domenica 2 luglio 2023

Thriller negativi - 02 luglio 2023

Sapete ovviamente che io leggo di tutto e di più, anche libri che promettono e non mantengono. Questa è la settimana del pollice verso per la collana del Corriere dedicata ai Thriller. Cinque libri che si attestano sul più basso gradino della scala e solo Belinda Bauer prende mezzo punto in più. Inoltre, è la settimana dei nomi “puntati”, un vezzo molto anglosassone, che trovo inutile se non dannoso. Costringe infatti il lettore che cerca di ampliare le sue conoscenze in letteratura a sforzi danteschi. Insomma, speriamo i responsabili editoriali del Corriere si dedichino a scelte più interessanti.

C. L. Taylor “Il confine del silenzio” Corriere Thriller 14 euro 7,90

[A: 01/11/2018 – I: 30/10/2022 – T: 31/10/2022] - &  

[tit. or.: The Accident; ling. or.: inglese; pagine: 307; anno 2014]

Carole Louise Taylor è una scrittrice inglese nata nel ’73, che dopo varie esperienze, ha dedicato il suo tempo alla scrittura, in particolare a romanzi di connotazione psicologica, con risvolti più o meno thriller, se non gialli. Ne ho sentito parlare, spesso anche in termini elogiativi, ma questo è il primo che leggo. E penso che sia anche l’ultimo.

Il libro non è né particolarmente bello, né particolarmente riuscito, inserito, giustamente, in una delle peggiori collane che siano uscite negli ultimi anni in Italia.

Intanto, anche dal titolo cominciano i problemi, che in inglese ci porta al filo rosso che percorre tutto il libro, l’incidente. In italiano trovano questo confine su cui si affaccia il silenzio di chi, per tutto il libro, in seguito all’incidente, appunto non parla. Spero che anche qui qualcuno riesca a parlarne e a spiegarmene i motivi.

Per il resto, la trama è abbastanza vista e rivista, e, a parte alcuni svolazzi di buone descrizioni ed interessanti ambientazioni londinesi, scontata, tal che ci accompagna verso un finale che si poteva predire e prevedere sin dal secondo capitolo. Anche se, forse per questo poi ho letto il libro, mi aspettavo anche un colpo di coda, un’impennata finale. Voi vi aspettate che, date le premesse annunciate, finisca così, ed invece … Invece finisce proprio così.

Il corpo narrativo segue due filoni: nel presente cominciamo con incontrare la famiglia Jackson distrutta e disgregantesi intorno al letto d’ospedale dove giace Charlotte in coma in seguito ad un incidente con un autobus. Incidente tipo Charlotte che inciampa e viene investita? Incidente tipo qualcuno spinge all’improvviso Charlotte sotto l’autobus? Incidente voluto che Charlotte si butta lei verso il mezzo?

Di questo si interrogano i genitori Brian e Susan, ognuno prendendo strade di riflessione opposte. Nel frattempo emergono vari personaggi di contorno: Oliver, il figlio del primo matrimoni di Brian, protettivo verso la sorellina, ma lontano fisicamente; Danny, l’amico intimo di Oliver, giovane già di successo nello show-business, che non ha mai convinto fino in fondo i Jackson; Keisha, una ex-prostituta (ma nessuno lo sa) ora ragazza di Denny; Liam, fino a due settimane prima il ragazzo di Charlotte, che da lei viene mollato senza ragione apparente; Ella, la migliore amica di Charlotte, da cui sembra essersi allontanata inopinatamente.

Brian è un eminente politico, e si mette un po’ tronfiamente ai margini, preoccupato solo che il dolore del coma possa portare Susan verso un crollo psicologico, come ne ha avuti in passato. Susan, invece, è convinta che qualcosa non torni, soprattutto a valle della lettura del diario di Charlotte, che contiene alcune confessioni ambigue. Così Susan indaga, scava, interroga, quasi perseguita i personaggi di cui sopra.

Scoprendo una Charlotte diversa da quella che si aspettava, scoprendo violenze verso le donne e le adolescenti, esempi di prostituzione minorile, legate a sprazzi di tipiche ribellioni da adolescenti, un mondo cresciuto sui social, dove apparire vicino ad un VIP è il massimo (e poi dovremmo capire il significato di VIP), dove si fa di tutto per avere apparenza dimenticando per sempre la sostanza. Un banale trionfo psicologico di chi nasconde la fragilità dietro la spavalderia, un tipico esempio, una fotografia di un Inghilterra attuale (anche molto post-Brexit) con molti addendi in situazione anche geograficamente più vicine.

Tutto sembrerebbe portare ad un corposo romanzo psicologico, se il racconto dell’oggi non fosse inframmezzato dal diario di Susan di venti anni prima, dopo vediamo la nascita del rapporto morboso tra lei ed un James, all’inizio dolcissimo, ma che dopo poche pagine si rivela uno psicopatico manipolatore che trascina Susan in un vortice che mina alla radice la psicologia della donna. Sappiamo che lei, ad un certo punto, riesce a fuggire ed a nascondersi da James.

Ma cosa sappiamo di lui? Tutti gli indizi portano a credere che, in qualche modo, sia tornato nella vita e nella prossimità di Susan. Certo l’autrice cerca di insinuarci il dubbio: Susan è pazza o il passato sta tornando sulle sue tracce?

Purtroppo, il finale arriva alla velocità della luce, chiudendo tanti cerchi senza darci il tempo di capirli a fondo. Quasi che la Taylor si fosse stancata del testo, ed avesse deciso che era ora di concludere. Unendo quindi un trattato psicologico mediocre con un finale thriller la cui suspence è del calore dello zero Fahrenheit.

Peccato che, invece, molte recensioni parlino bene del libro. Io mi sono mortalmente annoiato.

Michelle Frances “La fidanzata” Corriere Thriller 20 euro 7,90

[A: 07/12/2018 – I: 22/11/2022 – T: 24/11/2022] - &  

[tit. or.: The Girlfriend; ling. or.: inglese; pagine: 411; anno 2017]

Michelle Frances è inglese, vive nel Sussex, lavora nell’ambito di produzioni televisive, e questo è il suo primo romanzo, cui seguiranno altri quattro (uno all’anno). E questo è quanto di positivo si possa dire dell’autrice, del libro e della collana.

Una collana, e qui mi ripeto, che sembrava nata sotto buoni auspici ma che, penso anche per scelte editoriali, ha sfornato romanzi di livello al limite della leggibilità. Come questo che forse ha elementi da analisi psicologica nel rapporto tra i tre protagonisti (Daniel, il bello, Cherry, la fidanzata, Laura, la madre), ma evitiamo di pensare che ci sia un seppur lontano elemento di thriller. La trama scorre, cerca di farci impressione qua e là, aspettando un qualche colpo di scena, che, arrivati all’ultima pagina ci accorgiamo non esserci stato.

Certo, l’autrice che lavora nel campo degli sceneggiati, sa mettere le frasi al posto giusto, combinando descrizioni, scambi di battute, flash ambientali. Ma anche qui, non scatta mai quella molla che ci fa innamorare di un personaggio (anche cattivo, come a volte avviene). Tutti sono lì, presentati sul piatto delle vicende, che, piattamente si srotolano nel circa anno e mezzo in cui si svolgono le vicende del romanzo.

