domenica 5 giugno 2022

Scrittura femminile - 05 giugno 2022

Come capita a volte, eccoci ad una settimana tutta dedicata alla scrittura femminile, ed anche esterofila, con due scritture spagnole (benché sudamericane), due francesi (benché della stessa autrice) ed una inglese (anche qui, eccentrica dato che è irlandese). Alla fine, la Perrin si dimostra tra le più leggibili, anche se non sempre mi convince, seguita a ruota da Isabel Allende, che, devo dire, non delude mai. Un po’ dietro, interessanti nello loro ambito, ma non per le mie corde, ci sono Cecelia Ahern e la messicana Valeria Luiselli.

Valérie Perrin “Les oubliés du dimanche” Livre de poche euro 14

[A: 10/08/2021 – I: 17/08/2021 – T: 20/08/2021] - && e ½

[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 410; anno 2015]

Sempre a causa della vacanza cretese-cretina, mi ritrovai per una spiaggia oscura. Che il libro galeotto era finito. Troppo il riposo, poco lo spazio in valigia. Fortuna che in quel di Matala c’è una fornita libreria per stranieri (a Iráklion c’è una bellissima libreria esteticamente rilevante ma solo con libri greci, una lingua che non mastico benissimo…). Così che per il finale di vacanza, finiti i libri su Spinalonga, nonché chiuso (con qualche rimpianto) il viaggio di Zorba, cosa scegliere? Di greco, nulla. Allora, visto che la Hislop parlava dell’isola dei dimenticati, perché non rifugiarsi nel primo libro dell’ultima moglie di Claude Lelouch? Cambiando l’acqua ai fiori, mi sono anche emozionato. Vediamo che succede a dimenticarsi dei domenicali.

L’impianto generale del romanzo si colloca sempre (come impareremo in seguito) in un’ambiente plurifamiliare problematico, dove qualcuno cerca di trovare il bandolo ad una qualche matassa. Qui, l’eroina è la giovane Justine che da un lato cerca di sbrogliare la propria matassa personale e dall’altro si immedesima nella storia di una vecchia signora ricoverata nella casa di cura in cui lavora. Ne escono fuori, quindi, storie parallele che si intrecciano, ed in cui il punto inziale, e poi finale, è la ricerca del sé della protagonista. Cosa che sembra quindi una costante negli scritti della Perrin.

Dipanando il testo, quindi, abbiamo la storia di Helene, la signora ricoverata. Che ha vissuto una grande e ben complicata storia d’amore con Lucien, incominciata nel lontano 1936. Helene era probabilmente fortemente dislessica, tanto da non riuscire a leggere. Lucien, invece, viene da una famiglia in cui i maschi, dalla pubertà in poi, perdono progressivamente la vista. Lucien, nell’attesa di divenire cieco, impara quindi l’alfabeto braille. Ma non diventa cieco, e quando conosce Helene, le insegna il braille, così che lei possa finalmente leggere.

Nasce così un bel rapporto, di comunione di ideali, di sesso, anche se l’amore è qualcosa che, seppur aleggia, non si esprime. I due gestiscono un bar, nascondono un ebreo durante la guerra, tentano inutilmente di avere una prole. Poi, i tedeschi scoprono il fuggitivo, deportano Lucien a Buchenwald. Dove si salva, ma perde la memoria. Al ritorno, viene salvato da un’infermiera parigina, Edna, con cui andrà a vivere, con cui farà la figlia Rose. Edna, pur sapendo la storia di Lucien, non gli rivela nulla per anni. Poi, all’improvviso, decide di mollare, quando capisce che il legame con Helene è più forte di tutto e di tutti. Edna abbandona Lucien e Rose, fugge a Londra dove si rifà una vita.

Lucien torna da Helene e con lei e Rose vivrà la sua vita, fino alla morte. Helene, alla fine, si rifugerà nella casa di riposo dove lavora Justine, le racconterà la sua vita, che la nostra eroina comporrà in un libro, per donarlo agli eredi di Helene, alla di lei morte. Ricevendone un regalo inaspettato (e non vi dico certo quale). E facendo capire alla fine a Justine quale sia la sua prossima strada.

Nella parte personale, Justine tenta di capire come e perché siano morti i suoi genitori e quelli di suo cugino Jules, periti in uno strano incidente d’auto, il 6 ottobre del 1996 (è importante ricordare la data). A forza di mettere insieme tessere del puzzle, l’incidente si rivelerà molto più che strano, come strano tutto il suo contorno. Ma questa è la storia principale, direi, che lascerei scoprire a chi ha voglia di leggere.

Leggere un libro dove, ancora una volta, si nota il tocco di Lelouch nella sensibilità di Valérie, che riempie il testo di rimandi suoi personali, che a volte hanno toccato anche me. Quando si narra che Lucien è un patito di Brassens (a lui piaceva “Les sabots d’Helene” a me “La jeune Margot”) un cantautore che adoro. Quando Roman, un nipote di Helene, parte per il Perù per fare foto alle isole Ballestas, che sono da trent’anni nel mio immaginario ed a cui tornerei volentieri anche domani. Quando cita a più riprese Milena Agus ed il suo bellissimo “Mal di pietre”, un romanzo da leggere assolutamente. Quando, infine, per riprendere un discorso, fa dire ad un personaggio “revenons à nos moutons”, una frase iterativa di uno dei primi testi francesi noti, “La farce de Maître Pathelin”, il pallino fisso della mia insegnante liceale di francese, la mitica ed inarrivabile professoressa Mangione.

E poi ci sono i suoi rimandi. Laddove il protagonista Lucien fa di cognome Perrin, come il nonno della nostra. E dove la nonna di Valérie fa di cognome Hal, come Helene. Ed un’altra nonna Géant, come un ricoverato nella clinica. Veniamo infine al 6 ottobre, data dell’incidente mortale. Ma anche giorno della nascita di Janet Gaynor, la prima attrice ad avere l’Oscar nel 1929, la cui foto seguirà Helene per tutta la vita. Ricordo ai non addentro al cinema, poi, che la faccia di Janet venne utilizzata come modello per disegnare la Biancaneve di Disney.

Insomma, avete già capito, tutto all’insegna di Lelouch e del suo tocco. Ma va bene così, pur non essendo all’altezza del secondo, ha una sua leggibilità giusta. Chissà come sarà il terzo libro dell’autrice francese.

“Être vieux, c’est être jeune depuis plus longtemps que les autres” (9) [Essere vecchi vuol dire essere giovani più a lungo degli altri]

Cecelia Ahern “P.S. I love you” RCS Media Group euro 8,90

[A: 25/03/2019 – I: 15/10/2021 – T: 17/10/2021] - &&   

[tit. or.: PS, I love you; ling. or.: inglese; pagine: 411; anno 2004]

Avevo sentito parlare di questo libro di Cecelia Ahern come uno dei preferiti in adolescenza di Benedetta. Ora ne leggo in questa sezione dedicata ai libri da cui sono stati tratti film di successo. Per fortuna è l’ultimo, non perché sia particolarmente brutto, in fondo non lo è. Ma l’ho trovato un po’ sopravalutato. In fondo, la scrittrice irlandese prende un po’ di “Love Story”, ci aggiunge qualche brano di “Ghost” ed un po’ di “Sex and the Cities”, e confeziona un prodotto sicuramente ben fatto per i poco più di vent’anni che aveva al momento della scrittura.

Fortunatamente, per non aver un giudizio che stava andando sotto lo zero, dopo pagine e pagine un po’ ripetitive ed un po’ sotto le righe, ci si inventa un finale che riscatta (anche se solo in piccola parte) un libro leggermente mieloso.

La storia ci narra il risorgere alla vita di Holly. Lei e Gerry sono felici, giovani, innamorati. Complementari negli atteggiamenti, con tanto amore che riscatta i normali momenti bassi della vita. La loro vita insieme è tuttavia di breve durata, che una malattia porta via Gerry, lasciando Holly sola e disperata per quello che poteva essere e non è stato.

Noi entriamo subito in pieno marasma. Sappiamo subito della morte di Gerry, e di come si sente Holly, ventinovenne persa e sola. Qui Cecelia ci fa vedere i due motori che porteranno Holly ad un ripensamento della sua vita, per approdare a quel finale di speranza non banale cui accennavo.

Da un lato ha due amiche meravigliose che non la lasciano sola, anzi sono a volte un po’ invadenti nel tentativo di farla uscire dalla tristezza cui si abbandono. Amiche, ma anche una famiglia, forse a volte bizzarra, ma sempre unita e presente (qui si sente molto il retroterra irlandese della scrittrice, dove sappiamo essere forti i legami familiari).

