domenica 11 maggio 2025

Ritorna l'avventura - 11 maggio 2025

Nel senso di letture. Che è un filone non amplissimo delle mie letture, che mescolo con qualche history-fiction, come in questo caso. Ma che soprattutto è dedicato a due autori, ora scomparsi, le cui letture mi hanno sempre fatto passare momenti rilassanti. Qui, sotto la spinta delle letture di Alessandra, ritorno ad un mio pallino di gioventù, le letture egittologhe di Christian Jacq, leggibile in Cleopatra, più interessante in Nefertiti. Per lo scozzese d’Africa, invece, abbiamo uno scritto dedicato agli under 16, in generale anch’esso fruibile (sotto un ombrellone d’estate). Finendo con il grande Clive, purtroppo non al meglio con le avventure di Isaac Bell e dei coniugi Fargo. Ci manca, ma tornerà, anche Dirk, speriamo.

Christian Jacq “Cleopatra. L’ultima regina d’Egitto” Tea s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 12/04/2024 – I: 11/06/2024 – T: 13/06/2024] - &&

[tit. or.: Le dernier rêve de Cléopâtre; ling. or.: francese; pagine: 333; anno 2012]

Sinceramente, per quanto letto nel passato di Christian Jacq, pensavo fosse un libro più interessante. Perché, a fronte dei miei lunghi periodi parigini, nelle more di studi “matti e disperatissimi”, trovai conforto e sollazzo nella lettura dei cinque volumi della saga di Ramses scritta dal nostro strano scrittore. Che definisco strano in quanto sì, è un conoscitore ed un divulgatore, ma molto autodidatta, con alcune zone d’ombra nella sua vita e nella sua scrittura che, tuttavia, non essendo io filologo, lascio appunto lì nell’ombra.

La sua scrittura e le sue opere sono tronate in auge nella mia famiglia a fronte del delizioso Capodanno egizio, per cui ci si ritrovò in casa, una serie di opere dedicate a vari momenti e personaggi dell’Antico Egitto. Una volta arrivati al mio desco, ne ho deciso la lettura in ordine temporale di scrittura e non di avvenimenti. Così, passa per prima il vaglio delle mie parole la vicenda della bella Cleopatra Tèa Filopàtore, per noi semplicemente Cleopatra, ultimo faraone della dinastia Tolemaide, dove, con la sua morte, si ritiene concluso il periodo ellenistico del mondo antico (quello iniziato da Alessandro Mango) e che, appunto dopo di lei, portò la città di Roma a regnare su quasi tutto il mondo conosciuto.

Ora, pur riconoscendo la bravura didattica di Jacq, ci sono due elementi, dovuti ai poco attenti editor italiani che lasciano perplessi. Per primo, il titolo che in originale come vedete suona “L’ultimo sogno di Cleopatra”, e che ci viene invece propinato come “L’ultima regina d’Egitto”. Cosa senza dubbio vera, come detto sopra, ma non era quello l’intento di Jacq nel farci l’epopea di Cleopatra. Epopea, appunto, che non rispecchia neanche la quarta di copertina che ci narra elementi di storia che sono oltre la narrazione vera dell’autore.

Jacq intende puntare i suoi occhi su cinque anni del regno di Cleopatra, quelli che vanno dall’ascesa al trono nel 52 a.C. fino al trionfo decretato in Roma nel 47 a.C. Tutto quello che viene dopo il 47, cioè l’uccisione di Cesare nel 44, il sentirsi comunque legata a Roma, anche senza Cesare, l’avvicinamento con Marco Antonio, bravo ma non a livelli dei predecessori, il suo restargli a fianco contro Ottaviano, ed anche dopo la sconfitta navale di Azio del 31, fino alla morte di lei, iconograficamente sucida nel 30 a.C. a meno di quarant’anni è materia di Storia e non di questo libro. Mentre la quarta ne propina l’inserimento.

Invece noi vediamo, con Jacq, quanto succede prima per l’ascesa al trono faraonico di Cleopatra e poi per la lotta di potere per mantenerlo e riottenerlo. Alla morte del padre, la diciasettenne Cleopatra viene forzosamente sposata con il fratello, il piccolo ed insignificante Tolomeo IV, ma fa di tutto per avere il potere dalla sua. Ovvio che le potenze interne le sono ostili, capeggiate dall’eunuco Fotino, che sobilla l’imbelle sposo.

Così lei fugge aiutata dall’anziano suo tutore, chiamato il Vecchio, e dal suo asino, che la guidano attraverso il deserto. Nel mentre, arriva Cesare sulle tracce di Pompeo, ed una volta battuto il nemico, prima si installa in Egitto, poi cerca di capirne le dinamiche, ed al fine, vista la bella Cleopatra, resta e decide di aiutarla a conquistare e pacificare il regno.

