domenica 10 settembre 2023

Quasi classici - 10 settembre 2023

Per la ripresa autunnale, una cinquina “quasi classica”, con tanti autori di grido ed un italiano di buon talento. Certo, i sudamericani staccano il gruppo, con il mio sempre caro Borges a tirare fili che mi portano ovunque, ed un Puig che andrebbe letto e riletto. Non fallisce un maturo Hemingway, mentre McEwan continua a non piacermi fino in fondo. Di Giordano dissi e più avanti dico, quindi leggetene.

Jorge Luis Borges “Il libro di sabbia” Repubblica Latino-americana 12 euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 04/02/2023 – T: 06/02/2023] - &&& e ½     

[tit. or.: El libro de arena; ling. or.: spagnolo; pagine: 155; anno 1996]

In gioventù sono stato un patito, quasi fanatico di Borges. Mi piacevano i suoi giochi intellettuali, quel suo modo di porgere che poteva essere letto in vari modi, stratificandone le interpretazioni. Poi l’ho perso di vista (che brutta cosa parlare così di un ipovedente), laddove tuttavia rimanevano alcune stelle fisse di alcuni racconti che non scordo né scorderò mai. Uno su tutti, che spero vi sia presente in mente, è “Pierre Menard, autore del Quixote”.

Ora, veramente a distanze siderali dalle ultime letture, mi capita tra le mani questo che, in effetti, è l’ultimo libro da lui pubblicato. Anche se in realtà, questo è un condensato di più “cose” che hanno visto le stampe sette anni dopo la morte di Borges, per la cura della sua depositaria testamentale, Maria Kodama. Cioè è l’unione di un libro di racconti, “Il libro di sabbia”, pubblicato nel 1975, con un altro libro di racconti, “Venticinque agosto 1983 e altri racconti inediti” pubblicato direttamente nella traduzione italiana nel 1980 per i tipi di Franco Maria Ricci.

Borges è sempre Borges, può piacere o meno, anche se sempre sfida l’intelletto, mette paletti strani intorno alle parole, gira, va in fondo ad una parte che non ci si aspetta e poi ritorna. Come ho detto, a me generalmente piacque, ed anche in questi racconti ne ho gradite alcune parti. Non tutto, come se, giustamente, io sia anche cambiato nel tempo. Questo mi ricorda un commento di cui mi sfuggono i contorni, sulla rilettura dei libri, che sempre ci danno delle sensazioni, anche se a volte diverse dalle prime.

Una serie di temi sono presenze fisse anche in queste righe argentine. Ad esempio, la fascinazione verso le leggende germaniche o del nord Europa in generale. Laddove riemergono, ad esempio, Sigfrido e Brunilde (anche se Borges li chiama con i loro nomi norreni che mi scordo ancor prima di leggerli). O meglio ancora, i canti, le poesie impossibili, l’accostamento all’assoluto poetico. Come ne “Lo specchio e la maschera” dove le rime si assottigliano fino a diventare una sola parola, che in questo racconto non sappiamo. Ma che potremmo forse rivedere in “Undr”, nient’altro che una possibile pronuncia medioevale della parola “wonder”. Perché, come diceva Giambattista Marino nel Seicento “È del poeta il fin la meraviglia...”.

Altro elemento che colpisce i miei addormentati sensi è il rovescio che si presenta ne “Il libro di sabbia”. Nel bellissimo, celebratissimo, a volte citato anche fuori contesto, “La biblioteca di Babele” sono presenti tutti i libri possibili generati da stringhe casuali di lettere. Ce ne saranno infiniti senza senso, ma l’uomo troverà (se cercherà) quelli che poi diventeranno i libri che stiamo leggendo. In questo rovesciamento, il libro di sabbia contiene infiniti fogli infinitamente sottili (una predizione già presente nella biblioteca) che sono l’insieme di tutti i libri possibili. C’è una vertigine matematica in tutto ciò, ma anche un rimando mentale (ripreso in modo latente ne “La rosa di Paracelso”) tra la fede nelle scritture (o nelle Scritture) e l’incredulità.

Non manca un rimando, anche qui frutto di qualche salto mortale, a “Funes el memorioso”, quando il narratore ha in dono tutti i ricordi dell’autore inglese (dono molto pesante) ne “La memoria di Shakespeare”. Come non manca, e qui mi ha sorpreso come fosse un racconto verista (e forse lo è) alcune pagine che tentano di spiegare il comportamento di Avelino Arredondo, l’uruguayano reo dell’unico assassinio presidenziale in quel paese. Nel 1897, Avelino uccide con tre colpi di pistola il presidente delle Repubblica Juan Idiarte Borda, senza poi commentare mai il suo gesto. Commenti che, appunto, Borges cerca di inventare (convincentemente).

Io, al fine, preferisco i due incipit, de “Il libro…” e di “Venticinque…”. Sono tutti basati sulla presenza del doppio, del diverso sé, di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Ed andrebbero letti in sequenza. Uno è visto dalla parte dell’anziano Borges che incontra il sé giovane, cercando di dissuaderlo da intraprendere le difficile strade che lo porteranno all’incomprensione, alla vecchiaia, alla cecità. L’altro è visto specularmente dal Borges giovane che incontra l’anziano sé, deluso di tutto quello che ha fatto (o che non ha fatto) e che decide, il giorno successivo al suo compleanno (Borges era nato il 24 agosto 1899) di darsi la morte.

Se fossi un iperpatito di citazioni compulsive, adesso sciorinerei i titoli originali, le date di pubblicazione di ogni pezzo, i rimandi (spesso Borges oltre ad autocitarsi, utilizza nomi che provengono dal suo pantheon personale). Ma sarebbe una cattiva introduzione a questo Borges tardivo. Che va letto, è comunque di buon livello come quasi tutto l’autore, almeno per me, e degustato appunto come una vendemmia tardiva, che addolcisce il palato, lasciando in fondo alla gola il rimpianto di quello che potrebbe essere stato.

“Le piaceva uscire a camminare da sola … anche a me. Possiamo uscire insieme.” (14)

“Non esiste libro così cattivo da non racchiudere qualcosa di buono.” (30)

“La vita dà tutto a tutti, ma i più lo ignorano.” (61)

“Dare un prologo a racconti non ancora letti è un compito quasi impossibile, perché richiede l’analisi di trame che è meglio non anticipare. Preferisco quindi un epilogo.” (93)

Paolo Giordano “Tasmania” Einaudi s.p. (Regalo di Natale di Mario&Ines)

[A: 25/12/2022 – I: 16/02/2023 – T: 19/02/2023] && ---

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 258; anno: 2022]

Di Giordano avevo, come molti, letto “La solitudine dei numeri primi” che mi era piaciuto il giusto, ma certo meno di quanto se ne parlasse in giro. Ho riprovato ora, dopo aver letto, ogni tanto, qualche articolo sui giornali, con questo, riuscendo a raggiungere lo stesso poco soddisfacente risultato. Infatti, pur risultando il miglior romanzo del 2022 secondo la classifica de “La lettura” del Corriere della Sera, a me è rimasto un po’ sul vorrei ma non posso.

Alcune buone idee, alcuni sviluppi che si fanno seguire, ma un complesso che risulta leggermente scollegato, quasi ad aver riunito le bozze di differenti testi per poi cercare di legarle insieme in una storia coerente.

Perché ha di certo la struttura di un romanzo, ma all’interno si sviluppano diverse linee di pensiero, sovente legate all’autore stesso, quasi fosse una bio-fiction. Il tutto, infatti, ruota intorno al personaggio principale un vero alter-ego di Paolo. Ne capiamo la storia personale, la storia lavorativa ed altre storie correlate. Con ovvi discostamenti da Paolo, anche se non essendo un cultore di notizie, non so, e forse neanche mi interessa tanto, della vita reale dell’autore. O almeno, so il giusto, quello pubblico a tutti. Giordano si è laureato in fisica, ha svolto ricerche e lavori a livello universitario, è sposato, ha cominciato a scrivere romanzi, e continua pubblicando anche articoli sui giornali.