Dall’altro sarà proprio il morto che l’aiuta nel suo percorso. Gerry, sentendo avvicinarsi la fine, e sapendo di Holly forse più di Holly stessa, si inventa una sorta di gioco dell’oca, che poi è il motore del libro. Scrive dodici lettere alla sua amata, ognuna contraddistinta da un mese, ognuna con qualche riga di commento, qualche suggerimento, qualche richiesta di impegnarsi in qualcosa (dalla ricerca di un nuovo lavoro ad attività che Holly non pensava di intraprendere). Ogni lettera, poi, per ribadire il legame indissolubile tra i due, termina con la scritta del titolo. Seguendo i dettami del marito, Holly riesce a ripensare a sé stessa in termini nuovi, e ad uscire dal baratro cui era piombata. Non per dimenticare Gerry, ma per portarsi in un nuovo momento di vita, in cui lei è Holly senza Gerry accanto, ma con sempre Gerry nel cuore e nella testa. Saranno le lettere di Gerry che la porteranno a riaccettare di vivere.

È senza dubbio un romanzo d’amore, anche se non piatto o stupidamente melenso, sorretto da una scritturale scorrevole, dove si nota la ricerca di un linguaggio non piatto, con frasi e parole sovente poco utilizzate in questi contesti. Ma è anche un libro sull’elaborazione del lutto. Su come riconoscere, alla fine, che Gerry è morto, e su come comprendere, proprio grazie a Gerry, che invece Holly è viva, e che solo accettando la morte di Gerry potrà accettare di vivere.

Tanto per ricordare che non è solo un volo di lacrime, tra le pieghe delle pagine vediamo anche fisicamente il metro e settantatré di Gerry che abbraccia il metro e sessantacinque di Holly. Vediamo Gerry in forma ed atletico, prima, poi deperito, sciupato, malato quasi fino a vergognarsi di esserlo, ma forte, dentro del suo amore di Holly. Vediamo Holly rotondetta nella vita coniugale, poi dimagrire a vista d’occhio con i pantaloni che ballo. Con la poca cura di sé, che l’amica nota la ricrescita scura sotto i capelli biondi. Sono forse banalità, ma denotano attenzione all’azione che si svolge, e cura nel coinvolgere il lettore in ogni suo senso.

Non ho di converso visto il film, quindi non faccio paragoni anche se, leggendo soltanto che l’azione viene spostata dall’Irlanda in America, mi sa di operazione un po’ troppo di mercato.

Quindi, un’onesta lettura, di un onesto prodotto, che non vi cambierà la vita, ma che in estate davanti a placide onde di mare, può far trascorrere qualche ora piacevole. E magari riflessiva, che, purtroppo lo sappiamo anche se non ci crediamo, non tutti sono eterni.

“Era stato stupido sprecare così tanto del loro prezioso tempo insieme. Non gliel’aveva detto nessuno che sarebbe stato così poco.” (121)

Valeria Luiselli “La storia dei miei denti” Repubblica Latino-americana 7 euro 9,90

[A: 13/03/2020 – I: 24/01/2022 – T: 26/01/2022] - && e ½   

[tit. or.: La historia de mis dientes; ling. or.: spagnolo; pagine: 169; anno 2013]

Continuiamo un po’ saltabeccando a guardare alla letteratura del mondo latino-americano, con questa giovane scrittrice messicana. Di origini italiane, nasce meno di quarant’anni fa a Città del Messico, e dopo la laurea in filosofia, si dedica alla scrittura, ed ora vive tra il Messico e New York con marito e figli. In questo suo terzo libro si dedica, con diletto, anche se con risultati alterni, a mescolare tutte le sue conoscenze, realizzando un libro tutto sommato divertente, anche se di maggior impatto se leggiamo prima l’epilogo e poi la cronologia inserita come capitolo aggiuntivo dalla sua traduttrice americana (e redattrice del capitolo) Christina MacSweeney.

La cronologia non aggiunge molto alla forma “libro”, tuttavia, per chi non conosce molto la cronistoria politica e letteraria messicana, e per chi fa un po’ di fatica a collocare rimandi temporali a volte astrusi, è un utile ausilio (a meno di non segnarsi tutte le possibili citazioni e dedicarsi ad una lunga sessione su Wikipedia).

L’epilogo, invece, non svela nulla del libro, non essendo un epilogo del testo. Ma svela i meccanismi costruttivi del libro stesso, facendone risaltare meglio una serie di possibili pregi. L’autrice, in effetti, viene incaricata da una fabbrica di succhi messicani, la Jumex, di redigere un tradizionale catalogo per una mostra d’arte contemporanea in una installazione della fabbrica stessa sita a Ecapetec, alla periferia di Città del Messico. Valeria non è certamente priva di ingegno e decide, per una serie di motivi che potete leggere nel capitolo, di scrivere un catalogo “iperbolico”, che tocchi la mostra ma ne interpreti il carattere contemporaneo. Scrivendo un testo a puntate, nella tradizione aulica di Dickens e dei feuilleton francesi. Ogni puntata viene lette coralmente alle maestranze dedite alla costruzione del padiglione, e Valeria ne registra i commenti, le discussioni, utilizzandole per scrivere e modificare i capitoli successivi (e a volte anche i precedenti).

Si costruisce così la storia fantastica di Gustavo Sánchez Sánchez, detto Autostrada (Highway nell’originale e c’è un perché). Gustavo ha una vita tendenzialmente piatta, segnata fin dalla nascita dall’avere denti prematuri, ed ai denti è legata tutta la sua vita. Il padre, nullafacente, passa il tempo a strapparsi le unghie con i denti ed a lanciarle al figlio. Che da questa “tortura” incomincia a collezionare, prima i denti, poi tutto quello che gli capita. Fa il guardiano in una fabbrica (come i lettori della puntata), sposa una donna chiamata “la Magra” (flaca in spagnolo e pensiamo subito alla canzone), ha un figlio. Poi la Magra lo lascia, lui vivacchia, fino a decidere di seguire i corsi di un venditore giapponese, per diventare, in breve tempo, il miglior banditore d’asta al mondo. Talmente bravo di aggiudicarsi in un’asta a Miami, i denti di Marylin Monroe, di sostituirli ai suoi, e di proseguire la vita “con il sorriso in faccia”.

Bravo anche perché si inventa modalità astruse di vendita. Le incontriamo un po’ tutte. Ma le più affascinanti sono le iperboliche e le allegoriche. Nelle prime, lo vediamo vendere un assortimento di denti, vantandone la provenienza da bocche improbabili, da Platone a Petrarca, a Churchill e via inventando. Ed è già di una bella fantasia. Le seconde sono mirabili: non si vende l’oggetto, ma si inventa una storia intorno ad esso, ed è la storia, l’allegoria, ad essere declamata e venduta. Tra l’altro con uno sforzo immaginifico interessante dell’autrice.

Poi Gustavo ha una serie di sventure, che alla fine lo porteranno, triste e solitario, a rinchiudersi in casa, ed a morire lontano da tutti. Non prima di aver incontrato uno futuro scrittore, presentatosi come Jacobus de Voragine, cui Gustavo narra la sua storia per far sì che Jacobus la scriva, iperbolizzandola al massimo.

Se poi, prima di tornare sullo scrittore e su “Autostrada”, la scrittrice infarcisce le pagine di parenti e amici di Gustavo, che, ad esempio, si chiamano Giacomo Sánchez Joyce, Marcelo Sánchez Proust, Juan Pablo Sánchez Sartre e via discorrendo. Capite quindi il gioco intellettuale che c’è dietro. Poi, Jacobus de Voragine, il nome del fantomatico scrittore, non è altro che la dizione spagnolo del beato Jacopo da Varazze, vescovo ligure, famoso per un suo dottissimo tomo sulla vita dei santi. Inoltre, è di Varazze come mia nonna, il che non guasta.

Infine, Gustavo era un patito della musica country, e di un gruppo di ferro del genere composto da Johnny Cash, Willie Nelson, Waylon Jennings e Kris Kristofferson. Gruppo che aveva nome “Highwaymen”. Collegamento che si perde nella traduzione.

Il libro, purtroppo non sempre con esito felice, scorre tra malinconia ed ironia, tra invenzioni esilaranti e dotte citazioni. Al punto che finzione e realtà si mescolano, e non si comprende più cosa sia vero e cosa sia falso. Alla fine, tuttavia risulta un po’ troppo aulico e colto, e la sua fruizione diventa di difficile digestione. È però una scrittrice colta, che stuzzica la voglia di giocare a riconoscere i fili della narrazione, al di là dello scritto.

Chiudo citando un “gioco” che avrebbe deliziato i membri dell’Oulipo. Per sciogliere la parlantina, Gustavo si inventa scioglilingua non citando le parole al contrario, allo specchio (troppo facile), ma divide le parole nella loro sillabatura, e pronuncia le sillabe in ordine inverso, come dall’esempio che riporto sotto.