Di sfondo abbiamo una famiglia inglese ben fornita di soldi, con Laura, la madre, che lavora nel campo televisivo (ovvio data la provenienza dell’autrice), sposata a Richard, quello che sforna sterline come noccioline, ma che con la moglie non è più da anni in sintonia. Ha un’amante che, tocco magistrale qui, risulta meno attraente di Laura. Capiamo subito che Laura deve essere una piattola insopportabile. E c’è Daniel, il figlio che ha tutto, che sta diventando dottore, che nei suoi 23 anni ha girato mezzo mondo. Dovrebbe essere anche attraente, e non si capisce perché, alla sua veneranda età, sia ancora non dico single, ma senza nessuna storia alle spalle.

Sull’altro piatto della bilancia c’è Cherry, che proviene da ambienti poveri della periferia londinese, che ha talenti per cose marginali ma non ha studiato, né pare ne abbia mai avuto intenzioni serie, e si dibatte alla ricerca di un modo per uscire dalla povertà, ricorrendo a tutti i mezzi possibili, anche poco leciti.

Daniel e Cherry si incontrano, scocca una scintilla (sono ambedue piacenti), ma Cherry nasconde il suo essere povera, cerca di apparire all’altezza di Daniel, mettendosi psicologicamente in difficoltà. Bastava essere sinceri, forse, e la scintilla poteva tramutarsi in fuoco. Invece, Cherry cerca l’apparenza, dice bugie per nascondere l’appartamento in periferia, la madre che lavora in un supermercato, la scarsità di mezzi. Bugie all’inizio poco palesi, ma che insospettiscono Laura, la mamma chioccia che si vede portar via il figlio da un’arrampicatrice sociale.

Ecco nascere il possibile triangolo psicologico: Daniel che, abbagliato da Cherry, nasconde la testa nella sabbia, Laura che, viste le bugie di Cherry, cerca di stanarla, ma senza andare allo scontro, Cherry che continua a tirare colpi velenosi utilizzando la sua intelligenza animale.

Il nodo della vicenda avviene quando Daniel, durante un rafting sfortunato, batte la testa e cade in coma. Laura alza barricate intorno, e quando Cherry si allontana, spara la grossa bugia: Daniel è morto. Cherry, ovvio, si allontana e cade in depressione. Daniel, dopo mesi di coma, si riprende, ma la madre gli dice che Cherry lo ha lasciato.

Ovvio che quando Cherry scopre la bugia, comincia ad ordire una tremenda vendetta, coinvolgendo Daniel che si allontana dalla madre bugiarda. Ma invece di accontentarsi di una piccola vittoria, Cherry vuole un trionfo, e medita di distruggere la nemica Laura. Mette in cantiere quindi una serie di colpi bassi, che ovvio incastrano Laura in situazioni sempre più insostenibili. Fino al redde rationem finale: vae victis sarebbe sufficiente, ma Cherry vuole mortem victis.

Chi vincerà? Manzoni ci sorregge con il suo cinque maggio.

A parte tutte le ovvietà e le mancanze di approfondimento, nonché le scelte scellerate di atteggiamenti improbabili, un elemento mi ha disturbato alquanto. Daniel entra in coma il 22 agosto e ne esce il 3 marzo dell’anno seguente. E voi pensate che dopo sei mesi e mezzo di coma, dopo solo due mesi di fisioterapia, Daniel possa non solo nuotare come un pesce, ma riprendere il lavoro in ospedale? Penso sia un errore talmente marchiano che bolla in modo totale l’impresentabilità del libro stesso.

T. R. Richmond “Tutto ciò che resta” Corriere Thriller 19 euro 7,90

[A: 25/11/2018 – I: 05/01/2023 – T: 06/01/2023] - &  

[tit. or.: What She Left; ling. or.: inglese; pagine: 385; anno 2015]

T. R. Richmond è lo pseudonimo di un giornalista inglese, che notizie varie mi dicono sui 64 anni ora, ma di cui, fortunatamente, non si riesce a sapere l’esatta identità. Così potrà continuare a scrivere, sotto altri nomi, magari facendo dimenticare questa prova, opera prima non particolarmente riuscita.

Anche per una poco curata versione italiana. Cominciando dal titolo, trasformato da “Quello che lei ha lasciato” in questo “Tutto ciò che resta”. Soprattutto per la scomparsa di quel pronome femminile che indirizza molto il romanzo. L’incuria editoriale passa poi per le solite (scarse) revisioni, tipo il cane della protagonista che dal corretto Mr. Bau di pagina 9 diventa a pagina 23 Mr. Ban.

Veniamo ora, invece, alle scelte di scrittura dell’autore, che decide di non scrivere un romanzo da onnisciente osservatore dei fatti, ma di affastellare il racconto tramite lettere, brani di diari, sms, post, blog, interviste e simili frammentarietà. Ci potrebbe anche stare, ma questi brani si spandono tra il 2001 ed il 2013, ognuno con la sua indicazione temporale, ma presentati in ordine talmente sparso che si fa una fatica improba a capire cosa avvenga prima, dopo, durante.

Il libro viene poi presentato in ex ergo con una dedica di un libro scritto da uno dei personaggi, e che pervade tutto il libro stesso, dedica rivolta ad Alice Salmon con l’indicazione della data di morte. Così che capiamo subito che nelle prime pagine Alice muore, e ci si affanna per le altre quasi 400 pagine a capire cosa sia successo, prima, durante e dopo la sua morte. Questo, unito alla confusione temporale di cui sopra, aumenta l’entropia del tutto. Quasi a diventare una brutta copi di “Amabili resti” di (guarda, guarda) Alice Sebold.

C’è poi tutto un tentativo, sottotraccia, di fare il piacione, di buttare lì commenti ironici, frasi (quasi) comiche. Tutta una gara a lavorare con il cognome della protagonista, Salmon, sia, ad esempio, chiamandola “Faccia di Pesce”, sia facendo dire ad un suo collega “chi ti ha pescato per questo lavoro?”. Abbastanza penoso. Per non dire di citazioni, vere o a volte false, a volte citate con l’autore (e sarebbe doveroso), a volte buttate lì. Come quando Luke cita Alice che gli dice “Sono le tue chiavi o sei solo felice di vedermi?” a pagina 170, parafrasando senza citarla la famosa battuta di Mae West pronunciata pare a teatro nel 1944 (“Hai una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?”). Molto scorretto.

Anche i personaggi sono molto “tipicizzati” quasi a volerne farne emblemi, ma che a volte si rivelano di un patetico spinto. Come il protagonista Jeremy che per tutto il libro scrive lettere ad uno suo amico di penna, Larry, per poi scoprire che è morto da sei mesi.

Il libro in sé è poi una specie di libro nel libro, dove andiamo vedendo la costruzione di un libro da parte dell’antropologo sessantenne malato di cancro alla prostata Jeremy Cooke intorno alla vita e soprattutto alla morte di Alice Salmon, annegata il 5 febbraio 2012. Attraverso tutti gli espedienti letterari sopra citati veniamo quindi a conoscere la vita di Alice, e dei suoi coetanei, tutti pare molto dediti al bere per affogare le crisi che li attanagliano. C’è Luke, il forse fidanzato di Alice, dove i due hanno momenti alti ma anche molto bassi. C’è Megan, la sua amica del cuore, con lei da quando avevano cinque anni, con cui ha diviso tutti i momenti alti e bassi della vita. C’è anche Elizabeth, la madre di Alice, protettrice forse anche troppo, un tempo anche lei molto dedita all’alcool. Certo, l’immagine che l’autore dà della gioventù ventenne londinese non è certo delle più esaltanti.

