domenica 10 aprile 2022

Quinto: non fate la guerra - 10 aprile 2022

Ovviamente una citazione falsa (nella forma, non nel contenuto) che serve però a ricordare due cose: che la guerra è sempre una soluzione sbagliata e che nelle trame c’è anche il Bissa, questa volta. Anche con una polemica sul dialetto romanesco su cui vi invito ad entrare. Per il resto, una settimana di gialli, noir e polizieschi italiani, dove si piazza in prima posizione il datato ma sempre efficace Augusto De Angelis.

Alessia Gazzola “Arabesque” TEA euro 6,90

[A: 20/07/2018 – I: 04/08/2021 – T: 05/08/2021] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 349; anno: 2017]

Sull’onda del fortunato sceneggiato televisivo, al ritmo di un libro ogni anno, siamo arrivati alla settima puntata delle storie di Alice Allevi, medico legale. Alessia Gazzola aveva ben cominciato, dieci anni fa, regalandoci un plot che teneva il passo di Kay Scarpetta o di Temperance Brennan, pur condito con freschezza italiana. Come tutti long serial, non sempre le puntate sono allo stesso livello, anche perché l’autrice cade spesso nelle storie personali di Alice, mettendo a volte in sottordine la trama gialla.

Pur ondivagando, comunque, la scrittura risulta sempre fresca, e sempre curiosi i titoli dei capitoli, citazioni, ricordi, o altro che danno spazio alla voglia di collegarli tra loro e con il testo. Qui, la storia gialla sembra aver più peso che in precedenza, ma un peso leggero che non attira tanto, e che, sapendone i contorni, è di facile decifrazione.

Anche se il personale ha meno spazio, tuttavia (e questo è un pregio) i personaggi evolvono. Alice (AA) sembra aver più coraggio e il bel Claudio Conforti (CC) sembra essere meno sociopatico del solito. Intanto c’è un cambio di passo nella vita lavorativa di AA. Alice, finalmente, si è specializzata, ma non riesce a trovare spazi per la sua professione. Il laboratorio dove è cresciuta, quello con a capo il “perfido” CC, non pare sia incline a prenderla in pianta stabile, e non ci sono, al momento, altre prospettive. Per questo Alice fa il concorso per il dottorato in Istituto, e, come ci si può aspettare, non vince.

Intanto riceve un primo incarico (magari con gli auspici dell’amico commissario Calligaris). Quello di comprendere le cause della morte di Maddalena Vichi, una maestra di danza ed ex étoile di ballo. Maddalena (inciso: finalmente cominciamo a svariare sui nomi, una M, poi l’ex-marito di lei con la E, le due, al tempo, giovani promesse della danza, con la G e con la V; peccato che torni la A sia nella donna del fratello, Alessandra, nel vicino di casa, Alessio, nella cugina della morta, Ada; penso sempre che la scrittrice dovrebbe meglio curare la scelta dei nomi) apparentemente sembra morta per cause naturali, ma Alice è brava nel suo mestiere, e trova incongruenze sul vestito indossato dalla morta e sulla posizione del corpo, quasi che ci sia stata una spinta, un ingombro dovuto al vestito, ed una caduta mal attutita.

Perseguendo vie traverse, i nostri indagatori sembrano poter (e dover) collegare questa morte a quella, avvenuta dieci anni prima, di una giovane ballerina, Ginevra, allieva di Maddalena. Ginevra che risulterebbe essersi buttata da un piano alto della sua casa: suicidio o abile omicidio? Il problema morale di Alice nel rifare la strada della precedente autopsia è che questa è firmata … dal nostro “so-tutto-io” Claudi Conforti, e che non era stata accurata.

Si scoprono gli altarini della corsa al successo delle aspiranti stelle della danza. Le brillanti promesse erano Ginevra e Veronica, la seconda fidanzata con Emmanuel, l’ex marito di Maddalena. Ma Ginevra era stata scelta, mandando fuori di testa Emmanuel che prima la uccide, poi la getta dalla finestra. Maddalena aveva subodorato tutto, ma solo ora ne aveva prove concrete. Avendo un corpo fragile ed una colluttazione avrebbe (ha) portato ad una morte di non facile analisi autoptica.

Ovvio che non è tutto semplice, che oltre a Emmanuel, c’è l’atteggiamento losco del Pubblico Ministero. C’è la presenza di un amico d’infanzia di Maddalena, figlio di un ex-socio del padre di lei e da questi rovinato. C’è Ada, la cugina di Maddalena, da sempre gelosa del ruolo d’étoile della cugina. C’è Franz, il losco ed attuale amante di Maddalena, che sembra mirare più alle die lei fortune, che alla di lei bellezza. Alice riuscirà a dribblare i falsi indizi, e con l’aiuto di Calligaris, si potrà arrivare alla conclusione del giallo.

Ma le storie della nostra Alessia sono sempre piene anche di “effetti collaterali”. C’è la storia tra il fratello di Alice ed Alessandra: si lasciano o tornano insieme? C’è la comparsata dell’ex di Alice, Arthur che si ripresenta con fidanzata araba incinta. C’è, purtroppo, l’assenza di nonna Amelia che si sta rimettendo dall’ictus del libro precedente. Ma soprattutto c’è la storia tra AA e CC. Finalmente sembrano convergere, lui fa regali e promesse. Poi, per quel referto sballato, si lasciano bruscamente. Poi … ci sono premesse che vedremo meglio concretizzarsi al prossimo libro. O almeno credo.

Intanto so per certo che in futuro, Alessia Gazzola, proverà anche a staccarsi da Alice. Vedremo.

Leonardo Gori & Divier Nelli “Il lungo inganno” TEA euro 12 (in realtà, scontato a 6 euro)

[A: 10/10/2018 – I: 26/09/2021 – T: 28/09/2021] && --

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 215; anno: 2009]

Due toscani, anzi due viareggini, che uniscono le loro forze per confezionare un giallo interessante, a tratti che incuriosisce, ma che non mantiene le premesse. Si sfalda, e si ricompone in una ricostruzione da rompicapo che sta già tutta presente nelle premesse.

Non conosco Nelli, ma Gori mi è ben presente, anche se non sono ancora riuscito ad entrare nelle avventure del commissario Arcieri. Per molta mia colpa, che pensavo sempre di averne letto, quindi non lo compro. Poi mi accorgo che invece no, ed allora forse, in futuro, chissà. Tra l’altro, Gori mi era ben noto per la sua continua presenza nel campo fumettistico, in special modo nel mondo disneyano made in Italy.

Ma veniamo a questo bene o male thriller, visto che esce nell’esimia collana “Tea Mistery”. Un mistero tripartito, visto che seguiamo tre storie, ben scandite nel tempo, sebbene tutte toscane. La prima si dipana nella Firenze degli anni Venti, tra sovversivi di sinistra e fascisti tesi alla conquista del potere, dove cominciamo a seguire le traversie dello ignavo studente Valentino Poggiolini. La seconda ha il suo apice a Viareggio, nel 1977, dove, durante un comizio, viene ucciso con un colpo di fucile il senatore comunista Franco Battaglia. La terza, sempre a Viareggio, ma nel 2008, dove seguiamo le peripezie dello spiantato Luca Galli, cui la nonna morente ha confidato un segreto, che lui ipotizza, riuscendone a dimostrare la veridicità, di poter lucrare e mettere in paro i suoi malmessi conti.

Seguiamo prima Luca, con i suoi casini, ma che trova un bandolo per le parole della nonna: parlare con il vecchio maresciallo Sciabola, che qualcosa sa. Il vecchio è quasi alla fine, ma stimolato da Luca comincia, a modo suo, a modo degli anziani, a ricordare, ed a raccontare la storia delle sue indagini sulla morte di Battaglia.

Si torna così agli anni di piombo, ai complotti, ai Servizi deviati, ai sovversivi. Siamo ad un anno dal sequestro Moro, ma sappiamo tutti cosa stesse succedendo in quegli anni. Sciabola ricorda, e tira fuori la storia di come gli sia tolta ben presto l’indagine, come sia stata messa a tacere. Ma Sciabola non si metta da parte, e continua, solitario, a cercare. Perché Battaglia, pur con tutte le sue posizioni pubbliche, pare sia sorto dal nulla solo nel Dopoguerra. E prima? Chi era? Che storia ha alle spalle? Tra l’altro dovremmo anche capire a cosa porta l’indagine di Luca. Che cosa gli ha detto la nonna?

Con il tipico piglio di altre scritture di Gori, andiamo poi spesso negli anni Venti, a seguire il Poggiolini. Socialista, fermato dalla polizia di Stato, messo in difficoltà palese, anche perché ha una relazione, nascosta ma scopribile, con un altro ragazzo. Cosa di più ricattabile di un gay durante il fascismo?

I tre personaggi, quando sono immersi nelle trame a loto coeve, sono ben delineati. Vediamo l’ansia di Luca che non sa come sbarcare il lunario. Vediamo il progressivo avvicinarsi alla fine del maresciallo Sciabola. Vediamo entrare nel tunnel oscuro della delazione di Poggiolini.

Se ragioniamo sugli eventi narrati, ben presto si scopre quale possa essere il lungo inganno cui fanno riferimento gli autori. Poche sorprese arriveranno alla fine. Forse qualcosa, di cui non vi dico e che tuttavia è forse a margine di tutto. O forse no?

Quindi, una storia che ha discrete velleità, ma che si scontra con un filo di trama forse troppo esile. Cosa si può dire di nuovo o di diverso, di un periodo di certo iniziato nella Prima Guerra mondiale, e che poi si è dipanato durante il fascismo, durante l’era democristiana, per arrivare sino a noi? Forse ben poco, e certo non troviamo qui nuovi spunti.

