domenica 15 gennaio 2023

Calavi il tono - 15 gennaio 2023

Sembra un titolo anodino, invece è per me un personale omaggio ad uno scrittore che della leggerezza ha fatto una bandiera. Non solo, ma ha costruito, ed altri con lui, scritti complessi costretti in regole stringenti. Per questo ho deciso di intitolare questa trama con un suo anagramma e dedicargli queste letture saldamente superiori alla media.

Italo Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno” Repubblica Calvino 4 euro 9,90

[A: 08/11/2020 – I: 13/04/2022 – T: 14/04/2022] - &&&&   

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 151+LXVII; anno 1947]

Era molto tempo che non leggevo qualcosa di Calvino, e devo dire che leggere un libro sulla Resistenza, in tempi in cui abbiamo una guerra alle porte è stato un esercizio utile, per capire e per riflettere. Tra l’altro, come scrivo sopra, non sono soltanto le 150 pagine del libro, ma c’è anche una suntuosa introduzione (nonché una ben articolata cronologia biografica).

Della seconda, di cui parliamo qui e non ci torneremo più sulle altre letture calviniana, ritengo nell’animo alcuni punti fondanti. La nascita, casuale certo, a Santiago de Cuba. Il liceo, dove per un anno ebbe compagno di classe Eugenio Scalfari. La moglie, l’argentina Esther Judith ma da sempre soprannominata Chichita. E poi i tempi della letteratura, su cui si tornerà in altre scritture.

Dalla prima, scritta per la riedizione del libro nel ’64, porta a ragionare con lo scrittore sulla genesi della scrittura, sulle modifiche anche ideologiche che avvengono nel tempo. Perché, magari, dopo anni di altro, si torna sulle proprie parole, e si scopre che non tutte sono sempre in accordo con il sé stesso di ora. Noi siamo sempre noi stessi, ma la nostra evoluzione può essere variegata. Calvino non rinnega una virgola di quanto scritto allora, ma, dopo quasi venti anni, forse avrebbe messo accenti in posti diversi.

Ma noi abbiamo di fronte il suo testo, scritto sull’onda della fine della guerra, dall’autore che all’epoca ha solo 25 anni, essendo per inciso nato solo pochi mesi dopo mio padre.

Da un certo punto di vista è un testo semplice, lineare, che ci mostra la difficoltà di essere bambini in un mondo adulto, la difficoltà di crescere, di trovare un proprio posto nella vita, un proprio modo di essere. Seguiamo infatti le vicende del piccolo Pin, dodicenne orfano dei genitori, allevato dalla sorella dedita a quello che viene definito il mestiere più antico del mondo.

Pin è più avanti dei suoi coetanei, con cui si trova male, ma si trova male anche con i grandi, che, ovviamente, non lo accettano. Oltre alle difficoltà di crescita e di vita, il tutto è complicato dal fatto che siamo in guerra. Ci sono i tedeschi che occupano le città, ci sono i partigiani che si ribellano sulle colline poco distanti.

Pin, in questo mondo in cui è sempre fuori posto, si trova coinvolto in una serie di avvenimenti che si concatenano casualmente, ma che potrebbero (hanno) conseguenze possibilmente devastanti. Mentre la sorella si accompagna con un tedesco, Pin gli ruba una pistola, che andrà a nascondere nel suo luogo segreto, il sentiero dove i ragni fanno le loro tane.

Subito scoperto, viene malmenato ed interrogato dai fascisti, rinchiuso in carcere, dove conosce il giovane partigiano Lupo Rosso. Con lui, organizza e realizza la fuga, ma Lupo lo abbandona, e lui, vagando per i boschi, si ritrova in una brigata partigiana.

Una brigata atipica, fatta da gente che più scompaginata non si potrebbe. Accettato come aiuto cuoco, rallegra tutti con le sue canzoni. Ma tutti, in quella strana compagine, hanno problemi di comportamento e di socialità. C’è Pelle, dedito all’accumulo di tutte le armi possibili, che ad un certo punto li tradisce, si arruola in una brigata Nera, ma morirà in un agguato organizzato da Lupo Rosso. C’è Mancino il cuoco, che per salvarla porta con sé la moglie. Ma le donne non sono ben viste in montagna. E lei non è da meno, tanto che farà perdere la testa a Dritto, il comandante della Brigata, che prima, sbadatamente, farà bruciare l’accampamento, poi si rifiuterà di andare in battaglia, per concedersi una notte d’amore prima di finire sotto processo e forse giustiziato.

Pin cerca di barcamenarsi tra le varie posizioni, trovando conforto solo nel rapporto con Cugino, un ex-alpino solitario, l’unico che parla poco ed agisce molto. Pin che ha sempre la sua pistola vicino ai ragni. Pin che vorrebbe confidarne il segreto ma non si fida di nessuno. Così che si allontana dai partigiani e dalle loro diatribe, recupera la pistola, e cerca di tornare dalla sorella. Che nel frattempo ha fatto anche lei il grande salto, cominciando a denunciare i partigiani ed i loro fiancheggiatori.

Sulla strada di casa, però incontra Cugino, ed avrà un colloquio quasi da adulto con lui, e con lui, dopo altri avvenimenti che non vi dico, si avvierà verso un'altra notte.

Come detto sopra, è un romanzo di iniziazione, un romanzo che ci fa riflettere sui progressi mentali di un giovane che vuole diventare adulto. Ma anche un romanzo politico, anche se il solo e vero capitolo politico è l’ottavo dove seguiamo il commissario Kim, uno che controlla l’andamento delle varie formazioni, che ragiona quasi a voce alta sui partigiani, sulla lotta, su come è e come sarà (forse) il mondo che verrà. La forza di Calvino, che qui già si mostra, è sia nella caratterizzazione dei personaggi, che riesce a fare con poche e mirate parole, sia l’uso del dialogo, che serve a tirar fuori situazioni e sentimenti, senza star lì a fare tanti discorsi. Perché una parola diretta, spesso, è meglio di cento descrizioni esterne.

Infine, ed è questo che mi ha colpito nel profondo, leggerne ora, in questi giorni di guerra, in questi momenti in cui ci si solleva l’un contro l’altro, fratello contro fratello, è di una forza incredibile. La guerra rende tutto brutto ed invivibile, anche la crescita di un giovane verso l’età adulta. Rende insopportabili anche i più piccoli risentimenti. Insomma, come dice papa Francesco, “fermatevi, per pietà”.

“Un giorno troverà un amico, un vero amico, che capisca e che si possa capire, e allora a quello, solo a quello, mostrerà il posto dei ragni.” (21)

“A fare i reati politici si va in galera come a fare i reati comuni … ma se non altro c’è la speranza che un giorno ci sia un mondo migliore, senza più prigioni.” (38)

Italo Calvino “L’entrata in guerra” Repubblica Calvino 18 euro 9,90

[A: 14/02/2020 – I: 13/04/2022 – T: 14/04/2022] - && e ½  

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 87+XLVIII; anno 1954]

Secondo libro degli scritti di uno degli autori di cui, in maniera episodico, ma costante, cerco di leggere quanto prodotto, ritenendone utile la lettura per me, sicuramente, ma credo anche per i miei sparuti lettori. Si tratta di scrittori di diversa natura, che ritengo caposaldi, per diverse e complesse ragioni, di momenti di scrittura significativi. Si tratta di italiani, come Sciascia o Agnello Horby, e stranieri, come Simenon o Murakami. Tutti con punti di lettura significative e a volte eccelse.

Calvino, tra l’altro, è stato compagno della mia crescita adolescenziale, laddove per anni viaggiai avendo nel retro della mente le avventure di Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez (cui mi accanivo ad aggiungere Castelgioioso, che invece proveniva dall’altra mia passione del tempo, il Cyrano di Emile Rostand).

