domenica 23 ottobre 2022

Una buona settimana italiana - 22 ottobre 2022

Torniamo a rilassarci, dopo una settimana di saggi impegnativi, con del buono e sano giallo di matrice italica. Una settimana quasi tutta sopra la media, con due gradite letture del Salvatore Lamanna di Makari (ad onta del passaggio letterario), una passata lombarda della coppia Cocco&Magella e l’entrata in campo della detective che ascolta gli animali di Sarah Savioli. Rimane un po’ sotto media l’ultima avventura di Mike Balestrieri scritta da Roberto Costantini, che, come sanno chi mi segue da un po’, non mi ha mai convinto.

Gaetano Savatteri “Il delitto di Kolymbetra” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 9 euro)

[A: 02/01/2019 – I: 12/04/2022 – T: 13/04/2022] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 247; anno: 2018]

Anche senza aspettarsi particolari sussulti, e poi vi spiego perché, a me la lettura delle avventure di Saverio Lamanna piacciono sempre. O meglio, piace sempre leggere il modo in cui Savatteri le porge, piene anche di piccoli rimandi, giochi di parole ed altre ironie che sono da sempre nelle mie corde.

La mancanza di sussulti deriva dal fatto di aver seguito, con piacere, la serie tv che ne è stata tratta, con Claudio Gioé nella parte di Saverio, Ester Pantano in quella di Suleima nonché Domenico Cantamore che interpreta l’imperdibile Peppe Piccionello. Quindi, personalmente, la storia mi era nota, e ne ho potuto apprezzare i non pochi scostamenti tra scritto e filmato. O almeno gli scostamenti significativi.

Come in molte storie di Savatteri-Lamanna, ci sono varie storie che si intrecciano. Qui ne abbiamo due “gialle” ed una, la solita, rosa.

La storia rosa è l’annosa questione dei rapporti tra Saverio e Suleima, che in tv erano molto più complicati, dalla presenza ingombrante di Teodoro/Teodorico, il capo di Suleima, bello, fascinoso, che vuole promuovere il lavoro nell’isola. Qui, prima diversità, la Farm dei giovani è finanziata da altri, ed il nostro ne è solo il boss pieno di idee. Inoltre, tanto per sopire la gelosia di Saverio, viene anche detto che ha moglie e tre figli su al nord (seconda diversità). La storia tra i nostri prosegue quindi un po’ marginalmente, come è giusto che sia. Unico innesto, finalmente, la presentazione della bella al padre di Saverio, e tra i due scoppia una ben motivata simpatia.

La prima storia noir coinvolge la nipote di Peppe che da due anni vive in alloggi protetti in quanto lei ed il marito sono messi sotto tiro dalla mafia. I rapporti con l’esterno e con la polizia sono gestiti dal cognato di lei, che appare subito un personaggio quanto meno poco affidabile. Si intuiscono ben presto motivi e mosse dei vari interpreti, con una conclusione movimentata ma purtroppo assai scontata.

La parte migliore, almeno per ampiezza e per agganci culturali, è ovviamente quella legata alla Kolymbetra. In particolare, ai giardini omonimi, ed al tempio greco che fu ritrovato, o almeno che ne furono trovate le prime tracce nel 2016, due anni prima della scrittura del testo.

Su questo ritrovamento, Savatteri costruisce la sua storia. Basata sulla conferenza di lancio dei nuovi scavi, cui presenzia la troupe archeologica guidata dal professor Demetrio Alù, comprendente la sua assistente Rosalia, il suo secondo Sapienza ed il factotum promotore di finanziamenti Modica.

La morte violenta di Alù che, ad onta di tutte le indicazioni di altri, avrebbe indicato quale, secondo lui, fosse realmente il sito archeologico getta tutti nelle peste. Compreso Saverio, presente sul luogo perché, a corto di soldi, decide di accettare un’offerta per produrre piccoli video promozionali di bellezze siciliane. Ovvio che, stando sul logo, si senta coinvolgere nella ricerca dell’assassino.

Ed è anche abbastanza ovvio che i sospettati non possano essere che i tre sopracitati. Con l’aiuto di una centralinista e del suo ragazzo hippie, Saverio ricostruisce il bandolo, pur non troppo difficile. Aiutato da Suleima, ne trova le prove, che fornisce al suo amico-nemico commissario che chiude brillantemente l’indagine.

Due sono i ringraziamenti finali che devo inviare a Savatteri. Il primo, in generale, perché porta al grande pubblico uno dei luoghi magici italiani, che andrebbe visto e visitato da tutti. Non solo la valle dei Templi agrigentina, ma tutto il complesso, compreso appunto il bellissimo giardino, da più di venti anni curato egregiamente dal FAI.

Il secondo, oltre ai piccoli calembour che vi invito a cercare, è la citazione di un articolo, pietra miliare del giornalismo investigativo italiano. Per parlare della misteriosa morte di Alù, Saverio non trova di meglio che citare l’articolo di Tommaso Besozzi, grande giornalista dell’Europeo di Arrigo Benedetti, che svolse un’accurata indagine sulla morte di Salvatore Giuliano, sfatando le fandonie che Stato e carabinieri avevano alimentato. Un’indagine che intitolò: “Di sicuro c’è solo che è morto”. Un articolo giornalistico da leggere e conservare.

Mentre di Savatteri conserviamo invece la scrittura scanzonata, che non fa mai male in questi tempi cupi.

Gaetano Savatteri “Il lusso della giovinezza” Sellerio euro 14

[A: 16/03/2021 – I: 04/06/2022 – T: 06/06/2022] &&&-- 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 241; anno: 2020]

Con questo titolo, arriviamo alla fine dei romanzi incentrati sulla figura di Saverio Lamanna, che tanta fortuna hanno portato al simpatico Savatteri. Un po’ per la scrittura in sé, molto per la trasposizione televisiva, dove, senza acuti particolari, ma sfruttando una buona dose di caratteristi in spolvero nelle rispettive parti, si è avuto un discreto successo. Ora, prima o poi, toccherà anche ai racconti, che, si sa, hanno tempi di lettura più lenti.

Tra l’altro, questa nuova puntata della saga di Saverio e Piccionello, è quella che più si discosta dalla trasformazione televisive. O per meglio dire, è la seconda che se ne discosta. Per un primo motivo di costruzione della trama, ovviamente. Molta parte della costruzione televisiva, infatti, si basava sulla gelosia di Saverio verso l’imprenditore del Nord, venuto ad investire in Sicilia e nei giovani. Dove lì era un più o meno giovane archistar (mediamente coevo di Saverio). Qui, invece, è più grande. Come lo apostrofa Carlos, “è un vecchio” (anche se per Carlos tutti, dai quaranta in su, sono vecchi).

Decade quindi la tensione con Suleima sulla parte sessuale, rimane solo il gioco “giovani-vecchi”, o meglio, speranze nel futuro vs. disillusione pragmatica. Tutto il libro ne rimane in un certo senso permeato. Negli scontri tra i “ragazzi di Steve”, con Suleima ed Emma, la nipote di Piccionello, in testa, e i signori locali. In primis l’avvocato Niccodemo, intrallazzone. Defilato, Don Cesare, da tutti additato come mafioso, ma che è solo un uomo d’onore. Laddove, a volte, questo termine viene stirato a destra e a manca, come più fa comodo.

Ma venendo “in media res”, la storia sulla carta si dipana in modo un po’ stanco. Saverio e Piccionello sono sempre a battibeccarsi in quel di Makari, con le solite invenzioni verbali gustose e colte, passando da Bufalino a Saul Bellow (che poi diventa un riferimento lontano alle paturnie da “splendido quasi cinquantenne” di Saverio, che cita a più riprese “Herzog”).