Un thriller poco thriller, poco noir, quasi a voler ripresentare cose note in forme altre, senza purtroppo riuscirci. Certo, e qui sorgono i libri di commento, la scrittura è ben organizzata, come, ripeto, ben delineati sono tratti e atteggiamenti (volontari o meno) dei personaggi. Purtroppo, alla fine si rimane un po’ delusi dalla poca consistenza dello scioglimento del mistero. E da alcune non finite storie, di cui si intuisce ma non si esplicita, il possibile finale.

Ma questo fa parte della vita. E di una letteratura che apre uno spiraglio sulla vita, ma che non sa, non riesce, a mostrarcela a tutto tondo (anche senza dirlo, ma facendolo capire). Qui non succede. Così lasciamo i nostri autori alle loro altre prove, pensando poi di ritrovare altrove Gori ed il suo commissario.

Emilio Martini “Invito a Capri con delitto” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 4,50 euro)

[A: 10/10/2018 – I: 09/11/2021 – T: 10/11/2021] &&& -

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 222; anno: 2017]

Torno dopo un paio d’anni alla lettura dei gialli abbastanza ben congeniati, scritti dalle sorelle Elena e Michela Martignoni, sotto lo pseudonimo di Emilio Martini (usando la E e la M delle iniziali). Questo è il sesto romanzo della serie, che si sta evolvendo ed involvendo in maniera uguale e contrapposta.

La scrittura rimane gradevole, la trama scorre lineare, il giallo ha una sua consistenza. In negativo, il protagonista, il commissario Gigi Berté, sembra incartarsi su sé stesso, non nella sfera pubblica, ma nella sfera privata. Lo aveva lasciato che, dopo una lunga permanenza presso la pensione Aurora tenuta dalla bella Marzia, visto che con lei è nato un forte sentimento, decide di trovarsi finalmente una casa, nella speranza di una possibile, futura (ma non tanto) convivenza. Qui, per lasciare un po’ in sospeso questa parte di trama, il nostro lavora in trasferta, così che può rimandare di tener fronte alle decisioni (ancora ignote) di Marzia.

Ma questo rimane un motivo di fondo, con una piccola deriva di attenzione alla sua ex-fidanzata, che sta per convolare a nozze con un tipo di non chiara provenienza. Ma che soprattutto pare sia incinta. Vogliamo entrare nei rapporti passati di Berté? Nella sua mancanza di empatia verso possibili nascite, in particolare se provenienti dai suoi lombi? Vogliamo chiedergli perché, invece di comunicare attraverso pur bellissimi haiku, non si decide a parlar chiaro con Marzia? Vogliamo scommettere che se andranno a viver insieme (cosa probabile) ci sarà in ogni caso qualche scoglio da sormontare? No, questo lo lasciamo all’astuto lettore.

Noi ci concentriamo sul giallo e sul “gialletto”. Che, al solito, mentre affronta un problema, per liberarsi la mente, usa la scrittura e produce un raccontino giallo di una sua dignità. Così che abbiamo due storie al prezzo di una. Il raccontino è abbastanza lineare e discretamente fatto. Una storia di rapporti tra due persone anziane, con l’inspiegabile morte della donna (arcigna e rompiscatole), in una spiaggia affollata. Ed un colpevole annunciato ma salvato da trenta testimonianze favorevoli. Carino, da sufficienza piena.

Il giallo principale, invece, si svolge, come dice il titolo, a Capri. Dove Bertè raggiunge il professor Sorrentino, anziano amico di famiglia. Professore di cultura classica, che sa tutto (o quasi) della storia dell’isola, in particolare delle sue lontane radici romane. I tempi dell’imperatore Tiberio, delle ville romane, dei banchetti, del culto di Cibele e Attis (culto interessante, che vi invito a ricercare per la sua complessità, anche se poi, banalmente, si concludeva con tanto sesso, ed anche molto thanatos).

Il professore racconta il suo amore di quarant’anni prima verso la misteriosa Diana, sfortunatamente sposata con il suo antagonista Caio, un gaudente dedito, con una cerchia di amici, a ripercorrere i miti e i fasti di Cibele. Al momento di concludere con Diana, questa gli manda un laconico biglietto d’addio. E poi tutti, Caio, Diana e gli altri scompaiono. Tutto torna alla luce con il rinvenimento di un biglietto di Diana, in cui lei accusava Caio di aver ucciso un attore e di temere per la propria vita.

Qui entra in gioco Bertè ed il suo acume di poliziotto. Legge, va in giro con il professore, ritrovano alcune delle persone di un tempo, che, per strani legami, dopo anni di lontananza, tornano a Capri. Chi per villeggiature, chi per stabilirsi. Il mistero si infittisce quando prima si trova traccia della denuncia della scomparsa di un attore proprio in quei tempi lontani. Poi non si ritrova alcuna traccia di Diana. Infine, c’è una strana morte di un anziano custode.

Bertè, nelle more della scrittura del suo raccontino, aiutato anche da alcune dritte di amici poliziotti, imbastisce una possibile teoria, che coinvolge i presenti e gli assenti. Plausibile, tanto che convince la polizia ed i possibili sospetti ad una seduta direi “alla Maigret”. Ma la teoria sarebbe troppo semplice, ed alla fine si arriva alla verità (anche se la verità non è mai univoca, secondo i filosofi). Fatto sta che si trova una spiegazione a tutto, con buona pace dei presenti. E con tracce indelebili di rimpianti.

Devo dire che questo finale mi è sembrato la cosa migliore, che dà un tono maggiore a tutto il romanzo. Altro punto a favore, è Capri, e le gite turistiche e gastronomiche cui ci accompagna per l’isola il professor Sorrentino. Un’isola comunque magica, con tanto da vedere, soprattutto quando non è affollata dal turismo sguaiato attuale. Un buon libro per riposare la mente.

“Non si possono tenere sotto controllo tutte le persone conosciute nella vita.” (56)

“Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli sono sicuri di ciò che dicono. (pare da Voltaire in una citazione riportata in un libro di Montanelli)” (128)

Emanuele Bissattini “Quinto: non uccidere” Round Robin euro 16

[A: 05/07/2021 – I: 14/11/2021 – T: 15/11/2021] &&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 400; anno: 2021]

Come ci si aspettava, eccoci al terzo, definitivo capitolo della saga di Ettore Gatto e di Sigmund il Tedesco. Con la solita, buona scrittura, a volte anche troppo forte (ma forte dove serve). Il solo punto negativo è, stranamente, l’intrinseca serialità del romanzo. Ha sì una sua valenza “a prescindere”, come direbbe Totò, ma ha un valore maggiore se si sono letti i primi due romanzi. Così, io capisco e seguo molti punti che ai pochi sfortunati lettori che hanno lisciato “Glock 17” e “47”, qualcosa rimane oscuro.

Perché i comportamenti di Ettore e Sigmund sono capibili e condivisibili solo avendo seguito il loro percorso, altrimenti ci sono cose che sfuggono. Anche se Bissa è abbastanza attento da inserire qualche “spiegone” che ci aggiorna sui due, e sul mondo di mezzo in cui vivono. Anche altri personaggi sarebbero poi comprensibili fino ad un certo punto. Come Santina, che ci rimanda a Teresa, ma non vi dico di più. Come Lucilla, che ci ricordavamo in coma (o quasi).

Fatti salvi allor tutti i rimandi possibili, possiamo (anche) immaginare la storia come un “a sé”, che seguiamo senza pensare altro che al presente. Ed il presente è crudo, ma ben delineato, con un andamento a ritroso, che ad ogni passo avanti ci fa scoprire cose che stanno dietro, che sono avvenute e di cui noi non si sapeva nulla. Mi viene sempre in mente “Il senso della fine” di Julian Barnes.

Ci sono gli zingari (e le loro coorti) che gestiscono la malavita romana. Con alcune propaggini, come Goran, un gipsy che viene allontanato dalla corte di “Orecchie” Ionescu, il capo indiscusso, perché ha fatto uno sgarbo ad un parente del capo, Pope detto il Topo. Così Goran viene messo a gestire un albergo, direi “dei sette peccati”, dove il vizio viene pagato con informazioni. Che sono di gran lunga una merce appetita e rivendibile.

In questo meccanismo finisce Leonardo, che ambirebbe ad essere protagonista di “snuff movie” (spero che li conosciate, di nome ovvio). Finendo però con eccedere ed uccidere. Vorrebbe fare così anche con Sole, ma la ragazza ha qualche vita in più e qualche santo in Paradiso. Così che è lei che uccide Leonardo e scappa.

Qui interviene la figura di Ettore, che viene ingaggiato dalla moglie di Leonardo affinché ritrovi Sole prima di Goran. Che è lei che la vuole uccidere. La dirittura etica di Ettore e di Sigmund consente un accordo sul ritrovamento di Sole. Ma i conti verranno saldati solo se si capiscono tutti i motivi degli accadimenti.

Inizia così un lungo e tortuoso percorso, che coinvolge “Trenta denari” un quasi zingaro scoppiato che si fa ingannare da tutti, perdendo sé stesso e sole, Cola, uno zingaro atipico, riflessivo, che di sicuro nasconde un mistero, laddove molte porte gli sono aperte senza che se ne capisca (per un po’) il motivo. Entrano personaggi laterali come Fulvio, guidatore di autobus e pugile a tempo perso, ma di sicuro con cuore e testa. Come Mauro lo sbirro, con cui Ettore e Sigmund stipuleranno un patto con tutto il collo storto dei due, ma che andrà a vantaggio di tutti (o almeno di tutti i buoni). Come Massimone il gestore della palestra e gran conoscitore di pugili e pugni. Come Giorgio, lo scagnozzo di Goran, che si ribella al capo per una sua personale visione della giustizia. Ci sono tutti gli affari di Goran, la sua ricerca spasmodica della ragazza scomparsa. Insomma, tanto c’è.

