domenica 7 novembre 2021

Ultimi newyorchesi - 07 novembre 2021

L’inizio è faticosamente in salita, con due autori, Lish e Aciman, che non mi hanno convinto (ed il secondo ancor meno del primo). Poi si risale a buoni livelli, sia con un autoctono, Brian Morton, sia con l’impareggiabile (ed impronunciabile) immigrato Gary Shteyngart (di cui svevo letto e goduto nella sua storia supertriste). Finisce così la buona collana dedicata alla Grande Mela, che nel complesso delle sue 16 letture si è meritato un globale 2 e ¾ andando dai poco felici Aciman (in questa trama) e DeLillo (prima lettura della collana) fino al da me (e non solo da me) sempre amato Paul Auster. N.B. tutte le trame le ho pubblicate quest’anno.

Atticus Lish “Preparativi per la prossima vita” Repubblica New York 14 euro 9,90

[A: 19/11/2018 – I: 17/04/2021 – T: 21/04/2021] - && -

[tit. or.: Preparation for the Next Life; ling. or.: inglese; pagine: 521; anno 2014]

Lish, ora cinquantenne, è personaggio poliedrico, abbastanza segnato dall’avere un padre, Gordon, grande editore e scopritore di talenti come Richard Ford e Raymond Carver. Ad ora, per quanto io ne sappia, è autore di un solo libro, questo, che ha momenti e idee interessanti, ma tuttavia anche lungaggini ed involuzioni non sempre gradevoli.

La prima cosa che mi ha colpito, comunque, è il nome dell’autore, che mi ha rimandato all’unico altro “Atticus” a me noto, il mitico avvocato antirazzista Atticus Finch, protagonista de “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Ma forse questo sarebbe materia di altre indagini. Noi restiamo sul presente Atticus, a volte scapestrato in gioventù, inizialmente poco motivato agli studi, volontario nei marines. Poi, congedatosi, a 23 anni sposa Beth, un insegnante di origine coreana, riprende a studiare, si laurea in matematica con una tesi sul teorema di Ascoli-Arzelà (non penso ne vogliate sapere, ma se volete…), e sotto la spinta comincia a scrivere. I due vanno in Cina come insegnanti di inglese per un anno, poi, nel 2008, tornato a Brooklyn, si dedica a questo librone che lo terrà occupato per cinque anni.

Personalmente, la mia lettura è cominciata con un disguido. A lungo ho letto male il titolo, cambiandolo in “Preparatevi per la prossima vita”. Mi sembrava una strana esortazione, anche non troppo in linea con quanto stavo leggendo. Mi aspettavo sempre uno scatto morale, per passare alla “Next Life”. Capito l’errore, ho seguito anche meglio la trama, capito che era una specie di giudizio sugli avvenimenti descritti, dove i personaggi (che in fondo sono due e mezzo) cercheranno di arrivare ad una vita diversa.

C’è anche molta New York nel testo, anche se molto decentrata. Cioè non la New York di Manhattan, ma quella di Flushing nel Queens. Di certo uno dei quartieri più antichi della città, anche se non dei più frequentemente visitati. Noto, forse, solo per il torneo di tennis e per le partite di baseball.

I due personaggi principali sono Zou Lei immigrata clandestina della provincia cinese dello Xinjiang, figlia di madre uigura (etnia ora molto in voga per gli stermini a cui è sottoposta in Cina) e padre Han, e Brad Skinner un veterano della guerra in Iraq.

Zou Lei fa molti lavori saltuari, sempre all’ombra dell’immigrazione cinese. Ma è sempre in contrasto con i cinesi doc, venendole rimproverata la sua origine uigura (per i non addetti è un’etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord della Cina, incuneata tra Mongolia, Kazakistan, Uzbekistan e Afghanistan). Brad, tronato dall’Iraq, soffre di sintomi fortissimi da disturbo post-traumatico (ed ogni tanto Atticus ce ne fa rivivere gli incubi attraverso i sogni di guerra, e la morte degli amici di Brad).

I due si incontrano, si piacciono, si capiscono pur negli alti e bassi delle rispettive vite. Per i problemi di sopravvivenza di Zou Lei, e per la dipendenza dall’alcool di Brad. Danno comunque vita ad una bella, seppur poco sentimentale, storia d’amore. Brad ha bisogno di Zou Lei per non cadere nel baratro, Zou Lei ha bisogno di Brad per cercare di uscire dall’oscurità di una vita sommersa.

Il terzo incomodo, il mezzo di cui sopra, è Jimmy, figlio dei Murphys presso cui abitano Brad e Zou. Jimmy è stato in prigione, è un suprematista bianco che incolpa gli immigrati cinesi della decadenza di New York. Drogato e violento, uccide una massaggiatrice cinese, anche se solo Brad ne viene a conoscenza.

Quando Zou Lei si allontana (sperando in un aiuto nella comunità mussulmana lontano da New York), Brad pensa che sia stato Jimmy a farle del male, e, fuori dalla grazia di Dio, prima lo uccide, poi si uccide. Zou, tornando a casa, trova il corpo di Brad, raccoglie soldi e cose, e si allontana, per affrontare la nuova vita cui si sta preparando da cinquecento pagine.

Ci sono passaggi che non sono chiari (almeno a me), come la visita di Zou in moschea, ed alcuni atteggiamenti di Jimmy. C’è questa scrittura che fluisce sulla pagina, ma non nella mente di chi legge. Ci sono questioni che si pongono e rimangono là: i reduci, gli immigrati, le tensioni infra-cinesi dei senza passaporto, e via discorrendo. Insomma, molte buone intenzioni, una storia interessante, una New York non “turistica”, ma mi aspettavo qualcosa in più.