Ma veniamo invece al personaggio centrale. Nella storia personale è sposato con Lorenza, anche se il rapporto sembra procedere su di un crinale pericoloso. Lei è più grande, ha un figlio da un precedente matrimonio, ma ne vorrebbero uno insieme che non viene, creando una frattura tra i due. O forse un momento di frizione più per lui, alla fine. Lorenza lo elabora, continua su di una sua linea di comportamento aspettando che lui, alla fine, capisca qualcosa.

Nella loro storia sono moderatamente benestanti, vanno in giro per il mondo (bello il cammeo sul Laos), ed in una vacanza per lasciarsi tutto alle spalle, soprattutto la procreazione mancata-mancante, fanno anche scambio di coppia con dei coniugi olandesi.

C’è il grande amico Giulio, quello che continua le ricerche a Parigi, che vive un divorzio doloroso ed una difficoltà a rapportarsi con il figlio. Nelle sue andate a Parigi da Giulio, il nostro conosce anche un professore che si occupa delle forme delle nuvole, un premio Nobel che fagocita tutti quelli che ha intorno, con il quale sembra ad un certo punto poter stabilire un contatto, ma l’egoismo (o l’egotismo) del professore manda tutto all’aria.

A Parigi conosce anche una reporter di guerra, Curzia, che occupa i suoi pensieri nei momenti di crisi con Lorenza. Un’amicizia intelletual-giornalistica che stimola entrambi nei rispettivi campi, e che lui pensa possa svilupparsi anche verso altre strade, che Curzia gli fa capire siano impraticabili.

Infine, c’è Karol, il prete amico e mentore, con il quale si confida e ne viene fatto confidente. Un prete decisamente umano, con tutti i problemi che ogni uomo, prete o meno, può avere. Con una crisi che sta attraversando e che condivide con il nostro. Una crisi che, allontanandolo da Dio, lo porta vicino a Gesù, ricostruendo un percorso di fede che sembrava dissolversi.

Poi, c’è il motivo letterario, la narrazione nella narrazione. Che il protagonista vuole scrivere un libro sulla bomba atomica, ed inserisce nel testo lunghi, documenti ed anche interessanti capitoli su Fermi, il progetto Manhattan, la bomba su Hiroshima ed altri momenti di distruzione di massa. Quasi a fare un ardito parallelo tra le possibili distruzioni esterne, comprese quelle che influiscono sul clima, alle visibili distruzioni interne del protagonista. Ma tutta questa parte, pur dotta, non appassiona. Un grande grido di dolore su tutte le storture che avvengono nel mondo degli uomini, ma come molti gridi di dolore, rimangono sulla carta e niente più.

Infine, ci sono le parole di Lorenza che entrano nel cuore del protagonista e forse faranno germogliare qualcosa. Abbiamo passato tante cose, le dice, ed io ci sono sempre, anche nei tuoi momenti più bui. Ed il protagonista sa di cosa stiano parlando.

Infine, c’è la Tasmania, citata come luogo rifugio da tutte gli inquinamenti del mondo, quell’isola laggiù che, proprio perché isola, può simboleggiare isolamento ma anche protezione.

Infine, c’è il tempo che scorre, e Giordano, in un certo senso brillantemente, salta gli anni pandemici, che noi e lui sappiamo esserci. Che lui ci parla del prima e del dopo. Il durante è duro ed è conseguenza del prima e innesco del dopo.

Infine, c’è la chiusura, in quel di Hiroshima che a marzo di quest’anno sono andato nuovamente a visitare, ed ogni volta è come la prima. Un grande ed impensabile pugno nello stomaco. Diverso dai campi nazisti, ma forte ed irrimediabile nella sua brutalità.

Tutto ciò ci dice l’autore, che tutto possiamo passare se finalmente riuscissimo a sapere chi siamo, se riuscissimo a vederci dentro, se riuscissimo a portare il nostro io verso gli altri e costruire quel futuro insieme che noi, io, te, i nostri amici e compagni, seguiamo come un sogno da cinquant’anni. Bella la speranza, ovvio. Meno riuscita, come detto, la forma.

Manuel Puig “Il bacio della donna ragno” Repubblica Latino-americana 8 euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 27/05/2023 – T: 29/05/2023] - &&&     

[tit. or.: El beso de la mujer araña; ling. or.: spagnolo; pagine: 251; anno 1976]

Ho sempre avuto in una parte della mente un pensiero verso Manuel Puig Dellevedove, dopo aver letto poco o nulla di lui, ma dopo aver visto il bellissimo film del 1985, tratto proprio da questo libro, e con l’interpretazione che gli valse l’Oscar di William Hurt. E mi ripromettevo prima o poi di colmare questa lacuna.

Puig è stato una lunga meteora nella letteratura argentina, prima di tutto distanziandosi nella modalità di scrittura dai due pilastri estremi di quella letteratura: Julio Cortazar e Jorge Luis Borges. Inoltre, ebbe una vita ben movimentata, quando, in seguito ai suoi scritti poco ortodossi per il potere fu costretto a lasciare il paese nel 1973. E sarà in esilio che, poco più che quarantenne, scrive questo testo, per anni censurato dalla dittatura, prima peronista poi militare. Sia per i contenuti politici che per quelli sessuali del suo testo.

Tra l’altro Puig, sui venticinque anni, seguì a Roma un corso di sceneggiatura, visto che è sempre stato un amante del cinema e nel cinema aveva posto la speranza di un suo modo di vivere. Certo, i film ed il suo lavoro per i copioni cinematografici rimane molto impresso nella sua scrittura, ed in questo libro raggiunge un’espressività estrema.

Come in molte delle sue poche opere (Puig muore non ancora sessantenne per un attacco cardiaco, alcuni dicono di AIDS ma non fu mai provato, avendo al suo attivo solo otto romanzi), c’è sempre un po’ di realtà nella sua finzione. Qui, in particolare, i due personaggi sono in effetti le due metà di uno letterato e politico argentino, Luis González de Alba, attivista omosessuale e personaggio di spicco del movimento studentesco messicano. Non è senza motivo, quindi, che la maggior parte del testo, Puig la scrive durante il suo primo esilio a Città del Messico.

La particolarità del testo, che si basa su due soli personaggi, è il fatto di essere tutto un dialogo. Non c’è narrazione esterna, non ci sono descrizioni. Si va avanti con i due che parlano, dialogano, si confrontano. Ed è dalle loro parole che emerge tutta la storia (oltre alle note di cui parlo in finale).

I protagonisti rinchiusi in una claustrofobica cella dal settembre all’ottobre 1975, sono Luis Molina e Valentin Arregui. Il primo, omosessuale dichiarato, è in carcere per “corruzione di minore”. Il secondo, perché appartenente ad un’organizzazione di estrema sinistra che vuole rovesciare il governo argentino.

I due parlano, si confrontano, mettono in mezzo le loro convinzioni, personali di Molina e politiche di Valentin, partendo da posizioni distanti, quasi antagonistiche. Tra l’altro, sappiamo che Molina è messo lì, ricattato dal direttore del carcere, al fine di trovare connessioni di Valentin con altri estremisti. La maggior parte del tempo, è Molina che parla e racconta una serie di film a Valentin (ovvio tributo alle passioni di Puig). Sono in fondo i film una facile allegoria della loro condizione. Si parla di situazioni amorose difficili, di donne pronte a sacrificarsi, di situazioni oppressive e claustrofobiche (comunque sui fil torneremo).

Molina, pur nella sua complicata situazione sessuale, alla fine è più forte nella sofferenza, più capace nell’affrontarla. Sofferenza che invece intacca Valentin. Ed è sempre Molina che, empaticamente, riesce a sostenere Valentin, riesce, insieme a Valentin, a trovare un terreno comune, una dolcezza che allevia le sofferenze di Valentin. Un Valentin che verso la fine dirà la chiave del testo: “Tu sei la donna ragno, catturi gli uomini nella tua tela”. Una vicinanza che porterà Molina a gesti estremi da cui sarà difficile tornare indietro.

