domenica 10 novembre 2024

Ritorno ai vecchi mondi - 10 novembre 2024

Dopo una puntata dedicata all’Asia ed agli scritti di Murakami, oggi (e credo per altre trame ancora) si torna alla mia letteratura di riferimento, gialla, nera, thriller e altro. Menzioniamo, per dover di cronaca, le collane del Corriere, con due scritti che non si sollevano da un’aurea mediocrità. Ma dedichiamo attenzione all’ultimo di Gimenez-Bartlett, buono seppur non eccelso e all’ultimo di Guillaume Musso, a me sempre gradito, che ritorna ai suoi abituali standard di scrittura. Tuttavia ci soffermiamo perché è necessario tributare un plauso al brasiliano Samir Machado de Machado che ci fornisce un giallo di ottima fattura, nonché di spirito, a me assai gradito.

Alicia Gimenez-Bartlett “La donna che fugge” Sellerio s.p. (regalo di Benedetta e Giulio)

[A: 07/05/2024 – I: 26/05/2024 – T: 28/05/2024] - &&& e ½    

[tit. or.: La mujer fugitiva; ling. or.: spagnolo; pagine: 430; anno 2024]

Altro gradito regalo compleannico, che mi consente di riprendere in mano gli scritti di Alicia ed in particolare le vicende di Petra Delicado (e del suo mondo). In realtà pensavo che, dopo l’autobiografia di Petra, uscita ormai quattro anni fa, Alicia avesse poca intenzione di riprendere in mano il suo personaggio simbolo. Ed in realtà, seppur sempre gradevole, il romanzo stenta a decollare, e quando lo fa non vola molto alto. Tanto che, nella parte “noir” in senso stretto si stava avviando verso una stentata sufficienza. C’è voluto un colpo di coda dedicato alle vicende private per elevare verso punte più consone alla scrittrice il testo nel suo complesso.

Intanto l’impianto è quello classico: un morto, un’indagine ed un alternarsi tra pubblico e privato di Petra e del fido Firmin. Anche se il secondo ha meno margini, sia pubblici che privati. Il morto ci introduce in un mondo alternativo che si vede affascina la nostra scrittrice. Siamo nel mondo dello street food, ed in particolare di quei camion attrezzati che vanno in giro per fiere e paesi, cucinando e proponendo cibi di interesse.

In particolare il morto è il cuoco di uno di questi camion, specializzato in cucina francese, che gestiva insieme all’amico Bob. Cuoco francese, anche, affascinante e “tombeur de femme”, ucciso nel camion con pugnalate al cuore. Sembra un delitto inspiegabile, per Bob, per il camion vegetariano che girava insieme a loro, gestito da Javier ed Elisenda, per Pepa, la maga dei formaggi, e per tutti i “saltimbanchi del cibo”, come malamente li apostrofa Firmin.

Ma, seppur con una lentezza infinta, a poco a poco escono fuori problemi inaspettati. Compare e scompare una misteriosa donna, anche lei francese, vista spesso, anche se con lunghi intervalli, insieme al cuoco. Ma soprattutto si scopre che sia il cuoco che la donna non sono quello che dicono, hanno passaporti falsi, hanno storie da scoprire alle spalle, e non sono certo storie edificanti. Fatto sta che, una volta capito il movimento generale, il lettore smaliziato indirizza i propri sospetti verso il giusto bersaglio, aspettando solo che Alicia porti i nostri investigatori alle stesse conclusioni. Anche perché loro hanno bisogno di prove, noi ci figuriamo la scena e basta.

Tuttavia non la trama gialla il meglio del libro, che invece ci si rivela nei due aspetti descrittivi e programmatici che innervano il testo. Da un lato, la vita dei “saltimbanchi” come citati sopra, dall’altro le vicende familiari e personali di Firmin, di Petra e di Alicia stessa.

Per i primi, osservati con occhio amorevole da Alicia, c’è il perdente fisso, Bob, quello a cui non va mai bene niente. Si innamora, ma mai è ricambiato. Rubacchia, ed è l’unico ad andare in carcere. Finalmente riesce a trovare un binario per la sua vita, con il cibo da strada insieme al cuoco francese, per poi scoprire che il cuoco è un piccolo trafficante di droga, che acchiappa tutte le donne che incontra, che per uno dei due motivi suddetti viene ucciso, e che, infine, qualcuno, per motivi chiari solo alla fine, gli ruba e brucia il camion, unico sostentamento rimastogli. Povero Bob!

Poi c’è Javier, chimico fallito per mancanza di posti di lavoro, che si illude di essere felice con il suo cibo vegetariano, ma sogna sempre una rivincita. Che invece la sua compagna Elisenda sa non poterci essere e lei sì, si accontenta di quello che ha, con un potente bagno di realtà.

Sono questi personaggi che vivono una vita un po’ fuori dagli schemi quelli che piacciono ad Alicia, e che lei descrive con il trasporto di chi ne conosce fortune e sfortune.

Poi, abbiamo i problemi di vita dei nostri eroi, sempre in bilico fra presenze casalinghe ed assenze di lavoro. Quanto è giusto condividere una vita così sbilanciata? Se lo chiede Firmin, che risolve tutto con un po’ di greve ironia, e con qualche birra (anche se Beatriz incalza). Non lo risolve Petra, che sente il suo mondo in pericolo dalla sua non presenza quando affronta un caso di forte coinvolgimento (e questo lo è). I figli di Marcos sono in grado di aiutarla? E Marcos stesso (innamorato da quando è entrato in scena) vive serenamente una vita che la stessa Petra non riesce a vivere? Nel capitolo finale, c’è una bella disamina che Petra fa della situazione, ed è forse il miglior capitolo di tutto il libro.

E per finire c’è Alicia stessa, che, quindici giorni fa (rispetto al tempo di lettura) in un’intervista a Torino, apre uno spiraglio sulla sua vita privata, confessando che la scrittura di questo libro le è servita anche per elaborare il lutto per la perdita dell’amato compagno, morto in sei mesi di cancro. Un’elaborazione che, a posteriori, spiega cose che sembravano strane.

Non riuscirò a staccarmi da Alicia e da Petra, che spero altri capitoli escano. Anche se le premesse non sono per nulla positive.

“La verità e la realtà non sono quasi mai la stessa cosa, e … bisogna imparare ad accontentarsi della realtà.” (253)

“A me quello che fa saltare i nervi è la gente stupida, che non mette un po’ di testa nelle cose, quella che non sa nemmeno in che mondo vive.” (401)

Guillaume Musso “Qualcun altro” La Nave di Teseo euro 20 (in realtà, scontato a 18 euro)

[A: 12/06/2024 – I: 13/06/2024 – T: 16/06/2024] - &&&& 

[tit. or.: Quelqu’un d’autre; ling. or.: francese; pagine: 309; anno 2024]

Pur non tornando ai livelli delle sue opere migliori, è sempre piacevole e distensivo leggere un romanzo di Guillaume Musso, non a caso lo scrittore francese con il più alto numero di copie vendute nell’ultimo decennio.

Anche questo ultimo romanzo non si smentisce, ben fatto, senza troppe sbavature, anche se, per i miei tassi di gradimento di Musso, con qualcosa che manca per raggiungere l’Olimpo della mia bibliografia personale. Forse manca realmente un personaggio cui affezionarsi sino in fondo, che i due principali elementi della storia, almeno i due che tengono la pagina per più tempo, in un modo o nell’altro, hanno delle piccole carenze.

Sia Adrien che Justine sono ben costruiti, hanno un loro giusto spazio lungo tutto il corso delle trecento pagine, ma non fanno mai scattare quel momento positivo in più che altri eroi o eroine di Musso facevano nascere in altri suoi libri.

Il secondo elemento che rende meno agevole la lettura globale, pur se ovviamente voluto, è il su e giù temporale che ormai è una costante degli autori moderni. Non si riesce a leggere un libro degli ultimi anni in cui i flashback non siano un elemento costruttivo forte. In più, qui abbiamo la difficoltà che questi salti avvengono nel corso di soli due anni, dal 2022 al 2024 (e si, il romanzo è di ambiente super attuale), per cui ci si perde un po’. Come si perde il fatto che, benché ambientato nell’oggi, si sia già stata abbandonata ogni traccia della pandemia.

C’è un terzo personaggio, almeno, e forse un quarto che riempiono le pagine. Oriana la ricca ereditiera che viene uccisa nelle prime pagine del libro e Adèle, la donna misteriosa che appare e scompare lungo tutto il corso del romanzo stesso. Ma anche di loro non ci si innamora. La prima perché oltre che morta sembra anche un po’ troppo supponente. La seconda perché sembra sfuggire in ogni pagina in cui si presenta. Ed a chi fugge se fosse un nemico, ponti d’oro, se tenta di essere un amico, ci regala solo una dimenticanza dell’esserci vicino.

Ridotto all’osso abbiamo Oriana cui il suo dottore svizzero annuncia un tumore irreversibile. Lei pensa al suicidio, poi ad un omicidio autocomandato, poi, dovendo anche pensare al marito ed ai figli, pensa ad una donna che possa prendere il suo posto. Alla fine, cioè all’inizio, muore, e noi giriamo per tutte le più di trecento pagine alla ricerca dell’assassino.

Per la maggior parte del tempo, in compagnia di Justine, una poliziotta molto acuta ed affidabile, che qui ha invece i suoi momenti di défaillance: da poco lasciata dal marito, che va a vivere con una donna più giovane con cui fa un figlio (un po’ di modernità nei passi di Justine che stalkerizza il marito via Instagram). Ciò nonostante, ha un fiuto, che la pone sulle calcagna del marito di Oriana, il bel pianista Adrien.

Seguiamo così anche Adrien, ne intuiamo le capacità jazzistiche, ne leggiamo della riuscita di dischi e concerti, nonché della musica dedicata ad Oriana, ma anche in generale al mondo (e ai due figli). Vediamo poi come, un anno dopo l’omicidio, venga tutto accelerato dal ritrovamento di un rampino con tracce di sangue di Oriana nella cantina di Adrien.

Uno dei momenti alti del romanzo è l’interrogatorio di Adrien gestito da Justine. Che non porta direttamente a nulla, ma nei cui rivoli nascono gli elementi che portano luci sulle ombre della vicenda. La musica, gli spostamenti, la Svizzera, Adèle, Oriana, Adrien, insomma tutti gli attori del dramma, con a valle una Justine che alla fine capisce come vadano disposti i pezzi del puzzle. Con la solita capacità di Musso, non solo di mescolare le carte, ma anche di dirci la sua verità, instillandoci nello stesso tempo l’ombra del dubbio.