“Tocetpuccap” (42) [cappuccetto con sillabe invertite]

“Viaggiare è molto meglio che leggere diecimila libri” (99)

Isabel Allende “Violeta” Feltrinelli s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 14/02/2022 – I: 18/03/2022 – T: 21/03/2022] - &&&  ---

[tit. or.: Violeta; ling. or.: spagnolo; pagine: 356; anno 2022]

Con questo ho, finalmente, esaurito tutti i regali ricevuti nell’ultimo anno, e non sono stati pochi. Un finale piacevole, che la scrittrice cilena è da me letta sempre con piacere, per la facilità di scrittura, nonché per la presenza, spesso e volentieri, di tematiche politiche e sociali, oltre al lato personale ed intimo, cosa di per sé gradita.

Questa prova, tardiva e matura, ha lasciato in me una sensazione “a due facce”. Sempre bella lettura, scorrevole, e difficile da abbandonare prima di arrivare alla fine. Tuttavia, la parte sociale, non ha più la forza delle prime scritture. Pur narrando, anche, di periodi presenti in altri suoi lavori, questa parte non ha più la forza dirompente che so de “La casa degli spiriti”. Anche se, per caso, per scelta, c’è di certo un rimando. Visto che lì nasceva tutto dai primi ricordi della grande vecchia, nonna Clara del Valle, srotolandosi dal 1899 ai primi anni ‘80. Qui, seguiamo la vita, lunga e cilena, di Violeta del Valle, nata nel 1920 e dipartita centenaria.

Ma non ho interesse, né fulgide capacità critiche, per tracciare altri paralleli e rimandi. Che qui si segue un diverso filone narrativo. Facile, come detto, ma denso, visto appunto che Violeta ci parla di tutta la sua vita, proseguendo sempre in parallelo, anche se non sempre palese, con la storia del suo paese.

Abbiamo così molta parte dedicata alla vita “privata” di una donna che attraversa tutto il XX secolo. Una donna nata da famiglia agiata, che viene travolta dal crollo del ’29, per cui dalla capitale si dovrà trasferire nella Patagonia cilena. Una donna che non ci narra di tutte le sue avventure amorose, ma solo delle quattro importanti.

Il primo marito, l’oriundo tedesco Fabian, sposato un po’ per noia, un po’ perché non sembrava esserci altro. L’amante focoso per il quale lascia Fabian, Julian l’avventuriero. Dal quale avrà due figli. Il serio ed impegnato Juan Marin e l’alternativa Nieves. L’amante tranquillo e lontano, Roy, quello che risolve i problemi. Infine, il secondo marito, quello della maturità (e si sa che le seconde nozze, se meditate, sono le migliori), il norvegese Harald.

Lo scandire del tempo è anche lo scandire degli uomini e dei rapporti. I primi vent’anni di formazione. I secondi con Fabian, il tristo, e poi scoppiettanti con Julian. Che rimarrà spesso e volentieri anche oltre il tempo suo, che Violeta, nonostante lo sappia violento ed un filino troppo reazionaria, farà molta fatica a distaccarsene.

Poi ci sono gli anni dei dolori: Nieves che si droga, Violeta e Roy che la cercano in lungo ed in largo per gli Stati Uniti, Nieves che rimane incinta, e muore dando alla luce Camilo.

Mentre tutta la tragedia personale avvolge Violeta, arriviamo agli anni del Colpo di Stato, dei generali, dei desaparecidos. Di Juan Marin che lotta, ma che deve scappare, prima in Argentina, e poi in Norvegia dove troverà pace, rifugio e famiglia.

Violeta all’inizio è esterna a tutti i sommovimenti cileni, fino a che non avrà necessità di metterci la testa, di capire, di farsi coinvolgere, a diventare, dopo i settant’anni, una paladina dei diritti delle donne. Vedremo anche quello che succede dopo la caduta della dittatura. Vedremo al volo anche le storie degli ultimi venti anni. E poiché il libro viene scritto ora, Violeta avrà anche modo di far cenno alla pandemia.

Il tutto è comunque una lunga lettera al nipote Camilo, di cui scopriamo le carte molto lentamente, tanto che non vi dico che carte sono.

La capacità, indubbia, di Isabel è farci ritratti potenti di figure simbolo della storia quotidiana. Il cattivo, l’ignavo, la femminista, il prete operaio, e tanti altri. Ma non avviene lo scatto politico, come se si riuscisse a vivere un secolo stando quasi alla finestra. Si vedono cose, si partecipa emozionalmente, ma tutto passa e tutto, prima o poi finisce. Certo, l’ottantenne scrittrice è assai disincantata anche lei dalle vicende umane che ha visto nei suoi lunghi anni. E questo disincanto porta quasi a sopire passioni e moti dell’anima forti. Ci sono tante cose, forse troppe, ed io, alla fine, non sono riuscito ad appassionarmi a qualcosa, a farmi coinvolgere di pancia.

“L’unica cosa che leggeva erano le pagine sportive dei giornali e i gialli in edizione tascabile” (295)

“Non c’è cammino, il cammino si fa andando.” (318)

Valérie Perrin “Tre” E/O s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 27/04/2022 – I: 12/05/2022 – T: 15/05/2022] - &&&

[tit. or.: Trois; ling. or.: francese; pagine: 616; anno 2021]

Spinto dai giudizi dei lettori e da quello di Alessandra, laddove a tutti è piaciuto, con giudizi da molto a moltissimo, mi sono accinto alla lettura del poderoso terzo libro di Valérie Perrin, che, anche se per altri motivi, si chiama proprio “Tre”. Anche se questo bel numero primo è qui riferito ai tre protagonisti del romanzo.

Un libro che collocherei sopra il primo scritto, ma un po’ sotto il secondo. Insomma, una bella storia intrecciata, che scorre facilmente, che pone delle domande (una su tutte, costante della Perrin: chi siamo? Qual è il nostro io vero e profondo?), ma che, cercando di sorprendere fa un piccolo buchino nell’acqua. Che se mi intitoli tre il libro, che mi dici che i protagonisti sono tre, Nina, Etienne e Adrien, e poi cominci a parlare di quattro persone che si aggirano per la cittadina, io prima penso di aver capito male, poi ragiono, e, decrittando il problema, mi si para davanti un libro leggermente meno “sorprendente” di quanto voglia l’autrice.

Intanto, cominciando a leggere si notano subito una triplice dedica che ci apre alcuni mondi della scrittrice. Il libro ha in fatti per destinatari: Pascale Romiszvili, fioraia, amica di Valerie, deceduta tre anni fa (ed i fiori ci rimandano al secondo libro), Yannick Perrin, regista di film pornografici (è uno pseudonimo che rimanda ad un film francese degli anni ’80, “Il sostituto”, dove il protagonista è un calciatore accusato di stupro che fa di cognome Perrin) e Nicola Sirkis, musicista, anima dei testi del gruppo musicale francese “Indochine”. Qui c’è un altro doppio salto mortale: il gruppo si chiama così in onore di Marguerite Duras, dagli ottimi ma anche a volta sessualmente ambigui scritti, nonché uno degli album di maggior successo del gruppo si intitola “3” (ma dai?), dove i testi di Nicola si incentrano sull’omosessualità e sull’androginia, tanto che il pezzo d’apertura si intitola “Il terzo sesso”. E gli Indochine saranno la colonna musicale del libro di Valerie, che ne cita testi e musica a profusione.

C’è anche un’altra costante negli scritti di Valerie, questo andare su e giù nel tempo. Che forse qui è a volte meno fastidioso che altrove, ma che, come già sapete, non sempre mi trova concorde. Qui, i piani temporali sono in effetti due: la storia dei nostri tre eroi, dal momento del loro incontro, nel 1987, e dove il racconto scorre, fino a congiungersi con il presente, il 2017, dove Valerie salta per aggiornarci su alcune vicissitudini dei tre.

Andando su e giù nel tempo, allora, vediamo la storia dei tre. Etienne, il bello, quello che andava avanti a scuola copiando, che aveva tutte le ragazze. Fino a rimanere invischiato con Clotilde, che ad un certo punto scompare lasciando un grosso punto interrogativo. Adrien, il timido, quello preso di mira, soprattutto da un insegnante, che poi seguirà una sua strada nella scrittura, di romanzi e di teatro, per poi sparire. Nina, l’estroversa, sempre in cerca dell’amore, con grandi capacità di disegno, che vuole andare a Parigi per dipingere, ma sarà frenata dalla morte del nonno. E trovandosi sola si rifugia nell’uomo sbagliato, Emmanuel, il riccone del paese, che sposa, ma che le rovinerà la vita.