Mentre Suleima e i giovani stanno dando vita ad una possibile strada di nuovi impieghi sui monti delle Madonie. Il “casus belli” è la morte del motore dell’iniziativa, Steve. Pare accidentale, ma forse no, che molti sono gli indizi che non hanno spiegazioni. La macchina in paese, e come ha fatto ad andare sui monti? Le strane reticenze sia dell’avvocato Niccodemo sia del braccio destro di Steve, il Carlos di cui sopra.

Tutto congiura a far sì che Saverio vada sui monti ad aiutar Suleima. Ed ovvio che, anche non volendo, si immischia nelle indagini. Scopre facilmente le menzogne di Carlos, banalmente scoperte per uno sciopero dei mezzi pubblici. Si trova invischiato nei triangoli amorosi o meno della comunità. Dove, tra l’altro, ci perdiamo i tentativi di seduzione della ex di Carlos, la belga Constance, che un po’ fa il filo a Saverio (ma in tv era più esplicito), un po’, scatenando la sua gelosia e le capacità informatiche di un altro giovane, trovando la seconda traccia delle bugie del fedifrago.

Tutti stavano lì sui monti, Steve, Carlos, Niccodemo, anche Don Cesare. Una volta scappatoci il morto, vedete voi chi ha fatto cosa e quando, che è di sicuro la parte più blanda.

Noi si torna a fare il tifo affinché Saverio e Suleima si chiariscano, e diano il là ad una più intensa e coinvolgente storia amorosa. Si torna a cercare il gioco di parole che da sempre contorna le magliette di Emma (ed a sentire tenerezza per Piccionello, uno che non è mai stato padre, ma che ha scelto di esserlo). Infine, c’è l’intermezzo dei rapporti, sempre in un saliscendi da montagne russe, tra Saverio e suo padre. Che sembra essersi preso una sbandatella per una splendida sessantenne, cosa che manda Saverio ai pazzi. Ma il chiarimento tra i due è sempre una delle corde forti nell’arco di Savatteri.

L’ultimo cenno è verso quei “calembour” di cui io sono ghiotto, anche in mancanza d’altra. Perché lì a Castelbuono c’è la miglior produzione mondiale di manna, una linfa estratta dalla corteccia del frassino, che viene usata nella gastronomia, ed in particolare per farcire il panettone. Così che a più riprese, Savatteri gioca sulla doppia di lettura di “panettone alla manna”, e di panettone per il nostro Saverio, per la cena di riconciliazione con i giovani (“panettone a Lamanna”). Io rido, spero anche voi.

Per il resto, come detto, a me Savatteri piace, anche se, confesso, qui l’ho trovato un po’ sottotono rispetto agli altri romanzi. E pur tuttavia, fa sempre voglia di andare a Makari.

“[Da che parte stai?] Sto dalla mia parte. Maggiorenne, adulto e vaccinato. Sono un splendido … e me ne vanto.” (116) [sostituite ai puntini l’età che volete]

Giovanni Cocco & Amneris Magella “Ombre sul lago” Feltrinelli euro 10

[A: 30/09/2019 – I: 28/04/2022 – T: 29/04/2022] &&& --

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 300; anno: 2013]

Dopo quasi tre anni si torna sulla strana coppia di scrittori comaschi, uniti nella sigla “Cocco & Magella”, prendendo in mano il primo volume della serie indicata (da Feltrinelli) come “I delitti del lago di Como”, mentre in rete viene promossa come la “Serie del Commissario Valenti”. Sia come sia, tre anni fa lessi la seconda puntata, così che ora torno sulla prima (in attesa di vedere se sono convinto dalle altre due uscite).

Sono così portato a vedere la nascita del personaggi e delle relazioni. Il centro della storia è il commissario di polizia Stefania Valenti, separata da tal Guido, distante e troppo efficiente, con una figlia, l’undicenne Camilla, simpatica e puntigliosa. Stefania è ben tratteggiata nel suo essere donna in un mondo prettamente maschile, con tutte le complicazioni di dover conciliare gli orari impossibili del commissariato con la scuola di Camilla e con gli orari dei pasti, sempre un po’ sballati.

Vediamo inoltre l’inizio della possibile storia con Luca, che si trasformerà, nella seconda uscita, in una storia presente e a distanza, come conviene a chi ha una serie notevoli di affinità, ma anche delle incombenze poco conciliabili, al momento. Come quelle di Stefania con Camilla. Certo, noi che sappiamo già un po’ dell’evoluzione della storia, ne leggiamo con più gusto, cercando di percepire quei momenti di avvicinamento che porteranno altrove.

D’altra parte, ed io l’ho gustato a prescindere, è intrigante quel loro camminare per le valli comasche, scoprendo posti, naturalistici, ma anche chiese, ville e castelli. Un po’ di trekking amoroso che non guasta (anche se di amore ancora non si parla).

Infine, in sottofondo, utili ma non ancora ben piantati sulla scena come succederà, i due aiutanti: il sardo Piras con la prole in aumento ed il toscano Lucchesi, single ma preciso ed utile sul lavoro (e sul supporto magari ad indagini poco autorizzate).

Come in tutte le storie seriali, questa “privata” è solo una parte della vicenda, magari quella cui ci si affeziona di più, che poi i personaggi li portiamo con noi (ovvio, se ci sono piaciuti). Poi c’è la trama poliziesca. Che si rivela un classico “cold case”. Sbancando territori montani per costruire strade, si scopre una “nevèra” con dentro un morto che risale senza dubbio alla Seconda Guerra Mondiale.

Inciso, le “nevère” sono particolari costruzioni che venivano riempite di neve con funzione di frigorifero alimentare naturale, in special modo per il latte. Sono diffuse in particolare nel ticinese, nella zona del Monte Generoso, che appunto è uno dei luoghi del romanzo.

Ma torniamo alla storia. Il morto è ormai poco riconoscibile, rimanendo solo un portasigarette con le iniziale K.D. ed un monile femminile. L’unico indizio è la zona, tutta di proprietà della famiglia Cappelletti e discendenti vari. Inclusa la bellissima Villa Regina.

Sarà proprio indagando sulla storia della Villa che, passo dopo passo, la nostra caparbia Stefania si avvicina alla verità. La villa era di proprietà di una famiglia ebrea, i Montalti, che, a seguito delle leggi raziali del ’38 e delle deportazioni, sono costretti a vendere la villa ai Cappelletti. Una famiglia guidata dal patriarca Remo, contrabbandiere e passatore, con una moglie poco rilevante, e tre figli: Margherita, Maria e Giovanni.

Durante gli ultimi mesi di guerra, la Villa divenne ospedale per tedeschi convalescenti, con le signorine Cappelletti a far da infermiere, e gli svizzeri Durand, amici dei Montalti, a fare da tramite economico alle transazioni varie, con la presenza costante in Villa della giovane Germaine Durand. Noi sappiamo, ora, a valle della storia, che Margherita muore in circostanze poco chiarite, che Maria decide di farsi suora, che Remo, sconvolto da chissà quali pensieri, muore cascando in un dirupo, e che Germaine sposa Giovanni e diviene la matriarca del posto.

Dopo aver preso contatto con i Montalti ormai svizzeri, dopo aver appreso della fuga da Villa Regina del loro zio Heinrich con il suo attendente Karl Dressler, ed avendo poi saputo che Karl scompare misteriosamente, il commissario Valenti ricostruisce tutta la vicenda. Con la bravura dei nostri autori a farcela scoprire non tutta insieme, ma per approssimazioni successive. Anche se, a parte qualche dettaglio, se ne poteva intuire l’andamento.

In conclusione, un libro gradevole, che invoglia a visitare entrambi i lati del lago di Como (ed anche la Svizzera). Forse non sempre con la stessa tensione e suspense, ma ci sta.