In fondo, Musso torna sempre lì, all’idea di fondo, alla domanda di base. Chi siamo noi? Sia per noi stessi che per gli altri. Come ci rapportiamo al mondo. Cosa sappiamo delle nostre azioni. Tutto bello e ben congeniato, con l’unico dubbio espresso all’inizio: nessun personaggio si empatizza con il lettore.

Come al solito, poi, lo stuzzicamento intellettuale di Musso è massimo, laddove, ad ogni capitolo ci propone una citazione, di scrittori, di saggisti, di registi. Non solo: nelle note finali, ci dice anche da dove ha tratto le sue frasi. Così ci scorrono davanti agli occhi: Paul Valery, Jean-Paul Sartre (con una frase stupenda: “Nel calcio tutto è complicato dalla presenza della squadra avversaria”), Patricia Highsmith, Proust, Tanizaki, Eluard, Updike, Paul Auster, Camus, Cioran, Murakami, Kurosawa, Godard, Lacan , Watzlawick, Alberoni. Con il grande Kundera che ci ammonisce “Poter vivere una vita sola è come non vivere affatto”.

Élmer Mendoza “Il cartello del Pacifico” Corriere Noir 13 euro 8,90

[A: 29/11/2022 – I: 13/07/2024 – T: 14/07/2024] - && 

[tit. or.: La prueba del ácido; ling. or.: spagnolo; pagine: 311; anno 2010]

Si parlava, non molte trame fa, di “romanzi della dittatura”, una parte del modo di affrontare la propria realtà di alcuni scrittori latino-americani. Qui siamo presenti in un sottosettore in un certo senso parallelo. Che si parla di narco-letteratura, cioè letteratura che gira intorno ai potenti cartelli della droga, coinvolgendo nelle spire del malaffare istituzioni e forze dell’ordine.

Ed è una scrittura molto ristretta all’ambiente messicano, anche se la droga gira in molte altre parti del continente (vedi Colombia in prima battuta). D’altra parte, non poteva non avere come un esponente di spicco il professor Élmer Mendoza, nato e cresciuto nelle zone del narcotraffico, nonché insegnante di letteratura all’università di Sinaloa. E noi sappiamo che Sinaloa è la patria di uno dei cartelli della droga più potenti al mondo, il cartello di Sinaloa, che nell’ambito della malavita è anche noto come “il cartello del Pacifico”. Motivo che induce gli italiani ad un titolo anodino, ben lontano da “la prova dell’acido”, come riportava il titolo originale e su cui tornerò nel finale.

Purtroppo (anche per miei demeriti) forse il testo non mi ha dato tutte le buone sensazioni che poteva fornire, anche e soprattutto usufruendo di una traduzione tra le migliori che conosca, ad opera di un profondo conoscitore della realtà messicana come Pino Cacucci. E questo perché il romanzo è il secondo episodio di una serie dedicata ad Edgard “el Zurdo” Mendieta, poliziotto un tempo corrotto, di sicuro dipendente da ansiolitici, che frequenta uno piscoanalista perché la sua donna lo ha lasciato, e che tenta di combattere la violenza e la droga da dentro il sistema di potere dei trafficanti. Inciso, per i non spagnoli, Zurdo significa mancino.

Ma tornando al filo della trama, nell’episodio precedente (che non ho letto, ma di cui ho trovato tracce tra il testo ed altre ricerche), tra le tante avventure, conosce la ballerina brasiliana Mayra Cabral de Melo, passando con lei almeno una notte di passione. Certo, è un grosso colpo quando, chiamato ad un indagine relativa ad un omicidio, scopre che la morta è proprio Mayra. Cui si aggiunge, nel giro di una notte, anche Yolanda, coinquilina di Mayra. Coincidenza o conseguenza?

Mendieta non può che indagare nell’ambito del malaffare e dei locali frequentati da Mayra e Jolanda, restringendo, forse, l’ambito dei sospettati ai più assidui frequentatori di Mayra: il narco in ascesa ma poco gestibile Richie Bernal, un politico in carriera Luis Ángel Meraz, uno strano spagnolo che si cela dietro il molto palese pseudonimo di Miguel de Cervantes e Adan Carrasco, un faccendiere dai molti contatti.

Dato questo contesto, bisogna dire che Mendoza si muove bene tra le pagine. Innanzi tutto perché, essendo del luogo, riesce a farci entrare nei modi della vita locale, descrivendoci i vari teatri delle vicende con mano ferma quasi da fotografo. Ed in secondo luogo, per lo stesso motivo, rende reali e partecipati i dialoghi, che sono poi il nervo del romanzo. Sempre ben organizzati, precisi nel dire e nel far vedere. Così come precisi nell’agire sono i personaggi, laddove la precisione porta ad un numero impressionante di morti, diverse e per diversi motivi.

El Zurdo, guidato da Mendoza, si muove benissimo in questo mondo corrotto, dove, per non farci mancare nulla, irrompe l’antidroga americana, la DEA, si fanno largo contrabbandieri che riforniscono d'armi i narcos e l'esercito messicano, nonché cartelli della droga che, dopo la morte del loro capo indiscusso, si contendono il Paese. Alla fine ne esce fuori una trama che non ha nulla da invidiare alle tanto celebrate trame dei serial di Netflix.

L’idea forte di Mendoza, anche se non sempre riuscita alla perfezione, è di prendere spunto dalle cronache di droga e traffici vari, per denunciare il modo in cui il Messico si è trasformato nel tempo. Ricordo solo che, dal 2006 ad oggi, circa 60mila persone sono state assassinate nella guerra tra Cartelli del narcotraffico.

Dicevo sopra della prova dell’acido del titolo originario, che è un modo di riconoscere la purezza dell’oro, facendo interagire l’oggetto di cui vogliamo conoscere la purezza con l’acido nitrico, un potente acido corrosivo. Qui, immagino l’idea di Mendoza sia quella di far interagire tutta una serie di cattive componenti (polizia corrotta, trafficanti di droga, sfruttatori di donne) in modo da vedere se, all’interno di questo mondo corrotto, ci sia spazio per un poco di oro, per un poco di purezza. El Zurdo non sarà puro, ma ben reagisce all’acido nitrico. Non so se sia stata l’idea dell’autore, ma è la mia interpretazione del titolo, e, per me, calza abbastanza bene alla costruzione del romanzo.

“C’è qualcosa di meglio di un fratello? Non diciamo cazzate, è ovvio che no.” (270)

Samir Machado de Machado “Il crimine del buon nazista” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 13,30 euro)

[A: 01/08/2024 – I: 06/08/2024 – T: 07/08/2024] - &&&&  

[tit. or.: O crime do bom nazista; ling. or.: portoghese; pagine: 187; anno 2023]

Non sono un grande conoscitore della letteratura di lingua portoghese in generale, ed ancor meno di quella brasiliana (a parte i caposaldi con Jorge Amado in testa). Per cui solo seguendo qualche buon consiglio librario mi sono avvicinato a questo inusuale giallo brasiliano, ambientato negli anni ’30 con personaggi tedeschi che capitano, per sbaglio o per scelta, in territorio brasiliano.

Seppur con l’aria di un pastiche semistorico, Samir imbastisce una storia intrigante, quasi da giallo classico, avendo ben presente le scritture alla Agatha Christie. Ma la fa con la sua sensibilità moderna, enfatizzando un lato che (nelle critiche dotte) è sempre presente nelle scritture del brasiliano. Una forte attenzione alla critica sociale, valida ai tempi del romanzo, ma valida, e forse ancor di più, ai tempi nostri.

La parte intrigante del giallo è il suo svolgimento tutto su di un mezzo in movimento. Così come era per il capostipite, “Assassinio sull’Oriente Express”, tutto su di un treno, o per uno dei suoi maggiori epigoni, “Notte sull’acqua” di Ken Follett, tutto su di un idrovolante. Qui l’azione si svolge tutta su un dirigibile, esistito realmente, l’LZ 127 Graf Zeppelin. Un dirigibile che visse dieci anni, dal ’28 al ’37, e che, dopo alcune performance significative, come il giro del mondo, nei primi anni Trenta fu impiegato come mezzo di linea per i collegamenti tra la Germania ed il Brasile. Una traversata che durava in media sui quattro giorni.

Il secondo elemento storico è la presenza del comandante del dirigibile il capitano Hugo Eckener, successore di von Zeppelin alla guida della società. Da cui fu rimosso dalle leve del comando per le sue manifeste simpatie antinaziste. Qui, sebbene con un cammeo, entra nella storia, ribadendo, in poche battute, le sue ferme posizioni.

Altro elemento da giallo classico è lo sviluppo stesso della storia. Omicidio in un mezzo in movimento, quindi con una platea di possibili assassini delimitata e senza possibilità di fuga. Inoltre, c’è un uso intensivo degli interrogatori, una sessione (quasi) da finale con tutti gli attori del dramma presenti e con una descrizione plausibile e credibile della successione delle azioni di ognuno. Per poi finire con “il” finale che spariglia le carte e le riaccomoda in una nuova e convincente successioni. Un finale che, oltre ad alcuni meriti sparsi qua e là, è uno dei punti migliori della scrittura di Samir.

Ma a parte le corrette e complete descrizioni del dirigibile, del suo funzionamento e della tipologia di vita a bordo (molto simile ad una crociera di lusso, però in quota) abbiamo i vari personaggi che compongono l’amalgama del crimine.

A bordo troviamo un medico eugenista, nazista convinto e propugnatori delle più bieche tesi ariane, una baronessa alcolizzata nemica dei “negri” ma che ascolta jazz, un misterioso commerciante tedesco, un rampollo inglese di buona e ricchissima famiglia, ed un commissario della Kriminalpolizei di Berlino. Tutti con buone ma a volte celate ragioni di allontanarsi dalla Germania. Per congressi, per dimenticare un nipote forse gay, per allontanarsi dalla famiglia, per fare affari in un mercato in espansione, per un periodo misterioso di ferie.

Quando il commerciante viene trovato morto avvelenato dal cianuro, il capitano non può che chiedere al commissario di venire a capo del mistero, nei quasi due giorni che separano il dirigibile dall’arrivo a Rio de Janeiro. Ed il commissario si impegna, interroga, scopre altarini nascosti, coinvolge i sospettati in una ridda di possibili soluzioni. Arrivando a spiegare tutto e coinvolgendo tutti nella sua soluzione.

Arrivati a Rio, Samir ci spiegherà finalmente come sono andati i fatti e chi ha fatto cosa. Un capitolo finale costruito con cura e bello da leggere.