Ognuno dei tre farà la sua evoluzione, che seguiamo per capire come mai ora, trent’anni dopo, la loro amicizia sembra essersi allontanata. Adrien, appunto, sparendo. Etienne si sposa, ma ha un cancro e non si vuole curare. Nina riesce a fuggire dal marito violento, rifugiandosi nell’amore degli animali, e nel suo canile per cani abbandonati (tocco alla vicenda personale di Valerie, anche lei animalista convinta e seria).

La scintilla che ci permette di rannodare i fili è il ritrovamento di un’auto finita in acqua da tanti anni, e con un corpo femminile dentro. La giornalista Virginie, ritrosa e di poco chiara figura, viene incaricata di seguire le indagini. E scopre che la morta è proprio la Clotilde di Etienne. Ma la sua indagine porterà alla verità ed allo scagionamento di Etienne, anche se per molto tempo il lettore si domanda chi sia Virginie, perché conosca così bene i tre, e perché dalla conoscenza si sia allontanata, anche dolorosamente.

Alla fine, anche per Nina si prospetta un finale diverso, alla Lelouch, trovando in un insegnante da poco trasferitosi a La Comelle (cittadina ai piedi di un parco naturale, tra Digione e Lione) un’anima che riflette meglio la sua. Ed Etienne convincerà i suoi due amici di gioventù ad accompagnarlo in un giro in Italia, dove pensa di morire, ma dove gli amici gli ridaranno la voglia di vivere, e la spinta per curarsi, anche con poche probabilità. E Adrien riuscirà finalmente a conciliare la sostanza dei suoi scritti con la realtà della sua vita.

La Perrin, usando come sfondo nuovamente un luogo lontano da Parigi, a sottolineare che oltre la città c’è anche la Francia, affronta al solito tanti temi, come quella ambientalista, sempre presente in tutti i suoi scritti. Ma anche quella della famiglia, intesa come unione di affetti, non come sola e semplice famiglia tradizionale. Una famiglia spesso disfunzionale, monoparentale, ma unita da affetti profondi. E la diversità, di tutto, carattere, modi di essere, sessualità, una diversità che non deve conoscere barriere per mostrarci come realmente siamo, chi realmente amiamo, a chi realmente diamo affetto ed amicizia.

Alla fine, non dico mi dispiaccia l’autrice, ma neanche sia in cima a tutte le mie corde. Una bella scrittura, belle idee per gli intrecci (ottime ambientazioni, invero), ma non dà quello struggimento dei sentimenti che ci si può aspettare da questo contesto. Comunque, brava.

“I romanzi servono a scrivere ciò che si è incapaci di fare nella vita vera.” (518)

Siamo alla prima uscita di giugno, quindi facciamo il punto sulle letture di marzo, che sono state copiose, ma non tanto fruttuose. Nessuna lettura si eleva sopra il 3, neanche un 3 e ½. E nulla sprofonda nell’illeggibilità. Unico dato che rimarco che tra regali, prestiti, feste e tornei vari, più della metà dei 19 libri sono entrati in biblioteca senza esborsi pecuniari.

 

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Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Ronnie O’ Sullivan

Ronnie

Orion

s.p.

2

2

Ben Pastor

La Sinagoga degli zingari

Sellerio

s.p.

2

3

Colin Dexter

Il più grande mistero di Morse e altre storie

Sellerio

s.p.

3

4

Carlo Lucarelli

Leon

Einaudi

s.p.

2

5

Yoyo Maeght

La saga Maeght

Robert Laffont

s.p.

2,5

6

Qiu Xiaolong

Processo a Shanghai

Feltrinelli Marsilio

s.p.

2

7

Simonetta Agnello Hornby

Caffè amaro

Corriere Oggi

8,90

3

8

Eugen O. Chirovici

Il libro degli specchi

Corriere Thriller

7,90

3

9

Louise Penny

L’inganno della luce

Repubblica Noir

7,90

3

10

Michele Caccamo

Fili di rame e d’amore

Elliot

s.p.

1,5

11

Marina Collaci

Scialomm Mussolini

Castelvecchi

s.p.

3

12

Simonetta Agnello Hornby

Piano nobile

Feltrinelli

s.p.

3

13

Piero Colaprico

La strategia del gambero

Repubblica Noir

7,90

2,5

14

Isabel Allende

Violeta

Feltrinelli

s.p.

2,5

15

Alessandro Robecchi

Una piccola questione di cuore

Sellerio

15

2

16

Faye Kellerman

A mosca cieca

Repubblica Noir

7,90

2,5

17

Georges Simenon

Il pensionante

Repubblica

9,90

2

18

Alessandro Perissinotto

L’ultima notte bianca

Repubblica Noir

7,90

2

19

Simonetta Agnello Hornby

La monaca

Corriere Oggi

8,90

2,5

 

Abbiamo detto, prima trama. Che si accompagna con una riflessione che ho sempre fatto, che sottolineò Alicia Gimenez-Bartlett quando, dieci anni fa, lessi “Il silenzio dei chiostri”. E che riporto al vostro giudizio: “L’amore è una pianta delicata che richiede continue cure, contrariamente a quanto ci è sempre stato fatto credere. L’amore vero resiste a tutte le tempeste, diciamo noi spagnoli. Può darsi, eppure rischia di seccarsi se nessuno lo annaffia un pochino tutti i giorni”. (447)

E come detto, ci si avvicina (finalmente) a periodi più viaggiosi. Mettendone in cantiere una alla volta, a cominciare da quello di fine mese verso Lisbona e Porto. Poi si vedrà, ma intanto si spera che la ruota si rimetta a girare. Non scordandoci poi che, tra un viaggio e l’altro avremo modo di riposarci, so ben io dove. Forse, quindi, ci sarà qualche trama in meno, ma poi vedremo. 

 

 

 

  

domenica 29 maggio 2022

I miei seriali - 29 maggio 2022

Ecco una settimana dedicata ad alcuni degli scrittori seriali a me più cari. C’è Maurizio de Giovanni, imparato ad amare con il commissario Ricciardi, e poi seguito in tutte le sue trame, anche se non sempre all’altezza. C’è Antonio Manzini con Rocco Schiavone e le trame aostane. C’è Alessandro Robecchi, con il suo Carlo Monterossi reduce dalla celebrazione televisiva su Netflix. Di contorno due autori degni, anche se Carlotto è sempre gradevole, mentre De Cataldo non sempre mi convince. comunque, tra tutti, si erge il racconto lungo di de Giovanni, e non è un caso che poi se ne sviluppi una serie.

Maurizio de Giovanni “Fiori per i bastardi di Pizzofalcone” Einaudi s.p. (Regalo di Natale della sig.ra Laura)

[A: 25/12/2020 – I: 01/08/2021 – T: 02/08/2021] &&  e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno: 2018]

Grazie alle solite indicazioni alessandrine di Natalizio impulso, ecco che con questo completo il ciclo dei (per ora) usciti libri dedicati al Commissariato Napoletano ed ai suoi agenti. Di certo non scopriamo oggi la facilità di scrittura e la duttilità di de Giovanni. Ne abbiamo una discreta riprova, anche se, al solito, manca un po’ di scintilla per tornare ai fasti del primo Ricciardi.

In particolare, sono due gli elementi che a me hanno disturbato nella trama. I tre capitoli in corsivo, che servono per inquadrare alcuni elementi della storia, magari avendo l’illusione di fornire qualche elemento di pensata al lettore che forse si pensa distratto. Nonché i continui intarsi, che rimandano ai fiori del titolo, quasi a volerne sottolineare un’importanza (che di sicuro c’è) ed altre sottigliezze (che per ora non vedo).

A me robusto lettore della prima ora (che possiede il Ricciardi della Fandango Libri, tanto per intenderci) sarebbe più congeniale un ricorso all’inserimento delle stesse notizie, spigolature e sospensioni del racconto, come elementi scorrevoli della trama stessa. Perché non pensare che Bastijan possa ripetere le storie di Flora o di Anemone, così come le ha sentite da Nicola, senza così interrompere lo scorrere temporale. E senza indicarci, quasi a forza, che lì vengono dette parole importanti.

Come in un classico “procedural thriller”, invece, prosegue la riscrittura metaforica dell’87° distretto in chiave napoletana. Quindi, come ci aspettiamo, abbiamo i due binari che solcano il romanzo: il thriller in senso stretto, dove cerchiamo di capire chi e perché ha ucciso il buon Nicola Savio, fioraio e floriculture di settantacinque anni vissuto nel vicolo dove ha il negozio e dove, per l’appunto, viene barbaramente assassinato; e le storie dei nostri eroi di Pizzofalcone, sia presi in solitaria, sia in coppia.