E poi c’è lui, il professor Jeremy Cooke. Che sembra colpito dalla morte di Alice più di quanto parrebbe giusto verso una sua ex-alunna. Jeremy che sta morendo per un cancro, che vuole ricostruire la vita e gli ultimi istanti di Alice. Scopriremo anche presto perché. Trent’anni prima, lui giovane docente, aveva avuto una storia travolgente con Elizabeth, la madre di Alice. Finita male per la sua incapacità di assumersi un ruolo attivo nella vita. Con Elizabeth che, dopo un tentativo di suicidio, fugge dall’Università, si sposa, mette al mondo due figli, ed una è la nostra Alice. Che seguiamo crescere, laurearsi, diventare giornalista. Scoprendo poi che, forse, anche lui ha avuto una storia di una notte di sesso, non si sa se volontaria o meno, con Jeremy. Questo spiega il morboso bisogno di Jeremy di scoprire la verità.

Soprattutto sulla morte della giovane. Tanto che, mail dopo mail, lettera dopo lettera, scopriamo anche che la famosa sera del 5 febbraio, lì al fiume dell’annegamento, Luke, Jeremy e Megan avevano incontrato, discusso e litigato con Alice, che era di per sé sconvolta dall’aver appena scoperto la liaison tra Jeremy e la madre.

La domanda, iniziale e finale del libro, è quindi: omicidio o suicidio?

Una domanda facile con una risposta che arriva dopo tante pagine di difficile lettura senza provocare molta voglia di capire come sono andate le cose. Verranno spiegate, ma senza tanto coinvolgimento emotivo.

Che poi l’unico coinvolgimento, quasi un sussulto, l’ho avuto quando Luke ricorda di aver incontrato Alice, al Covent Garden di Londra il … 7 maggio 2010. Beh, ci voleva un sussulto.

In conclusione, un libro assai deludente, che ha voluto mettere tanta carne al fuoco (i giovani, i social, l’università, il sesso, l’alcool) ma che alla fine colpisce pochi bersagli e malamente. È il penultimo libro dell’infausta collana di cui ho già parlato male. Dispiace che il curatore sia Mirko Zilahy, che in generale ritengo un degno scrittore, che ho letto con sufficiente piacere. Ma scegliere per la collana di cui sei il curatore un libro di cui sei il traduttore, quando il libro in sé è mediocre, mi sembra un po’ una forzatura.

Ultim’ora: ho trovato un sito tedesco che mi assicura il nostro autore chiamarsi Tim Relf (ecco spiegate le iniziali puntate)

Belinda Bauer “Negli occhi dell’assassino” Corriere Thriller 18 euro 7,90

[A: 25/11/2018 – I: 06/02/2023 – T: 08/02/2023] - & e ½   

[tit. or.: Darkside; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2011]

Finalmente, e con sollievo, sono giunto all’ultimo volume di questa che ormai posso definire poco riuscita collana di “thriller”. Finiamo con una scrittrice anch’essa poco nota e non molto pubblicata in Italia. Ma non sarebbe certo un guaio se la scrittura fosse di buon livello. O quanto meno se le scelte editoriali del Corriere avessero una logica diversa da quella di un puro mercato senza altre componenti di ragionamento.

Belinda Bauer è una scrittrice inglese ora sessantenne, meglio nota come sceneggiatrice, che ha pubblicato una decina di libri a partire dal 2009. In particolare, la sua prima uscita è una trilogia, indicata come “Trilogia di Jonas Holly”. Ebbene i nostri illuminati uomini di market pensano bene di inserire in questa collana il secondo libro della trilogia. Così che, primo una serie di rimandi sfuggono alla comprensione, e secondo, visto che non viene accennato nulla del prima e del dopo, si rimane un po’ tra color che son sospesi.

Fatte salve queste critiche generali, più esterne che interne, non rimane che parlare del testo, e rilevarne la poca presa, una certa approssimazione dei personaggi, nonché, e questo è più grave, una fine veloce che in realtà non finisce, essendo demandata la fine reale al libro successivo.

La storia si svolge sempre in questa piccola città di Shipcott, nella Cornovaglia che si affaccia sul Canale di Bristol. Seguiamo le vicende che si dispiegano in città, molto in soggettiva (o quasi) della famiglia Holly. Dove appunto abbiamo il poliziotto della cittadina (in pratica l’unico presente) Jonas con la moglie Lucy affetta da distrofia muscolare; quindi, con una discesa versa la morte abbastanza segnata ed immutabile.

In questa cittadina cominciano a succedere omicidi verso persone anziane o disabili o disturbate. Prima un’anziana tetraplegica per una caduta, poi una donna affetta da Alzheimer. Tanto che viene inviata una squadra di detective dal capoluogo. Abbiamo qui l’altro corno della vicenda, laddove seguiamo il responsabile della squadra, l’ispettore Marvel, personaggio antipatico ed incapace, che, detenendo il potere si arroga di trattare tutti male, di indirizzare le indagini dove vuole, prendendo una cantonata dopo l’altro. Inoltre, è un alcolista di razza.

Mentre andiamo avanti con le morti (dopo le prime due, ce ne saranno altre, ma è inutile tenerne il conto), vediamo anche di entrare meglio nei vari protagonisti.

A parte Marvel, che prima uscisse di scena sarebbe meglio, ed invece lo dobbiamo sopportare per quasi tutto il libro, abbiamo Lucy. Malata, combatte la sua malattia, ma ne è anche stremata. Si appoggia a Jonas, quasi che solo in lui trovasse la forza di andare avanti. Quando però si accorge che la forza di Jonas è sorretta solo dalla necessità di non scoprire le proprie debolezze, anche la forza di Lucy comincia a venir meno, tanto che pensa con insistenza ad un suicidio assistito. Di cui forse non ci sarà bisogno.

Dall’altro seguiamo Jonas, e soprattutto, seguiamo la nascita delle vicende che vengono prima di questo libro. La giovinezza cittadina, che Jonas è sempre stato lì, bambino, adolescente ed ora adulto e poliziotto. L’amicizia con Denny, la spensieratezza di montare a cavallo. Poi, la vergogna di subire abusi (di cui sappiamo e non sappiamo), che anche Denny subisce. La rivolta dell’amico, la morte dei pony e dell’abusatore. Insomma, sia Denny che Jonas non è che siano proprio normali, ognuno nascondendo le proprie paure e vergogne dietro strati di non detto che non potranno, ognuno per proprio conto, portare a brutte avventure e finali dolorosi.

La scrittura è comunque talmente scoperta che i misteri non sono più tali già dalle prime dieci pagine (a volerle leggere bene). Poi, tutte le altre servono ad instillare dubbi e ripensamenti, fino al veloce scioglimento finale, che rimette tutto a posto. Cioè che ordina i fatti e ne cerca una spiegazione. Purtroppo, con scarsi risultati.

Inoltre, e per non appesantire il giudizio ne parlo solo alla fine, non capisco il motivo di cambiare il titolo originale che parla di “lato oscuro”, con un anodino “negli occhi dell’assassino”. Cioè? Qual è il rapporto tra i due titoli? Possibile che i detentori dei diritti editoriali italiani non sappiano rispettare né l’autore né il lettore?

A parte il resto, mi restano anche una serie di appunti generali e personali. Ne cito due, tanto per non affossare ancora di più il testo. A pagina 168 l’inutile Marvel fa un commento stigmatizzando una frase della ex-moglie come “stupidaggini new age alla Sting”. Ora, Sting non è che sia “new age”, ma di certo ha fatto, insieme ai Police, una serie di musiche che vengono etichettate “new age music” per l’aria che fanno respirare, più che per un’adesione di Sting a quella filosofia. Confondere appunto musica e filosofia mi pare forzato.

