domenica 12 febbraio 2023

Giallo vince, spia perde - 12 febbraio 2023

Rimanendo in tema di thriller, questa settimana abbiamo con noi due gialli e tre racconti di spie, tutti provenienti dall’editoria di Repubblica. Come dice il titolo, i due gialli sovrastano le tre spiate. Soprattutto per merito del francese Bussi, di cui avevo letto altro, ma che qui mi convince di sicuro di più, insieme ai gialli ebraico-americani di Faye Kellerman. Certo, Maugham scrive bene, ma la sua spy story risulta spezzettate in molte microstorie, un po’ meno deludenti del primo episodio delle storie di oltre cortina di Olen Steinhauer. Finendo poi con un illeggibile libro di Patrick Robinson.

Michel Bussi “Un aereo senza di lei” Repubblica Passione Noir 16 euro 7,90

[A: 01/10/2018 – I: 27/08/2022 – T: 29/08/2022] - &&& e ½

[tit. or.: Un avion sans elle; ling. or.: francese; pagine: 477; anno 2012]

Sono tre i libri di Michel Bussi presenti nella mia libreria. Il primo, “Ninfee nere” lo lessi in originale, ma lo trovai un po’ troppo ripiegato su sé stesso, pur apprezzandone l’ambientazione nella Givenchy di Claude Monet. Il terzo è appena arrivato e non ne parlo. Questo, devo dire, mi riconcilia con l’autore, laddove costruisce un discreto mix di giallo e passione.

D’altra parte, come non farsi venire in simpatia un professore di geografia con la passione per la Normandia? La geografia ha sempre avuto uno dei tre posti sul podio delle mie preferenze assieme a matematica e letteratura (decidete voi l’ordine). La Normandia è anche un’altra delle regioni che mi hanno appassionato nella maturità.

L’altro elemento che mi rende simpatico l’autore è quel suo scherzare con le canzoni, così che titoli di successi francesi, direttamente o cripticamente, vanno a coronare i frontespizi dei suoi libri. Non entro nel merito di altro, rilevando solo quanto serve per questo romanzo. Che ha una derivazione diretta dalla canzone di un rockettaro francese Charlélie Couture e di una delle sue più note canzoni “Un avion sans aile”, dove anche chi ignora il francese ne nota l’assonanza con il titolo del romanzo “Un avion sans elle”. Non solo, ma nel testo la bella cui è rivolta la canzone viene chiamata “Libellula”, soprannome che verrà appiccicato alla protagonista del romanzo da una giornalista in vena di lirismo.

L’incipit della trama segna già tutta una dorsale di svolgimento: il 23 dicembre 1980, un airbus di linea sulla tratta Istanbul – Parigi si schianta sul Mont Terri (chiamato familiarmente Mont Terrible) al confine franco svizzero. All’arrivo dei soccorritori, viene trovata viva solo una bimba di circa tre mesi, a decine di metri dall’uscita di sicurezza dell’aereo. Si grida al miracolo, ma la questione si complica ben presto: sull’aereo c’erano due bimbe di 3 mesi: Lyse-Rose de Carville e Emilie Vitral. Peccato che i genitori, anche loro sull’aereo, siano tutti morti. Peccato che i nonni per una serie di ragioni che non vi narro, non abbiano nessun elemento per rivendicare la bimba come loro nipote.

Ovvio che le due famiglie siano agli antipodi: i de Carville ricchi padroni di un impero ed i Vitral onesti lavoratori venditori ambulanti di pizze e hot dog nelle feste paesane. Si scatena una battaglia legale senza esclusione di colpi, al termine della quale, il giudice, senza aver ulteriori probanti elementi, decide che la piccola sia Emilie Vitral. Nel frattempo, i giornali si erano impadroniti del caso, chiamando la piccola prima “Libellula” come sopra accennato. Poi con una macedonia linguistica, ribattezzandola Lylie (su questo torneremo).

In realtà è a questo punto che comincia realmente il romanzo, che i de Carville, dopo la sentenza, affidano la ricerca della verità ad un improbabile detective, Crédule Gran-Duc, con la missione di svelare il mistero entro il diciottesimo anno della piccola. Ricordo di passaggio che nel 1980 non c’erano test DNA da usare, o altre scoperte scientifiche a noi presenti dalla massa di telefilm americani che li usano.

Bisogna dire al contorno che i de Carville hanno un’altra nipote, Malvina, all’epoca di sei anni, e i Vitral un nipote, Marc, di due anni più grande di Lylie. Crédule lavora duro, e ci racconta il tutto in una parte diaristica. Ma non trova vie d’uscita. Decide allora, il 27 settembre 1998 di suicidarsi. Mentre cerca di attuare il suo gesto, riguarda la pagina del giornale dell’80, ed ha una folgorazione: il mistero è risolto.

Peccato che da lì partano tanti rivoli neri che mescolano le carte: Malvina trova un corpo semi bruciato ma indubbiamente morto a casa di Crédule. Il detective si è allora ucciso? Così pensa Marc, cui Lylie (informata il giorno precedente da Crédule) ha dato il diario del detective in cui ci dovrebbe essere la verità.

Intanto, Lylie sparisce, che, pur essendo da diciotto anni sorella di Marc, i due sentono una reciproca attrazione. E la ragazza, prima di fare stupidaggini, sparisce. Marc la cerca disperatamente, in questo ostacolato da Malvina, che lo odia da diciotto anni, ritenendolo colpevole di avergli rubato la sorella. Nel diario, inoltre, si spiega la strana morte del nonno Vitral, il doppio infarto del nonno de Carville, gli strani giri di Crédule e dei suoi aiutanti.

È abbastanza chiaro che la soluzione del caso non possa avvenire che sul Monte della tragedia, dove nel vero prefinale che tutto spiega, si ritrovano tutti i componenti del dramma. Meno, è chiaro, Lylie, che essendo sparita non può che apparire più tardi.

L’autore, come nei veri gialli di un tempo, ci aveva dato fin da subito la chiave risolutiva: Crédule capisce vedendo il giornale ed esclamando che solo per averlo visto ora, diciotto anni dopo l’incidente, ha capito la soluzione. Un mistero che mi ha attanagliato per tutta la lettura, e quando Michel lo disvela, mi sarei dato manate sulla fronte. Ben pensato. Ed anche ben scritto, rispetto alle ninfee che non mi avevano convinto. Financo i caratteri degli attori del giallo sono discretamente credibili, sia i buoni che i meno buoni e financo i cattivissimi. Una domanda poi sorge forte: come si vive con una identità incerta?

Ma per finire, pur non essendo un cercatore di sviste ed altre amenità, ci sono due cose che l’autore, l’editore ed il traduttore potevano modificare. È vero che si tende a semplificare, ma, come scritto a pagina 82, Lylie non è un acronimo, ma viene chiamato in linguistica “macedonia” (spero che il mio amico Ennio di lassù sia d’accordo).

Inoltre, e questo è veramente grave, a pagina 244 si scrive che Lyse-Rose nasce il 27 novembre, quando tutta una buona parte del dramma è basata che lei ed Emilie siano nate lo stesso giorno, il 27 settembre. Un errore che si poteva evitare. Di altri peccati veniali preferirei sorvolare, lasciando a voi lettori il gusto di una buona lettura.

W. Somerset Maugham “Ashenden o l’agente inglese” Repubblica Spy euro 7,90

[A: 24/02/2019 – I: 05/09/2022 – T: 07/09/2022] && 

[titolo: Ashenden or the British Agent; lingua: inglese; pagine: 265; anno: 1928]

Pur essendo uno scrittore di peso, e con alcuni punti di sicuro interesse, solo quattro sono i suoi libri nella mia biblioteca. Con una punta di diamante nell’agilissimo “La lettera” (di cui parlai una decina di anni fa). Ricordo anche che è uno scrittore ed un personaggio poliedrico. Scrive di tutto (romanzi, gialli, teatro, articoli di giornale), ha una legame omosessuale per trent’anni, ma intanto si sposa e mette al mondo una figlia. Infine, una particolarità che me lo rende sempre caro nella mente, pur essendo intrinsecamente inglese, nasce e muore a Parigi.