Ci sarebbe anche da seguire il percorso interiore ed esteriore di Ettore, e le vicende di Sigmund, ma non mi va di dirne di più, meglio per voi leggerne e farvene un’idea personale. Io ne capisco i modi, anche se non sempre ne condivido le modalità. Forse è un mio personale problema con la violenza, che non rientra in queste righe. Basta solo menzionare l’ultimo capitolo che, seppur sembra mettere dei punti fermi alle vicende, lascia aperti spiragli per altro. ma questo lo vedremo nei nostri futuri.

Mi fermo solo con alcuni appunti. Il primo, è una domanda filologica. Chi mai direbbe “li mortacci de te”, invece di “mortacci tua”? domanda di pagina 98. I secondi sono golosi. L’accenno che riporto tra le citazioni dei bomboloni ostiensi. Ed i cappuccini di Fabrica a via Savonarola, locale che frequento dalla sua apertura e dalle chiacchierate cinesi con la bella Cecilia. Ma chiederei a Bissa di ricordarsi anche le colazioni della Fiorentina.

Non so se usciranno altri libri con Ettore, ma chiederei comunque ad Emanuele, in amicizia, di continuare ad usare numeri primi nel titolo (anche se questo è un cardinale). È una consolazione, per noi poveri matematici. Chiuderei quindi, con una falsa citazione da “Bandiera Bianca” di Franco Battiato: “Mister Bissattini non ho voglia di scherzare / Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare”.

“Tutti ricordano l’ultima donna che hanno avuto.” (22)

“A Ostia c’è il posto che fa cadere i krapfen dal dirigibile.” (147) [a Piazza Sisto, buonissimi]

PS: a fronte di discussioni con l’autore, e con altri esimi colleghi e amici, la diatriba sui “mortacci” non si sopisce. Accetto, anche se non condivido il sentire, l’esistenza di un “de te” al posto di “tua”. Rimando alfine ad una discussione che ho trovato su Internet, dove si paragonava una stessa frase pronunciata da un pariolino, da un testaccino e da un tuscolano, che riporto.

Dai Parioli:

“Salve. Volevo farti notà che hai la macchina parcheggiata in modo che non riesco a entrà. Non l'hai fatto a posta, però levami er problema, dai, sennò non riesco ad annà via. Mortacci tuoi.”

Da Testaccio:

“Sarve. Te volevo da farti notà che c'hai 'a maghina parcheggiata che m'arompi li cojoni quanno che devo da entrà naa mia. Ce lo so che sei un bravo regazzo, ma mi devi da levà dar cazzo 'sto bagajo de machina, che nun zo n'contorzionissa. Li mortacci tua.”

Dal Tuscolano:

“Li mortacci de te, ma noo vedi che m'arompi er cazzo co 'sso cesso? Che nu riesco a entrà? Levela va, che nun te pio a pizze poo sbattimento da entracce daa marmitta. Possa piatte n'cancro ar culo tanto che ppe' cacà usi li zzeppi.”

Augusto De Angelis “Sei donne e un libro” Mondadori euro 6,50

[A: 21/07/2019 – I: 02/01/2022 – T: 04/01/2022] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 219; anno: 1936]

Dopo un congruo numero di anni, torno a leggere di quello che viene considerato uno dei capostipiti del giallo italiano moderno. Sia perché pubblicò nell’allora nata da pochi anni collana del Giallo Mondadori, sia per la figura del suo personaggio principale, il commissario De Vincenzi. Un commissario che si aggira intorno al crimine come osservatore attento e fine ragionatore, quasi alla Sherlock Holmes, ma che è anche interessato al contesto, come il suo coevo, in scrittura, Jules Maigret.

Del commissario, rimanendo in tema di Simenon, ricordo anche la lodevole serie TV mandata in onda dalla RAI nel 1974, con il personaggio interpretato da un bravissimo Paolo Stoppa.

Questo è il secondo libro che vede protagonista il commissario Carlo De Vincenzi, laureato in Giurisprudenza, nato in Val d’Ossola intorno al 1892, che vive a Milano, accudito dalla sua ex-balia Antonietta (echi del commissario Ricciardi?). Colto, buon lettore, conosce anche l’inglese, insomma un personaggio interessante, che usa molto la ricerca dei motivi più che degli indizi.

Siamo nella primavera del 1926, pochi anni dopo la Marcia su Roma e l'ascesa al potere da parte di Benito Mussolini (anche se tutto ciò ovviamente non viene citato). L’intreccio nasce da un equivoco e da una telefonata. De Vincenzi riceve un pacco contenente una camice medico insanguinato ed una telefonata di una donna che chiede aiuto. Partono ricerche varie, e si scopre subito il cadavere: Ugo Magni, un noto chirurgo ed ex-senatore viene trovato morto assassinato nella bottega di un libraio.

Cercando di collegare sopracitati indizi, l’indagine porta De Vincenzi ad indagare nell’entourage del medico. Incontriamo così a poco a poco le sei donne del titolo: la bella moglie del morto che, alla notizia della morte, sviene; l’attraente infermiera americana del morto (ed il suo nuovo fidanzato, il dottor Verga); la domestica di casa Magni, che sviene anche lei; la moglie del dottor Marini, bella e piacente (con Marini sodale di Magni sin dai tempi del collegio); la ragazza della telefonata, ex-fidanzata del dottor Verga ed ancora innamorata; al fine, una medium, che Magni e Marini, nonché il libraio padrone della libreria dove viene rinvenuto il cadavere sono presi da sedute spiritiche.

Un dato laterale: tutte le donne che incontriamo nel testo sono belle o quanto meno piacenti. Non ci sono donne brutte in questa avventura intrisa di erotismo. Elemento sottolineato dalla sparizione, nella libreria centro dell’azione, di un libro erotico del 1531, intitolato “Zaffetta” falsamente attribuito a Pietro Aretino, ma in realtà scritto da un suo amico e sodale, tal Lorenzo Venier. Altro inciso: la Zaffetta deriva il nome da essere la figlia di uno zaffo (gendarme veneto) ed è identificata con Angela Dal Moro, cortigiana veneta, che posò per Tiziano.

Comunque, scopriamo con l’andar del tempo (ed era già ovvio) che Magno è uno che le sottane non se le lascia scappare. Tanto che, oltre alla moglie, aveva (o aveva avuto) storie con l’infermiera, con la servetta, con la moglie di Marini. Almeno queste sono le storie che si palesano. Che De Vincenzi studia con cura, perché per lui trovare l’assassino significa ricostruire il mondo del morto, le sue frequentazioni, le sue idee.

De Angelis è un po’ troppo freudiano in questa parte, ma negli Anni Trenta la psicologia era veramente di moda. In ogni caso, capisce che solo organizzando una nuova seduta con tutti (e tutte) intorno ad un tavolo riuscirà a far uscire alla luce gli elementi che gli mancano. E così sarà, anche se gli indizi già puntavano in una precisa direzione.

Certo, l’autore si diletta a girare intorno, a mascherare e smascherare, con un bel piglio descrittivo, che stranamente risente poco degli anni trascorsi. Una scrittura pulita, gradevole, a volte con pigli umoristici, e ricca di dialoghi, dove l’autore eccelle.

Una buona iniziativa, quella dei Gialli Mondadori, di riproporre alcune di queste storie nella collana dei classici.

Dimenticavo: il camice recapitato a De Vincenzi era casuale e del tutto estraneo alla vicenda. Bel tocco d’ironia.

“Mi piacciono i libri, per quanto non comprenda la mania di coloro che se ne empiono la casa … Io li leggo e poi li getto via.” (116) [ma che sei Fako?]

Seconda domenica di aprile, e penultimo inserto sulle cure con i libri (almeno fino a che non se ne troveranno altri). Questa volta un succosissimo inserto sessuale.

Per le citazioni storiche, questa volta avrei voluto sfidarvi con un Cormac McCarthy d’annata, che in “Figlio di Dio” riporta una frase che io non ho ancora capito, e che avrei chiesto volentieri delucidazioni a mia madre, se ci fosse ancora. L’autore dice: “cammino fino in mezzo a macchie di stramonio e solano…. In mezzo a tracce leggere lasciate da uccelli e peromischi”. Se fosse in arabo ne capirei di più. Sfido i migliori anche ad interpretarla, lasciando in appendice anche un piccolo lessico. Inoltre, penso che il traduttore dall’americano non abbia avuto vita facile, in particolare con i peromischi.

Speriamo allora che la Pasqua porti in tutte le case una colomba di pace, che io auguro veramente a tutti. 

P.S.: Spiegone naturalistico:

Lo stramonio comune è una pianta a fiore altamente velenosa a causa dell'elevata concentrazione di potenti alcaloidi, in particolare la scopolamina, presenti in tutti i distretti della pianta e soprattutto nei semi.

Il solano è un genere di piante a fiore, comprendente circa 1400 specie, annuali o perenni, cespugliose, arbustive e rampicanti. Molte di queste specie sono velenose ma altre producono frutti, foglie o tuberi commestibili, come ad esempio la patata, il pomodoro e la melanzana.

Il peromisco è un genere di roditori della famiglia dei Cricetidi comunemente noti come topi cervini o topi dai piedi bianchi.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

APRILE 2022

Come detto il mese scorso continuiamo con il recupero di cure passate. Questo mese parleremo di sesso e letteratura.