Sempre Marvel, a pagina 85, usa le pagine del sudoku del “Daily Mail” per asciugare le scarpe, etichettandole come “inutili”. Personalmente, una sonora bestemmia. Se poi vogliamo recuperare la scrittrice potremmo forse dire che queste “idee balzane” sono messe in bocca al personaggio più odioso del libro, forse per ridicolizzarlo ancor più. Ma la resa finale non è né ironica né al limite caricaturale. Sembra solo una scrittura sbagliata.

Comunque, la collana è finita, e cercheremo di stare più attenti alle prossime.

Piccolo commento sulla collana. Ne sono usciti 20 libri, il migliore essendo quello di Patricia Highsmith, ed avendo altri 4 libri sopra la sufficienza. Mediamente, un gradimento complessivo sotto i due librini, che per un numero così ampio di uscite è decisamente basso.

C. J. Tudor “L’uomo di gesso” Corriere Profondo Nero 27 euro 7,90

[A: 22/01/2020 – I: 21/06/2023 – T: 22/06/2023] - &  

[tit. or.: The Chalk Man; ling. or.: inglese; pagine: 347; anno 2017]

La nostra scrittrice di questa trama, dopo lunghe ricerche e tramite un sito polacco, ho scoperto chiamarsi per esteso Caroline Jane Tudor, ma che preferisce i puntati nella pubblicazione delle opere. È una cinquantenne (nata nel 1972) inglese originaria di Salisbury, mentre ora dovrebbe vivere a Nottingham. Dopo una difficile infanzia, in cui è riuscita a sconfiggere l’anoressia, fa molti lavori (doppiatrice, dog sitter, intervistatrice per Channel 4, un canale televisivo pubblico britannico in chiaro), fino sa trovare una sua strada nella scrittura.

Questo è il primo di, se non vado errato, cinque romanzi. Il sesto, come si estrapola da interviste su tabloid inglesi, è invece stato rifiutato dall’editore, ed ora non si sa se lo sta riscrivendo o ne sta scrivendo uno nuovo. Ma noi ci occupiamo di questo, che, alla resa dei conti, non mi è piaciuto gran che.

La storia è deboluccia, sentita e rimasticata spesso, con qualche tentativo, non grandemente riuscito, di modificarne il corso. Inoltre, come molte opere in cui non si riesce a tenere il filo narrativo, salta su e giù la linea temporale, dove gli avvenimenti del 1986 sono inizio di fiumi di dolore che si coagulano nel 2016.

Tra l’altro, l’idea è di scrivere tutto in soggettiva seguendo uno dei personaggi, fortunatamente il più simpatico del lotto, anche se imbranato ed irrisolto. Il problema è che in questo modo nel presente c’è un quarantenne che espone fatti, e segue ragionamenti, in maniera a volte poco lineare, ma ci può stare. Quando però si salta nel passato, dovrebbe essere un dodicenne che parla, e qui, la scrittura non sorregge l’autrice. Sì, ci sono passaggi propri di un dodicenne, ma ci sono anche riflessioni e considerazioni che vanno abbastanza al di là della sensibilità di un ragazzino.

Le sirene editoriali hanno anche cercato di accostarla a Stephen King, per il solo fatto che c’è una banda di giovani che si trova di fronte ad un problema, e questo problema, in vario modo, condizionerà la loro vita, per poi scatenarsi (e fortunatamente risolversi) trent’anni dopo. Devo dire un accostamento molto pubblicitario e poco realistico. Pur non essendo un estimatore di King, c’è un abisso tra le due scritture.

Quindi, nel passato c’è una banda di adolescenti, Eddie, il narratore, Gavin, David, Mickey ed una ragazza, Nicky. Autori di piccole bravate adolescenziali potrebbero andare avanti senza lasciare alcun segno. Ma ad una giostra, Eddie, con l’aiuto di un professore della scuola, slava la vita (anche se non la faccia) di una giovane ragazza travolta da un incidente in uno degli aggeggi del Luna Park.

Eddie rimane colpito dalla faccia della giovane, che rimarrà deturpata per sempre. Mentre il professore rimane quasi coinvolto dall’umanità della ragazza inferma.

Ad un certo punto si susseguono morti accidentali e no. Muore affogato il fratello bullo di Mickey. Viene trovata uccisa e smembrata la ragazza della giostra. Muore anche (suicidio? Omicidio?), anche il professore. Ma l’atmosfera della cittadina è anche surriscaldata dalla prossima apertura di una clinica in cui fare aborti, gestita dalla madre di Eddie ed osteggiata dal pastore padre di Nicky. C’è anche una sedicenne che rimane incinta. Nonché il pastore che viene trovato massacrato e ridotto ad un vegetale.

Passano gli anni. Nicky scompare dall’orizzonte. Gavin ha un incidente provocato da Mickey e rimarrà su di una sedia a rotella a gestire un pub insieme a David. Eddie diventa a sua volta professore, un po’ squattrinato, tanto da affittare una stanza ad una ragazza, Chloe, di dodici anni più giovane. Mickey si ricostruisce una vita, ma vuole scrivere la storia dei fatti dell’86, per cui torna. Ed ovviamente muore anche lui.

La nostra brava scrittrice tenta di ingarbugliare quanto succede, inserendo tutto un rituale basato su dei gessetti colorati, con l’unico risultato di complicare la trama e dare modo ai più smaliziati di capire con molto anticipo quanto sia successo. Arriveremo alla resa dei conti, con Eddie in prima linea, ma con una soluzione che è di una debolezza estrema. Direi quasi che non sta in piedi. Ma tant’è, bisognava arrivare alla fine.

Ora, la scrittura non è sciatta, regge abbastanza il ritmo. Però i personaggi sono piatti, ed Eddie non riesce ad entrare nel cuore del lettore. Un buon compitino, che ribadisce la poca cura con cui sia stata elaborata questa collana pubblicata dal Corriere.

“Nessuno viene ricordato per le cose che non ha fatto” (176) [brano della canzone “Peggy sang the Blues” di Frank Turner]

“Il funerale di mio padre è arrivato con molti anni di ritardo. L’uomo che conoscevo era morto molto tempo prima.” (264)

Passiamo allora alle copiose letture del mese di aprile, aumentate anche da una discreta pausa pasquale. Letture che portano due libri alla quasi eccellenza, un reportage su viaggi e numeri di Silvia Benvenuti (musica per le mie orecchie) ed il recupero del primo libro di Jeff Deaver sul suo detective tetraplegico. In fondo alla scala, due noir proposti da Repubblica, la spy di Martin Cruz Smith (ben lontano dai fasti di Gorki Park) ed il poco avvincente scandinavo di Minna Lindgren.

 

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Georges Simenon

Dietro le quinte della polizia

Adelphi

s.p.

3,5

2

Martin Cruz Smith

La ragazza di Venezia

Repubblica Spy

7,90

1,5

3

Giuseppina Torregrossa

Il basilico di Palazzo Galletti

Mondadori

11,50

3

4

Gianluca Gotto

Le coordinate della felicità

Mondadori

s.p.

3

5

Drago Hedl

Silenzio elettorale

Repubblica Noir

7,90

2,5

6

Guillaume Musso

La vita segreta degli scrittori

Repubblica Brivido Noir

8,90

2

7

Colum McCann

Apeirogon

Feltrinelli

s.p.

3,5

8

Filippo Iannarone

Il complotto Toscanini

Repubblica Noir

7,90

2,5

9

Giovanni Cocco & Amneris Magella

Morte a Bellagio

Marsilio

10

2,5

10

Silvia Benvenuti

In viaggio con i numeri

EDT

s.p.