Un tentativo laterale, che però rimane non sfruttato, sarebbe quello di insistere sulle due famiglie, i Montalti e i Cappelletti. Sia perché Como si presta a storie d’amore (Renzo e Lucia), sia perché Cappelletti era il nome (oltre che di una mia amica) originario dei veronesi Capuleti.

Finirei con un problema di fine calcolo delle probabilità da sottoporre alla mia amica Cristina: avendo di fronte 220 libri di argomento poliziesco, qual è la probabilità che, prendendone due a caso, entrambi facciano riferimento, nella bibliografia utilizzata, dello stesso libro. A me è successo, che sia questo che il precedente letto indicano nei libri consultati la “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” di Renzo De Felice. Misteri della casualità!

Roberto Costantini “Da molto lontano” Feltrinelli euro 13

[A: 06/08/2020 – I: 21/05/2022 – T: 24/05/2022] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 597; anno: 2018]

Ultima credo scrittura da parte del docente della Luiss relative alle “avventure” di Michele “Mike” Balistreri. Devo dire che, rispetto ai primi, pur non essendo proprio nelle mie corde, migliora sensibilmente nella scrittura. Pur tuttavia restando ancorato ad un marchio di fabbrica della divisione in due delle storie che alla fine risulta assai poco accattivante.

Infatti, in tutte le storie di Michele c’è una parte di racconto che si svolge nel passato, dove si intrecciano indagini, ricerche, piste ed altro. Poi c’è un salto verso il presente (almeno nella scrittura) dove molte delle cose che si davano per scontate nella prima parte vengono messe in discussione, cambiate, rivoltate, per arrivare ad una conclusione della vicenda che mette (o cerca di mettere) tutte le cose al loro posto.

Così abbiamo 320 pagine che si svolgono nei primi mesi di luglio del 1990 (altro marchio “Costantini”, poi ci torniamo) e le ultime 280 a cavallo tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018. Dicevo del marchio ’90, che, come nella prima storia della “Trilogia del Male”, ci si avventura in macchinazioni intorno alle date del Campionato del Mondo. Il primo era quello dell’82, quello del Mondiale Italiano. Questo, invece, è quello del Mondiale svoltosi in Italia.

Se poi vogliamo mettere puntini sulle lettere opportune, questa serialità contorta delle storie di Balistreri meriterebbe anche maggiore attenzione sulla presentazione dei personaggi, che anche qui vengono, agiscono, ma non sempre ne veniamo delucidati sul loro pregresso, e sulla loro interazione con il protagonista. Se poi ci fosse un bravo critico, prenderebbe i sei libri, e ne riordinerebbe trame e personaggi, per farne un filo congruente.

Insomma, tornando alla trama, si parte dalle partite di Italia ’90, cominciando dalla semifinale tra Italia e Argentina e finendo con la finale vinta dalla Germania. Il tutto cominciando con la presunta scomparsa di tal Umberto, figlio di un magnate del calcestruzzo, partito per liti ignoti (o sequestrato o altro) con tal Penny, bellezza del Sud.

Qui si intrecciano le vicende delle due famiglie. C’è quella del Sud, borderline con la camorra, con Penny che abbandona gli studi religiosi per sostenere la famiglia, la sorellina Francy, libera e scapestrata, e Sonny, mafioso di consistenza, che un po’ le protegge, ed un po’ le sfrutta. C’è quella del generone romano con il capofamiglia Prospero, gran puttaniere, ed i suoi due figli: Umberto, quello scomparso, il maschio ma non allineato alla famiglia, ed Elide, la femmina, quella che in realtà “ha le palle”, ed è destinata a prendere in mano i destini della famiglia.

Succedono tante cose in queste prime 300 pagine, anche perché, oltre al nostro, c’è il magistrato Locatelli, che vuol prendere in mano l’inchiesta, con uno strano rapporto con la sua assistente Silvana, forse lesbica, forse no, di sicuro misteriosa.

Per accorciare i tempi, molte morti avvengono in queste prime pagine. L’avvocato di famiglia con la sua amante in una barca, un tenutario di un locale di scambisti, losco e legato al Sonny di cui sopra. Ed alla fine, dopo ricatti, fughe in Svizzera, ed altre amenità, si ritrovano anche i corpi di Umberto e della donna. In una tragica notte, tra Maradona e pistole, si arriva alla fine della prima parte.

Con un salto di più di 25 anni, troviamo poi il seguito. Intanto, Mike è andato in pensione, e soffre di una amnesia retrograda per alcuni avvenimenti della prima parte. Poi incontriamo i personaggi, introdotti negli altri libri, e qui inseriti con fare troppo scontato. Bianca, che ormai è la donna di Mike. Laura che abbiamo scoperto essere la figlia di Mike e del suo unico amore di gioventù (vedi “Tu sei il Male”). Nonché la squadra di Mike, con Corvu che ha preso il suo posto, e la simpatica Giulia come vice.

Il via alla seconda parte è l’uscita dal carcere di Sonny, che si è fatto vent’anni di carcere, e non vi dico perché. Che accende il cerino sul fuoco: sostiene (ed a ragione) di non aver ucciso lui Umberto e la donna. In base a nuove carte, ed alla sapienza giornalistica di Laura, Prospero e l’ex-PM Locatelli vengono messi alle strette. Così che i veri artefici di tutta la vicenda vengono allo scoperto. Scopriremo il ruolo di Elide, di Silvana, delle sorelle Penny e Francy, di Sonny, e perché no, anche di Suor Francesca.

La storia è ben congeniata, tutto sommato, anche se al solito Costantini ha il vizio di metterci troppa carne. Figuratevi che nei rivoli c’entra anche il regime fascista argentino, i desaparecidos, gli appalti truccati della camorra, e tanto altro che la metà bastava.

Ma è proprio la fine dei giochi, che non ci manca neanche la pace finale tra Mike ed Angelo sulle dune tunisine. Direte, ma che c’entra? Se leggete tutti e sei volumi ne capirete i motivi.

Quindi, bella penna, che non certo manca a chi, comunque, di didattica se ne intende. Belle idee da sviluppare, anche se a volte pendono in rivoli che non mi convincono. Ma alla fine, ci vuole un Nebbiolo d’annata per mandare giù tutto. E forse anche una grappa di monovitigno per digerire.

Costantini ora scrive di altri personaggi, che, per il momento, non hanno intenzione di affacciarsi ai miei scaffali.

Sarah Savioli “Le inchieste degli insospettabili” Feltrinelli euro 16

[A: 03/07/2022 – I: 16/07/2022 – T: 19/07/2022] &&& +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 540; anno: 2022]

Un libro visto negli scaffali di Feltrinelli che ha attirato la mia attenzione per quel dalmata in copertina. Scoperto poi che si trattava di un volume doppio con le prime indagini di tal Anna Melissari mi sono incuriosito ed affrettato ad acquistarlo, anche senza saper nulla dell’autrice. Che poi si è rivelata essere sarda, quasi cinquantenne, ex-perito forense, e con una divertente dose di scrittura, tra l’impegno e l’ironia.

Anche perché il tratto distintivo della nostra “detective” è quello di parlare con gli animali e con le piante, che poi diventeranno aiuti per le sue indagini. La scrittura è fresca ed accogliente, si vede che Sarah sa parlare ed esporre. Come al solito, in genere, data la mia esperienza di lettore, la prima opera riesce meglio, ed anche qui ne confermiamo il giudizio. Anche se la seconda è di tutto rispetto, in attesa che, credo, esca il terzo libro della serie.

Ma veniamo allo scritto.

“Gli insospettabili” pagine 3-236, anno: 2020; &&&& -

Ovviamente, quando si inizia un romanzo seriale, bisogna creare l’atmosfera, introdurre adeguatamente i personaggi che ci faranno compagnia qui per almeno 200 pagine, e poi forse in altri libri, se i personaggi piacciono.

