda gialla si snoda invece su due binari, uno nel solco di Erica ed uno in quello di Patrik. Erica è intenta alla scrittura di un nuovo libro sulle vicende di Leila, in carcere da una trentina di anni, condannata per l’uccisione del marito Vladek. Lui era il famoso domatore di leoni del titolo, ma a parte il titolo, entra poco nella vicenda. Lei viene trovata sulla scena del delitto e confessa l’uccisione del marito. La figlia maggiore Louise la trovano incatenata in cantina, il figlio più piccolo Peter terrorizzato in salone. Peter viene affidato alla nonna, ma quando questa viene uccisa in un tentativo di rapina (o almeno così appare), lui scompare. Louise viene affidata ad una famiglia, dove conosce un’altra disadattata, Tess. Faranno comunella, e noi ben capiamo (anche se Camilla impiega una vita), che è Louise la “cattiva” della famiglia. Ad un certo punto, poi, Louise e Tess scompaiono, dicono affogate, ma senza ritrovare i corpi. Insomma, tante morti presunte, senza habeas corpus. La vicenda di Patrik invece inizia con il ritrovamento della giovane Victoria, rapita da tre mesi. Orrendamente mutilata (cieca, senza lingua e con i timpani sfondati) muore travolta da una macchina. Victoria era una valente cavallerizza della scuola di equitazione gestita da Marta. Scuola dove brilla anche la stella di Molly, la figlia di Marta e Jonas. Costui è il figlio di Helga ed Einar, il secondo da tempo costretto su di una sedia a rotelle per l’amputazione delle gambe dovuta al diabete. Nella vicenda vediamo anche la presenza di Teresa, la prima fiamma di Jonas, che, dopo il matrimonio d’amore che le ha portato Tyra (una delle più care amiche di Victoria), ora è sposata con il poco raccomandabile Lasse. L’astuzia di Patrik porta a collegare il caso di Victoria con la scomparsa di altre ragazze nel sud della Svezia negli ultimi due anni. Il lampo di Paula porta la connessione di Victoria con un caso di trenta anni prima dalle caratteristiche analoghe. La perseveranza di Gösta unisce Victoria ai ricatti perpetrati da Lasse nei confronti dell’amante della ragazza. Che noi circoscriviamo subito alla coppia Marta e Jonas: sarà il giovane veterinario o la valente maestra dei cavalli ad aver rubato il cuore della ragazza? Infine, le intuizioni geniali di Erica fanno sì che si riesca a trovare un collegamento tra tutte le sparizioni delle ragazze. Il finale, questa volta, non è troppo convulso. Anche se vediamo la possibilità ad ogni passo che si precipiti verso una nuova tragedia. Cosa che fortunatamente si evita, e dove si risolvono la maggior parte dei dubbi e delle efferatezze commesse. Purtroppo, Camilla decide di non chiudere il cerchio completamente, così che in uno dei prossimi romanzi qualcosa salterà di nuovo fuori. Questa volta la nostra scrittrice maneggia la materia in maniera interessante e sapiente, anche se non raggiunge le vette dei primi episodi, e prima di cadere verso il basso con il primo dei non-Flack romanzi di cui ho parlato da poco. Aspettiamo ora il prossimo.
Camilla Läckberg “La strega” Marsilio s.p. (Regalo de “I Floridi”: Mario, Ines e la signora Laura)
[A: 07/05/2019 – I: 22/03/2020 – T: 24/03/2020] &&&
[tit. or.: Häxan; ling. or.: svedese; pagine: 683; anno 2017]
Beh, anche se di poco, la nostra svedese con questa decima puntata delle avventure di Fjällbacka risale un po’ nel gradimento personale. Avrebbe forse aspirato a più “libri” ma ha messo tante storie dentro la storia, che se ne potevano fare due libri (almeno). La scrittura è la solita che ci accompagna gradevolmente da molti anni. Anche lo stile sembra ricalcare le ultime scritture, anzi, come detto, si complica ulteriormente. Gli ultimi romanzi avevano un flashback ricorrente in corsivo che percorreva le strade del passato. Ora il passato torna in due diverse avventure (anche se sappiamo che prima o poi si incontreranno). Ma invece del corsivo, Camilla usa dei titoli. Senza titolo le avventure al presente. Con “Il caso Stella” ci si riferisce al delitto che sembra una anticipazione del giallo attuale. Infine, con “Bohuslän 1671” viene portati 350 anni addietro, al tempo della caccia alle streghe. Questa è la parte meno “utile” al contesto. Certo, vediamo lo svolgersi di una vita rurale nella Svezia dell’epoca, con le signorie, le serve, ed i pastori che fanno bello e cattivo tempo. Seguiamo le disavventure di Eilin, che perde il marito in mare, viene accolta dall’odiosa sorellastra, e, dato che si occupa di piante e non tiene a freno la lingua, sappiamo già che verrà accusata di stregoneria e subirà l’assurda sorte di tante donne dell’epoca. Ma il fatto che lanci una maledizione che rimbalzerà nei secoli è una cosa che ci si poteva risparmiare. Il testo si regge anche senza questa chiosa, che forse serve solo a giustificare il titolo, ma che avrei eliminato nella revisione del testo. Per venire alla trama in sé, noto iniziando che, contrariamente a quanto mi aspettavo, la non conclusione del romanzo precedente non si ripercuote su questo libro, ed è anche questa una buona notizia. Per altro, invece, continua la saga dei personaggi di contorno: la madre di Patrik convolerà a giuste nozze con il suo Gunnar, e tutti ne sono felici (con una bella serata di addio al celibato da ricordare, anche per il collegamento con il programma “Ballando con le stelle” il cui format è presente anche in Svezia con il titolo “Let’s Dance”); altrettanto felice è il rapporto rinnovato tra Anna, la sorella di Erica, e Dan: dopo alti e bassi, si sono pacificati, Anna è di nuovo incinta, ed anche loro si sposano. Sul fronte poliziesco, della pattuglia di Patrik, abbiamo Martin che pare finalmente uscire dalla depressione e trovare nuovo slancio nel rapporto con una giovane mamma single. Paula rimane di supporto e non veniamo trascinati da nessuna bega familiare, come per la segretaria