Samir, attraverso i suoi personaggi, affonda il coltello nelle aberrazioni del nazismo non solo verso gli ebrei, ma anche verso gli omosessuali. E ben sappiamo che nei campi di sterminio furono trucidati molti gay (i numeri parlano di circa 50.000 perseguitati “ufficialmente”). Unendo quindi, come detto sopra e come riconosciuto allo scrittore, la critica sociale ad un racconto discretamente avvincente. Sarebbe già stato di buon livello, ma l’idea del racconto ed il modo di portarlo avanti nel romanzo meritano senz’altro una buona dose di riconoscimento. Da leggere.

“Sta dicendo che quest’individuo, oltre che un ebreo e un omosessuale era oltretutto un comunista?” (128)

“[aveva] reso finalmente … un buon nazista nell’unico modo in cui un nazista può essere buono: da morto.” (185)

Gwen Florio “Le ragazze del Dakota” Corriere Oggi 34 euro 8,90

[A: 28/08/2023– I: 28/08/2024 – T: 30/08/2024] - &&  

[tit. or.: Dakota; ling. or.: inglese; pagine: 303; anno 1988 o 2014]

Per chi cerca notizie e precisioni su libri ed autori, soprattutto a fine lettura quando si tratta di farsi un quadro più generale e distante di quanto letto, questo libro rimane un mistero. Che la manchette del libro edito da RCS come allegato per la rivista “Oggi”, riporta il copyright al 1988 ed il libro come il primo della scrittrice. Invece, andando sul sito della scrittrice questo risulta il secondo della serie dedicata alla giornalista Lola Wicks, pubblicato invece nel 2014. Tra l’altro, il primo libro di Lola si intitola “Montana” ed ha un suo senso.

Perché il teatro delle vicende che girano intorno alla protagonista, Lola Wicks, si trova proprio lì, nel grande nord americano. Lola era stata una giornalista corrispondente di guerra in Afghanistan ed altri posti mediorientali (in questo riproduce in piccolo quanto la stessa Gwen ha fatto nel suo percorso giornalistico). Finite le guerre, torna al giornale per cui lavora, a Baltimora. Ma le sue posizioni sulla guerra non hanno l’appoggio che sperava, e Lola viene emarginata. Così che decide di dimettersi ed accettare il posto in un piccolo giornale nel Montana, nella cittadina di Magpie. Dove conosce, si innamora e va a vivere insieme allo sceriffo del posto, Charlie Laurendeau. Charlie è un nativo, discendente cioè dei nativi americani, che vengono individuati come “Piedi Neri”, anche se è un termine che ingloba una più grande massa di nativi, la maggior parte dei quali si trova in Alberta, nel Canada.

Inciso, il termine con cui vengono identificati deriva dalla particolarità che, per motivi di protezione dal freddo, i nativi usavano mocassini molto resistenti di color nero.

Tutta questa parte l’ho desunta da cenni che compaiono in questo secondo volume e da alcune menzioni che l’autrice dedica ai suoi libri all’interno del suo sito internet. Purtroppo, ed è un po’ strano, non esistono invece sue entrate in Wikipedia.

In questo secondo libro, Lola, sempre di base nel Montana, si trova ad interessarsi ad alcune vicende che avvengono non molto distanti da lì, nel North Dakota. Altro inciso, ancora un volta per tirare l’orecchio ai traduttori e editor italiani. Il titolo originale è solo “Dakota”, e non si capisce il motivo di aggiungervi quel cenno alle ragazze. Certo, ci sono delle ragazze al centro della vicenda, ma comunque sono native del Montana (e sono native americane), dato che nel Dakota non c’è una riserva indiana dei Piedi Neri, ma dei Sioux (motivo per cui in alcuni lanci pubblicitari, per sveltire, si parla di questi e non di quelli).

Il via alla vicenda viene dal ritrovamento del corpo di una nativa, Judith, allontanatasi da mesi dal villaggio di Magpie, senza lasciare indicazioni, ed appunto ritrovata morta non distante. Sembra di freddo, ma la polizia non è convinta. Né lo è Lola, che comincia un’indagine, abbastanza sotterranea, per capire cosa sia successo. Anche perché Judith non è la prima ragazza scomparsa. E di nascosta, che ufficialmente Lola non si deve occupare di nera, dato che solleverebbe un conflitto di interessi con il suo compagno.

Ma Lola è caparbia, parla, dice, sente, si intrufola. E scopre che c’è un grande flusso di persone tra il Montana e la zona di Burnt Creek, dove da poco sono stati scoperti giacimenti petroliferi. In quella zona sorgono quindi quelle che vengono chiamate “boomtown”, cittadine cioè che per motivi economici subiscono una rapida espansione. Che porta con sé diversi problemi, soprattutto se legata ai giacimenti, dove ci sono solo uomini. È facile capire che presto (“l’uomo non è di legno”), sorgono bar, locali di spogliarello e donne compiacenti.

Un’industria che però non basta, così che qualcuno pensa bene di alimentarla forzatamente, magari attraverso rapimenti o altre maniere coercitive. Lola capisce i meccanismi, entrando in rotta di collisione con tutti: il giornale, che vuole se ne occupi una diversa giornalista, Charlie che la vede in pericolo e pensa non vi sia motivo che Lola interferisca con il suo lavoro, e finalmente i cattivi della storia, che cercheranno i tutti i modi, anche violenti, di fermare il lavoro della nostra eroina.

Non ci riusciranno, anche perché in suo aiuto, le donne native americane insorgono mute e silenti, quasi in una protesta gandhiana, che tuttavia raggiunge il suo scopo. Non sappiamo, forse ci interessa poco, sapere se i colpevoli ultimi avranno, ed in che modo, la giusta punizione (potete leggerlo per scoprirlo), ma sappiamo che la fine della vicenda porterà Lola ad una nuova consapevolezza del territorio e del suo rapporto con Charlie, anche perché, alla fine, scopriamo anche che Lola è incinta.

Comunque, il libro nel complesso è un po’ fiacco, ogni tanto si perde. Di certo è meritevole per sollevare la questione dei nativi americani, che tutti, laggiù oltreoceano, sembrano dimenticare o voler dimenticare a forza. Mentre sappiamo che nelle riserve, una donna su tre viene stuprata ed i nativi vengono ancora visti come il nemico. Per questo, Gwen fa un buon lavoro, anche se, ad esempio, nessun altro suo libro di questa serie è ancora giunto in Italia, e dei suoi numerosi altri libri, solo un altro è stato tradotto.

Ma non posso non sottolineare che, nelle more della vicenda non tanto brillante, si narrano riti e costumi dei Piedi Neri, ed in particolare il ruolo fondamentale della famiglia nelle loro tradizioni. Una piccola parte da leggere e magari approfondire.

Visto che è una settimana di trame nere, mi sento in vena di citarne due. La prima, della mia amata Fred Vargas che in uno dei tanti episodi del commissario Adamsberg, di quelli letti in originale, (e precisamente in “Un lieu incertain”) affermava: “Ogni cosa molto bella o molto brutta lascia un frammento di sé negli occhi di chi la guarda. … - E dopo, che se ne fa? – La si riordina … in una grande scatola chiamata memoria. – E la possiamo gettar via? – No, è impossibile. La memoria non è spazzatura.” (46)

E mi preme che vi soffermiate sul finale.

Saltiamo oltre oceano. Verso un autore leggibile ma niente di più, David Baldacci, che ne “I collezionisti”, sottolinea un aspetto anche sa meditare: “Forse faceva davvero collezione di qualcosa, forse collezionava occasioni perdute.” (205)

Speravo di potervi accogliere con notizie di nuovi viaggi, ma per il momento tutto tace. Forse anche io taccio, magari sapendone il perché e sottolineando a tutti di ricordarsi di “Sally” di Vasco Rossi (che penso continuerò a citare a lungo). Quindi soltanto gli usuali abbracci.

domenica 3 novembre 2024

Analisi di Murakami - 03 novembre 2024

Non è un mistero da un lato la mia passione per Haruki Murakami, dall’altro il dispiacere che non abbia ancora vinto il premio Nobel. Per consolarmi è da lungo tempo che leggo con attenzione e passione i libri dello scrittore. Tanto che non solo cerco di immedesimarmi nel suo mondo, ma anche di tirar fuori un elemento che mi è sempre gradito. Cioè la musica che sempre pervade i suoi scritti. Così questa settimana, avrete le trame disponibili e, laddove siano presenti, un elenco della musica principale che è risuonata in alcuni scritti. All’interno di queste trame segnalo una punta abbastanza alta raggiunta da “La ragazza dello Sputnik”. Per il resto, sempre buone letture che spero piacciano anche a voi.

Haruki Murakami “After Dark” Corriere – Murakami 13 euro 8,90

[A: 12/09/2020 – I: 19/03/2023 – T: 20/03/2023] - &&&    

[tit. or.: アフターダーク Afutā dāku; ling. or.: giapponese; pagine: 164; anno 2004]

Uno dei libri più strani tra quelli che ho finora letto dell’autore giapponese. Non strano in quanto pieno di realismo magico come le sue opere più ponderose, precedenti o successive (penso, tra quelle che ho letto, a “Kafka sulla spiaggia” o “1Q84”), ma per le prospettive che usa, un atteggiamento quasi “post-moderno” nell’affrontare la materia, nonché un modo di descrivere la vicenda estremamente particolare.

Non torno, ovviamente, sull’autore, di cui saprete o avrete letto altre mie note. Quanto sul testo, che viene scritto nel 2004, ma che solo tre anni dopo ottiene la licenza di essere tradotto in inglese, e da lì in altre lingue. Un testo che, come molte opere di Murakami, è anche pieno di citazioni musicali, non a caso avendo l’autore gestito per alcuni anni un jazz-bar a Tokyo. Anche qui sarebbe interessante che, in qualche momento delle nostre ricerche, ci si fermasse magari a compilare un compendio esaustivo della musica del nostro autore.

Che intanto si lega al titolo, per un doppio filo. Da un lato, la storia si svolge dopo il tramonto, nello scuro della notte, e, come per una volta ci indica l’autore, esattamente dalle 23:56 alle 6:52 del mattino successivo. Spesso Murakami lega le sue vicende al tempo, ma solo qui c’è un esplicito nodo, simboleggiato da un orologio che scandisce il tempo ad ogni inizio capitolo, e che poi, andandosi infittendo la notte, anche più volte nello stesso capitolo.

