domenica 16 marzo 2025

Donne gipponesi - 16 marzo 2025

Ancora una settimana al femminile (e ci può stare), ma da un’angolazione diversa ed inusuale. Abbiamo qui un florilegio di autrici giapponesi, anche se l’ultima è una giap immigrata in America. Apriamo e chiudiamo con due letture significative: la piccola favola di Keiko Yoshimura ed il toccante affresco personale di Julie Otsuka. Nel mezzo altre prove, dalla poco esaltante Kito Aya, alle gradevoli riuscite di Junko Takase e Yuka Murayama.

Ho solo un appunto prima di lasciarvi alla lettura: i curatori di queste collane dovrebbero curare meglio un’introduzione verso autrici di cui poco o nulla si sa in Occidente.

Keiko Yoshimura “108 rintocchi” Repubblica Giappone 1 euro 8,90

[A: 29/09/2024 – I: 05/11/2024 – T: 07/11/2024] - &&&&---

[tit. or.: 108 チャイム 108 Chaimu; ling. or.: giapponese; pagine: 170; anno 2023]

In effetti, è un libro molto gradevole, letto in un momento che avevo bisogno di un libro come questo. Pur tuttavia, qualche piccolo gradimento in minore compare di necessità, a colpa degli editori dello scritto. Il romanzo è tradotto dal giapponese da Laura Imai Messina, che so essere profonda conoscitrice della cultura nipponica, per cui ipotizzo che il testo originale sia proprio giapponese. Tuttavia, né nei “credits” del libro né in altri possibili siti informativi, incluso OPAC, è stato possibile ricavare il titolo originale e notizie più approfondite sull’autrice. Per questo, un po’ di piacere si è perso per via.

Non ovviamente il piacere del testo, e della scrittura di Keiko. Della quale, non sapendo nulla se non le due linee informative della casa editrice che ha pubblicato per prima il testo (Piemme, per essere precisi), non parlo, accontentandomi di seguire la favola che ci propone con gli occhi di chi nulla sa di testo e contesto.

L’idea della favola è inserirsi in un mondo chiuso e circoscritto, vederne dinamiche e rapporti con l’universo mondo, ed indagare sul comportamento umano. Con un occhio attento, anche, alle tradizioni locali.

Il mondo è un’isola di difficile raggiungibilità, dovuta al fatto che, spesso e volentieri, il mare si ingrossa ed impedisce alle navi di arrivare. D’altra parte è una specie di piccola montagna con anche evidenti difficoltà di essere raggiungibile con altri mezzi di trasporto. Alla fine, si potrebbe identificare con Aogashima, la più meridionale delle isole Izu, un arcipelago di un centinaio di isole e isolette, di cui solo nove abitate. Dalle mie ricerche, Aogashima è quella che più si avvicina alle descrizioni di Keiko: alla data ha 162 abitanti, un’istruzione che prevede si arrivi alle medie, ed una costante difficoltà di essere raggiunta da Tokyo, da cui dipende amministrativamente.

In questo non facile mondo, la vita scorre abbastanza tranquillamente, con l’unico grosso dispiacere di tutti: i giovani (ma non solo loro) se ne vanno, e l’isola invecchia. In pochi rimangono per tenerla in vita (ma fino a quando?), con il grosso problema di tutte le cose e le persone anziane: ci si deteriora e si ha bisogno di manutenzione.

Nell’isola non c’è più l’ufficio postale, ma la posta arriva all’ex-postina, ormai su di una sedia a rotelle, che telefona ai destinatari delle lettere che passano da lei a prenderle. C’è un emporio cui ci si rifornisce di tutto, e dove tutti vanno quando c’è bisogno di sapere novità o di comunicarne. C’è una piccola pasticceria gestita da una donna che ha deciso di essere allegra qualunque cosa succede. C’è l’anziana che suona magistralmente il pianoforte. C’è il vecchio maestro che ha visto crescere praticamente tutti gli abitanti dell’isola.

Ma soprattutto ci sono le tradizioni relative al Capodanno giapponese, con in testa il Joyanokane, il rito per cui i templi buddisti in tutto il Giappone suonano le campane per un totale di 108 rintocchi, al fine di esorcizzare i 108 desideri mondani presenti nell’uomo. Nell’isola, questa festa è da sessanta anni circa unita alla festa per il compleanno di Sohara Mamoru, il protagonista della favola. Ed in effetti, è la vita, le decisioni, le attività, i drammi di Sohara che seguiamo per tutta la favola.

Uno dei pochi bambini rimasti, ormai sessantenne. Un solo amico in gioventù, Yomada, cui rimane fedele anche se tutti lo sconsigliano, e rimane fedele fino a rimanerne scottato in maniera forse irreparabile. Mentre Sohara è quello che ripara, tutto e di più. Sin da piccolo aveva talento per riparare le cose, ed a quel talento rimane legato per tutta la vita. Ampliandolo con aggiustare anche le cose che forse non sono rotte, ma solo storte.

Sohara è un animo buono, uno che ho amato per i riflessi che vi ho trovato, anche se io non so usare neanche un chiodo per apprendere un quadro. Ma Sohara c’è un tubo che perde, una finestra con spifferi, una teiera rotta, uno specchio con una crepa, e lui ripara, sostituisce, previene anche le richieste. Come tutti i giovani vorrebbe scappare dall’isola, come h fatto Yomada, ma dopo un anno a Tokyo, torna.

Perché lui serve a mantenere l’isola in vita. Serve a far nascere una tenera storia d’amore con Yoko. Serve a creare una nuova vita nella loro figlia Taro, che, forse, andrà a studiare a Firenze. Se ci sono i soldi, se tutto procede, se Sohara non crolla sotto i pesi delle cose da fare, o da inventare, da aggiustare o da creare.

Seguiamo Sohara in tutto il giro di questo suo mondo, con tanti microracconti che ci parlano delle più belle figure che incontriamo nell’isola. Ma soprattutto, nel suo interrogarsi se, realmente, lui è utile alla comunità, se il suo volerla mantenere in piedi sia un atto di orgoglio o di bontà. Ci suscita tanti pensieri, Sohara, anche se, personalmente, e con tutto l’ottimismo della volontà, io sarò sempre dalla sua parte. Io e Sohara vinceremo o saremo sconfitti? Forse qualcuno ci spiegherà la bellezza delle cose che non riusciremo a fare.

Intanto cominciano a suonare le campane, e noi ci si purifica in attesa di un nuovo anno.

Un libro giusto, giunto in un momento giusto, che ha anche il merito di parlare senza enfasi delle tradizioni giapponesi ma anche e soprattutto un libro comunitario, bello e delicato, come sanno esserlo i fiori giapponesi.

“Serve fare tutte le scelte per farne una soltanto … una scelta giusta viene fuori da almeno cinque scelte sbagliate.” (41)

“Non è unicamente ciò che sogniamo e realizziamo ma anche ciò che ci è interdetto, reso impossibile dalle circostanze, a renderci felici.” (164)

Kitō Aya “Un litro di lacrime” Corriere Giappone 11 euro 8,90

[A: 20/07/2021 – I: 25/11/2024 – T: 26/11/2024] - & +      

[tit. or.: 1リットルの涙, Ichi rittoru no namida; ling. or.: giapponese; pagine: 190; anno 1986]

Un libro complesso per molte ragioni: contesto e sviluppo del testo in primo luogo. Intanto, ci sarebbe un mistero da risolvere nelle solite righe editoriali. Nella parte referenze viene scritto trattarsi di un libro pubblicato nel 2005. Al contrario, la parte principale è uscita nel 1986 ed alcune considerazioni sono state fatte nel 1988 per una nuova edizione. Sono il solito “spagliuzzatore”, ma credo che il lettore, ogni lettore, abbia diritto a tutte le informazioni corrette.