Le mie amiche libropeute lo avevano inserito nei consigli di lettura dopo aver avuto un incubo, insieme a “La peste” di Camus, a “La polvere dei sogni” di Brink ed altri. Consiglio che personalmente ritengo mal posto. È un libro, che seppur non interamente riuscito, va letto per quello che è, anche con tutto il corredo di sovra testo che Puig vi pone. Non a caso è anche riempito di note, spesso fittizie, che tentano di dare spiegazioni di diversa natura sull’omosessualità. Così che il lettore viene inserito in un circuito di pensiero che lo deve portare al di là dello scritto.

Ma io vorrei finire con le sei pellicole che attraversano il libro. La prima, di una bellissima descrizione che ne fa Molina, è “Il bacio della pantera” bellissimo film horror del ’42 di Val Lewton. Il secondo è un film probabilmente inventato, basato su di una mescola di film propagandistici di stampo nazista e del film premio Oscar del ’46 “A Parigi nell’ombra”. Il terzo lo seguiamo solo nella testa di Molina, si tratta de “Il villino incantato” una tenera storia d’amore post-bellica interpretata da Robert Young. Del quarto film non sappiamo il titolo, è solo una storia della presa di coscienza di un giovane che alla fine si unisce alla guerriglia contro il potere. Con il quinto torniamo ai film horror della fucina di Lewton, dal titolo auto esplicativo “Ho camminato con uno zombi”. Anche dell’ultimo film non abbiamo il titolo, ma parla di due che si innamorano, ma, senza soldi, la donna deve prostituirsi per vivere.

Il bello dei film è che fanno da contrappunto alla storia che si sviluppa nella piccola cella (e nelle sue propaggini fuori dal carcere). Per questo, non dico altro delle trame, né degli addendi che le trame stesse hanno con il libro.

Pur avendo delle piccole cadute di tono (per me nei periodici flussi di coscienza in corsivo) è senza dubbio un libro di interessanti letture e spunti.

Ian McEwan “Lezioni” Einaudi s.p. (Regalo di Anto&Paolo)

[A: 07/05/2023 – I: 29/05/2023 – T: 01/06/2023] - &&   

[tit. or.: Lessons; ling. or.: inglese; pagine: 561; anno 2022]

Un bel libro che non mi è piaciuto. È scritto ovviamente molto bene, dato che McEwan è uno scrittore che sa usare il linguaggio in modo egregio. Ed è altrettanto ben tradotto da Susanna Basso, visto che il testo italiano scorre senza intoppi, restituendo al lettore la sensazione di leggere direttamente dall’autore.

È una cavalcata di settanta anni tra la Storia e la storia, ma che, alla fine, mi ha dato l’impressione di essere una rivisitazione in salsa inglese dello Stoner di John Edward Williams. Seguiamo per un numero esorbitante di pagine la vita di Roland, con tutti i suoi alti e bassi (poi ci si torna), senza che né lui né altri personaggi facciano un salto di qualità nel nostro immaginario di lettori. Belle descrizioni, personaggi che risaltano agli occhi, ma nessuno di cui innamorarsi. Forse McEwan riprende, addolcendolo, la sua figura di Dottor Macabre, mostrando che nessuno è degno di essere esaltato: tutti hanno difetti e lati oscuri. Beh, questo lo si poteva sapere anche senza leggere una riga.

Per quel poco che so della vita di McEwan, di certo ci sono punte autobiografiche. La nascita ad Aldershot nel 1948, ad esempio. O la scoperta, in tarda età, sia di Ian che di Ronald di avere un fratello dato in adozione prima della sua (loro) nascita. Ma non solo nell’altre ego naturale Ronald, dato che una parte di Ian si ritrova nella scrittrice Alissa, come lui sempre sulla soglia di un grande premio. D’altra parte, la frase che riporto in finale, pronunciata da Alissa, è illuminante per questi aspetti, e forse anche altri. Per cui, non ho interesse a separare il grano dalla pula, ma di entrare con tutte le scarpe nella trama e nei suoi risvolti.

Trama che, pur seguendo la vita di Roland dai trent’anni circa fino ai giorni nostri, è scritta quasi in affabulazione. Si parla, si entra in una situazione e poi a questa se ne collegano altre, avvenute prima o anche dopo il flusso narrante. L’idea è di costruire una rappresentazione a tutto tondo di una vita. A me, alla mia idiosincrasia per i salti temporali, a volte fa perdere il ritmo del testo che sto leggendo.

Quindi, venendo al testo, la scrittura ci porta subito al centro dei problemi. Iniziando da quelli privati. Roland è stato appena lasciato dalla moglie Alissa, ad accudire il piccolo Lawrence. Ovvio che questo porta modifiche a tutto il percorso di vita di Roland, come spesso accade ed accadrà. Così veniamo a sapere della sua gioventù, quando promettente pianista, viene concupito dalla sua insegnante. Certo questo gli apre le strade del sesso, ma rimarrà sempre un grosso segno nella sua vita. Per liberarsene, fugge. Dalla scuola, dal piano, dall’amante.

Sarà uno dei tanti percorsi mancati. Non diventa pianista di concerti, ma passerà molto tempo come pianista di piano bar. Sarà una promettente promessa tennistica, ma poi si risolverà a fare il maestro. Tenterà per tutta la vita di diventare poeta (“bello e maledetto” come i suoi modelli) fallendo anche lì. Insomma, un mediocre. Che troverà i suoi momenti di felicità negli sprazzi della vita, quasi involontariamente. Con la seconda moglie, presto portatagli via da un tumore. Con la nipotina Stephanie, con la quale chiuderà il libro, consegnandole un mondo che non è riuscito a salvare.

Perché in parallelo, vediamo la Storia che attraversa la vita di Roland. La crisi di Cuba del ’63, che lui esorcizza scopando per la prima volta. Il disastro di Chernobyl affrontato con Lawrence appena lasciati da Alissa. Le speranze della caduta del muro di Berlino naufragate nelle guerre balcaniche. Le torri gemelle, che si tocca di sfuggita, per arrivare ai tempi nostri, con invettive contro la Brexit e le dolenti note tra pandemia e post-pandemia.

Tra questi due binari si svolge la vita senza qualità di Roland, con tutte le sue aspettative tradite, spesso, nella mia ottica, perché non ha un briciolo di spina dorsale per prendere un problema, almeno uno, di petto, in prima persona.

Discorso a parte merita la lunga storia del breve amore con Alissa, moglie anglo-tedesca che lo lascia con il piccolo Lawrence, che solo così può dare una svolta alla sua vita. Alissa non tronerà mai indietro, ma produrrà una buona messe di romanzi, che le daranno successo. E McEwan si arrovella sul dramma crudele di una madre che decide questa scelta estrema. Quasi rigirandosi in mente la frase di Doris Lessing, quando le fu chiesto perché avesse abbandonato i figli al marito per dedicarsi alla scrittura. E Doris rispose: "Per molto tempo ho sentito di aver fatto una cosa molto coraggiosa. Non c'è niente di più noioso per una donna intelligente che passare infinite quantità di tempo con bambini piccoli. non ero la persona migliore per allevarli. Avrei finito con l'essere … un intellettuale frustrato come mia madre". E leggendo il libro capirete il senso della frase.

Certo, Roland è un po’ una parte di ognuno di noi. E la sua vita ci porta ad interrogarci su cosa significa essere uomini (o donne, non vorrei entrare nel politically correct). Non dico che ci debba esser ottimismo, per il mondo in cui viviamo, e per come lo abbiamo ridotto. Ovvio che non molto possa fare singolarmente ognuno di noi (il meglio di Roland si ha quando porta di contrabbando dei vinili nella Germania Est), e tutta la Storia del Novecento non può essere cambiata né da Roland né da Alissa. Quello che manca, quello che mi è mancato è quel piccolo slancio che avrebbe potuto avere Roland nel godere, nell’essere felice di quello che si ha. Di quello che ha avuto.

Alla fine, io me lo sono chiesto, che come tutti i Roland di questo mondo, anch’io sento di aver mancato molti obiettivi potenziali. Ma il mio mentore Luisa mi ha insegnato a fare un bagno di realtà. E se io, se noi, siamo quello che siamo, dobbiamo conviverci ed esserne felici.

Io lo sono.