Il secondo filo è il motivo che uno dei protagonisti ama e suona ad un certo punto. Si tratta di “Five Spot After Dark” interpretato dal trombone di Curtis Fuller e contenuto nel suo album “Blues-Ette”. Termino l’inciso ricordando che, oltre ad altri brani di jazz, nel testo si fa menzione di Hall & Oates e dei Pet Shop Boys.

La trama, di cui appunto seguiamo l’intreccio scandito dagli orologi, ci fa fare un salto nella Tokyo notturna. Il personaggio principale che seguiamo è Mari Asai, una studentessa di 19 anni, che inizia la notte leggendo un libro da Denny’s, uno dei tanti locali fast food in Giappone (io ne ricordo uno di fronte alla porta d’ingresso del quartiere di Asakusa a Tokyo). Qui viene abbordata da Takahashi Tetsuya, uno studente universitario con la passione del trombone (qui c’è l’aggancio con Fuller). Takahashi conosce la sorella di Mari, Eri, e tutti e tre si erano incontrati anni prima in una piscina. Lo studente, pur con la passione musicale, sa che quella non è la sua strada e questa notte parteciperà ad un’ultima jazz sessions, per poi dedicarsi allo studio ed alla giurisprudenza.

Dall’incontro dei due nasce una sarabanda di avventure nella prospettiva di Mari. Lei si sposta di locale in locale, sempre leggendo. Poi incrocia Kaoru, una wrestler in pensione che gestisce un love hotel denominato “Alphaville” (con chiaro collegamento al film di Godard). Le viene indirizzata da Takahashi che sa Mari conoscere il cinese, in modo che possa parlare con una prostituta piccata dal sadico impiegato Shirakawa. Nel Love hotel (inciso: sono alberghi in cui c’è molta privacy, ci si può andare per qualche ora, peccaminosa, o tutta la notte; spesso sono usate da genitori di famiglie numerose per avere momenti intimi) Mari ascolta molte storie e si pacifica, mentalmente, con Eri, sua sorella, da cui torna.

Qui vediamo l’altra parte della storia, quella onirica e magica. Eri, bella e modella, è stanca del suo mondo inconcludente, e decide di entrare in letargo. La vediamo stesa sul letto, dormire in pose quasi da “morta”, in una stanza spoglia, con solo un televisore. Da dove la guarda una persona che potrebbe essere Shirakawa. Nel sogno o nel sonno, Eri entra nel televisore, ha esperienze di forte paura, poi torna nel letto, dove la raggiunge Mari.

Questa è un po’ la descrizione epidermica dei fatti, laddove non si percepisce, non si può percepire il modo di raccontare di Murakami, non essendo io Haruki. L’autore ci fa seguire le scene, in particolare quelle di Eri, come se fossimo in un film. Ne descrive i particolari minuti, quasi come una sceneggiatura sovrabbondante. L’effetto, alienante come tutta la tematica del testo, è quella strana sensazione in cui noi guardiamo tutto ma non possiamo intervenire. Siamo come dei droni, che veleggiano nel mondo creato da Murakami, ne percepiamo suoni, colori e odori, ma l’autore ci avverte: voi non fate parte della trama, voi siete lì, non potete far altro, eventualmente, che empatizzare con qualcosa, avendo però tutti i propri ruoli. Io, Murakami, scrivo, loro (Mari, Takahashi, Eri e gli altri) agiscono, voi, lettori, state al di là della pagina, e leggete, leggete, leggete.

Tanto che alla fine (o anche durante) stiamo lì a chiedere: sogno o realtà? Tornando sempre all’apologo citato da Queneau ne “I fiori blu” (è Zhangzui che sogna di essere una farfalla o è la farfalla che sogna di essere un uomo?)

Quello delle prospettive è uno dei punti forti del testo, insieme ad una descrizione, reale e non epidermica, delle notti giapponesi. Una prospettiva (ricordate di quanto detto sui droni) che ci porta agli ambienti giapponesi: locali aperti sino a tarda notte, alberghi per fare l’amore anche senza prostituzione, stazione di treni, giapponesi che studiano il cinese, la mafia cinese che gestisce la prostituzione, giovani che suonano la notte che di giorno fanno altro.

Pur non essendo in sintonia con gli elementi onirici, è un buon libro (e dell’ottima musica).

La musica di questo libro:

Autore

Titolo

Percy Faith Orchestra

Go Away Little Girl

Curtis Fuller

Spot After Dark

Burt Bacharach

The April Fools

Martin Denny’s

More

Ben Webster

My Ideal

Duke Ellington

Sophisticated Lady

Pet Shop Boys

Jealousy

Hall and Oates

I Can’t Go for That

Sonny Rollins

Sonnymoon for Two

Shikao Suga

Bomb Juice

Haruki Murakami “La ragazza dello Sputnik” Corriere – Murakami 12 euro 8,90

[A: 27/07/2020 – I: 26/02/2024 – T: 27/02/2024] - &&&&      

[tit. or.: スプートニクの恋人 Supūtoniku no koibito; ling. or.: giapponese; pagine: 216; anno 1999]

Dopo alcune prove altalenanti, torniamo finalmente ad un Murakami di livello. Un romanzo complesso, pieno di spunti, che, attraverso una trama in apparenza lineare, ci porta già (siamo ancora nell’altro secolo) alle tematiche che negli ultimi anni più appassionano la scrittura del maestro giapponese. L’identità, l’incomunicabilità, la dimensione dell’esistenza, dove si percepisce sempre l’esistenza di altro, che, laddove non riesce ad essere definito, Haruki trasfigura in dimensioni diverse, oniriche, a volte quasi troppo fantastiche o fantasiose.

Dicevo, una storia lineare, ben distinta in due diverse parti. Nella prima conosciamo i personaggi, nella seconda Haruki cerca di mostrarcene l’essenza intima, usando quelle costruzioni iperboliche da cui dobbiamo lasciarci cullare senza fare domande.

Tre sono i personaggi che si muovono nel testo. C’è l’io narrante, di cui non viene mai detto il nome, è la voce che racconta, la penna che scrive, colui che, a volte inconsciamente, muove i fili delle trame dei personaggi. C’è Sumire, una giovane amante della letteratura che per scrivere abbandona tutto e tutti, anche se non riesce a produrre nulla. Il narratore è il suo confidente, quello a cui fare tutte le domande che ti vengono in mente, anche le più assurde, anche nel cuore della notte. E lui, innamorato senza riuscire mai a dichiararsi, non si tira indietro. Perché non può recidere il filo che lo lega alla violetta.

Non è un iperbole, Sumire in giapponese vuol dire violetta, ed a lei è stato dato quel nome dalla madre appassionata dell’opera lirica. Un basso continuo che, come in molti testi di Haruki, accompagna l’agire dei personaggi, come dalla piccola nota che riporto in finale.

E poi c’è Myu, una donna adulta, incidentalmente sposata, che accoglie sotto la sua ala Sumire, che la fa crescere, che la coinvolge nelle sue attività, e di cui Sumire perdutamente si innamora. Ma Myu ha un segreto, che poi scopriremo, che la rende totalmente anaffettiva, incapace di rapportarsi agli altri se non in modo formale.

Dopo aver visto i nostri agire in terra giapponese, l’azione si sposta in un’isola greca, dove Myu e Sumire si erano concessi alcuni giorni di relax. Lì Myu svela il mistero dei suoi capelli bianchi. In un soggiorno viennese, si trova in maniera rocambolesca a dormire in un vagoncino della ruota del Prater inavvertitamente fermatosi. Da lì vede una scena che si svolge nella sua casa. Un losco figuro la circuisce e la violenta. Cioè ha questo sdoppiamento (siamo entrati nel livello onirico di Haruki) che la colpisce e la spaura, tanto, appunto da imbiancarle per sempre i capelli.

Lì, dopo queste rivelazioni, Sumire si fa coraggio e confessa a Myu di essersene innamorata, ma Myu non riesce ad aprirsi a nessun sentimento e la sua freddezza gela Sumire. Lì Sumire sparisce senza lasciare tracce. Lì viene invitato a raggiungerle (o a raggiungere Myu) per capire dove sia finita Sumire. Lì anche il narratore conosce la storia di Myu, ma non trova neanche lui traccia della giovane scomparsa, non potendo alla fine che tornare solitario a casa.

Tutta questa seconda parte è soffusa da un’aura di irrealtà, di alterità, quasi esistessero dimensioni altre in cui concretizzarsi (siamo quasi a “1Q84”), fino a che Sumire telefona al narratore, in modi che volutamente sono da Haruki posti tra il reale ed il sogno. Così che ognuno (ed in rete ho letto diversi testi che interpretano questo finale in modi a volte opposti) costruisce il proprio finale.

Il narratore sogna la telefonata perché vuole tornare in contatto con Sumire, ma è un sogno. Oppure non è un sogno, ma un modo di essere di Sumire che gli dice esisto, ma in un mondo in cui non potrò tornare al vecchio mondo. Oppure è un segnale di apertura, dove Sumire, dopo aver fatto il suo giro del mondo mentale, tornerà per essere l’inconcludente stimolo della vita sua e del narratore. Dovete leggerne per avere la vostra opinione.

Quanti sono i temi che solleva Murakami! Gli effetti di un amore non corrisposto che inducono a riflettere su quali siano le barriere che sperano l’amicizia dall’amore e questo dal desiderio sessuale. Che ha come corollario, i diversi modi che ognuno ha (può avere) nel prefigurarsi una vita di coppia. Il conflitto tra seguire i propri sogni e reprimerli, passando per la comprensione, spesso mancante, di quale sia il percorso da seguire per realizzare i sogni, e la forza interiore che bisogna avere nel momento in cui ci accorgiamo che questi stessi sogni si stanno dissolvendo. L’inconoscibilità della propria essenza, del proprio io, che spesso viviamo sentiamo come fosse diviso in entità separate (una, due, molteplici). Sensazione che si fa dirompente sino a provocare una scissione anche fisica di quanto pensiamo di rappresentare. Perché la verità è sfuggente, gli eventi reali oscurano le percezioni del singolo. Perché, dice Haruki, la comprensione non è altro che un insieme di fraintendimenti.

Sumire, con la sua inconcludente curiosità di vivere, quando decide di essere sincera verso sé stessa, non può che perdersi, non può che scindersi e sparire (o riapparire al telefono, una delle metafore più volte usate da Haruki). Come si scisse Myu in quel di Vienna. Come l’io narrante che tornerà dalla Grecia mutato, non potendo più essere l’io di prima ma non avendo compreso cosa sia il suo io di adesso.