Quindi, mentre si introduce la scena del crimine (che un giallo è sempre un giallo), veniamo a conoscere Anna, che ha un bimbo di quattro anni che parla e ragiona meglio di un ventenne, e un marito comprensivo, che c’è e non rompe (troppo). Avrebbe anche una sorella, ma Lavinia verrà in scena più tardi. Ma soprattutto, Anna ha avuto un ematoma cerebrale, piccolo che non si è riassorbito. Consentendole, però, di sviluppare una parte inusuale del cervello, così che parla (e lo scopriamo presto) con gli altri due componenti della casa: un gatto lamentoso ed un ficus in fin di vita che non viene innaffiato. Il bello non è tanto che parli con flora e fauna, ma che questi le rispondano e lei capisca le risposte.

Per una serie di cause che scoprirete leggendone, diventa quindi un aiuto per una agenzia investigativa guidata dal burbero Giovanni Cantoni, dove lavorano il sovrappeso napoletano Tonino ma soprattutto Otto, un alano goloso di dolci e bisognoso di coccole. I quattro si dividono il lavoro sulle scene delle loro ricerche: Cantoni e Tonino interrogano gli umani, mentre Anna, spesso aiutata da Otto, si rivolge agli animali: un cane distratto, un piccione che si vuol suicidare, le piante di un giardino, e soprattutto due sorelle tartarughe, Tarta e Rughina, simpatiche anche se un po’ rimbambite.

La nostra strana compagine viene coinvolta nella risoluzione del mistero della morte di tal Armando. Emarginato, habitué dei Centri di Recupero, probabilmente dentro e fuori qualche giro di stupefacenti non autorizzati. Ma Armando si è buttato di sotto o è stato gentilmente fatto volare dal balcone? Le ricerche portano i nostri dal condominio del delitto al centro sociale, dai vicini poco attenti (e poco attendibili) ai veri o falsi amici di Armando.

Ovvio che saranno gli strani amici di Anna che daranno le dritte giuste per arrivare al bandolo del problema, forse un po’ scontato in termini giallistici. Ma divertente nel suo evolversi, nel presentarci il punto di vista delle tartarughe (e della loro mancanza di sequenze temporali, che stavano per far arenare le indagini).

L’importante è riuscire, e ce la faranno, a consolare in qualche modo la madre di Armando. Non fu suicidio. Chi e come, lo lascio ai sussurri delle piante nell’aiola.

Come prima uscita è di certo ironicamente leggibile, scorrevole, ed a me Anna ed i suoi amici han fatto simpatia, nelle loro riflessioni sensibili e strampalate ad un tempo. C’è forse un po’ da lavorare sulla trama, ma possiamo passare senza troppi rimpianti al secondo testo del volume.

“Il testimone chiave” pagine 239-540, anno: 2021; &&&

La seconda indagine della nostra Anna se, dal punto di vista umano, si arricchisce e diventa più vicina ai nostri sensi ironici, dal punto di vista “giallistico” rimane un po’ al di sotto delle aspettative, abbassando il tasso di gradimento della serie. Che però rimane di un buono se non ottimo livello, anche sapendo che ne sono stati venduti i diritti televisivi. Vedremo.

Per adesso leggiamo, che quando si ha bisogno di un relax estivo che però faccia anche riflettere, niente di meglio che un buon giallo, come questo che oltre all’intrigo, ci offre un maggior “insight” nella famiglia di Anna. Avevamo già visto ed apprezzato il figlio Luca (quel quattrenne che si chiede perché gli abitanti dell’Inghilterra non si possano chiamare “inghilterresi”). Ora vediamo l’accudente marito Alessandro, sempre in pensiero per la salute di Anna, anche se non è mai troppo invasivo. Il padre malato, con la seconda moglie accudente ed innamorata. Con momenti che permettono a Sarah di parlare della malattia, dell’invecchiamento, dell’amore e di come accettare quello degli altri. Roba mica da poco. Infine, anche la sorella Lavinia, quella bisognosa d’amore, anche se non sembra sempre debole, ma che ha avuto il grande pregio (involontario) di far incontrare Anna con l’Agenzia Investigativa Cantoni.

Agenzia che viene ingaggiata da Baroni jr. per indagare non tanto sulla morte del padre, che sembra, e probabilmente sarà, un suicidio. Quanto sullo strano lascito di trentaduemila euro e spiccioli per la badante Oxana. Risolto presto il mistero dei soldi (Baroni sr. era molto legato alla badante e quei soldi servivano per gli studi del figlio), rimane il mistero del suicido, che non sembra avere spiegazioni plausibili.

Ovvio che, a questo punto, l’unico modo di dare una chiave di volta alle indagini è scatenare Anna ed i suoi amici floro-faunicoli. C’è il carlino Carl del morto, che sicuramente ha visto qualcosa, ma è un cane erotomane e ricattatore: dice che parlerà solo dopo una notte d’amore con un alano, possibilmente femmina, ma va bene anche il povero Otto, l’alano dell’Agenzia. Ma ci sono anche, con piccoli elementi di conoscenza, una gatta junghiana che non sopporta più la sua padrona psicanalista freudiana. C’è Bergerac, un cane randagio che si esprime in versi. Un simpatico pitone che ci riempie di freddure. E soprattutto, un branco (chissà se si chiama così o meglio dire stormo) di pipistrelli che svolazzano da un rave all’altro, strafatti di “droga” per aver fatto indigestione di zanzare piene di DDT. Esilarante.

Con tutti questi indizi, Anna entra nella psicologia e nel mondo di Luigi Barani. Industriale fattosi da sé, con una bella industria alle spalle, una moglie di cui era innamorato pazzamente. Quando lei muore dopo una lunga malattia, lascia l’industria ai suoi vice, e si dedica ad un mausoleo per la moglie. Ma scoprirà (non vi dico come, né perché, che è tutta una lunga e parallela storia nella storia) che la moglie non era la santa che credeva. E scoprirà altre piccole cose, che lo porteranno all’unica via d’uscita pensabile, appeso ad una trave.

Era ovvio che lo fosse fin dall’inizio, un suicidio, ma rimaneva il giallo di come arrivarci, cosa che di certo non vi dico. Confermo però, come hanno detto altri, che così facendo, la nostra brava Sarah infrange la regola numero 8 delle “Venti regole per scrivere romanzi polizieschi” di S.S. Van Dine (quella che dice “Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici … Un lettore può gareggiare con un detective che ricorre a metodi razionali: se deve competere con altro … è battuto ab initio”).

Ma, ripeto, i punti forti, oltre alle ironiche battute che si scambiano Anna ed i suoi amici non umani, sono i pensieri che affiorano per la malattia di una persona cara e magari nella difficoltà di accettare le scelte delle persone che amiamo, anche e soprattutto se sono diverse da quelle che avremmo fatto noi.

Comunque, lettura gradevole e rilassante, in attesa di comperare e leggere il terzo episodio.