“Chissà se un genio può trovare la felicità. … Meglio essere un idiota, una mediocrità?” (118)

“Devo proprio darti una lezione su come si legge un libro? Prendo a prestito. Invento. Saccheggio la mia vita. Prendo un po’ dove capita, modifico, faccio tornare le cose come mi pare. … Tutto quello che è mio, mescolato con quello che invento.” (537)

Ernest Hemingway “Di là dal fiume e tra gli alberi” Mondadori s.p. (Prestito di Francesco)

[A: 22/03/2023 – I: 26/06/2023 – T: 28/06/2023] - &&&   

[tit. or.: Across the River and into the Trees; ling. or.: inglese; pagine: 245; anno 2023]

Non credo che sarei tornato ancora ad Hemingway se Francesco non fosse un patito di Matilda De Angelis e se Matilda non fosse stata interprete del film tratto da questo libro e se non avessi scelto di regalare il libro a Francesco per fargli vedere le differenze tra film e libro. Fatte queste premesse, alla fine è lo stesso Francesco che mi chiede di leggerlo e quindi eccoci di nuovo a Hemingway ed alla sua scrittura.

Come spesso mi accade leggendo gli scritti di Hemingway redatti dopo la Seconda Guerra mondiale, sembra uno scritto fatto di nulla. Non ci sono più le azioni dirette come in “Per chi suona la campana” né ci sono i movimenti tra feste e bar come in “Fiesta (Il sole sorge ancora)”. È tutto un moto del pensiero, e si regge, magistralmente, su duecento pagine di dialoghi. Certo, ci sono alcune descrizioni, che completano l’opera, ma il parlato ha qui una sua presenza assolutamente decisiva.

Un parlato che coinvolge due persone, al centro di tutte le pagine: il colonnello di fanteria Richard Cantwell e la nobildonna veneziana, la ventenne Renata. Dalle loro parole, dalle loro schermaglie, ricostruiamo, sfogliandola nel tempo tutta la storia.

Richard ha ora cinquant’anni (l’età stessa di Hemingway alla stesura del romanzo, ed in fatti, come vedremo poi, non pochi sono i rimandi autobiografici), viene comandato dal suo esercito essere di stanza a Trieste (all’epoca contesa e zona franca). Motivo per cui, avendo un cuore malandato cui non fa affidamento, decide di tornare nelle zone che lo hanno visto giovane.

Tra un presente dialogato ed un passato ricordato, Richard ci narra delle ferite che subì, diciannovenne, nella campagna d’Italia a Fossalto di Piave, della piccola convalescenza, e poi, con un salto di venti anni, a cosa fece durante la Seconda Guerra Mondiale. In particolare, narrando il modo in cui lui e le truppe americane entrano a Parigi per liberarla dall’occupazione tedesca. Non solo, ma nelle more ricorda anche uno dei suoi sport preferiti, che ancora pratica: la caccia alle anatre in laguna.

Richard, tra incontri all’Hotel Gritti e puntate all’Harry’s Bar di Cipriani, conosce e si innamora della giovane Renata. Insoddisfatta e ricca, Renata è una ventata di freschezza nel crepuscolo di Richard. Lo porta a ragionare, lo porta spesso a dire “Ti amo”. Hemingway intercala anche scene non di sesso, ma in cui se ne intuisce l’esistenza. Ma il tramonto di Hemingway si riversa tutto in quello di Richard, che sa di aver poco da vivere con il suo corpo malandato.

Sembra alla ricerca di un modo per allontanare Renata, ma la giovane ha un attaccamento verso questo maturo soldato quasi al di là della comprensione (nostra). Richard beve, prende svogliatamente le pasticche, prende freddo a caccia di anatre, ed al ritorno da Caorle verso Venezia, muore in macchina, ricordando le parole del generale Thomas Jonathan “Stonewall” Jackson: “lasciatemi attraversare il fiume e riposare all'ombra degli alberi”.

Le parole che Hemingway prende per dare un titolo che gli piacesse al testo.

Oltre l’età, ricordiamo che Hemingway stesso fu ferito sul Piave durante la Prima Guerra mondiale. Inoltre, in quegli anni, intorno al ’48, si trasferì per un periodo a Cortina d’Ampezzo (e di sicuro incontrò mia zia e i suoi parenti, vero Adriano?), dove fece amicizia con il variopinto mondo che passava le vacanze nelle alture ampezzane. Tra cui la giovane Adriana Ivancich, di cui Hemingway si innamorò (ovvio che divenne Renata). Proseguendo poi tra soggiorni a Venezia all’Hotel Gritti, bevute infinite da Cipriani e pomeriggi a caccia di anatre. Lì gli viene l’idea del romanzo. Lì lo comincia, anche se poi lo termina l’anno dopo a Cuba. Inoltre, una volta finito, date le forti connotazioni con gli ambienti italiani e con persone viventi, ottenne che ne fosse bloccata la pubblicazione. Che infatti avvenne per la prima volta solo nel 1965, grazie all’opera meritoria della grandissima Fernanda Pivano, la cui postfazione è tutta da leggere.

I suoi appunti ci fanno ripercorrere il tuffo nei ricordi di Hemingway-Richard, avendo accanto una giovane, Renata, che l’inglese colonello chiama in americano, cioè “Rinata”. Poiché Ernest ben conosce anche l’italiano (e pieno di parole italiane è il testo), non sugge la metafora che Richard vorrebbe nella sua amante adolescente. Rinascere, o, meglio, far nascere lei in un mondo diverso, migliore, non quello triste suo. Che volge alla fine. Cupamente, come saranno cupi gli ultimi dieci anni per Hemingway fino al mortale colpo di fucile che si infliggerà il 2 luglio 1961.

E pur essendo cupo, ci sono sprazzi di luce, che l’amore e l’amicizia sono un orizzonte cui Richard tende, senza mai raggiungerlo. E poi c’è Venezia, la città nobile e bella, dei salotti degli Hotel, ma soprattutto della locanda di Cipriani. Non mancando (ormai una costante per Hemingway) un tasso alcolico che inebria anche chi legge. Ogni due pagine, c’è un Martini molto secco che ci aspetta. Ed in tutte le cene non possono mancare bottiglie di Valpolicella e fiumi di champagne.

Non tutto mi è piaciuto del libro, ma credo che leggerlo nella nostra maturità ce ne dia una visione più ampia. I critici, all’epoca, lo stroncarono. Io, come molti dopo, ne vedo il canto del cigno che va verso la sua fine, cercando di trovare il suo posto, tra gli alberi che lo videro giovane.

Prima trama settembrina, quindi eccoci alle corpose letture di giugno, illuminate da tre bei libri: il gradito regalo che mi ha fatto percorrere Francesca Melandri, ed i ricordi di due scrittori scomparsi a me cari, Colin Dexter e Amos Oz. In fondo al gruppo, al solito, esempi eponimi di due collane poco riuscite, i Neri del Corriere e le Spie di Repubblica.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Ian McEwan

Lezioni

Einaudi

s.p.

2

2

Paolo Regina

Morte di un antiquario

Repubblica Anima Noir

8,90

3

3

Ben Pastor

Il ladro d’acqua

Mondadori

s.p.

2

4

Giuseppe Catozzella

E tu splendi

Repubblica Montagna

9,90

2

5

Francesca Melandri

Sangue giusto

Bompiani

s.p.

4

6

Tom Clancy

Il cardinale del Cremlino

Repubblica Spy

7,90

1,5

7

Colin Dexter

Il giorno del rimorso

Sellerio

s.p.

4

8

Simonetta Agnello Hornby

La cucina del buon gusto

Corriere Oggi

8,90

2

9

Mariolina Venezia

Rione Serra Venerdì

Einaudi

17,50

2,5

10

Alicia Gimenez Bartlett

La presidente

Sellerio

16

2

11

Georges Simenon

Il gatto

Repubblica

9,90

3

12

Guillaume Musso

La vita è un romanzo

Repubblica Anima Noir

8,90

3

13

C. J. Tudor

L’uomo di gesso

Corriere Profondo Nero

7,90

1

14

Amos Oz

Resta ancora tanto da dire

Feltrinelli

9

4

15

Anne Perry

Marea oscura

Mondadori

5,90

2,5

16

Mai Jia

Il fatale talento del signor Rong

Repubblica Spy

7,90

1

17

Ernest Hemingway

Di là dal fiume e tra gli alberi

Mondadori

s.p.