tuttofare Annika. Il responsabile Mallberg diventa sempre più una macchietta poco comica, e molto antipatica, riuscendo ad incasinare tutto l’incasinabile. Anche se poi è di fondo buono, ed alla fine riacquisterà qualche punto (ma a me verrebbe da chiedere a Camilla di farlo andare in pensione). Acquista sempre più spessore il pensieroso Gösta che anche qui avrà un paio di brillanti intuizioni che porteranno alla soluzione del caso. Noto anche di passaggio che Patrik, a parte le doti di raccordo come capo pattuglia di fatto, non ha un grosso peso nel dipanare la vicenda, dove i punti salienti saranno più a capo della sua pattuglia e, ovviamente, a Erica. Che, entrando di lato nella vicenda, sarà lei a fornire la matita per unire i punti sparsi del disegno. Ridotta all’osso la vicenda si costruisce intorno alla morte di Nea, una bimba di quattro anni, che viene ritrovata esattamente nello stesso posto dove era stato rinvenuto il corpo di Stella. Troviamo quindi le due vicende che si parallelizzano (anche per merito dei capitoli di cui ho detto sopra). E si complicano. Accusate della morte di Stella erano state due ragazzine, Helen e Marie, che prima confessano, poi ritrattano, ma che, per la giovane età, non vengono condannate. Marie va lontano, si costruisce una propria vita, sempre un po’ borderline, ha una figlia Jessie che non consocerà mai il padre, ed al fine diventa un’attrice di medio calibro. Tanto che torna a Fjällbacka per interpretare il ruolo di Ingrid Bergman in un film. Helen invece rimane lì, è costretta dal padre, una volta diciottenne, a sposare l’anziano e super antipatico James, da cui avrà un figlio Sam. Non ci meraviglia il fatto che i due “disadattati” Jessie e Sam troveranno il modo di unire le loro difficoltà sociali. Per complicare bene la storia, come se già non lo fosse, la nostra scrittrice inserisce anche la vicenda di immigrati siriani sfuggiti alla guerra, che non riescono ad inserirsi nel tessuto sociale svedese. Qui Camilla apre una grossa parentesi sull’immigrazione e sul sovranismo alla Salvini di chi vede tutte le colpe addossabili a questi non-allineati. Pur se con qualche grosso dolore, alla fine, verranno riscattati. Viene anche inserito il bullismo giovanile, con un trio di quindicenni che fanno le peggiori cose a Sam e Jessie, ingenui ma per finta. Una storia che non può che finire male. Con una solida capacità narrativa, l’ultima parte del libro, in cui la scrittrice trova il modo di collegare tutte le storie, e risolverle tutte, è senz’altro la parte migliore. Il quadro alla fine si ricompone, con tutti i colpevoli e tutti gli innocenti ai posti giusti. Forse alcuni di loro era prevedibile da tempo che fossero collocati in quei posti, ma la scrittrice non delude. Una nota finale: la vicenda di Helen e Marie ricorda, con le dovute varianti, quella delle due ragazzine in Nuova Zelanda, Juliet e Pauline, che uccisero la madre di Pauline per non separarsi. Di Pauline si perdono le tracce, mentre Juliet, dopo vari mestieri, diventa una celebrata scrittrice con il nome di Anne Perry. Vi invito a leggere il libro, apprezzare le varianti, e la scrittura di Camilla.
“È un Kopi Luwak … si fa con le bacche mangiate dagli zibetti: dopo che le hanno cagate, vengono raccolte, lavate e tostate. Non è un caffè economico.” (149) [ma noi lo abbiamo assaggiato in Belgio ed in Laos!!]
Patricia Cornwell “Caos” Mondadori euro 14,50
[A: 02/01/2018 – I: 16/06/2020 – T: 17/06/2020] - & +
[tit. or.: Chaos; ling. or.: inglese; pagine: 344; anno 2016]
Per una serie di insondabili motivi (in pratica perché non è uscito ancora in edizione economica) ho lisciato il 23° libro di Kay Scarpetta, e leggo invece il successivo. Non so se il “Cuore depravato” del precedente poteva dare delle illuminazioni, ma il testo, la trama e la scrittura della scrittrice americana sta decisamente andando verso un fondo quasi irrecuperabile. In questo di certo aiutata da un redattore di “lanci” editoriale di scarsa comprensione delle dinamiche del giallo. Certo, come mio costume, lo leggo alla fine, ma non mi puoi scrivere una notizia relativa alla morte principale del giallo che nel testo uscirà solo verso pagina 200! In questo non so se poi molto dipende dalla dilatazione della scrittura dell’autrice, che si sofferma su tante parole e fatti forse utili ad una descrizione del mondo, ma non a dare velocità ed interesse al romanzo stesso. Come spesso nelle ultime uscite, poi, tutto il “dramma” (inteso nel senso americano di intreccio di situazioni) si svolge in circa dodici ore o poco più. E queste ore occupano 327 delle 344 pagine totali… Infatti, il “dramma” in quanto tale si occupa della inspiegabile morte di una signorina che sta attraversando in bicicletta un parco cittadino nell’area del complesso universitario. Questo si innesta in tutto il contesto della vita di Kay, di suo marito Benton e di tutte le persone che gravitano intorno. L’elemento unificante dell’entourage di Kay è una sua presentazione che deve avvenire da lì a poco. Per sentirla si sposta la non amata sorella Dorothy, il cui aereo però ritarda. Così che a prenderla all’aeroporto andranno Janet, la compagna della figlia di Dorothy (ma allevata da Kay) con il loro figlio adottivo Desi. Dorothy, tuttavia, più che alla conferenza sembra interessata ad uno dei partner lavorativi di Kay che ben conosciamo nelle sue molteplici trasformazioni in questi più di venti libri: Pete Marino. Mentre il marito di Kay, Benton, l’uomo dell’FBI, servirebbe (almeno inizialmente) a calmarne le ansie in vista della conferenza, attraverso una cena (su cui torneremo poi) ed una nottata nell’esclusivo club universitario. La vita di Kay è inoltre turbata da una serie di minacce che le arrivano giornalmente da un non meglio precisato “Tailend Charlie” (nome che nel gergo militare indica un