Ci sono molti passi che Jacq, tratta, anche se il suo accento si pone da un lato sull’amore tra Cesare e Cleopatra e dall’altro sulle pratiche magiche e “soprannaturali” dei rituali egiziani. Quell’amore che compenetrò le loro vicende che senza Cesare, Cleopatra non avrebbe riconquistato l’Egitto. E senza Cleopatra, Cesare non sarebbe riuscito ad imporre una pace ad Oriente, per dedicarsi alle sue vicende romane.

Tra le punte a me più consone, bello, perché nel ricordo mio mi fa risalire alla lotta tra Ramses e il toro, la sfida tra Cleopatra ed il toro. Meno belli, ma di aiuto per la costruzione e la comprensione della trama, le parti dedicate agli dèi egizi ed ai loro credi, alla magia ed altre piccole cose interne. Penso ci voglia una ben diversa capacità didattica (che forse solo Piero Angela aveva) per poter fare un percorso pulito all’interno di questa materia. Inoltre, mi è sembrato inutile e posticcio l’epilogo che ci parla di Champollion e di un Vecchio e del suo asino.

Quello che resta è la figura della regina, la sua passionalità, il suo amore per la sua terra, per Cesare e per il loro figlio Cesarione. Una figura che, appunto, nell’economia del testo, non può che proclamare ad ogni passo il suo sogno, essere Cleopatra, cioè testimoniare la gloria (“Kleos”) dei propri padri (“Patros”). Che questo è quello che ci voleva mandare come messaggio Jacq, che, d’altronde, in più di un’intervista ha confessato di non amare affatto la regina e di aver scritto il libro più che altro per l’insistenza dei suoi editori.

Una curiosità che mi è venuta ragionando su questo nome: è l’inversione dei due termini di padri e gloria nel nome di Patroclo. Casualità della storia.

“Della disgrazia … tutti si ricordano, ma nessuno si sovviene della gioia. Se rammentassimo i periodi felici, a cosa servirebbero i momenti infelici?” (325)

Christian Jacq “Nefertiti. La regina del Sole” Tea s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 16/03/2024 – I: 25/06/2024 – T: 27/06/2024] - &&&

[tit. or.: Néfertiti. L’ombre du soleil; ling. or.: francese; pagine: 334; anno 2013]

Sicuramente migliore e più avvincente del precedente. Sempre lontano dalla magia di Ramses, ma a buoni livelli di intreccio e di divulgazione archeologica. Anche se, e tutti se ne rendono conto, divulgare (e cercare di semplificare) il complesso mondo egiziano del tempo dei faraoni non è certo una cosa semplice. Jacq ha studiato, è ben informato, ma riesce ad essere coinvolgente solo a tratti. Ci restituisce un bel ritratto di Nefertiti, ma solo un passabile romanzo sul resto delle vicende che si sono svolte in quel tormentato periodo storico.

Perché per il periodo in esame (siamo all’incirca tra il 1370 ed il 1330 a.C.) molte sarebbero le avventure da raccontare. Jacq, mettendosi nell’ottica della regina, ne parla, ne fa capire il senso, ma in un certo qual modo sposta l’ottica anche sul privato. E non è una brutta ottica.

Intanto, avrei qualcosa da ridire sul titolo. Jacq parla di “l’ombra del sole”, che è il nome della residenza privata dei reali, dove incontriamo Nefertiti nel prologo quando ripensa alla sua vita e nel capitolo 68 quando, stanca e malata, vi torna ad aspettare la morte. Modificarlo in “regina” significa eliminare il riferimento privato e mettere l’accento sulla politica reale del periodo. Tutta basata appunto sullo spostamento religioso dal politeismo capitanato dal Dio Amon al monoteismo dedicato al sole personificato dal dio Aton. Uno spostamento indebito.

Comunque, nei ricordi di Nefertiti possiamo seguirne la parabola personale e storica. Con un inizio, presente nei geroglifici delle tombe egizie, che verrà ripreso da Perrault in “Cenerentola”. Infatti, un falco ruba un sandalo alla giovane Nefertiti e lo porta al principe reale. Che cercherà a lungo la proprietaria e, trovatala, la sposerà. Non si inventa nulla, allora.

Il principe diventa re dell’Alto e Basso Egitto con il nome di Amenhotep IV. Ma sin da giovane aveva coltivato il rispetto verso il sole. Ormai re, aiutato da Nefertiti, sposterà pian pianino l’asse religioso. Prima cambiando il suo nome in Akhenaton, poi relegando in secondo piano i sacerdoti di Amon, ed infine concependo la costruzione di una nuova capitale. Lasciando la vecchia Tebe per il sito tutto da costruire di Amarna. Sono proprio gli scavi ed i ritrovamenti di Amarna che permettono ora a Jacq di ricostruire quel pezzo di storia.