3

18

Mariolina Venezia

Via del Riscatto

Repubblica Brivido Noir

8,90

3

 

Direi inoltre che un senso compiuto ad una trama quasi classica può fornircelo un premio Nobel. Che, anche se la sua scrittura non mi ha convinto, Herta Müller nel suo breve “Lo sguardo estraneo” ci ammonisce così: “Per me estraneo non è il contrario di noto, è il contrario di familiare. Ciò che è ignoto non dev’esserci necessariamente estraneo, ma può diventarlo ciò che è noto.” (32) e “Dovevo guardare con attenzione, il che non significa necessariamente vedere. Soltanto dare contemporaneamente un senso a ciò che si è guardato significa vedere.” (38)

In effetti, pur un po’ rintronato dagli orari aerei, vi ho lasciato solo per una settimana. Ed ora, contento dei fasti nabatei, riprendo spero il ritmo solito delle mie scritture. Quindi, tiriamo le positive somme di un’estate mediorientale, con una buona Turchia ed una superlativa Giordania, in attesa di programmare gli eventi dei mesi invernali. Per ora, solo altri calorosi abbracci.

domenica 27 agosto 2023

Spettacolo d'arte varia - 27 agosto 2023

Una citazione musicale per introdurre una settimana poco classificabile omogeneamente, se non per la sua diversità. Abbiamo testi che parlano di viaggi, con in testa i mateturisti di Silvia Benvenuto e subito a ruota i viaggi ed i sogni di Gianluca Gotto. Abbiamo l’economia spiegata ai non economisti, con buona resa ma poca simpatia, da Carlo Cottarelli. Abbiamo i suoi momenti di pandemia attraversati, anche se mi aspettavo di meglio, da Alan Bennett. Ed abbiamo un libro sulla scrittura, che chi legge spera sempre di saper anche scrivere. Ovvio, scrivere libri non piccole trame anche molto spoilerose.

Quindi, per continuare la citazione, venite via con me in questo viaggio.

John Gillard (a cura di) “Quaderno di scrittura creativa” Repubblica euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 12/02/2023 – T: 13/02/2023] && 

[titolo: Creative Writer’s Notebook; lingua: inglese; pagine: 191; anno: 2015]

Durante la pandemia, per ingannare le lunghe chiusure, sono proliferati libri e scritture diverse che normalmente non avrebbero attirato la mia attenzione. D’altra parte, leggere di un quaderno (ma nella prima edizione si parlava anche di “Manuale”) dedicato alla scrittura creativa mi aveva stimolato all’acquisto. Tuttavia, un primo sfoglio delle pagine mi aveva anche bloccato dal proseguire, lasciando il testo ad altri momenti.

Che non sono venuti, fortunatamente. Si è usciti dai picchi del covid, ci sono state altre ed interessanti e più coinvolgenti iniziative. Ora, con la calma di aver tempo nel prendere in mano i libri accumulati, ne ho ripreso la lettura, e con essa, la critica.

Intanto, il libro era originariamente uscito in Italia per i tipi di Fandango, nell’ambito delle iniziative della benemerita casa editrice per spingere prima alla lettura e poi alla scrittura. Repubblica, un po’ cavalcando le onde, lo riprende, anche se la pubblicazione senza una parola di spiegazione del suo utilizzo porta ad una lettura e ad un eventuale utilizzo un po’ monco.

L’idea del curatore (almeno da come l’ho interpretata io) sarebbe quella di presentare un ventaglio di autori di livello alto, che hanno in qualche modo portato avanti delle innovazioni nella scrittura. Per ognuno se ne presenta una scheda di due pagine, cercandone i motivi chiave della scrittura, elencando quali siano le opere chiave dell’autore e catalogandolo con una tipologia di scrittura come fosse una chiave di lettura dell’opera.

Così, sotto l’etichetta di modernista abbiamo James Joyce, Virginia Woolf, Franz Kafka, William Faulkner ed Ernest Hemingway. Abbiamo il gotico americano sempre con William Faulkner ma anche con Flannery O’Connor. C’è la ventata postmoderna di Vladimir Nabokov, la beat generation di William S. Burroughs, la controcultura di Kurt Vonnegut e la cultura pop di Douglas Coupland. Una ventata di realismo magico con Gabriel García Márquez, Murakami Haruki e Patrick Süskind. Infine, la scrittura filosofica di Iris Murdoch, la scrittura autobiografica di Maya Angelou, la narrativa speculativa di Margaret Atwood, la memoria romanzata di J. M. Coetzee, la narrativa storica di Peter Carey, l’horror di Stephen King, nonché l’avanguardia (??) di Georges Perec.

Fino a qui, magari con qualche divergenza, ci potrebbe stare. Poi, qualche svarione, come indicare “Il vecchio e il mare” come “ultimo romanzo di Hemingway”, magari sarebbe stato utile aggiungere “pubblicato in vita”, perché da quello in poi ha pubblicato racconti e poi sono usciti romanzi postumi. E le piccole schede, a volte, condensate come sono in due pagine, sono riduttive e poco esaustive.

A fronte di ogni autore, il curatore inserisce alcune pagine di esercizi. E qui siamo proprio nel baratro. Cioè, ci può stare che, a fronte di Joyce, si chieda di scrivere un “flusso di coscienza”. Ma come lo posso interpretare io, da solo? Apro a caso, e mi si chiede, a proposito della scrittura autobiografica di Maya Angelou, di scrivere un brano sulle mie scarpe infantili. Bene, lo faccio, e poi? Mi ricordo delle scarpe blu con la fibbia che ho sempre odiato, ne posso parlare, ma qual è il senso di legarlo alla scrittura di Maya, e ad un libro (“I Know Why the Caged Bird Sings”) che non è mai stato pubblicato in Italia?

Guardando tutti gli esercizi proposti, credo che uno solo abbia senso per un “creativo solitario” che approcci questo testo. cioè, l’esercizio 42 relativo a Georges Perec. Lo scrittore francese, che io ritengo un sommo nel suo genere, con una serie di sodali, tra cui Raymond Queneau e Italo Calvino, era convinto che bisognasse avere dei vincoli alla scrittura per poterne far uscire fuori le potenzialità. L’esercizio in questione propone un vincolo base del gruppo, denominato “S+7”, cioè scrivere un testo, poi sostituire ogni sostantivo (S) con un relativo sostantivo che fosse posizionato sette sostantivi dopo nel dizionario. Se volete, provatelo.

Per il resto, come approcciare i piccoli miracoli quotidiani di Virginia Woolf con le quattro stagioni di Margaret Atwood? Come il dialogo con il futuro di Kurt Vonnegut con le parole pescate a caso di Douglas Coupland?

Un ultimo sentito appunto deriva dall’americocentrismo del testo, che prevede si qualche escursione verso scrittori non anglosassoni (Perec, Kafka, Marquez), ma nessun italiano, neanche per sbaglio? Forse non ne avrei messi tanti, ma per la creatività di idee e scritture, avrei di sicuro messo un accenno a Moravia, a Flaiano, a Calvino e forse anche ad Eco. Se fossi un editor italiano, ci avrei pensato. Così come, tanto per dirne una, Sellerio, nel pubblicare “Curarsi con i libri”, ha inserito Fabio Stassi nella revisione, così che l’ottimo conoscitore della letteratura italiana ha potuto inserire con cognizione alcuni nomi.

Insomma, non giudico Gillard, che mi pare abbia fatto poco, giudico decentemente la fatica delle citazioni e dei rimandi, trovo inutile e troppo commerciale l’operazione complessiva.

Carlo Cottarelli “Pachidermi e pappagalli” Feltrinelli s.p. (Natale degli Arabini)

[A: 25/12/2022 – I: 01/03/2023 – T: 03/03/2023] && --- 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 264; anno: 2019]

Un libro utile scritto da una persona che a me non sta simpatica. Non ho nulla, in realtà, contro il professor Cottarelli, ma ci sono situazioni di pelle che rimangono pur essendo razionalmente inspiegabili.