Come in tutti i migliori testi di Haruki ci sono sia una serie di rimandi esterni, di citazioni più o meno palesi: c’è Keruac (su cui torneremo), ma ci sono Gregory Peck, Godard e Hitchcock, c’è Astrud Gilberto che canta brasiliano ed un soprano che canta Puccini.

Poi, quasi in un ripasso delle sue scritture, ci sono rimando di Haruki alla proprie opere. La frase sulla comprensione ed i malintesi è ripresa da “Ranocchio salva Tokyo”. Sumire legge un articolo di giornale su una vecchia che è stata mangiata dal suo gatto domestico, scena presente nel racconto “Il gatto mangiatore di uomini”. Anche qui, come in altre opere, ci sono dentisti, come il personaggio principale nel racconto “Sonno” o come il padre di Izumi in “A sud del confine, a ovest del sole”.

C’è infine (e qui mi fermo) una citazione in cascata. Sumire si ubriaca dopo aver bevuto cinque daiquiri alla banana, che rimanda al racconto “Affari di famiglia” dove il personaggio narratore racconta di una scena relativa ad una ragazza che beve un daiquiri alla banana, ma che alla fine fa riferimento a Fredo Corleone che ne “Il Padrino Parte II” per esprimere la sua tristezza ordina un daiquiri alla banana.

Infine, una delle cose più belle è la genesi del titolo all’interno del romanzo. Sumire è intensamente presa da Jack Keruac di cui porta sempre un libro con sé. Myu, vedendola, le chiede se fa parte degli Sputnik, chiarendo che si riferisce ad una corrente letteraria di cui ha sentito vagamente parlare, così che Sumire capisce che si riferisce ai Beatnik, una derivazione interessante della corrente beat di Keruac. Comunque, da quel punto in poi, Sumire sarà “la ragazza dello Sputnik”.

Dotto chiarimento: il termine Beatnik venne coniato da un giornalista americano (Herb Caen) nel ’58, per ironizzare sulle tendenze sinistrose dei beat. Per lui i beat alla Keruac erano dei comunisti in pectore, che preferivano seguire i lanci russi nello spazio (gli Sputnik) invece di quello americani. Quindi Beat + Sputnik = Beatnik.

La musica di questo libro:

Autore

Titolo

Capitolo

Debussy

 Preludi

  1

Chopin

 Scherzo

  1

Beethoven

 Sonata no. 32

  1

Edvard Grieg

 General Mention

  1

Prokofiev

 General Mention

  1

Mozart

 Sonate (varie)

  1

Marc Bolan

 General Mention

  4

Bobby Darin

 The Greatest Hits of Bobby Darin

  5

Liszt

 Piano Concerto no. 1

  6

Ten Years After

 General Mention

  6

Brahms

 Ballate

  9

Haruki Murakami “I salici ciechi e la donna addormentata” Corriere – Murakami 21 euro 8,90

[A: 28/08/2020 – I: 20/07/2024 – T: 23/07/2024] - &&      

[tit. or.: めくらやなぎと眠る女, Mekurayanagi to, nemuru onna; ling. or.: giapponese; pagine: 400; anno 2006]

Una nuova raccolta di racconti di Murakami, con la (mia) grossa difficoltà nell’entrare nello spirito dei testi, unito ed aggravato dalla rarefazione dei testi stessi. Avevo già detto, in altre trame sui racconti del grande giapponese, che nei suoi testi quello che conta è il percorso delle parole, piuttosto che una trama in senso stretto. Così che in quasi tutti i testi si rimane sospesi, si arriva alla fine un po’ sconcertati, si apprezzano alcuni momenti, ma alla fine non rimane molto nella testa e nel cuore.

Tra l’altro è un’antologia ibrida, che i 24 racconti sono scritti in un ampio spazio temporale (dal 1980 al 2005), pubblicati, anche in forme diverse, su riviste giapponesi, e solo nel 2006 riuniti antologicamente per una pubblicazione in lingua inglese. Solo l’anno seguente ne uscirà la versione originale in lingua giapponese. Con un primo piccolo particolare: il titolo della raccolta riporta “Salici ciechi, donna addormentata”, mentre il titolo del testo che dà il nome alla raccolta inserisce una congiunzione ed elimina la virgola.

In un certo senso, il legame di questi racconti slegati è forse proprio l’incoerenza, sia nel metterli insieme, sia all’interno di ogni storia. Storie banali che raccontano vite banali, ma che servono a Murakami per entrare a gamba tesa nella critica di una società che sta perdendo la propria identità e la propria storia. Anche se svariano nello spazio e nel tempo, è l’affresco sociologico che ci propone l’autore. Laddove nulla cambia realmente, se qualcosa cambia i protagonisti non lo capiscono, anche se il cambiamento porta a rivoluzioni epocali. Come quelle che vive il Giappone, amato e odiato da Murakami, che dipende molto dalle sue tradizioni, dove tuttavia il loro senso profondo viene spesso dimenticato.

Qui, se mi consentite, faccio un’opera lunga a forse un po’ filologica, ma mi piace entrare nei piccoli spunti del ventiquattro testi, magari chiosandone dei passi. È un po’ lungo, ma, anche se non mi piace il libro, continuo a ritenere Murakami degno di essere letto.

I salici ciechi e la donna addormentata めくらやなぎと、眠る女 (Mekurayanagi to, nemuru onna, 1995)

È l’esempio tipico di tutta la raccolta. Uno studente accompagna il cugino ad una visita medica e ricorda un’altra visita ad una loro amica degente. Questa racconta una sua storia inventata: del polline di salici ciechi è trasportato nell’orecchio di una donna addormentata, da dove entrano e la divorano dall’interno. Dopo la visita i due tornano verso casa. Ecco, storia, avvenimenti, cose che non si incastrano, il racconto dei salici che è scollegato da tutto il resto. E qualcosa che c’entra solo perché la nostra mente è poliedrica. Pensando alla malattia del cugino, lo studente ricorda una battuta dal film “Fort Apache”: "Non preoccuparti. Se sei riuscito a individuare alcuni indiani, significa che non ce ne sono". Ovvio riferimento ai segnali di una malattia.

Ma noi che siamo curiosi e cinefili, siamo andati a fondo. Il film, in italiano, si intitola “Il massacro di Fort Apache” ed è del 1948, diretto da John Ford, con un impagabile John Wayne ed una deliziosa Shirley Temple. La battuta è detta da Wayne al suo comandante, Henry Fonda, che però non la capisce, attacca i pochi indiani, e viene massacrato. Un modo traslato per Ford di riproporre e criticare la vicenda del generale Custer.

Birthday Girl バースデイ・ガール (Bāsudei gāru, 2002)

Questo è un racconto scritto per un’antologia intitolata “Storie di compleanni”. Una cameriera di vent’anni, per motivi che sono irrilevanti, riceve la possibilità di esprimere un desiderio. Sappiamo che lo fa, ma non sapremo mai quale sia e se sia avverato.

La tragedia nella miniera di carbone di New York ニューヨーク炭鉱の悲劇 (Nyū Yōku tankō no higeki, 1990)

Apparso in origine in rivista in versione più lunga, narra di un uomo che per partecipare ai funerali di suoi amici si fa prestare l’abito scuro da un amico che ha la mania di visitare gli zoo durante i funerali. Alla fine dell’anno, in una festa a Rappongi, il nostro incontra una donna che gli dice di aver ucciso una persona che gli assomigliava. Al solito, c’è il finale estraniante: l’ultima parte del testo narra di minatori intrappolati in una miniera di carbone.

L'aeroplano – o come lui parlasse da solo con l'aria di recitare una poesia 飛行機あるいは彼はいかにして詩を読むようにひとりごとを言ったか (Hikōki – Arui wa kare wa ika ni shite shi o yomu yō ni hitorigoto o itta ka, 1987)

Come il precedente, riscritto da una precedente versione. Un uomo ha una relazione sessuale con una donna che ha sette anni più di lui. Lei piange a comando, lui recita poesie sottovoce senza accorgersene. Lei scrive il testo dei monologhi, e scoprono che lui parla di aeroplani. Perché? Il racconto finisce.

Lo specchio (Kagami, 1983)

Questo è invece il primo di alcuni racconti “di paura”. Un post-liceale accetta un lavoro di guardiano notturno in una scuola. Una notte vede una persona riflessa in uno specchio. È solo ma la figura non è la sua. Rompe lo specchio e fugge. Al mattino non ci sono specchi rotti da nessuna parte. Il ragazzo non metterà mai specchi in una sua casa.

Il folclore dei nostri tempi, preistoria del capitalismo avanzato 我らの時代のフォークロア高度資本主義前史 (Warera no jidai no fōkuroa: kōdo shihonshugi zenshi, 1989)

Murakami, essendo del ’49, ha ovviamente vissuto gli anni della contestazione, che bolla con l’epiteto del sottotitolo: preistoria del capitalismo avanzato. Qui narra una storia come fosse una metafora proprio di quegli anni. A Lucca incontro un suo vecchio amico, lo ricorda fidanzato con Yoshiko. Lui gli racconta che stavano bene insieme ma non fecero mai sesso, che Yoshiko voleva arrivare vergine al matrimonio. Stanno insieme per anni, poi, inevitabilmente si lasciano. Dopo essersi sposata, Yoshiko lo chiama dicendogli essere disposta, finalmente, a fare l’amore. Ma non è la stessa cosa, non è la stessa sensazione. I due si lascino e non si vedranno più. Quella sera va a letto con una prostituta prima di continuare con il resto della sua vita.

Coltello da caccia ハンティング・ナイフ (Hantingu naifu, 1984)

Un uomo è in vacanza insieme alla su un'isola del Pacifico, molto probabilmente Guam, dove incontrano un’anziana donna con il figlio su una sedia a rotelle. Dopo varie storie senza connessioni, la sera prima della partenza, l’uomo incontra di notte il paralizzato, che gli mostra un coltello da caccia, e gli racconta il suo sogno: il coltello è conficcato nella sua testa ma non è in grado di tirarlo fuori, per quanto ci provi.

La giornata giusta per vedere i canguri カンガルー日和 (Kangarū biyori, 1981)

Mentre tutti i testi hanno il titolo correttamente tradotto, questo è uno dei pochi leggermente diverso, visto che l’originale titola anodinamente: “Tempo da canguri”. Una coppia, saputo che dai canguri dello zoo è nato un piccolo, decidono di andarli a vedere. Ma è passato tempo, ed il canguro non è più nel marsupio, lasciandoli delusi a sorseggiare una birra.