Il secondo dubbio è l’assenza, nei siti giapponesi, di riferimenti diretti dell’autrice, mentre c’è un lungo articolo dedicato al libro ed al film che ne fu tratto nel 2004.

Venendo al testo, non è che non prenda, ma lo fa soprattutto in quanto descrizione autobiografica della nascita e dell’evolversi di una malattia terribile. Nata nel 1962, Aya comincia ad avere dei sintomi particolari all’età di 14 anni. Sintomi che, dopo un’attenta analisi, portano i medici a diagnosticarle un’atassia spinocerebellare (SCO), una malattia che colpisce il cervelletto, praticamente sconnettendolo dal cervello, in modo irreversibile.

Il testo è in effetti il diario di Aya dove lei descrive l’avanzare della malattia e le sue sensazioni. Vediamo quindi Aya che inizia con la perdita dell’equilibrio, poi con la difficoltà nel calcolare le distanze tra gli oggetti, quindi l’impossibilità di camminare senza aiuto, un aiuto che trova prima in famiglia, poi con una sedia a rotelle meccanizzata. Cominciano altre difficoltà: mangiare e deglutire correttamente, parlare in modo distinto, fino alla perdita completa della capacità di scrivere. Pur non arrendendosi mai, non può che prendere atto del progressivo avvicinarsi della fine annunciata. Che sarà poi descritto da una postfazione della madre.

Aya è una ragazza che ha lottato per tutta la sua breve vita, ma che alla fine non può che perdere, seppure con dignità e consapevolezza. La sua scrittura è molto semplice, lineare, i sentimenti che ci comunica sono chiari. Il problema è che tutto è pervaso dalla naturale ritrosia giapponese, dalla difficoltà di esternare i sentimenti. Certo, la vediamo piangere e rammaricarsi di essere un peso per gli altri, ma tutto soffuso da una freddezza assai poco comunicativa.

Leggendo siamo forse noi che veniamo presi da emozioni diverse. Vedere il sistema scolastico che emargina i diversi, per poi relegarli in scuole per disabili che sembrano solo ghetti di parcheggio per non far vedere i malati. Ci viene subito in mente la signora Tokue di Durian Sukegawa. Ugualmente accade nei vari ospedali che ospitano Aya durante gli anni. Attenti quando lei ancora ha alcuni gradi di autonomia, poi sempre più freddi e distanti.

Leggiamo come Aya pensi a sé stessa in modo progressivamente disperante. Vuole studiare, leggere, essere autonoma, sogna di avere una famiglia. Ma solo nei primi anni. Poi capisce la malattia, e l’unica sua ragione di vivere è di non morire. In questo, l’unica persona che le sta vicino è la madre. Il padre sparisce dal testo dopo poche pagine. I fratelli ci sono per un breve tratto, poi si ritirano nell’ombra. Solo la madre rimane, presente, costante. È lei che convince Aya, quando non riesce più a scrivere, a pubblicare il diario così com’è, per aiutare tutti i malati, più o meno gravi, ad affrontare la loro malattia, a non tirarsi indietro, a non piangersi addosso. Si capisce tutto ciò tra le righe, purtroppo, almeno a me occidentale e moderatamente sano, non comunica altre emozioni.

Questo è di certo il limite del testo e della sua non eccelsa diffusione fuori dal Giappone. Risulta in realtà decisamente noioso, con solo alcuni spunti, alcuni momenti di piccolo coinvolgimento. A me ne è rimasto uno, quando racconta, essendo ancora allo stadio iniziale della malattia, la visita scolastica a Hiroshima ed ai luoghi della Bomba Atomica. Ho rivisto nelle sue parole il deflagrante diorama posto nel mausoleo, ed ho rabbrividito ancora una volta. Ed ho sentito, nelle sue parole, la comunanza di dolore con le migliaia di morti di Hiroshima.

La parte meno fredda è forse la fine, quando il diario si interrompe e seguiamo le spiegazioni relative alla malattia ed al percorso medico di Aya nelle parole della dott.ssa Hiroko Yamamoto, suo medico curante. E nella postfazione finale della madre di Aya, dove traspare tutto il dramma di vedere ammalarsi una figlia senza possibilità di essere curata.

Inciso finale, ricordando che il libro è della fine degli anni Ottanta, solo nel 2011, un professore giapponese, Hirokazu Hirai, ha trovato delle ipotesi di sviluppo della malattia attraverso degli esperimenti sui topi. Un finale che, come anche nelle parole di Aya, deve infonderci per sempre una fiducia nella ricerca.

“Anziché contare ciò che hai perso, prenditi cura di quel che hai ancora.” (140)

Junko Takase “Le delizie della signorina Ashikawa” Repubblica Giappone 10 euro 8,90

[A: 28/11/2024 – I: 18/12/2024 – T: 19/12/2024] - &&

[tit. or.: おいしいご飯が食べられますように Oishii gohan ga taberare masu yō ni; ling. or.: giapponese; pagine: 118; anno 2022]

Junko Takase è una giovane scrittrice giapponese, di cui si hanno poche e scarse notizie in tutti i siti deputati in rete. Non sappiamo l’età, la storia, sappiamo solo che ha scritto questo libro delicato, con cui ha vinto importanti premi nazionali. Per cui non ci resta che parlarne attraverso la scrittura ed il modo in cui ha realizzato questo veloce racconto lungo.

Intanto notiamo che in Italia viene proposto con un titolo, “Le delizie della signorina Ashikawa”, che rimanda immediatamente al bel libro di Durian Sukegawa di cui ho già tramato. Mentre il titolo originale giapponese dovrebbe essere tradotto con qualcosa del tipo “Spero che tu possa mangiare cibo delizioso”. Un cambiamento che non rende giustizia al testo. Dove seppur è vero che Ashikawa è una degna preparatrice di cibo, è proprio il cibo il centro intorno a cui ruotano le poco più di cento pagine.

Perché si parla di cibo al fine di inserire il discorso nell’analisi di microcosmi comportamentali e relazionali, che costituiscono l’ossatura del testo. Centro che, alla base, riporta il nascere e l’evolversi di un triangolo amoroso, stretto tra le pareti di un ufficio non meglio identificato, con le ramificazioni verso pub ed altri ritrovi per bere e mangiare e la casa di uno dei protagonisti.

Che sono appunto Ashikawa, una signorina da tempo impiegata nell’ufficio, timida, impacciata, totalmente non arrivista, che, tra mal di testa ed altri veri o falsi malesseri, riesce a mantenere un orario d’ufficio accettabile, anche se così il suo lavoro ricade sugli altri. Che sono due impiegati da poco arrivati nell’ufficio. Oshio che invece è arrivista e competitiva, con uno spiccato senso teso al raggiungimento di nuove mansioni, non disdegnando quindi di lavorare fino a tardi, anche se ogni volta sbuffa nel doversi sobbarcare il lavoro non eseguito da Ashikawa. Nitani che anche lui lavora sino a tardi, ma senza lamentarsi, che per lui il lavoro è vita, e tutto il resto, compreso il cibo, un accidente che bisogna controllare e minimizzare.

Anche se Ashikawa è poi il deus ex-machina della trama, la scrittrice ci presenta gli avvenimenti alternando una narrazione in prima persona di Oshio, ed una in terza persona incentrata sui pensieri e sulle azioni di Nitani. Nitani e Oshio, lavorando sino a tardi, spesso escono insieme la sera, si ritrovano a bere in locali vicino all’ufficio, parlando di cosa vi succede, e sovente sparlando di Ashikawa. Dalle parole di Oshio, capiamo anche che lei si è presa una cotta per Nitani, ma la deontologia del lavoro le impedisce di fare la prima mossa.