Questo, poi, è una sorta di romanzo mancato, dove sono presenti tre capitoli, legati tra loro solo dal protagonista, che in tutti si presenta come “io”. Sono, in realtà, tre momenti della vita di quell’io, che poteva ben essere Calvino stesso, visto che sono tutti ambientati nel ’40, ed il narratore, come Calvino, è un sedicenne sulla soglia della crescita (ricordo che anche Calvino è una bilancia, essendo nato il 15 ottobre del ’23). L’unificazione in volume avvenne (per le altre date vedete i diversi racconti) per la collana “”I Gettoni” di Einaudi nel 1954.

Il primo testo (capitolo?) è “L’entrata in guerra”, precedentemente uscito nel numero doppio 8-9/1953 della rivista “Il Ponte” di Piero Calamandrei, rivista di cui sarebbe bene parlare forse altrove, laddove recitava nel sottotitolo “rivista di politica e letteratura”. E sono un testo di politica e letteratura queste venti pagine che narrano la giornata del narratore quel 10 giugno del ’40 (e voi, cosa facevate il 24 febbraio 2022?). Che per lo scrivente sembra essere una giornata normale. Siamo  Sanremo, lui ed il suo amico Jerry, piemontese e antifascista, vanno al mare, corteggiano le ragazze, Jerry ne bacia una, sono raggiunti dal fratello di Jerry che pensa di tornare subito al fronte. Sembra tutto normale, poi l’11 giugno cade una bomba su Sanremo: ecco la guerra, i suoi orrori, la presa di coscienza del protagonista che aiuta la Croce Rossa, fino a quell’ultima immagine di Mussolini che, in macchina, andava verso il confine francese.

Anche il secondo testo non è inedito. Anzi è abbastanza innovativo, dove “Gli avanguardisti a Mentone” viene pubblicato nel secondo numero della rivista “Nuovi Argomenti” fondata nel ’53 da Moravia. Qui il narratore si accompagna con un suo sodale, indicato nel testo con il nome di Biancone, e che Calvino rivelerà essere il suo grande amico Duilio Cossu. I due, per voglia di avventura, si offrono di partecipare ad una parata, d svolgersi nella vicina Mentone, unica città francese conquista dai fascisti in Francia per tutta la guerra. Si parla di goliardate varie, dove nella città evacuata gli avanguardisti si danno a saccheggi vari. Solo Calvino, pur trattato da vigliacco, si sottrae alle ruberie, e torna a casa commentando “Ero inadatto a vivere nel fascismo, ma il fascismo avrebbe vinto; le guerre le vincevano i peggiori”. Una frase che ci fa riflette anche ora.

Solo il terzo testo, “Le notti dell’UNPA”, è inedito. Dove UNPA sta per “Unione nazionale protezione antiaerea”, un gruppo che recluta il narratore e Biancone per sorvegliare di notte una scuola elementare. I due sono titubanti, poi esaltati dall’avventura. Calvino confessa che era reduce dal primo amore. I ragazzi, con l’incoscienza della gioventù, fanno scherzi, si aggirano per la scuola e dintorni. Vanno nella strada delle prostitute, dove Biancone si ferma, e Calvino torna a girare nel buio. Fino al risuonare dell’allarme antiaereo che procura panico, e poi il ricongiungimento degli amici, che all’alba, finalmente, si addormentano.

I racconti del trentenne Calvino sono ben costruiti, con punte di flash sulle situazioni degli anni ’40 che rimasero nella memoria, ed a lui ed alla sua generazione, segnarono un passaggio. Perché ricordo che mio padre era del giugno ’23 e mamma dell’ottobre ’24. E quel giugno anche loro erano immaturi sedicenni. Anche per loro quel momento segno una passaggio della linea d’ombra che ci ricorda sempre Conrad. Il passaggio dall’adolescenza alla gioventù coincidente con il passaggio dalla pace alla guerra.

Non hanno tutti la stessa resa, per esempio io personalmente preferisco il primo. Ma negli altri due esce forte un tema che va al di là della guerra. Ed è la presenza di Biancone, l’amico forte, il personaggio che incarna quello che noi vorremmo essere ed ancora non siamo. Spavaldo dove noi si è timidi, capace di mentire senza vergogna, e con l’idea che sappia affrontare la vita. Quanto però al fine è vero in tutto ciò? Quanto non rimane che una proiezione della nostra volontà?

Ahi, quant’è difficile capire sé stessi.

Italo Calvino “La strada di San Giovanni” Repubblica Calvino 16 euro 9,90

[A: 01/02/2020 – I: 17/09/2022 – T: 19/09/2022] - &&& 

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 89+XLVII; anno 1990]

Come sanno gli esegeti di Calvino, e come spero impereranno i lettori di trame a lui dedicate, il grande scrittore sanremese (ma anche cubano, romano, parigino…), aveva sempre tanto nei suoi cantieri letterari che non tutto è riuscito a portare ad un momento finale, stroncato a soli 62 anni da un’emorragia cerebrale.

Uno dei tanti progetti era radunare una serie di scritti autobiografici, sparsi qua e là nel corso degli anni, e radunarli in un unico testo, dal titolo significativo di “Passaggi obbligati”. Erano momenti senza i quali Calvino non sarebbe potuto diventare Calvino. Ma mancò il tempo e gli scritti, così che la moglie Esther, riordinando le carte del marito morto, decide di radunare i cinque scritti che avrebbero composto la prima parte di quei passaggi, e pubblicarli con il titolo del primo di essi, che, in un certo senso, è quello più vicino all’idea calviniana del testo.

Abbiamo così questi testi, tre derivanti da pubblicazioni in riviste, un articolo di giornale ed una prefazione ad un libro. Tuttavia, non è la provenienza che ci interessa sottolineare (se ne legge nel libro e ciò basta), ma la fotografia a facce molteplici che ne deriva.

Parliamone allora, anche un po’ alla rinfusa. Ad esempio, di “Autobiografia di uno spettatore”, dove esce forte il suo legame con il cinema, ricordando nella prima parte ancora la sua adolescenza, fortemente segnata dal cinema americano che prima della Seconda Guerra mondiale monopolizzava le sale. Con una serie di ricordi e citazioni di film che, trent’anni dopo, segnavano anche il mio approccio (televisivo) a quel mondo. Clark Gable, Spencer Tracy, James Stewart e via partono i ricordi. Per poi passare ad un’analisi dei film di Fellini, dove non entro, che doloroso ne è il ricordo attraverso le analisi del mio grande cugino Zap. Quello che esce dal testo è l’uso del cinema come rappresentazione di un mondo che Calvino avrebbe visto di persona solo anni dopo.

Uno straniante sentimento d’attualità viene alla lettura de “La poubelle agréée”, questa pattumiera da Calvino utilizzata nei suoi anni parigini, che diviene non solo un simbolo dello smaltimento urbano (a cui noi siamo ancora distanti anni luce) ma soprattutto una riflessione sulla mescolanza delle culture e sulla tolleranza.

Poi ci sono i racconti più vicini al dettame autobiografico. Uno, quello che ho gradito meno, è “Dall’opaco”, dove crea una descrizione geometrica, ma per me fredda, del suo mondo ligure, contrapponendo la zona soleggiata (l’aprico) a quella posta nell’ombra (l’opaco), costruendo una continua contrapposizione, anche proprio dello scritto, tra verticale e orizzontale, tra la montagna ed il mare, ed in particolare tra la città e la campagna, su cui torneremo.