4

11

Minna Lindgren

Mistero a Villa del Lieto Tramonto

Repubblica Noir

7,90

1,5

12

John Grisham

Theodore Boone – L’accusato

Mondadori

13

2

13

Federica Bressan

Nel cuore della Tuscia

Edizioni Sette Città

s.p.

3

14

Anne Perry

Ventuno Giorni

Mondadori

5,90

3

15

Roberta De Falco

Il tempo non cancella

Repubblica Noir

8,90

3

16

Satoshi Yagisawa

I miei giorni alla libreria Morisaki

Feltrinelli

s.p.

2

17

Jeffery Deaver

Il collezionista di ossa

Rizzoli

7,90

4

 

Mi sembra allora consono all’atmosfera della settimana una citazione anch’essa proveniente da un giallo, uno di quelli dedicati alle vicende dell’ispettore Chen. Vi voglio riportare una frase di Qiu Xiaolong tratto dal suo “Quando il rosso è nero”: “solo quando uno è nei guai scopre le persone che tengono veramente a lui” (280).

Per il resto, come sapete, si annuncia un luglio di piccoli viaggi che, spero, porti a periodi di riposo e di rilancio. Sperando quindi che a metà mese non ci siano troppe soprese turche, vi saluto con un caldo (ovvio dato il clima) abbraccio.

domenica 25 giugno 2023

Si va sulla montagna - 25 giugno 2023

Dove la neve il volto ci abbronzerà. Con questa dotta citazione della canzone di Cherubini e Bixio comincio ad esaminare i testi provenienti dalla collana di Repubblica dedicata alla montagna. Ma prima che dei libri, tornerei a parlare della canzone con testo di Bixio Cherubini e musica di Cesare Andrea Bixio (intreccio bellissimo), incisa nel 1967 da Los Marcellos Ferial. Dove ricordo che il trio era tutto italiano, pur essendo stato lanciato nel ’62 come gruppo messicano, interpretando la bellissima “Cuando calienta el sol”.

Venendo ai libri, abbiamo alcuni approcci, che non mi hanno convinto molto. E se i “moderni” Brizzi e Cognetti raggiungono una discreta sufficienza, i veterani come Dino Buzzati e Lalla Romano mi hanno lasciato un po’ perplesso. Mentre mi ha proprio deluso, e non credo potesse fare di meglio, la scrittura dell’osannato Mauro Corona.

Enrico Brizzi “Una notte sull’alpe della luna” Repubblica Montagna 14 euro 9,90

[A: 22/06/2021 – I: 27/06/2022 – T: 28/06/2022] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 77; anno: 2019]

Terzo libro di Brizzi ad entrare nella mia biblioteca, dopo il mitico “Jack Frusciante…” ed il me assai caro “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”. Pur nella diversità di approccio, pur nell’affrontare un tema che non mi è caro sino in fondo, il libro rimane sugli standard di Brizzi, che al fine risulta un autore di buon livello nelle mie letture (direte voi, e gli altri libri? Quello che non leggo, non so; vedremo nel futuro).

Intanto, il libro è anche il primo delle letture che dedicherò nel futuro al tema di questa collana, cioè “la montagna”. Non è che abbia un cattivo rapporto con i monti, così come non l’ho con il mare o con altri panorami. Ripeto e sottolineo: sono un animale cittadino, che va altrove per vedere, capire, conoscere, interpretare. Ma poi, torna sempre a camminare lungo i marciapiedi della sua Roma.

Nonostante i suoi 45 anni, all’epoca dello scritto, Brizzi rimane sempre “giovane” dentro, con quella capacità, dei buoni scrittori, di riuscire ad immedesimarsi (ed a farci calare) in ogni età cui decidono di ambientare i loro scritti. Brizzi, poi, è molto legato al passaggio dal liceo all’Università (ricordiamo sempre Jack), e qui, in un contesto diverso, e con diverso spirito, è lì che ritorna, è lì che ci fa ritornare.

Come detto, è una collana dedicata alle montagne, e non so come se ne parli nelle altre scritture, ma qui si reca un sentito omaggio ad una dorsale appenninica molto interessante. Intanto perché, pur nell’Italia centrale, si chiama “Alpe della Luna”, è incuneata tra Toscana, Umbria e Marche per poi sfociare verso la Romagna, e non è neppure di altezze imponenti, essendo il suo punto più alto (Monte dei Frati) di soli 1453 metri.

Il percorso che Brizzi racconta del suo sé stesso negli anni Novanta è tipico appunto di quei gruppi di giovani che stanno “attraversando la linea”. Giovani che hanno fatto la maturità, giovani che pensano (forse o forse no) all’Università, giovani che si immaginano scenari del futuro. Qui, ne abbiamo tre, Brando, Senzombra ed il narratore. Ovvio che vogliano festeggiare, decidendo di partire da Bologna su di una scassata Renault per andare ad un concerto ad Arezzo Wave. Altrettanto ovvio che sbagliano i giorni e ad Arezzo non c’è nulla.

Alternativa? Andare a Rimini al mare. Problemi? Si, la Renault si ferma. Allora, la grande decisione: attraversare l’Appennino a piedi. Qui comincia il rapporto con la natura e la montagna. Iniziando, per Brizzi d’allora e di ora, quella scoperta del camminare che lo porterà anche ad altri scritti. Camminare che è una scoperta di sé (come sa chi lo fa anche in città). Quando poi lo si fa nella natura (e qui il mio amico Luciano mi sarà di conforto) è anche una scoperta del paesaggio, di chi ci sta dentro. Ed un approfondimento dei propri pensieri.

Ognuno porterà il proprio io in questo viaggio iniziatico, in particolare Brando, il capobranco, sempre coraggioso, sempre propositivo, anche se il suo carisma non potrà annullare la tensione che naturalmente si crea di notte, dormendo all’addiaccio in posti sconosciuti. I tre, e qui ci sono belle descrizioni di natura e persone, vanno per monti e per boschi, guadano fiumi, attraversano vallate e villaggi, incontrano persone diverse da loro, ma con le quali si instaura quel senso di comunanza quando si sta, insieme e senza mascheramenti, a contatto con la natura.

Nonostante la stanchezza, la mancanza di sonno, lo spettro costante di una fame latente, avranno momenti magici, che mi hanno rimandato ad un tramonto in una valle desertica del deserto africano che fu un momento bellissimo ed indimenticabile per me. Si scopriranno vicini, parte di una comunità. E se alla fine faranno promesse che difficilmente si mantengono a diciotto anni, non lo faranno per facciata. Dopo un’esperienza del genere, ci si promette di non lasciarsi mai, di rimanere in contatto, di restare amici per sempre.

Promesse che non sempre si possono mantenere, promesse che si fanno e poi, per mille ed uno motivi, diventano altro, diventano allontanamenti impercettibili che neanche i social moderni riusciranno fortunatamente a colmare. Se ci siamo persi di vista, ci sarà un motivo.

Rimane il ricordo di un momento in cui si aprivano tutte le possibilità e tu, mentre lo vivi, non te ne sei accorto.

Insomma, un buon racconto di formazione, con un Brizzi come a me piace, vicino e scanzonato, attento ai problemi quotidiani, alla vita, e soprattutto, alla natura.