“Fra quello che vogliamo e quello che riusciamo c’è tutto quello che non possiamo.” (293)

“A volte, anche se la realtà si trova davanti ai nostri occhi, non si è pronti per accettarla.” (488)

Dopo avervi costretti ad una più lunga lettura, che il libro di Sarah contiene due romanzi, vi assillo allora anche con due citazioni tratte da “Il peso della farfalla” di Erri De Luca. La prima valida sempre, soprattutto per noi maschietti: “Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, si interrompe, una donna no. … Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza.” (35) La seconda che ci ricorda un peso che non possiamo mai depositare altrove: “Non era pentito, non poteva risarcire il torto, poteva rinunciare. I debiti si pagano alla fine, una volta per tutte”. (40)

Scrivo tuttavia e chiudo in gran velocità, che si è fatto tardi, dopo un week-end in giro per la Versilia in compagnia dell’ottimo fratello. Aspettando notizie di altri viaggi, nonostante acciacchini e stanchezze varie, vi abbraccio.

domenica 16 ottobre 2022

Saghe e persone - 16 ottobre 2022

Cinque trame di donne, che parlano di persone (donne che parlano di donne, e già mi sembra un buon inizio) o che narrano saghe familiari e locali (sull’onda del successo siciliano di Stefania Auci). Comunque, è la caraibica Jean Rhys che si stacca dal gruppo italico, dove fanno una buona riuscita Marina Collaci, con il dramma storico ambientato in Puglia, e Veronica Raimo, con la sua (forse finta) autobiografia. In secondo piano proprio quelle saghe tanto in voga, che, sebbene Valentina Cebeni sia facile da leggere, la saga dei Fontamara non prende più di tanto, soprattutto nel secondo volume.

Marina Collaci “Scialomm Mussolini” Castelvecchi s.p. (libro in dono per la partecipazione al “Torneo Letterario Robinson”)

[A: 14/03/2022 – I: 15/03/2022 – T: 16/03/2022] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 192; anno: 2021]

Introduzione comune al torneo: era da tempo immemorabile (mi pare più di un anno), che scrissi a Giorgio Dell’Arti per propormi come lettore e giurato in una delle tante edizioni dei tornei da lui organizzati per la testa “Robinson” del gruppo GEDI. Finalmente, sono stato contattato, e queto è uno dei due libri che mi sono stati proposti per lettura e giudizio, chiedendomi di rispondere entro due settimane. Capite bene che, data la mia velocità di lettura (accentuata dal periodo pandemico), ho letto i due libri in due giorni.

Qui parliamo di questo, scritto dalla giornalista under ’60 della WDR (Westdeutscher Rundfunk Köln). Non la conoscevo, ho cercato le poche notizie presenti in rete, ma credo sia meglio rappresentata dalla sua scrittura. E da un libro che ho gradito, sia, appunto, per la facilità con cui si segue, sia per la scelta dell’argomento, uno dei tanti piccoli puntini della storia, seguendo i quali, unendoli ad uno ad uno, si disegna (anche) la Storia.

Qui seguiamo le vicende di un paesino pugliese, fittiziamente chiamato Civitella di Puglia, dove convergono alcune storie, intorno alla metà degli anni Trenta. Quella di Freddy Amoruso, l’emigrato americano che torna in veste di spia fascista. Quella di Don Ciccio l’arciprete. Quella di Lucetta, perpetua a mezzo servizio con figlia un po’ in ritardo, su cui torniamo. Ma soprattutto quella di Ippazio, contadino che legge, che recita il “Conte di Montecristo” per gli altri semianalfabeti locali, che ha una grande visione mistica. Ha letto la Bibbia, ed è convinto che il Vecchio Testamento sia base e fondamento di tutto il creato. Motivo per cui, si convince di essere ebreo, e vuole convertire a quella religione i suoi concittadini.

Questo è il punto cruciale: dichiararsi ebrei in un paese che sta per adottare le leggi razziali con tutto quello che ne consegue. Ed in particolare in un paesino del Sud, di certo molto cattolico. Non è mio interesse seguire tutti i percorsi dei vari personaggi, che in ogni caso escono bene dalla penna della scrittrice.

Vorrei poter tornare però su Lucetta, emarginata come ragazza-madre, trova nella nuova religione uno sbocco alle sue capacità, un rispetto per lei e per la figlia. Le due attraverseranno i pericoli e le insidie che metteranno sul cammino Freddy il fascista e Don Ciccio il cattolico. Ed alla fine, sarà forse l’unica ad avere uno spiraglio di futuro, decidendo, alla fine della guerra, di emigrare in Israele.

A parte le finzioni adottate, comunque, la storia si basa su fatti reali. Quelli della comunità legata al pugliese Donato Manduzio che a San Nicandro Garganico costituì, negli anni descritti, una comunità di convertiti. Che si salvò solo in quanto, per le difficoltà del tempo, non riuscì ad essere accettata come “Ghiur” (letteralmente “proselita”) dal rabbinato romano.

Ma devo ringraziare la Collaci per aver tirato fuori questa storia, con la quale, in fondo, ci pone due difficili domande: qual è la propria appartenenza? Come si fa (e si deve) mantenere il rispetto dell’altro? Una domanda, la seconda, che in questi tempi è di un fondamento epocale.

Poiché infine, mi si chiedeva un giudizio per il torneo, ve lo riporto, laddove, è vero, dico cose come le sopracitate, ma mi fa piacere condividerlo con voi.

Valentina Cebeni “Una nuova vita” Sperling&Kupfer s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 15/02/2022 – I: 08/04/2022 – T: 10/04/2022] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 621; anno: 2021]

Non conoscevo l’autrice, ma, leggendone in giro, mi è sembrato un libro che sarebbe piaciuto ad Ale. Che a sua volta, dopo la lettura, pur non essendone entusiasta, mi ha chiesto di leggerne. Una lettura agevole, senza tanti fronzoli, che forse sarebbe stata bene nella collana a suo tempo uscita in edicola sulle grandi saghe familiari.

In effetti, sembra proprio che ci sia un gran proliferare di questo tipo di letteratura, magari sull’onda degli scritti sui Florio di Stefania Auci, ed altre autrici similari.

Comunque, Valentina Cebeni, pur giovane e non sulla punta dell’onda, ha scritto un discreto numero di libri, con un suo pubblico ed una diffusione buona, anche fuori dei confini italici.

Qui, l’idea è discreta, anche se l’intreccio segue un suo filone abbastanza scontato. I vari personaggi si comportano come ci si aspetta, e noi si legge cercando di capire se ci sia qualche salto emozionale, che, purtroppo, tarda ad arrivare. Seguiamo quindi la storia della famiglia Fontamara, come dice il sottotitolo, ed in particolare quella delle donne del romanzo. Non è ben chiaro, tuttavia, perché l’origine del romanzo venga collocato nella Cuba degli Anni Trenta, anche se poi ben presto, ci si trasferisce in Italia. In un momento particolare, visto che il nocciolo duro dell’azione avviene tra la fine del ’36 e il settembre del ’38.

La struttura familiare di riferimento è di quelle esemplari di quegli anni. Ci sono i vecchi Fontamara, Alfredo e Sophia, padroni di un fiorente zuccherificio in quel di Cuba. Hanno quattro figli: Fernando, Giacomo, Tommaso e Lia. Il primo sposa Eva Morris, un’oriunda italo-americana, strappandola a Miguel, un fazendeiro tanto ricco quanto antipatico e dispotico. I nostri avranno a lor volta quattro figli: Diana, Myriam, Gabriel e Clio. Giacomo, rancoroso e secondo in tutto, viene mandato in Italia, dove sposa la ricca Ottavia Principi, erede di una famosa ed avviata fabbrica di biscotti (che ricorda alla lontana, ma solo per collocazione e materiali prodotti, la bellissima fabbrica Pietro Gentilini). Giacomo e Ottavia hanno a loro volta due figli, Ernesto e Angela, nonché riconoscono Viola, frutto di una scappatella di Giacomo con una cameriera. In Italia viene presto mandato anche Tommaso, in quanto palesemente gay, e quindi poco in linea con la rigidità di Alfredo. Mentre Lia rimane in casa, quasi a far da servente tuttofare per Eva.

Allo scatenare della scrittura, vediamo che Fernando è misteriosamente morto in Italia, che Miguel cerca di riprendersi Eva, in gioventù sua fidanzata. Ma i suoi modi poco leciti, convincono Alfredo ad inviare Eva & company in Italia. Assistiamo quindi alla prima parte di spaesamento: i Fontamara d’oltremare si trovano di colpo in un Italia fascista ed illiberale. Con Giacomo molto vicino al regime, ma dedito più al gioco ed alle donne che agli affari.