Quello che invece a me è risultato più vicino (a parte il discorso sul cinema) è “Ricordo di una battaglia”, articolo uscito sul “Corriere della Sera” il 25 aprile del ’77, in cui parlando dei tempi di guerra (quasi collegandosi idealmente ai “Sentieri dei nidi di ragno”) riflette sul momento della scrittura (tutti ce ne ricordiamo di quell’anno) quasi a prefigurare quel patto costituzionale che avrebbero pensato anche Moro e Berlinguer (e le BR).

E poi il centrale, nell’economia del libro e nella storia di Calvino, “Le strade di San Giovanni”. Perché la strada è quella che il padre percorre verso la campagna, e tutto il testo è permeato dal ricordo del padre e dalla contrapposizione tra Italo e Mario. Si parla di Villa Meridiana, dove i Calvino vissero al rientro da Cuba. Del lavoro di agronomo del padre, ma soprattutto della sua empatia verso la natura, della voglia di coinvolgere i figli in questo, e del loro rifiuto. In particolare, Italo che era protratto nella direzione opposta, verso la città, verso i cinema (come si è detto sopra). comincia in questo primo testo quel dualismo di cui si è già detto, concretizzato tra un andare verso est dell’uno e verso ovest dell’altro.

Calvino ci gira e ci rigira, usa parole e descrizioni varie, riporta situazioni familiari eponime (il padre che tenta di coinvolgerlo nella raccolta della frutta, lui che si attarda nel fare colazione), ma è sempre lì che si ritorna. Al perché di scelte opposte di persone che pur si conoscono bene e che dovrebbero capirle. Quanto ci danniamo anche noi nelle stesse situazioni. Sia prima, con i padri che ci volevano verdi e noi si era blu. Sia ora, con i figli che noi vorremmo gialli ed invece si voltano verso il viola.

È uno scritto alternante, nel coinvolgimento, ma che, al solito, come sempre in Calvino, invita alla riflessione. Cioè, non sempre sono in accordo con lo scrittore, ma sempre lo scritto mi fa pensare, e scattare memorie. E quando penso a Zap, è sempre un bel momento personale.

“Andavo al cinema al pomeriggio, scappando di casa di nascosto o con la scusa d’andare a studiare da qualche compagno.” (26)

“Il giornale viene da me regolarmente comprato, velocemente sfogliato e messo via, ma mi rincresce disfarmene subito, spero sempre che torni utile in un secondo tempo, che gli resti qualcosa da dirmi.” (72)

Italo Calvino “Sotto il sole giaguaro” Repubblica Calvino 10 euro 9,90

[A: 20/12/2020 – I: 20/09/2022 – T: 21/09/2022] - &&&  

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 87+XLIX; anno 1986]

Ed eccoci ad un altro libro di Calvino pubblicato postumo. Anzi al primo ad essere pubblicato dopo la sua morte. Era un libro che Calvino aveva indicato come uno che stava scrivendo, che aveva in mente di scrivere, già durante le conferenze tenute in America nel 1983. In quella occasione confessò che stava rimuginando intorno alla scrittura di un testo che affrontasse i cinque sensi. La difficoltà, come confessa lo scrittore, sta nel fatto che: “che il mio olfatto non è molto sviluppato, manco d’attenzione auditiva, non sono un buongustaio, la mia sensibilità tattile è approssimativa, e sono miope”.

La scommessa di Calvino si basava poi su alcune considerazioni, sparse qua e là, in cui constatava come i sensi dell’uomo si erano in un certo senso atrofizzati, rispetto a quanto provava l’umanità nei tempi passati. Ma non era per lui un bisogno di regressione, quanto di un riscoprire le possibilità che gli stessi sensi potenzialmente potevano permettere all’uomo moderno.

Purtroppo, la morte non gli permise di portare a termine il progetto, così che la moglie Esther decide di raccogliere i tre testi relativi ad olfatto, gusto e udito e pubblicarli in un volume, sotto il titolo dedicato al gusto. Titolo che era differente, e non a caso, dall’originale.

Il primo testo, dal titolo “Il nome, il naso”, uscì originariamente nel 1972, nel primo numero dell’edizione italiana di Playboy. È in un certo senso (scusate l’enantiosemia) il più articolato, laddove si intrecciano tre racconti, sfalsati temporalmente, ma tutti basati sull’olfatto.

Il motivo di fondo è l’utilizzo dell’olfatto per ritrovare una donna, una che sole lei ha quell’odore, quella fragranza. Non si riesce a vederla con la vista, ma solo a vederla con il naso. Abbiamo l’episodio parigino ottocentesco, dove Monsieur de Saint-Caliste si rivolge ad una grande profumiera, madame Odile, per trovare una donna incontrata ad un ballo in maschera, ma poi persa nella folla. Abbiamo il selvaggio che sente l’odore della donna nel branco, un odore che accende tutti i suoi sensi, e comincia a cercarla, anche se deve lottare con un altro maschio-alfa, forse anche lui alla stessa ricerca. Abbiamo un musicista che dopo una notte di vizi e stravizi, sente l’odore di una donna perso nel mucchio dei corpi post-orgiastici, e, dopo aver preso aria all’aperto, ne inizia la ricerca.

Alla fine delle loro traversie e ricerche i tre troveranno chi emanava l’odore, ma saranno tutte e tre morte. Perché la morte è l’altra faccia della vita. Tra l’altro, noi che conosciamo e leggiamo Calvino da sempre, e ne abbiamo seguito le vicende scrittorie, notiamo come abbia qui applicato uno dei dettami di quel consesso di scrivani che chiedeva l’utilizzo di “costrizioni” nello scrivere. Ci riferiamo a quel gruppo francese, capeggiato da Raymond Queneau, riunito insieme nell’OULIPO (“Ouvroir de Littérature Potentielle”, ovvero "officina di letteratura potenziale"). Infatti, i tre microracconti sono divisi in tre fasi, ognuno che si ripete tre volte. Ma questo è un altro racconto.

Il secondo testo, dal titolo originario “Sapore sapere”, viene pubblicato sul numero di giugno 1982 della rivista FMR, e solo in un secondo tempo prenderà il titolo che poi la moglie di Calvino decide di utilizzare come richiamo per tutte queste storie. Il racconto che mi ha coinvolto di più, laddove si racconta di un uomo ed una donna che, in viaggio per il Messico, utilizzano il gusto per ritrovare l’intimità perduta. Sotto il segno del giaguaro che sovraintendeva alle partite a palla dei locali, i nostri viaggiatori scoprono (ma noi lo sappiamo già) che chi vince non chi perde viene sacrificato al dio. Ma in questo trionfo di sensi, e di reminiscenze, i protagonisti principi che Calvino ci porta a gustare sulla pagina sono i piatti messicani: la zuppa di fagioli (sopa de frijoles), il pesce alla brace con pomodoro e peperoncino (huachinango a la veracruzana, dove il primo è il nome del pesce, un dentice rosso) e la frittata ripiena di carne e peperoncino (enchilada). Ed in questo tripudio dei sensi, l’amore ritrovato viene metaforicamente visto come un cannibalismo reciproco: solo annullandosi e mescolandosi, le nostre anime si fondono nell’estasi amorosa. Non dimenticandoci poi quella bella frase che riporto, da me sottoscritta in ogni mio viaggio.

Il terzo, “Un re in ascolto”, scritto anch’esso nel 1982, viene poi rielaborato da Calvino per essere musicato da Luciano Berio ed eseguito a Salisburgo nel 1984. In effetti, si percepisce la modalità teatrale del testo, dove il re, seduto sul trono che ha appena conquistato, sta lì, con l’orecchio pronto a sentire i rumori del suo regno. Perché non si può muovere, pena la perdita del potere. tutto è suono, tutto è sussurro e grida, come ricordava Cage nel suo “Radio Music”. Ma una voce di donna lo scuote, lo riporta ad altri tempi, ad altri momenti. E pur perdendo il potere, si alza la segue, e, lasciandosi alle spalle tutta l’immobilità mortifera, il canto lo libera, e lo riporta alla vita.