“Non bisognerebbe mai tradire quel che si prova a diciott’anni.” (77)

Mauro Corona “Le voci del bosco” Repubblica Montagna 2 euro 9,90

[A: 25/03/2021 – I: 10/11/2022 – T: 12/11/2022] && 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 111; anno: 1998]

Se avessi letto questo libro quando fu scritto (nel ’98) o anche quando fu ripubblicato (’08), corredato anche dai bei disegni originali dell’autore, penso ne sarei rimasto incantato. Purtroppo, letto ora, dopo aver visto Corona balzare nelle pieghe della cronaca per intemperanze verbali in trasmissioni televisive, nonché nella partecipazione a non so neanche io quale tipo di “Grande Fratello … qualcosa”, non riesco a scindere l’autore dal testo.

Ne viene fuori, quindi, non un discorso onesto sugli alberi e sulla loro natura, magari condito da interessanti elementi biografici, ma un discorso, sempre sugli stessi argomenti, fatto a mo’ di “captatio benevolentiae”. Tipo, io, Corona, so di che parlo, e voi no. Io conosco il legno dei boschi e posso parlarne imbastendo discorsi che voi, ignoranti dei boschi, dovete prendere per buono. Anche se magari stai dicendo cavolate.

Ecco, io, e tutti lo sanno, non so distinguere un tiglio da un leccio, quindi, seppur mi hanno divertito ed incuriositi alcune uscite di Corona, mi rimane l’insoddisfazione di fondo di non aver capito se mi sta prendendo in giro.

Comunque, anche per un profano come me, rispetto ad un esperto ligneomorfo, la lettura, pur non entusiasmante, risulta gradevole (ed anche breve). Non sapevo, e di certo mi ha colpito, che Corona venisse da Etro, e che Etro si trova sopra il Vajont, e tutto mi porta alla mente i miei dieci anni e quello che ricordavo come “i morti di Longarone”. Comunque, Corona aveva 13 anni al tempo del disastro, e credo che quello lo abbia ancor di più legato alla sua terra.

Ed ai suoi alberi, che tratta familiarmente, come fossero compaesani, ed a volte, quasi con più gentilezza di come tratti ora i suoi amici. In effetti, e qui devo concordare con lui, ogni pianta ha dei tratti specifici che la differenziano dalle altre. Guardare il tronco, la chioma, la reazione agli agenti atmosferici (soprattutto come reagisce al vento) ci dà informazioni sulla natura della pianta stessa, sulla sua “personalità” come direbbe l’autore.

Ed è così, con un pensiero gentile a mia madre che conosceva fiori, piante e frutti come fossero amici suoi (ed avrebbe fatto un bel paio con il nostro scrittore), seguiamo le passeggiate tra boschi e valli, alla conoscenza degli alberi, del loro carattere, del loro utilizzo (e qui una valanga di notizie sugli attrezzi di legno e sul legno migliore per realizzarli).

Io mi accontento di ricordare questi giri con il ricordo veloce di alcune sensazioni.

Il cirmolo, buono e generoso, altrove ricordato come “pino cembro”, da sempre utilizzato per le sculture lignee in Val Gardena. Il carpino, piccolo e cocciuto, tanto che ci si fanno birilli e scacchi, a volte confuso con l’elegante betulla, che ci ricorda essere un albero pioniere, di quelli che si insediano per primi in nuovi territori. Infatti, la betulla è anche conosciuta come “Regina dei boschi”, per la sua bellezza nella fioritura, e per le sue proprietà diuretiche.

Ovvio che poco dopo, Corona ci racconti del “Principe dei boschi”, l’Abete Bianco, il saggio protettore dei boschi. L’abete che mi porta il Natale, ma che io ricordo solo per il miele di melata. Per poi dedicare lunghe pagine al maggiociondolo. Ora questo (ma solo perché ho cercato) è il laburno delle poesie di Sylvia Plath o dell’albero mitologico di Tolkien. E poi Corona non ci parla dell’origine del nome, che deriva dal fatto che, in maggio, le foglie del laburno, ciondolano. Ribadendo quindi la natura fragile dell’albero. Quanti altri personaggi lignei ci fa scorrere l’autore sotto i nostri occhi: il noce superbo, il pioppo sfortunato, l’alacre faggio, il resistente frassino, che invoglia gli artisti ad usarlo per i loro scopi, contrapposto al fragile acero (che io ricordo solo per lo sciroppo con cui condivo i miei pancake americani), e poi i noccioli (ahi, Soriano…), le acacie, i sambuchi, gli agrifogli, e via discettando.

Io raccolgo solo due ultime provocazioni: il duro ma non resistente tasso e l’ulivo di cui si parla pur non essendo un albero del bosco di Corona. Il primo a me rimanda ad uno dei corti inimitabili di Achille Campanile: “Il tasso della quercia del Tasso”. Se non lo conoscete, cercatelo, un piccolo gioiello. L’ulivo mi riporta invece a Gerusalemme quando vidi per la prima volta gli ulivi del bosco di Getsemani, storti, contorti, dolorosi come gli avvenimenti che videro duemila anni fa. Un’emozione che sarà difficile dimenticare.

Invece, dimenticherò anche se non presto questo libro, fragile, veloce, ma molto lontano dalle mie corde.   

“È sciocco cercare di mascherare il cammino degli anni. L’incedere del tempo cambia il colore della pelle … ma lui non se ne rammarica.” (32)

Dino Buzzati “Bàrnabo delle montagne” Repubblica Montagna 4 euro 9,90

[A: 10/04/2021 – I: 03/03/2023 – T: 04/03/2023] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 139; anno: 1933]

Anche se piace a molti, anche se questo suo primo romanzo lo scrive a “soli” 27 anni, Buzzati non è mai riuscito, nei romanzi, ad entrare nelle mie corde. Ho letto racconti ed articoli che mi hanno convinto di più, la sua presa immediata, la capacità quasi filmica di farci vedere le cose che scrive. Poi allunga il passo, e, seppur rimangono idee e sensazioni, il risultato finale a me rimane un tantino lontano dalle mie corde.

Tuttavia, devo sottolineare che questa sua prima prova contiene, in tutto o in potenza, l’insieme del mondo dello scrittore: l’amore per le montagne, che ha per corollario il legame tra l’uomo e la natura, la contemplazione del tempo che passa mescolata alla solitudine dell’uomo moderno, l’attesa. Attesa di vivere, attesa di compiere un atto che abbia senso, attesa di qualcosa che possa cambiare il nostro mondo. Un tema, questo, che vedrà il suo magico compimento ne “Il deserto dei tartari”.

Ma torniamo a questo primo testo, dove seguiamo l’odissea della vita del giovane Bàrnabo. Uno che vive per i monti e sui monti, tanto che non se ne conosce il cognome, ma da tutti è nominato come Bàrnabo delle montagne. Uno che, laddove i suoi giovani amici fanno feste e cecano ragazze, lui guarda i monti, guarda la natura, aldilà dei piccoli orizzonti delle case in cui vivono. È un guardaboschi e con i suoi colleghi, oltre a pattugliare i monti, deve sorvegliare un deposito di munizioni chiamato “la Polveriera”. Siamo in tempi grami, e ci si arrangia per vivere. I monti della val di Greve sono pieni di gente che si deve arrangiare. Gente, anche, che si dedica al contrabbando con la vicina Svizzera. Gente che non esita, se necessario, ad assaltare il deposito in cerca di armi.

Dopo un primo assalto, dove muore il capo dei guardiani del deposito, Bàrnabo ed il suo mentore Berton incrociano i briganti. Ma Bàrnabo ha paura, si nasconde, mentre Berton viene ferito. Per questo Bàrnabo viene licenziato, e deve trovare altro da vivere. Seguiamo allora il suo percorso, da montanaro a contadino, lavorando in campagna, rimpiangendo sempre quella vita che la sua vigliaccheria gli ha costretto ad abbandonare.