Nonostante la sua pluralità di scrittore, riesce anche a fare altro. Ad esempio, sui cinquant’anni, non potendo essere arruolato nell’esercito per limiti di età, viene ingaggiato come agente segreto per l’Intelligence britannica. Ed in questa veste, trascorre gran parte della Guerra facendo base in Svizzera. Da quest’esperienza, con le sue capacità anche di invenzione su basi reali, imbastisce la storia di questo agente inglese di nome Ashenden.

Non è un gran libro di spionaggio, anche perché, in realtà, sono circa sedici racconti riuniti in libro solo per il personaggio Ashenden che compare in tutte, come motore, esecutore, tramite di trame spionistiche decise altrove, e dirette dal suo capo, indicato con solo una lettera “R”. La particolarità di Ashenden è che non usa mai armi, pur girando armato. Inoltre, ha un discreto successo con le donne, e si muove, da raffinato, in ambienti raffinati. Si dice per tutti questi caratteri che sia stato uno dei modelli ispiratori di Ian Fleming durante la scrittura delle avventure di James Bond (uno per tutte, il capo di Bond viene indicato anch’esso con una sola lettera “M”).

Come detto, tutto si svolge durante la Prima Guerra Mondiale, con Ashenden arruolato da “R.” ed inviato in Svizzera a svolgere le sue missioni. Per le quali, in massima parte, cerca di usare persuasione, ricatto o tramite intermediari.

Tra le varie missioni che si svolgono nei diversi racconti, alcune sono leggermente superiori alle altre. Ad esempio, quando deve affiancare un sedicente generale messicana in missione in Italia per recuperare documenti segreti che un greco dovrebbe portare in Germania. Magistrale è la presentazione del messicano, e delle sue azioni (comprese grandi bevute e grandi tornei amatori). A Brindisi il messicano individua l’unico greco sbarcato nel porto, lo segue, lo uccide. Ma perquisendo la stanza del greco Ashenden non trova nessun documento. Per poi ricevere un telegramma da R. che la spia era ancora in Grecia.

Un altro bell’esempio è la storia della ballerina Giulia Lazzari, un po’ ricalcata su alcuni spunti “alla Mata Hari”. Ballerina girovaga, che fa innamorare di sé un indiano antibritannico e soprattutto agente tedesco. Ashenden, con lunghi colloqui, riesce a convincere Giulia a farsi raggiungere dall’indiano in Francia. Peccato che appena arrestato, l’indiano si sucida. Tocco da maestro di Maugham: Giulia, saputone la morte, chiede ad Ashenden di riavere il prezioso orologio che aveva a suo tempo regalato alla spia.

Infine, l’ultimo racconto è anch’esso magistrale, dato che sappiamo che anche Maugham fu inviato nel ’17 in Russia per appoggiare, con denaro inglese, il governo Kerensky. Missione che fallì, secondo l’autore, perché fu inviato troppo tardi. Nella trasposizione, Ashenden segue le orme dell’autore, sobbarcandosi un lungo viaggio in treno da Vladivostok a Pietrogrado. Viaggio che condivide con un affarista americano, Harrington, instancabile parlatore. Arrivati scoprono lo scoppio della rivoluzione bolscevica. Ma Harrington non vuole evacuare senza il suo bucato, elemento che gli costerà la vita. Dove ammiriamo i colpi di colore che lo scrittore riesce a dare alla narrazione. Ma anche il pudore con cui chiude il libro.

Un divertimento la lettura, anche se la frammentarietà dei racconti non fa apprezzare a pieno le capacità descrittive e narrative di Maugham.

Tra l’altro, per i miei lettori cinefili, ricordo che dieci anni dopo la pubblicazione, Hitchcock ne trasse un film “L’agente segreto”, indicato tra i miglior film stranieri dell’anno (essendo inglese e non americano). Dove il grande regista ebbe modo di usare alcune dei suoi temi migliori e ricorrenti: la falsa identità, i treni, e, affiancando a Ashenden una signorina, il “biondo Hitchcock”.

“Aveva … accarezzato l’idea di studiare il norvegese per poter cogliere, leggendo [Ibsen] … nell’originale, l’essenza segreta del suo pensiero.” (242) [e mi ricorda qualcosa…]

Olen Steinhauer “Il ponte dei sospiri” Repubblica Spy 15 euro 7,90

[A: 06/05/2019 – I: 24/10/2022 – T: 26/10/2022] - && e ½  

[tit. or.: The Bridge of Sighs; ling. or.: inglese; pagine: 347; anno 2003]

Cinquantenne americano, con un anno di studi in Romania, con questo libro di venti anni fa diede avvio ad un’onesta carriera di scrittore di “spy stories”. Ovviamente focalizzate in quello che ha studiato a lungo, il mondo oltre cortina, in special modo prima del 1989.

La particolarità di questa pentalogia è che segue in particolar modo l’evolversi della situazione in una precisa zona del blocco sovietico, laddove ogni libro si occupa di un anno e di una particolare situazione. Inoltre, ogni libro è centrato su un personaggio, e dista dieci anni da successivo, così che, a partire dal primo ambientato nel ’48 arriviamo all’ultimo coevo della caduta di Berlino.

Nelle bibliografie, viene indicata come serie “Viale Yalta (o Yalta Boulevard)” dal nome della via dove si situa il comando della polizia segreta da cui parte la prima vicenda. Viale che viene collocato in una fittizia nazione Est Europea, che potrebbe sovrapporsi al sito storicamente documentato ed indicato con il nome di Rutenia. Ricordo per i poco adusi alla geografia, che la Rutenia è una vasta area che copre una zona ora suddivisa tra Ucraina, Bielorussia, Russia, Polonia e Slovacchia.

In Italia credo sia uscito solo questo, primo volume della serie, con protagonista Emil Brod ed appunto che si svolge nel 1948. Il secondo (“The Confession”) si svolge nel ’56 (invasione dell’Ungheria) ed ha per protagonista Ferenc Kolyeszar. Il terzo (“36 Yalta Boulevard”) si svolge nel biennio ’66-’67 (nascita delle spinte verso la Primavera di Praga) ed ha per protagonista Brano Sev (che compare di sfuggita anche nel primo libro). Il quarto (“Liberation Movements”) si svolge tra il ’68 ed il ’75 (facilmente riconducibile al titolo), incentrato ancora su Brano Sev, e su Katja Drdova e Gavra Noukas. L’ultimo (“Victory Square”) si ferma al 1989 facendo tornare in scena Emil Brod.

Venendo a questa prima puntata, in realtà abbiamo due piani di lettura da seguire. Da un lato le indagini a seguito dell’omicidio di Janos Crowder, un cantautore ben addentro alla nascente borghesia costruitasi intorno a personaggi, spesso loschi, dopo l’annessione della nazione al Blocco Sovietico. Dall’altra la descrizione della vita come si va costruendo ed organizzando in un pase, un tempo libero, ma ora entrato nell’orbita dell’Orso sovietico.

Il primo filone non è particolarmente coinvolgente. Emil indaga, mette insieme idee, sospetti, viene in possesso di foto compromettenti. Sono coinvolti personaggi altolocati, quindi il nostro deve muoversi con i piedi di piombo. Ma tra indagini locali, puntate nella Berlino occupata, agnizioni, delazioni, ed altre avventure di poca presa emozionale, riesce a tirare le fila e ad incastrare il potente di turno. Personaggio ambiguo, che aveva lavorato per molti servizi segreti contrapposti, ma che Janos aveva conosciuto nella sua veste di delatore verso i nazisti occupanti. Riuscirà ad incastrarlo, anche se non sarà suo il merito, e forse non sarà neanche condannato a morte come meriterebbe.

Ma è la descrizione della vita e dei sentimenti che nascono in quei paesi che più mi sembra interessante. La Rutenia (chiamiamola così per semplicità) è un eponimo di molti paesi similmente occupati. Emil entra nelle Milizie del Popolo, dopo che durante la guerra aveva fatto il pescatore in Finlandia. E lì entra in contatto con la diffidenza reciproca di tutti i miliziani. Tutto sospettano l’uno dell’altro. Che qualcuno sia una spia di altre gerarchie, di altre e diverse situazioni politiche.