colpo di coda catastrofico per i nemici). Qui abbiamo un gioco verbale che rende poco in italiano (anche se è comprensibile). I messaggi arrivano ogni giorno, nel pomeriggio, alle 6 e 12. Kay ci ricorda che lei è nata il 12 giugno. Data che in americano, usando prima il mese e poi il giorno, si scrive 0612, come l’orario dei messaggi (dove si aggiunge PM). Prima di tornare al racconto un altro inciso: Patricia è nata il 9 giugno. Mentre Kay e Benton stanno a cena, Marino la convoca sulla scena del crimine della biker. Contemporaneamente anche Benton riceve un messaggio. Da qui ci sono una serie di lunghissime ed inutili pagine sui protocolli scientifici per non inquinare le prove, per reperire materiale probante (ma noi che vediamo C.S.I. ci aspettiamo che in pochi minuti venga tutto analizzato, mentre qui ci vogliono ore e soprattutto troppe pagine). Alla fine, Kay si fa persuasa che possa essere stata una scarica elettrica generata da un drone. Nel mentre, arriva sulla scena Benton dicendole che il generale Briggs, mentore di Kay alla prossima conferenza, ha subito una fine analoga, così come una signora una settimana prima. Unendo gli sforzi mentali di Kay, le conoscenze di Benton e le capacità informatiche di Lucy, non possiamo che ritrovarci allo stesso punto: l’artefice di tutto il casino, le morti ed altro, non è che la solita psicopatica Carrie. Che aveva ordito questo piano già da decine di anni. Infiltrandosi nella vita di Nathalie, la sorella di Janet morta da sei anni, facendosi parte in causa (sebbene nascosta ed a lungo poco chiara) nella nascita del piccolo Desi. Le capacità di Lucy riescono a collegare la biker morta con un indirizzo a Londra, dove vive un genio dell’elettricità, che tuttavia ha un fratello incline al male. Ci meravigliamo allora che la cattivissima Carrie abbia coinvolto quest’ultimo nei suoi piani? La fortuna di Kay & friends è che i partner di Carrie hanno sempre qualche punto debole, che i nostri sfruttano nel concitato e convulso finale. Dove sembra avere un termine anche la carriera di Carrie. Ma non si sa mai. Insomma, un testo troppo lungo e privo di elementi nuovi, che riterrei praticamente inutile alla storio-bibliografia dell’autrice. Spero che Kay possa tornare a svettare su scene del crimine più interessanti, che questa storia, così come si sta svolgendo ora, è decisamente poco attraente. Dicevo prima della cena, dove volevo far notare come Kay e Benton ordinano uno chablis, il “Montée de Tonnerre 2009”, che si acquista a circa 200 euro a bottiglia! Eviterei di fare commenti. Un ultimo elemento di studi lo indicherei nell’analisi che Kay fa dell’infanzia di Carrie, bimba già disturbata e rovinata dalle manie religiose della madre. Ricordo solo per inciso che la madre di Patricia fuggì con lei ed i suoi fratelli per rifugiarsi nella comunità del reverendo di fama televisiva Billy Graham. Inoltre, Patricia scrisse una biografia della moglie di Billy, Ruth rompendo per molto tempo con il predicatore. Tutte immagini da contesto che forse chiariscono un poco il testo, ma che non ne risollevano le sorti poco felici di scrittura.
“Einstein: Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.” (161)
Secondo week-end di luglio, ed eccoci allora ad un allegato, molto breve, sugli stranieri.
Mentre anche noi continuiamo come Einstein a fare gli stessi errori, in questi mesi di quarantena, dove si sta più spesso in casa di quanto ci si aspetti, abbiamo doppiato la metà dell’anno, ed un numero alto (anche se non immenso) di letture. Ci attende una complicata seconda metà di luglio. Ma l’affronteremo a muso duro come Bertoli, e soprattutto insieme a tutti voi, amici miei.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

LUGLIO 2020
Vorremmo tutti essere stranieri, che sarebbe come dire che si può tornare a viaggiare…
STRANIERI, ESSERE
Jonathan Safran Foer “Ogni cosa e illuminata”
Se la gente vi chiama straniero, e questo nome non vi sfagiola, e vi fa bruciare la milza che pensino che avete il cervello ripieno di merda solo perché venite da una parte diversa del globo, vi consigliamo di farne un tratto distintivo, come Alex, il non competente narratore di “Ogni cosa è illuminata”. Poi, anche se non siete una molto pregiata persona e non molte ragazze vogliono essere carnali con voi, potete imparare a parlare come lui e almeno sfagiolerete alla gente. Alex assicura al padre, proprietario della Viaggi Tradizione, che è molto fluido in inglese e cosi viene mandato a fare da traduttore e da guida per l’eroe del romanzo, Jonathan Safran Foer (qui intendiamo il personaggio, non l’autore, anche se avete ragione a confonderli dato che condividono molte qualità, tutte assai pregiate); insieme al nonno piagnone di Alex, che una volta era un contadino e ora è ritardato, ovvero in pensione, e a una cagnetta debosciata mentale che si chiama Sammy Davis Junior Junior (che siamo d’accordo non è molto flaccido da pronunciare), vanno in cerca di un piccolo shtetl ucraino che si chiama Trachimbrod sperando di ritrovare la donna che forse aveva salvato il nonno di Jonathan dai nazisti. Quella di Trachimbrod, raccontata da Jonathan in capitoli alternati e interminabili, è una storia elettrica. Ma è la voce di Alex, così fuori dal normale e così memorizzabile - procreata dall’aver studiato sul dizionario dei sinonimi invece che sul dizionario - la cosa che ci sfagiola di più. Vi suggeriamo, se anticipate di essere stranieri in un futuro prossimo o quando sarete meno minuscoli, di andare a spargere un po’ di moneta su un dizionario dei sinonimi o un equivalente (siamo sicure che un libro di cucina o un manuale per auto avrebbero lo stesso effetto) per la lingua in cui non siete completamente fluidi, e non solo illuminerete voi stessi, ma nel frattempo diverrete molto affascinanti e farete una bella «oppressione».