Nitani, invece, è attratto da Ashikawa, trovando la sua natura fragile ed inassertiva consona ad un possibile rapporto duraturo. Che la famiglia di Nitani preme a che si sposi e faccia una famiglia, e Ashikawa rappresenta una tipica moglie che incarna gli ideali remissivi della tipica cultura giapponese classica. Il forte problema è che Nitani è assolutamente refrattario al cibo, mangerebbe solo “noodles cup”, quei barattolini contenenti gli spaghetti giapponesi, cui si aggiunge acqua calda. Un cibo di cui la sua casa è piena.

Comunque, Nitani comincia ad uscire con Ashikawa, poi i due cominciano a frequentare la casa di Nitani, fanno l’amore, facendo crescere il loro rapporto. Così che Ashikawa esce dal suo bozzolo, si fa più espansiva, e per farsi perdonare la scarsità del suo apporto lavorativo, comincia a portare le sue realizzazioni di pasticceria in ufficio. Creando un momento di rottura tra la routine d’ufficio tesa al lavoro sempre e comunque ed i momenti per sé stessi, in cui vengono gustati i manicaretti di Ashikawa.

Il contrasto sul cibo si fa sempre più aspro in Nitani, che rifiuta i dolci, buttandoli nel cestino ed in Oshio che li riprende mettendoli sul tavolo di Ashikawa. Tutto ciò crea una rottura in ufficio: chi vincerà? La remissiva Ashikawa o la rampante Oshio? Chi verrà allontanato dall’ufficio? Chi andrà verso le nozze con Nitani? Si scoprirà solo leggendolo.

Il libro è in linea con la delicatezza giapponese, dove anche i contrasti vengono descritti e vissuti con un understatement generalizzato. Il cibo, punto centrale del testo, diventa solo un espediente per sollevare e risolvere le tensioni che si generano in quei bozzoli di persone, emblema dell’esistenza giapponese. Il riprendersi del tempo per Ashikawa sembra voler affermare la cura e l’accudimento di sé e degli altri come protesta all’interno di un paese contradditorio, dove regole e tradizioni imperano e condizionano i comportamenti individuali.

Pur con queste punte di immersione coerente nella cultura giapponese, in special modo in quella del lavoro, il testo rimane leggero ed in realtà poco approfondito nel tratteggiare i tre personaggi. Dove, ad esempio, seguendo da vicino Oshio e Nitani ne capiamo, in parte, motivi ed atteggiamenti, mentre Ashikawa rimane sempre un agente di sottofondo, quasi che la sua presenza dovesse risaltare solo per contrasto. Non una lettura indimenticabile.

“- Anche a te piacciono i libri? – Si, credo di sì. – In che senso? – Mi piacciono ma non sono un’esperta. Ora come ora ne leggo giusto uno al mese.” (42) [non esiste…]

Yuka Murayama “La stanza del kimono” Corriere Giappone 20 euro 8,90

[A: 15/09/2021 – I: 01/01/2025 – T: 02/01/2025] - && e ½       

[tit. or.: 花良い, Hanayoi; ling. or.: giapponese; pagine: 344; anno 2012]

Continuiamo le letture di interessanti autrici giapponesi, come questa sessantenne Yuka Murayama, vincitrice di alcuni premi e di una fortunata serie dal titolo “Come fare un buon caffè”. Se seguite la letteratura, avrete certo visto molti titoli simili, tra caffè, libri e gatti (niente cani per ora, a mia memoria).

Fatta questa premessa, veniamo ai misteri del titolo. Ora, seppur vero che in alcuni parti del racconto, il kimono ha una sua funzione, così come una stanza in cui ne sono conservati esemplari interessanti, non è di kimono che parla l’autrice. Il titolo che compare nella bibliografia giapponese di Yuka è “花酔ひ”, ideogramma che è composto da due termini “hana” che sono i fiori e “ei” che indica alterazione, ubriachezza. Già questo ci fa entrare in una simbologia potente per l’animo giapponese, anche considerando che la pubblicazione originale della prima uscita del libro presenta in copertina una donna nuda di schiena. E ne vedremo il significato.

La complicazione è quando, facendo saltare la parte inferiore dell’ideogramma “ei” () questo diventa “yoi” (), con un titolo che a questo punto verrebbe tradotto “i fiori sono buoni” che porta tutto il libro fuori contesto.

Perché, allora, i fiori (hana) sono fondamentali nel testo? Innanzi tutto, si sa che alcune delle ricorrenze più sentite nel mondo giapponese sono legati ai fiori, come “hanami”, la cerimonia per osservare la fioritura dei ciliegi. In secondo luogo, i kimono spesso e volentieri hanno dei complicati disegni floreali che ne impreziosiscono la fattura. Alterarli, facendoli ubriacare, serve a condurre il lettore in un periglioso territorio, quello dell’erotismo giapponese, che, non ho remore nel dirlo, mi rende sempre un po’ inquieto. Non capisco mai dove finisce il rispetto reciproco e dove inizia la morbosità. Se prendiamo ad esempio i manga, vediamo che molto presto i giapponesi sono introdotti in un mondo pervaso da un erotismo spesso sotterraneo. Un erotismo che per loro si manifesta in situazioni di estrema delicatezza che noi a fatica riusciamo a comprendere. Un esempio per tutti: la cerimonia del tè officiata da una geisha.

Per venire al testo in sé, non è che prende molto, in particolare per quel vezzo molto moderno ma a me poco congeniale, di saltare punto di vista da un capitolo all’altro. Come avviene qui, dove siamo presenti a 12 capitoli ed un epilogo. Ed incontriamo quattro personaggi. Così, ognuno di loro diventa il protagonista di un capitolo (tre a testa, è ovvio), dove seguiamo le vicende, spesso le stesse, da un diverso punto di vista. Non riuscendo mai ad ottenere un “effetto Rashomon”, che sarebbe stato il massimo. Motivo quindi del gradimento a metà.

Veniamo allora ai quattro personaggi. Yuki Asako è l’erede di una grande tradizione di commercianti di kimono a Tokyo. Lavorava in un’agenzia di organizzazione di matrimonio, dove ha incontrato suo marito, Seiji (il quarto personaggio). Asako per aiutare il padre malato, si licenzia dalla ditta, e con l’aiuto della nonna (che ogni tanto le dona qualche perla della rigida organizzazione sociale giapponese) che le dono una stanza piena di antichi kimono, si mette a gestire un negozio di “kimono da antiquariato”. In questa veste viene contattata da Masataka (il terzo protagonista), un gestore di pompe funebri a Kyoto, che le propone l’acquisto di una interessante partita di kimono, provenienti dall’eredità della moglie Chisa (il secondo personaggio). Kimono anch’essi stipati in una stanza (ecco che ritorna) che ha visto altre cose di cui sapremo nel corso del testo.

Ora, elencati così i personaggi, le ambientazioni, e tutto il contorno, sembrerebbe che ci si avvii ad un testo sulla vita giapponese al giorno d’oggi. E così sembra per tutto il primo capitolo dedicato ad Asako ed ai kimono. Poi comincia la parte “erotica”. Masataka incontra Asako e si invaghisce della sua algidità. Entriamo nell’animo di Chisa e dei soprusi da lei subiti in gioventù da parte dello zio. Che le hanno lasciato scoperta una sensualità che non sa esprimere con il marito. E poi vediamo il povero Seiji, con la sua voglia di essere dominato, voglia che Asako non capisce e non sa esprimere.

Sarebbe tutto più “semplice” se ci fosse uno scambio totale delle coppie. Ma per dieci capitoli assistiamo solo agli intrecci erotici che si complicano per le ritrosie di alcuni o per desideri inespressi di altri (uso il plurale maschile che è grammaticamente corretto in italiano, ma non nelle situazioni complicate.