ORGASMI, NON AVERE ABBASTANZA

Virginia Andrews                        “Fiori senza sole”

John Cleland                              “Fanny Hill: ricordi di una donna di piacere”

D. H. Lawrence                               “L'amante di Lady Chatterley”

Thomas Pynchon                        “L'arcobaleno della gravità”

James Joyce                             “Ulisse”

Melvin Burgess                          “Il chiodo fisso”

Alina Reyes                               “Il macellaio”

Rebecca Miller                            “Le vite private di Pìppa Lee”

Nikki Gemmell                           “La sposa nuda”

Pauline Réage                                     “Histoire d'O”

Leopold von Sacher- Masoch         “Venere in pelliccia”

Alan Hollinghurst                            “La biblioteca della piscina”

Edmund White                           “Un giovane americano”

Jean Genet                                “Nostra signora dei fiori”

Sarah Waters                             “Carezze di velluto”

È possibile averne abbastanza? Vale la pena domandarselo. Una volta si pensava che avere troppi orgasmi prosciugasse il ki, l’energia interna del corpo umano, e dunque accorciasse la vita - oggi però gli esperti sembrano sostenere che più si viene più si verrà, in tutti i sensi. Per qualcuno, tuttavia, l’incapacità di raggiungere l’orgasmo con facilità - o di raggiungerlo e basta - può rovinare un rapporto altrimenti felice. Nota come anorgasmia, è una condizione più diffusa tra le donne che tra gli uomini, e anche se la scienza non è sicura della causa ormai si tende a escludere l’effetto repressivo di una persistente convinzione che il libero sfogo della sessualità femminile sia in qualche modo «sbagliato» - un residuo dell’epoca vittoriana. Si consiglia, quindi, a coloro che ne soffrono di moderare in maniera appropriata la loro dieta letteraria: basta vittoriani che evitano il problema, o lo trattano con una serie di eufemismi (senza fare nomi) . Scioglietevi, invece, con scrittori che scelgono un approccio più esplicito.

Per molti adolescenti di oggi sono i romanzi sui vampiri con i loro cupi desideri insoddisfatti che portano dei giovani appena sviluppati ai loro primi orgasmi letterari. I prigionieri incestuosi della serie “Fiori senza sole” di Virginia Andrews continuano ad attrarre i lettori, mentre Ellen Hopkins e altri propongono incontri sessuali più espliciti. Gli adulti godono, in letteratura, in così tanti modi diversi che è difficile resistere alla tentazione di inserire un elenco lungo e variegato - ci sono romanzi che suggeriscono vari modi per raggiungere l’orgasmo e altri che sono così convincenti dal punto di vista erotico che a volte non serve nient’altro che il testo, sul quale si può riflettere a piacere. Ci limiteremo solo a qualche esempio. “Fanny Hill”, romanzo di John Cleland pubblicato nel 1748 - generalmente considerato il primo romanzo pornografico in lingua inglese - vi sorprenderà con le sue giovani prostitute che si dedicano alla masturbazione reciproca, discutono di misure del pene e abbuffate di sesso che durano diversi giorni per volta. Nel XX secolo è stato “L’amante di Lady Chatterley” ad aprire la strada - per chi riusciva a procurarsene una copia - con una sensualità terrena e sfacciata, e riferimenti palesi ai genitali maschili e femminili, che non toccavano le pagine di un romanzo da un secolo. Quando negli anni Sessanta “Lady Chatterley” fu finalmente disponibile per il grande pubblico, gli steccati furono abbattuti e molti diedero il proprio contributo. “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon mostra una vera orgia a bordo della Anubis - una scena tanto erotica quanto bizzarra, con l’ambientazione nautica che la rende ancora più spassosa. Una sculacciata pubblica fa sì che tutte le persone a bordo raggiungano l’orgasmo contemporaneamente. Le fantasie masturbatorie di Bloom in “Ulisse” possono funzionare per i ragazzi, mentre Molly che ricorda come il suo pomeriggio di sesso con Boylan le fece sentire «il fuoco dentro» può fare lo stesso per le ragazze. Ne “Il chiodo fisso” di Melvin Burgess abbiamo la possibilità di rivivere i primi, maldestri approcci sessuali degli adolescenti, mentre “Il macellaio” di Alina Reyes racconta di un’estate che una ragazza adolescente trascorre a lavorare in una macelleria, dove impara a conoscere la carne, e non parliamo solo delle frattaglie. (Chissà perché c’è questo legame tra i macellai c le scene di sesso? Anche Kate Grenville non riesce a resistere a questo richiamo delle sirene in “The Idea of Perfection”, con i suoi vari amplessi, sudati e col grembiule da macellaio). L’eroina de “Le vite private di Pippa Lee” di Rebecca Miller raggiunge precocemente l’orgasmo da adolescente, nuotando a rana, e ne “La sposa nuda” di Nikki Gemmell, pubblicato anonimo, la protagonista si prende una pausa dal suo recente matrimonio per conoscere la prostituta e dominatrice che sente di avere dentro di sé. “Histoire d'O” di Pauline Réage è una fantasia sado-maso su una schiava del sesso che rimanda al capostipite di questo genere, “Venere in pelliccia”, pubblicato nel XIX secolo; per questi due ultimi titoli, tenete pronto il frustino. Nel frattempo, la letteratura gay e lesbica ha recuperato il tempo perduto in anni di repressione con sfrenato entusiasmo: “La biblioteca della piscina” di Alan Hollinghurst è una ricca fonte di letteratura erotica gay - dove le erezioni brandite con orgoglio sono all’ordine del giorno. L’omosessualità emergente è al centro di “Un giovane americano” di Edmund White, un inno al giovane amore gay, mentre un rapporto più doloroso tra due uomini si associa a metafore floreali in “Nostra signora dei fiori” di Jean Genet. Le ragazze possono aggiungere un dramma in costume al loro repertorio con “Carezze di velluto” di Sarah Waters, regina della letteratura erotica lesbica. Chi soffre di anorgasmia, situazionale o completa, dovrebbe tenere questi romanzi vicino al letto e seguirne i consigli da solo o con un amico (o con un’amica).

Bugiardino

Dei libri orgasmatici proposti, non è che abbia un grande passato di letture. A parte le letture giovanili di Ulisse, e quelle adolescenziali di Thomas Pynchon e di Pauline Réage, abbiamo poco dei rimanenti. Rimangono infatti solo Lawrence, di cui ho parlato una decina di anni fa e che riporto per completezza di informazioni, ed il libro gay di Hollinghurst, di cui invece riporto per la prima volta la trama.

David  Herbert Lawrence “L'amante di Lady Chatterley” Repubblica Novecento euro 4,90

[pubblicato il 31 luglio 2011]

Un classicissimo finalmente letto tutto. Molto datato in alcuni punti. Ma alla fine si legge e dà alcuni spunti. Anzi, andrebbe comunque letto. Infatti, se da una parte è un libro polemico contro l’aristocrazia inglese ed il suo vuoto mondo di privilegi che stanno finendo (ma non risparmia nessuno, certo non i minatori e la classe lavoratrice in genere, ma su questo ci si ritorna), dall’altro alcune pagine “di sesso” sono poetiche e delicate.

Ma come, direte, un libro che veniva censurato per la sua volgarità ed il suo esplicito parlare? Prima di tutto, sono passati novanta anni, e ben altro esplicito parlare abbiamo dovuto sorbire. Lawrence anzi è poetico con le sue infuocate scene di sesso, per poi scivolare nel climax delle chiacchiere intorno a John Thomas e Lady Jane (che non sono il nome dei due protagonisti, che si chiamano Oliver e Constance, ma …).

Secondo poi, veniva censurato con la scusa del sesso, ma perché era un libro che metteva in crisi i rapporti tra le classi sociali. Come (!), una Lady che si innamora di un guardiacaccia, e per questo amore sfida il mondo immoto della caccia alla volpe e del tè delle cinque! Questo sì che non si doveva vedere. Anche perché le prime 100 pagine sono quelle che con più forza attaccano il mondo dei lord. Una per tutte, la scena degli aristocratici che parlano a ruota libera durante un dopo cena, anche di funzioni corporali, ma quando Connie interviene hanno un modo di fastidio, che mi ricorda tanto le scene nordafricane con il maschilista che rivolgendosi all’unica donna che sapeva parlare inglese (e che gli teneva testa) l’apostrofa con uno “Shut up, woman!”. Stessa sensibilità ad un secolo di distanza.

Certo, Lawrence non è cattivo fino in fondo, che Oliver comunque ha fatto il soldato, sa parlare bene inglese, in un certo senso “conosce le buone maniere”. Non è soltanto un “buzzurro con il sesso caliente”. In questo contesto, un po’ cadenti tutte le lunghe pagine dedicate alle miniere, al carbone, allo sviluppo industriale, ed altro “politichese”, che, queste sì, hanno fatto il loro tempo e sono datate. Ma anche l’altro versante ha il suo interesse, i tormenti di Oliver verso l’altro sesso (e le sue pippe mentali, diciamocelo pure), la progressiva emancipazione di Constance (che intanto, benché Lady, aveva già avuto esperienze sessuali prima della Grande Guerra, ed anche questo faceva scandalo), ed i due contraltari: la finta liberale sorella Hilda, che non accetta il liberarsi della sorella, e la signora Bolton, che non vede l’ora che Constance se ne vada per trovare un suo spazio ancillo-infermiero-erotico presso il povero Clifford, paralizzato dalla vita in giù.

E comunque ci vuole del coraggio a sostenere nel 1928 che anche la donna deve provare piacere nell’atto sessuale. E che quando si fa sesso, lo si fa in due ed entrambi devono partecipare, godere, comunicare. Un passo enorme all’epoca. Quindi un buon libro, con qualche punto in più per l’inquadratura storica (e quanto di auto-vissuto c’è in tutto ciò scritto dal figlio di un minatore che sposa una baronessa…), e qualche punto in meno che (e qui ritorna un altro mio pallino) Lawrence in ogni caso maschio è, e se partecipa e riesce a render vivi i problemi di Oliver verso l’altro sesso, meno mi convince quando cerca di spiegare il sentire di Constance (forse solo sulla dolcezza che in ogni caso deve esserci tra due amanti coglie un segno comune). E gli ultimi segni negativi, perché non dico dipinga un lieto fine, ma ha verso la fine un atteggiamento un po’ conciliatorio, lasciando molte cose in sospeso così che ognuno scriverà il seguito della storia, da dove lui ci lascia, secondo le proprie visioni pessimiste o ottimiste.