Olen ha buon gioco per descrivere la povertà, la miseria, la diffidenza reciproca. Tocchiamo con mano le difficoltà della popolazione dopo anni di privazioni, devastata dall’invasione di popoli altri venuti a dettare legge. Vediamo le carte annonarie per mangiare, le notti senza elettricità (e subito andiamo all’Ucraina odierna), i ponti aerei americani per portare viveri e generi di sussistenza varia a Berlino e zona limitrofe.

E se da un lato non manca la descrizione del degrado umano e morale che si diffonde, i soprusi dei soldati russi invasori, l’alcolismo che prende il sopravvento, la corruzione della politica, di converso vediamo anche come, nel popolo minuto, ci sia quell’anelito di uguaglianza e libertà che l’idea del comunismo portava con sé, come nelle frasi che riporto, mito di speranza e di rassegnazione. Non un bel libro, ma un libro interessante per queste pennellate di verismo. Ma sono argomenti che poco prendono il lettore, e non ci meravigliamo la scarsa diffusione delle opere di Steinhauer.

“Mara, tu non lo sai. Io ci sono stato in Russia … Erano buoni e sinceri. … [Marito] non dirmi quello che so e quello che non so … ne ho visti abbastanza di russi per questa vita.” (78)

“Lo so di cosa sono capaci i russi … nel bene e nel male. È un popolo che va da un estremo all’altro.” (322)

Faye Kellerman “L’impiccato” Repubblica Emozione Noir 13 euro 7,90

[A: 12/09/2019 – I: 28/10/2022 – T: 29/10/2022] - &&& --- 

[tit. or.: Hangman; ling. or.: inglese; pagine: 507; anno 2010]

Torno, dopo sei mesi, ad un nuovo libro di Faye Kellerman. Uno della serie imperniata sulla coppia Peter Decker e Rina Lazarus. Per essere precisi, il diciannovesimo romanzo di una serie ormai arrivata al libro ventisette. Peccato che pochi siano stati tradotti in italiano, tanto che a me ne risultano solo sette. Dispiace anche perché, pur con delle peculiarità, è una serie che ha un suo interesse.

La particolarità deriva dall’autrice, ebrea ortodossa americana, che ha imperniato la serie proprio intorno all’ebraismo e ad alcune sue particolarità. In molti libri si toccano temi religiosi (il bagno rituale, il kippur, ed altri simboli ebraici), cosa che ne fa una serie molto orientata verso questi temi e non sempre facilmente replicabile in altri contesti. Tuttavia, personalmente, ritengo che, anche con limiti e particolarismi, sia una serie che apre alcuni squarci sulla vita americana che sono comunque d’interesse.

Prima di entrare nello specifico della serie, che forse è ben riassumere nelle grandi linee, un primo problema mi arriva dal titolo. Che, come molte parole inglesi, assume una serie molteplice di significati, non subito comprensibili in italiano. Come “Hangman”, che può stare per impiccato (persona appesa ad un cappio), per boia o carnefice (persona che uccide per legge o per piacere), ma anche “gioco dell’impiccato”, quello in cui due persone si sfidano nell’indovinare una parola e nel comporre un tratto dell’impiccato ad ogni parola sbagliata.

Qui, potrebbe aver senso l’ultimo significato, dove il detective Decker deve cercare di trovare un assassino prima che colpisca ancora. Di certo non ha senso metterlo così, crudamente, visto che l’unica persona realmente impiccata è una donna. Metti un titolo così ed induci il lettore ad aspettare per tutto il libro che compaia un uomo appeso da qualche parte.

Veniamo ai personaggi della serie. Nel primo libro, il detective Peter Decker conosce in circostanze particolari Rina Lazarus, vedova e con due figli piccoli. Pete divorziato con figlia sedicenne in poco tempo, e due libri, si innamora di Rina, e scopre di avere anche lui ascendenze ebraiche, ed in altri pochi libri, sposa Rina. I due ad un certo punto hanno una loro figlia, Hannah, costituendo alla fine una famiglia molto allargata.

In questo episodio, Hannah ha diciassette anni, i due figli di Rina, Simon e Jacob sono tra i venticinque ed i trenta, e Cindy, la maggiore, dovrebbe averne intorno ai trentacinque, sposata con un uomo di colore, ed ora anche incinta.

Nel gioco dei rimandi incrociati, la storia si ricollega al libro numero 8, in cui incontriamo per la prima volta i giovani Terry e Chris, coinvolti in un omicidio, di cui alla fine sarà incolpato Chris, che, in modo che non so (non è uscito in Italia e non l’ho letto) esce presto di prigione, sposa Terry, hanno un figlio, Gabriel detto Gabe. Chris è violento, astuto, e decide di diventare killer professionista, continuando ad amare follemente Terry e provvedendo in ogni caso a Gabe.

Questa storia, con l’impiccato di turno, è comunque duplice. Da un lato, infatti, Terry coinvolge l’amico Pete che l’aveva salvata a suo tempo, nella sua vita familiare, che vuole lasciare Chris, senza mettere in difficoltà Gabe. Si inventa tutto un giro più astuto di quanto pensi Chris, con il risultato che, alla fine, lei scappa, Chris si calma, e Gabe va a vivere con la famiglia Decker. Non so, e spero di scoprirlo prima o poi, cosa succede nei successivi libri.

Ma se questo è l’ambito mistero-personale abbiamo poi il giallo in quanto tale, che una giovane infermiera viene trovata impiccata. Pete, con l’aiuto della sua squadra, tenta di risalire la china delle azioni. La donna, Adrianna, aveva un improbabile fidanzato, Garth, forse a Reno durante l’omicidio. Aveva un’amica, infermiera come lei, che forse flirtava con Garth. Aveva anche altre due amiche, una, serio avvocato, ed una barista molto liberale, nei costumi. Ci sono poi anche due amici di Garth, con lui a Reno, che non disdegna di andare a letto sia con Adrianna che con la barista. Barista che viene anche lei trovata morta, dentro un frigorifero.

Non c’è molta tensione nel giallo, che si capisce, e si dice ben presto, che, per una serie di motivi, che vi lascio leggere, c’è Garth alla base di tutto. Ma dopo 450 pagine che scorrono non dico con lentezza, ma di certo molto tranquillamente, le ultime cinquanta hanno una accelerazione poco spiegabile. In cui molti nodi vengono sciolti, si dipana al meglio la storia di Gabe, Terry e Chris, si capiscono risvolti della storia di Garth inaspettati. Rimanendo però, non vi dico come né perché, con alcuni punti di domanda e molte necessità di risposta senza una reale soluzione. Quasi come se, credo, altro ci si possa aspettare in altri libri. Peccato, soprattutto se questi libri non arriveranno in Italia.

Quello che alla fine mi ha anche lasciato perplesso è il non religioso, che era sempre presente nelle altre storie dell’autrice, ma che qui, a parte alcuni accenni all’aborto ed all’adozione di figli altrui, non mi pare sia presente.

Tuttavia, risulta un libro gradevolmente leggibile, in particolare nell’atmosfera di mutuo soccorso della famiglia Decker, allargata e coesa, culminante in una bellissima e da me partecipata in spirito festo per i sessant’anni di Pete.

“Le illusioni rendono la vita degna di essere vissuta.” (399)

Patrick Robinson “Interceptor” Repubblica Spy 14 euro 7,90

[A: 17/04/2019 – I: 08/12/2022 – T: 10/12/2022] - & 

[tit. or.: Intercept; ling. or.: inglese; pagine: 461; anno 2010]

Patrick Robinson è uno scrittore britannico, ormai più che ottantenne, che ha cominciato la carriera come giornalista sportivo, e, leggendo questo romanzo, forse era meglio che continuasse lì. Lui passa dal giornalismo alla scrittura venticinque anni fa con una serie di libri di ambiente marino. In particolare, di marina militare (portaerei ed altro).

Poi, nel 2009, decide di ampliare il raggio d’azione dal mare a tutti i terreni, iniziando una serie di romanzi che hanno come protagonista il capitano di corvetta del SEAL Mackenzie Bedford. Per chi non conoscesse gli ambienti guerrieri americani, SEAL è un corpo speciale, dedicato alla guerra non convenzionale, il cui acronimo sta per SEa, Air, Land (cioè mare, aria, terra), cioè i tre ambienti in cui i militari operano.