André Aciman “Notti bianche” Repubblica New York 17 euro 9,90

[A: 25/11/2018 – I: 08/05/2021 – T: 11/05/2021] - & -

[tit. or.: Eight White Nights; ling. or.: inglese; pagine: 461; anno 2010]

Se questo è un esempio “classico” della scrittura di Aciman, sono ben contento di non aver letto “Chiamami con il tuo nome”, così come sono contento di poter dire tutto il non bene che penso di questa scrittura. Lunga e noiosa.

Intanto, cominciamo dal titolo italiano. Dove non si capisce perché nella traduzione sparisca il qualificativo “Otto”. Perché se abbiamo le notti bianche (e vediamo in che senso), e se con un volo neanche troppo pindarico ci rimandano a quelle di Dostoevskij, il fatto che siamo otto è significativo. Prima di tutto per non confondere i libri, e secondariamente perché per il grande russo bastavano quattro notti. Ma anche l’intento dell’autore è “perverso”, che lì erano le notti invernali di San Pietroburgo, laddove il sole non tramonta. Qui, in questa New York un po’ falsa ed un po’ da inventare, parliamo delle notti che vanno da Natale a Capodanno, bianche di neve. Una neve che copre la città, ed i suoi parchi. Forse unica cosa decente del libro (oltre alla frase che riporto).

Facciamo un piccolo passo indietro: Aciman è un settantino, di origine ebrea sefardita, nato in Egitto, emigrato con la famiglia prima a Roma, poi in America; laureato in Letteratura e grande esperto di Proust. Sapendo tutto ciò, non meraviglia quindi questo libro che fluisce come un lungo flusso di coscienza, in soggettiva dell’io narrante (di cui non sappiamo il nome), e che attraversa le otto notti (ma ci sono anche dei giorni oltre le notti) prendendosi e lasciandosi con una bella signorina di nome Clara. Un'altra cosa bella è quell’iterarsi che in inglese viene meglio “I am Clara”. Una forza propositiva che l’italiano “Sono Clara” non riesce a rendere.

E non ci si stupisce anche, dato il retroterra di Aciman, che lo scritto si infarcito di dotti riferimenti. Ovvio, e già citato, il riferimento traslato al romanzo di Dostoevskij. Ma poi, ecco, fin dall’inizio, le grandi feste glamour che rimandano a “Il grande Gatsby”. Ecco le citazioni di Leopardi. Le visite periodiche al cineclub di essai per seguire una retrospettiva dei fil di Rohmer, con grande spazio a due capolavori del grande francese: “La mia notte con Maud” e “Il raggio verde”. Aspettando che vengano proiettati, dopo la fine del romanzo, altri film, di Buñuel, di Resnais, di Fellini. Non manca la musica. Così che da CD, da pianoforte, anche da nastri consunti, sentiamo uscire dalle pagine Beethoven, Handel e Mozart. Ma soprattutto Bach e le trasposizioni pianistiche fatte da Alexander Ziloti (anche se Aciman lo cita con il nome inglese Siloti, e non ne ricorda l’opera maggiore, cioè la divulgazione di Liszt, nonché la sua gigantesca performance nel 1930 a 67 anni, quando eseguì tutti i concerti del grande ungherese sotto la direzione di Arturo Toscanini).

Tornando brevemente, che solo così se ne può parlare, il volumone è la lunga introspezione dell’io narrante che la prima notte conosce Clara, impiega pagine e pagine per descriverci il suo innamoramento, forse anche quello di Clara, per parlarci di come si prendano, si lascino, vanno vicino a consumare senza farlo, poi si perdano, poi alla fine forse, o forse no, torneranno a ritrovarsi. Ma in fondo ad Aciman questo interessa meno che non seguire le elucubrazioni mentali dei due, i loro giochi verbali e corporei, per dilatare sulla pagina l’esperienza non comunicabile della memoria e dei suoi ghirigori. Ci mostra, talmente a lungo che diventa insopportabile, l’abisso che si scava tra fantasia e realtà, in particolare quando due persone non si dicono mai le cose “faccia a faccia”.

Ti piace? Diglielo! O almeno chiediglielo, che vagare per quasi cinquecento pagine senza risposte è una sofferenza per i protagonisti e per noi lettori. C’è tutto il desiderio del mondo nelle loro avventure, ma un desiderio che rimane sulla soglia dell’espressione. Insopportabile.

Le cose migliori, in fondo, vengono quando si stacca dalle sparate oggettive e soggettive, per narrare piccoli fatti, quelli degni di rimanere nella memoria. Il ricordo del padre, il tè nella tavola calda, la visita agli stupendi Max e Margo, di cui ammiriamo la solare anzianità.

E New York, cui sarebbe dedicata la collana? Autobus, passeggiate tra la 105 e la 107 West, con lunghe soste nel bellissimo e piccolissimo Strauss Park, un accenno di Broadway, e poco MoMa. Veramente poco per fare un romanzo newyorchese. Anzi, veramente poco per farne un romanzo. Soprattutto un romanzo leggibile.

“La cosa peggiore di morire è sapere che ti dimenticherai di aver vissuto e amato. Si vive una settantina d’anni o giù di lì, e poi si muore per sempre.” (128)

Brian Morton “Florence Gordon” Repubblica New York 11 euro 9,90

[A: 21/01/2019 – I: 12/05/2021 – T: 14/05/2021] - &&& --  

[tit. or.: Florence Gordon; ling. or.: inglese; pagine: 331; anno 2014]

Ecco un nuovo libro che parla di New York, che un po’ la attraversa come se stessimo sentendo Woody Allen che racconta cose (un po’ come nel suo ultimo film, quante, ma quante parole). E la conoscenza con il quasi settantino Brian Morton, insegnante di letteratura ed autori, in tutta la sua carriera, di cinque libri. Di cui questo è l’ultimo.

Sebbene due suoi libri siano stati poi trasformati in film, Morton non ha una grande fama fuori dai confini nazionali (ed anche in quelli, sino ad un certo punto). Si vede che sa di letteratura, perché sa tornire le frasi, sa metterci nell’attesa degli avvenimenti, e soprattutto, cosa che a me fa sempre piacere segue il tempo che scorre. Anticipa poco, forse neanche l’essenziale. E noi siamo lì, a veder succedere le cose, insieme a chi le cose le sta facendo.