La capacità di Calvino è di portarci circolarmente in un percorso che solo alla fine capiamo. Nell’odore abbiamo l’orrore della morte. Nella fusione dei sapori della vita e della morte abbiamo l’uscita verso l’amore. Nel seguire il suono amorevole (di una donna? di una madre?) si va (o si torna) verso la vita.

Peccato non aver avuto il tempo Calvino di elaborare il tatto e la vista, ma anche questo percorso ci basta per gustarne la bellezza e la grandiosità dello scrittore.

“Il rito di mettermi gli occhiali dato che sono miope e leggo senza occhiali.” (VI)

“Questo bisogno … di coinvolgermi nelle sue emozioni … mi dimostrava quanto le fossi indispensabile e come per lei i piaceri dell’esistenza fossero apprezzabili solo se condivisi tra noi.” (34)

“Il vero viaggio … implica un cambiamento totale dell’alimentazione … e non si obietti che lo stesso risultato si ha a frequentare i ristoranti esotici delle nostre metropoli: essi falsano talmente la realtà della cucina cui pretendono di richiamarsi che, dal punto di vista dell’esperienza conoscitiva che se ne può trarre, equivalgono non a un documentario ma a una ricostruzione ambientale filmata in uno studio cinematografico.” (36)

Italo Calvino “Le città invisibili” Mondadori euro 12 (in realtà, scontato a 10,20 euro)

[A: 10/03/2020 – I: 30/12/2022 – T: 31/12/2022] - &&&&   

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 166+L; anno 1972]

Pur essendo anche questo libro inserito nella ponderosa raccolta pubblicata da Repubblica, lo avevo già acquistato alcuni mesi prima. Per cui ne leggo, senza alcun filo particolare con la collana stessa, ma solo per poterne scrivere in questi giorni, dove, essendo nato il 15 ottobre del ’23, se ne comincia a celebrare il centenario. Dove rilevo che è anche lui una Bilancia, ed è anche lui uno dal finale di anno in tre. Mica male!

Ma lasciamo numeri e combinazioni su cui troneremo in seguito.

Il testo è molto congruo con il momento in cui Calvino lo scrisse. Era nel periodo francese, preso sia dal mondo che ruotava intorno a Raymond Queneau, sia allo strutturalismo dello scrivere, motivo per cui non è un romanzo, non è una narrazione, seppur dei fili esistono. È una lucida disamina di possibili città, esistenti, esistite, esistibili nel futuro.

Il motivo ricorrente, che rimanda ad altri e ben noti testi, è la discussione continua, che avviene ad inizio e fine di ogni sezione tra Kublai Khan, il Gran Khan dei Mongoli nonché imperatore della Cina, e Marco Polo. L’espediente permette a Calvino di parlare di tante città, ognuna con delle caratteristiche particolari. Città che Polo dovrebbe aver visitato, e di cui il Khan vuol sentire storie e caratteristiche. Che l’Imperatore non si muove mai dal suo giardino, ma Calvino lo fa assetato di conoscenze.

Se poi, letto il libro, si fa una pausa e si guarda indietro, ci si accorge che tutte le città descritte, alla fine, potrebbero essere una sola città, ogni volta vista da un angolo diverso, pensata in modi architettonici diversi, abitata da gente differente. Perché, come dice ad un certo punto Marco Polo, “d'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

La capacità inventiva, il tentativo di coinvolgere il lettore in un viaggio fantastico, porta Calvino non a descrivere fisicamente le città, ma (anche) un rimando dalle città reali alle città che Marco Polo pensa e che Kublai vuole conoscere. Escono fuori, quindi e meglio, le sensazioni, i profumi, i rumori, le trame stesse delle città (o delle entità) che si spalmano sulla carta davanti ai nostri occhi.

Tra queste filigrane, si riconoscono poi i temi sempre cari allo scrittore. Lo sgomento davanti al caos che caratterizza la realtà in cui viviamo. Polo cerca, con le sue descrizioni, di dare un ordine alla confusione. Ma giustamente si perde, e lo scrittore lo porta a navigare tra sogni e fantasie, laddove il pensato è più reale del visto. C’è la memoria delle cose, c’è il tempo che scorre, c’è l’avvicinarsi, ineluttabile, inevitabile, alla morte.

Legato strettamente a quello sperimentalismo di cui si accenna sopra, una delle bellezze del testo è la sua struttura aperta e breve. Ogni città è scritta e descritta in poche righe, e non c’è un vero percorso (certo Calvino ne inventa uno), per cui il poliedro descrittivo della città invisibile può essere letto e percorso da ognuno secondo i propri gusti e capricci. Uscendo dalla narrazione dove si vuole.

Se si prende questo percorso, allora si trova questa città fantastica poetica, nuova e vecchia allo sesso tempo, magica, fuori dal corso delle cose, sia del tempo che dello spazio. Accorgendosi che ogni città, ogni descrizione porta a spunti e riflessioni altre. Ho detto della memoria, della morte, ma c’è anche il riconoscimento dell’ingegno umano, i desideri, i nomi delle cose e delle città, che riporta Calvino come nomi di donna, quasi a voler tendere verso di loro un afflato amoroso.

Per finire poi con Calvino e Polo che esortano noi e Kublai non tanto ad uscire dall’inferno del vissuto quotidiano, ma riconoscere, nel nostro inferno, “quel che inferno non è”.

Prima di lasciarvi alla lettura (in fondo, qui, ho detto poco e nulla delle città, ma è bene che le visitiate voi stessi di persona come ho fatto io), due punti. Uno è personale, che nella seconda città dedicata ai morti, a pagina 93, la città stessa viene chiamata Adelma. Lì mi sono fermato a sognare, ed a pensare a mia nonna, Adelma, morta che avevo tre anni e di cui non ricordo nulla. Ma che fu viva sempre nel pensiero di mio padre, tanto che la piccola costruzione campagnola che costruì in quel di Soriano, e che ora è molto modestamente nostra, fu da lui chiamata “Villa Adelma”.

L’altro e ben presente lascito del libro è la sua intrinseca costruzione matematica. Ho ricordato che il libro fu pensato nel periodo parigino, laddove Queneau propugnava, e Calvino lo seguì in questo, che dovesse esserci un vincolo costruttivo alla base del tessuto narrativo. Un vincolo talmente spaesante, che il lettore può leggere il testo senza conoscerlo. Come avviene con i libri di Perec, di cui parlerò altrove.

Qui abbiamo una struttura fortemente legata ai numeri.

Le città descritte sono 55, pari alla somma dei primi dieci numeri naturali. Sono divise in sezioni, 11 per l’esattezza (11 numero primo), ognuna composta di cinque città (5 numero primo). Se noi avessimo la pazienza di mettere in una tabella le undici sezioni e segnare con una X il momento della descrizione della relativa città, ci verrebbe subito all’occhio una struttura diagonale ricorsiva (ma questa è un po’ difficile da rappresentare qui).

Tuttavia, per rimanere sui numeri, e sui numeri primi, sarebbe stato facile porre le descrizioni in 11 capitoli. Ma Calvino ci tende una trappola: i capitoli sono 9. Perché se 5 sono le città di ogni sezione, 5 è dato dalla somma di 3 e 2. Allora, se prendiamo il 3 e lo eleviamo al quadrato (cioè 2), abbiamo giustamente il 9 dei capitoli.

Così vedete che Calvino usa tutti i numeri primi fino ad 11. Ma, e il 7? Contate quante lettere ha il cognome dello scrittore ed avrete l’ultima risposta.

“Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù.” (8)

“Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.” (27)

Celebrando con gioia il compleanno del mio cugino decano, a lui e a tutti, dedico questo florilegio di frasi che mi sono rimaste da “La contessa di ricotta” di Milena Agus:

“L’importante è fare del bene e dovresti essere felice di renderti utile a qualcuno”. (57) “A [lui] piacciono le donne, ma non le emozioni travolgenti, come per esempio soffrire se [lei] non c’è. ‘Ci lasceremo’ dice … ‘Perché?’ ‘Non è che sarà per sempre. Niente è per sempre’”. (59) “Non sono fatto per l’amore. Non lo reggo. Io l’amore lo odio.” (66) “Nessuno ama davvero e chi ama non ama spassionatamente, ma sempre per qualcosa.” (121) [su questo mi permetto di dissentire]. “In fondo non possiamo sapere e capire davvero nessuna cosa. … perché fare sesso con amore, comunque stiano le cose, è bellissimo” (125) [d’accordo al 100%].

Per il resto, purtroppo, un possibile viaggio alle Lofoten si è sciolto come neve al sole. Allora rivolgo anche un pensiero di pronta guarigione al mio amico che non cito ma cui dedico un’altra frase, attribuita, forse un po’ spregiudicatamente, a Platone: “Ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare”.

 

domenica 8 gennaio 2023

Il grande Sciascia - 08 gennaio 2023

Questo 2023 comincia con un sentito omaggio ad un grande personaggio della cultura italiana. Due anni fa, Repubblica omaggiò il centenario della nascita del siciliano di Racalmuto con la riproposizione di alcuni scritti. Qui vi porto a rileggerne alcuni. Il coinvolgente affare Moro seguito da vicino dalle poco note “Cronachette”. Ma tutti gli scritti letti finora hanno un alto livello di gradevolezza (e di complessità).

Leonardo Sciascia “L’affaire Moro” Repubblica Sciascia 8 euro 8,90

[A: 12/02/2021 – I: 04/05/2022 – T: 06/05/2022] &&&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 138; anno: 1978-1982]

In concomitanza con il 44° anniversario di via Caetani, mi capita di leggere questo denso, complicato ed interessante libro di Sciascia. Il primo testo, Sciascia lo scrive a caldo, nell’ottobre del ’78, cinque mesi dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Dopo di che, quattro anni dopo, ne esce una seconda edizione, riveduta dall’autore e che comprende la relazione di minoranza scritta da Sciascia in quanto membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro. Ed è questa edizione completa che stiamo leggendo e commentando.

Sciascia vuole (vorrebbe) che si acclarasse la verità così che percorre il filo degli avvenimenti di quei mesi del 1978, seguendone con letteraria pazienza questo racconto-inchiesta, poi rivisto, anche se non corretto, quattro anni dopo. Non cambia nulla dell’impianto generale, non può, Sciascia, prendere visione delle altre lettere di Moro, che verranno trovate solo nel 1990 nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, con Sciascia ormai morto. Ma non è quello che interessa l’autore.

Per lui, per noi, è una “storia di potere”, ispirata, come sempre in Sciascia, dalla letteratura, ed in particolare dal bellissimo racconto “Pierre Menard, autore del Chisciotte” di Borges, laddove la tesi dell’argentino, ripresa dal siculo, è che la verità storica non è mai ciò che avviene, ma ciò che noi giudichiamo sia avvenuto, secondo come ci è raccontato.

Non penso di ripercorrere né le tappe della vicenda Moro, quelle che partono con il rapimento il 16 marzo ed arrivano al 9 maggio con il ritrovamento del corpo, né le storie di tutte le ricerche, gli appostamenti, i finti ritrovamenti, le lettere, e quant’altro. Questa è materia di storia (e di cronologia) che il testo di Sciascia ripercorre con una capacità unica, che non possiamo far altro che suggerirne una lettura, ancora ed ancora.

Meglio soffermarsi su alcune posizioni che Sciascia esprime, su alcuni giudizi, finendo, magari, con qualche ricordo del clima del periodo.

In particolare, a me rimangono in testa tre punti, tra i tanti che tocca Sciascia: il rapimento, le lettere, l’ultima telefonata.

L’agguato in via Fani fu consumato con una ben organizzata tecnica militare. È possibile che, da soli, le BR siano riuscite ad addestrare persone, e a mettere in atto un attacco complesso, a fronte anche di una scorta dello statista che certo non era composta da persone di poca attitudine militare. Sciascia pensa, ma non lo dice che senza prove anche indiziarie sarebbe solo una calunnia, che dietro (ma neanche tanto dietro) ci siano altre mani. Servizi Segreti, CIA e forse anche altro.

Sciascia, ai tempi della scrittura, non aveva visione di tutto il carteggio Moro, che verrà ritrovato solo dopo la morte dello scrittore. Ma dalle lettere note, tratteggia un profilo del personaggio Moro che diventa simbolo, che diventa uomo. Non è una contraddizione, che Moro, da sempre, aveva incarnato un certo profilo democristiano. Nelle lettere questo profilo passa da un profilo di partito ad un profilo di statista. Ci si interroga, Moro ci interroga, sui rapporti tra le varie forze in campo. Quindi, in ultima analisi, sul potere, e sulle deviazioni che il Potere porta nei rapporti umani. Diventando poi, tornando poi, ad essere uomo, con i suoi affetti familiari.

Esemplifica molto una lettera alla famiglia, in cui Moro-uomo analizza i motivi per cui la su famiglia ha bisogno di lui. Sciascia dice poi che se sostituiamo al  termine “famiglia” il termine “stato”, abbiamo il passaggio allo statista che vuole indicare al Potere una via da intraprendere. Ma che non fu, coscientemente, volutamente, presa.

Infine, l’ultima telefonata, quella che indica dove trovare il corpo di Moro. Una telefonata in cui il brigatista fa sentire il rispetto per l’uomo. Chiama Moro onorevole, poi anche presidente. Quasi si fosse instaurato un percorso di “pietas” tra le due parti in causa. Quasi ci fosse un corto circuito che provoca una sindrome di Stoccolma rovesciata.

Utilizzando un percorso letterario, Sciascia porto l’Affare Moro su di un piano diverso. Là dove, appunto, la finzione non necessita di prove, dove sorge indispensabile l’uso della letteratura al fine di riuscire a raccontare la storia, con tutti gli uomini che hanno contribuito a costruirla.

Termino con il ricordo personale del me stesso in quel tempo. Stavo facendo la leva militare, come “autiere” nei campi motorizzati della Cecchignola in Roma. Ricordo il clima che si venne a creare in caserma, cupo, teso, anche per noi non di carriera, che siamo stati chiamati, per due mesi, alla vigile attenzione. Niente libere uscite, niente permessi, turni stressanti ad obiettivi sensibili. Inoltre, non avevo più il mio amico Agostino, ormai dimesso, e non avevo nessuno con cui parlare. Periodo orribile, perché non potevo neanche crearmi un’idea di cosa stesse succedendo. Solo a posteriori, dopo la morte di Moro e dopo la fine della naja (per me nel giugno di quell’anno) ho finalmente avuto modo di parlarne, con Luciano e gli altri. Ma ormai i tempi erano diversi, e la situazione decisamente altra.

Leonardo Sciascia “Il contesto” Repubblica Sciascia 14 euro 8,90

[A: 06/04/2021 – I: 30/06/2022 – T: 01/07/2022] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 98; anno: 1971]

Eccoci allora ad un altro e certo non meno complesso libro di Sciascia. Non a caso, consigliato dal mio mitico manuale di libroterapia “Curarsi con i libri”. Prima di entrare nel testo del libro, vediamo però i suoi contorni, come dire (scusate il gioco di parole) il contesto de “Il contesto”.