Bugiardino

Ci sarebbero forse volute pagine e pagine di altri scritti per parlare di stranieri ed alterità (penso intensamente al naufragio di Davide Enia, ad esempio). Qui si cerca di fare sorrisi, e di recuperare un libro letto quasi quindici anni fa (e lo potete notare dalla stringatezza del commento). Impresa memorabile e non facile.  
Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata” Guanda 8 euro
[tramato il 3 gennaio 2007]
Il racconto intrecciato tra la ricerca delle radici in una improbabile Ucraina e la storia delle origini di queste radici è interessante. La resa in italiano è impossibile. Credo l’originale americano più “adeguato” (giochi di parole che si perdono, ecc.). Al solito in queste fantasie, il finale poi è un po’ “vagante”. Comunque mi rimangono, anche se staccate dal contesto, alcune frasi che mi hanno colpito.
“Ti sei mai innamorato? - Non credo. Credo che se mi fosse successo lo saprei”.
“Desidero che mi dica cosa tu pensi sia la cosa giusta. So che non è necessario che ci sia una cosa sola giusta. Potrebbero esserci due cose giuste. Potrebbero non esistere cose giuste.”
“Mi chiedo se riesci ad immaginare la mia vita senza di me. - Certo che riesco ad immaginarla, ma non mi piace”.

Conclusioni

Siamo alla “S” e quasi alla fine del libro, e molti aspetti si perdono. Non facile mantenere per 600 pagine la stessa concentrazione. E questo ne è un esempio.


domenica 5 luglio 2020

Donne del Duemila - 05 luglio 2020


[A: 12/07/2017 – I: 17/02/2020 – T: 19/02/2020] - &&& --
[tit. or.: Man Walks into a Room; ling. or.: inglese; pagine: 317; anno 2002]
Una prima parte molto bella e coinvolgente, seguita da altro che fa un po’ decadere giudizi ed attenzione. Di Nicole avevo letto ed apprezzato “La storia dell’amore”, uno dei pochi libri a raggiungere i 5 libri di gradimento. Ora facciamo un passo indietro nel tempo e nel gradimento, con questo che è il suo primo romanzo, parte di una collana di Repubblica dedicata ai libri significativi degli anni Duemila. Ed in effetti, significativo lo è. A parte la storia, su cui torniamo, per le domande che pone sulla memoria e sul ricordo. La storia ci porta a seguire le vicende di Samson Greene, docente universitario di 36 anni, che viene trovato in stato confusionale vicino a Las Vegas. Operato d’urgenza per un tumore benigno al cervello, al risveglio scopre di aver perduto, nell’operazione, tutti i ricordi successivi ai suoi dodici anni. Non ricorda nulla della morte della madre, cui era molto legato. Ma soprattutto non sa di avere una moglie, Anna, e che vivono a New York (lui è docente alla Columbia) e che hanno una intensa storia d’amore. La prima parte, quella che mi è piaciuta molto, ruota intorno al loro rapporto. Anna prova a lavorare sui ricordi di Samson, ma lui non riesce a ricordare neanche il più piccolo gesto. Non riconosce la sua casa, il suo studio all’Università, i suoi docenti. Insomma, tutte le piccole cose che identificano il nostro spazio nel mondo. I suoi ricordi, e sono quelli molto acuti, tanto che spesso vi torna per trovare un senso di sicurezza, si fermano al 1976, poi tabula rasa. Nicole ce lo mostra solo ed insicuro, privato di ogni riferimento a tempi, luoghi, persone, cose. Non ha più un passato, non sa più cosa ha fatto, come è vissuto, come si chiama, chi è e soltanto perché consigliato intraprende un viaggio alla ricerca di chi, di cosa possa aiutarlo a riprendere quanto smarrito, a riconoscersi in un nome, ad avere un’identità. Da questa parte, intima, personale, si passa ad una seconda parte in cui Samson incontra un fantomatico dottor Ray, che sperimenta di instillare in una persona i ricordi, o almeno, un ricordo, di un altro. Quale miglior campo di prova di una persona “senza memoria”. Ma questa parte è lunga e prende poco, se non per le digressioni che si fanno di tanto in tanto proprio sulla memoria e sui ricordi. L’esperimento ha successo, ma il “nuovo” ricordo non porta sollievo a Samson, anzi ne esce spaventato e solo. Scivolando così verso un lungo e dolente finale, in cui si rincontra con Anna, che aveva lasciato proprio per la difficoltà dei due di convivere con i ricordi da una parte sola. Incontro che non porta a nulla, se non ad un nuovo e definitivo abbandono. Lasciamo infine Samson, l’uomo che “entra nella stanza” (come dice il titolo inglese) casualmente vicino all’albero dove aveva disperso le ceneri della madre. Ma, per l’appunto, la storia è un pretesto che dà modo alla scrittrice ed a noi di riflettere su ciò che ci definisce. L’insieme delle cose che abbiamo visto e che ricordiamo, l’insieme dei gesti che abbiamo imparato a praticare durante la nostra vita ci danno il senso di appartenenza alla stessa. Una volta privati, siamo realmente soli come Samson. Ma forse potremmo intraprendere un cammino diverso. Una strada verso nuovi gesti, nuove sensazioni. Non ha senso, come in un computer dove cancelliamo definitivamente delle cose, cercare di rintracciarle. Se, come nel cervello asportato, i ricordi sono “out” per sempre, dovremmo (se ha un senso) partire da lì per tracciare nuovi solchi, per costruire un insieme di ricordi