Classico ormai del genere “degiovannesco” è appunto il far girare, come si deve, i nostri in coppia, così da mettere in risalto i vizi e le virtù ora dell’uno ed ora dell’altro. Con i soliti scambi di suggerimenti e di aiuti nel momento del bisogno. Peccato non ci sia Marinella, la figlia del Cinese. Ma il Cinese c’è (e darà il solito contributo fondamentale alla svolta delle indagini), e c’è il difficile rapporto con il magistrato Laura Piras. Con la voglia di stare insieme unita alla difficoltà dovuta ai rispettivi ruoli istituzionali. Entra marginalmente Romano, il gigante ora diventato buono, ma a parte un fugace incontro con la bella infermiera, non si approfondisce il discorso del rapporto con la moglie e la figlia adottiva. C’è ancora, ma quanto andrà avanti, il rapporto tra Ottavia ed il capo Palma, che non si sa, appunto, se e come si possa evolvere. Infine, rimangono “Serpico” Aragona, con le sue insicurezze e le sue intuizioni, che ormai vive con il pensionato Pisanelli, il quale, oltre ad essere l’unico con il polso del quartiere, riesce a dare un suggerimento vincente per la soluzione del caso.

Quindi, questa volta il nostro si concentra sulle due storie rimanenti: Alex e il suo rapporto-scontro con Rosaria, ed il vice Martini, single con figlia, ma forse con il ritrovato, seppur non amato, altro genitore. Perché Alex, seppur innamorata di Rosy, non riesce ad uscire allo scoperto come lei vorrebbe, portando così il rapporto ad un’impasse. Poi alla rottura, quasi inevitabile. Ci vorrà un solito incidente con la moto a rimescolare le carte.

Dall’altra parte Elsa Martini è venuta a Napoli anche per incontrare casualmente il padre biologico di Vittoria. Dove vediamo il procuratore un po’ in difficoltà, ma soprattutto ammiriamo la spigliatezza e le capacità deduttive di Vicky, che, per ora, mi sta assai simpatica. Speriamo riesca a portare a termine i suoi piani di convergenza.

Poiché quindi nessuna delle storie ha la sua conclusione, non ci meraviglieremo che a breve esca una nuova puntata dei bastardi.

Il thriller in sé è comunque ben costruito, con quel tanto di incasinamento iniziale per un delitto apparentemente senza motivo. Potrebbe essere stato il racket, contro cui Nicola si era scagliato pubblicamente. Ma i boss della mala negano convincentemente. Potrebbe essere stato l’albanese Basti, come subodora Aragona nel suo poco velato razzismo interiore. Ma il contorno della vita di Basti, pur non limpido, poca acqua porta a questo mulino. Certo, la presenza della famiglia Durante, sodale da anni con Nicola, ci mette delle pulci nell’orecchio. Ci vorrebbe però una costruzione ben fatta, per coinvolgerla nell’accaduto.

De Giovanni riesce a portare a termine un bell’edificio probatorio, ben costruito, anche se forse abbastanza palese da qualche battuta sparsa qua e là tra le pagine. Alla fine, se riavvolgiamo il nastro è la parte più facile da indovinare. Ma è alla fine una costruzione che si regge. Che permette una lettura veloce ma non svogliata. Forse, se non fosse abusata, direi una lettura intrigante, per quello che lascia intravedere anche per il futuro.

Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni “Sbirre” Rizzoli euro 13 (in realtà, scontato a 10,40 euro)

[A: 07/05/2021 – I: 29/12/2021 – T: 30/12/2021] &&& --  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 220; anno: 2018]

Pur ribadendo la mia scarsa passione per racconti o romanzi brevi, non ho potuto fare a meno, quando per il mio compleanno ho avuto in regalo una serie quasi completa della “Sara” di de Giovanni, di comperare questo che contiene in un certo senso il motivo scatenante della presenza di Sara nella scrittura del bravo napoletano.

Certo, ho dovuto leggere anche gli altri due autori, che tuttavia non sono mai sgradevoli. Anche se De Cataldo a me convince sempre un po’ meno, mentre Carlotto, per una serie innumerevoli di trascorsi, lo trovo sempre di buona leggibilità.

L’assunto da cui parte questa raccolta è facile e sintetico: “sono donne e sono poliziotti”. Anche se poi, la loro strada come donne e come poliziotti non è sempre la stessa. Sono tre racconti (o meglio romanzi brevi), di tre autori distinti, quindi, non è un “libro a sei mani”, che ognuno è responsabile solo della propria parte.

La prima che ci viene incontro è Anna, una poliziotta che, per sfuggire alla routine banale e quotidiana, si dedica a una serata di sesso con Zeno, un collega, lasciando il marito a faccende domestiche. I due amanti periodici poi sfruttano le reciproche informazioni per far passare grandi camion di droga fregando piccoli pesci senza protezione. Peccato che Zeno venga ucciso dalla mafia bulgara. E si apre allora un grande dilemma: Zeno era corrotto o faceva il doppio gioco? Anna è confusa, ma non ha più dubbi quando i bulgari la rapiscono, la violentano, e la vogliono al loro servizio. Si apre allora anche un conflitto con i suoi. Anna si deve fidare dei Servizi, o anche loro la vogliono fregare? E poi, lo stupro è una ferita bruciante.

Carlotto, al solito a suo agio con le trame oscure, ci fa ondeggiare tra varie possibilità, per poi portarci verso la soluzione dei problemi posti, con un finale che ricorda un’aria di Dürrenmatt.

La seconda è invece Alba, che invece è una poliziotta più nei ranghi, anche se si fida troppo delle sue intuizioni, a scapito di lavoro di gruppo come ci si aspetta in polizia, e come si aspetta il suo odioso capo Paolo. La vicenda gialla gira intorno a ragazzi che uccidono genitori e si suicidano, lasciando messaggi oscuri. De Cataldo prova ad incuriosirci con accenni alla rete, alla sua pericolosità, ma troppo superficiale è l’analisi e la descrizione del deep e del dark web.

Alba, visto che il capo le mette solo bastoni tra le ruote, si butta lei a capofitto nel web, dove riesce a risalire una catena di siti nascosti, per arrivare a quello dedicato all’Odio. Gestito cripticamente da un Maestro definito “furbissimo”, ma che a me sembra un torsolo da web. Fatto sta che Alba si scopre anche lei piena di cattivi propositi, soprattutto verso il già menzionato Paolo. Riesce anche a combinare un accordo criptico con il Maestro, per cui capiamo che lui cercherà di uccidere Paolo, mentre lei, sapendolo, lo catturerà. La domanda è se la cattura avviene prima o dopo il possibile omicidio. Comunque, con poca credibilità, si intuisce anche presto dove possa essere il Maestro. Insomma, il meno riuscito dei racconti.

Per ultimo veniamo a Sara, il motivo che mi ha portato a questa lettura. Anche se le cronologie ufficiali collocano questo dopo “Sara al tramonto”, in realtà è precedente, perché seguiamo la nascita del personaggio “Sara”. Qui la poliziotta è in pensione, ma torna sul campo in seguito alla morte del figlio. Certo, non era un rapporto facile, anzi c’era un’assenza di rapporti. Che Sara, conosciuto sul lavoro Massimiliano, per lui lascia casa, famiglia e figlio. Cose che nessuno le perdona. Vive un’intensa vita d’amore con Massi, fino alla sua morte. Poi si ritira, aspettando. E mentre aspetta, ha il figlio travolto da una macchina. Incidente? Omicidio?

Sara non sviluppa ancora tutte le capacità che abbiamo visto nel primo romanzo, ma mette in moto tutte le sue conoscenze e troverà il bandolo. In cambio, assumerà il ruolo che gli conosciamo e che vedremo, forse, negli altri romanzi.

Se avevo detto all’inizio “donne e poliziotte”, i tre autori sviluppano il tema in modo diverso. Carlotto usa sempre i fuori linea, che però hanno una dirittura. De Cataldo insiste sulle capacità, anche se non sempre usate correttamente. Solo de Giovanni mi ha fatto balenare una personalità più umana, e più allineata ai modi che in tutte le sue opere (a parte l’illeggibile “Guardiani”) porta avanti. Una lettura veloce, agile, poco impegnativa. Ma tuttavia gradevole.

“Certe passioni, se si ha la fortuna di provarle, si riconoscono. E che si può scegliere se essere sinceri e seguirle alla luce del sole, o vigliacchi e consumarle in segreto. Ma a quelle passioni è impossibile rinunciare.” (204)

Antonio Manzini “Le ossa parlano” Sellerio s.p. (Regalo di Mario&Ines)

[A: 17/01/2022 – I: 18/01/2022 – T: 21/01/2022] && + 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 397; anno: 2022]

Questa volta non ho dovuto aspettare nessun suggerimento, che mi è arrivata la segnalazione da Feltrinelli, e l’ho comperato in prima italiana (due giorni dopo l’uscita) usufruendo del regalo natalizio dei miei cognati. Non solo, ma l’ho anche subito letto, che Schiavone merita una pronta attenzione.