Seguiamo allora le parabole dei “nostri” Fontamara. Diana, costretta a lasciare un amore cubano, si comporta da ribelle e da “attira guai”. È bella, e sfrutta la sua bellezza per ottenere quello che vuole. Anche se poi finirà irretita da un professore malandrino, in una storia che non potrà che finire male. Myriam è quella più normale, anche se non sa che strada prendere: studiare, fare l’attrice, scrivere. Non ha molti grilli per la testa, ma, per ora, non ha neanche molta spina dorsale. Dovrà aspettare di conoscere un baldo giovane, per esserne spronata. Ovviamente, il giovane si chiama Giovanni. Gabriel è perso nei suoi sogni poetici, anche se leggere Garcia Lorca nell’Italia fascista non ti pone in bella vista.

Ma noi seguiamo ovviamente Eva. Che consola Ottavia dopo un aborto spontaneo, la porta ad allontanarsi dal perfido Giacomo, per entrare nelle grazie del profumiere Raffaele. Lei, Eva, si dedica invece al forno Pacifici. Ne constata le possibilità, ma anche le carenze, dovute alla sciagurata gestione di Giacomo. In tutto questo, immersa nei problemi della fabbrica, trova anche il modo di avvicinarsi di nuovo all’amore, nella persona del capo operaio Pierfrancesco.

C’è tutto un susseguirsi di luoghi comuni, nel percorrere le più di 600 pagine del libro. Rancori tra Angela e le cugine, botte ripetute a Tommaso ed al suo amante gay, liti tra Diana e Myriam, liti tra Ernesto e Gabriel, con il condimento dei tarocchi e dei fondi di caffè che la buona Lia legge per indicare la strada ai suoi. Ma soprattutto, assistiamo alla lotta senza quartiere tra Giacomo ed Eva. Dove si spera, fin dall’inizio, che la nostra eroina trovi il modo di sconfiggere il cattivone. Vittoria che arriverà, ma a duro prezzo.

Sembra che tutto, dopo molti casini, possa risolversi al meglio. Peccato che Angela sposi l’ebreo Gino, che Gabriel si innamori dell’ebrea Rachele, che le cameriere di casa Fontamara siano ebree. E che tutto si chiuda con l’approvazione da parte del governo Mussolini delle “Leggi in difesa della razza”.

Molte parentesi Cebeni le chiude, ma questa no, ed è facile pensare che presto avremo una seconda puntata della saga.

Dicevo, la buona penna di Valentina tocca molti punti dolenti, sia storici che sempiterni. I diritti degli omosessuali, il ruolo della donna nella società, le persecuzioni verso gli ebrei, la tracotanza fascista. Ma sempre senza andare troppo nel profondo. Per questo, alla fine, non può che stare abbastanza lontano dalla media, anche se in una posizione di tutto rispetto.

Valentina Cebeni “Un mondo libero” Sperling&Kupfer s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 18/05/2022 – I: 05/08/2022 – T: 08/08/2022] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 508; anno: 2022]

Come avevo supposto, eccoci che, un anno dopo il primo, compare il secondo volume della saga dei Fontamara. In fondo era abbastanza semplice pensarlo, che troppi punti erano rimasti sospesi. Purtroppo, pur avendo alcune punte di buona leggibilità e due punti di interesse di cui parlerò in finale, anche questa scrittura risulta non affondare troppo il coltello nella piaga. Tocca temi vari, ma in alcuni punti rimane forse troppo in superficie. In altri, forse, si limita a considerazioni di buon senso che dal punto di vista storico hanno invece richiesto anni ed anni e scritti di approfondimento.

Intanto, Valentina ci fa fare un bel salto che, dalla chiusura sulle leggi razziali del primo volume, il secondo si apre nell’ottobre del ’42, cioè quattro anni dopo. Uno iato importante, che le protagoniste del primo volume evolvono e si maturano anche quando non ne leggiamo. Qui, inoltre, diventano le protagoniste assolute, ognuna con le sue forze, le sue debolezze, le sue azioni, non sempre positive, anche se sempre pensate per il bene.

Rispetto ai tre pilastri del racconto, vediamo subito di sgomberare il campo delle donne brave, belle ma “attrici non protagoniste”, se vogliamo parlare in termini cinematografiche (non penso sia difficile ipotizzare anche una realizzazione televisiva della serie). C’è la cognata Ottavia, che dopo aver messo fine alla storia con Giacomo (e sappiamo come) sposa il dolce Raffaele, si ricostruisce una vita, ma presto muore di cancro. Sparisce così il ramo Pacifici della storia, tra l’altro con Raffaele che, dall’oggi al domani, scompare anche dal racconto. C’è la sorella Lia, quella della caffeomanzia, relegata in campagna a fare da tata alle giovani Clio e Viola (che poco compaiono), che soffre della morte in guerra del marito, e che alla fine della guerra prenderà la prima nave per tornare a Cuba, ed ipotizziamo anche perché.

C’è Rachele, la fidanzata del figlio Gabriel, che rimane in Italia per sposarlo, ma Gabriel è con l’esercito in Grecia, dove si rifà una vita. Rachele, allora, viene coinvolta nella vita aziendale, sotto gli auspici della matriarca, ed affianca Andrea, il buono lasciato senza validi motivi da Diana. Nasce un amore, ma Rachele verrà presa, spedita in Germania, ed Andrea non ne uscirà. C’è infine la cugina Angela, che tanto aveva fatto soffrire, che inopinatamente sposò l’ebreo Gino. Sposo che, denunciato in maniera inconscia da Diana, vivrà lunghe sofferenze in carcere portandolo a scelte “leviane”. Angela non si riprende, e nel finale di partita, decide di uccidere il maggior numero di militari possibili, morendo lei stessa e lasciando il piccolo Mosè alle cure della cugina “buona”.

Veniamo allora al nucleo Fontamara.

Il primo che tiriamo fuori dal mazzo è Tommaso, sempre dolente della sua omosessualità, per molto tempo in rimpianto della perdita di Roberto. Trova il suo spazio nel marketing dell’azienda, ma la guerra lo trova relegato in secondo piano. Fino all’incontro con il partigiano Matteo, con cui rinasce l’amore e la volontà di lottare. Ne faranno di molti colori, ma arriveranno salvi alla fine della guerra, forse con la promessa di trovare anche loro una nuova vita tornando nella sua tanto amata Cuba.

Sempre tra il buono ed il cattivo invece c’è Diana, quella che sembra (e forse lo fa) pensare solo a sé stessa. Lascia Andrea per un capriccio, frequenta loschi fascisti. Poi mette la testa a posto quando capisce i disegni della madre, ritorna in azienda. Si prodiga, ma rimane sempre la farfalla indecisa di sempre. Anche quando troverà un rapporto stabile con il dottore partigiano Giovanni, che dopo un’iniziale sbandata per Myriam, si dedica ad attentati ed a Diana. Con una conclusione che lascia molti dubbi, una settimana dopo la liberazione di Roma, i due si sposano. Se c’è un terzo volume, non credo sia un matrimonio che resisterà a lungo.

Una parte centrale, anche perché occupa più spazio di altri, viene data a Myriam. Che aveva sposato il suo musicista, con cui era stata in Francia, per poi tornare in famiglia (non ne sappiamo i motivi). Il suo amore verrà internato ed ucciso dai nazisti, e lei non si riprenderà più dal lato sentimentale. Non dal lato operativo, che diventa infermiera al Fatebenefratelli, che dopo il luglio ’43 si impegna nella lotta partigiana, dalla parte cattolica. Lasciandosi andare, nelle discussioni con il rosso Giovanni, a considerazioni un po’ superficiali sulla lotta armata e sul modo di impegnarsi di ognuno. Alla fine, si ritroverà senza amore umano, ma con molta carità cattolica, e la vedremo in futuro prendersi cura del nipote Mosè.