Passano anni (forse dieci) e l’amico Berton, l’unico che non lo ha mai abbandonato, gli consiglia di tornare. Lui lo fa con la coda tra le gambe, ma molte cose sono cambiate. Il deposito è stato spostato, i guardaboschi sono quasi tutti andati altrove. Ma a lui fanno credere che tutto è tornato come un tempo. Riveste la divisa, e si accinge a tornare a fare le ronde tra le montagne come una volta.

Viene anche a sapere che i briganti stanno tornando, ed i vecchi compagni lo illudono che lo aiuteranno nella cattura. Ma Bàrnabo si ritrova sempre solo a girare tra i monti. E vede l’arrivo dei briganti. Ma vede anche che i briganti stessi sono invecchiati, non hanno più la ferocia e l’audacia di un tempo. Arrivano al deposito e guardano delusi la vuota caverna.

Bàrnabo prende la mira, potrebbe sparare, non ha più paura. Decide (grande cambio nel passo senza speranza di Buzzati) di non farlo. Ha trovato la sua serenità, non spara. I briganti vanno via per non tornare più. Bàrnabo continuerà a stare tra i suoi monti, in pace con sé stesso.

Il contraltare che sottolinea inconsciamente, forse, Buzzati, è che ci possa essere una “grande occasione” che permetterà di dare un senso alla propria vita. Bàrnabo decide che l’occasione è non sparare. Drogo aspetterà sempre senza averla mai.

Ho letto più libri di Buzzati di quanti pensassi mi interessasse, ma pur nella non corrispondenza d’amorosi sensi con Buzzati, l’autore fa comunque riflettere. È sempre una lettura personale, è sempre un momento d’intimità con sé stessi. Dove a me rimane un monito, che non è l’aspettare delle occasioni, ma quello di avere il coraggio interiore di non mentire a sé stessi, di non farsi prendere, immotivatamente, dalla paura, di non avere, comunque, momenti di indecisioni. Ci possono essere dubbi, non ci devono essere rimpianti.

Di passaggio, ricordo solo che ho letto uno dei libri di Colaprico dedicato al maresciallo Binda, dove, ambientato in parte nel ’72, il protagonista ricorda la morte di Buzzati, dedicandogli brevi ma coinvolgenti parole, a chi ne ricordava i passaggi sui Navigli a bere sino a stordirsi (ricordo anocra, a chi se ne dimentica, che Buzzati muore per un tumore al pancreas).

Lalla Romano “Pralève e altri racconti di montagna” Repubblica Montagna 18 euro 9,90

[A: 20/07/2021 – I: 05/03/2023 – T: 06/03/2023] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 140; anno: 2017]

Devo dire nella mia beata ignoranza che, pur avendo da sempre avuto questo nome tra le orecchie come di una dignitosa esponente della scrittura italiana, non mi era mai capitato di leggerne. Vuoi perché scrisse poco, vuoi perché le sue scritture spaziano dal ’50 al ’70, e poi non vengono molto riprese, vuoi perché il suo maggior libro non è mai riuscito ad entrare in nessuna libreria familiare.

Eppure, Lalla Romano fu una piemontese doc, e quindi, mi si insegna, una persona riservata e determinata, anche se ha attraversato il Novecento con la leggerezza (verbale) di quel libro che nel ’69 le valse il Premio Strega (“Le parole tra noi leggere”, titolo bellissimo di un toccante romanzo sul rapporto madre – figlio). Piemontese delle Langhe, nata in quel di Cuneo, come Mario Soldati, che ebbe compagno di liceo, così come lo fu Cesare Pavese. E di certo era una fucina di talenti, quel Piemonte degli anni Venti, con la presenza anche del giovane Leone Ginzburg, del promettente Norberto Bobbio, del già maturo Montale, insomma di tutta quella massa di talenti che nel ’33 fondò la casa editrice Einaudi.

Ma qui stiamo narrando di un testo di montagna, e non della vita, pur interessante, di Lalla Romano e dei suoi amici. Un libro che fa parte di quella collana che ho acquistato un po’ per scommessa, puntando su di un settore di lettura, appunto la montagna, che non avevo mai praticato attivamente, né come lettore né come camminatore.

Il testo, nella sua parte più “intensa”, è dedicato alla fittizia cittadina valdostana di Pralève, che nella realtà è Cheneil, piccola località montana, appunto, sulla strada tra Chatillon e Cervinia. Un racconto lungo, già apparso con altri racconti, nel testo pubblicato da Einaudi nel ’75 con il titolo “La viandante”. In effetti, il racconto “Pralève” è del ’58 (nella firma autografo di Lalla Romano), e qui è corredato da tre brevi racconti “A Cheneil d’autunno” (‘89), “Profili di pietra” (‘87) e “Vetan” (‘97), che tuttavia non aggiungono molto all’interesse del testo principale.

La forma particolare del testo è che, un po’ a forma di puzzle, il testo principale è a sua volta una collazione di brevi scritti, di bozzetti, di pennellate (e ne capiremo il senso) che compongono il mosaico del luogo, dei suoi abitanti, e della vita vissuta da Lalla laggiù. Ne capiamo il senso maggiore ripensando che una delle arti cui Lalla Romano si dedicò sin da giovane era proprio la pittura.

Ed è in fatti come se stessimo davanti ad una tavolozza, con i vari personaggi a mo’ di colori, che la scrittrice prende, porta sulla tela, ed incastona in un dipinto che alla fine ci restituisce il senso di una serie di visite estive nella località montana, dove lei trascorse tutti i mesi di luglio per una trentina d’anni.

Ovvio a questo punto un inciso, che penso a Pralève ed invece vedo altri paesaggi. Vedo il Passo delle Capannelle, vedo la sosta a L’Aquila, vedo Teramo, incontro il mare, e mi lascio cullare dalla “nostra” Tortoreto. Lì dove ci portò mio padre, io allora seienne. Lì dove ci riportò per tutte le estati, che trascorrevamo da giugno a settembre, io fino ai miei venticinque, ma altri ancora, e mio fratello tuttora, or sono più di quaranta. Un’epopea familiare risvegliatasi e che spero qualcuno avrà la forza di scrivere.

Riprendendo quanto sopra, è la forza della pittura, che consente a Lalla di descriverci, di farci vedere le persone incontrate, incrociate in tutti quegli anni. Di cui, alcune rimarranno anche in fondo ai nostri occhi: l’albergatrice Nanda del Corona, la vedova Cristillin o l’ingegnere e le sue empatie verso le esistenze altrui. Le piccole note vi fanno vivere il posto attraverso le piccole gesta di chi ci abita. Ma è quell’introduzione corale, sia della descrizione della conca, sia delle fatiche della corriera o degli altri mezzi per raggiungere la cittadina che ci danno il contorno, che ci danno lo sfondo e le quinte di questo teatro della vita.

Facendoci poi capire che quello di cui stiamo leggendo non è lo schizzo di alcuni protagonisti, ma la vita di chi li guarda, di chi li ricorda, di chi, ora, ne scrive. Di chi non ne sapeva, di chi, attraverso la quotidianità della montagna, penetra nei luoghi, abbandonando la rigidità borghese che ne aveva accompagnato l’avvicinamento. Come si afferma infatti ad un certo punto “Sono gli uomini che fanno i luoghi”. Uomini di cui, a volte, non se ne sapeva nulla, prima di parlarne, ed ora fanno parte del “nostro” coro.