Purtroppo, o per fortuna, ci siamo un po’ staccati dalla trama ossessiva della ricerca degli assassini della signora Schiavone, del morto nel cemento e delle altre trame oscure, che hanno impegnato buona parte di tutti i precedenti romanzi. Ci sono rimasti accenni, ma c’è anche un giallo discretamente robusto nell’impianto, ma non nella riuscita complessiva.

Per la prima parte, finalmente sembra chiarito il ruolo di Caterina, dedita a smascherare trame oscure, anche se compare uno strano personaggio, che vediamo nel primo capitolo e di cui si accenna all’ultimo. Forse comparirà in futuro, che si sa che gli scrittori seriali mettono qualche zona d’ombra, perché non si sa mai. Così come sembra chiarito il ruolo di Seba, amico cattivo ma forse chi sa. Rimane sempre quel su e giù con Marina, che non mi ha mai convinto e che continua a lasciarmi freddo. Caro Rocco, quand’è che riusciamo a sciogliere questo nodo?

Un nodo che sembrava potersi indirizzare verso Caterina nelle prime puntate, poi verso Sandra la giornalista nelle ultime, e che ora si incasina di brutto, che Sandra prende d’aceto al comportamento di Rocco, e Rocco capisce che con Caterina potrebbe essere sesso ma non amore.

Quindi, sgomberato il campo dei contorni, che fortunatamente non occupano tantissimo dello scritto, si può passare al giallo come ai tempi dei primi scritti aostani.

Il morto trovato in un campo è lo scheletro di un ragazzo, probabilmente morto cinque o sei anni prima. Lasciato in un campo, poco sotterrato, gli agenti della terra, forse qualche animale tipo talpa, o altre cose, lasciano poco per decifrare prima chi sia poi come, quando e dove sia morto.

La squadra al completo si mette al lavoro, con tutte le diversificazioni del caso. L’agente gay Deruta si occupa di video, tabulati ed altro. L’agente Casella degli aspetti informatici, coadiuvato da Carlo, il figlio della sua compagna. Il vice di Rocco, Antonio coordina in seconda le indagini. Il vice precedente Italo è invece invischiato nella sua ludopatia, e sappiamo fina dal secondo capitolo che non finirà molto bene. Il povero molisano D’Intino c’è ma sempre in secondo piano, che non è stato ancora perdonato di aver quasi ucciso Rocco qualche puntata fa. Poi c’è il medico legale, Michela, con le sue ossessioni complottistica, aiutata da una pletora di suoi amici ed accoliti. Tra i quali spicca una simpatica archeologa, Sara, che meriterebbe più spazio in future puntate.

Per farla breve, comunque, l’indagine rivela ben presto che siamo sul versante della pedofilia. Il piccolo, che si chiamava Mirko, è stato brutalmente ucciso e forse altro. Per questo, tutta la squadra si butta sul versante dei pedofili, e dei pedofili online in particolare. Si fanno ipotesi, si scandagliano videosorveglianze varie, ma soprattutto sarà il giovane Carlo che avrà il compito di calarsi nel “deep web” alla ricerca di tracce che il cattivo ha lasciato (o i cattivi?).

Non è mai facile trattare questa materia, tuttavia Manzini riesce a districarsi abbastanza bene, senza cadere in derive splatter, ma procedendo con un’indagine finalmente degna di questo nome. Sorgono possibili colpevoli, vanno e vengono ipotesi, smontate e poi riprese. Come in tutti i gialli di buon nome, si arriva all’ultimo capitolo con un colpevole sottomano. La cui colpevolezza viene sventata in poco tempo, quando, con un ultimo guizzo, si arriva alla ricostruzione definitiva di chi ha fatto cosa e come. Con il solo rimpianto, giallisticamente parlando, che, dato si tratta di un’indagine circoscrivibile in un ambito certo, si suppone la soluzione già molto tempo prima che Rocco ed i suoi ci arrivino definitivamente.

Ma lasciamo a voi insaziabili lettori, la voglia di leggere e di seguire la vicenda nei suoi complicati meandri. Io vorrei soffermarmi su di un gioco di rimandi e di verità nascoste legate al profondo web dei pedofili, ai tre nomi che saltano fuori dalle indagini, ed al gioco che Manzini fa con loro. Gioco intellettuale e di citazioni da un lato, e gioco per confondere il lettore dall’altro.

I tre pedofili che si rincorrono in rete hanno, come ovvio, nickname criptici. Uno si fa chiamare Felibro 50, in onore del poeta valdostano Jean-Baptiste Cerlogne, seguace eponimo della corrente, francese, del felibrismo, che scriveva poesie in patois valdostano. Poeta, ma anche uomo di chiesa. Un altro adotta il nome di Cerbiatto, dove si arriva con facilità a collegarlo a Bambi, ma con difficoltà a risalire (citazione dotta) all’autore del libro da cui Disney ha tratto il lacrimevole film. Cioè, l’austriaco Felix Salten. Serve ragionarci sopra, ma anche questo si collegherà presto al reale. Il terzo infine uso il nome di Wedderburn. Qui si gioca sporco, che a lungo si associa il nome al matematico scozzese Joseph, autore di pregevoli teoremi che aprirono campi algebrici interessanti, anche se poi si isola dal mondo, in una depressione schizofrenica. Ma potrebbe anche essere collegato al personaggio Winter-Wedderburn, protagonista del racconto di H.G. Wells “Fioritura di una strana orchidea”.

Io ho delle idee su come siano nati alcuni di questi giochi (che risolti portano anche alla risoluzione del caso), ma non li svelo, che sarebbe quasi un portarvi a braccio la soluzione senza leggere il libro. Che invece, pur nel suo standard medio, merita di essere letto. Sempre guardando le pagine di Rocco con gli occhi di Marco Giallini.

Aspettiamo il prossimo, Antonio.

“Quando era Natale, dotto’, non era una cena, sembrava un matrimonio. Faccia il conto: 13 nipoti, più … quattro zii e quattro zie andiamo a 21, nonno e nonna e fa 23, 24 con zia Italia…” (131) [una cena spartana rispetto ai nostri Natali; negli anni 2000 eravamo sulla sessantina tra zii, cugini, nipoti ed altre amenità]

“La responsabilità delle azioni tornano sempre, magari non subito, col tempo, ma tornano.” (261)

Maurizio de Giovanni “Angeli per i bastardi di Pizzofalcone” Einaudi s.p. (Regalo di Raul&Vivi)

[A: 02/11/2021 – I: 24/02/2022 – T: 26/02/2022] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 246; anno: 2021]

Purtroppo, la pur interessante serie, episodio dopo episodio, mi sembra stia in un continuo calando. Credo, inoltre, che risenta troppo dell’esposizione televisiva, per cui, più che far evolvere i personaggi secondo delle direttrici da lui scelte, de Giovanni si sta adeguando a far seguire loro percorsi televisivamente accettabili (o perseguibili). Come ad esempio ci si aspetta, visto che Alessandro Gassman vuole uscire dalla serie, che trovi il modo, prima o poi, di mettere fuorigioco il commissario Lojacono.

Che intanto, anche qui, già comincia ad essere pensoso ed un po’ rompipalle.

Visto che inoltre si segue molto il procedere televisivo, l’autore continua ed amplifica il filo della trama tipico delle serie su “squadre di poliziotti”. Si segue un’indagine principale, poi c’è una piccola indagine collaterale, e sullo sfondo il procedere delle vicende dei componenti della squadra.

La prima quindi si concentra sull’uccisione di un meccanico di moto e auto di lusso, maniaco dell’ordine, della pulizia, e dall’intreccio della sua vita con quella di uno dei maggiorenti della città. Nessun motivo apparente per farlo fuori. Dopo aver facilmente eliminato le cause più facili di contorno, tipo usurai che avevano prestato soldi ed altre malavitosaggini di bassa lega, le indagini si concentrano sulla storia di Nando. Meccanico della famiglia Cortese, con figlia piccola, che cresce, studia, diventa manager, e si fidanza con il rampollo della famiglia. Il tutto sotto gli occhi svampiti della mamma del rampollo, con Alzheimer sì, ma con decisi sprazzi di buona sanità mentale.

È lì che verrà risolta l’indagine, che poteva mettere in difficoltà, al solito, la credibilità e l’esistenza dei Bastardi, ma per ora si risolve al meglio.

La seconda, in minore, cerca di risolvere il problema e/o la malattia della piccola Marida. Che tutti capiscono subito non essere affetta da otite, bensì vittima di maltrattamenti familiari. Con una trama che riprende, anche se con minore crudeltà, quella del libro della norvegese Holt “Il presagio”. Se lo avete letto, capite; se non lo avete letto, è pur tuttavia discretamente semplice arrivare alla soluzione.