post-operazione. Certo, il buco di 24 anni sarebbe un fardello pesante. Immagino lo straniamento di vedere persone che parlano di noi e delle cose che abbiamo fatto e detto, e non sapere minimamente di cosa stiano parlando. Certo che un’altra freccia all’arco della Krauss è la crisi d’identità dell’era moderna. La spersonalizzazione, già iniziata nel 2002 alla scrittura del testo, ma di sicuro aumentata dopo quasi venti anni di social, di selfie ed altre azioni di sé fuori da sé senza essere sé. La radicalità dell’ipotesi della scrittrice non è quella dello “smemorato di Collegno” che c’è sempre il dubbio che possa recuperare la memoria. Qui non c’è recupero. Samson sceglie una strada, che io non avrei scelto. Ma di certo, ognuno di noi, di fronte a quel bivio, non avrebbe avuto vita facile. Noi siamo i nostri ricordi. E le nostre azioni si fondano sull’elaborazione di tutte le nostre azioni passate. Per cui chi abbiamo intorno le sa decodificare. Altrimenti, bisognerebbe appunto reinventarsi da capo. Ed allora chi saremmo noi? O meglio, ora, qui, con i nostri passi di tanti anni, chi siamo?
“Che ci facevi in India? … Si va in giro per i Ghat di Varanasi, sulle rive del Gange, a vedere le cremazioni. A respirare il profumo del legno di sandalo e l’odore di carne umana bruciata.” (257)
Joyce Carol Oates “L’età di mezzo” Repubblica Duemila 33 euro 9,90
[A: 05/09/2017 – I: 03/03/2020 – T: 08/03/2020] - &&&& --
[tit. or.: Middle Age; ling. or.: inglese; pagine: 665; anno 2001]
Era molto tempo, invero, che non tornavo alla lettura di uno scritto dell’ottantenne quasi canadese. Un romanzo poderoso, nel senso del numero di pagine, anche se un po’ meno nella gestione globale della materia. Libro che parte con una bella idea, ma che, alla fine, ne lascia dei pezzi per strada. Comunque, una bella lettura, senza dubbio. La Oates è una scrittrice di razza, che nella sua lunga carriera credo abbia scritto più di 100 tra romanzi, racconti, saggi e altro. Non si spaventa certo davanti alla pagina, e sa imbrigliare sapientemente la sua scrittura. Qui si sarebbe potuta perdere mille volte, invece segue una sua idea (credo che spesso faccia scritture a tema) e la porta avanti. Decidendo, ed io lettore la odierò fino alla fine per questo, di lasciare giuste zone d’ombra alla narrazione. Certo, io avrei preferito fosse tutto chiaro, tutto detto, tutto spiegato. Ma in fondo, la scelta stilistica va rispettata, ed ha un senso, che il motore del libro e dell’azione giustamente rimane con delle oscurità, su cui magari torniamo alla fine. Credo, come altri hanno suggerito più adusi di me alle lettere, che l’idea di fondo sia la ricerca di una identità delle persone. Identità che avevano nella giovinezza (l’età dell’innocenza) e che ora non riescono più a trovare, ora che sono nell’età di mezzo. Il fulcro della storia si svolge in una tipica cittadina di quasi provincia, ad un tiro di treno da Manhattan (dove i più facoltosi ed impegnati vanno a lavorare), ed abitata da gente mediamente cinquantenne, mediamente ricca e mediamente senza problemi economici. La zeppa in questo mondo viene messa dalla presenza di Adam Berendt, un misterioso scultore, misteriosamente ed occultamente facoltoso, che non si adegua all’immagine piatta dell’America ricca, e che non perde occasione per stimolare socraticamente le persone cui viene in contatto. Facendo innamorare tutte le donne della città, senza però concedersi ad alcuna. L’elemento scatenante è la sua assurda morte: in barca, si getta nell’Hudson per salvare dei bambini che stanno per annegare, li salva, ma viene stroncato da un infarto. La presenza della sua assenza scatena un putiferio di sensazioni in tutte le persone che lo conoscevano (o almeno credevano di conoscerlo). C’è la giovane (quarantenne) Marina, libraia, unica cui forse si volgeva dell’affetto da parte di Adam, che aveva ricevuto in dono una proprietà da lui, ma che non erano andati mai al di là della forma. Marina, esecutrice testamentaria, scopre che Adam è decisamente ricco, decisamente disinteressato al denaro, e nelle sue carte scopre lettere d’amore di tutte le signore locali. Decide di fuggire nella proprietà suddetta, fa un lungo viaggio tra le non finite sculture di Adam, per trovare alla fine la sua vena di scultrice, realizza opere nuove e “vendibili” (come dice un esperto d’arte) per tornare infine a Salthill-on-Hudson e riprendere una possibile storia d’amore con Roger. Roger era, forse, l’unico amico maschile di Adam, suo avvocato, divorziato, attratto dalle donne ma da queste sempre respinto. Ha una figlia lontana, da cui lui stesso si allontanerà, che lo chiama, nella bella traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, “caropapimorto”, difficile resa dell’allitterazione inglese “DearDaddyDead”. Spinto dal ricordo della supposta rettitudine di Adam, decide di dedicare parte del suo tempo di avvocato a cause perse, come il togliere dal braccio della morte un detenuto ingiustamente accusato. In questo lavoro conosce la para legale Naomi, femminista dura e pura. Con la quale finalmente fa sesso a gonfie vele, fino a farla rimanere incinta, ed a ritrovarsi con il