Infine, c’è lei, Eva, il pilastro, la donna d’affari sempre un passo avanti agli altri. Che usa i suoi contatti fascisti per permettere all’azienda di barcamenarsi nella guerra. Ma che deciderà, quando serve, di usare questo suo potere per aiutare ebrei e poveri senza speranza, impiegandoli nel forno. Un po’ Schindler alla lontana. Dovrà parare i colpi della sorte, proteggendo Diana da sé stessa (fino a dove si può), sostenendo Myriam, stendendo un velo di protezione anche verso le donne rifuggiate in campagna. Colpita dalla morte del padre, dovrà decidere, alla fine della guerra, come risolvere la questione cubana, laddove ritorna a galla anche l’amato-odiato Miguel Ferrer.

Detto quindi a grandi linee lo sviluppo del romanzo (che termina nel luglio del ’44), ribadisco la sensazione che parlare di Resistenza e Fascismo in toni troppo salottieri può far sorgere curiosità, ma non suscita riflessioni che sarebbe necessario fare.

Veniamo allora ai due punti personali che tocca Valentina. Il primo è assai palese, laddove a pagina 390, per impedire irruzioni naziste all’ospedale, il primario parla del terribile “Morbo K”. Una panzana storicamente valida alla cui invenzione contribuì mio zio Adriano (e ne potrete leggere in rete meglio di quanto ne possa dire io). Il secondo è ancora più personale nel suo sviluppo. A pagina 449 si parla dell’arresto di don Pecoraro in seguito alle proteste per l’uccisione di Teresa Gullace. Il fatto è storico, ma di più c’è che don Paolo fu il mentore, privato e politico, di mio padre. Pur avendo solo sette anni di più, ne fu il maestro di religione (ricordo che mio padre ne raccontava gli scappellotti quando lui si metteva a guardare le signorine). E poi di politica, che don Paolo era sodale di mio zio, ed introdusse il giovane Franco nel clan degli Ossicini, dove conobbe mia madre Agnese. Tanto altro c’è dietro don Paolo, ma questo basta per farmi tornare alla cura dei miei cari, e a ricordi che non andranno mai via.

Veronica Raimo “Niente di vero” Einaudi euro 18 (in realtà, scontato a 16,20 euro)

[A: 12/04/2022 – I: 23/04/2022 – T: 26/04/2022] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 163; anno: 2022]

Conoscevo di nome e di attività Christian Raimo (scrittore nonché assessore alla cultura del Municipio Roma III), ma non avevo notizia della famiglia, che qui scopro leggendo il libro della sorella Veronica, anch’essa scrittrice, che ho inserito nella mia biblioteca come novità in quanto uno dei dodici libri finalisti al Premio Strega 2022.

Non è un caso che sia partita dal fratello, che è una presenza costante (ed a volte ingombrate, ma sempre con affetto) del testo autobiografico (ma forse neanche tanto, e ne parleremo avanti) della scrittrice romana. Come presente è tutta la famiglia. Che magistrali pennellate parlando della madre, sempre con l’angoscia che la prende e la pervade: attaccata alla radio, magari ci fossero brutte notizie, sempre pronta al telefono. Telefonando al figlio maschio (si sa che il maschio è il maschio) adombrandosi che lui non risponde mai. Tempestando di telefonate la figlia, soprattutto quando questa si trova “in dolce compagnia”, provocando il terrore di tutti i suoi amici e/o fidanzati. Il padre, poi, con quella mania di tirar su tramezzi per tutta casa pensando a ritagliare spazi in una casa già piccola, ma rendendola ancora più minuscola.

Ma non è solo la famiglia che seguiamo, è tutto il percorso dell’io narrante, dall’infanzia all’età adulta. Con i rapporti familiari, di cui si è accennato, ma anche con le descrizioni delle frequentazioni, degli amici, dei luoghi in cui si vive. Un modo per dipingere il mondo della nostra vita, la cui percezione ci dà il senso del nostro essere al mondo.

Anche con l’ironia ed il sarcasmo che pervade ogni riga, seguiamo con piacere lo snocciolarsi della vita della Veronica di carta. Gli amori, i lutti, la scoperta del sesso, la difficoltà non tanto e non solo di fare amicizie ma di mantenerle, di farle protrarre nel tempo. Il ritorno, sovente ma non sempre con piacere, del fratello che fa tutto bene. Che è bravo in tutto. Che ti fa venire la rabbia di non essere così. Situazioni che tutti, anche a ruoli invertiti, abbiamo provato.

Narrazioni che si allargano anche oltre la prima cerchia di familiari e amici, verso i parenti sempre più lontani. Come un sasso in un lago, le onde si allargano e si allontanano. Cullandomi, anche, verso le mie onde familiari, l’infanzia aventiniana e l’adolescenza olimpica.

Cercando, ma non volendo mai fino in fondo, capire l’autenticità delle storie false, laddove si dice che il diavolo fa le pentole ma non i copechi. Invece, le storie false funzionano perché, come dice l’autrice, il diavolo fa le pentole e, se lo lasciate fare, prima o poi farà anche i coperchi. Allora perché non costruirsi anche un falso io infantile. Magistrale mi è parsa la descrizione della scrittura del diario da adolescente. Non per narrare a sé stessa il proprio vissuto, ma per costruirsi un io diverso ad uso e consumo della madre che si sa troverà il modo di leggere quelle pagine, e farsi un’idea (che ovvio è falsa) della propria figlia.

Alla fine, alcune cose rimangono da tutte le vere menzogne della scrittrice. La noia dell’infanzia (che io sublimavo tartassando mamma di domande, guidate dalla domanda principe: “ed ora che faccio?”), i problemi al bagno (e chi non ha mai sofferto di stitichezza non potrà capire), le frasi che diventano emblemi. Se c’è mamma Francesca che telefona a ogni piè sospinto, a lei, al fratello, agli amici dei figli, e ci si fissa con quel “C’è Francesca al telefono”, la frase diventa emblema di altro, di tutto quello, soprattutto di poco bello e buono che si sta facendo. Così che Veronica e la sua cerchia la usa come un codice per indicare “la sensazione che qualcuna di noi stesse facendo una cazzata”.

Insomma, un libro che mi è piaciuto leggere, che mi ha fatto entrare nelle pieghe di una vita che poteva essere la mia, ma non lo è stata. E già questo è un bel risultato.

Poi, c’è quel titolo, di cui accennavo, e che riprendo. Quale titolo più adatto, in un testo (che non è autobiografico, né auto-fiction, ma solo candidamente un romanzo) che parla e si aggira intorno alla menzogna, proclamare fin dall’inizio “niente di vero”? Ma noi che siamo smaliziati, ne leggiamo in tanti altri modi. A partire da una possibile sineddoche, l’uso di una parte per il tutto. Se Vero può essere un diminutivo di Veronica, qui raccontiamo tutto quello che non è, tutte le menzogne su Veronica, perché su Vero non c’è niente di Vero, Veronica, infatti, è altrove. Così, noi letterati, transitiamo verso l’antifrasi, che voi pensate che non ci sia niente di me in quanto scrivo. Ma, capite a me, “meglio di così non poteva andare”.