Il tuffetto かいつぶり (Kaitsuburi, 1981)

Qui ci vorrebbe mio cugino, che a lungo ho cercato di capire il senso del testo, anche perché pensavo ad un tuffo nelle acque. Mentre il titolo si riferisce ad un piccolo volatile, che forse è chiamato svasso. Ma la storia straniante narra di un uomo che deve prendere servizio in un posto misterioso, dove non lo fanno entrare perché non sa la parola d’ordine. Lui inventa “tuffetto”, parola che viene riportata al capo del posto che in effetti è un “tuffetto”. Ecco i tanti misteri degli antropomorfismi di Murakami.

I gatti antropofagi 人喰い猫 (Hito-kui neko, 1991)

Altra storia straniante, che fa risuonare altri testi di Murakami. Un uomo e una donna, sposati con altri, hanno una relazione. Scoperti, decidono di andare via e riparano in Grecia (luogo spesso frequentato da Murakami), dove leggono la storia di una donna che muore in casa, e viene divorata dai suoi gatti che non hanno nulla da mangiare. La notte, la donna si allontana e scompare. Ricorda molto le atmosfere della ragazza dello Sputnik, dove il romanzo riesce a darci una dimensione completa e comprensibile di tutto il contesto. Qui, è monco.

Storia di una zia povera 貧乏な叔母さんの話 (Binbō na obasan no hanashi, 1980)

Metafora di qualcosa di cui ci si vergogna, il protagonista si trova qualcosa attaccato alla schiena. Ognuno ci vede qualcosa di diverso, ma sempre qualcosa di cui non andare fieri. Così come è venuta “la zia povera” attaccata alla schiena ad un certo punto e senza motivo scompare.

Nausea 1979 嘔吐1979 (Ōto 1979, 1984)

Un amico dell’autore, molto attivo con le donne, gli racconta che ha sofferto per 40 giorni di nausea, dal 4 giugno al 14 luglio 1979. Ogni volta riceva una misteriosa telefonata. L’ultimo giorno il misterioso telefonista gli chiede “Sai chi sono?”, e le nausee terminano. I due sono sicuri che tutto ciò abbia un significato, ma non sanno quale.

Il settimo uomo 七番目の男 (Nanabanme no otoko, 1996)

Un uomo (e ci si domanda il valore del numero sette) racconta una grande paura avuta quarant’anni prima. Durante un tifone, mentre era in spiaggia con un suo amico, una grande onda porta via il suo compagno mentre lui viene risparmiato. Da quel momento e fino ai suoi cinquanta non ritorna mai al mare. Quando lo fa ritrova i bellissimi dipinti del suo amico, e fa la pace con la sua coscienza, pronunciando la farse sulla paura che vi riporto in fondo.

Nell'anno degli spaghetti スパゲティーの年に (Supagetī no toshi ni, 1981)

Gli spaghetti come simbolo della solitudine, dove il protagonista, per un anno, nel 1971, non incontra nessuno, rimane in casa e cucina solo spaghetti. Quando qualcuno lo cerca, si nega e torna ai suoi spaghetti. Che tra l’altro, essendo Murakami stato spesso in Italia, sono proprio spaghetti, tant’è che parla di “carbonara”.

Tony Takitani トニー滝谷 (Tonī Takitani, 1990)

Strano il destino di questo testo, che essendo più articolato di altri, consente una maggiore elaborazione, tanto che nel 2004 un regista giapponese (per chi ne vuole sapere si tratta di Ichikawa Jun) be trae un film.

La storia parte da Shozaburo Takani, trombonista jazz, che vive in Cina negli anni ’30, tornato poi in patri dopo la guerra, si sposa, ed al figlio mette un nome “da jazz”, Tony. Morta la moglie, lui in tournée, Tony cresce da solo diventando un buon illustratore. A 37 anni sposa una donna di quindici anni più giovane, che si dimostra ben presto una “addicted” dello shopping, comprando quantità esorbitanti di vestiti e di scarpe. Quando Tony la rimprovera, lei esce furiosa di casa e muore in un incidente. Tony si intristisce, paga una modella perché indossi gli abiti, nuovi, della moglie. Poi si pente, manda tutto all’aria. Poco dopo muore anche il padre, lasciandogli una valentissima collezione di vinili. Tony vende tutto, ed alla fine si accorge di essere veramente solo.

Come vedete, anche qui una metafora della solitudine, condita da due delle passioni di Murakami: fumetti e jazz.

Splendore e decadenza delle ciambelle a cono とんがり焼の盛衰 (Tongari-yaki no seisui, 1983)

Altro testo che inizia “normale” poi vira in metafora. Un giovane si trova coinvolto in una gara per una nuova ricetta di un dolce denominato “ciambelle a cono”, che prima di allora non aveva mai sentito nominare. Ne produce una nuova, per avere il premio di due milioni di yen. Sottoposto al giudizio dell’azienda produttrice, sembra favorito, ma deve superare la prova finale. Ed ecco il salto: vincerà se le ciambelle a cono saranno graditi dai Corvi delle Ciambelle, enormi uccelli obesi che mangiano solo quello. Vincerà?

L'uomo di ghiaccio 氷男 (Kōri otoko, 1991)

Metafore su metafore. Una donna si innamora di un uomo, indicato come “Uomo di Ghiaccio”. Imperturbabile, empatico con gli altri, ma assolutamente incapace di programmare e prevedere un futuro. Contro tutti i pareri i due si sposano, ma lei è infelice per la freddezza del marito e la mancanza di figli. Decidono una vacanza al Polo Sud (mettiamoci una caterva di punti interrogativi qui). Dove l’uomo si trova nel suo elemento, ed è felice, finalmente concepiscono un figlio, un bambino di ghiaccio, ma la nostra protagonista capisce che non riusciranno mai ad andare via di lì.

Granchi (Kani, 2003)

Venti anni prima, Murakami scrive un testo intitolato 野球場 (Kani, Il campo da baseball), e qui decide di rielaborarne una parte, spostando l’zione a Singapore dove una coppia entrando a caso in un ristorante, fa enormi scorpacciate di granchi. Tutto sembra andar bene, i due ci tornano ogni sera. Ma l’ultima notte, lui si sente male, vomita granchi a tutto spiano, e ne scopre una famiglia enorme di vermi. Poi, davanti alla finestra giura che non mangerà più granchi e che la storia con la ragazza non potrà avere molto seguito.

La lucciola (Hotaru, 1983)

Qui invece abbiamo una premonizione, laddove l’idea base del racconto (l’amico suicida, l’incontro ed il rapporto con l’ex del suo amico a Tokyo, ed altre piccole parti del rapporto a tre monco) sarà parte di quello che per me è da sempre il miglior testo di Murakami: “Norwegian Wood/Tokyo Blues”.

Qui, oltre alla parte poi ripresa nel romanzo, c’è l’amicizia del protagonista con un suo compagno di Università, che da sempre vuole fare il cartografo, e che, dopo le storie del nostro con la ragazza, gli regala un barattolo con una lucciola. Il racconto termina osservando il ragazzo che sul tetto della scuola, libera la lucciola.

Percorsi del caso 偶然の旅人 (Gūzen no tabibito, 2005)

Qui Murakami ci parla in prima persona, portando esempi di casualità della vita. Due lo riguardano da vicino. Nel primo, in un Jazz club, si trova ad ascoltare uno dei suoi pianisti preferiti, Tommy Flanagan, sperando che questi possa suonare due pezzi che adora: “Barbados” di Charlie Parker e “Star-Crossed Lovers” di Duke Ellington. Ovviamente, per caso, Tommy chiude il concerto con questi due pezzi. Nel secondo, entra in un negozio di dischi, il 5-Spot (che p anche il nome di una jazz hall americana) dove acquista un raro disco del sassofonista Pepper Adams, intitolato “10 to 4 at 5-Spot”. Mentre esce dal 5-Spot, un ragazzo gli chiede l’ora, lui guarda l’orologio e gli dice “10 to 4” (l’azione di svolge nel Massachusetts).

Racconta le storie ad un suo amico, che gli rimbalza con la sua. Lui, accordatore di pianoforte gay, quando fece coming out ruppe con la sorella. Ora sono dieci anni che non sente la famiglia, ha un solido rapporto, ma frequenta un centro commerciale nelle ora di pause. Lì legge libri ed incontra una donna sposata che legge il suo stesso libro, “Casa desolata” di Charles Dickens. I due diventano amici, senza che lui le dica di esser gay. Molto amici, tanto che la donna, dopo mesi di frequentazioni, gli chiede di andare a letto con lei. A questo punto deve dirgli la verità e lei gli dice che, benché sposata, si era risolta a questa avances perché il giorno dopo deve subire un’operazione al seno. Il nostro, solo e pensoso, decide di chiamare la sorella che, appunto, non sentiva da dieci anni. E questa gli dice che aspettava questa telefonata, perché il giorno dopo avrebbe avuto un’operazione al seno per un possibile tumore.

Eccoli, i percorsi del caso…

Hanalei Bay ハナレイ・ベイ (Hanarei Bei, 2005)

Questo per me è il migliore testo del libro.

Sachi è una pianista di jazz, vedova, che perde il suo unico figlio che, in vacanza alle Hawaii per fare surf nella baia di Hanalei, viene attaccato da uno squalo e muore. Lei va nella baia, e rimane incantata dal posto, dove ritorna ogni anno per tre settimane pensando al figlio, ed impiegandosi saltuariamente come pianista in un bar locale. Ci sono altre storie, legate in vario modo a questa principale, per cui è l’unico che invito a leggere. A me rimane la figura di Sachi, ed il suo stare seduta in una sdraio di fronte alla baia di Hanalei (e se dovessi musicarlo ci metterei “En el Muelle de San Blas” dei Manà).

Inoltre, la baia non solo è reale, ma è realmente un paradiso per surfisti.

In un posto dove potrei trovarlo どこであれそれが見つかりそうな場所で (Doko de are sore ga mitsukarisō na basho de, 2005)

Una donna contatta un investigatore, che cerca senza compenso persone scomparse, perché il di lei marito è scomparso tra il 24º e il 26º piano del grattacielo in cui abitano. Scomparso per le scale, visto che il marito non prendeva mai l’ascensore. L'investigatore si trasferisce nel grattacielo, incontra varie persone anche loro per le scale, che conoscevano di vista lo scomparso. Il nostro ritiene che lì ci sia una porta segreta (prodromo dei passaggi segreti tra varie dimensioni mentali e temporali delle sue opere migliori). Quando venti giorni dopo il marito viene ritrovato senza memoria in una stazione ferroviaria periferica, l’investigatore decide comunque di continuare a cercare la “porta”.