piccolo Adam quando Naomi decide di andare per la sua strada. Ed è con Adam e la sua nuova sensibilità che riconquisterà Marina. E poi ci sono le donne di mezza età, quelle che si credono innamorate di lui: Abigail, Camilla, e Augusta. La prima è la “mamma”, divorziata, con figlio che lei ossessiona tanto che, anche per altri motivi che non indaghiamo, si allontanerà da lei. Bella, tutta la vogliono (o lei vuole tutti), ma anche lei, con nella mente le parole di Adam, cercherà di vedersi dentro, e troverà il modo di riversare il suo amore su qualche nuova figlia. Camilla ha appena adottato Apollo (cioè Apollodoro) il cane di Adam, che il marito la lascia per una massaggiatrice arrivista e senza scrupoli. Che lo straccerà dentro. Mentre Camilla continuerà ad adottare cani, trovando la sua via nel riversare il suo amore per le quattro zampe. Tanto che ne avrà un ritorno positivo sia dal testamento di un’amante dei cani, sia nel prospettivo futuro familiare. Infine, Augusta, l’unica che si pone la domanda di chi sia o sia stato realmente Adam. Tanto che lascia la casa e va per il territorio al fine di rispondere a questa domanda. Ne troverà delle tracce, per poi tornare a casa e trovare una nuova serenità con il marito che, nel frattempo aveva messo in pratica alcune direttive di Adam. Il bello dell’idea dell’autrice è usare Adam come cartina di tornasole, farlo un po’ il motore di tutta la vicenda. Ma da morto. Come se il suo messaggio socratico sia finalmente giunto ai personaggi di mezz’età di Salthill-on-Hudson. Certo, benché insieme ad altri discorsi più ortodossi (con la mia idea di vita) il quasi ottimismo che pervade parte del libro non mi vede convinto. Sono contento, personalmente, che molte delle persone che mi sono simpatica abbiano un buon svolgimento della loro vita. Per tornare ad un ultimo punto che ho menzionato all’inizio, quello che sceglie l’autrice è di lasciare in ombra alcune parti della vita di Adam. Forse è giusto, ma alla fine, dopo aver chiuso il libro, io mi continuo a chiedere: ma chi era questo Adam? Come ha fatto ad accumulare tanti soldi e tanto carisma, visto che, per quello che sappiamo, fino ai 19 anni era una persona normale ed anche poco riflessiva. Forse Adam è solo una scintilla, ma la mia voglia di sapere tutto rimane un po’ delusa. Mitigata solo dalla, comunque, bellezza del libro e dal coinvolgimento della scrittura.
“Di tutte le frasi del passato le più dolorose sono quelle scritte nella speranza di farsi amare.” (88)
“Vivere. Diamo per scontato che gli altri siano in grado di farlo meglio … Se l’ha detto Adam, allora è un’osservazione profonda. Se sono stata io … allora è l’ennesima stronzata di una deficiente infelice.” (463)
Dorothy West “Le nozze” Repubblica Duemila 14 euro 9,90
[A: 09/04/2018 – I: 17/03/2020 – T: 19/03/2020] - &&&&
[tit. or.: The Wedding; ling. or.: inglese; pagine: 219; anno 1995]
Molto bello ed intenso, una luce interna in un mondo che non è mai stato facile descrivere. Una donna di colore che scrive delle persone di colore ma che hanno successo e soldi. Un libro uscito quasi per i novanta anni della scrittrice, ma credo abbia avuta una genesi precedente. Non a caso, credo, sia anche ambientato in un anno fondamentale nella storia dell’umanità: il 1953 (fondamentale in quanto anno della mia nascita). La nostra Dorothy, invece, nasce agli albori del secolo scorso, e dai venti anni in poi, si trasferisce ad Harlem, New York, diventando uno dei motori di quella che fu chiamata “Harlem Renaissance”, un insieme di scrittori, poeti, sociologi ed intellettuali e aristocratici vari, si adoperano per approfondire l'esperienza storica degli afroamericani, nonché la vita dei neri dell'epoca nelle grandi città degli Stati Uniti settentrionali. Questa opera, tarda come detto nell’uscita, è in effetti, un tipico esempio di questa espressione artistica. Con uno sguardo lieve, e solcando decenni di storia, la brava scrittrice bostoniana ci fa seguire le vicende della famiglia Coles, un coacervo di razze e di personalità. Dal lato materno, il lato Shelby, c’è tutta una scia di bianchi, schiavisti del Sud, dove rimane ancora in vita l’ava Katherine, che aveva visto crollare il mondo sudista, ed assistito alla trasformazione del mondo. Aveva visto impoverirsi la propria parte di mondo, ed aveva accettato, obtorto collo, il matrimonio tra la sua Josephine ed il nero Hannibal, nero che studia, si laurea, diventa professore e poi preside di una sede di studi (nel sempre complicato mondo studentesco americano). La loro figlia Corinne, meticcia come si direbbe ora, è molto “bianca”, e molto determinata anche lei a “crescere” socialmente. Tanto che, con i buoni uffici (o le coercizioni) di Katherine riesce ad accalappiare (questo è proprio il termine) il dottor Clarke Coles. Lui sì di una schiera di neri doc. Ad un certo punto, Dorothy ce ne fa seguire la genesi, dal capostipite, lo schiavo liberato chiamato “il Predicatore”, che esce dalla sua condizione subalterna con la forza sua e della Bibbia. Forza che trasfonde nel figlio Isaac, che diventerà medico, e che Isaac infonde nel figlio Clarke. Ma chi fonda l’impero