Un elemento non facile nella narrazione, è che la maggior parte degli elementi salienti sono figure di donne, quasi fosse un libro di donne per le donne. Peccato che sia scritto, anche in modo sapiente, da un uomo. Fatto salvo questo elemento che crea, a me, delle difficoltà, laddove non riesco ad ipotizzare che si riesca a riprodurre il sentimento di un sesso diverso. E quindi, facendomi pensare che poi, Morton, intenda più che altro usare archetipi, si può passare a percorrere linee di trama e di pensiero. Anche se, forse, poca trama.

La figura centrale è Florence Gordon, settantacinque anni, vive a Manhattan, sola (ha sapientemente lasciato il marito Saul), è stata una figura storica del femminismo, e continua a fare la scrittrice. Morton la dipinge come una persona schietta, talmente coerente con questa sua posizione da risultare tagliente, a tratti antipatica. O forse, semplicemente, molto simpatica, che noi si vorrebbe a volte essere così diretti. Di certo una rompiscatole, che ama mettere gli altri in difficoltà (magari mettendoli di fronte alle proprie incongruenze), che non capisce come la gente possa vivere lontano da New York.

Per catalizzare gli avvenimenti Morton decide di immettere due zeppe nella vita di Florence: un articolo del New York Times che la definisce “patrimonio nazionale” e la convergenza su Manhattan della sua famiglia. Certo, c’era già l’ex-marito, lo scrittore fallito Saul, un donnaiolo di bassa lega, capace solo di chiamarla solo per chiederle favori. E poi arrivano su figlio Daniel, che, schiacciato dal mondo letterario dei genitori, decise di cambiare rotta, e di fare il poliziotto, e da Seattle dove vive viene a New York per seguire la moglie, Janine, psicologa con una borsa di studio di un anno alla Columbia University, dove comincia un flirt con il suo nuovo capo. Ed Emily, anche lei in città per studiare, amante della lettura e della scrittura (in questo sulle orme della nonna), imbarcata in una complicata storia d’amore con un suo ex-compagno di liceo.

Ognuno di loro con i propri problemi: Janine che adora Florence ma ne ha paura e fa finta di esserle indifferente, o Daniel che, fatte le sue scelte quasi per caso, non sembra riuscire a fare né il padre, né il marito e forse neanche il figlio. L’unica è Emily che, giovane e coerente con sé stessa, è l’unica che penetra nella corazza di Florence, senza però cedere alla tenerezza. Bella è la scena della manifestazione femminista cui partecipano nonna e nipote.

La sensazione straniante è che, benché piena di persone e di momenti corali, tutti i protagonisti sembrano vivere monadi isolate. Quasi si abbia paura di parlare, di esternare i propri sentimenti. Un libro che fa riflettere sul fatto che i rapporti con gli altri non seguono regole precise. Che il fatto di avere un’etichetta (genitore, figlio, amante, marito) di per sé non vuole dire nulla. Perché, ad esempio, l’affetto, la confidenza sono sentimenti che devono essere costruiti e coltivati a prescindere. Ti voglio bene perché tu sei tu, non perché hai un ruolo nella mia vita.

E quindi, con una cattiveria alla Florence, non vi dico null’altro sulla trama, sui perché del suo svolgimento, e dei punti vari che affronta (oltre il modo vago cui ne ho accennato). Non si riesce ad immedesimarsi con nessuno dei personaggi, eppure è interessante vedere il microcosmo costruito da Morton e la sua evoluzione. Perché pone domande, cui bisogna riflettere.

Ribadendo la mia personale difficoltà nel vedere immedesimazioni spinte in personaggi al femminile, e sottolineandone a volte una troppa cerebralità, è un libro che consiglio di leggere. Anche per cui passaggi sull’età che sotto riporto. Impagabili.

“Accettava la vecchiaia, ma si sentiva comunque fondamentalmente giovane.” (9)

Gary Shteyngart “Mi chiamavano piccolo fallimento” Repubblica New York 18 euro 9,90

[A: 01/12/2018 – I: 08/06/2021 – T: 11/06/2021] - &&& ---

[tit. or.: Little Failure. A Memoir; ling. or.: inglese; pagine: 412; anno 2014]

Avevo letto il precedente libro di Gary (non mette il cognome, troppo complicato e troppe volte ho sbagliato a scriverlo), trovandolo interessante e con qualche spunto coinvolgente. Ora questo “Memoir” esce quattro anni dopo, e seppur migliorando alcuni modi espressivi che ci riportano all’ironia di fondo del personaggio, il risultato complessivo è tuttavia in minore.

Tra l’altro, venne pubblicato da Repubblica nella collana su New York, e devo dire che, a parte il fatto che i protagonisti vivono nel Queens, e che Gary studia prima a New York (dato che poi si laureerà a Oberlin, su cui torno), non è che la città si presente ovunque.

Quello che è presente è “Igor Semyonovich Shteyngart” il nostro eroe, con questa autobiografia (vera? Inventata? Ma è forse importante?), che ci porta all’infanzia russa alla maturità americana, fino allo sbocciare attraverso la satira e l’ironia. A volte un po’ troppo compiaciuta, quasi autocitantesi. A volte, come dice il libraio di Padova in una recensione su Internet, un po’ troppo alla “Woody Allen” (anche se alla fine chioserei anch’io con questa sequenza da piano americano: “Gary Shteyngart seduto su una panchina ha appena finito di leggere questa recensione. Primo piano. Esclama: «Woody Allen? Chi è costui?».”).