Questo è il secondo dei quattro romanzi che hanno per protagonista il capitano. Anche se si dovrebbe dire ex-capitano. Infatti, come ci viene ricordato e descritto qui, nel primo romanzo si narrano i motivi del congedo forzato. Mack (così viene brevemente chiamato) in un’azione in Iraq, vede morire venti militari americani, uccisi in un’imboscata. Individuati i colpevoli, pur se si stanno arrendendo, ne uccide una dozzina prima di fermarsi. Per questo viene processato, assolto dall’accusa di omicidio ma costretto al congedo.

Non avendo letto il primo libro, che mi si dice mediamente benfatto, questo che ho letto ritengo che sia veramente di una povertà di trama e di situazioni quasi imbarazzante.

Intanto, il narrato è spesso interrotto da lunghe digressioni per descrivere sia ambienti islamici, sia posizioni e storie di militari e di corpi addestrati americani, che poco portano alla trama in sé. Che, se vogliamo, è di una linearità disarmante.

Una storia di terroristi di matrice islamica che, sovvenzionati da forze vicine ad Al-Qaeda, vogliono organizzare uno spettacolare attentato. Per una serie di motivi, le forze regolari non possono intervenire, quindi viene ingaggiato Mack per il lavoro sporco. Dopo quattrocento pagine di inutile girovagare, incluse alcune poco convincenti “rivelazioni”, Mack si mette all’opera e, dopo aver sbaragliato la cellula terroristica, viene reintegrato nel suo ruolo per i SEAL.

Quali sono le zeppe che in questo racconto, che potrebbe essere svolto in un centinaio di pagine, si inventa il nostro buon Robinson?

Intanto, i due terroristi di matrice pakistana vengono arrestati (senza prove) da Mack prima che lui fosse congedato, e spediti a Guantanamo. Dove sopravvivono per cinque anni senza essere interrogati né accusati. Al passaggio di guardia da Bush a Obama, un’ondata garantista si abbatte sulla giustizia americana. Così uno studio legale americano accetta soldi da emiri arabi per liberare i due. Possibilità indotta proprio dalla mancanza di accuse specifiche. I due pakistani vengono liberati insieme a due nord-africani, in odore di attentati antiisraeliani.

Ecco allora che si inserisce nella trama il Mossad. Che, come primo intervento, fa saltare in aria lo studio degli avvocati, uccidendo i tre responsabili della liberazione di Ibrahim, Youssuf, Ben Talib e Abu Hassan.

I quattro, intanto, prima si riparano i Pakistan, poi, vestiti e ripuliti, cominciano un percorso di ritorno in America, passando per Londra, la Spagna, il Messico, la frontiera clandestina, ed un percorso finale in treno. Anche se a New York, nella Pennsylvania Station, un tizio sembra riconoscerli. Ma Abu Hassan ha una bomba nascosta e fa saltare in aria la toilette con il tizio dentro.

Comunque, i quattro, dopo varie inutili peripezie, si stabiliscono in una zona rurale, vicino ad un collegio di ebrei americani, con l’intento di farlo saltare in aria.

In tutto ciò, Mack li segue da vicino, varie volte sta per arrivare loro a tiro, ma fortuna o bravura, i quattro sfuggono. Così, non potendo chiedere aiuto alle forze regolari, Mack si avvale della rete sotterranea del Mossad. Con la quale, individua il covo, decritta i messaggi che danno indicazioni sull’attentato, interviene con l’israeliano Benny ad invertire i cavi delle autobombe, facendo al fine saltare in aria un pulmino destinato alla scuola. Essendo morti gli africani, il Mossad (che a loro teneva) si tira indietro. I pakistani riescono a tornare in patria, ma lì c’è Mack che li aspetta, ed in un conflitto a fuoco, cinque contro uno, è l’uno, Mack, ad avere la meglio. E ti pareva.

Insomma, le tesi di Robinson sono: gli arabi sono al 90% terroristi, gli emiri, dal Golfo al Pakistan, fanno parte di Al-Qaeda (nel romanzo c’è ancora Osama, che morirà solo l’anno dopo l’uscita del libro), ci sono cellule dormienti in tutto il mondo, ma in particolare vicino a Londra, il Mossad e i Servizi Segreti americani sono autorizzati ad uccidere senza essere incriminati, i giudici garantisti devono essere messi in grado di non ostacolare l’arresto di tutti quelli che hanno la barba, ed altre amene giustificazioni per un libro guerrafondaio senza se e senza ma.

Prima di lasciare il libro al suo giusto oblio, una domanda sorge, anche, sul titolo, che in italiano viene messo come “Interceptor”, che potrebbe essere reso con “intercettatore”. Mentre il titolo originale è “Intercept” che sta per “intercettazione”. Dove, se devi mantenere il titolo inglese, perché lo cambi? E soprattutto, tutto il romanzo si basa sulle capacità di intercettazione dei servizi segreti alleati sparsi per il mondo. Quindi, chi è l’intercettatore, visto che il protagonista è un James Bond militare, ma non intercetta una telefonata in nessuna delle quasi cinquecento pagine del libro.

Da dimenticare al più presto.

In questo mese di ricordi, vorrei dedicare le citazioni, ed il ricordo, ad una scrittrice non grandemente nota, ma di buona penna, che ci ha lasciato, centenaria, due anni fa. Di Luisa Adorno ho letto molto, e vorrei commentare alcune frasi e pensieri che colpiscono.

I primi provengono da “Tutti qui con me” e riguardano l’invecchiare: “Non si invecchia a gradini, s’invecchia a pianerottoli” (125) ed ancor più sagace “Eravamo ancora giovani e non lo sapevamo” (166).

Poi ci sono un pensiero ancora sull’età, ma anche sull’amore: “Se saremo insieme anche la vecchiaia sarà salva” (109) ed uno sull’amicizia “Ma che amicizia era mai la nostra se le cose importanti le dicevamo dopo averle decise o quando erano già accadute?” (59), estratti da “Le dorate stanze”.

Infine, da “L’ultima provincia” la descrizione di un comportamento da ammalato che potrei sottoscrivere: “Alla prima strinata di freddo Cosimo si ammalò. Una qualunque influenza che non gli impedì di giacere, fermo come un morto, le coperte tirate dalla punta dei piedi all’orlo del naso uncinato dal solco degli occhiali. ‘Perché non leggi? Perché non fai qualcosa?’, gli dicevo. Mi rispondeva un gemito di riprovazione appena soffocato dalle coltri. Questa che io credetti una sua stranezza, è invece il comportamento comune degli Adorno ammalati. Niente si deve fare per distrarsi dal male, niente per ingannarlo, e non per un bisogno di ascesi, ma nella ferma convinzione che a stare fermi, la bocca e le braccia coperte, a non ‘sventoliarsi’, il male se ne vada prima. Un Adorno ammalato non parla, geme, di preferenza dopo aver controllato sul termometro un minimo rialzo di febbre. Non ha bisogno di leggere, ‘… aio che pensare!’. Rifiuta infastidito, la sua mente essendo continuamente occupata a cogliere un dolore, un rantolo, una fitta, e a rispondere, dentro di sé a quell’ ‘unne lo pigliasti?’ con cui lo martella chi lo assiste.” (148-149)

Intanto, pare che ci siano spiragli significativi per organizzare in marzo un viaggio in Giappone, dove, chi fosse interessato tra i miei amici lettori e viaggiatori, può chiedermi lumi. Quindi con qualche occupazione maggiore in testa, vi abbraccio tutti.

domenica 5 febbraio 2023

Arnaldur (quasi) - 05 febbraio 2023

Dico quasi che è una settimana per 4/5 dedicata all’esimio scrittore islandese, che vediamo impegnato nelle due scritture seriali che fanno da corredo alla più robusta, e per ora interrotta, serie del commissario Erlendur Sveinsson. Qui Indriđason si cimenta con le due scritture conclusive di una serie che ha avuto poco seguito, ambientata nella Seconda Guerra mondiale, e le due scritture iniziali che lanciano la serie di Konrað. Non eccelse, tuttavia ampiamente sufficienti. Chiude la settimana uno degli ultimi lavori del mago del legal thriller John Grisham, con un libro di racconti molto al di sotto della leggibilità.