“I momenti più profondi di solitudine li ho vissuti sulla tazza del cesso … Chi non è mai stato stitico non può capire il tormento esasperante di quei lunghissimi minuti.” (34)

“In quinta elementare, poco prima degli esami, mi ammalai di reuma articolare acuto.” (78) [io invece ero nel giugno della seconda media]

Jean Rhys “Buongiorno, mezzanotte” Adelphi euro 17 (in realtà, scontato a 14,45 euro)

[A: 25/12/2019 – I: 08/07/2022 – T: 09/07/2022] - &&& e ½  

[tit. or.: Good morning, midnight; ling. or.: inglese; pagine: 169; anno 1939]

Ero discretamente curioso di leggere qualcosa di quest’autrice anglo-caraibica, di cui avevo avuto notizia leggendone nell’ormai mitico (ed anche un po’ datato) “Curarsi con i libri”. Jean Rhys in realtà nasce nella Dominica come Ella Gwendolyn Rees Williams, da padre inglese e madre di sangue misto creolo-scozzese. Quindi, pur avendo tratti caraibici (soprattutto nel colore) non ha una caraibicità accentuata. Ciò non toglie che, per un “purosangue” inglese sarà sempre riconoscibile ed emarginabile.

In effetti, a 16 anni si trasferisce nel Vecchio Continente, vivendo la sua vita tra Londra e Parigi, sposandosi, lasciando, cercando di diventare attrice (il suo sogno), scrivendo alcuni romanzi anche di discreto, pur se non eclatante, successo. Come questo di cui si parla. Dopo di questo, però, per quasi trent’anni scompare dalle scene, ritirandosi nella campagna inglese, per poi pubblicare quello che viene considerato il suo capolavoro “Il gran mare dei Sargassi”, un prequel di “Jean Eyre” narrato dal punto di vista di Antoinette, la prima moglie di Rochester, l’amato dell’eroina della Bronte.

Ma torniamo a questo, che è uno scritto difficile, eppure bello ed intenso, che rivela l’autrice nelle pieghe della protagonista. Lei, Jean, sempre alla ricerca di essere accettata come sé stessa, non come “emblema di…”. E la protagonista, Sasha, che cerca per tutto il romanzo di imporre a sé stessa di essere sé stessa. Un continuo rimando, fin dal titolo. Laddove capiamo che Jean Rhys di letture e di meditazioni ne ha fatte tante. E qui, a quasi cinquant’anni, si rimanda e ci rimanda ad una poesia di Emily Dickinson, che inizia e finisce con un ossimoro. Da “Good Morning, Midnight” (che prende a titolo del libro) alla fine della poesia con l’altro ossimoro “Good Night, Day”.

Tra il giorno che la rifiuta e la notte che l’accoglie (ma che forse lei rifiuta) trascorrono 170 pagine di flusso di coscienza della nostra Sasha. Lei, sballottata tra Londra, che non ha mai amato, e l’adorata Parigi, che l’ha vista calcare scene sociali importanti, e dove ora, nell’ottobre del 1937 (l’epoca del romanzo) Sasha si rifugia dopo essere stata abbandonata dal marito, artista e giocatore d’azzardo. Non ha soldi, non ha mestieri, ritornata, malinconica, a Parigi, passa infelice da un caffè all’altro, cambia camere d’albergo, sovrappone ricordi attuali e del tempo felice che fu. Come sottolinea lei stessa in uno dei suoi sinceri abbandoni mentali, la sua vita trascorre “tra bar dove sono bene accetta e bar dove non mi vogliono”.

In questo andirivieni, in questi pensieri a ruota libera, in queste strade a volte amiche ed a volte minacciose, Sasha incontra altre vite disperate (e dissipate): un pittore, un disertore della Legione Straniera, un russo espatriato, un gigolò. Si sente triste, triste come un violino con una corda sola, e dice una frase che solo una donna può dire: “triste come una donna che invecchia”. Ed in questo vagabondare, ogni angolo la riporta ai tempi felici, ad un passato dove era necessario che alcuni piangano, perché altri possano ridere. Fino ad arrivare ad un momento simbolico, dove, quasi senza motivo, acquista un quadro, brutto, solo per pietà. Ma dove il personaggio è dipinto come Giano Bifronte. Sono quelle le due facce che Jean-Sasha si è portata appresso per tutto il romanzo, quelle con cui deve decidere di riuscire a convivere, perché, per lei, per noi, la vera sfida non è smettere di vivere, ma di ricordare.

Un romanzo bello di una tristezza infinita, che la critica dell’epoca rifiutò considerandolo troppo deprimente. Tanto che, come detto sopra, Jean non si riprese dalla batosta, e per decenni si tirò fuori dal mondo. Invece, è un elemento del tempo, una depressione, insoddisfazione che sarebbe caduta ben presto nel baratro della guerra. Ma leggendo tra le pieghe, in questo, come in tutti i suoi romanzi, i temi forti sono sempre presenti: il colonialismo, il razzismo, il rapporto uomo-donna. Per certi versi, era più avanti del tempo della scrittura. Per altri, mi ricorda alcuni passaggi di Stefan Zweig, e forse anche un po’ più cupo.

“Ecco ciò che rende la vita bizzarra, il modo in cui si dimentica, e ogni giorno è un nuovo giorno, e c’è speranza per tutti.” (129)

“I ricchi… Bisogna compatirli. Non hanno la minima idea di come spendere i loro soldi; non hanno la minima idea di come goderseli.” (152)

Non si riesce proprio a riprendere i ritmi normali di allegati vari, forse per i tempi forse per i modi, allora ci rifugiamo nelle citazioni, dove questa settimana tocca ad uno scrittore a me caro per molte ragioni (tra cui l’opera divulgativa della letteratura e la scuola di scrittura torinese). Parliamo di Alessandro Baricco dove dal suo “Emmaus” mi rimangono due frasi. La prima che ultimamente risuona: “Siamo pieni di parole di cui non conosciamo il significato, e una è la parola dolore. Un’altra è la parola morte. Non sappiamo cosa indicano, ma le usiamo.” (28) E la seconda che mi ricorda chi mi ha regalato il libro: “Adesso che era lì, di colpo mi ricordavo come mi era mancato il suo corpo in ogni istante dopo quella notte” (102).

Intanto, sembra che i prossimi viaggi si avvicinino più di quanto sembrasse la settimana scorsa, anche se con i dubbi sui luoghi e sul periodo. Staremo a vedere.

Per il resto, si studia, si legge, si pensa, si intreccia, si programma e si avvolgono gli amici in tanti abbracci. 

Note sul libro di M. Collaci

Libro ben scritto, consequenziale. Una storia che si segue bene, dove si riesce ad entrare nei personaggi, anche empaticamente. Si vuole bene fin dall’inizio a Lucetta, e la sua luce porta uno spiraglio di felicità e buon umore in un testo che, in realtà, tratta di tempi cupi. Anche qui si cerca di tirar fuori dall’oblio un episodio dimenticato, la storia della piccola comunità di “forse” ebrei inventata da Donato Manduzio a San Nicandro Garganico. Qui, per amore di finzione, l’autrice maschera i nomi ed i luoghi, ma la storia rimane. Sia con la sua forza dirompente (ed a tratti comicamente drammatica), sia con i mille risvolti comportamentali, non solo localmente. Il visionario Ippazio-Donato riesce a convertire alla fede giudaica gruppi di contadini semi-analfabeti. Nello scritto, l’autrice riesce non solo a farcene vedere la potenza, ma anche gli attriti, le difficoltà, le speranze ed i crolli, in un momento drammatico della storia italiana e mondiale. Convertirsi all’ebraismo durante il fascismo suona di un’eresia unica. Con tutti contro. E ne vediamo gli epigoni: il curato, l’emigrato di ritorno, fascista e spia, il dotto bifolco, il rabbino polacco volenteroso. Insomma, molti personaggi di buona riuscita e con i quali si passa gradevolmente il tempo della lettura. Lasciandoci con le riflessioni, sempre e tuttora valide, sulla necessità di vivere nel rispetto degli altri. Quanto vero, al giorno d’oggi.

Un piccolo appunto tipografico finale: a pagina 41 inopinatamente, Odorico diventa Oderico.