Complicata, oltre che dalla religione, dai problemi politici. C’è una grossa pressione esterna esercitata dagli Ittiti, dove per tacitarli Akhenaton, visto che il re poteva avere molte mogli, sposa Kiya, principessa dei Mitanni, popolo alleato degli Ittiti. Così, finché Kiya è in auge le frontiere sembrano protette.

Purtroppo per il re, e per Nefertiti, Kiya è assetata di potere e mal vede di essere in secondo piano rispetto a Nefertiti. Tra l’altro la regina partorisce solo femmine, non riuscendo ad assicurare una discendenza reale. Con l’aiuto del corrotto ministro degli esteri Maya, Kiya non solo briga di mantenere aperto un canale di sommossa sobillando gli Ittiti, ma cerca anche di trovare il modo di rimanere essa stessa incinta, magari di un maschio.

Poiché il gioco non riesce, Akhenaton si adira molto, e Kiya non trova di meglio che chiedere aiuto ai parenti. Nel frattempo, il re e Nefertiti hanno finito la costruzione di Amarna, dove trasferiscono tutta l’amministrazione politica e religiosa, ma non i sacerdoti di Amon, che, rimanendo in Tebe, hanno agio di cominciare anche loro una ribellione interna.

Le cose precipitano quando si scopre che, a causa delle scarse piogge, la nuova capitale è a corto di riserve idriche. Contemporaneamente, Nefertiti si ammala, si ritira nella villa del titolo, aspettando gli ultimi suoi giorni e le rare visite del re, sempre più occupato a far fronte alle ribellioni interne ed esterne.

Nefertiti muore ed Akhenaton resiste pochi anni, morendo anche lui, e lasciando che Amarna sia abbandonata e che al potere vada il giovane Tutankenaton. Sappiamo bene che i sacerdoti di Amon avranno vita facile nel cancellare tutti riferimenti al sole, e ribattezzare il giovane con il nome che tutti conosciamo, Tutankhamon.

A proposito di nomi, il nome completo, rilevato nei geroglifici di Amarna della bella regina è Neferneferuaton Nefertiti, dove traducendone il significato viene letto come “Meravigliose sono le bellezze di Aton (perché) la Bella è venuta”. E Nefertiti era veramente bella come potete vedere dal suo busto esposto all'Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, nel Neues Museum di Berlino.

Ma non era solo bella, le storie, documentate, che ci sono state tramandate ce la mostrano forte, dai saldi principi, dalla ferrea moralità e completamente devota al marito. E mentre ci parla della coppia reale, pur con qualche sbavatura, Jacq ci porta a più pari in quel periodo storico, mostrandoci le azioni politiche, le diplomazie, i matrimoni combinati, gli usi e costumi dell’epoca, i cerimoniali di corte. Insomma, tutto un mondo un po’ alieno da noi, ma di sicuro interessante e da studiare, per tutte le implicazioni storiche che comporta.

Un ultimo commento sulla parte finale. Questo libro è scritto dopo il precedente dedicato a Cleopatra. Eppure, anche qui, nel finale compare un vecchio con il suo asino, tale e quali a quelli che hanno percorso il libro precedente, ma le cui azioni si svolgono 1400 anni dopo. Un richiamo favolistico che ho trovato inutile.                       

Wilbur Smith & Chris Walking “Fulmine” HarperCollins euro 16 (in realtà, scontato a 15,20 euro)

[A: 26/01/2022 – I: 05/08/2024 – T: 06/08/2024] - && --   

[tit. or.: Thunderbolt; ling. or.: inglese; pagine: 302; anno 2021]

(periodo: 2019) JackCourtney 02

Pubblicato nell’anno della morte di Smith, risente molto di una revisione accurata che l’autore faceva dei romanzi pubblicati a suo nome. Certo, è di uno dei filoni minori, quello che si svolge ai giorni nostri e che ha per protagonista l’ultimo dei Courtney, sebbene analizzando il tutto vedremo qualche “sorpresa”.

Comunque, stando al sito ufficiale dell’autore, al momento della morte, aveva già avviato una serie di scritture in co-authoring, nonché altre storie di cui aveva abbozzato le linee generali, anche senza iniziarne ufficialmente la scrittura, tant’è che a tre anni della morte sono già usciti nove libri a suo nome.

Come scritto parlando del primo romanzo della serie, si sente abbastanza la mano di Walking, che, in quanto nasce come scrittore di viaggi, riesce quanto meno ad ambientare le nuove storie in contesti interessanti ed abbastanza corretti. La base del romanzo, nella prima parte, e Ras Nungwi, sulla punta estrema al nord di Zanzibar. Poi l’azione si sposta sul continente, anche se sembra troppo breve il tragitto verso la Somalia, ed ancora più improbabile e difficile un tragitto a piedi dalla Somalia al Kenya. Ma tant’è, leviamo i troppi dubbi e godiamoci, per quanto possibile, la storia.