Arnaldur Indriđason “Il commesso viaggiatore” TEA euro 12 (in realtà, scontato a 3 euro)

[A: 01/10/2018 – I: 10/07/2022 – T: 12/07/2022] &&& -- 

[tit. or.: Þýska húsið; ling. or.: islandese; pagine 239; anno 2015]

Torniamo con piacere agli scritti di Indriđason, anche se, purtroppo, è ormai finita la serie che mi aveva appassionato verso l’Islanda, quella del commissario Erlendur. Qui siamo nella seconda serie dell’autore, in italiano denominata “le inchieste dell’ispettore Flóvent”, mentre in patria viene etichettata (traducendola in inglese) “Wartime Mysteries”. Che, in effetti, l’ispettore di cui sopra è il co-protagonista, ma soprattutto sono “noir” ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

C’è anche una seconda particolarità, dovuta anch’essa all’autore, che di questa serie ha prodotto tre libri, scrivendo però per primo l’ultimo in ordine temporale, e producendo, gli anni successivi, due prequel. Questo perché ho già letto e scritto del primo uscito (“Sfida cruciale”) dove quindi già sappiamo l’evolversi dei due personaggi, l’ispettore Flóvent e l’agente Thorson, canadese di origini islandesi. Qui, per l’appunto, siamo all’inizio della loro storia lavorativa, dove ne vediamo il nascere e lo sviluppo durante la prima indagine.

Ma è doveroso fare un passo indietro, e dare una nota di biasimo agli editor italiani, che cambiano radicalmente l’ottica del romanzo. Perché è di certo vero che il morto intorno a cui si sviluppano le indagini è un commesso viaggiatore, ma il titolo islandese riporta “La casa tedesca”, elemento più che centrale, anzi scatenante di tutta la vicenda.

Per chi avesse mancato la mia prima trama della serie, ricordo che i due protagonisti sono Flóvent, ispettore islandese, che con il suo acume e pazienza sarà l’artefice della nascita della polizia in Islanda, da dove verrà fuori Konrađ (presente nel finale del primo libro) che diventerà il personaggio centrale di altri quattro libri del nostro, e da lui “figlierà” il commissario Erlendur primo ed indiscusso protagonista dei noir islandesi. Ovvio che questa ricostruzione “storica” è completamente fittizia e parto di Arnaldur.

Il secondo è un militare canadese, Thorson, spedito in Islanda con le forze di occupazione nordamericane, in quanto parte della colonia islandese emigrata in Canada (in particolare nella regione di Manitoba). Anche lui dotato di buon acume, essendo bilingue, fa da ottimo collegamento tra i locali e gli occupanti.

Perché, e questo è il motivo di fondo di queste storie, il tratto distintivo del periodo è quello che i locali avevano battezzato “Ástandið”, cioè “la situazione”. Termine che indicava la forte promiscuità tra i militari, prima britannici poi americani, ed i locali. In particolare, le donne. Ricordo che nel periodo massimo di controllo esterno, i militari in Islanda erano più numerosi dei maschi islandesi. Situazione che ovviamente genera incontri clandestini, ma anche storie d’amore e (secondo il governo locale) oltre trecento matrimoni misti.

In questa situazione si colloca la morte di un commesso viaggiatore islandese, trovato nella casa di un altro commesso, Frank, misto tedesco e islandese, ucciso da una pallottola americana. Per questo viene istituita una forza mista costituita dai due nostri eroi. Che indirizzano le indagini su di un doppio binario: la storia del morto e quella di Frank.

Il primo era stato lasciato da Vera, donna di facili costumi, che si è subito messa con un militare inglese assai rissoso. Niente di più facile che Vera abbia agito in modo da indurre il soldato a sbarazzarsi del commesso, così come Vera aveva fatto con altre sue storie pregresse.

Ma c’è anche da considerare Frank, il fatto che i due avevano fatto le scuole insieme, e che Frank è un fervente nazista, sotto la spinta di uno zio medico tedesco dedito ad esperimento di eugenetica. Questo è l’altro filone che i nostri seguono, anche perché Frank è anche una piccola spia, forse manipolata dallo spionaggio inglese per fornire notizie false ai nazisti. Essendosene accorto, potrebbero essere stati i servizi a decidere di sbarazzarsi di lui, ma avendo ucciso la persona sbagliata solo perché presente a casa di Frank.

I nostri, con acume e interessanti interrogatori, arriveranno a derimere la questione, sciogliendone il nodo gordiano. Ma tutta la storia è anche altra, basata sulla presenza di filonazisti agli inizi degli anni Trenta in Islanda, sulle ricerche lombrosiane dello zio di Frank, aiutato anche, al tempo, dal padre di Frank. Ricerche poi concentratesi in una serie di schedari conservati nello studio medico del padre di Frank, che era noto, appunto, con il nome di “casa tedesca”. Così tutto torna.

Il bello della scrittura di Arnaldur non è solo andare a riproporre momenti tipici della vita islandese di un periodo di cui dell’Islanda si sapeva poco o nulla. Ma anche di farci sentire il loro modo di vivere o di affrontare la vita. Il mito della città (tutti nella capitale dove si guadagna). La vita dura delle campagne. L’uso del “tu” anche con gli sconosciuti. I rapporti uomo – donna, locali ed esteri. Nonché, per chi c’è stato, i nomi ed i luoghi pieni di fascino (e di ricordi). I Fiordi dell’Ovest, Selfoss, le strade di Reykjavík. Tutti punti a favore di un libro non eccelso ma che aiuta ad entrare in quel mondo nordico.

C’è anche un piccolo aggancio personale, che lo zio di Frank era originario dello Schleswig-Holstein, un land tedesco che per alcuni anni ha occupato il mio orizzonte lavorativo, quando si fece un partenariato con una società del luogo. Un’altra piccola madeleine personale.

Arnaldur Indriđason “La ragazza della nave” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)

[A: 28/09/2019 – I: 22/10/2022 – T: 24/10/2022] &&& --- 

[tit. or.: Petsamo; ling. or.: islandese; pagine 331; anno 2016]

Ribadendo come tutti sanno che ritengo Arnaldur il capofila della nuova letteratura islandese che poggia le sue basi su di un impianto giallo al fine, comunque, di tratteggiare modi e vita della comunità isolana, andiamo a vedere questo romanzo. Che si inserisce nel filone intrapreso dal nostro dopo aver terminato la lunga serie dedicata al commissario Erlendur.

Una serie che ha per protagonisti l’ispettore Flóvent, islandese, e l’agente Thorson, canadese di origini islandesi, e che si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare in quella che viene chiamata localmente “la situazione”, cioè il periodo in cui l’isola fu praticamente occupata militarmente dall’esercito americano.

Una serie che ha prodotto tre romanzi, con una genesi rovesciata. Il primo ad essere pubblicato ci narra le ultime gesta dei nostri due eroi. Il secondo ci fa fare un balzo indietro, alla prima inchiesta che vede nascere la squadra di Flóvent e Thorson. Questo terzo episodio si colloca in mezzo ai due.

Come in uno spaccato di vita, anche in questa storia di Indriđason si intrecciano diverse trame, la principale, che si collega anche al titolo, ed altre che nascono come dei rivoli, ma che l’autore riesce a maneggiare sapientemente.

Il nocciolo viene dall’inizio della guerra, quando molti islandesi sparsi per l’Europa vengono richiamati in patria, e rimpatriati con una nave che parte dal porto, allora finlandese, di Petsamo (appunto, il titolo originale; ora la cittadina appartiene alla Russia e porta il nome di Pečenga. Tra di loro c’è un’infermiera, Karolina, che ha avuto una storia con un giovane idealista, che qualcuno ha tradito e fatto arrestare ed uccidere dai nazisti. Sulla nave lei incontra Manfred, un suo amante, losco, ed Ingmar, un amico del giovane che sospetta Manfred di essere una spia. Durante la traversata, l’amico sparisce in mare.