La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno 日々移動する腎臓のかたちをした石 (Hibi idō suru jinzō no katachi o shita ishi, 2005)

Qui abbiamo una storia che potrebbe essere un prequel di “Torta di miele” pubblicato cinque anni prima in “Tutti i figli di Dio danzano”. Ritorna infatti Junpei, qui non ancora scrittore come nell’altro racconto (che vi invito a ricercare nelle mie trame). Ha come un blocco che non riesce a portare avanti un racconto, finché non incontra Kirie, donna bella e misteriosa. È lei che gli suggerisce la storia di una pietra a forma di rene che una dottoressa, con una storia con un dottore sposato, trova in riva al mare. Junpei prende l’inizio e lo sviluppo con la pietra che, benché usata come fermacarte, si sposta nello studio della dottoressa. E quando questa la getta nel mare, la pietra poi torna al suo posto.

Scritto il testo lo vuole condividere con Kirie, ma lei è scomparsa. Solo mesi dopo, in una casuale trasmissione radiofonica, scopre che Kirie è una lavavetri acrobatica di grattacieli. A questo punto, Junpei può chiudere il racconto, e la pietra scompare.

La scimmia di Shinagawa 品川猿 (Shinagawa saru, 2005)

Qui ci si incarta in uno strano rapporto psicologico-fantastico. Mizuki dimentica spesso il suo nome, chiede aiuto ad un centro psicologico di Shinagawa, dove trova una dottoressa molto accudente. Scopriamo che il trauma di Mizuki è legato ad una sua compagna che, durante il collage, le consegna la targhetta con il suo nome, dicendole “Attenta a non fartele rubare da una scimmia”. Poi l’amica nella notte si suicida. Dopo la confessione, Mizuki cerca le targhette, ma non le trova. È invece la dottoressa, con il marito, che trova una scimmia parlante (ecco il fantastico di Murakami che entra), che ruba le targhette pere entrare nella psiche delle persone. Mizuki si fa raccontare dei suoi problemi, si fa riconsegnare le targhette, ed ottiene che la scimmia venga liberata lontano dalla città e non torni a disturbare gli umani.

Ed ora aspettiamo la prossima lettura.

“Non che valesse gran che, quel cane. Era un fifone, abbaiava a tutto quello che vedeva … Non era di nessuna utilità, sapeva soltanto far rumore.” (151)

“Noi esseri umani non dobbiamo temere la paura in sé. La paura esiste … a volte opprime la nostra vita … la cosa più temibile, però è … chiudere gli occhi per non vederla.” (194)

“Il mio segno è la bilancia. Non riesco a sopportare le cose sbilanciate.” (346)

Haruki Murakami “L’arte di correre” Corriere – Murakami 19 euro 8,90

[A: 17/09/2020 – I: 07/09/2024 – T: 08/09/2024] - &&&      

[tit. or.: 走ることについて語るときに僕の語ること Hashiru koto ni tsuite kataru toki ni boku no kataru koto; ling. or.: giapponese; pagine: 146; anno 2007]

Era molto tempo che avevo in mente di leggere questo libro, per un motivo personale che forse vi dirò più avanti. Nel corso quindi della lettura analitica e didascalica dell’opera di Murakami sono ben contento che ora mi sia capitato tra le mani. Avevo anche immaginato che non fosse solo e soltanto un manuale del corridore, ma in particolare, conoscendo l’autore, fosse un modo per raccontare una parte di sé.

Comunque, al solito, cominciamo invece dal titolo. Che nella versione italiana è anodino e generico, mentre nell’originale aveva anche un rimando abbastanza esplicito ad altro. Infatti, la traduzione dal giapponese (che ho trovato in un sito ben ferrato nella lingua) è “Di cosa parliamo quando parliamo della corsa”, che penso a tutti faccia subito venir in mente il bel libro di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d'amore”. Tutta una diversa simbologia, tutto un grande rimando. Perché Murakami non parla solo di correre, anche se è il filo rosso del testo, ma parla della sua scrittura, e del parallelo tra le due attività.

Certo, si parla della corsa, e dell’approccio che Murakami ha avuto verso questa espressione corporea. Da quando nel 1982 decide che deve trovare uno sfogo fisico per mantenersi in (discreta) forma, iniziando quindi a correre ed a farlo impegnandosi, una costanza che gli servirà per imbastire più avanti i suoi percorsi paralleli.

Intanto, confessa di aver partecipato a più di trenta maratone, ed anche a qualche ultramaratona, come quella di cento chilometri che si svolge nel nord del Giappone, nell’isola di Hokkaido. Ma soprattutto, è interessante la descrizione che fa della sua prima, vera sgambata multi-chilometrica, sul percorso classico da Maratona ad Atene. Una corsa solitaria, che serviva a raccogliere i propri pensieri, a immaginarsi il passo di Filippide, ed a confessare che, comunque, i suoi tempi migliori si sono sempre aggirati sulle tre ore e mezza.

Cosa ci insegna la scrittura di Murakami sulla corsa e sul suo parallelo della scrittura. Innanzi tutto, che al nostro piace fare le cose da solo, sfidando sé stesso. Il corridore è orgoglioso di aver portato a termine la sua gara, non importa i quale posizione. Così come il pensiero principale dello scrittore lo porta alla ricerca di raggiungere il livello di scrittura e di messaggio che si era prefissato cominciando a scrivere. Senza aver cura di onori, premi, vendite. Scrivere è un atto solitario, non come tutte le corse, ma di certo come la maratona.

Ed è proprio lo star solo chino sulla scrittura, serve a Murakami per parlarci del lato fisico della scrittura; l’autodisciplina, la concentrazione, la resistenza. Almeno nella sua scrittura, che noi conosciamo altri che, invece, sono degli scattisti della penna. Pensiamo solo a Simenon che scriveva i suoi romanzi in media in una settimana, e non erano certo romanzi “a perdere”.

Quindi, se la corsa diventa uno strumento per superare (i propri) ostacoli, è attraverso la corsa che ci dice di trovare la forza interiore per praticare una strada che lo possa portare a realizzare i propri sogni. Ed ecco allora la sfida. Correre, continuare a correre, cercando, con il passar degli anni, di rimanere o migliorare le proprie prestazioni. Quindi, provare, ed ancora provare. Come nella scrittura, dove, analogamente alla corsa, spesso Murakami riprende brani, idee, anche situazioni che aveva utilizzato in qualche suo scritto, per scriverne ancora sopra, per alzare l’asticella, per sfidare sé stesso a migliorarsi, a piacersi di più.

Ma solo nella propria scrittura, perché sempre, ed anche qui, non cerca di sedurre, non cerca di indurre il lettore né a correre, né a scrivere, ma solo a lavorare su noi stessi, a provare, a non rimandare di fare quello che possiamo fare solo perché è inutile provarci, perché non si ha tempo. Noi sappiamo, e lo sa anche lui, che poi il tempo, per tutti finisce.

Non essendo io un gran corridore, anche essendo un corridore nullo, ho al contrario apprezzato molto tutti i rimandi letterari, le citazioni di tanti scrittori. Dostoevskij, Hemingway, Fitzgerald, Shakespeare, Balzac, Dickens. Ma soprattutto ho apprezzato il pensiero verso Osamu Dazai ed al suo scritto “Corri Melos!”. Uno scritto non sulla maratona, ma sul fatto che Melos solo stremandosi in una corsa folle può riuscire a salvare l’amico Selinuntius. Una “fabula” già ripresa da Schiller e basata su di una storia romana di Gaio Giulio Igino.

Murakami, inoltre, da buon conoscitore di oriente e occidente, mi delizia con alcune massime divergenti. Sempre con quel parallelo tra corsa e scrittura, poiché scrivere non è per tutti i “normali di mente”, ma c’è comunque bisogno di buona salute, prima parafrasa Giovenale con “Mens insana in corpore sano”, e poi Cartesio con “Corro, dunque sono”.

In finale, riprendo l’accenno fatto inizialmente. Uno dei motivi in più che mi ha fatto leggere questo libro, è il pensiero delle maratone di mio fratello. Non tante, ma significative, dalla maratona di New York all’ultramaratona dei cento chilometri del Passatore. Bravo Paolo.

Devo dire, in conclusione, che ho apprezzato molto tutto l’impianto del libro, e tutte le analisi che Murakami fa su di sé, sapendo, come tutti sappiamo, che, leggendone, poi, ne ribaltiamo il significato su di noi. Apprezzando anche quello che, al fine, lui pensa sia corretto scrivere sulla sua tomba: “Haruki Murakami. Scrittore (e corridore). Almeno non se n'è mai andato”.

“Ci si accontenta di quello che c’è. … Raggiungere questa consapevolezza è uno dei vantaggi dell’età.” (74)

Haruki Murakami “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” Corriere – Murakami 14 euro 8,90

[A: 17/08/2020 – I: 19/10/2024 – T: 22/10/2024] - &&&& --      

[tit. or.: 色彩を持たない多崎つくると、彼の巡礼の年 Shikisai o motanai Tazaki Tsukuru to, kare no junrei no toshi; ling. or.: giapponese; pagine: 275; anno 2013]

Ed eccoci ancora, dopo che per un ennesimo anno non ha vinto il Nobel (che secondo me invece merita, e quindi puntiamo al prossimo anno) a leggere un libro di Haruki Murakami. In realtà, per altri motivi, stavo per iniziare il ponderoso librone del Commendatore, ma, cedendo alla mia filologica voglia di seguire il percorso creativo del meno giapponese degli scrittori giapponesi, ho ripiegato su questo Tazaki che si inquadra nell’ordine di scrittura del nostro scrittore.

Intanto, preliminarmente, devo dire che finalmente il titolo viene riproposto così come era stato pensato dall’autore. Anche perché ha un suo forte senso simbolico, come molto spesso in Murakami. La prima parte (“L’incolore Tazaki Tsukuru”) fa riferimento ai colori contenuti nei nomi o nei cognomi dei personaggi del romanzo, e su cui torneremo presto. La seconda parte (“i suoi anni di pellegrinaggio”) è in effetti un doppio richiamo. Da una parte, sotterraneamente, c’è Goethe che nel libro a suo tempo erroneamente tradotto come “Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister” (e che solo recentemente è stato corretto in “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister”) ci parla della terza fase della crescita della persone, che ad un certo punto

deve assumere la sua maturità e accettare sacrifici. Dall’altra, invece, c’è Franz Liszt di cui il protagonista ascolta il brano “Le mal du pays (Nostalgia di casa)” che fa parte del ciclo pianistico “Années de pèlerinage che il pianista ungherese aveva composto pensando a Goethe.