Prima di entrare nel merito, riprendo la citazione sull’Oberlin College, che ha le seguenti particolarità: prima università americana ad avere dormitori misti (1970), stemma composto dai colori rosso cardinale e giallo mikado (cioè la Roma), una delle più forti squadre di Ultimate (sport misconosciuto, frisbee a squadre con porte ed altre amenità, tipicamente americano).

Come candidamente confessa altrove Gary, il libro deriva da una serie di articoli-ricordi già pubblicati (soprattutto sulla rivista “Travel&Leisure”), ed ora da lui presi e sistematizzati. Possiamo così seguire l’autobiografia dello scrittore come fosse un saggio “serio”. Che serio non sarà mai, pervaso dal mix delle culture di Gary: yiddish, straniamento russo, americanismo.

Il via sarà un attacco di panico del venticinquenne Gary mentre sfoglia il libro “San Pietroburgo: l’architettura degli zar” e vede la chiesa di Cesme. Ora il nome completo della chiesa è “Natività di San Giovanni Battista”, è il primo edificio neogotico della città, è orrenda (a righe verticali bianche e rosse), ed è posta vicino alla casa natia di Gary/Igor. Perché da Leningrado viene la famiglia di Gary, che riesce ad emigrare in America nel ’79 inseguito agli scambi tra Carter e Breznev (cotone in cambio di ebrei).

Ma è da lì, da Piazza a Mosca a Leningrado che partono i ricordi di Gary, dove faceva volare piccoli aeroplanini con Papa. L’amore profondo passato con nonna Poljia sul “divano della cultura” a leggere e farsi leggere libri. Dell’infermiera che, alla domanda di Mama di come alleviare l’asma del figlio, le dice di ripetere ad ogni starnuto “Che Dio ti benedica”. Al passaggio per Vienna, dove la famiglia rischia di finire in carcere per maltrattamenti, quando i segni sul corpo di Gary derivano dalla “coppettazione antiasmatica”. Al piccolo soggiorno a Roma, fino all’arrivo a New York, (“siamo sbarcati in un film in tecno-color”), ai parenti che erano già lì, ai difficili rapporti con il mondo americano dei genitori. Uno era ingegnere, l’altra insegnante di piano. E lui? Gary era: piccolo fallimento, moccioso, fetido orso russo, fino a “Scary Gary” al College. Intanto vive tutti i passaggi della presa di coscienza di essere straniero in terra straniera, di subire angherie alla scuola ebraica dell’infanzia, poi all’analogo del nostro liceo, fino al poter nascondersi in mezzo agli altri al College. E deludere Papa e Mama che lo volevano avvocato, mentre lui comincia a scrivere, e con successo (tanto che verrà inserito nei più promettenti “under 40” nel primo decennio di questo secolo).

Il libro finisce con una catarsi che vi lascio leggere, quando, finalmente, dopo trent’anni, riesce a portare di nuovo i genitori a Pietroburgo. Mentre Gary ha un’altra catarsi, dopo aver speso tutto il libro nel cercare di portarsi a letto tutte le ragazze che incontra, fuori dal libro sposerà la coreano-americana Esther Won.

Non è un libro bellissimo, ma mantiene, di fondo, quel tono di voce narrante sincera, con la quale, se entriamo in sintonia, possiamo sentirci dire qualsiasi così. Con empatia. Come a volte succede in queste pagine. Anche se, altrettanto bisogna dire, l’ironia forzata sale troppo sopra le righe. Nel finale, tuttavia, posso dire di condividere di metterlo tra i libri tesi a coltivare la propria autostima, così come dicono i praticamente (quasi) esauriti, miei libri felici.

“Io e la mia aspirante sposa adesso viviamo in un appartamento … ce lo possiamo permettere: il suo acume immobiliare è impareggiabile. … Per abitudine offro tutti i giorni la guancia alla mia ragazza perché la schiaffeggi, e lei non lo fa mai.” (375)

Prima trama di novembre, quindi passiamo ai libri di agosto, dove nonostante la vacanza greca, siamo rimasti su di un alto numero di letture, anche di buon livello. Illuminate da due ottimi saggi di Gabriele Romagnoli e Roberto Calasso. In fondo, tanto che se ne sono perse le tracce fisiche, l’illeggibile libro di Alistair McLean.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Walter Tevis

Lo spaccone

Minimum fax

11

2.5

2

Maurizio de Giovanni

Fiori per i bastardi di Pizzofalcone

Einaudi

s.p.

2,5

3

Luca Bianchini

Io che amo solo te

RCS Media Group

8,90

2

4

Alessia Gazzola

Arabesque

TEA

6,90

2

5

Guillaume Musso

Un appartamento a Parigi

Repubblica Noir

7,90

3,5

6

Gabriele Romagnoli

Senza fine

Feltrinelli

11,50

4

7

Alistair MacLean

Burattino in catene

BUR

s.p.

0,5

8

Victoria Hislop

L’île des oubliés

Livre de poche

13

3

9

Amos Oz

D’un tratto nel folto del bosco

Corriere

8,90

2

10

Roberto Calasso

Allucinazioni americane

Adelphi

14

4

11

Camara Laye

Un bambino nero

Alep Editore

12

2,5

12

Nikos Kazantzakis

Zorba il greco

Crocetti

15

3

13

Valerie Perrin

Les oubliés du dimanche

Livre de poche

14

2,5

14

Emanuele Trevi

Due vite

Neri Pozza

s.p.

3.5

15

Reinaldo Arenas

Prima che sia notte

Repubblica Mondo

9,90

2

16

Amitav Ghosh

Le linee d’ombra

Repubblica Mondo

9,90

3

17

Petros Markaris

Il prezzo dei soldi

Repubblica Noir

7,90

3

18

David Madsen

Amnesie di un viaggiatore involontario

Meridiano Zero

s.p.

1

19

Tew Bunnag

Il viaggio del Naga

Repubblica Mondo

9,90

3

20

Michael Connelly

L’ultimo giro della notte

Pickwick

10,90

2,5

Siamo già a novembre, e continua l’improba fatica di rivedere tante carte passate a volte nel dimenticatoio della ragione, ma ora, indubitatamente, presenti, e con decisione, messe in un luogo acconcio.