Tre anni dopo, comincia la storia vera e propria. Perché Manfred viene trovato annegato in mare. Suicidio? Omicidio ben congegnato? Karolina viene contattata dal fratello di Ingmar ed insieme fanno ricerche su Manfred, che intanto si è sposato con Agneta, un’infermiera. Karolina si finge amante di Manfred, ne ricostruisce la storia, soprattutto i suoi rapporti con i nazisti. Agneta scopre la tresca di Manfred, e ne è molto gelosa. Qualcuno alla fine si vendica con un farmaco che solo delle infermiere sarebbero state in grado di utilizzare. Ma chi lo ha fatto? Karolina o Agneta?

Mentre Flóvent indaga su questa storia (è solo islandese, non ci sono interforze di mezzo), lui e Thorson vengono coinvolti in un’altra indagine. La morte di un giovane, vestito da militare americano, che militare non è. I nostri due investigatori scoprono nell’indagine un mondo di soprusi ed angherie sessuali. Il morto è gay, ha un rapporto quasi fisso con Tobias, ma si invaghisce di un militare americano. Un militare che, seppur non direttamente, è coinvolto in una serie di stupri che prendono di mira donne islandesi che vanno con i soldati.

I nostri due investigatori, rompendo diversi muri di omertà, smantellano anche questa storia. Due soldati convincono donne compiacenti ad appartarsi con loro, le sequestrano, e forse ne uccidono qualcuna. Il morto viene a saperlo dal suo amico soldato, ma non per questo viene ucciso, che a farlo fuori è solo un gesto di gelosia che oltrepassa il limite. Ma Flóvent e Thorson, unendo tutti i puntini, portano alla luce tutta la storia. Peccato che, come in ogni avvenimento che coinvolge sottufficiali, i militari americani decidono di spedire fuori dall’Islanda i colpevoli, rendendo impraticabile la giustizia. Che servirà solo a trovare l’assassino del gay.

La difficoltà, nel seguire tutta la storia, è la sovrabbondanza di nomi, per cui mi sono perso un po’ a seguire chi fa cosa a chi altro. Anche se, ridotta all’osso e sfrondata, può essere simile a quella che ho appena narrato.

La bravura di Arnaldur è di trovare il modo di imbastire storie “noir”, ambientando le sue storie in un posto che ha uno dei più bassi tassi di criminalità al mondo. E lo fa spaesandoci e trasferendo il presente in qualche anno ben lontano, dove molto diventa plausibile. Il secondo punto è la capacità di riprodurci lo spirito islandese, dei posti e delle situazioni, così che subito mi ritrovo anch’io sulla strada per Selfoss, a guardare i geyser, a passeggiare sul porto di Reykjavík, a girare su strade sterrate sperando che non siano gelate, interrotte o allagate.

Inoltre, ha la bravura di ricordarci che i nazisti, i cattivi, non erano solo in Germania, e non erano solo tedeschi. Una lezione che dovremmo tenere spesso meglio in mente.

Tuttavia, nonostante le premesse, la storia di Flóvent e Thorson non ha decollato, tant’è che sono sei anni che non ne scrive più, essendo passato ad un nuovo filone narrativo, anche se pur sempre giallo.

Arnaldur Indriđason “Quel che sa la notte” TEA euro 12 (in realtà, scontato a 10,80 euro)

[A: 18/11/2018 – I: 19/11/2022 – T: 21/11/2022] &&& -- 

[tit. or.: Myrkrið veit; ling. or.: islandese; pagine 319; anno 2017]

Credo proprio che la serie dei due poliziotti nella Seconda Guerra Mondiale abbia fatto il suo tempo, e non porti altri spunti al nostro caro amico islandese. così, dopo aver abbandonato Erlendur, abbandona anche loro, e con questo romanzo inizia un nuovo percorso seriale, tornando, e gli siamo grati, a descrizioni e momenti di vita più vicini ai nostri tempi attuali.

Anche qui, il protagonista è un poliziotto, anzi un ex-poliziotto, Konrað, che entra a poco a poco nella vicenda per poi occuparne la scena centrale. Konrað è chiuso nella trappola di una vita che lo ha portato lì, ma quasi senza volerlo. Era un poliziotto valente, poi uno sfortunato episodio lo porta quasi al licenziamento, in un periodo in cui avviene la scomparsa di un imprenditore, Sigurvin. Della presunta morte è accusato Hjaltalín, socio in affari di Sigurvin. Ma Konrað, quando riprende l’indagine, non è convinto. Tuttavia, senza cadavere e senza prove tutto finisce nei “cold case” islandesi.

Intanto, Konrað tradisce la moglie Erna, cui comunque è affezionato. Ma quando lei si ammala di cancro, decide di andare in pensione e rimanere accanto a lei. I momenti che ci racconta degli ultimi giorni di Erna sono da manuale della commozione. Ora sono sei anni che Erna è morta, Konrað vede ogni tanto i vecchi compagni delle indagini, nonché dottoresse e pubblici ministeri (e sono quasi sempre donne).

Tutto sembra portare a poco quando, per il riscaldamento globale anche i ghiacci islandesi cominciano  sciogliersi (ed io li ho visti quest’estate a luglio, e mi hanno dolorosamente colpito), e dai ghiacci emerge il corpo di Sigurvin. Anche se non vuole, un po’ per curiosità, un po’ perché sente di aver lasciato qualcosa a metà, Konrað si affianca alle indagini, e poi comincia a lavorarci quasi a tempo pieno.

Qui Arnaldur fa un lavoro veramente di fino, che (non l’avevo ancora detto) sono passati trent’anni dalla scomparsa di Sigurvin. Quindi, è abbastanza chiaro che indizi, prove, conoscenze, ricordi sono labili da trovare. Konrað scopre piccole crepe nella costruzione degli avvenimenti, e prende ogni piccolo filo per aggiungere tasselli alla ricerca della verità.

Hjaltalín, malato di cancro, muore non senza aver proclamato a Konrað la sua innocenza, confermata dall’alibi che non aveva mai voluto raccontare. Infatti, Konrað scopre casualmente che la notte dell’omicidio il socio non era in compagnia dell’amante, ma era in compagnia della moglie di Sigurvin, in via di separazione. A questo primo filo si aggiunge la richiesta di una donna, forse un po’ provata dall’alcool, che, saputo del ritrovamento, chiede a Konrað di indagare sulla strana morte, avvenuta anch’essa da diversi anni, del fratello. Che aveva sempre sostenuto che la notte dell’omicidio, aveva visto e riconosciuto un tipo losco in una zona malfamata. Lui aveva nove anni, ed il tipo lo aveva minacciato di morte se avesse parlato.

Vent’anni dopo, viene travolto da un pirata della strada. Altro piccolo filo, che all’inizio sembra non portare a nulla, non essendo facile collegare gli avvenimenti, legati, forse, solo da parole che non sono più verificabili. Ma Konrað prende in cura anche questo filo, cerca di capire chi potesse avere, all’epoca, macchine da ghiacciai. Risale alla Protezione Civile (o a qualcosa islandese di analogo), a persone che vi avevano lavorato, e sale a ritroso nel tempo, trovando una strana coincidenza: l’amante di Hjaltalín, Sigurvin, ed altre due persone, Bernharð e Lúkas, avevano fatto le scuole insieme. Poi i tre maschi avevano anche fatto un anno di scout, dopo il quale Sigurvin si era lanciato in altre attività. Mentre Bernharð e Lúkas avevano continuato lo scoutismo per sfociare entrambi nella Protezione.

Ma Sigurvin era un abile affarista ed aveva fatto fortuna. Bernharð era diventato un abile ma squattrinato meccanico e Lúkas aveva passato vari anni su navi mercantili. Konrað sente tuttavia che questa è una pista promettente, soprattutto quando una donna descrive il tizio che il fratello dell’alcolizzata incontra poco prima della morte.

C’è tutto un meccanismo complicato che si mette in moto, ma sono pagine da “noir” ed io non vado narrando più di questo.