Ne esce fuori un sacco di giapponesità. Difficoltà ad esprimersi, solitudine, gesti rituali e situazioni senza sbocchi apparenti. Tipico sarà il discorso della nonna di Asako, cosciente dei tradimenti del marito, ma che continuerà a fare la brava moglie, così che lui, alla fine, sempre da lei torna. Se ne leggete bene capirete molto dell’animo giapponese.

Unico scatto in un piatto susseguirsi di situazione di diverso erotismo, è la scelta di un finale non scontato. Non un banale happy end, né una drastica rottura, ma una soluzione ancora una volta nello spirito che pervade tutto il romanzo.

Pur nella sua scorrevolezza, e con dei bei scorci di Tokyo e Kyoto, non ne sono rimasto particolarmente coinvolto.

Julie Otsuka “Nuoto libero” Bollati Boringhieri s.p. (Regalo di Mario&Ines)

[A: 18/01/2025 – I: 23/01/2025 – T: 25/01/2025] - &&&&    

[tit. or.: The Swimmers; ling. or.: inglese; pagine: 140; anno 2022]

Avevo letto il secondo libro scritto da Julie Otsuka, “Venivamo tutti dal mare”, che avevo trovato interessante per la struttura ed i temi narrati, provenienti dalle esperienze personali della scrittrice, americana nata da genitori giapponesi immigrati, anche se non completamente riuscito, come se mi mancasse qualcosa. Quel qualcosa che invece ho trovato in questo testo, che ha impegnato per dieci anni l’autrice, ma che trovo emozionante e terribile.

Intanto, come per il precedente, c’è al solito una riflessione sul titolo, che, in ogni lingua cui viene tradotto il testo, assume colori diversi. Come vedete in alto, il titolo originale è “I nuotatori”. Ma in francese viene pubblicato come “La Ligne de nage”, cioè “La corsia del nuoto”. Oppure in tedesco con “Solange wir schwimmen”, che sta per “Finché nuotiamo”. In italiano, sempre rimanendo l’accenno al nuoto, viene aggiunto l’aggettivo “libero”. E noi ci domandiamo il perché di tutto ciò.

Certo, ed è giusto sia così, l’inizio, le prime due parti del testo, sono legate al nuoto, alla piscina, usata in un certo senso come metafora comportamentale. Per poi prendere quella piega intima e portarci, quasi come in una sequenza di polaroid scattate nel tempo, verso il nodo narrativo. Verso il dolore che il testo vuole esorcizzare. Verso Alice, il nome della madre dell’io narrante, e la sua discesa verso la malattia.

Il libro è diviso in cinque parti, che ci conducono per mano verso quel terribile punto finale.

Si incomincia, in modo quasi straniante, con “La piscina sotterranea”, dove sembra si elenchino i pregi del nuoto, a farne un trattato di benessere in acqua. C’è tutto un elenco di frequentatori della piscina, con le loro diverse motivazioni, con i diversi stili di nuoto, chi va lento, chi va veloce, chi va a rana e chi in stile. Poi si comincia ad avvertire un segnale diverso con “La crepa”. Una fessura nel fondo della vasca, che viene a contaminare il mondo acquatico. Certo è risolvibile, forse si allarga, forse no. Di sicuro, cambia i comportamenti e preoccupa. Ed Alice che nel primo capitolo nuotava quasi a lasciarsi alle spalle la routine quotidiana, comincia anche qui ad avere la crepa.

Perché Alice, avanti negli anni, mostra la sua crepa, la sua progressiva perdita di memoria. E la figlia narrante la segue, l’accudisce. Ma non può fermare la crepa. Ed Alice dovrà andare in una struttura apposita. Julie con poche pennellate ci coinvolge nella paura di abbandonare la madre in una struttura altra, ci mostra il senso di colpa che ne deriva, ci mostra una realtà che le parole non riusciranno mai ad abbellire.

Entriamo così in quello che più mi ha colpito e coinvolto. “Diem perdidi”, dove dal “noi” della prima parte si passa alla terza persona. In un susseguirsi di brevi paragrafi che iniziano tutti con “Ricorda”. Ed i quel ricordare si passano in rassegna gli anni giapponesi, la nascita del grande amore e la nascita dei figli, il matrimonio, il trasferimento negli Stati Uniti, l’invecchiare, l’entrata prima nella terza età e poi nello scivolamento verso la demenza.

Fino al trasferimento nella casa di cura, cui è dedicato il quarto capitolo, “Bellavista” che, di nuovo nel “noi”, racconta la vita di lice nella struttura, il suo progressivo distaccarsi dal presente, il non riconoscere le cose vicine, e ricordarne alcune lontane. Fino all’inevitabile fine, sino al “EuroNeuro”, un congresso dove viene presentata la struttura cerebrale di Alice, che in realtà era affetta dal “morbo di Pick”, o demenza frontotemporale, una variante rara dell’Alzheimer. Ma è un capitolo che serve a Julie per saltare nelle tre dimensioni temporali del suo rapporto con Alice: il prima, il durante e il dopo.

Un libro toccante che partendo dalla piscina quotidiana attraversata da una crepa, ci parla del nostro diventar vecchi. Ci parla dell’attenzione che ad un certo punto diamo a dei segnali che da giovani bellamente ignoravamo. Ci fotografa quelle piccole o grandi cose che affiorano come bolle: il colore di un fiore, un giorno d’estate con tutto il suo calore, un albero, la copertina di un disco, delle frasi di un libro.

C’è tutto il rimpianto della scrittrice nel vedere il progressivo deteriorarsi di una presenza che dava per scontata ed immutabile. Di una persona, che in particolare era sua madre, che ora ricordava il nome del presidente americano, ma non si ricordava più come si allacciano le scarpe.

Insomma, un libro che ha inferto colpi pesanti ai miei pensieri, ma che sono contento di aver letto, e sono contento di invitarvi a leggerne.

Mi è sembrato poi carino ed in sintonia con i miei umori, accostare a cotante giapponesi una scrittrice indiana. Ecco allora che da “Il dio delle piccole cose” abbiamo alcune riflessioni di Arundhati Roy, dove mio ritrovo interamente nell’ultima, tanto che ricomincerò a leggere per l’ottanta milionesima volta il mio adorato “Viaggio del mondo in 80 giorni” di Verne.

“Gli esseri umani sono creature abitudinarie … ed è sorprendente a cosa sono capaci di adattarsi.” (58)

“Lo sai cosa succede quando ferisci le persone? … Quando le ferisci, cominciano a volerti meno bene. Ecco cosa fanno le parole sbadate. Fanno sì che gli altri ti vogliano un po’ meno bene.” (119)

“Dopotutto, è talmente facile mandare in frantumi una storia. Spezzare una catena di pensiero. Sciupare il frammento di un sogno portato in giro con precauzione, come un pezzo di porcellana. Lasciarlo stare, viaggiarci insieme … è fra tutte la cosa più difficile da fare.” (200)

“Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l’odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia.” (238)

Continuo, nonostante tutto, ad avere fiducia nel futuro, nella possibilità di cambiamenti, nelle guarigioni, insomma, in tutte le cose positive che ci possono essere, sperando, soprattutto, di continuarle a vedere. Per questo ottimisticamente vi abbraccio.

domenica 9 marzo 2025

I diritti delle donne - 09 marzo 2025

Non sono un supino fautore dell’8 marzo, tuttavia ritengo che aver spostato l’accento sui diritti posso riportare quella giornata ad un giusto momento di riflessione. Per parte mia, allora, dedico queste trame ad un quintetto femminile. C’è una discreta analisi di Fernand Melchor della situazione messicana attuale, anche se non mi ha convinto sino in fondo. C’è un divertissement ben scritto ma forse un po’ fine a sé stesso del Premio Pulitzer Barbara Kingsolver intorno a David Copperfield. C’è un libro gender di Torey Peters, che forse non sono riuscito a comprendere sino in fondo. Ma poi ci sono anche due perle: Claire Keegan sulla condizione delle ragazze irlandesi abbandonate e Anne Carson con un lungo prosimetro sulla nascita e l’evoluzione di un rapporto di coppia. Due libri, anche se da diverse angolature, da leggere.