Il tutto, dicevo, condito dalle vicende dei personaggi.

Lojacono che non capisce l’allontanamento che avverta in Laura, ma che, avendo visto la TV, sappiamo legato alla richiesta del magistrato di essere trasferita, ed alle incomprensioni che ne susseguono. Anche se, in parte, capovolte. Che in Tv era Gassmann che non voleva seguire Laura, mentre qui è la stessa che si domanda come gestire la situazione.

Alex e la bella dottoressa continuano la loro storia, e sappiamo che presto sarà alla luce di tutti.

“Serpico” Aragona, lasciatosi alle spalle la storia con l’ucraina, cerca di fare colpo sulla bella infermierina che aveva scoperto le problematiche di soprusi sulla minore, con uscite improbabili per far colpo, ma consone al personaggio. Coinvolgendo la dottoressa che aveva avuto una piccola ma intensa storia con “Hulk” Romano, quando questi decise di adottare una bambina.

Qui si apre una storia nella storia, dove vediamo avvicinamenti e allontanamenti tra Romano e la moglie avendo con chaperon la piccola. Ed i tormenti sia di Romano che della dottoressa che sarebbe presi di affetto, ma bloccati dalle conseguenze che una loro storia potrebbe avere sui destini della piccola.

Poi c’è la storia della nuova entrata, Elsa, con la figlia super intelligente, ed il genitore biologico che non sa di esserlo, e tutte le manovre per uscire dalla complicata situazione.

Finendo con la storia anch’essa profonda ma ben complicata, tra il commissario Palma e la bella Ottavia. Anche qui, complicata dalle vicende familiari di lei. Che non ha più un buon rapporto con il marito, ma di mezzo c’è il figlio autistico.

L’altra cifra delle storie di de Giovanni è l’idea che scatena la storia e le storie. In quelle del commissario Ricciardi era cominciata con le stagioni e poi proseguita con le feste comandate. Qui, i Bastardi vengono invece avviati alle loro avventure da un singolo nome. C’erano stati, cito a memoria, il pane, i fiori, il gelo, i cuccioli, ed altro. Nello specifico, parliamo in questo romanzo di “angeli”. Intesi per la maggior parte, come persone “buone” che si occupano di uno o più altri. L’angelo Palma che veglia su Ottavia. L’angelo Alex che accudisce Rosaria. L’angelo Vicky che cerca di incollare le vite altrui. L’angelo Susy per tutti i bambini.

Non facendoci mancare però qualche gustoso intermezzo, quasi dei microracconti nella storia generale. Qui, esempio eponimo, la diatriba verbale (anche se diatriba la farebbe sembrare una disputa forte), tra suor Giovanna che, inopportunamente, cerca di spiegare gli angeli ai suoi piccoli alunni paragonandoli ai supereroi dei fumetti, ed il piccolo Arturo, che dei supereroi sa tutto, che facilmente ne smonta il costrutto. Forse non serve a niente nell’economia della trama, ma è un siparietto ben costruito e ben raccontato.

Però, la verve di de Giovanni sta sempre più in calando. Si sente, oramai, un po’ troppo il mestiere dietro le sue storie. Forse dovrebbe cercare di scrivere meno e di scrivere meglio. Vedremo cosa ci riserveranno le future letture.

Alessandro Robecchi “Una piccola questione di cuore” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 14/03/2022 – I: 21/03/2022 – T: 22/03/2022] && +  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 368; anno: 2022]

Se hai visto “Monterossi” su Netflix, ed esce un nuovo libro di Robecchi, si fanno due cose: si compra ed appena possibile si legge (magari, mettendo sul CD visto che non ho tanto Bob Dylan, direi un Guccini d’annata).

Mentre Carlo Monterossi si aggira per Milano con la faccia di Fabrizio Bentivoglio, ci si addentra nella storia, dove, purtroppo, questa volta non ci si solleva troppo. È una storia abbastanza scontata, pur ben scritta. Ma non scattano i soliti meccanismi “robecchiani”. Poca ironia, solite tirate contro le televisioni commerciali, rapporti “statici” tra i personaggi storici della serie. E quasi nullo l’interesse per la parte gialla della storia. Rimane il rovello che il nostro Carlo continua a ripetere ogni due pagine. Che cos’è l’amore? Come si declina? Come si interpreta nelle figure che compaiono nel romanzo?

C’è amore fra il vicecommissario Ghezzi e sua moglie Rosa, dopo tutti gli anni di vita in comune? C’è amore tra il poliziotto Carella e la sua nuova fiamma, comparsa solo di sfuggita alla fine, l’insegnante Stefania? E quale amore, se c’è, è presente nel rapporto tra Carlo e la sua amante ormai d’annata, Bianca Ballesi?

Gli unici che sembrano sfuggire alle domande sull’amore, forse, sono i factotum della “Sistemi Integrati”, l’agenzia investigativa finanziata da Carlo. Là dove si aggirano, pensosi e fattivi, Oscar Falcone e Agatina Cirielli. Né c’è amore, perché è mostrato davanti a tutti, ostentato, nelle esibizioni televisive di Flora De Pisis. Che sembra non aver imparato nulla dalla lezione del precedente romanzo, dal suo rapimento, e da tutto quello che ne seguì.

Mentre c’è da chiederlo, ancora ed ancora, se c’è, l’amore, tra i protagonisti del romanzo. Tra il gangster Mino Sanfilippo e la bella avvocatessa londinese. Ma soprattutto tra coloro che daranno il via a tutta la storia. Il giovane Stefano, ricco poco più ventenne, e la ultratrentenne Ana, con tutti i suoi misteri e le sue storie, di certo poco chiare.

Ma tutti i discorsi di Carlo, le sue domande sull’amore, su cosa sia l’amore, su perché si ama, su chi si ama, servono a poco. E soprattutto non servono a demonizzare, come Robecchi vorrebbe, il mostro mediatico di “Crazy Love”. Che ha come sigla, “anche questo fa fare l’amore”, ma in questo contesto rimane sterile e poco attrattivo.

Se lasciamo da parte l’amore, cosa rimane della storia?

Stefano incontra Ana, escort ed altro, inserita in giri malavitosi grandi e grossi. Nasce l’amore, inopinatamente, e nasce quindi la necessità per Ana, di tirarsi fuori, di escogitare qualcosa affinché i due piccioncini possano volare lontano ed essere felici. Ecco quindi nascere il grande castello del complottone.

C’è un gangster tradizionale, Mino, che lavora su escort ed usura. Ha avuto un cedimento “sentimentale” ma di poca durata, seppur di grande ferita. Che lascia sul tappetto un bel gioiello di oro e diamanti. Gioiello concupito dal gangster rampante Bastiani, per la sua fiamma-modella Dana. Ovvio che Ana è incastrata da tutti, che per loro ha lavorato, che di loro sa i segreti, e quindi deve inventare qualcosa.

Ed ecco l’ideona: Mino le chiede di recuperare il gioiello, lei finge di farselo rubare, sparisce, coinvolge Stefano a chiedere a Carlo ed i suoi di ritrovarla, ma solo perché così riesce a fare un patto di ferro con Mino per vendergli Bastiani, ed incastrarlo.

Questo si capisce dalle prime battute. Poi tutto il resto è un po’ noioso, seppur sequenziale. Oscar e Agatina fanno il loro lavoro, e trovano fili nascosti nella vita di Ana. Ghezzi e Carella fanno la loro parte, a valle dell’omicidio di Bastiani. Ovvio che i fili si congiungono (inciso: ormai è un classico di queste tipologie di noir, dove ci sono due filoni di indagini cui si presta attenzione, dove noi lettori ne vediamo subito la convergenza, aspettando che la vedano anche i protagonisti). Come ovvio che il nostro Carlo-Fabrizio farà la figura dell’omino pensante, e del “musicalizador” con i suoi Bob Dylan (improprio, che il termine argentino si riferisce alla milonga, ma io faccio voli pindarici), utili a sottolineare i momenti topici del dramma.

Però tutto è assai debole, e se non fosse per l’affetto verso Robecchi ed i suoi trascorsi, direi quasi che non apporta molte novità e piacere alla lettura. Speriamo in un futuro migliore!

“L’amore è una che ti fa il culo perché quando fai il caffè incrosti la cucina come un imbianchino pazzo.” (94)

Questo mese, come a volte capita, ha cinque domeniche, così vi prendete una trama in più. E come altri recuperi, anche un recupero sull’adolescenza.