L’abilità di Arnaldur è di riuscire a raccontarci le sue storie senza mai alzare la voce, senza mai suonare la carica dicendo: “ecco che arriva un colpo di scena”. Perché Arnaldur è intrinsecamente islandese, e sa che la sua isola non è per tutti, non tutti la possono capire, anche se, dopo che ci si va, non può non rimanere nel cuore. Una nazione, un’isola dove in realtà si sente forte la solitudine e la lotta, giornaliera, per non essere sopraffatti dalla natura. E quando le forze vengono meno, ecco che i più deboli si danno all’alcool (c’è un alto tasso di alcolisti anche in Islanda) ed anche alle droghe. Ma tutto questo affiora senza che lo scrittore si senta in dovere di giudicare. Ed anche quando Konrað risolve il caso sappiamo che non tutto è venuto alla luce.

Konrað non è, ancora, simpaticamente nel cuore del lettore, ma di certo ha un suo successo e un suo spazio, che sappiamo essere usciti altri libri con lui come protagonista. Vedremo.

“Soprattutto, e questo era ciò che lo lasciava più stranito, era un pensionato, senza però sentirsi affatto vecchio.” (167)

Arnaldur Indriđason “La ragazza del ponte” TEA s.p. (Regalo di Emilio & Fako)

[A: 07/05/2022 – I: 04/12/2022 – T: 06/12/2022] &&&  

[tit. or.: Stúlkhan hjá brúnni; ling. or.: islandese; pagine 346; anno 2018]

Evidentemente il personaggio Konrað, come accennato, ha un suo spazio, così che ecco il secondo episodio delle sue gesta. Devo anche dire, che, una volta tolta un po’ di ruggine, la storia è più gradevole. Anche perché, visto che pochi sono i misteri islandesi checché ne dica Ragnar Jonasson, il nostro Arnaldur si rifugia in misteri del passato, avviando i suoi protagonisti verso indagini strampalate.

Non è certo facile, infatti, indagare su qualcosa che avviene trenta o quaranta anni prima, dove i testimoni sono quasi tutti morti, e quelli in vita rischiano di essere fuori di testa o altro. Ma il nostro dosa sapientemente gli ingredienti, tira fuori dal cilindro qualche risultanza inaspettata, ed alla fine, molto, se non tutto, viene allo scoperto. Forse non sempre i colpevoli saranno puniti (spesso sono già morti), tuttavia i viventi avranno un quadro migliore davanti.

Intanto, rispetto a quasi tutte le traduzioni dall’islandese, questa volta si riesce a mantenere il titolo originale. Si parla di una ragazza, di un ponte ed è da lì che si comincia a svolgere un primo mistero. Giusto quindi mantenerne la traccia.

La capacità di Arnaldur è di mettere in scena molteplici inchieste, di portarle avanti senza dimenticarne pezzi per strada, ed alla fine, non a tutte ma a molte, portarci alla loro conclusione e spiegazione.

La storia di fondo, che anche qui non si conclude, ma che si irrobustisce di ulteriori dettagli, riguarda il mistero legato all’animo di Konrað. Una caratteristica dei personaggi centrali del nostro è avere un nodo irrisolto nel passato. Per Erlendur era la scomparsa del fratello in una notte di tempesta. Per Konrað è la morte del padre, accoltellato una cinquantina d’anni prima. Non che ne voglia vendetta, che Konrað non aveva mai amato il padre, quanto per capire, cosa che il nostro poliziotto in pensione non smette mai di perseguire.

Ed in questa ricerca comincia a frequentare sempre di più la sua coetanea Eygló, figlia del sodale del padre nelle loro imprese truffaldine, legate a false sedute spiritiche. L’unione dei loro ricordi e delle loro investigazioni, portano i due nostri anziani a mettere insieme qualche altra tessera del rompicapo, ma senza ancora arrivare ad un disegno complessivo degli avvenimenti (che, poco dopo il padre di Konrað, anche il padre di Eygló muore in modo sospetto).

Ma il loro incontro porta anche allo svelamento di alcune turbe di Eygló che non aveva mai confessato. Certo, qui entriamo in un ambito che non mi vede particolarmente ferrato né favorevolmente impressionato. Parliamo di spiriti, di sedute spiritiche, di persone che compaiono senza lasciare tracce sulla moquette, di signore in nero che camminano con il collo apparentemente spezzato. Insomma, fenomeni paranormali che non mi coinvolgono tanto.

Comunque, Eygló ricorda una ragazzina che cercava una bambola, e Konrað riesce a collegarla con l’annegamento dell’undicenne Nanna insieme alla sua bambola. Un cold case che più cold non si può. C’è solo il ragazzo (ormai professore in pensione) che scoprì il corpo di Nanna ancora in vita e qualche parente (fratellastro credo) poco credibile. Ma Konrað è un cane da tartufi. Sente che c’è del marcio in Transilvania, anche perché l’inchiesta è stata gestita male, il poliziotto incaricato era una mela marcia, venne fatta l’autopsia, ma il referto è scomparso.

Dopo una serie di peripezie che non vi narro, Konrað trova la famosa bambola, con dentro il disegno di Nanna incinta. Ecco il motivo della morte. Ma fu vero suicidio?  O c’entrano qualcosa il poliziotto (che palpava le donne), uno sciancato che sembra essere stato visto sul ponte, il medico che ha fatto l’autopsia?

Mentre procede la storia antica, Konrað è coinvolto anche in un caso “attuale”. La scomparsa e poi la morte di una giovane, Danní, alla cui ricerca lui viene richiesto dalla nonna di lei, antica amica della moglie morta di Konrað. Danní è morta, sembra, per overdose o simili, ed era sicuramente coinvolta in giri di droga, insieme al suo compagno Lassi. Tanto che, quando lei non consegna la droga arrivata di contrabbando (e non può essendo morta), i capimafia dello spaccio se la prendono con Lassi, quasi uccidendolo. Qui, l’indagine è condotta da Marta, la poliziotta amica di Konrað, ma anche lui ci mette del suo.

Tutto si mescola anche con la comparsa di Beta, la sorella di Konrað, che scopriamo essere stata abusata dal padre, che per vendetta, alle parole del fratello, trova il modo di far fare di nuovo un’autopsia a Nanna. Ovvio che anche Nanna era stata abusata. Intanto, Marta trova anche poca chiarezza nelle parole dei nonni di Danní, scoprendo che la giovane voleva mettere delle storie in rete. E solo Lassi, in coma, ne sa qualcosa.

Alla fine, con un colpo di teatro magistrale, Arnaldur riesce a collegare con un filo doloroso tutte le storie: quella di Nanna, di Danní, di Beta. E noi, ovvio, si pensa a tutte le storie attuali che leggiamo purtroppo ogni giorno sui giornali, di abusi e femminicidi vari.

Di sicuro, almeno Nanna e Danní avranno le loro storie risolte. Credo che dovremmo aspettare un po’ per arrivare a sciogliere il mistero del padre di Konrað e di quello di Eygló.

Non è da ora che professo il mio amore per Arnaldur e le atmosfere islandesi. Qui, nonostante alcuni critici lo neghino, c’è sempre tanta isola, anche se non è facile capirne i contorni. Si parla della capitale, delle sue strade, di luoghi non lontani dalla capitale stessa, verso l’attuale aeroporto. Solo chi vuole bene a quella terra riesce, forse, a coglierne i collegamenti. In una scrittura che, senza fronzoli e senza svolazzi, continua ad essere gradevole.

Con un ulteriore elemento di cross-link tra le scritture. Che a pagina 188 si cita un’indagine svolta tanti anni prima da un certo Thorsen. Che non è altro il poliziotto canadese di origini islandesi protagonista della serie intitolata in Italia al commissario Flovent, e di cui ho recensito tutti e tre i libri usciti. Arnaldur collega tutto, che l’isola è comunque sempre piccola.

Inoltre, ha un occhio, partecipe e da me partecipato, verso la sofferenza delle donne, che a qualsiasi età, soggiacciono alla violenza degli uomini. Sempre piacevole la sua lettura.