Per questo, mi torna in mente (perché ne ho riletto, non perché sappia tutto a memoria), una frase dell’esimia Linda Di Martino, che nel giallo mondadoriano “L’incidente di Via Metastasio”, parla di una bellissima libreria fiorentina. Dice la scrittrice: “La libreria Seeber è come l’antro dei tesori (…). Da Seeber, comodamente disposto, mi sono letto ogni libro che mi interessava almeno fino alla metà: è mia usanza non tirarmi mai in casa un perfetto sconosciuto, che potrebbe deludermi o tradirmi; un libro, una volta entrato, non lo puoi mettere all’uscio come un umano qualsiasi”. Parole sacrosante.

Tuttavia, bisogna fare delle scelte, e noi si fanno, continuamente, anche senza accorgercene. Ci accorgiamo solo dei viaggi che non riusciamo (ancora) a fare e degli amici che comunque restano, uniti in un abbraccio.

domenica 31 ottobre 2021

Tre commedie nere e ... - 31 ottobre 2021

Essendo finalmente riuscito a trovare il tempo (e la voglia) di leggere l’ultima commedia nera di Recami, posso anche passare ad una trama che affonda nel tempo. Visto che i primi testi di questa settimana risalgono alle vacanze di Natale dello scorso anno. Avendo tre commedie nere (che devo dire mi sono piaciute veramente poco) ho rimpolpato il carniere con due racconti. Uno sempre di Recami, dal piacere incerto, ed uno di Manzini, dove il caro Rocco Schiavone fa una sua figurona rispetto a tutto il resto. E non arrivando lui, il migliore, neanche alla sufficienza, capite bene che questa è una settimana mortifera (mi scuso dell’involontario calembour).

Francesco Recami “Capodanno nella casa di ringhiera” Repubblica “Natale in giallo” 7 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 20/12/2020 – I: 28/12/2020 – T: 28/12/2020] && -- 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 47; anno: 2012]

Come detto anche altrove, lo ripeto qui che non so mai quale trama leggerete prima. E se poi ne leggerete. Nella mini-raccolta del “Natale in Giallo”, otto racconti omaggio di dicembre da parte di Repubblica, ce ne sono tre che avevo già letto. Alcuni da poco, altri da più tempo. Quindi li utilizzo per riempire qualche buco di trama, e qualche altro resoconto da scrivano.

Intanto una considerazione: Repubblica invece di regalare racconti, al fine di vendere i giornali di carta, dovrebbe ripensare meglio alle sue strategie di vendita tra edicola e mercato online. Ma è una polemica che ho cercato di discutere con loro, che, ovviamente, si guardano bene da tenerne conto. Andiamo avanti.

Nel da poco letto, e da poco già tramato nel complesso, all’interno di “Sei storie della casa di ringhiera”, era presente anche questo racconto. Che a sua volta veniva pubblicato nel 2012, all’interno della raccolta di Sellerio “Capodanno in giallo”. Dove facciamo un ulteriore rilievo per la collana: un po’ fuori posto un racconto di Capodanno all’interno di una collana intitolata al Natale.

Con la preghiera di scusarmi, mi ripeto anche qui: siamo verso il Capodanno, e tutti i personaggi della casa hanno qualcosa da dire e da fare. Il tutto si anima quando Amedeo, colpito da un tappo di champagne, sviene. Si pensa ad un infarto, ci si riversa in ospedale. Claudio pensa di essersi avvelenato con una bottiglia di spumante cui aveva aggiunto topicida, e finisce anche lui in ospedale. Ed anche Luis ha problemi con la sua BMW, prendendo multe per alta velocità, ma dove la sua paura è che gli venga tolta la patente. Mi scuso con chi non consce tutti i personaggi di Recami, ma qui ne faccio un’analisi assai veloce.

Insomma, le solite confuse circonvoluzioni in cui ognuno pensa che l’altro pensi ma che poi noi dice, per cui non dice quello che vuole o che si aspetta. Un esempio per tutti: Amedeo svegliatosi in ospedale, pensa di aver rovinato la festa, e torna in fretta a casa, senza avvertire Angela che, preoccupata per l’infarto possibile lo aspetta nell’atrio. E quando si incontrano a casa nessuno dice nulla sul come, perché, quando, chi, cosa. La solita confusione “recamiana” aggravata dalla brevità del testo.

Barboso. Per cui finisco qui, senza infierire né sull’autore, né sui personaggi, né su di voi.

Antonio Manzini “L’accattone” Repubblica “Natale in giallo” 2 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 08/12/2020 – I: 23/12/2020 – T: 23/12/2020] && ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 46; anno: 2012]

Anche questo fa parte del lotto dei “repetita iuvant”. Ma se avete letto il poco sopra riportato Recami, non tedio ancora inutilmente con le mie critiche alle scelte editoriali di questi allegati a Repubblica, utili solo a spingere all’acquisto della copia cartacea dello stesso.

Un altro elemento che ripeto e che probabilmente continua a disturbarmi semanticamente è l’inserimento anche qui di un racconto che si svolge a Capodanno in una serie battezzata per il Natale. O forse sono io che ho interpretato “Natale” come giorno mentre gli editori pensavano a “Natale” come periodo di tempo. Ma avrebbero allora dovuto chiamarlo “I gialli delle Vacanze di Natale”.