Coles è l’attenta moglie di Isaac, che tra speculazioni edilizie ed altre storie finanziarie riesce a mettere insieme un notevole patrimonio. Tanto che i Coles si possono permettere di comperare la residenza detta “l’Ovale” nell’isola di Martha’s Vineyard, uno dei buoni rifugi dei bostoniani. Lì è sepolto John Belushi, lì avviene il mortale incidente aereo di JFK jr, nonché sede estiva della famiglia Clinton. Insomma, l’Ovale è un bel segno di arrivo per una famiglia aristocratica, soprattutto di colore. Il matrimonio tra il nero-nero Clarke e la nero-bianca Corinne è però ben sbilanciato, che Corinne cerca altri colori per il suo letto, e Clarke trova per lungo tempo consolazione con la sua infermiera Rachel. I due hanno due belle figlie: Liz e Shelby. La prima si ribella, fugge per sposare il molto scuro Lincoln, dottore, ma di famiglia povera. Ma poi si riappacifica con la super antipatica madre Corinne, mentre non ci sarà mai pace tra Corinne e Lincoln. Che per l’appunto non viene all’evento intorno al quale ruota lo scritto. Il matrimonio tra la secondogenita Shelby Coles ed il pianista jazz Meade, bianco. Quando finalmente capiamo, tra tutte le parole in scioltezza di Dorothy, che questo è il fulcro del romanzo, tutto lo scritto acquista tutta una luce diversa. All’inizio, in fatti, il modo di agire delle persone che vengono man mano introdotte si adatta a qualsiasi colore di pelle. Ma questo è il punctum dolens. Che viene sollecitato esternamente da Lute e dalla sua famiglia. Questi è un arrivista nero, con tre figlie avute da tre diversi matrimoni. L’ultimo, in odore di crisi, con una ragazza che più bianca non si può. Il modo di vivere di Lute è quello di sedurre donne a raffica, metterle incinta, sposarle, e dopo poco stufarsi e passare ad altre donne. Con il problema, descritto magistralmente dalla scrittrice, delle povere figlie che non hanno un centro affettivo stabile. E che forse lo trovano solo lì, nell’isola, tra le varie mamme affettivamente solide della società bostoniana. Ma Lute ha adocchiato Shelby, e passa tutta l’estate a cercare di conquistarla. Lei sembra cedere, ponendosi dubbi sul suo affetto verso il bianco Meade (che tra l’altro non vediamo mai comparire, quasi che West non riuscisse a descrivere i comportamenti di un bianco-bianco in questo coacervo di attività multirazziali). Fino a che, un evento che non descrivo, mette Shelby davanti alla vera natura di Lute. Facendole, e facendoci, capire che non è la razza o la classe sociale, ma il buon carattere ed il cuore, quello che rendono uomo un essere umano. Scusate il bisticcio di parole, ma non riesco a renderlo meglio. Ma questo suggella in bellezza uno scritto decisamente positivo ed interessante.
“Era una brutta cosa avere un corpo da bambola di pezza e una mente integra che faceva così fatica a controllarlo.” (36)
Shifra Horn “Quattro madri” Repubblica Duemila 44 euro 9,90
[A: 20/11/2017 – I: 09/05/2020 – T: 11/05/2020] - &&&+
[titolo: Arba Imahot - ארבע אמהות; lingua: ebraico; pagine: 379; anno: 1996]
Pur cercando spesso di documentarmi meglio sulle letterature non europee, devo dire che non conoscevo questa scrittrice israeliana, dalla penna interessante, seppur non molto prolifica. Nonostante si stia avvicinando a grandi passi alla settantina, ha pubblicato solo 5 romanzi e 4 saggi. Quest’ultimi poi, spiegandoci le sue grandi permanenze all’estero (in Giappone ed i Nuova Zelanda) al servizio della diffusione ebrea nel mondo, ci danno forse la cifra per capire la poca estensione romanzesca. Che, al contrario, in questo romanzo d’esordio di venticinque anni fa, si dispiega con molta intensità, ed anche con qualche perplessità. Intanto è un romanzo che si spande su di un lungo lasso di tempo, che va dall’infanzia di Mazal, sino al suo matrimonio a 13 anni, ed alla nascita di Sarah, poi la nascita della figlia di Sarah, Pnina Mazal, poi la nascita della figlia di questa, Gheula, fino alla nascita della narratrice nel 1948 ed a quando partorirà il figlio maschio. Che interromperà una lunga catena non direi di disgrazie, ma di avvenimenti singolari. In particolare, il fatto che dopo la nascita di una figlia, il marito e/o compagno delle madri si allontana. Sparisce, muore, non si fa più vedere. Tanto che le donne cresceranno da sole le altre donne del clan. Intanto farei un piccolo inciso, che in ebraico (come anche in arabo) più che per le onomastiche occidentali, i nomi hanno un preciso significato. Così, Mazal significa “fortuna”, Sarah significa “regnante”, Pnina significa “perla”, Gheula significa “salvezza” e Amal si usa quando si iniziano le storie, tipo “c’era una volta…”. Ed infatti è Amal che narra il suo clan, volteggiando nel tempo e poco nello spazio. Che tutta la storia è bene o male incentrata a Gerusalemme, città magica ed a me cara come non poche. Diciamo che, riprendendo la marca temporale, la vicenda si svolge in meno di 100 anni. La capostipite Mazal, come detto sposata a tredici anni, in un matrimonio sciagurato che darà il via agli eventi. Ma la figura più interna è Sarah, sposatasi con forse un fratellastro senza saperlo, da cui prima nascerà il ritardato