Che tra l’altro mi dà agio di andare a ricordare una frase di David Grossman, un autore sempre a me caro, che in “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, fa questo ritratto di un adolescente in cui molti ci si possono ritrovare: “Sognatore, malato d’amore, di sesso. Si prendeva una cotta per qualunque ragazza gli passasse nelle vicinanze, non importava chi fosse, bastava che fosse femmina e lui come minimo avrebbe fatto di lei Brigitte Bardot.” (68)

Inoltre, è bene approfittare di queste trame in più, che nei prossimi mesi ce ne saranno di meno. Sia per la difficoltà qui di scrivere nel riposo toscano con qualche appiglio storico-bibliografico in meno. Sia, e forse con maggior ragione, che a fine giugno si partirà per una settimana portoghese.

Che speriamo sia preludio ad altre e più intense vacanze. Per ora, sempre per gli auguri a posteriori (cioè passato il compleanno), mi piace ricordare nonna Anto e mio fratello nonno Paolo, uniti dal mormorio del Piave. Per gli altri non mancano pensieri, abbracci (anche a tutti quelli che ogni tanto si scordano di leggermi).

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

MAGGIO dell’Ascensione 2022

Nel frattempo, se ne recupera un’altra, e si occupa lo spazio della quinta trama.

ADOLESCENTI, ESSERE

Gli ormoni impazzano. Peli spuntano dove prima era tutto liscio …

Ecco allora una cura omeopatica

I DIECI MIGLIORI ROMANZI PER ADOLESCENTI

Italo Calvino                     “Il sentiero dei nidi di ragno”

Paolo Giordano                 “La solitudine dei numeri primi”

Elsa Morante                    “L'isola di Arturo”

Robert Musil                     “I turbamenti del giovane Törless”

Raymond Queneau            “Il diario intimo di Sally Mara”

Joào Guimaraes Rosa         “Miguilim”

J. D. Salinger                    “Il giovane Holden”

Robert Louis Stevenson      “L'isola del tesoro”

Boris Vian                        “La schiuma dei giorni”

Alice Walker                      “Il colore viola”

Bugiardino

Ne avevo parlato qualche anno fa, e poi ripreso dopo un paio d’anni. Ripeto, come allora, di aver letto in gioventù come somma gioia Salinger e Vian. E sempre in gioventù, con gioia moderata, Queneau e Stevenson. Verso la prima adolescenza passai senza troppa gioia a Morante e Musil. Poi, con queste trame, lessi con piacere Walker e con un po’ meno Giordano. Nella biblioteca di mio padre c’è Guimaraes, ma non riesco ad aprirlo. Così, posso solo passare a Calvino, che leggo sempre con un giusto piacere.

Italo Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno” Repubblica Calvino 4 euro 9,90

[tramato il 15 aprile 2022]

Era molto tempo che non leggevo qualcosa di Calvino, e devo dire che leggere un libro sulla Resistenza, in tempi in cui abbiamo una guerra alle porte è stato un esercizio utile, per capire e per riflettere. Tra l’altro, come scrivo sopra, non sono soltanto le 150 pagine del libro, ma c’è anche una suntuosa introduzione (nonché una ben articolata cronologia biografica).

Della seconda, di cui parliamo qui e non ci torneremo più sulle altre letture calviniana, ritengo nell’animo alcuni punti fondanti. La nascita, casuale certo, ma a Santiago de Cuba. Il liceo, dove per un anno ebbe compagno di classe Eugenio Scalfari. La moglie, l’argentina Esther Judith ma da sempre soprannominata Chichita. E poi i tempi della letteratura, su cui si tornerà in altre scritture.

Dalla prima, scritta per la riedizione del libro nel ’64, porta a ragionare con lo scrittore sulla genesi della scrittura, sulle modifiche anche ideologiche che avvengono nel tempo. Perché, magari, dopo anni di altro, si trona sulle proprie parole, e si scopre che non tutte sono sempre in accordo con il sé stesso di ora. Noi siamo sempre noi stessi, ma la nostra evoluzione può essere variegata. Calvino non rinnega una virgola di quanto scritto allora, ma, dopo quasi venti anni, forse avrebbe messo accenti in posti diversi.

Ma noi abbiamo di fronte il suo testo, scritto sull’onda della fine della guerra, dall’autore che all’epoca ha solo 25 anni, essendo per inciso nato solo pochi mesi dopo mio padre.

Da un certo punto di vista è un testo semplice, lineare, che ci mostra la difficoltà di essere bambini in un mondo adulto, la difficoltà di crescere, di trovare un proprio posto nella vita, un proprio modo di essere. Seguiamo infatti le vicende del piccolo Pin, dodicenne orfano dei genitori, allevato dalla sorella dedita a quello che viene definito il mestiere più antico del mondo.

Pin è più avanti dei suoi coetanei, con cui si trova male, ma si trova male anche con i grandi, che, ovviamente, non lo accettano. Oltre alle difficoltà di crescita e di vita, il tutto è complicato dal fatto che siamo in guerra. Ci sono i tedeschi che occupano le città, ci sono i partigiani che si ribellano sulle colline poco distanti.

Pin, in questo mondo in cui è sempre fuori posto, si trova coinvolto in una serie di avvenimenti che si concatenano casualmente, ma che potrebbero (hanno) conseguenze possibilmente devastanti. Mentre la sorella si accompagna con un tedesco, Pin gli ruba una pistola, che andrà a nascondere nel suo luogo segreto, il sentiero dopo i ragni fanno le loro tane.

Subito scoperto, viene malmenato ed interrogato dai fascisti, rinchiuso in carcere, dove conosce il giovane partigiano Lupo Rosso. Con lui, organizza e realizza la fuga, ma Lupo lo abbandona, e lui, vagando per i boschi, si ritrova in una brigata partigiana.

Una brigata atipica, fatta da gente che più scompaginata non si potrebbe. Accettato come aiuto cuoco, rallegra tutti con le sue canzoni. Ma tutti, in quella strana compagine, hanno problemi di comportamento e di socialità. C’è Pelle, dedito all’accumulo di tutte le armi possibili, che ad un certo punto li tradisce, si arruola in una brigata Nera, ma morirà in un agguato organizzato da Lupo Rosso. C’è Mancino il cuoco, che per salvarla porta con sé la moglie. Ma le donne non sono ben viste in montagna. E lei non è da meno, tanto che farà perdere la testa a Dritto, il comandante della Brigata, che prima, sbadatamente, farà bruciare l’accampamento, poi si rifiuterà di andare in battaglia, per concedersi una notte d’amore prima di finire sotto processo e forse giustiziato.

Pin cerca di barcamenarsi tra le varie posizioni, trovando conforto solo nel rapporto con Cugino, un ex-alpino solitario, l’unico che parla poco ed agisce molto. Pin che ha sempre la sua pistola vicino ai ragni. Pin che vorrebbe confidarne il segreto ma non si fida di nessuno. Così che si allontana dai partigiani e dalle loro diatribe, recupera la pistola, e cerca di tornare dalla sorella. Che nel frattempo ha fatto anche lei il grande salto, cominciando a denunciare i partigiani ed i loro fiancheggiatori.

Sulla strada di casa, però incontra Cugino, ed avrà un colloquio quasi da adulto con lui, e con lui, dopo altri avvenimenti che non vi dico, si avvierà verso un'altra notte.

Come detto sopra, è un romanzo di iniziazione, un romanzo che ci fa riflettere sui progressi mentali di un giovane che vuole diventare adulto. Ma anche un romanzo politico, anche se il solo e vero capitolo politico è l’ottavo dove seguiamo il commissario Kim, uno che controlla l’andamento delle varie formazioni, che ragiona quasi a voce alta sui partigiani, sulla lotta, su come è e come sarà (forse) il mondo che verrà. La forza di Calvino, che qui già si mostra, è sia nella caratterizzazione dei personaggi, che riesce a fare con poche e mirate parole, sia l’uso del dialogo, che serve a tirar fuori situazioni e sentimenti, senza star lì a fare tanti discorsi. Perché una parola diretta, spesso, è meglio di cento descrizioni esterne.

Infine, ed è questo che mi ha colpito nel profondo, leggerne ora, in questi giorni di guerra, in questi momenti in cui ci si solleva l’un contro l’altro, fratello contro fratello, è di una forza incredibile. La guerra rende tutto brutto ed invivibile, anche la crescita di un giovane verso l’età adulta. Rende insopportabili anche i più piccoli risentimenti. Insomma, come dice papa Francesco, “fermatevi, per pietà”.

“Un giorno troverà un amico, un vero amico, che capisca e che si possa capire, e allora a quello, solo a quello, mostrerà il posto dei ragni.” (21)

“A fare i reati politici si va in galera come a fare i reati comuni … ma se non altro c’è la speranza che un giorno ci sia un mondo migliore, senza più prigioni.” (38)

Conclusioni

Non torno più sull’adolescenza e sui suoi romanzi, sperando che l’esortazione finale sopra riportata sia di monito a tutti.