Due annotazioni finali: l’ottimo editor, che ha giustamente messo le note con le poesie inglesi citate da Lawrence, perché ha lasciato non indicato a pag.204 l’esplicita citazione di Walt Whitman? E poi, la parte più sanguigna ma anche più tenera dell’amore tra Oliver e Connie è scritta in dialetto, e la sua traduzione in italiano risulta quanto mai “fuorviante”. Ma si sa, con Eco, tradurre è tradire… 

“Una donna vuole che tu l’apprezzi e che tu le parli … e, allo stesso tempo, che tu la ami e che tu la desideri… mi sembra che le due cose si escludano a vicenda.” (63)

“Se la civiltà vuol farci del bene, deve aiutarci a dimenticare i nostri corpi, e allora il tempo scorrerà piacevolmente.” (84)

“La solitudine andava accettata. Bisognava conviverci …e i momenti in cui il vuoto si colmava erano da apprezzare. Ma non li si poteva forzare.” (161)

“- Non potresti vivere senza lavorare? – Io? Forse sì, se intendi vivere solo della mia pensione. Sì, forse sì. Ma io devo lavorare, se no muoio. Voglio dire, ho bisogno di avere qualcosa che mi tenga occupato. E non ho il carattere giusto per un’occupazione in proprio. Deve essere un lavoro che svolgo per qualcun altro, se no, in un momento di rabbia, poteri mandare tutto all’aria nel giro di un mese.” (186)

“Quello che non sopporto è l’impudenza idiota, autoritaria di coloro che governano il mondo. Io odio l’arroganza del denaro e quella di classe. Quindi, in questo tipo di mondo, che cos’ho da offrire a una donna?” (308)

Alan Hollinghurst “La biblioteca della piscina” Mondadori euro 10,50 (in realtà, scontato a 6,30 euro)

[pubblicato il 28 ottobre 2018]

Mi sembra abbastanza scontato dove le libropeute abbiano collocato la lettura di questo libro. Il più che sessantenne autore, da me fino ad ora ignorato, è invece ben presente e noto nel panorama letterario inglese, tra l’altro avendo vinto il Booker Prize nel 2004. Ed è ben noto per il suo essere dichiaratamente gay e per essere i suoi scritti sempre collocati all’interno del mondo omosessuale. Come in questo che, in quanto anche primo libro pubblicato sui 34 anni pone alcuni archetipi del suo modo di porre il romanzo che, leggendone a posteriori le critiche degli altri suoi scritti, rimarranno costanti.

Comunque, almeno nella mia lettura del libro, ho la necessità di separare la scrittura dal testo. Non è certo un’operazione sempre corretta, che chi scrive ovviamente lo fa unificando i due elementi. Tuttavia, in questo testo di lenta lettura per me hanno due diversi pesi. La scrittura è quella di un buon artigiano della penna, che riesce ad intrecciare diversi livelli di scrittura, dal narrare in prima persona del protagonista Will ai brani di diario scritti da Lord Nantwich, ai brevi intarsi del tristo James. Inoltre, non si dimentica i personaggi, li lascia e li riprende, ed anche quando sono a margine, risultano sempre caratterizzati e funzionali alla trama. Ma poi la scrittura stessa scivola in un compiacimento alla Oscar Wilde che abbia seguito un corso accelerato presso il marchese de Sade.

Le crude descrizioni delle latrine, delle docce, dei club esclusivi, dei ring di periferia, dell’atelier del fotografo che, con una patina di originalità, non fa altro che montare scene erotiche, sono pugni nello stomaco, in cui le prime comparse incuriosiscono, le seconde cominciano ad essere ridondanti, le ultime alla fine hanno solo un senso autoreferenziale inutile. La trama, invece, potrebbe essere svolta ed articolata in qualsiasi tempo e spazio, quasi fosse un archetipo universale. Il giovane Will Blankurst è ricco, spensierato e gay. Si aggira in una Londra di metà anni ’80 alla ricerca di qualche avventura, pronto ad innamorarsi per due begli occhi, o un bel corpo.

Ma altrettanto pronto a subire delusioni, ed anche brutte avventure (non entro in particolari che non saprei rendere con la spontaneità dell’autore). Dalla sua storia passata che ci viene fornita spezzettata lungo tutto il romanzo, capiamo che è figlio di un alto magistrato, ora Lord nella Camera dei Pari, che ha studiato a Oxford, dove è diventato “Prefetto” (bisogna conoscere un po’ delle modalità organizzative dei college per capire meglio questa parte), e dove questi vengono chiamati (non si sa per quale motivo) “Librarian”, cioè Bibliotecario, e dove Will diventerà il Librarian della Piscina (da cui il titolo). Ed è dai tempi del college che sviluppa il suo modo di vivere, e lì nella piscina ha i suoi primi approcci sessuali. Che continuerà ad avere nella piscina del club che frequenta da ventenne. E dove incontra, conosce e sviluppa le sue amicizie, tra cui l’amore sempre presente, ma mai portato fino in fondo, con il suo coevo James.

Si salvano a vicenda in situazioni drammatiche, si professano stima reciproca, in fondo si amano. Ma James non porta mai sino in fondo i suoi sentimenti, e Will è un farfallone sempre pronto a seguire gli occhi di un bel “coloured” o di un bel corpicino. Il tutto si intreccia con la storia di Lord Nantwich, anziano ottuagenario gay che Will salva in una situazione potenzialmente mortale (infarto), e dove, da quel momento in poi, tra i due si instaura un rapporto di amicizia (vera o falsa?) in cui il Lord chiede al giovane di scrivere la sua biografia. Da qui nascono quegli inserti di scritture diverse in cui Hollinghurst sembra sapersi ben destreggiare. Tra cene in club ricchi e favolosi, serate all’opera, ed ubriacature in sordidi bar, passa il tempo anche dell’amicizia tra i due. Dove Will, leggendo e studiando diari e manoscritti, scopre i motivi dell’attaccamento del Lord verso questo giovane poco noto.

Non ve ne parlo, che sarà, forse, l’unica parte interessante, nonché di denuncia, che riesce a mettere ben in chiaro lo scrittore negli ultimi due capitoli. Il tutto, data la prova di prima scrittura del libro, pieno anche di riferimenti al mondo privato dello scrittore: lunghe citazioni di Ronald Firbank, scrittore gay protagonista della tesi di laurea di Hollinghurst, momenti trasversali tra Lord e altri scrittori e musicisti (Edward Morgan Forster ed i suoi libri, Benjamin Britten ed il “Billy Budd” tratto da Melville e poco velatamente gay). Ripeto allora i miei giudizi iniziali: una scrittura ben avviata non sorretta da una trama altrettanto all’altezza. Non mi hanno sconvolto le descrizioni pure crude, ne abbiamo visto e sentite tante. Ma non sempre si amalgamano scritto e testo, e questo non mi ha convinto fino in fondo. Una bella prova, e coraggiosa, ma non in linea con i miei gusti letterari.

“Ho avuto una vita molto interessante e ora è così maledettamente noiosa e sono tutti morti e non riesco a ricordare cosa stavo dicendo.” (57)

“Ti penso in continuazione e converso mentalmente con te e immagino che cosa diresti tu di varie cose.” (289)

“Non ero molto ben disposto verso le fotografie, ma … mi sentivo un po’ in ansia per loro, come mi capita quando vedo un amico sul palcoscenico.” (302)

“Quando ci si avvicina al termine della propria vita, ci si rende conto di averla sprecata quasi tutta.” (314)

Conclusioni

Anche qui, mi rimetto alla clemenza della corte

 

domenica 3 aprile 2022

Tra sorrisi e riflessioni - 03 aprile 2022

Devo dire, una settimana decisamente sopra media. Con i sorrisi di Asterix, e con due saggi da leggere: la meraviglia dell’ultimo amore di Romagnoli e le ultime note sul cinema di Calasso. Il meno riuscito dei cinque di questa settimana è il buon Scalfari, che forse farebbe bene a strigliare la deriva del suo giornale. Ma queste sono altre storie. Godetevi soprattutto le frasi della memoria, e date un occhiata alle mie ricerche su Asterix.

Gabriele Romagnoli “Senza fine” Feltrinelli euro 11,50 (in realtà, scontato a 9,20 euro)

[A: 07/05/2021 – I: 08/08/2021 – T: 09/08/2021] &&&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 94; anno: 2018]

Seppur continuo a seguire i suoi scritti giornalistici, e che sia giornalista lo si vede in ogni cosa che scrive, ogni tanto è bello ritrovare l’ottimo Gabriele Romagnoli. Come in questo testo che mi sono regalato per il mio ultimo compleanno. Regalato soprattutto per quel sottotitolo che sembrava ben riassumere una parte consistente della mia vita. Sottotitolo che riporta: “La meraviglia dell’ultimo amore”.

Non torno sulla scrittura, che Romagnoli si legge facile, e passo subito al testo, ai suoi contenuti, iniziando, cosa che in genere non faccio mai in queste trame, con una citazione: “Non è il primo amore che conta, è l’ultimo. Sul primo si è già scritto tutto, a cominciare dalla sciocchezza secondo cui non si scorderebbe mai. … A essere indimenticabile, invece, è l’ultimo amore, perché è lì, ancora”.

Ecco, una frase talmente significante che potrei chiudere qui, dicendo andatelo a leggere, magari meditando anche sulle citazioni che riporto in finale. Oppure ragionando su cosa sia “Amore”. Amore inteso come il sentimento che una persona prova per un’altra. Senza vincoli. Cioè non è che si deve stare insieme per amare, ma si deve di certo amare per stare insieme.