Barbara Kingsolver “Demon Copperhead” Neri Pozza euro 22 (in realtà, scontato a 20,90 euro)

[A: 28/08/2024 – I: 10/11/2024 – T: 14/11/2024] - && e ¾      

[tit. or.: Demon Copperhead; ling. or.: inglese; pagine: 654; anno 2022]

Come avevo scritto per “Trust” di Hernan Diaz, ho preso e letto quello e questo testo sotto suggerimento del New York Times, essendo entrambi i testi vincitori del Premio Pulitzer per la fiction del 2023.

Devo dire, però, che rispetto ad altre letture di libri premiati, pur riconoscendo una bella dose di buona scrittura ed inventiva, ritengo questo libro sia stato molto inferiore alle mie attese laddove come vedremo, soprattutto l’invenzione di situazioni nuove per una trama antica è di sicuro l’elemento migliore.

D’altronde la trama è di una linearità estrema, narrata da Demon in prima persona che, con ironia ed abbastanza senso critico, ci porta lungo le strade che vanno dalla nascita al raggiungimento di un’ipotesi di futuro.

Quindi, D. nasce da madre single, con padre morto sei mesi prima. Infanzia ad accudire la madre un po’ sbandata ed a giocare con coetanei. Poi la madre si sposa, ma il patrigno non ha un buon rapporto con D. I rapporti si incrinano, e si rompono alla morte della madre. D. viene allora affidato a famiglie sempre più disastrate che pensano ai soldi e mai agli affidati ed alla loro crescita, personale e scolastica. Va a finire che D. scappa e raggiunge la nonna in un posto sperduto. Nonna che odia i maschi ma che trova una buona sistemazione al nipote.

Il nuovo tutore accoglie D. insieme a sua figlia orfana che diventa nel tempo una fidata amica di D. Che trovando un ambiente più sereno, studia, cresce ed approfondisce i suoi talenti. Riesce bene anche nello studio ed in altre attività, ma un disgraziato incidente lo costringe ad abbandonare i campi sportivi, e, per sopportare il dolore, comincia a prendere sostanze per alleviare la sofferenza. Pur voluto bene dal neo-tutore, entra in conflitto con il suo secondo, si incarta in sostanze varie, dall’alcool in giù. Però riesce a trovare una nuova ragazza con cui ben presto va a convivere, anche se poi si uniscono nello sballo.

Entrambi non riescono ad uscirne, anche se D., incontrato il vecchio amico Tommy, comincia a farsi vedere fuori dal ristretto ambiente familiare e con un certo successo. Per farla breve, anche la nuova ragazza muore, Demon fa un lungo percorso per riprendersi, che la scrittrice condensa in poche pagine nonostante sia lungo almeno un paio di anni. Alla fine, ritorna dal tutore, sconfigge le mire del secondo millantatore e trova un suo spazio nel lavoro e nell’amore.

Se leggete bene questa trama, pensate si tratti di David Copperfield di Dickens, ed invece è quella di questo libro, che è, appunto, una degna riscrittura del primo suonata al ritmo di rap. Ma non porta molto di più ad un coinvolgimento nella trama, se non per una dose di interessanti rimandi tra questo testo ed il testo di Dickens. Ma non molto di più.

A parte le situazioni che sono quasi identiche, con gli ovvi aggiornamenti dove si sostituisce l’alcool con la droga, o gli studi giuridici con borse di studio per il football, l’idea di Barbara è di cambiare qualche nome e di aggiornare le situazioni al modo di vivere degli anni Duemila, oltre all’ovvio cambiamento di trasportare la vicenda dall’Inghilterra di allora agli Stati Uniti attuali. Certo, ne approfitta anche per farne un romanzo politico, ed è appunto questo che, forse, ha portato qualche punto in più ad una scrittura che, se fosse solo un new-Copperfield sarebbe molto, ma molto inferiore.

Così, dal romanzo della miseria della grande Londra, si passa al romanzo degli Appalachi, uno dei territori più poveri e sfruttati della deep America. Prima con le miniere di carbone, poi con le piantagioni di tabacco, ed in fine con la deforestazione selvaggia, tutto porta i poveri abitanti, soprannominati “red necks”, per i fazzoletti rossi che portavano al collo in miniera, ad essere i negletti d’America.

Tuttavia, la parte politica non si esaurisce qui, che Barbara si accanisce anche contro altri bersagli assolutamente da condividere. I servizi sociali che non aiutano i bambini problematici, le famiglie affidatarie che li sfruttano, il mondo della scuola, teso solo a promuovere i talenti sportivi, e, last but not least, tutto il mondo dei Big Pharma. In particolare, la Purdue Pharma che nel 1996 mette in commercio l’oxycodina, un derivato oppiaceo che di certo allevia il dolore (una specie di Voltaren elevato all’ennesima potenza), ma di cui si fa presto ad eccedere, a diventarne dipendenti, e da quella dipendenza, passare a tutto il range delle droghe, dalle più blande a quelle da iniettarsi in vena.

Tornando al grande parallelo quindi David Copperfield diventa David Fields (che è il nome della madre), ma poi sarà per tutti Copperhead, avendo una testa ricoperta di rossi riccioli ribelli (copper sta per ramato e head ovvio sia la testa). La fida domestica Peggotty e tutta la sua famiglia si trasforma nella famiglia Peggots. La prozia Betsey Trotwood diventa la nonna Betsy Woodall. Il suo compagno e sodale Tommy Traddles si reincarna nel giornalista Tommy Waddles. La prima famiglia affidataria da Micaweber diventa McCobb. Infine, i suoi salvatori, il signor Wickfield e sua figlia Agnes, diventano la famiglia Winfield, mentre Agnes riceverà soltanto il simpatico soprannome di Angus (“come i tori? No, come le vacche visto che sono una ragazza!”). Ed infine, il cattivo Uriah Heep diventa U-Haul Pyles (dove nello slang americano “pyle” indica spesso una persona inetta).

Non vorrei soffermarmi a lungo oltre, ma farei solo notare come “Wickfield” riprende il field di David e Wick significa stoppino, visto che a Londra non c’era ancora energia elettrica. Mentre ora “Winfield”, lasciando immutato il richiamo a “field”, prepone il Win di vincente.

Insomma, se avete amato Copperfield vi piacerà (abbastanza) questo ammodernamento, che oltre ad essere un grido di ribellione per lo sfruttamento delle classi meno abbienti, è un canto d’amore verso le comunità rurali, le loro tradizioni, le reti spontanee di supporto. A me non è piaciuto molto, anche se ne ho apprezzato lo sforzo di rifacimento e, soprattutto, il suo livello estremamente politico di denuncia. Anche se, personalmente, trovo più forte “West Side Story” da “Romeo e Giulietta” che questo libro.

Ricordo solo un ultima frase, che la scrittrice cita in un’intervista uscita sul “Venerdì” di Repubblica. La frase appesa alla parete del suo studio, di Albert Camus, che (ci) dice: “Dove non c’è speranza, spetta a noi inventarla”. Un invito che parte da questo scritto e si allarga a tutta la vita che viviamo, noi e tutti voi. Allora, “inventiamo la speranza”.