Sciascia concepisce il libro alla fine degli anni ’60, sull’onda della parte “gioiosa” della contestazione, prendendo probabilmente spunto dall’uccisione del magistrato Agostino Pianta avvenuto il 17 marzo 1969 da parte di un detenuto vittima di un errore giudiziario. Poi però il romanzo rimane sopito, finché lo riprende, lo rivolta da capo, e visto il clima politico degli anni ’70, lo fa diventare un pamphlet, contro il potere, contro la corruzione, contro la connivenza.

Veniamo allora alla trama, dove Sciascia decostruisce il genere poliziesco da lui utilizzato in molti suoi libri, per farne un uso altro. Non introiettivo alla Gadda, ma come denuncia di sistema, di quel sistema politico e clientelare che ha minato alle fondamenta la Giustizia italiana.

Siamo in un paese dalle movenze spagnole e sudamericane, come suggeriscono i nomi. Ma è un paese che è Italia in tutto e per tutto. Viene ucciso un procuratore e delle indagini viene incaricato l’ispettore Amerigo Rogas (magistralmente poi interpretato da Lino Ventura nella trasposizione cinematografica di Franco Rosi che uscì nel ’76 con il titolo “Cadaveri eccellenti”). Durante le indagini, poi, altri magistrati vengono uccisi, e Rogas si fa persuaso che sia una vendetta di un farmacista, ingiustamente condannato per la tentata uccisione della moglie e che ora, uscito di prigione, cerca la vendetta.

Persuaso delle sue ragioni, Rogas si mette alla ricerca del farmacista, che però è scomparso. Quando viene ucciso un nuovo magistrato e si individuano delle persone dai capelli lunghi allontanarsi dal luogo del delitto, i capi di Rogas lo costringono ad indirizzare le indagini verso gruppuscoli estremisti di sinistra.

Pur non convinto, Rogas entra in contatto con una rivista rivoluzionaria, e con un poeta che sfoga la sua rabbia con versi che rimandano al Pasolini della difesa dei celerini di Valle Giulia (si potrebbe apire un capitolo a parte, qui, ora anche che sto ripercorrendo le orme del poeta nella sua magione a me vicina nella frazione di Chia, non lontana dalla mia campagna sorianese). Da queste frequentazione, pur convinto della colpevolezza del farmacista, Rogas si fa persuaso che qualcuno stia utilizzandolo per fini altri. Cerca allora di avvertire altri possibili obiettivi del vendicatore solitario. Qui c’è il suo colloquio con il Presidente della Corte Suprema che fornisce sprazzi illuminanti sul pensiero politico di Sciascia.

Rogas riesce a trovare il farmacista (che stranamente gli somiglia fisicamente), e vuole avvertire Amar, il segretario del partito d’opposizione, dal fantasioso ma non immaginario nome di Partito Rivoluzionario Internazionale, informando anche il suo unico amico, lo scrittore Cusan. L’incontro con Amar finisce però in tragedia, che Amar e Rogas rimangono uccisi. La decifrazione del giallo finale viene da Sciascia lasciata volutamente ambigua. È Rogas che fuori di testa fa giustizia da sé? È il farmacista che prosegue la sua vendetta? Sono complotti altri che eliminano lo scomodo Rogas, lasciando il paese avviarsi ad una stretta autoritaria verso i gruppi estremisti? 

La verità che esce fuori dalle indagini di Rogas è troppo destabilizzante per essere accettata, sia dal partito che da trent’anni detiene il potere, ma anche dal partito di Amar che confessa “Non siamo ancora pronti per la rivoluzione”. Tutto, quindi, viene messo a tacere, perché “non è questo il momento”.

Non ci sono molti commenti da fare sull’attualità della scrittura e del pensiero di Sciascia. Tralasciamo le polemiche che allora sorsero, da destra e da sinistra, alle idee che, letterariamente, Sciascia aveva messo nel suo libro. Un libro che è pura denuncia di un sistema corrotto che già prefigura molti dei momenti tragici che sarebbero avvenuti di lì in pochi anni.

Ora, tuttavia, a cinquanta anni dal libro, quel che fa più male, che rende dolorosa la lettura del libro è la constatazione che le cose non è che siano cambiate più di tanto. La corruzione dilaga a tutti i livelli (e non ho interesse ad elencarne gli aspetti minuti che tutti voi avete sotto gli occhi). La mafia, reale ed occulta, è sempre tragicamente presente.

Ma con Sciascia (e con Gramsci) non possiamo, non dobbiamo perderci d’animo, dobbiamo continuare a pensare e seguire un corso nuovo delle cose (ed io vedo che ci sono giovani che hanno il potenziale per farlo). La democrazia è una strada lunga ed ancora tortuosa, me è l’unica da seguire, è l’unica giusta.

“Si può essere più furbo di un altro, non più furbo di tutti gli altri.” (84)

Leonardo Sciascia “Cronachette” Repubblica Sciascia 18 euro 8,90

[A: 07/05/2021 – I: 15/09/2022 – T: 17/09/2022] &&& +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 83; anno: 1985]

Nel 1985 per il numero 100 della collana Sellerio dedicata alla memoria, Sciascia produce un agile libretto, contenente sette piccole storie, sette cronache sparse nel tempo. Queste “Cronachette”, poi riprese anni dopo da Adelphi, aumentate di due unite, ed ora, nella forma ultima, uscite tra i volumi che Repubblica dedica al centenario della nascita dello scrittore siciliano.

È il tentativo, per altro riuscito, di Sciascia di partire da piccoli fatti, sconosciuti, dimenticati, per parlarci di tanto altro. Dell’Italia, dell’Europa, della sua Sicilia, degli equilibri che dovrebbero esistere al mondo, infilando le sue critiche e le sue riflessioni in uno spazio che rifletta tutta la sua scuola culturale. Un inanellarsi di affabulazioni che non solo ci ridanno la sua scrittura così come abbiamo imparato a conoscerla, ma che ci rivelano la sua onnivora fama di lettore.

Perché Sciascia, in principio, legge, legge tutto quello che ha sottomano, e dalle sue letture estrae brandelli di notizie che rimangono nella sua memoria. Notizie che sobbollono come pentole sul fuoco, che sedimentano, ed una volta pronte, lo scrittore ce le ripropone per rifletterci insieme a noi.

Tornando alla collana Sellerio, non è un caso che per festeggiare la centesima uscita, Elvira Sellerio si rivolga a lui, come fece per la prima, con quell’indimenticabile “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”.

Qui ci troviamo di fronte a nove piccoli testi, accomunati dalla riflessione del contrasto tra il piccolo ed il grande, tra il visibile e l’immaginabile, tra il torto e la ragione. Ne parlo in modo vario, che alcuni passi rimangono anche nella mia memoria, mentre altri volano presto via.

Si comincia dal 1613, con la cronaca di un macabro omicidio passionale avvenuto a Palermo. Un ragazzo, Battista, viene ucciso perché si è fatto troppo avanti verso le donne della casa che lo ospita. Donne piacenti, ma legate ad altri e potenti uomini. Sarà uno di questi, Don Alonso Giron, un signore, un don, che compirà il misfatto, forse pensando alla protezione che la sua casata gli dovrebbe fornire. Non sarà così, sarà processato, condannato e giustiziato. E Sciascia ce ne descrive anche il funerale con la forza espositiva propria di un pittore spagnolo coevo ai fatti, un Francisco de Zurbaran capace di infondere estasi e misticismo alla pittura delle sue figure umane.