Devo comunque dire che questo suo libro, con tutti i se e tutti i ma, risulta in un certo suo modo divertente, soprattutto per la parte che, in maniera quasi teorica, spiega (o cerca di spiegare) la nascita delle bufale. O, come si dice ora, delle “fake news”. Ed anche per la nascita del titolo, e per alcuni spunti che cercherò di sintetizzare.

Il titolo viene da una simpatica canzone di Francesco Gabbani dal titolo omonimo, incentrata appunto sulle “bufale”, tipo Elvis è vivo, la terra è piatta e l’uomo non è mai arrivato sulla luna. Per ricentrare il testo sulle “fake news” di cui vuole parlare, Cottarelli aggiunge un sottotitolo esplicativo: “tutte le bufale sull’economia a cui continuiamo a credere”.

Vediamo allora, in alcuni ambiti analizzati nel libro, quali siano le “palle” di maggior successo (così in adolescenza chiamavamo quelle che in maturità diventarono bufale ed ora fake news).

Lasciando l’euro per ultimo, vediamo allora la bufala che le banche sono state salvate affossando i conti correnti dei cittadini. A parte che salvare le banche significa in ogni caso intervenire salvificamente sull’economia, Cottarelli dimostra, dati alla mano, che i salvataggi tedeschi sono costati l’11% del PIL, mentre in Italia il prezzo è stato l’1%.

Per rimanere sul PIL, altra bufala è che la caduta del PIL fu colpa di Monti. Errore: a causa della crisi dello spread causato dal governo Berlusconi, il PIL stava già in calo nel 2011, e Monti ne frenò la discesa. Non salvò tutto, ma non furono i tecnici ad affossare il PIL.

Una bufala che mi tocca da vicino riguarda la pensione, cui in Italia si sostiene andiamo troppo tardi. Ora dati OCSE alla mano, vediamo che l’età media della pensione in Italia è di circa 62 anni, contro la media europea che si avvicina ai 64 (anche se rispetto allo scritto la forchetta si è un po’ ridotta). Non solo, ma anche la durata è una delle più lunghe. In Italia si percepisce per esempio per oltre 20 anni, poco meno della Francia e molto di più di altri paesi. Poi ci sono i dati fuori contesto, dove posso certificare che mia madre ha percepito la pensione per 47 anni, più di quelli per cui ha lavorato. Bravissima!

Alcuni brevi flash posson riguardare ad esempio la corruzione che una fake news afferma costarci 60 miliardi di euro l’anno. Ovviamente costa, ma la Corte dei Conti non ha MAI pubblicato una stima puntuale. Oppure il fatto che la flat tax farebbe pagare meno, dove, conti alla mano, farebbe pagare meno solo il 5% dei redditi più alti italiani (quelli sopra i 100.000 euro di guadagno annuo).

Infine, torniamo sulla prima e fondamentale: l’euro ha raddoppiato i prezzi. Sbagliato, che l’inflazione al tempo dell’euro (2002) era del 2,5%, ma il mercato decise di approfittare del cambio per aumentare i prodotti di consumo giornaliero: esempio chiarissimo, l’aumento del costo del caffè. Nel 2000, più o meno, costava circa 1200 lire, cioè 62 centesimi di euro al cambio ufficiale. Nel 2004 il prezzo medio era di 78 centesimi di euro (1510 lire). Un aumento del 26% rispetto ad un’inflazione, nello stesso periodo di 12,5%.

Interessante e da approfondire è la tecnica di produzione delle bufale, che ovviamente variano a seconda dell’ambito in cui operano, anche se hanno tutte un fondo comune. Non è facile riconoscerne la genesi, ma di certo c’è bisogno del nostro aiuto per farla diventare una bufala consolidata. Se non circola, non diventerà mai news e rimarrà fake. Altro elemento è la leva che la bufala fa sulle emozioni. Non a caso, molte nascono in momenti di crisi, quando si cerca un aiuto ad andare avanti. Ma se ne guardiamo i contorni, dovrebbe essere facile vederne il profilo: notizie urlate, fondate su dichiarazioni di esperti sconosciuti o fatti passare per esperti anche internazionali. Se il professor Urbhut (nome inventato) docente a Oxbridge annuncia di avere le prove del terrapiattismo, si deve prima decodificare che Oxbridge non è un’università di Oxford e Cambridge, ma un’invenzione, poi si deve cercare inutili info su Urbhut. Più facile credere e far circolare la fake.

Ultimo punto, è proprio qui che si biforca la via tra disinformazione (diffondere notizie false con il preciso scopo di nuocere) e misinformazione (veicolare false notizie senza sapere che sono tali e che possono essere dannose). Un esempio super chiaro sono la disinformazione relativa ai “Protocolli dei Savi di Sion” (un falso documentale creato dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, con l'intento di diffondere l'odio verso gli ebrei nell'Impero russo, poi ripreso dai nazisti per giustificare lo sterminio) o la misinformazione della trasmissione “La guerra dei mondi” di Orson Welles (un panico creato ad arte dai giornali a fronte della trasmissione, inventando stime di vittime e disastri, per un audience che risultò clamorosa all’epoca, e che convinse il geniale Orson a fare tre anni dopo il film “Quarto Potere”).

Altro e finale punto è il rischio cui si espone Cottarelli quando, rispetto ad altre analisi pur corrette, si azzarda a fare piccole ipotesi e previsioni. Che ovviamente possono e debbono essere discusse, ma apprezzo il pericolo dell’esposizione. Come quando sostiene che tra austerità e “sperpero” c’è una giusta via di mezzo. O quando propone di mandare prima in pensione chi ha famiglie più numerose, un modo di incentivare la natalità senza costi aggiuntivi per lo Stato.

Insomma, non un manuale per la controinformazione, ma un’utile compilazione che ci stimola a riflettere. Non è poco.

Gianluca Gotto “Le coordinate della felicità” Mondadori s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 06/01/2023 – I: 07/04/2023 – T: 09/04/2023] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno: 2020]

Un libro seppur non pienamente riuscito che è piacevole leggere, come sempre è piacevole ascoltare qualcuno che parla “di sogni, viaggi e pura vita” (citazione dal sottotitolo).

In realtà, più che la ricerca di esplicitare quali siano le coordinate per raggiungere la felicità (una ricetta che nessun libro riuscirà mai ad esplicitare sino in fondo) è l’autobiografia, interessante di sicuro, dell’autore, Gianluca Gotto. Studente torinese, insoddisfatto della vita che stava procedendo verso qualcosa che non lo stava coinvolgendo, Gianluca decide di provare altro. In questo, sorretto, in qualche modo complementato, dalla sua compagna Claudia. Una presenza, che se non ci fosse non avrebbe consentito a Gianluca di essere quello che è. Anche se, nel testo ha una parte da “attrice non protagonista”, degna di candidatura ma non riuscita a tutto tondo come il protagonista.

È a tutti gli effetti un inno a quello che Gesualdi, uno dei ragazzi di Barbiana, battezzò con il termine “sobrietà”. Cioè quel percorso, interiore ed esteriore, che porta l’individuo a guardarsi dentro ed a capire di cosa ha bisogno e di cosa piò fare a meno. È un percorso difficile, che, pur affrontato, non sempre porta risultati giusti (giusti per chi lo affronta), ma che (e qui sono in accordo con il testo) andrebbe affrontato con il coraggio della coscienza. Della coscienza di sé senza l’incoscienza dell’età.

Gianluca e Claudia affrontano il loro viaggio sobrio verso la loro felicità attraverso una serie di tappe ed una serie di sconfitte. Cominciano con un visto di lavoro temporaneo per l’Australia, dove, a Perth, raggiungono alcune tappe importanti: capire che si piò fare a meno di molto, capire che è bello avere tempo per sé, godere un tramonto, godere della compagnia degli altri senza barriere. Gianluca affronta alcuni lavori, ma non ha uno skill che gli consente di trasformare il visto temporaneo in visto permanente.