Devo comunque dire che, in finale, non mi ha conquistato in modo particolare, lasciandomi soltanto la piacevolezza di un’idea di scrittura, e di una levità di vita che sicuramente è stato un momento di piacevole riposo mentale.

Paolo Cognetti “Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna” Repubblica Montagna 1 euro 9,90

[A: 19/03/2021 – I: 21/03/2023 – T: 21/03/2023] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 139; anno: 2013]

Non ho letto, e non so se leggerò, il super-premiato libro di Cognetti, “Le otto montagne”, benedetto anche da un film, anch’esso agli onori delle cronache, ed anche questo non credo che a breve sarà frequentato. Perché, per me, Cognetti rimane ancora quello di “Una piccola cosa che sta per esplodere”, quello che nei racconti “altri da sé” ci dà bei punti di pensiero.

Ad un certo punto, l’autore si volge (anche) alle sue montagne, al mondo “alto e silente”, e ne comincia a scrivere. Questo, in realtà, è il primo dei libri che si occupa di montagne, e ben ci sta, sia a rappresentare Cognetti, sia ad essere il primo titolo della collana di Repubblica per l’appunto dedicata ai monti.

In realtà, non è un libro facile da descrivere, che non c’è praticamente trama. O meglio, c’è tutta una storia da raccontare, ma solo attraverso brani, cenni, rimandi, e poi sensazioni ed altre cose che a volte non hanno una sequenza temporale, se non nell’animo di chi le vive.

Scrittura autobiografica, ci porta diritti nella crisi dello scrittore Paolo, stretto nella vita di città, dove si sente mancare l’aria e, soprattutto, mancare lo spunto di scrittura che lo aveva sorretto sin a quel momento. Per dare uno stacco a tutto quanto decide di ritirarsi in una baita di montagna che aveva visto le prime mossa di lui bambino e adolescente, ma che erano almeno dieci anni che non vi ritornava.

Seguiamo così, in un diario cui mancano solo le date per esserlo, l’andamento di questi mesi di “ritorno alla natura” del nostro, dalla primavera che inizia all’autunno che scolora, passando indenne e pieno di colori per un’estate smagliante.

La narrazione procede così per piccoli scatti, e per tanti incontri, di persone, di cose, di animali. E lì, a contatto più con sé stesso che con la natura, ritrova in sé appunto le parole per farci partecipe del suo mondo. Prima che con Remigio e Gabriele, i suoi mentori montani, vediamo Paolo incontrare una lepre, sentire il rumore della pioggia durante un temporale, passare all’aperto una notte a guardar le stelle (“Dimmi tu luna in ciel, dimmi che fai?” questo lo cito io, visto che Cognetti invece cita anche molti scrittori, degni di nota e di ricordi), pensare a come organizzare un orto (e noi diciamo sempre “Grazie, Sandro!”). Attraverso il silenzioso rumore della natura, passando dal guardare gli alberi, ammirando la vitalità dei boschi, a ricercar per terra le orme degli stambecchi, restiamo lì, nella Valle d’Aosta che prima o poi ci rivedrà, a seguire la trasformazione del cittadino Paolo nel “ragazzo selvatico” del titolo.

Altri animali iniziano a popolare l’immaginario, ma anche il reale, di Paolo. Mentre si meraviglia dello sciogliersi della neve all’inizio dell’avventura, portandoci, pagina dopo pagina, a godere del fiorire della natura, ecco che si mette a cantare una canzone ad una marmotta, oppure ad osservare mamma aquila che insegna il volo al suo piccolo. Sino all’incontro (o al re-incontro) con gli umani. Con Gabriele il pastore chiacchierone amante delle bevute. Con Remigio, silenzioso con il suo trattore, ma che coinvolge Paolo in piccole attività campestri.

La riflessione e le letture portano il nostro Paolo a condividere con noi alcuni grandi maestri, come Defoe ed il suo Robinson, come tanto Primo Levi, come le montagne di Mario Rigoni Stern. Ma soprattutto, com’è ovvio, Thoreau ed il suo “Walden ovvero Vita nei boschi”, con un ovvio pensiero che va a Chris McCandless (quello di “Into the Wild”). Tuttavia, personalmente, mi ha entusiasmato conoscere (ed approfondire) la personalità di Elisée Reclus, francese ottocentesco che si definiva “geografo, ma anarchico”. Ed in particolare mi ha preso la frase in commento al suo librone “L’uomo e la terra”, che dice: “La Geografia non è che la Storia nello spazio, mentre la Storia non è che la Geografia nel tempo”.

Qualcuno trova le pagine di Cognetti “un po’ lente”, ma io ritengo che questa lentezza sia congeniale al modo di proporre la materia a noi lettori, di farci riflettere, di farci prendere una pausa. A me non fa venire voglia di ritirarmi in montagna per perseguire una vita autarchica, non è nelle mie corde. Certo, mi carezza che ci sia Soriano come paracadute di riflessione. Ma la voglia di partire, di allontanarsi dal caos presente (ed italiano) mi fa solo venire in mente un aereo, un volo, un atterraggio ed un giro in un mondo altro dove far magari i conti con altre vite artificiali, tuttavia diverse dalla mia.

Un libro degnamente letto appunto in un momento altro, pensando ad un giardino zen giapponese, mentre in aereo tornavo verso casa.

“La fine è importante in tutte le cose.” (133)

Essendo una settimana italiana, ed anche volta alla leggerezza, vorrei riportare alcune frasi dal certamente poco profondo “Il tempo che vorrei” di Fabio Volo, un autore che si fa leggere, e che ogni tanto inserisce momenti di riflessione che mi coinvolgono grandemente. Come in questo caso, con due piccoli grandi inserti dedicati alla lettura.

“Sappi che leggere mette in moto tutto dentro di te: fantasia, emozioni, sentimenti. È un’apertura dei sensi verso il mondo, è un vedere e riconoscere cose che ti appartengono e che rischiano di non essere viste. Ci fa riscoprire l’anima delle cose. Leggere significa trovare le parole giuste, quelle perfette per esprimere ciò a cui non riuscivi a dare una forma. Trovare una descrizione a ciò che tu facevi fatica a riassumere. Nei libri le parole di altri risuonano come un’eco dentro di noi perché c’erano già. …. Non importa se il lettore è giovane o vecchio, se vive in una metropoli o in un villaggio sperduto nelle campagne. Così come è indifferente se l’argomento di cui sta leggendo riguarda un’epoca passata, il tempo presente o un futuro immaginario; il tempo è relativo e ogni epoca ha la sua modernità. E poi leggere è bello, punto. Io a volte dopo aver letto un libro mi sento sazio, appagato, soddisfatto, e provo un piacere fisico” (90)

“I personaggi, le frasi e le parole trovate nei libri sono come ponti che ti permettono di spostarti da dove sei verso dove vuoi andare, e quasi sempre è un ponte che unisce il tuo vecchio io a quello nuovo che ti attende” (130)

Pensieri che non potrei esprimere meglio.

Comunque, abbiamo passato il solstizio d’estate, stagione cui dovremmo essere quindi entrati a pieno diritto. Anche perché si svolta passando per un onomastico fondamentale, ed un ricordo di una delle mie più care zie, che seppur da tempo ci ha lasciato, oggi avrebbe doppiato la boa dei novanta anni. Ah, quanto speriamo di potere, io e voi, continuare a lungo con la nostra testa sulle spalle. Per ora ci si accontenta di pensare che, pur onusti, si prova ad andar per il mondo. E non è poco.