Claire Keegan “Piccole cose da nulla” Einaudi euro 13 (in realtà, scontato a 12,35 euro)

[A: 23/11/2024 – I: 27/11/2024 – T: 28/11/2024] - &&&&     

[tit. or.: Small Things Like These; ling. or.: inglese; pagine: 93; anno 2021]

Questo veloce, denso ed interessante libro mi è stato suggerito dalla robusta lista di libri proposta dal New York Times come elenco dei migliori libri degli anni 2000. Claire Keegan è insegnante irlandese di scrittura creativa, poco produttiva laddove, ormai verso i sessanta, ha pubblicato tre raccolte di racconti e due romanzi. La fortuna di questa scelta è data anche dalla concomitanza con l’uscita nelle sale cinematografiche del suo adattamento per la regia del belga  Tim Mielants ed interpretato da Cillian Murphy (Bill Furlong), Eileen Walsh (Eileen Furlong) ed Emily Watson (Suor Mary).

Visto che scrive poco non ci sorprende quindi che la sua è una scrittura essenziale, come in questo libro, dove ogni pagina ha un suo senso, e la storia viene fuori, bene, dura e lineare, laddove altri meno attenti alle frasi avrebbero prodotto un testo super abbondante.

La storia si svolge in Irlanda nei giorni di Natale del 1985, dove seguiamo alcuni giorno della vita di Bill Furlong. Figlio di una ragazza madre, vive insieme a lei nella casa dove lei fa da cameriera. Nonostante il fatto che noi sia mai semplice crescere da sola madre nell’Irlanda del dopoguerra, la benevolenza della padrona di casa fa sì che Furlong abbia una vita non facile ma comunque neanche impossibile. Studia un po’, fa alcuni lavori, poi trova la sua strada nel commercio del carbone, diventando non certo un agiato imprenditore, ma quanto meno un piccolo commerciante, con una discreta clientela ed introiti che gli permettono di mantenere una famiglia.

Sposa Eileen ed hanno cinque figlie, tutte femmine. Una delle ultime consegne prima di Natale è nel convento delle suore che ospita una lavanderia dove vengono impiegate solo signorine ed una scuola molto ambita cui Furlong spera di far entrare le figlie. Ma per una serie di coincidenze scopre che non solo le signorine vengono tiranneggiate dalle suore, ma che le stesse sono tutte ragazze madre. In particolare si imbatte in Sarah, che ha appena partorito, ma il cui figlio è stato già venduto, dalla tirannica madre superiora Suor Mary ad una copia americana.

Tutto ciò non rende sereno il Natale di Furlong, che passeggia per la città, immerso nei suoi pensieri (e qui con un’efficace soluzione di ricordi interiori la scrittrice ci rivela tutta la storia del protagonista), e combattuto tra una volontà etica di giustizia verso le recluse e le conseguenze che un suo atto potesse avere non solo sul suo commercio (le suore sono una potenza), ma anche sull’avvenire delle figlie.

Dovrà prendere una decisione la cui gestazione seguiamo in tutto il suo sviluppo, positivo o negativo. Con quella sospensione della narrazione per cui non ci viene narrato cosa succederà in futuro. Viene tutto lasciato lì, che a Claire interessa il processo costruttivo della vicenda, le azioni reciproche dei personaggi durante quei giorni fatidici. Poi sarà la nostra fantasia, o la Storia, che costruiranno il futuro.

Un libro che ci insegna una grande verità: le nostre scelte, a volte, possano dare una svolta alle situazioni che viviamo, possono cambiare il mondo. Quando Furlong decide di non girare la faccia, di non nascondersi, molti, anche la moglie, lo esortano a non mettersi contro chi ha il potere, lui risponde che ci conta ha il potere che noi gli diamo. Bellissima frase.

Tra l’altro la vicenda adombra una delle pagine più oscure della chiesa e del governo irlandese, le Magdalene Laundries (reso in italiano con “Case Maddalena” in memoria di Maria Maddalena, la peccatrice pentita, anche se qui si potrebbe aprire un dibattito). Questi erano istituti femminili, sorti nel 1765, dove venivano accolte ragazze orfane, o ritenute "immorali", per via della loro condotta considerata peccaminosa o in contrasto con le norme della società dell'epoca. In Irlanda dal 1922 furono gestiti da suore appartenenti a diversi ordini religiosi della Chiesa cattolica, e chiusi solo nel 1993, dopo la scoperta di numerosi cadaveri di giovani donne e di bambini neonati, tumulati nella fondamenta. Solo nel 2013 il primo ministro irlandese Edna Kenny ha chiesto scusa a tutte le donne che vi hanno subito abusi.

Keegan riesce a raccontare tutto ciò in meno di cento pagine, ma questa piccola cosa da nulla è contornata anche da tante altre piccole cose che ne fanno un gran romanzo da leggere attentamente.

“Perché le cose più vicine sono spesso le più difficili da vedere?” (82)

Anne Carson “La bellezza del marito (un saggio romanzato in 29 tanghi)” La Tartaruga euro 18 (in realtà, scontato a 15,30 euro)

[A: 09/12/2024 – I: 10/12/2024 – T: 11/12/2024] - &&&&-     

[tit. or.: The Beauty of the Husband: A Fictional Essay in 29 Tangos; ling. or.: inglese; pagine: 167 anno 2001]

Tra le esimie pagine di scritti letterari, alcuni mesi fa mi sono imbattuto in un lungo articolo di Franco Cordelli sul “Corriere della Sera”, dove il grande critico elencava una serie di romanzi, tutti non italiani, che brillavano nel panorama degli anni 2000. Una lista, appunto che inizia al volgere del secolo e termina nel 2023. Una lista da cui attingo per alimentare la mia biblioteca (ed i cui libri indicherò, se capita, come provenienti dalla “lista di Cordelli”).

Questo è per l’appunto un libro della lista, di quelli scritti nel 2001, anche se poi in Italia viene tradotto e pubblicato solo un paio di anni fa. Perché, e sarà più chiaro nel corso della trama, non è un libro facile. Anzi, è un libro che stava per fuggire alle mie corde, che, nella lista delle tipologie di scritti, le poesie vengono tra le ultime. Non per difficoltà di lettura, quanto per difficoltà, a volte, di coglierne un senso nell’insieme di una pubblicazione unitaria.

Qui, devo dire, in realtà, non si tratta proprio e solamente di poesie. O forse si tratta di una poesia lunga 150 pagine. Ma meglio ancora, verrebbe da definirla un prosimetro, un genere letterario che alterna prosa e versi, come furono agli albori della scrittura, le “Satire Menippee” di Varrone, o, in età classica, la “Vita Nova” di Dante. Fatto sta che si legge, si assapora, e ci si immerge senza pensare cosa sia, ma solo alle sensazioni che comunica.

Sensazioni forti e differenziate che Anne Carson non solo è una valente scrittrice, ma è anche una profonda conoscitrice delle lettere classiche (ha insegnato letteratura antica nel Canada natio), ma in generale delle lettere. Tant’è che non solo usa ogni tanto rimandi alla cultura greca, ma in questo scritto ha un solido rapporto parallelo con molte delle scritture di John Keats, cui il libro è tra l’altro dedicato.

Dedicato in particolare per quei versi derivati da “Ode su un’urna greca” che riportano: “Beauty is truth, truth beauty, —that is all / Ye know on earth, and all ye need to know” [bellezza è verità, verità bellezza”, questo solo/sulla terra sapete, ed è quanto basta]. Che qui si parla di bellezza, come riporta il titolo, una bellezza che però viene subito interpretata attraverso un’opera di Marcel Deschamps “La mariée mise à nu par ses célibataires, même” [che si può tradurre “La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche”, dove si perde il senso, che il même finale assomiglia eufonicamente a “m’aime”]. Un’opera su vetro che poco dopo essere stata realizzata, in un trasporto, si ruppe. E l’autore decise di tenerla così, rotta, senza ricomporla.