Comunque questo “L’accattone” viene dalla raccolta pluriautorale “Capodanno in giallo” del 2012. Come detto, non solo l’ho letto ma ne ho anche scritto. Righe che qui riporto:

“La prima uscita in assoluto, quella che doveva servire a vedere se il personaggio “tiene”. Sembra di sì, tanto che l’anno successivo esce il primo romanzo (“Pista nera”). Allora, Manzini in queste prime battute cerca di dare un profilo al “futuro” Rocco: romano, trasteverino, giovinezza sbandatella con amici ai margini. Quindi Rocco è un po’ arrogante, spesso legato allo spinello (che ne caratterizzerà l’uscita in televisione), incline a buttare un occhio verso le donne (in particolare verso l’agente Dobrilla). Ma anche umano nell’entrare empaticamente in sintonia con i personaggi. Come questi “poveri”, sbandati che raccolgono frutta e verdura nell’ora di chiusura del mercato rionale, che invecchiano e non sanno più badare a sé stessi. Magari qualcuno comincia anche ad essere affetto da Alzheimer o simili senilità. Per essere un giallo abbiamo sì il morto, abbiamo delle indagini che ricostruiscono spaccati al limite della legalità, ed una soluzione, ovvia anche se decisamente triste. Comunque si capisce che il personaggio può funzionare. Quindi andiamo avanti.”

E se dicevo che il personaggio può funzionare, credo che non abbia sbagliato di molto, visto che poi il nostro vicequestore Rocco Schiavone lo vediamo protagonista di ben otto romanzi. E probabilmente (almeno lo speriamo) ancora di qualcosa nel futuro.

Qui era ancora in fieri, aveva occhio per le donne (anche se sappiamo tutto di Marina, del sette di luglio e via discorrendo), non aveva ancora avuto la storia mal condotta con l’ispettore Rispoli. Insomma, poteva prendere molte direzioni.

Manzini ha fatto delle scelte, non tutte che io abbia condiviso. Ma lui è l’autore, io solo un lettore che segue e continuerà a seguire i suoi scritti.

Francesco Recami “La clinica Riposo & Pace – Commedia nera n. 2” Sellerio euro 14

[A: 16/04/2018 – I: 20/12/2020 – T: 22/12/2020] &

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 207; anno: 2018]

L’unica nota positiva di questo romanzo sommamente inutile, è che mi ha fatto capire la genesi di questo filone di storie, che non sono più dei nostri amici di ringhiera, ma di personaggi nuovi ad ogni testo. Quello che li accomuna, nel sottotitolo condiviso, è quel “commedia nera”. Nera perché c’è qualche mistero, qualche thriller, qualcosa forse di giallo, o di non limpido. Commedia perché potrebbero svolgersi come un testo teatrale, in un’unità spazio-temporale come se fossimo, finalmente e di nuovo, in un palcoscenico.

Ed in realtà, tutta la storia può benissimo essere rappresentata teatralmente in uno spazio limitato: la camera 9 della clinica Riposo & Pace. Dove tutta la vicenda si può svolgere (ci sono accenni esterni, ma facilmente riconducibili allo spazio scenico, con qualche artificio verbale).

Ciò detto, però, la trama ed il suo svolgimento sono altamente respingenti: non coinvolgono, non ci fanno sentir parte di un avvenimento. Rappresentano alcuni momenti, e li ingarbugliano senza trovare un vero filo avvincente. Già lontani dalla commedia nera n. 1, che almeno aveva un briciolo di ricerca dell’attenzione, e se ne seguivano le tracce per vederne lo svolgimento.

Qui, la storia di Alfio Pallini, del suo ricovero in clinica, e di tutte le vicende che ne conseguono, pur cercando di tirar fuori piccoli brandelli di attenzione, scorre senza colpo ferire dall’inizio alla fine. Recami cerca di instillare qualche dubbio, “nero” si dirà, su due filoni paralleli: Alfio è una vittima della cupidigia filiale, da un lato, e/o Alfio è psicologicamente disturbato e stiamo seguendo le sue paranoie?

Seguiamo, scena dopo scena, l’odissea di Alfio: il ricovero coatto nella clinica, la subitanea comprensione che qualcosa non giri bene nella clinica stessa. Fin dall’inizio, Alfio suppone che sia stato ricoverato per essere portato alla “dolce morte” dalla perfida figlia. Ed in effetti, i compagni di stanza di Alfio, muoiono uno dopo l’altro, inaspettatamente e senza particolari motivi.

Seguiamo il personale della clinica teso a somministrare medicine sempre più complesse e deleterie ad Alfio, con lo stesso teso ogni volta a sviarne le pericolosità attraverso un numero elevato (e poco probabile, direi) di espedienti. Alfio riesce così a svelare altarini diversi, magagne e turpitudini varie. Il tutto ruotando intorno al Professore titolare della clinica stessa, ed ovviamente, ai soldi.

Recami tenta di alleggerire ogni tanto la storia con accenni altri (macchiette, agriturismi compiacenti, pompe funebri dall’augurante nome di “L’addio”), ma non si solleva né ironia né denuncia sociale sulla mala sanità, o sul cattivo uso della stessa.

Rimaniamo tuttavia abbastanza basiti dagli accenni al famigerato Ulrich, una specie di amico fantasma di Alfio, che dovrebbe liberarlo, ma che sembra (e molto) parto delle sue paranoie e dai suoi (reali) disturbi psichici.

In una discesa all’abisso, muoiono (forse) molte persone. Alfio avvelena fruttini di marzapane, che provocano altre morti. Interviene anche la polizia, la magistratura, l’ASL. Insomma, un crescendo di climax nero che porta tutta ad una abbastanza scontata conclusione. Che però il nostro decide di velare con le nebbie del dubbio: è tutto vero o è tutto falso? Oppure, c’è molto di vero nel falso e viceversa.

In conclusione, credo che il progetto di “ridere piangendo” che sembra avvolgere questa nuova piramide narrativa di Recami non sortisca il suo effetto. C’era molta più penetrazione nel disagio e nella denuncia, quando, descrivendo la casa di ringhiera ed i suoi personaggi, usava il lato “giallo” della vita per dipingere uno spaccato reale, con le sue complessità, le sue contraddizioni, il suo essere falsamente vero.