Isacco, e poi la perla fortunata. Ma Sarah è il perno perché farà sempre scelte sue, sorretta da una bellezza senza pari. Aprirà commerci, venderà, coltiverà rose profumate, sino a diventare un’icona nel quartiere, visitata da tutte le donne che hanno bisogno di qualcosa: sostegno, conforto, incitamento. Tanto rispettata, che anche Amal, la bis-nipote, quando le vuole parlare, farà la fila. Sarah che, dopo tanti approcci sentimentali sfortunati, approderà, nella maturità della vita ad un sereno vivere, lontani seppur vicini, con l’inglese Edward. Che per lei divorzia, e lascia partire la famiglia, rimanendo a vivere in una Gerusalemme sempre più tormentata da contrasti e guerre. Perché mentre il nostro clan avanza, matura anche l’esterno. La prima e poi la Seconda guerra mondiale. La dichiarazione Balfour (che spero conosciate), ma anche Sir Alan Gordon Cunningham ultimo commissario prima dell’indipendenza del 1948. A dispetto del ritardato Isacco, la figlia ha il dono di capire tutte le lingue, così che non ci sorprenderà finirà a fare l’interprete. Pnina Mazal che dà alla luce Gheula dai capelli rossi. Saranno i capelli, sarà il momento, Gheula è quella che più si impegna nella politica. Dato che nessuno la può controllare, Gheula viene data a balia ad un’araba, e diventerà sorella di latte di Mohammad. Sarà anche per questo, ma si intravede la sua vita avventurosa. Un bel tocco è quando, per sfuggire ai servizi segreti, visto che propugna uno stato unito di arabi ed ebrei, si rifugia in una casa a Mea Shearim, il quartiere più ortodosso di tutta Gerusalemme. Tra una scomparsa e l’altra, allo scoccare della terribile guerra di secessione, la ribelle dai capelli rossi partorisce Amal. Che per tutta la vita cercherà di capire dove finiscano i maschi del suo clan. Ha comunque il merito di scrivere queste memorie così che possiamo gioire del loro universo femminile. Sarà la stessa Amal che tirerà fuori la teoria dello stambecco: il maschio stambecco mette in cinta una femmina, poi va via per metterne incinta altre; tanto sono le donne stambecco che cresceranno i piccoli. Comunque, come detto, Amal partorirà un maschio. E finalmente, Sarah la centenaria, che ha visto morire anche Edward, avrà pace. Si sente un certo che di datato nella narrazione di Shifra. Ma è comunque una lettura che pone due problemi irrisolti: la gestione del mondo tutta al femminile e la gestione della convivenza tra arabi ed ebrei. Problemi posti, e non risolti, sia perché scritti nel secolo scorso, sia perché difficilmente si riuscirà a risolverli. È un romanzo che in ogni caso, portandomi in un Israele che amo, mi è piaciuto leggere e seguire nel suo meandrico svolgimento. Non è completamente risolto in tutte le sue fasi, ma ho gradito molto girare le pagine, ed immergermi in quella atmosfera. Chicca finale: Amal, per uscire da una crisi amorosa, si ritira per qualche settimana a Koh Samui, isola tailandese dove anch’io stetti a suo tempo a crogiolarmi al sole ed alla birra!
Inizia il (caldo) mese di luglio, e noi riandiamo al secondo mese di quarantena, meno intenso come numero di libri, ma cresciuto nelle pagine. Un mese illuminato da uno splendido ricordo asiatico di Terzani e dalla funambolica scrittura del compianto Bolaño. In mezzo a tante letture di media piacevolezza, in fondo alla scala scendono una prova spagnolo guatemalteca da ricordare solo quando mi riporta con la mente ad Antigua sentimentale spagnola giustamente dimenticabile ed un titolo di Breat Easton Ellis di cui, dopo questo romanzo, non capisco ancora la fama.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Maurizio De Giovanni
Nozze per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi
s.p.
3
2
Tiziano Terzani
In Asia
TEA
5
4
3
Roberto Costantini
La moglie perfetta
Repubblica Noirissimo
7,90
2
4
Anabella Giracca
Demasiados secretos
Punto de lectura
15
1
5
Ian Manook
Yeruldelgger. Morte nella steppa
Repubblica Noirissimo
7,90
3
6
Andrea Camilleri
Il re di Girgenti
Sellerio
s.p.
2
7
Elmore Leonard
Raylan
Repubblica Noirissimo
7,90
2
8
Elias Canetti
Auto da fé
Adelphi
15
2
9
Petros Markaris
Titoli di coda
Repubblica Noirissimo
7,90
3
10
Roberto Bolaño
Detective selvaggi
Adelphi
s.p.
4
11
Volker Klupfel & Michael Kobr
Spiccioli per il latte
Repubblica Noirissimo
7,90
3
12
Ilaria Gaspari
Lezioni di felicità
Repubblica FilosofiaViva
9,90
3
13
Anita Nair
L’ira degli innocenti
Repubblica Noirissimo
7,90
2
14
Breat Easton Ellis
Lunar Park
Repubblica Duemila
9,90
1
15
Carlo Parri
Cardosa e il codice Modigliani
Mondadori
5,90
3
16
J. R. Moehringer
Il bar delle grandi speranze
Repubblica Duemila
9,90
3

E già libri da leggere, come questi ed altri. Come tanti che ci circondano e che ogni volta mi fanno ripensare a Troisi ed alla sua stupenda battuta (“Voi siete in tanti a scrivere ed io sono uno solo a leggere!”). ma anche se non leggiamo tutto (e se qualche volta ci perdiamo novità forse interessanti), continuiamo nella nostra opera di diffusione. I ritorni che ne ricavo sono i rinforzi di impalcature che a volte barcollano. Ma come diceva il mio amico Alberto, anche se altrove ripreso, “barcollo ma non mollo”.