Ma perché abbiamo parlato di bellezza e di rottura? In effetti, è lì il nocciolo del testo. Anne ci descrive la nascita, la crescita, la crisi e la rottura di un rapporto. Di una fissazione adolescenziale che si evolve in un matrimonio, destinato al fallimento, per terminare in una fissazione adulta. Potenti parole che descrivono sensualità, tradimenti, adulteri, tutti travolti da incontenibili desideri. Tutto racchiuso in quella esclamazione, iniziale e potente: mio marito è bello, di una bellezza irresistibile, che spesso va oltre la comprensione di un impossibile rapporto.

Perché il marito è un traditore seriale, che non si perita di far aspettare la moglie in camera mentre scende al bar dell’hotel per telefonare all’amante del momento. Ma forse è solo una persona malata di sesso, che ogni volta poi ripete la sua dedizione alla scrittrice, e viceversa. Lei non può fare a meno del marito, e il marito non può vivere senza di lei. E lei, per anni, per molti tradimenti, non riesce a recidere il filo. Anche quando le ruba anche degli scritti e li pubblica a suo nome. Anche quando lei prova a sua volta a tradirlo in un contesto forse solo amicale. Anche quando lui divorzia, si risposa, fa dei figli e va a vivere altrove.

Nelle parole di Anne, in cui pezzi narrati, in quelle frasi poetiche vediamo tutto il dolore di chi, amando realmente ed a fondo una persona, non se ne stacca, in un crescendo in cui diviene sempre più difficile lasciarla e dimenticarla. Si vive il quotidiano, ma si continua ad inciampare nelle giravolte della vita, anche se inciampando non possiamo che porci sempre nuove domande. Sono le domande che ci tengono in vita, anche se il testo ci porta a ragionare sull’impossibilità di andare oltre una amore che finisce. Certo un amore profondo e totale come quello dell’io narrante.

Potete anche immaginare come il testo sia pino di citazioni, di rimandi, di contrasti. Ovvio quello che si è detto di Keats, ma, tanto per citare solo un esempio, come non collegare la citazione di “Finale di partita” di Samuel Beckett, con il pensiero dello scrittore tutto incentrato sulla incomunicabilità, sulla crasi che si determina tra le prole e i fatti. Un elemento costante in tutte le discussioni tra moglie e marito che costellano il testo.

Finisco con tornare sul titolo che ci dà anche una profonda lettura del testo. Composto da XXIX capitoli più uno, chiamati “tanghi” dalla scrittrice. Perché come nel tango assistiamo ad un avvicinarsi ed allontanarsi dei ballerini, che a volte quasi si fermano, ma che i protagonisti devono ballare sino alla fine. Il testo stesso suggerisce una musica nascosta, che a volte avanza impetuosa, ed a volte rallenta.

Una scrittura che mi ha preso e fatto danzare in testa sia tutte le storie di amori che ho incontrato nella mia vita, ma anche facendomi tornare alla Calle Florida ed ai danzatori di tango del mio ultimo viaggio argentino.

“Non si aggiusterà … né troverà un senso o verrà alla luce da qualche parte questo sfacelo di disordine e dolore che è la nostra vita.” (97)

Fernanda Melchor “Stagione di uragani” Bompiani euro 17 (in realtà, scontato a 14,45 euro)

[A: 09/12/2024 – I: 21/12/2024 – T: 23/12/2024] - &&     

[tit. or.: Temporada de huracanos; ling. or.: spagnolo; pagine: 205; anno 2017]

Fernanda Melchor, scrittrice under 40 quando produsse questa “Stagione di uragani”, nasce come giornalista in un Messico sempre più immerso nella violenza e nella corruzione. Vive inoltre nello stato di Veracruz che, insieme alla capitale, è tra i più esposti al crimine in generale ed al narcotraffico in particolare.

Gli anni della scrittura coincidono con quelli in cui a governare Veracruz era uno dei più corrotti governatori sudamericano, Javier Duarte de Ochoa, che si dice sia stato coinvolto nella sparizione di decine di giornalisti scomodi. In particolare, giornalisti di “crónica roja”, il termine spagnolo per il giornalismo incentrato su eventi legati alla criminalità. Poiché i governi locali spesso erano contigui alla criminalità, ecco la necessità di far tacere chi porta avanti le indagini.

Ed è proprio da un articolo di questo genere (relativo al corpo di una donna trovato in un canale nelle campagne di Veracruz) nasce a Fernanda l’idea del romanzo. Che nelle prime intenzioni doveva essere un calco sudamericano del bellissimo “A sangue freddo” di Truman Capote. Ma indagare per omicidi in una regione governata dal narcotraffico non è di certo salutare. Così la scrittrice passa ad una fiction pura influenzata soltanto da un libro che gli passa tra le mani in quei giorni, “L’autunno del patriarca” di Garcia Marquez. Non per la tematica, ma per il modo espositivo, in cui ognuno dei lunghi otto capitoli (in realtà cinque sono veramente lunghi) è una lunga tirata, senza divisione in paragrafi, con lunghe frasi senza punti e con possibili cambi di soggetto dopo poche righe.

Capite bene che la lettura non è facile, ma diviene quasi un flusso di coscienza però collettivo, come se la narrazione sorgesse in un respiro direttamente dalla terra dove si svolgono gli avvenimenti. Comunque, anche se spesso il soggetto cambia, ogni capitoli poi si concentra su di un personaggio, dove, da un certo punto in poi, seguiamo solo i suoi pensieri e la sua visione degli avvenimenti. Soprattutto i capitoli dal 3 al 6, dove seguiamo due ragazze, Yesenia e Norma, un ragazzo, Brando, ed un uomo, Munra. E dove, dalle loro parole, seguiamo le vicende della Bruja (la Strega), della Bruja Chica (la figlia della Strega, che prenderà il suo posto, e che capiamo presto, nel capitolo 2, sia una donna transgender), di Maurilio detto Luismi per la sua somiglianza con il cantante Luis Miguel.

La storia si svolge nella piccola città di La Matosa dove, in piccola, la scrittrice riproduce tutte le possibili nefandezze di un mondo arretrato e chiuso in sé stesso. Elemento chiave è la Strega, personaggio che focalizza e risolve tutti i piccoli problemi della città: amori, corna, gravidanze indesiderate, ricerca di un lavoro. Insomma, tutte le piccole e grandi cose che si possono volere e che un incantesimo o una pozione possono portarci. Ma la Strega muore ed il suo posto, senza lo stesso carisma, viene preso dalla figlia, la Strega Chica, cui in pubertà vediamo spuntare peli maschili, e che diventerà la catalizzatrice, anche, di tutti i festini simil-gay della città.

Ma se la Strega e la Strega Chica sono il punto di convergenza delle vicende di La Matosa, il quasi flusso di coscienza in terza persona delle altre storie ci portano alla fotografia (o al film visto che si tratta di persone in movimento) delle vicende.

Yesenia, ad esempio, che aveva un debole per il cugino Luismi, vedendolo uscire dalla casa della Strega con un altro uomo ed un fagotto, entrare nel camion di Munra e fuggire, lo denuncia alla polizia. Munra, arrestato dopo la denuncia, racconta il suo coinvolgimento nella storia, travolto da avvenimenti più grandi di lui. Soprattutto per un certo affetto che ha verso Luismi, figlio di Chabela, la sua convivente. E ci narra di come lui porti in casa una giovin fanciulla, Norma, volendo quasi costruire con lei un suo futuro. Ma Norma, tredicenne, è incinta ed abortisce in modo pericoloso in seguito ad una pozione della Chica. Seguiamo allora la storia di Norma, violentata più volte e messa in cinta dal patrigno Pepe. Per cui fugge, cercando aiuto e riparo da Luismi, anche se capiamo che nel ragazzo c’è qualcosa di strano.