Libro da giornalista, pieno di esempi, di citazioni, di storie. Di amori lineari, di amori circolari. Di storie che sono sbocciate ai supplementari. O addirittura ai rigori. Tutte incentrate su quel concetto: ultimo. Che può essere lineare, cioè coincidente con il primo. Circolare, ci siamo lasciati per poi incontrarci dopo i nostri percorsi. Tangente, che dopo l’incontro, benché ci siano stati altri incontri, quello rimane, nella testa e nel corpo, l’ultimo amore.

C’è un altro concetto per pensare all’ultimo amore: il luogo dove non vorrò andarmene al risveglio. Perché l’ultimo amore è quello consapevole di aver trovato nell’altro quello che si è. Perché è la fine dell’attesa (vedi ultima citazione).

Ma Romagnoli, appunto, non è un saggista. È un giornalista, ed allora si appoggia a Barnes quando questi dice “L’amore non può essere racchiuso in una definizione, può esserlo forse soltanto in una storia”. Quindi ecco di nuovo le storie. Di Carlo e Lena che si ritrovano dopo 40 anni. Di Fioravante Palestini, quello della pubblicità dell’Uomo Plasmon, che dopo vent’anni di prigione in Egitto, incontra una dottoressa che si era innamorata di lui tanti e tanti anni prima. Di John Schley e di Marie Colvin, due reporter, lei uccisa in Siria nel 2012. Di Alvin e Gertrud, convolati a nozze verso i 100 anni. Dei genitori di Romagnoli, toccante ed irriportabile, va solo letta.

In realtà, sono anche convinto che sia un libro da leggere due volte. La prima pagina dopo pagina. La seconda aprendo un capitolo a caso, ed immergendosi nella storia che lì si dipana. Perché, ed è questo uno dei sensi della mia lettura, non ci si stanca mai di cercare l’amore, non ci si stanca mai di arrivare, sfiniti e felici, di fronte all’ultimo amore.

Romagnoli ha scritto il libro in un tempo che ora consideriamo normale. Io l’ho letto in questo mondo pandemico, e mi domando, in chiusura, quanto anche questo tempo ha rivoluzionato il modo di stare insieme. Quanti sguardi che potevano esserci sono mancati. La mia risposta la porto con me, ed è gioiosamente positiva.

“Aveva sempre bisogno di una missione lontana per sentirsi vivo … stava con una donna che trovava intollerabili le sue continue partenze.” (54)

“Essere vivi è un privilegio a cui non si può abdicare” (72)

“Una persona non è un appartamento, non si può ristrutturare … Se è uno chalet di campagna non diventerà mai un attico in centro.” (74)

“Accettare è il primo modo di amare.” (74)

“Si è imparato che un’unione … è la congiunzione di due cerchi … che acquisiscono una parte comune e ne mantengono una separata, e così facendo risultano vincenti.” (84)

“Sapere che cosa non vuoi è molto più importante che sapere cosa vuoi.” (89)

“L’ultimo amore è la fine dell’attesa … smetti di aspettare non quando perdi la speranza, ma quando l’hai trovata.” (93)

Roberto Calasso “Allucinazioni americane” Adelphi euro 14

[A: 29/06/2021 – I: 13/08/2021 – T: 14/08/2021] &&&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 133; anno: 2021]

Una delle ultime fatiche prodotte da Calasso prima della scomparsa, che leggo con il rimpianto di non avere più questi dotti rompicapi da seguire, rigo dopo rigo, perché, comunque, ci portano in un mondo altro, diverso, ma sempre magnifico.

Qui, ci sarebbe bene la compagnia di mio cugino Alessandro, che lo spunto ed il filo rosso che collega i diversi appunti che compongono una collazione di testi e immagini, è il cinema sommo di Alfred Hitchcock. In particolare, i pensieri sparsi di Calasso, si appuntano in gran parte sul film Vertigo (del 1958, ribattezzato in Italia “La donna che visse due volte”), con una appendice che si porta appresso Rear Window (del 1954, per noi “La finestra sul cortile”).

Film legati ed opposti. Con James Stewart come interprete, e donne bionde di contorno. Due film opposti, nell’analisi del nostro. Ma legati, oltre che da James, da una serie di costrizioni, quelle che bloccano l’attore: vertigini in un caso, una gamba rotta nell’altro. E questa costruzione antitetica non può che portare a conclusioni opposte: lieto film in un caso, e non nell’altro. E sapete bene quale dei due sia.

Com’è ovvio, per chi conosce Calasso, poi, non si fa un’analisi lineare, ma si procede per frasi che illuminano momenti, situazioni. Come quando, sempre per parlare dei due film, ci svela: “I primi oggetti di cui si parla in Rear Window e Vertigo sono un’ingessatura e un busto. Si tratta di liberarsi di qualcosa che blocca la vita normale, in conseguenza di un incidente grave. E in entrambi i casi la situazione si aggraverà ancora…”

È bello veder scorrere le allucinazioni di Calasso, mentre narra dei film, ne svela i meccanismi, i retroscena, rimandando poi, come è ovvio, al libro cardine di Truffaut su tutta la filmografia hitchcockiana. Ed è anche interessante, coinvolgente, seguirne il sotteso testo che rimanda al libro incompiuto di Kafka, “Amerika”. Dove il teatro dell’Oklahoma non può che rimandarci al cinema. Il cinema che, creando atmosfere fuori dal mondo, fa sì che queste atmosfere ci rapiscono, ci portano in una sospensione tra la vita, personale, concreta, e la vita effimera raccontata dalla pellicola.

Ed ovvio che, se c’è un regista che coglie e ci offre la dimensione metafisica del cinema, sia proprio ad Hitchcock che ci rivolgiamo. Qui tornando, ma non noi che non ne siamo capaci, all’analisi dei due film, alle riproposizioni di scene ed immagini che forse conosciamo a memoria, ma che così riproposte ci risultano sempre nuove. Come ribadisce la prima fase che riporto in fondo.

Come elemento di passaggio, il secondo capitolo delle allucinazioni, battezzato “Il ballo dei fosfeni”, ci presenta, in una scrittura acuta e coinvolgente, nonostante la difficile comprensione di alcune parole, uno sguardo veramente interessante sulla percezione visiva e sul cinema stesso. Si entra in un cinema, ci si siede e si sospende la visione della realtà, entrando in uno stato di allucinazione dove le immagini in movimento sul grande schermo, danno forma alla nostra modernità. Sia per il modo in cui ce la raccontano, sia per il modo (torniamo ai lampi visivi ai margini del nostro sguardo) di farcela apparire sulla retina.

Per questo, ad esempio, concordando in pieno con lui, riesco difficilmente ad essere soddisfatto di una visione cinematografica che non avvenga in una sala buia e vasta. Difficile venire a capo del rompicapo di Calasso. Tornando sui fosfeni, che danzano al limitare del nostro campo visivo, Calasso ribadisce che “il cinema è l'unico luogo accogliente senza confini percepibili, indifferente, dove i fosfeni si dispongono su una stessa tela di fondo”.

È questa la bellezza e l’enormità del cinema, che invade lo spettatore, lo trasforma, fino ad impedirgli di essere di nuovo ciò che era prima di entrare in contatto col cinema.

Un libro che alla fine lascia il grosso rimpianto di non avere altra possibilità che tornare indietro e leggere quanto Calasso ha scritto negli anni. E rimanerne di nuovo fascinati.

“I film di Hitchcock tendono a diventare più belli, quando si rivedono.” (83)

“Non è sempre stata una vocazione peculiarmente occidentale quella di viaggiare molto, di cercare altri mondi, di conquistarli, ma anche di studiarli? E perché si studia se non per capire qualcosa che si può anche usare?” (97)

“Il cinema di pomeriggio … era un piacere confinante con il vizio. Nelle sale ancora si fumava … Mi sedevo sempre nelle prime file.” (111) [dedicato a mio cugino Paolo]

Jean-Yves Ferri & Didier Conrad “Asterix e il Grifone” Panini s.p. (regalo di Nozze di Raul e Viviana)

[A: 02/11/2021 – I: 05/11/2021 – T: 05/11/2021] - &&& e ½ 

[tit. or.: Astérix et le Griffon; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2021]

Ovvio che quando c’è un Asterix in libreria, si legge subito. Perché è breve, perché mi diverte, perché “ce l’ho tutti”. In più questo deriva dal regalo di nozze che hanno fatto i miei amici bolognesi, cui quindi dedico questa e tutte le trame dei libri acquistati con il loro contributo.

È anche il quinto volume della grande saga (iniziata ormai sessanta anni fa) che si avvale della sceneggiatura di Ferri e dei disegni di Conrad. Ma in più, questo è il primo libro pubblicato dopo la morte del grande disegnatore che ne aveva iniziato la storia. Infatti, mentre Goscinny ci aveva lasciato già dal ’77, Uderzo muore nel marzo dello scorso anno. A tener alto il nome del francese ribelle, rimane solo la figlia di Uderzo, Sylvie, che ne cura l’immagine, non avendo interesse nel testo o nel disegno.

Ora, su Conrad, come disegnatore, c’è poco da dire. Il tratto dei personaggi principali è talmente consolidato che un buon disegnatore ha poco di nuovo da inventare. Ci sono allora i personaggi “nuovi”. Qui, se dal lato caricaturale la struttura è sempre buona (vi rimando ai commenti finali), su alcune nuove figure non si riesce a trovare molto di nuovo. Così come qui, l’eroina, pur non facendo nulla, ricorda troppo, seppur alla lontana, la bella Falbalà. Insomma, poche novità, e qualche copiatura di troppo.

Sul fronte del testo, Ferri, purtroppo, anche se con molta buona volontà, è ben lontano dalle fiammeggianti invenzioni di Goscinny, così come Vania Vitali ed Alberto Toscani non possono certo competere con il grande Marcello Marchesi. Tuttavia, qualche buona idea c’è, e qualche gioco di parole pure (con qualche interessante rimando ad altre storie).