Poi si procede nel tempo, ed io ricordo e cito un po’ alla rinfusa. C’è il 1735, con il processo per “eresia carnale” per don Mariano Crescimanno, un benedettino che mette in piedi una adorazione profana, viene processato (non senza tortura) dall’Inquisizione, costretto in prigione dove impazzisce ed urla fino alla morte, avvenuta ben 40 anni dopo, non senza aver istaurato uno strano rapporto di attrazione (mentale? fisica?) con il suo francescano carceriere.

C’è la descrizione del linciaggio del Ministro delle Finanze lombardo, Prina, descritta dal Manzoni, e da lui ripresa in un passo dei Promessi Sposi. Ma forse, Manzoni stesso partecipò all’evento (o ne fu spettatore), mentre sicuramente fu della partita Confalonieri, poi sodale di prigionia con Silvio Pellico.

Si ridimensiona, attraverso le parole del gesuita padre Buttà, la figura storica di Garibaldi, ci si chiede il senso di un’oscura tournée siciliana di Mata Hari, si sentono le parole di uno dei carnefici devoti a Pinochet nel Cile post dittatura.

Tutto un mondo passa dietro un possibile accostamento tra lo stendhaliano Fabrizio Del Dongo e la figura storica di Pietro Bonaparte, nipote di Napoleone. Ed è interessante approfondire la figura di questo anarchico di famiglia corsa, rivoluzionario, convivente promiscuo, bandito da diverse parti del mondo, financo in patria dove uccide con un eccesso di legittima difesa un giornalista, per poi morire, solo e diabetico a 66 anni. Non viene detto da Sciascia, ma io studiando in rete ho poi scoperto che il primo figlio di Pietro, Rolando sposa la ricchissima Marie-Félix Blanc, figlia del fondatore del casinò di Montecarlo. Unione da cui nasce Maria Bonaparte che nel 1907 sposa il principe Giorgio di Grecia, divenendo principessa di Grecia e Danimarca.

Molto interessante è poi la sessione dedicata alla morte dell’attricetta Elvira Andreazzi, in arte Rosetta de Woltery. Donna di facili costumi ma di bella voce, secondo la ricostruzione di Sciascia, viene uccisa per le botte ricevute da parte di un poliziotto il 26 agosto 1913. La vicenda dà modo all’autore di fare un bel volo dentro la Milano del tempo, che non è ancora la “Milano da bere” ma di certo è un coacervo di passione, con al centro Verga, gli Scapigliati, i socialisti. Tra l’altro la vicenda di Rosetta viene smascherata a fronte di una serie di articoli di denuncia usciti sull’Avanti diretto da Benito Mussolini. Rosetta che poi sarà immortalata da una delle bellissime canzoni della mala dei Gufi.

Ovvio che al fine poi io non posso che leggere e rileggere le due paginette finali, dedicata ad un articolo uscito sul giornale argentino “Cabildo” dove si sosteneva che Borges non è mai esistito, che i suoi lavori erano frutto della penna di Leopoldo Marechal, Manuel Mujica Lainez e Adolfo Bioy Casares, mentre la figura pubblica era impersonata da uno scalcinato attore, Aquiles Scatamacchia. Un’ipotesi borgesiana, e soprattutto, come sostiene Sciascia, inutile. Perché non è importante che Borges abbia scritto, ma che noi abbiamo in mano degli scritti. Siano essi o meno firmati, è un elemento di secondo piano rispetto al contenuto. Due pagine illuminanti.

Alla fine, anche se i personaggi spesso sono fragili, robusta è invece la scrittura che scava nel vissuto dei personaggi, piantando semi che in noi germogliano. Perché, seguendo la lezione dell’amato siciliano, noi si continua a leggere, ed a pensare.

“L’inimicizia dei fanatici è propriamente un fatto speculare … Della destra che diventa sinistra e la sinistra destra.” (15)

“Disraeli: quando voglio leggere un romanzo lo scrivo.” (42)

Leonardo Sciascia “Il cavaliere e la morte” Repubblica Sciascia 15 euro 8,90

[A: 18/04/2021 – I: 19/09/2022 – T: 20/09/2022] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 66; anno: 1988]

Nel 1988, Sciascia, già da tempo affetto da un mieloma multiplo, scrive di getto questo che sarà il suo penultimo lavoro pubblicato in vita. E non è per caso che cito la malattia, che torna come un motivo di fondo in tutto il romanzetto, anche se il testo parla d’altro. Ma con Sciascia, si sa, tutto si tocca, tutto si mescola, di tutto si deve e si può discettare.

Come ormai ci ha abituato, Sciascia imbastisce una trama su basi poliziesche, ma anche qui, per parlare d’altro, per discettare sulle sorti italiane, sulla sua sorte, e sulla letteratura. Per quest’ultimo punto, devo dire che l’autore stimola il lettore con continui rimandi, citazioni, sottili cenni, che spero voi lettori andrete a scovare, che di questo altro non dico.

Dico invece del quadro generale, che inizia dal titolo e prosegue con il quadro che il protagonista, indicato solo con la sua funzione, Vice, porta sempre con sé in tutti i suoi trasferimenti. L’uno e l’altro fanno riferimento alla superba stampa di Dürer “Il cavaliere, la morte ed il diavolo”, incisa dal maestro tedesco nel 1513. Il cavaliere, impavido nella sua armatura (che per Dürer era il simbolo della fede che tutto sorregge) guarda la morte che gli mostra una clessidra, il tempo che ancor gli resta. Così Sciascia (e sulla sua armatura torneremo). Così Vice che sa il poco tempo che gli resta, ed armato del suo intelletto affronta il problema che gli si pone con la morte di Sandoz, un noto avvocato.

Pur con pochi indizi (un pezzo di carta, confidenze a mezza bocca), Vice individua ben presto il possibile colpevole. Il potente presidente delle Industrie Riunite, Aurispa. Ma non ha prove concrete, anzi viene subito coinvolto in altre direzioni di indagine, che il delitto (ed altri a seguire) viene rivendicato da un sedicente gruppo denominatosi “I figli dell’89”.

Qui scoperto sembra farsi il gioco di Sciascia. Il gruppo finto rivoluzionario nasce per fare omicidi politici o sono gli omicidi che costruiscono a posteriori l’identità del gruppo? Un gruppo che sembra rifarsi al rivoluzionario 1789, ma senza un Robespierre che li guida. Ma potrebbe anche far menzione del 1889, che vede due eventi epigoni che di certo Sciascia non ignora: la nascita di Adolf Hitler e la fondazione a Parigi della Seconda Internazionale.

Ma l’atteggiamento ed i comunicati dei “Figli dell’89” sono ottusi e contraddittori. Loro servono solo a coprire altro. Ed è quindi ovvio che il Capo, comandante della polizia, voglia indirizzare in quella direzione le indagini. Mentre Vice comincia a trovare indizi che portano sempre più verso la colpevolezza di Aurispa.

Vice è aiutato da un ex-agente dei Servizi Segreti, ma quando questi viene ucciso, lui capisce che anche la sua ora è arrivata. Un’ora che la clessidra del quadro fisserà ben prima che il cancro faccia tutto il suo lavoro.

Tornando sul simbolo iniziale, Vice non è solo il cavaliere di fronte alla propria morte, ma anche di fronte alla morte della società in cui vive. Un mondo corrotto e di potere, dove non si vede come degli imbelli, come i “Figli dell’89” possano portare cambiamenti, perché chi distrugge non può essere estraneo al potere che dice di combattere. Un potere che nei suoi primi testi, lo scrittore non aveva tema di indicare con il suo nome, Mafia, con la M maiuscola. Che anche ora è mafia, ma non c’è più la forza, nel sociale, di portarne avanti lotte senza quartiere. Sono tesi, momenti, stati d’animo, posizioni politiche, che Sciascia già esprime, più o meno palesemente, fin dai tempi del libro su Moro, e su cui non torno.