Dopo una delusa parentesi italiana, Gianluca prova una seconda chance in Canada, a Vancouver, dove anche lì aggiunge tappe alle sue capacità, alle sue possibilità, ma che alla fine si scontrano con altrettante impossibilità di portare sino in fondo quanto di libertario esce dal suo carattere (e da quello di Claudia).

Un nuovo passaggio in Italia, altri momenti girovaghi intorno ad altre terre, fino a trovare una strada che sembra promettere la sobrietà (e la libertà) che i nostri anelano. Diventare nomadi digitali. Una tipologia di esistenza che ora, dopo le vicende COVID, capiamo molto meglio, mentre solo cinque o sei anni fa sembrava una parola astrusa, praticata da persone altrettanto astruse. Gianluca riesce a trovare il modo di sfruttare la rete, producendo prima articoli, poi altre situazione “di rete” che gli consentono di avere i giusti (per lui) introiti che gli permettono una vita come ha sempre felicemente cercato di ottenere.

Dove, come ed in che modo si completa il suo percorso, vi consiglio caldamente di leggere, che, soprattutto per noi viaggiatori, ci sono spunti degni di nota. Tanto che una parola ad un certo punto pervade il mondo di Gianluca e Claudia, completandone il percorso: Wanderlust. Come dicono i dizionari, la Wanderlust indica il desiderio di andare altrove, di andare oltre il proprio mondo, di cercare qualcos'altro. Ma anche, in senso stretto, la semplice voglia di viaggiare (e posso ben dirlo io che ne sono pieno).

Ora, non voglio entrare sul percorso personale della ricerca della felicità, che altrimenti avremmo pagine e pagine per discutere e controbattere i diversi pareri. Molto sinteticamente, appunto, credo che la felicità sia nel proprio percorso personale, che ognuno troverà guardando sé stesso con tutta la cattiveria e la sincerità possibile. Non so, non riesco a quantificarlo, se io stesso sono felice, ma ho la certezza di aver provato a fare tutte le cose che mi hanno creato piacere in tutti questi anni.

Voglio invece tornare al libro per la parte viaggi, che in alcuni punti ha toccato corde in me molto sensibili, risvegliando echi, non solo positivi, purtroppo. Ma di certo, ho apprezzato, intorno a pagina 137 la vita canadese, in particolare ritrovandomi con Gianluca nella bellezza di Vancouver Island e più precisamente affacciandosi sul mare da Tofino. Ancor di più mi sono sentito coinvolto, verso pagina 235, nelle loro avventure asiatiche. Meno nella parte thailandese, ma molto nel Laos, ad Angkor Wat o in Vietnam. Anche se, personalmente, il mio ricordo di Luang Prabang è abbastanza distante dal suo. La trovai una città molto gradevole, molto “Marguerite Duras”, e niente affatto caotica. Tra l’altro con un bar di una simpatia unica, dove gustai, ancora una volta, l’ottimo “kopi luwak”.

Infine, quando parla delle problematiche di persone care che si ammalano tu lontano, ricordo, con un dolore che non sarà mai sopito, la Patagonia del febbraio 2018.

Se poi vogliamo continuare a parlare di viaggi, credo che anche qui si aprano scenari ed orizzonti praticamente senza fine.

Mentre, se volete seguire gli attuali percorsi di Gianluca Gotto, comunque, vi consiglio di affacciarvi al suo blog “Mangia Vivi Viaggia”.

“L’unico viaggio di cui ti puoi pentire è quello che non hai mai fatto.” (197)

Silvia Benvenuti “In viaggio con i numeri” EDT s.p. (Regalo avventuroso)

[A: 08/01/2023 – I: 18/04/2023 – T: 20/04/2023] &&&& --- 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 450; anno: 2022]

Un alto voto per la parte matematica, altrettanto per la parte turistica, con tanti “meno” ancora per la matematica, come poi vedremo.

Cominciamo intanto a completare il titolo, che finisce recitando: “Dieci passeggiate per mateturisti curiosi”. Dove, appunto, si calca molto la mano su quel “mateturisti”, neologismo dell’autrice per indicare “turisti con il pallino (professionale o meno) per la matematica”. In effetti, con tutta la buona volontà dell’autrice, molte parti si addentrano in meandri matematici che non tutti possono o vogliono esplorare. Per questo, se mi fossi stato richiesto un parere sulla resa editoriale del testo io ne avrei suggerito una diversa distribuzione.

Cioè, da una parte abbiamo le dieci passeggiate, che magari avrei anticipato con una piccola mappa per collocarle all’interno della città (ne riparliamo poi per Bologna). Da questi itinerari, avrei estrapolato le particolarità matematica che ci interessa illustrare. Intendendo, e qui sono in completo accordo con Silvia, tutto quanto si può legare alla matematica. Che, per l’appunto, non sono solo numeri, ma figure, espressioni, geometrie, anche fisicità.

Facendo un salto personale all’indietro, quello che mi legò, adolescente, alla matematica fu la scoperta che con opportune espressioni era possibile descrivere tutti gli oggetti del creato. Mi ricordo che guardai il comodino di mio padre e cominciai a pensare su come potesse essere descritto con equazioni e sistemi rappresentativi fatti a tale scopo.

Tornando al testo, una volta introdotti i luoghi e le loro peculiarità, allora sì che mi sarei addentrato nelle specifiche, oserei dire “tecniche” che i più interessati avrebbero ben seguito (anche appassionandosi, come faccio io quando ne leggo). Sarebbe quindi stato un libro da diversi gradi di lettura: un turismo interessato alle particolarità dei luoghi, un turista che cerca di legare quelle particolarità ad elementi matematici, un matematico (vero o appassionato) che si sarebbe tuffato nel terzo livello. E quest’ultimo, a questo punto, avrebbe avuto la mente sgombra da altro, così da poter seguire il percorso mentale e storico che sottende a molte bellezze italiche.

Così possiamo allora tornare a seguire il percorso consigliatoci dalla dottoressa Benvenuti. Cominciando da Pisa, ovvia fucina di matematici usciti dalla sua Scuola Normale, ma anche patria del mate-letterato Marco Malvaldi (che segue in ogni sua espressione letteraria trovandolo sempre quanto meno gradevole) e soprattutto sede di meraviglie a partire dall’eccelsa Piazza dei Miracoli.

Per poi proseguire verso Torino, Bologna, Milano, Urbino, due volte Roma (forse anche per la Città del Vaticano), Venezia, Napoli e Firenze. Ecco un altro punto dolente del discorso. Va bene cominciare da Pisa, ma allora avrei anche fatto un percorso geometrico all’interno dell’Italia, proseguendo con Torino, Milano, Venezia, Bologna, Urbino, Firenze, Roma e Napoli. O al massimo, volendo fare un cerchio da Urbino si prosegue con Napoli, Roma e Firenze.

Per ogni città, ci sono cose che all’occhio dell’appassionato (ma anche del profano) non posson che sembrare “del creato meraviglia”. Le proporzioni pisane, le prospettive leonardesche dell’Ultima Cena, gli splendori dei Montefeltro (e di Raffaello) ad Urbino. Se ne potrebbero elencare a iosa. Ma io, per stuzzicare la vostra curiosità ne cito solo alcuni.

Innanzi tutto, per sfatare la leggenda che la pianta di Piazza San Pietro nel Vaticano sia ellittica. In realtà, la sua figura è un “ovato”, cioè una pseudoellisse costruita raccordando quattro archi di circonferenza. Da qui, facendo in modo che i quattro ordini di colonne siano non esattamente paralleli e leggermente decrescenti in altezza, si ottiene quell’effetto ottico che tanto meraviglia i turisti. Meraviglia che potete proseguire andando a vedere le due chiese vicine ma rivali di Sant’Andrea al Quirinale del Bernini e di San Carlo alle Quattro Fontane del Borromini, su di cui rimanderei al dotto scritto di mio cugino Alessandro “Il genio e l’architetto”.

Ma non dimenticherei mai la serie di Fibonacci in quel di Pisa, nonché le lezioni pisane e milanesi di quel gran matematico che fu fra’ Luca Pacioli (maestro di numeri per Leonardo ed autore di un libro esimio dal titolo “Divina Proportione”), finendo magari con l’analisi minuta e ben dotta della “Scuola di Atene” di Raffaello. Per i più patiti poi, segnalo approfondimenti vari su trompe l’œil, simmetrie, prospettive, coniche, poliedri regolari ed altre bellezze matematiche.