Ho deciso comunque di dare fiducia a questo progetto, cercando di capirne le ulteriori articolazioni, visto che Recami è già arrivato alla “commedia nera n. 4”.

Francesco Recami “L’atroce delitto di via Lurcini – Commedia nera n. 3” Sellerio euro 13

[A: 10/09/2020 – I: 27/02/2021 – T: 28/02/2021] && --

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 187; anno: 2019]

Continuo, pervicacemente, la lettura di queste commedie in forma di romanzi, nel tentativo di comprendere, in qualche modo, la spinta di Recami a scriverne e le motivazioni generali che spingono un autore a proseguire una serie senza personaggi, ma solo seguendo l’idea di fornire un divertissement in forma di lettura.

Anche qui la storia potrebbe facilmente essere rappresentata in un luogo teatrale, uno stanzone prospicente la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze. È qui che si svolge la gran parte della storia, sia essa azione sia essa pensata, narrata o discussa.

Lo stanzone è un rifugio dei senza casa che gravitano nella città: il tedesco ubriacone, il prete spretato, gli sprovveduti turisti norvegesi, la coppia napoletana “chiattulella”, i due anziani rimasti senza casa ma uniti dall’amore, la comunità indiana (ma forse più bangla che hindi), i rissosi balcanici, i punkkabestia con i loro cani. Su tutti, c’è l’egida dell’autonominatosi gestore del ricovero: l’ex-imprenditore incappato in una bancarotta fraudolenta Francesco Molesin detto Franzes.

Franzes, il cui stato normale è di alterazione alcolica, per finire con estremi di ubriachezza incondizionata, forte della sua esperienza imprenditoriale, della sua forza e di un decespugliatore a motore che utilizza per mettere a posto i recalcitranti, ha messo su il suo business del ritrovo. Pagamento di un euro a persona a notte, e conseguente utilizzo di spazi delimitati dal nastro bianco e rosso, nonché utilizzo di latrine senza acqua corrente.

La storia si divide in due grossi filoni, l’uno ricorrente per tutto il testo, l’altro che sorge e si alimenta nella seconda metà, dando modo a Recami di dedicarsi a qualche ironica invettiva sull’uso modaiolo della cultura.

Il primo filone, dicevo, si lega al risveglio di Franzes dopo una notte di sbornia dura. È sporco di sangue, e nella sua tenda ritrova una parrucca bionda, una carta di credito, un paio di scarpe di valore ed un coltello anch’esso insanguinato. A fronte di una frettolosa lettura di un giornale, si convince di essere in qualche modo legato alla morte di una signorina russa, dove il giornale proprio a quegli elementi in suo possesso fa riferimento.

Ovvio invece, che Franzes non ricordi nulla, ma faccia di tutto per sbarazzarsi dei “corpi del reato”. Come in tutte le buone commedie, benché nere, è anche altrettanto ovvio che ad ogni passo per liberarsi di un oggetto, Franzes compia altre e reiterate effrazioni, tra ruberie, piccoli ricatti, fino a veri e propri delitti. E questo filone seguire Franzes per tutto il testo, dalla sua ascesa sino alla sua prevedibile (anche se non vi sveliamo come) caduta.

Da contraltare alla parte nera, c’è la feroce ironia di Recami verso chi usa e sfrutta questi diseredati per un malinteso senso culturale. Da metà libro in poi, infatti, assistiamo all’entrata in scena di un coreografo di fama mondiale, con annesso musicista dodecafonico ed artista “alla Jeff Koons”. Con un budget faraonico alle spalle, il gruppo culturale ingaggia Franzes ed i suoi diseredati in una grande avventura coreografico-musicale, da tenersi in quegli stanzoni degradati. Una pièce che si intitola “Gli Ultimi”.

L’idea cultural-demagogica è di utilizzare lo spazio (dopo averlo in gran parte rimesso a nuovo) come scontro immaginifico tra l’ordinato mondo, rappresentato da un eccelso corpo di ballo, e i senza casa che lì dimorano. Ha facile ironia, Recami, nel rappresentare le storture di una cultura mal pensata e mal agita. Gli spettatori all’esterno del luogo dell’azione, intabarrati in mise da capogiro, con tanto di sindaco e ministro. I senza casa che si girano per il loro spazio e diventano soltanto zimbello per chi casa (e soldi) ne ha a iosa.

Comunque, la parte migliore è proprio il capitolo dedicato alla descrizione della rappresentazione teatrale, con tutti i quiproquo che la punteggeranno, ma che nessuna delle due parti, i poveri ed i ricchi, riuscirà a capire.

Non dico certo nulla di nuovo, se ribadisco la capacità di scrittura corale di Recami, che già nelle “case di ringhiera” era riuscito a far muovere e bene i suoi personaggi. Qui, però, a parte alcuni momenti di divertimento ed ironia, poco altro si salva. Resta una lettura domenicale per riposare i nostri poveri neuroni, per sperare che Recami torni a fare di meglio e per immergersi nelle traiettorie mentali scaturite dal titolo.

Certo, il mistero della strada del titolo e dell’idea della commedia viene poi svelato da Recami nelle note finali. Cosa che ho apprezzato, perché mi ha consentito di rimettere in moto le sinapsi arrugginite. Nella nota confessa di aver preso spunto dalla commedia di Eugène Labiche “L'Affaire de la rue de Lourcine”, che ha un inizio similare (il protagonista dopo una solenne sbornia pensa di aver ucciso una signorina, a fronte della lettura di un giornale) ed una spiegazione, parziale, identica che comunque non svelo. Certo, il resto dello scritto di Recami è tutt’altro, ed altre sono le sue mire.

Inoltre, è pur vero che non esiste a Firenze una “via Lurcini”, ma questa esisteva, sino al 1890 e di certo quando Labiche scrisse la commedia, a Parigi. Infine, il nome francese deriva dal latino “lococinereum”, terra delle ceneri, essendo una via piena di depositi di carbone, e quindi con ovvia ed abbondante produzione di cenere, di cui il protagonista francese è ricoperto al suo risveglio. Ma forse questa filologia è un po’ troppo elucubrativa per un sì piccolo testo.