Quindi, lasciando perdere troppi voli onirici e molti passaggi inspiegabili di altre sue creazioni letterarie, qui torniamo ad un discorso abbastanza lineare: un libro di formazione, che segue la crescita del nostro Tazaki, fornendoci i motivi delle sue insicurezze e le armi per superarle. Certo, e questo è un suo limite, ma anche una sua cifra stilistica, poi lascia a noi lettori il compito di completare l’opera secondo le nostre sensibilità.

Cominciamo allora dalla prima parte del titolo, immergendoci in un mondo che solo grazie alla mirabile traduzione di Antonietta Pastore, ci rimane un po’ meno oscuro. Infatti, quasi tutti i personaggi del libro hanno nella loro onomastica un riferimento ad un colore, eccetto appunto il protagonista, Tazaki Tsukuru, che ha solo un’omofonia in giapponese con il verbo “costruire”, ma per il resto è del tutto “incolore”.

Come non lo sono i suoi quattro amici di gioventù: Eri Kurono e soprannominata Kuro o "Nera" dato che il suo cognome significa "Prato Nero", Yuzuki Shirane soprannominata Shiro o "Bianca" poiché il suo cognome significa "Radice Bianca", Kei Akamatsu soprannominato Aka o "Rosso" dove il suo cognome significa "Pino Rosso") e Yoshio Oumi soprannominato Ao o "Blu" che il suo cognome significa "Mare Blu". Ma ci sono anche il suo amico dei tempi universitari Fumiaki Haida il cui cognome significa "Risaia grigia" ed il protagonista di una strana storia inseritasi ad un certo punto, Midorikawa, dove il cognome significa "Fiume Verde". L’unico altro non-colore è la sua (probabile) fidanzata Sara Kimoto che nel cognome porta il significato di "base dell'albero", un albero cui il nostro dovrà appoggiarsi per crescere.

La storia, con qualche deviazione di tanto in tanto, è abbastanza lineare. Tazaki ed i suoi quattro amici sono molto legati durante gli anni del liceo. Poi, mentre gli altri rimangono nella natia Nagoya (a poco più di due ore di treno veloce dalla capitale), Tazaki segue la sua vocazione (quella di diventare ingegnere ferroviario per costruire stazioni) e si trasferisce a Tokyo.

Ovvio che i legami si sfilacciano, ma niente prepara Tazaki a subire un duro colpo: i quattro amici, senza nessuna spiegazione gli chiedono di non mettersi più in contatto con loro. Colpo mortale, che Tazaki medita per sei mesi di suicidarsi, mentre noi ci domandiamo: perché non hai chiesto spiegazioni? La risposta è insita nel carattere giapponese, che Tazaki non può commettere la scortesia di insistere. Quindi si isola nella capitale, seguendo e raggiungendo la sua vocazione.

C’è un primo inciso, negli anni universitari, con l’avvicinamento a Haida, che serve a Murakami per un duplice scopo. La vicinanza dei due induce sogni erotici in cui Tazaki fa l’amore con Kuro e Shira, ma poi si trova a penetrare Haida, interrogandosi sul fatto possibile di essere gay. L’altro è presentare la storia di Midorikawa, un geniale pianista jazz, che, non avendo sbocchi alla sua vita ed alla sua arte, decide di accettare un patto con la morte, venendo a conoscenza dei due mesi che gli restano da vivere.

Murakami, visto che Tazaki è appunto incolore, ha bisogna di qualcuno che lo spinga a fare, ad agire, e Haida è il primo. Certo, veniamo spiazzati che dopo un’intensa vicinanza tra i due, Haida sparisce e nulla sappiamo più di lui. Ma le due storie servono a rafforzare il carattere di Tazaki, farlo uscire dal guscio, laurearsi e seguire la sua passione ferroviaria. Ma anche a fornire una chiave: Haida lascia in dono a Tazaki un cofanetto con l’esecuzione completa delle suite di Liszt che compongono “Gli anni del pellegrinaggio”. Un viaggio che impiegherà più di dieci anni a maturare, e potrà essere innescato solo dall’esterno.

Il secondo scossone, infatti, gli viene da Sara che, giustamente, gli dice che, se vuole la loro relazione prosegua su binari non fragili, il nostro deve affrontare il problema che lo attanaglia da ben sedici anni. Su questa spinta, Tazaki torna a Nagoya per incontrare Ao e Aka, e poi vola in Finlandia dove si è trasferita Kuro. Non riuscirà a ritrovare Shiro che sei anni prima è stata uccisa in modo violento, senza però che l’omicida sia mai stato ritrovato.

Finalmente, durante questi colloqui, Tazaki scoprirà il motivo che ha spinto i suoi ex-amici ad allontanarlo. E con ognuno ne farà un ragionamento approfondito, tirandone fuori, dialetticamente, problemi e discussioni. Solo qui, quasi verso la fine del libro, spariscono quei caratteri troppo giapponesi che avevano un po’ offuscato l’inizio (ma solo per chi non è mai stato in Giappone). Rimanendone uno solo.

Tazaki aveva visto Sara con un altro, e non sa il rapporto tra i due. Ma ormai forte del percorso fatto chiede a Sara di fare lei un passo verso la verità (o la sua verità o la realtà, insomma, comunque un passo). Il giapponese Murakami però non intende aiutare il povero lettore, che dovrà lui, districandosi tra le parole, trovare la propria verità.

Come vedete, è un classico percorso descrittivo dell’evoluzione personale e sentimentale di Tazaki, che solo quando avrà ricostruito sé stesso, riuscirà a proporsi al mondo senza infingimenti. Anche se, per tutto il romanzo, non riusciamo a respirare quell’aria che porta al trionfo di chi realizza sé stesso. Che rimane sempre un fondo di malinconia e di non risoluzione, quella che avevo indicato come la coperta giapponese su di un discorso generale e valido ovunque.

Un elemento che comunque andrei a sottolineare è la poca consistenza dei personaggi femminili. Kuro e Shiro sembrano un aggiornamento moderno delle protagoniste di Norwegian Wood (e non vi dico altro su questo parallelo, che poi se ne potrà discutere). Con i due caratteri contrapposti: Kuro espansiva e disinibita e Shiro riservata ed un po’ frigida. Molto in linea con i loro soprannomi (bianca e nera) ma poco altro. Mentre anche l’altra donna, Sara, rimane irrisolta. Serve a scatenare il ritorno di Tazaki verso la propria identità, ma di lei, a parte l’eleganza, ed un lavoro connesso ai viaggi, non sapremo mai null’altro.

Forse è Murakami è un po’ indulgente verso il sé-Tazaki, che alla fine esce sulle sue gambe da tutta la storia. Sarà incolore, ma ha un’idea fissa in testa (costruire stazioni) e quella pratica. Non ha per molto tempo un’identità sessuale, ma Sara gliela farà palesare. Insomma, un eroe positivo, anche se di una fragilità estrema, avendo sempre bisogno di un puntello (Haida, Sara) per andare avanti.

In effetti, le pagine sono piene di spunti di riflessione, come quelli che ripropongo in fondo, piccoli e banali. E come tutti gli spunti, il loro ragionamento deve essere nostro e non dell’autore. Per cui, anche il finale aperto, che a me decisamente non piace, ha di certo un suo senso, nel libro e nella vita di tutti.

Per finire qui, con tutti i possibili alti e bassi, io sono un Murafan.

“Per quanto insignificante e piatta sia, la vita vale sempre di essere vissuta.” (73)

“Chissà perché le parole giuste vengono in mente sempre troppo tardi.” (245)

La musica di questo libro:

Autore

Titolo

Capitoli

Franz Liszt

“Le mal du pays” da “Years of Pilgrimage”

4,7,10,11,13,16,19

Thelonius Monk

“Round Midnight”

5

Elvis Presley

“Viva Las Vegas”

10

Schumann

“Träumerei” from Scenes from Childhood

11

Franz Liszt

Petrarch’s Sonnet 47 e 104 da “Years of Pilgrimage”

13, 19

Elvis Presley

“Don’t Be Cruel”

14

Visto il non piccolo sforzo di completare gli scritti su Murakami, questa volta nessuna altra citazioni, solo l’elenco dei libri del mese di agosto. Un mese dalle molte letture nel riposo di campagna. Illuminate dalla trilogia di Copenaghen di Tove Ditlevsen e dall’interessante prova del brasiliano Samir Machado de Machado.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Michael Connelly

La notte più lunga

Pickwick

10,90

3

2

Lee Child

Zona pericolosa

TEA

12

2,5

3

Andrea Cotti

Il cinese

Corriere Profondo Nero

7,90

2

4

Wilbur Smith & Chris Walking

Fulmine

HarperCollins

16

2

5

Samir Machado de Machado

Il crimine del buon nazista

Sellerio

14

4

6

Maria Elisa Aloisi

Il canto della falena

Mondadori

6,50

3

7

Fabiano Massimi

L’angelo di Monaco

Repubblica Brivido Noir

8,90

2

8

Tove Ditlevsen

Infanzia

Fazi editore

15

4

9

Piergiorgio Pulixi

Per mia colpa

Mondadori

8,90

3

10

Kenzo Kitakata

Tokyo noir

Corriere

8,90

2,5

11

Georges Simenon

Faubourg

Repubblica

9,90

3,5

12

John Grisham

I fantasmi dell’isola

Mondadori

s.p.

1,5

13

Anne Holt

La pista

Repubblica Brivido Noir

8,90

2

14

Tove Ditlevsen

Gioventù

Fazi editore

15

4

15

Antonio Caron

Signorina Regina

Corriere Gazzetta

7,99

1

16

James Patterson

Il collezionista

TEA

8

3

17

Italo Calvino

Gli amori difficili

Repubblica

9,90

2

18

Luca Di Gialleonardo & Liudmila Gospodinoff

Il paradosso dell’arciere

Mondadori

5,90

3

19

Jussi Adler-Olsen

Il messaggio nella bottiglia

Feltrinelli

12

3

20

Tove Ditlevsen

Dipendenza

Fazi editore

15

4

21

Piergiorgio Pulixi

Un colpo al cuore

Rizzoli

16

3

22

Gwen Florio

La ragazza del Dakota

Corriere Oggi

8,90

2

Come detto, niente ulteriori citazioni che la trama è ben densa. Solo un suggerimento, ricavato dal lungo week-end di riposo. Se lo conoscete poco, tornate a visitare il Lago di Gara, ed in particolare i borghi del veronese (da Lazise a Malcesine). Quindi vi lascio con un abbraccio per affrontare un non facile mese di novembre.