Al solito, i nostri infaticabili Galli sono alle prese con trasferte ed avventure anche lontano dalla patria, laddove li porta il loro “universalismo anti-potenti” o, al minimo, qualsiasi storia contro i romani.

Questa volta, al fine di aiutare lo sciamano Kikucina, sodale del nostro Panoramix, si recano nella terra dei Sarmati. Dove Cesare aveva mandato un suo manipolo, costituito dal geografo Terrincognitus, dal centurione Nelsuobrodus e dal cacciatore Ermejus, al fine di catturare il mitico grifone. Animale di cui parlano le storie del viaggiatore greco Styratos da Collagene, ed a cui dovrebbe condurli la loro prigioniera, l'amazzone sarmata Kalachnikovna, nipote dello sciamano. I Sarmati sono un popolo che abitano un’estesa terra russa, dall’Ucraina al Caucaso, con un’inversione dei ruoli sociali. A casa restano gli uomini, mentre in guerra (ed a caccia) vanno le donne, guidata da Uonderuovna, la moglie di Kikucina.

Ci sono le solite scaramucce, lotte, agnizioni, ribaltamenti veloci che vi lascerò gustare per una lettura agevole e spensierata. Il mistero non è tanto il Grifone, che ovviamente non esiste e che costituirà l’ennesimo scacco matto di Cesare (sotto le acque gelate, infatti, c’è un triceratopo), ma quello che il greco aveva scritto nei suoi papiri, cioè la presenza di oro. Oro che il geografo trova, ma ben presto perde.

Tutto finisce in gloria, con lo scorno dei romani, e la grande cena nel villaggio, con due piccoli rimpianti: Idefix, il cane di Obelix, rimpiange i suoi amici lupi della steppa, ed Obelix stesso ripensa alle parole della guerriera Krakatovna, verso cui cominciava ad avere un debole.

Al solito, oltre alla storia in sé, quello che ci piace nelle gesta di Asterix sono le ironie ed i rimandi. Qui, ad esempio, abbiamo la pozione che si gela, per cui Asterix può poco, nelle lotte, se non aiutato da Obelix e dalle amazzoni. C’è Panoramix che è fuori causa, che non riesce a fare una nuova pozione, per cui si dedica ad un palliativo. Ne uscirà una minestra che sarà l’antenata del bortsch russo (così come quell’acqua calda trasformata in tè in “Asterix e i Britanni”). Poi ci sono le caricature, dove io ne ho viste due palesi: Terrincognitus ha le sembianze di Michel Houellebecq, mentre i pirati, che non saranno affondati questa volta, bordeggiano in una sola vignetta, laddove un sosia di Aznavour canta. In originale si tratta dei versi "viens voir les Phéniciens / voir les Égyptiens" derivanti dalla canzone "Les comédiens". Nella versione italiana, il grande franco-armeno canta "ed io tra di voi".

Infine, ci sono le invenzioni verbali e fonetiche. Prima di tutto, i Sarmati comparivano anche nel penultimo libro, dove c’erano due aurighi, uno dei quali si chiamava Olyunidislov (dalla canzone dei Beatles). Ma soprattutto, parlavano invertendo allo specchio le E, le F e le R, quasi a rimandare al cirillico. Purtroppo, qui rimangono solo le E rovesciate. Però si aggiungono i nomi maschili in “ina” (lo sciamano Kikucina, il formaggiaio Kaseina o il falegname Kokkoina), di facile decodifica. Con la facile ironia gallica, che i nomi in “ina” in patria sono per le donne del villaggio. Mentre qui le donne si chiamano in “vna”, come la moglie o la nipote di Kikucina.

Abbiamo anche apprezzato lo sforzo dei traduttori, per trasformare i nomi e renderli egualmente ironici. Come ad esempio (facilmente) trasformare “Terrinconus” in “Terrincognitus”. Oppure, con più difficoltà chiamare Kikucina quello che in francese si chiama “Cékankondine” (cioè “è qui che si cena”).

Non mancano anche come detto riferimenti trasversali. Come il cane lupo sarmata che si chiama “Uolverine”, il bianco neve dell’arrivo in Sarmatia, o l’accenno alle lotte con i tedeschi (e la battuta “i germani erano più franchi”).

Ma Ferri non si perita, oltre all’ironia ed alla comicità, si scaglia sopra miti e difficoltà del mondo attuale: le “fake news”, la condizione femminile, i polveroni mediatici, i complottismi di tutte le risme. Ed è questo, tra l’altro, che mi ha fatto e mi fa amare questa serie.

Jean-Yves Ferri & Didier Conrad “Asterix e la figlia di Vercingetorige” Panini s.p. (regalo di Nozze di Raul e Viviana)

[A: 01/12/2021 – I: 05/12/2021 – T: 05/12/2021] - &&& e ½ 

[tit. or.: La fille de Vercingétorix; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2019]

Grazie quindi ai regali dei miei amici bolognesi, ho avuto voglia di completare la collezione del mitico Asterix, con questo 38° volume, letto dopo il precedente dopo il 39°. Ora, però, li abbiamo tutti, anche alcuni in originale.

In particolare, questo è l’ultimo libro con vivo Uderzo (morto sei mesi dopo l’uscita dell’album). Forse per questo ha due caratteristiche opposte: mantiene vivo un certo spirito della serie ma è meno incisivo, a volte preoccupato di uscire troppo dalle righe. Laddove, sappiamo, che per andare avanti bisogna rinnovarsi nel segno della continuità.

La storia in sé si basa su un falso storico inventato da Ferri: il non verosimile ritrovamento, al largo della Bretagna, di un collier (torc in celtico) portante l’iscrizione “Rigos Duxtir” (in celtico “figlia del re”). Nasce quindi l’idea di tirar fuori dal cappello una non documentata figlia di Vercingetorige.

Salvata da resistenti arverni, questi vorrebbero portarla a Londra, dove organizzare la resistenza ai romani. Mentre cercano una nave, i due lasciano la giovane, Adrenalina, al villaggio gallico. Qui si scopre la natura ribelle di Adrenalina, che fa comunella con i giovani del villaggio, ma che soprattutto non ha nessun interesse nel continuare la guerra. Vuole solo fuggire dalla tutela degli anziani, ed intraprendere nuove vie di protesta pacifica e libertaria.

In tutto questo, viene ostacolata da un traditore della guardia di Vercingetorige, che invece la vorrebbe portare a Roma e farla educare alla romana da Giulio Cesare. Poiché si cerca una nave, facile quindi che ritroviamo i nostri sfortunati fenici, sulla cui barca si svolge un’epica battaglia tra il traditore e Adrenalina, anche se quest’ultima è aiutata da Obelix. Mentre la nave affonda, il traditore fugge, arriva la nave trovata dagli arverni, guidata da uno skipper inglese, Letitbix. Tra lui e Adrenalina scoppia l’amore, anche perché il collier è finito in mare, e quindi non ha più il potere attrattiva per una rivolta.

Quindi, i galli tornano al villaggio per la solita festa finale, Adrenalina e Letitbix partono per lidi ameni, ed il collier giace in fondo al mare, chiudendo il cerchio con l’invenzione di Ferri narrata all’inizio.

Come al solito, l’album è pieno di allusioni e di rimandi, nonché di ironie, grandi e piccole. Intanto, Adrenalina, pur involontariamente secondo Conrad, è molto somigliante a Greta Thunberg, assumendone alcuni tratti pacifisti. Inoltre, è completamente “addicted” alla moda “gotica” (veste sempre di nero, e mai in gonna), anche qui con accenni critici alla moda imperante. Infine, fa comunella con i giovani, creando quel dissidio tra adulti e adolescenti che è uno degli elementi portanti del libro. Giovani che sono poi i figli degli anziani del villaggio: Selfix, figlio del fabbro Automatix, e Sushix e Sashimix, figli del pescivendolo Ordinalfabetix. I nomi sono auto esplicativi, anche se in originale, Sushix viene chiamato Blinix.

Questo apre una piccola parentesi sulla capacità e la bravura dei traduttori (Vania Vitali e Andrea Toscani) nel mantenere il senso delle ironie francesi, mutandole in comprensibili comiche italiche. E ne vedremo anche molti altri esempi.

Vediamo ad esempio i due capi arverni, Monolitix e Ipocalorix, che si presentano come appartenenti al FARC (in originale “Front arverne de résistanche checrète”, in italiano “Fronte Arverno di Resistenscia Clandestina”, che rimanda immediatamente al gruppo rivoluzionario sudamericano “Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia”), e nelle fattezze assomigliano a Winston Churchill e Charles de Gaulle. Inoltre, i nomi sono storpiati, essendo gli arverni molto adusi alla parlata con la “S” moscia.

Poi c’è il cattivo traditore, Nerdflix, nome che in italiano vorrebbe rimandare a Netflix come dedito alle serie TV, dato che in originale si chiama Adictosérix. Inoltre, forse involontariamente, ha anche fattezze molto somiglianti a Gérard Depardieu.

A parte l’autoreferenza verso uno dei primi album, riguardante l’incontro con una nave fenicia (qui indicata come “Grandimaïs” ed in originale come “Epidemaïs”), c’è una solita grande allusività verso la musica. Lo skipper di cui si innamora Adrenalina si chiama Letitbix, facilmente riconducibile ai Beatles, anche perché ad un certo punto dice agli arverni “direte che sono un sognatore, ma non sono il solo”, facile rimando a “you can say I’m a dreamer, but I’m not the only one” tratto da “Imagine” di John Lennon.

Inoltre, sulla galera romana, c’è un giovane Goto, figlio adottivo di un legionario, che impone la cadenza alla barca ritmando un tamburo. Ora, primo, il giovane si chiama Ludwikamadéus, facile allusione a Beethoven e Mozart, e secondo, sul tamburo suona il pezzo “Boing Boom Tschak” del gruppo tedesco Kraftwerk, uscito nel 1986 nell’album “Electric Café”.