Farei solo un ultima digressione prima di una considerazione finale e personale. Siamo a Bologna e come mateturisti non possiamo mancare i visitare Palazzo d’Accursio (per le unità di misura), la Loggia dei Mercanti (con la misura della tagliatella), la basilica di San Petronio (e la meridiana di Cassini), e poi la Basilica di Santo Stefano, il Portico dei Servi, la Torre degli Asinelli e la piazza di Re Enzo. Se noi li rappresentiamo su di un piano e li numeriamo, possiamo avere la rappresentazione di un grafo che illustra il “teorema del commesso viaggiatore”, al fine di risolvere quale sia il cammino minimo per raggiungere tutti questi luoghi. Soluzione che, come ogni buon matematico sa, non esiste.

Non posso che terminare, citando infine che molte e giuste volte viene illustrata la bellezza e la potenza del numero sette. Penso che tutti sanno quanto io stesso sia legato al sette, cui dedicherò quanto prima una dotta disquisizione. Qui lo ricordo solo per i sette nani e per il fatto che è scomponibile come somma di due numeri a lui inferiori ma sempre diversi: 1 + 6, 2 + 5, 3 + 4. Se non c’è bellezza in tutto ciò…

Alan Bennett “Arresti domiciliari. Diari della pandemia” Adelphi s.p. (Regalo di Raul&Viviana)

[A: 07/05/2023 – I: 11/05/2023 – T: 11/05/2023] - && e ½ 

[tit. or.: House Arrest. Pandemic Diaries; ling. or.: inglese; pagine: 63; anno 2022]

Ero curioso, a fronte di citazioni dei supplementi letterari dei maggiori giornali italiani, di visitare ancora una volta uno scritto del simpatico “vecchietto” gay della letteratura inglese. Che Alan Bennett, a parte i suoi orientamenti che non entrano nel merito di nessun discorso, si avvia, il prossimo 9 maggio 2024 a compiere novant’anni.

Pur essendo eminentemente un autore, ed in particolare di teatro, ho sempre letto con un buon gradimento i suoi scritti, arguti, spesso ironici, sempre in ogni caso con qualche tocco che ci permette di usare i nostri pochi neuroni. Qualche pennellata di umanità e molte stoccate verso un modo di vita inglese non sempre rispettoso degli altri, siano essi donne, emarginati o altro.

Fatta questa premessa, anche in virtù dei sottotitoli e dei lanci pubblicitari, mi aspettavo, pur nell’ovvia brevità dello scritto, qualche riflessione sul momento che tutti abbiamo attraversato, e da cui, spero, credo, possiamo ben dirci, ora, vaccinati.

Le brevi note di Alan si focalizzano proprio in uno dei periodi più duri della pandemia, dal febbraio 2020 all’autunno del 2021. Purtroppo, toccano solo marginalmente i nodi del periodo, rimanendo invece molto legati al personale ed al personaggio.

Certo, da un quasi novantenne non ci aspettava un rimpianto forte rispetto ad uno stravolgimento della propria vita come è potuto essere il lungo lockdown mondiale. Bennett non aveva certo una mobilità paragonabile anche a persone di venti anni di meno. Aveva già una vita regolata, e ben inquadrata, fatta di colazioni, di scritture, di passeggiate con il compagno. Quello che anche lui nota fin da subito è un certo isolamento. Fisico, anche se poi contatti ci possono essere, con telefoni, con computer ed altro. Ma anche a lui, si sente, manca quella fisicità che a tutti venne tolta nel marzo di tre anni fa.

Il suo diario, tuttavia, è più riempito da note verso possibili nuove iniziative, magari in video, se i teatri non potevano essere aperti. Riprende vecchi testi, ripensa a momenti di scena, ne cita brani (a volte seguiti da noi non anglosassoni con qualche difficoltà, visto che non sempre seguiamo le televisioni estere).

In alcuni punti la pandemia emerge. Quando il governo inglese annuncia il primo lockdown, ed Alan commenta che in questo modo il suo normale stile di vita viene reso obbligatorio a tutti, quasi allora che si senta “celebrato” nella sua quotidianità. Ed entrano anche, veloci, con cenni che non sempre si riesce a cogliere, critiche al governo Cameron, insofferenze verso il governo Johnson, parole dure verso la Brexit. E rimpianti, ad esempio, per i cari amici che muoiono, anche non per il coronavirus, ma che, nella morte, non possono essere accompagnati verso gli ultimi passi.

Si sente, in trama più che in esplicite parole, il vissuto della pandemia. Soprattutto nell’ultima parte, quando, nell’autunno del ’21, si può uscire di nuovo, senza mascherine, magari salutandosi non da lontano, ma con, di nuovo, delle strette di mano. Nella descrizione della passeggiata liberatoria di fine lockdown, Bennett ci porta per le strade della sua Londra, ce ne narra i nomi, gli incroci, i palazzi, quasi che si potesse in questo modo riportare a nuova vita quello che per quasi due anni era stato sopito.

È un breve ma intenso lamento, ripeto tuttavia più sussurrato, più accennato, che esplicitato e meditato. Non mi aspettavo di certo una riflessione come quella del mio amico Paolo e dei suoi sodali, sulle implicazioni globali che questo periodo ha portato. Ma mi aspettavo, almeno, qualche riflessione personale, su quanto, questo stesso periodo ha inciso sullo scrittore, sull’uomo di mondo e di relazioni.

Non nego che avrei voluto, appunto, confrontarmi con quelle mancate parole. Che, seppur personalmente, ha portato cosa mai pensate nella mia vita, è stato in ogni caso un periodo che mi ha tolto anche molto. Stare fermo, non viaggiare per due anni è stato durissimo, ad esempio, ma non per i viaggi in sé, quanto per il fatto che, avendo ormai anch’io un’età da tenere in considerazione, due anni pesano molto di più. E sono irrecuperabili. 

“Lucian Freud: le tue opere dicono alla gente che sei stato vivo.” (34)

Ovvio che in una trama sregolata, possa venir bene un florilegio di citazioni tratte dal libro “Un mondo senza regole” di Amin Maalouf, un autore franco-libanese da me amato sin dai tempi dei suoi libri sulle crociate viste dagli arabi.

Qui abbiamo qualche riflessione, sull’immigrazione e sulle sue conseguenze: “Contrariamente a quanto si ritiene di solito, l’errore secolare delle potenze europee non è stato quello di aver voluto imporre i propri valori al resto del mondo, ma esattamente l’inverso: di aver rinunciato costantemente a rispettare i propri valori nei loro rapporti con i popoli dominati.” (58); “Ciò che cerco di dire è che si passa accanto all’essenziale ogni volta che si tralascia di vedere l’emigrato dietro l’immigrato. E che si commette un grave errore strategico quando si valuta lo status degli immigrati in funzione del posto che occupano nelle società occidentali, cioè spesso in fondo alla scala sociale, anziché in funzione del ruolo che hanno, e che potrebbero avere cento volte di più, nelle loro società di origine, quello di vettori di modernizzazione, di progresso sociale, di liberazione intellettuale, di sviluppo e di riconciliazione” (248).

Sulla vita civile e sui pensieri che vanno e tornano: “Ogni essere ha bisogno che gli si fissino dei limiti. Ogni potere ha bisogno di un contropotere per proteggere glia altri dai propri eccessi, e anche per proteggersi da sé stesso.” (183); “Una grande lezione del secolo da poco conclusosi è che le ideologie passano e le religioni restano” (207).

Per finire con una frase che metterei in testa a tutte le discussioni sull’ambiente: “Quando un paese è in pieno marasma, si può sempre cercare di emigrare. Quando l’intero pianeta è minacciato non si ha l’opzione di andare a vivere altrove. “(200).

Volevo infatti darvi qualche spunto in più di pensieri disordinati in vista di una o due settimane in cui tornerò a non farmi sentire. Una nuova pausa di cui vi parlerò al ritorno. Per ora continuerò a leggere, a scrivere, ad abbracciarvi.