Sciascia, in fondo, lascia trasparire lo scoramento che anche lui prova di fronte a chi, pur dalla parte della giustizia, non può combattere gli “intoccabili”. E lo può dire qui, in un romanzo, dove si possono portare avanti tesi che un’indagine avrebbe poca credibilità, in quanto pochi sono i riscontri. Laddove ci sono ipotesi, giuste ma non provabili, meglio parlare di “finzione”.

E nello scoramento di Vice, Sciascia, anche senza troppi veli, ci mostra il suo scoramento, la sua non più sensazione di essere vicino alla sua fine. Che avverrà solo un anno dopo, nel novembre dell’89, due settimane dopo la caduta del Muro di Berlino. Tanto che noi lettori ci si chiede se questi figli di cui si narra non potessero essere quelle speranze che in quel novembre nacquero, demolendo un muro nella speranza di costruire un mondo migliore di quello in cui si è vissuto fino a quel momento.

Tanto che Sciascia chiese, e ottenne, di far scrivere sulla sua tomba una frase di Auguste de Villiers de L'Isle-Adam “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. Una speranza da lasciare ai posteri. Mentre questo libro, potrebbe chiudersi rimandando ad un verso dell’ode “A sé stesso” di Giacomo Lopardi: “Al gener nostro il fato, non donò che il morire”.

Leonardo Sciascia “La strega e il capitano” Repubblica Sciascia 19 euro 8,90

[A: 13/05/2021 – I: 22/09/2022 – T: 23/09/2022] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 60; anno: 1986]

In queste ultime letture, pur sempre mantenendo Sciascia una buona presa di lettura e di interesse, va leggermente calando nel giudizio complessivo. Qui retrocediamo di qualche anno rispetto al precedente, che il testo viene prodotto per il bicentenario della nascita di Alessandro Manzoni. Il secondo elemento che fa un po’ arrugginire lo scritto è che, nella prima stesura, esce a puntate sul “Corriere della Sera”, e solo in seguito viene riunito in volume.

L’omaggio manzoniano nasce da un episodio narrato nel capitolo trentunesimo dei “Promessi Sposi”, laddove si narra del quasi linciaggio avvenuto nei confronti del protofisico Ludovico Settala, accusato dal popolino di essere un untore della peste milanese. Il malvisto dottore, però, ha tempo e modo di riscattare la sua fama, quando viene coinvolto nel giudicare una donna, Caterina Medici, accusata di stregoneria.

La vicenda inizia nel novembre del 1616, quando un senatore milanese, Luigi Melzi, accusa inspiegabili dolori allo stomaco che né Settala né altri luminari riescono a spiegare. Melzi è un sessantenne ben in vista nella società del tempo, con agganci notevoli a potere e aristocrazia. La svolta della malattia avviene il 30 novembre, quando un amico del senatore, il capitano Vacallo accusa la serva Caterina di aver usato le sue arti magiche per far ammalare il Melzi.

Sicurezza del capitano che aveva avuto Caterina a servizio, e che con le sue magie lo aveva irretito, portandolo a generare due figli. Qui nasce il grande imbroglio, che si, una Caterina aveva fatto quello al capitano, ma era la giovane, non questa Caterina Medici, anche lei avviata alla sessantina. Mescolando i due nomi, i potenti ottengono due risultati. Sollevano il capitano dall’onta dell’aver generato figli con una serva, e spiegano i malanni del senatore con le arti magiche.

La povera Caterina viene allora denunciata il 26 dicembre come strega manifesta. E lei, presa da ingranaggi più grandi di lei, cerca di salvarsi confessando tutto quello che gli si chiede. Di essere strega, di aver ammaliato il Vacallo, di viaggiare di notte su di un cavallo alato insieme alla sua sodale Margherita, di aver stregato il Melzi, prima inducendolo ad andare a letto con lei, poi facendolo ammalare quando il senatore decise di averne assai.

Ma la macchina del potere non si può fermare. Viene usata anche la tortura, che non ci si fa mancare nulla, anche se, come scriverà. Pietro Verri cento anni dopo, la tortura serve a confermare le accuse, non a scoprire la verità. Fatto sta che il 4 marzo 1617, in Piazza Vetra (nel parco antistante la Basilica di San Lorenzo) viene prima straziata con tenaglie arroventate, poi strangolata ed infine bruciata sul rogo.

La fine di Caterina serve a Sciascia a dimostrare, paradossalmente, molte cose. La Giustizia (dei potenti) aveva trionfato, i medici inetti avevano avuta salva la loro reputazione, ed alcun presenze ingombranti erano state cancellate dal suolo milanese.

Lo scritto è un degno esempio della scrittura e del modo di rapportarsi all’esterno di Sciascia. Cui non importa trovare un colpevole, ma descrivere una situazione, palesare un contesto problematico, al fine di smascherare la (falsa) Giustizia e rendere palesi Verità, anche scomode.

Anche in questo breve testo, Sciascia è antagonista, è alla ricerca dei modi di mostrare come l’utilizzo delle leggi, da parte del potere, serva solo a mantenere immutato il rapporto di sudditanza tra i cittadini comuni ed i governanti. Come nell’affare Moro, come nel successivo “Il cavaliere e la morte”, il potere crea il nemico, inventa un nemico, per perpetuare le ingiustizie che lo stesso potere ha prodotto.

L’idea, maigrettiana, di Sciascia è di usare la chiave “gialla” per scardinare questi meccanismi. Si prende un qualsiasi avvenimento (da questa lontana Caterina, al primo esordio in Sellerio con Raymond Russel, da Majorana al Giorno della Civetta), grande o piccolo, e gli si costruisce intorno un meccanismo poliziesco, di indagine. Ma in forma romanzato, laddove nel romanzo si possono sostenere tesi che in un saggio andrebbero dimostrate. Qui la sospensione della realtà consente di portare avanti tesi, e mostrarne la congruità, senza dover portare prove probanti a sostegno.

E come in Maigret, comunque, è sempre il lato umano che viene scavato e portato alla luce. In Simenon era un bisogno di umanità, in Sciascia una necessità di giustizia, anche laddove la giustizia non porta alla giusta condanna, ma solo, come detto, alla giusta verità.

Finendo, come spesso finiscono gli apologhi dello scrittore, nella sottolineatura di quanti errori siano stati commessi in tutti i tempi, e di quanto, questi errori, a nulla abbiano contribuito a migliorare i tempi successivi. Un pessimismo gramsciano.

Passata da poco la Befana, rivado con il pensiero ad un mitico viaggio di una quindicina di anni fa in Mali, a valle del quale lessi uno dei pochi scrittori autoctoni, Amadou Hampâté Bâ. Dal suo libro più noto, “Il Saggio di Bandiagara”, vi riporto due proverbi locali: “L’errore non annulla il valore dello sforzo compiuto (proverbio peul)” (7) e “Un pezzo di legno ha un bel galleggiare sull’acqua, ma non diventa caimano (proverbio maliano)” (178). Ed una riflessione sulla tolleranza: “La tolleranza è un principio fondamentale… tanto [che la confraternita] punisce con l’esclusione … chiunque, in preda alla collera, per tre giorni si rifiuti di parlare ad un’altra persona” (123).

Siamo alla prima domenica del nuovo anno, dove, insieme a letture varie, si sta pensando ai viaggi. Si profila un possibile estremo nord a febbraio, si lavora per capire se si riesce a tornare in Giappone, si lavora a lungo termine anche per la seconda metà dell’anno (ma saranno sorprese).

Spero che l’Epifania, portando via le feste, vi abbia lasciato l’ottimismo per affrontare le prossime sfide. Io, se posso aiutarvi, intanto vi abbraccio.