Misteri che, in massima parte, si chiariscono nel racconto di Brando, l’altro uomo visto da Yesenia. Un altro giovane sbandato, attirato, seppur controvoglia, Luismi. Che segue spesso nei festini della Chica, scoprendo il carattere gay dell’amico, e per questo sempre pronto a stargli vicino. In particolare quando Luismi, saputo che è stata una pozione della Chica e far abortire Norma, la vuole punire. Forse cercano anche il tesoro che si dice abbia la Chica. Ma la discussione si altera presto, e Luismi uccide la Chica, con Munra e Brando la gettano in un canale. Verranno tutti arrestati, e seguiamo in una parte finale molto intensa tutte le depravazioni ed i soprusi che i tre subiscono nelle terribili carceri messicane. Dove Brando aspetta l’arrivo di Luismi, con l’idea di ucciderlo per evitare che questi parli del loro trasporto (vero o immaginario) di carattere omosessuale. Un’onta che non si può portare alla luce nel machissimo mondo messicano.

La scrittura è difficile e potente nella penna di Fernanda Melchor. Ci dipinge un mondo di violenza, di misoginia, di omofobia. Un mondo anche di scontri e di conflitti sociali: uomini contro donne, ricchi che abusano dei poveri. Tutti sono in realtà colpevoli di qualche cosa. Ed alla fine scopriamo, e questo è forse il punto che non ho digerito fino in fondo, che non ci sono personaggi non dico positivi, ma quanto meno salvabili. Uomini e donne sono tutti dei falliti, tutti ai margini di una società senza speranza. Un’immagine impietosa del Messico, che forse è molto più reale di quanto si possa supporre.

Le parole della scrittrice ci fanno chiudere la trama con la considerazione che “la stagione degli uragani risiede nel fatto di essere giovani e non avere futuro, e sentire questo incredibile bisogno di fuggire con ogni mezzo possibile”. Senza riuscirci.

Torrey Peters “Detransition, Baby” Mondadori euro 20 (in realtà, scontato a 17 euro)

[A: 09/12/2024 – I: 08/01/2025 – T: 11/01/2025] - && e ¾       

[tit. or.: Detransition, Baby; ling. or.: inglese; pagine: 414; anno 2021]

Non è facile parlare di questo libro, non perché sia complicata la trama, che anzi se vogliamo è abbastanza lineare. Ma per la materia che tratta ed il modo in cui viene esposta.

Torrey Peters è un* trans (mi scuso dell’asterisco ma è già difficile parlare di genere fin da chi ha scritto il libro) ed ha esposto nel romanzo una trama che potrebbe avere un riferimento con “Sex and the City” trasferito in un ambiente attuale e diverso. Ed allo stesso tempo condensando gli eponimi della serie in una sola figura. Se ben ricordate, ridotto all’osso, la serie trattava di quattro modelli di donna: la donna sposata (Charlotte), la donna in carriera (Samantha), la donna madre (Miranda) e la donna artista (Carrie).

Come dicevo condensate nella figura di Reese: in carriera, seguendo la sua vena di organizzatrice di eventi, percorsa da vene artistiche o intellettuali (già qualcuno che legge bene nella New York odierna è fuori dagli schemi), ed è stata sposata, avendo vissuto lunghi anni con Amy. Le manca, e le mancherà per tutto il libro, di rimanere incinta, di fare un figlio, anche se è la sua aspirazione mancata ed irraggiungibile.

Poiché Reese nasce uomo, ma transiziona verso l’altro sesso. Quindi trans. Come trans è Amy, che nasce James, transiziona in Amy, per poi decidere di detransizionare in Ames.

Già queste due righe vi fanno capire la difficoltà mia di approcciare il testo, non perché non si sappia (in fondo siamo nel 2025) cosa sia un ambiente “transgender”. Ma la mia conoscenza finisce lì. Mentre qui, giustamente, si va a fondo anche con i termini e con le situazioni (tra l’altro ben tradotte da Chiara Reali). Si parla di trans, detrans, cis, queer. Ho dovuto cercare in rete qualche delucidazione, riuscendo a comprendere che, oltre i termini noti, cis (abbreviazione di cisgender) indica una persona nella quale collimano il sesso biologico e l'identità di genere. Mentre “queer” è un termine ombrello utilizzato per indicare coloro che non vogliono avere un'etichetta.

Il romanzo (che sfortunatamente applica a fondo le fughe avanti e indietro nel tempo, cosa che, se non ben utilizzate, mi lascia sempre perplesso) segue principalmente la storia di Reese, narrate in prima persona, con alcuni capitoli invece in soggettiva di Amy/Ames.

Insomma, Reese è trans, e sta benissimo in questa situazione, facendo anche da “istitutrice” ad aspiranti trans o a generici queer. In questa veste incontra James diventato Amy, tra loro nasce una grande passione, e vanno a vivere “more lesbo” da Reese. Con due grandi difficoltà sempre presenti. Reese, in fondo, ha molto bisogno di sesso, e lo cerca anche altrove. Amy invece ha molta difficoltà a vivere la sua sessualità. Non solo, ma le cure ormonali che intraprendere per rimanere trans, ne destabilizzano il carattere.

Non è strano che ad un certo punto si lascino, e che Amy detransizioni in Ames. Ed in questa veste inizia una nuova storia con Katrina, cis di origini ebree e cinesi, senza svelarle il suo passato. La deflagrazione avviene quando, nonostante sembrasse sterile, Ames mette incinta Katrina. Ma Ames è sempre in confusione con il suo gender, e non sa se riuscirà ad assumersi il ruolo di padre. Motivo per cui chiede a Reese di creare un rapporto multiplo tra loro tre, in cui ognuno possa avere la sua sessualità ed il suo ruolo.

Da qui lunghi passaggi, discussioni, rotture e riconciliazioni. Ames tentenna, Reese si sente in grado di fare la madre aggiunta, ma ha paura di essere considerata “di secondo piano” e Katrina, avendo per sua natura, bisogno di un orizzonte stabile, si sente portata verso un aborto, se non si riesce a raggiungere un compromesso valido per tutti.

Alla fine, comunque, condita da tutte le storie collaterali legate al sesso praticato, l’idea che porta Torrey alla scrittura, è legata fortemente alle discussioni ed ai ripensamenti riguardo agli stereotipi di genere legati alla genitorialità, nell’ambito sia del bisogno di maternità di chi transiziona, sia nell’immaginare come costruire una famiglia non convenzionale. Un discorso che recentemente ha avuto un ampia visibilità in Italia con le prese di posizione di Michela Murgia nell’ultimo periodo della sua vita.

Ma qui parliamo di Peters, della sua scrittura sufficientemente avvolgente, ma con una presa, verso me lettore non sempre di grande effetto. Forse sono troppo cis per entrare a fondo nei modelli e nelle discussioni del romanzo stesso. Ho sciolto solo il dubbio che avevo leggendo il titolo del romanzo, pensando fosse esortativo. No, esprime in realtà i due elementi fondanti del libro: il ritorno allo stadio pretrans e la voglia di maternità.

Una settimana, quindi, che chioserei con un’altra citazione al femminile, tratta da un libro che ho amato molto “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg (dedicata anche a tutti i miei amici):

“Sono miei amici, e gli voglio bene e non me ne importa niente se le loro opinioni siano vere o false” (204)

Non voglio finire questa trama in lamenti, in petizioni, in pensieri vari. Mi piace lasciarla così, spero solare per tutti ma in particolare per tutte le donne. Io modestamente vi abbraccio.