John Grisham “Gli avversari” Mondadori s.p. (regalo della sig.ra Laura)

[A: 14/08/2022 – I: 22/08/2022 – T: 23/08/2022] - & e ½  

[tit. or.: Sparring Partners; ling. or.: inglese; pagine: 292; anno 2022]

Sono rimasto un po’ deluso da quest’ultimo libro uscito di Grisham. Primo, perché è una raccolta di tre racconti, che già normalmente mi fan storcere il naso; a maggior ragione quando sono nel genere thriller o noir, dove trovo il romanzo l’unica dimensione che può dar respiro al testo. Secondo, perché li ho trovati tutti e tre un po’ mosci ed un po’ poco risolti. Forse solo il terzo ha qualche spunto, tanto che lo vedrei allungato in un romanzo. Mi ero abituato troppo bene, sia con i romanzi “storici” di Grisham, sia con quelli dedicati ai giovani, e per questo, probabilmente, il giudizio è stato anche più severo.

In genere, infatti, il marchio di fabbrica dell’autore è la costruzione di una trama esterna alle aule del tribunale, per poi farci entrare mani e piedi nel “legal thriller”, dove più che la ricerca della verità (che non manca, ma è di altra natura), si disquisisce sul procedimento, sulle trappole giuridiche, e su tutto quanto, per l’appunto, ruota intorno alle toghe, ai giudici di carriera, alle giurie popolari ed altre amenità.

Non è che in questi racconti, che comunque risulterebbero tutti scritti nell’ultimo anno, manchino le tipicità di Grisham, ma sono in realtà leggermente annacquate da un contorno spesso di diversa qualità narrativa.

Incominciamo allora con il primo racconto, “Ritorno a casa” [“Homecoming” 7-123]. Grisham sembra di tornare all’antico, perché si incontra di nuovo una vecchia conoscenza, l’avvocato Jake Brigance (quello de “Il momento di uccidere”) che viene contattato da un suo ex-collega, Mack, che lo coinvolge in una complessa trama legata al titolo. Mack, con lo studio sempre in crisi, aveva ricevuto una transazione poco chiara (unica parte “legale”) che aveva utilizzato per andare in Sudamerica, abbandonando la moglie e le figlie. Per abbandonare tutto aveva dichiarato fallimento. Ora, per tornare, vediamo la famiglia della moglie, che muore di cancro, sul piede di guerra, mentre una delle due figlie lo accoglierebbe di nuovo. Ma i problemi fiscali legati alla transazione di cui sopra mettono in moto FBI e fisco. Riusciranno Mack e Jake a dribblare gli ostacoli? Domanda legittima, che aprirebbe scenari dibattimentali interessanti. Però non ve ne parlo, che sono passate cento pagine e siamo (quasi) alla fine del primo racconto.

Lascio il secondo per ultimo, che, per ragioni che poi vi dico, mi è sembrato più interessanti.

Il terzo, “Gli avversari” [“Sparring Partners” 175-292], che dà anche il titolo alla raccolta, è di sicuro più articolato dei precedenti. Forse anche troppo. C’è uno studio legale gestito dai fratelli Malloy, i soci che si combattono del titolo, dopo che il loro padre padrone deve scontare dieci anni di reclusione per l’omicidio preterintenzionale della moglie, nonché loro madre. I due non hanno le capacità paterne, che tra l’altro sta accumulando soldi sottobanco anche lì per una transazione milionaria non dichiarata. Lo studio, quindi, sta andando a rotoli, e l’unico modo per i due è prendersi i soldi nascosti del padre, sperando che rimanga in prigione. Ma Molloy sr. sta corrompendo il governatore per ottenere un indulto (tutto il mondo è paese). Scoperta la magagna, i due cercano di corrompere a loro volta il governatore con una tangente perché non si faccia corrompere. Il pallino della vicenda viene allora in mano al gerente dello studio, l’avvocatessa Diantha che deve decidere se salvare sé e lo studio o solo sé stessa. La decisione e le sue modalità attuative ve le lascio leggere, anche se, pure qui, non è che sia coinvolgenti.

Dicevo che lascio per ultimo “Luna di fragola” [“Strawberry Moon” 125-173] che non è particolarmente esaltante nella scrittura descrittiva delle ultime due ore di vita di un condannato a morte. Ore che vi lascio gustare nella loro tragica bellezza. Quello che è invece interessante in questo veloce scritto è il problema che pone. Cody ed il fratello Brian fanno una rapina in una casa, dove gli inaspettati abitanti si ribellano, sfociando il tutto in un bagno di sangue, con morti i due anziani e Brian. Cody all’epoca del fatto ha 14 anni e non ha sparato un colpo (non aveva armi). Eppure, le leggi americane lo condanno a morte. Non solo ma passano quindici anni prima che la sentenza divenga esecutiva. Ma noi con Grisham ci domandiamo come sia possibile condannare un ragazzo all’epoca minorenne per un fatto cui ha assistito senza commetterlo. Certo, aveva programmato la rapina, ma… Il tutto condito dal fatto che io mi domando sempre la giustezza della giustizia americana con le sue pene capitali di cui non ho mai capito il senso né l’utilità. Ovvio, questo apre un dibattito ampio, ed è l’unico motivo che dà una leggera positività a tutta l’operazione scrittura.

In definitiva, una lettura da ombrellone, ed un libro che si può lasciare tranquillamente ai bordi di una piscina se qualcuno ne vuole leggere.

Prima trama del mese che riporta le quindici letture di novembre, attestata sulla media rispetto agli altri mesi. Si sollevano un po’ dalla massa un solito Simenon con il suo orologiaio ed uno scritto della mia cara giapponese Banana Yoshimoto. Mentre precipitano al solito verso il basso i Thriller del Corriere con il poco entusiasmante libro di Michelle Frances.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Luigi Meneghello

I piccoli maestri

Repubblica Resistenza

7,90

2

2

Banana Yoshimoto

Il dolce domani

Corriere Giappone

8,90

3,5

3

Yoko Ogawa

L’anulare

Corriere Giappone

8,90

2,5

4

Silvina Ocampo

La promessa

Repubblica Latinoamericana

9,90

2,5

5

Mauro Corona

Le voci del bosco

Repubblica Montagna

9,90

2

6

Donato Carrisi

Il cacciatore del buio

Repubblica Emozione Noir

7,90

2,5

7

Dario Crapanzano

Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio

Mondadori

14

3

8

Ian Rankin

In a house of lies

Orion

9

3

9

Georges Simenon

L’orologiaio di Everton

Repubblica

9,90

3,5

10

Arnaldur Indriđason

Quel che sa la notte

TEA

12

3

11

Georges Simenon

I complici

Repubblica

9,90

2,5

12

Michelle Frances

La fidanzata

Corriere Thriller

7,90

1

13

Marcela Serrano

Il giardino di Amelia

Repubblica Latinoamericana

9,90

2,5

14

Mirko Zilahy

La forma del buio

TEA

12

3

15

Donato Carrisi

Il maestro delle ombre

Repubblica Passione Noir

7,90

2

 

Rimanendo nel clima nordico scandito dall’Islanda, passo ad una serie di citazioni tratte da un libro del compianto Henning Mankell. Leggendo “Il cervello di Kennedy” rimanevano nella memoria due citazioni di citazioni: una di Aksel Sandemose “Chi non comprende le proprie sconfitte non porta con sé nulla nel futuro” (7) ed una di Confucio “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità” (101).

Due invece legate all’età ed all’introspezione: “Ho cinquantaquattro anni [ora molti di più, nota mia]. Sono arrivata fino a qui, che direzione devo prendere quando arrivo in fondo alla strada?” (21) “Non sono mai stato sicuro di niente. I compagni della mia vita sono stati l’insicurezza e il dubbio” (108).

Ed una considerazione legate ai viaggi: “[sulle colline greche] ‘Ero in Africa’ – ‘Così lontano… Non è pericoloso laggiù?’ – ‘Cosa intende dire?’ – ‘Tutti quei… selvaggi? ...’ – ‘L’Africa è molto simile a qui. Ci dimentichiamo troppo facilmente che gli uomini appartengono tutti alla stessa famiglia. E che ogni paesaggio, per certi aspetti, ricorda quello di altri luoghi’” (284).

Purtroppo, la prima settimana di febbraio è da orami quindici anni legata a lutti familiari, per cui non sono molto in vena né di altri ricordi né di prospettive a breve. Faccio solo in tempo, dopo aver rivolto il pensiero a chi sa che, ovunque siano, li penso, e quindi ad abbracciarvi.