Infine, ci sono molti rimandi, questi sì difficili, alla musica pop. Dal sito originale apprendo che, sulla nave dei pirati, quando questi sono ubriachi del vino fenicio, si canta “Car il était gai comme un Phénicien”, allusione a “Tu étais gai comme un Italien” parole della canzone “Une femme avec toi” di Nicole Croisille. Un secondo intona “Phénicie aussi” allusione alla canzone “Félicie aussi” interpretata nel 1939 da Fernandel. L’ultimo, attaccandosi ad un otre di vino canta “Et ça continue amphore et amphore” allusione a “Et ça continue encore et encore” parole della canzone “Encore et encore” di Francis Cabrel. Essendo tutto ciò assai poco comprensibile, i traduttori hanno un po’ tagliato, lasciando “Io sono uno straniero” di Georges Moustaki, e “Anfora, anfora, perché io da quella sera” da “Ancora” di Edoardo De Crescenzo.

Finiamo con il dire che tra i pirati c’è sempre un Charles Aznavour. E che la guardia che fa scappare Adrenalina in originale si chiama Simplebasix, e porta un casco con visiera all’indietro che rimanda al rapper francese Orelsan. Per mantenere il senso, la guardia in italiano viene chiamata Geiax, che penso non abbia bisogno di commenti.

In conclusione, un buon prodotto, forse molto “francese” per il nostro mercato, ma che ha molte frecce al suo arco, e che io continuo ad amare, per le critiche varie che continua a tenere, e per l’ironia che tiene in moto la mente. Ricordo infatti che me ne innamorai quando, nel terzo volume, “Asterix e i Goti”, tradotti da Marcello Marchesi, vedendo visigoti e ostrogoti che se le davano di santa ragione, Asterix se ne esce con “I goti che picchiano i goti, che goturia”. Inarrivabile.

Eugenio Scalfari “Racconto autobiografico” Einaudi s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 09/10/2021 – I: 12/01/2022 – T: 13/01/2022] &&& -- 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 117; anno: 2012]

Come in altre letture ho affermato, leggere è nutrirsi di pettegolezzi. Quando si legge poi di vita vissuta, questi assurgono a trama del pensare. Per questo mi è sembrato interessante entrare nel mondo di Scalfari, non dalle porte dei suoi scritti, ma dalla parte (forse) del suo cuore, laddove nascono i sentimenti, laddove nasce l’uomo. poiché inoltre scrivere è l’anelito che Scalfari ha sempre avuto, magari non riconoscendolo, scrivere della propria vita (auto-biografia) salda intensamente il vissuto di un uomo.

Non devo certo riconoscere a Scalfari le sue doti, di uomo, di giornalista, di scrittore. Mi è sempre interessato, anche quando non condividevo le sue posizioni. Tant’è, che prima di diventare un affezionato lettore di Repubblica, a vent’anni comprai e lessi quella pietra miliari di giornalismo ed economia che fu il libro da lui scritto con Turani, dal titolo “Razza padrona”.

In questo lungo viaggio intorno a sé stesso, la parte realmente biografica, sia personale, sia delle tante persone incontrate lungo la via (alcuni tratti privati dei potenti dell’economia e della politica italiana sono migliori di lunghe analisi), è di sicuro interesse. Quando salta sulla locomotiva delle analisi politiche e sociali, non sempre risulta così coinvolgente.

Comunque, e purtroppo, Eugenio nasce ariete d’aprile, per la precisione il 6 aprile del 1924, a metà strada (circa) tra mio padre del ’23 e mia madre della fine del ’24. Vi chiederete cosa c’entra. Qui devo riprendere proprio le idee di Scalfari, che inizia il suo viaggio parlando delle sue radici. Dei nonni e bisnonni, materni e paterni, giù giù fino alla dolce madre ed al padre inconcludente, girellone e forse farfallone. Uno dei punti salienti è stato per me la rievocazione del nonno paterno Eugenio, massone e socialista, che in occasione del 1° maggio guidava una marcia di tutta la famiglia e dei vicini attorno al loro palazzo al canto dell’Internazionale.

Così che ripenso alle mie radici, quelle che mio cugino ha ben descritto da parte di mamma, il nonno avvocato, politico, amico di Sturzo, la nonna ribelle, marchesa ligure in cerca di nuovi orizzonti. Poi quelle paterne, nonna Adelma rammendatrice e donna di casa, nonno Arturo vetraio fino ad un incidente che lo priva del pollice e poi per anni tassista. Ma non si parla di me, quindi torniamo a Scalfari.

Di cui seguiamo la giovinezza sanremese, con quel banco del liceo condiviso con Italo Calvino, la voglia di scrivere, il fascismo e la monarchia, la cacciata dal GUF, fino ai ventidue anni del referendum, dove, con Croce, vota per il re, e, sempre con Croce, si piega alla volontà del voto e diventerà, non a caso, un sostenitore della Repubblica (battuta…).

Divertente la descrizione del suo primo lavoro come croupier in una casa da gioco. Coinvolgente l’inizio lavorativo presso banche ed affini dopo la laurea in legge, ma solo per seguire sempre e comunque il lato economico della vita. Dove per una serie di eventi, tra fortuiti e cercati, riesce a trovare la sua via. Sono gli anni ’50, gli anni de “Il Mondo” di Panunzio e de “L’Europeo” di Arrigo Benedetti. Poi nel ’55, con altri, fonda “L’Espresso”. Da lì la sua vicenda pubblica è ben nota, tra impegni vari, sia sul fronte giornalistico che su quello politico. La vicenda SIFAR negli anni ’60 o l’analisi delle iniziative di Cefis agli inizi del ’70. Fino 14 gennaio 1976 quando esce in edicola il primo numero de “La Repubblica”.

Da qui in poi, il testo diventa troppo attuale per essere ripercorso. Le sue scelte pubbliche sono di dominio pubblico. E se per anni ne ho sostenuto la liceità, ora, nella sua vecchiaia e nella mia maturità, leggo solo con interessi dei suoi incontri con Papa Francesco e di alcune riflessioni sull’umanesimo. Per il resto, non avendone più il controllo, non entro nelle scelte giornalistiche dei “suoi” giornali.

Meglio tornare al privato, con uno sguardo alle sue donne: la prima moglie Simonetta, sposata nel ’50 (come i miei genitori), le figlie Enrica e Donata, la compagna ed ora seconda moglie Serena. Forse, unica critica, un accenno al suo sentire intorno a lor quattro era doveroso. Ma va bene anche così, nel pudore di cose troppo private per parlarne in vita.

Personalmente, ritengo Scalfari, con tutti i distinguo, i se ed i ma, una personalità imprescindibile nell’Italia attuale. Con quella scrittura giornalistica che si fa leggere e non stanca mai. Un buon percorso intorno a ottanta anni d’Italia e di privato.

“Mio padre ha vissuto con me e dentro di me molto di più di quando era vivo, e questo è il solo modo che io conosca per difendersi dalla morte.” (81)

Prima trama d’aprile, che ci consente di tornare ai libri di quest’anno, iniziando dal mese di gennaio. Un buon numero di libri, ma di scarsi risultati. Qualche gradimento appena passabile, come il sopra commentato Scalfari, il classico De Angelis o la cara Agnello Hornby. Ed altrettanti risultati quasi da fondo classifica: l’indonesiano Kurniawan, l’inutile libro della Littizzetto ed un Roberto Costantini che ancora non riesco a capire.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Lyonel Trouillot

I figli degli eroi

Repubblica Mondo

9,90

2

2

Augusto De Angelis

Sei donne e un libro

Mondadori

6,50

3

3

Eka Kurniawan

L’uomo tigre

Repubblica Emozione Noir

7,90

1,5

4

Roberto Mistretta

La profezia degli incappucciati

Mondadori

6,50

2

5

Samar Yazbek

Passaggi in Siria

Repubblica Mondo

9,90

2,5

6

Eugenio Scalfari

Racconto autobiografico

Einaudi

s.p.

3

7

Simonetta Agnello Hornby

La zia marchesa

Corriere Oggi

8,90

3

8

Roberto Costantini

Il male non dimentica

Feltrinelli Marsilio

12

2

9

Luciana Littizzetto

La bella addormentata in quel posto

Mondadori

s.p.

1,5

10

Antonio Manzini

Le ossa parlano

Sellerio

s.p.

2

11

Simone Buchholz

Revolver

Repubblica Noir

7,90

2,5

12

Valeria Luiselli

La storia dei miei denti

Repubblica Latinoamericana

9,90

2,5

13

Georges Simenon

Il passeggero del "Polarlys"

Repubblica

9,90

2,5

14

Roberto Costantini

Ballando nel buio

Repubblica Noir

7,90

1,5

 

Anche se non parliamo di viaggi ma di saggi, cosa di meglio se non ricordare un vecchio regalo, collage di diversi autori, dal titolo “Dovevo andarci”. Lì troviamo due belle frasi. La prima è per collocarsi al giusto posto nella propria vita: “non ha importanza, in fondo, dove tu ti trovi, fin tanto che con te sono la memoria del primo amore, o la presenza improvvisa di una fragranza condivisa, la melodia di una vecchia canzone, il gusto della prima zuppa di cipolle. Trovati un posto vero e viviti la vita” (63). La seconda, invece, rimanda ad un poeta a me caro per questa sua splendida poesia. Si tratta di Costantino Kavafis, della sua Itaca, ed al suo inizio: “Se per Itaca volgi il tuo viaggio / fa voti che ti sia lunga la via” (170).

Abbiamo davanti mesi complicati, di organizzazione, di spostamenti, di uscite, soprattutto monetarie. Ma il sorriso ci torna sul viso, la voglia di fare vincerà anche la guerra, ed io non smetto di pensare a tutti noi e ad abbracciarvi contento.