Francesco Recami “La cassa refrigerata – Commedia nera n. 4” Sellerio euro 13 (in realtà scontato a 12,35 euro)

[A: 10/09/2020 – I: 28/10/2021 – T: 29/10/2021] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 183; anno: 2020]

Purtroppo, questa volta Recami non ci illustra i meccanismi che l’hanno spinto a questa quarta commedia. Quindi non sappiamo molto della sua genesi, anche se, leggendone tanti echi vengono fuori. Da commedie a pochade, da tragedie a litigi per futili motivi, si sentono motivi che risuonano di tante altre scritture. Ma l’effetto finale è poco ironico e poco coinvolgente.

Ricordo ai meno attenti che Recami, dopo la lunga ed ottima serie sulle “case di ringhiera” si è dedicato a libri “teatrali” che lui chiama commedie, dove l’azione è concentrata in poco spazio, quasi appunto ad essere un canovaccio. Ci sono anche descrizioni, ma c’è una certa attenzione al dialogo. Che in questa quarta uscita è quasi corale, cioè vengono fuori le voci dei personaggi senza quasi mai un’indicazione di provenienza. Appunto, teatro e scena affollata.

Altro punto di scarsa presa è l’assunto del testo, lo spunto di partenza. C’è una signora della provincia veneta, ricca e taccagna, che muore. In città si favoleggia abbia un grosso tesoro nascosto in casa, così che al suo funerale si presentano in tanti (rispetto alle conoscenze della morta). Abbiamo così la villetta affollata da una ventina di personaggi e dalla morta, rinchiusa in una bara refrigerata per mantenerne il corpo più a lungo.

I personaggi, ognuno con i propri tic e le proprie cattive maniere, metteranno a soqquadro la casa, nell’inutile ricerca del malloppo, che ovviamente c’è. Ma nessuno dei presenti ha letto “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe. Così che noi, astuti cultori del genere, già sappiamo dove vada a parare un possibile finale.

Sono propri i presenti, che all’inizio sono 22 viventi ed un defunto, come ci viene detto ed aggiornato in sottotitolo ad ogni capitolo (anzi, ad ogni scena). E che, essendo anche per di più nera, ad un certo punto cominciano a diminuire tra i viventi ed aumentare tra i morti. Ci sono il prete, il colonnello, il legalista burocrate, due ragazzi (Ugo e Violetta), il becchino, il falegname, la prosperosa impiegata di banca, il pensionato, due energumeni pelosi, due sorelle zitellesche, una coppia in perenne litigio, una mamma con bambino, due tizi ben vestiti (forse parenti della morta), la donna delle pulizie ed altri tre o quattro poco appariscenti.

Più della metà del testo viene speso per descrivere i tentativi di sottrazione dei beni dalla morta, con un accenno pesante e ripetuto agli schieramenti che una tale situazione fa nascere. Ci sono i pragmatisti che vorrebbero un comitato ed una suddivisione globale e gli utilitaristi dell’ognuno per sé. Ci sono mozioni d’ordine per stabilire un clima rasserenato (impossibile) e poi comitati di controllo, servizi d’ordine, decisioni se si può uscire o meno.

Poi, due elementi fanno virare la tragedia in un thriller. Una pioggia battente che costringe anche chi vuole uscire a rimanere in casa, ed il fioccare di morti. Il falegname, che forse sapeva segreti della bara, una sconosciuta che tale rimane anche dopo morta, il prete che forse aveva letto il testamento. Infine, i due finti parenti escono allo scoperto, sono due evasi.

Dal thriller si vira nel farsesco con i tentativi, infruttuosi, degli evasi di fuggire con degli ostaggi, essendo intervenuta la polizia a cercare improbabili vie d’uscita. In tutto ciò, i due ragazzi cominciano a tubare. Anche se la vispa Violetta è molto avanti, di testa e di ragionamenti, all’imbranato Ugo.

Quindi, amore, morte, situazioni fintamente erotiche e fintamente thriller, un po’ di ironia, ma il tutto talmente lieve, che non graffia e non rimane quasi nulla nella mente. Ci si aspetta che la bella penna di Recami si riporti sulla via maggiore, che aveva prodotto libri leggibili, godibili ed anche ricordabili.

Rimane un dubbio atroce: perché 1992? Qual è il senso di porre la vicenda in quell’anno ed in quella zona (si dice “zone ex rurali del Veneto”)? Non certo per poter parlare di lire invece che di euro, né di alluvioni “tipo Polesine”. Che in effetti, nel 1992 ci fu una grande alluvione con ingenti danni, ma fu in Liguria, nella provincia di Savona il 22 settembre ed a Genova il 27 dello stesso mese. Rimarrò con questo dubbio, se l’autore non ce ne fornirà la chiave di lettura.

“Quanti libri legge all’anno? … Dipende … anche un paio al mese.” (143) [posso ridere?]

Risultando la quarta trama del mese di ottobre, come si sa ormai è prassi, ci aspetta una settimana senza allegati. Ma non senza citazioni. Che qui, per una volta, vado nella direzione contraria, con una contro citazione, presa da una raccolta di racconti del Corriere della Sera, dove in “Apposta per te” un autore che mi ha convinto in altre prove, Lorenzo Licalzi, cita l’esimio Blaise Pascal quando affermava: “Tutta l’infelicità del mondo dipende dal fatto che nessuno vuole resta a casa sua”. Potete capire quanto sia contrario a questa affermazione.

Per il resto, stiamo continuando l’onda festiva che ci porta sulla sua cresta da quasi due mesi. Spero di riuscire ad incontrare molti ed a sentire tutti. Se non riesco, comunque su queste righe continuerà ad abbracciarvi con tutto il mio affetto.