Ripeto anche che sono storie dedicate ai ragazzi (juvenilia in gergo tecnico librario), quindi non ci aspettiamo intrecci molto complicati, né momenti particolarmente complessi di attività ed azioni. Certo, sono libri di avventure, e quindi ci sta trovarsi in situazioni difficili, verso animali e verso uomini. Situazioni che, affrontate da quattordicenni, diventano anche un filino più complicate.

Facendo un passo indietro, ricordo che Jack è l’ultimo dei Courtney, figlio di Nicholas, che abbiamo visto nella precedente puntata essere un degno erede dei Machado. Il padre, infatti, era una spia del KGB, e Nicholas alla fine del libro precedente, si rivela corrotto e sacrificabile. Era lui il colpevole, ed infatti Jack e la madre Justine lo abbandonano.

Qui, ritroviamo Jack e la madre in quel di Zanzibar, impegnati in attività ecologiche, lei a studiare il deterioramento delle barriere coralline, Jack ed i suoi amici a cercare nel mare oggetti preziosi perduti (ma anche ripulendo il mare stesso da rifiuti indesiderati). Dico amici, che Jack è accompagnato sempre da Xander, il suo ricco amico nigeriano nonché compagno di college, e da Amelia, la “tuttologa” del gruppo, molto simpatica nel primo libro, ma che qui ha solo ruoli marginali. Sembra, da quanto dice il sito ufficiale di Smith, che i tre saranno insieme anche nel terzo ed ultimo libro (per ora) della serie.

Nella prima parte assistiamo a piccole e poco rilevanti avventure marine dei nostri, a bordo di un fuoribordo, il Fulmine del titolo. Poi avvengono due fatti dirompenti. Justine dice a Jack che Nicholas non era suo padre. Colpito, ma non stordito, Jack decide di coinvolgere i suoi amici in una ricerca di preziosi a più ampio raggio. Laddove, andando verso nord, si imbattono in pirati che li rapiscono.

Qui inizia la seconda parte, quella centrale dove un po’ si sente ancora la mano di Smith. Si parla di guerrieri-bambini, di campi di addestramento e di somali che li gestiscono per poi rivendere i ragazzi e farli combattere, ovviamente portandoli verso fini ingloriose. I nostri vengono venduti dai pirati ad uno di questi somali. Ed in tutta la parte centrale vediamo la vita e l’addestramento di questi ragazzi, nonché il tentativo dei somali di ottenere un riscatto per i tre.

Nel campo, Jack fa amicizia con un ragazzo, Mo, anche lui rapito e venduto a destra e sinistra. Ed è con Mo che i nostri tre organizzano la fuga dal campo somalo verso il vicino confine con il Kenya. Anche qui, piccole avventure, animali notturni, cani che inseguono, nonché una lotta ad alto ed altro livello sembra tra bande. Ma se da un lato ci sono i somali, dall’altro c’è uno strano miscuglio di persone, capeggiate da un freddo comandante, Jonny Armfield.

Nonostante una pericolosa puntura di insetti (e sappiamo che gli insetti in Africa non sono mai gentili) ed una difficile scelta, dove i nostri sono costretti ad abbandonare Mo, Jack ed i suoi verranno ovviamente salvati. Ed in un finale veramente troppo affrettato e poco incisivo verremmo a sapere se e come Mo si sia salvato, e che sia il vero padre di Jack. Certo che se Jack è figlio di Justine e di una persona che non è un Courtney, si perdono un po’ le fila generali di questa epopea che io seguo dall’inizio, dalle avventure del capostipite della famiglia, Sir Charles Courtney, le cui avventure si collocano intorno al 1600. Pare brutto far finire male 400 anni di storie familiari.

Ora, ripeto, la parte sui bambini-guerrieri è certo la più “politica”, e di sicuro uno dei tentativi di Smith di utilizzare in piccola parte i suoi scritti per mandare messaggi. Ma la parte avventurosa e l’intreccio globale è carente, poco credibile, e trattato a volte con leggerezza. Ribadisco, comprendo la necessità di rivolgersi ai giovani, ma i giovani non sono stupidi, e possono affrontare temi anche crudi, se ben spiegati e argomentati.

Un appunto finale sul titolo, questa volta non per la traduzione, che è corretta, ma per l’utilizzo. Fulmine è il nome della barca su cui vanno ad esplorare i fondali, ma che ha una presenza piccola nella prima parte e nulla per le ultime duecento pagine. Inoltre, la copertina del libro (che è anche quella dell’originale inglese) riporta Jack che si immerge nelle acque di Zanzibar, dove incontra uno squalo toro. Un episodio delle prime dieci pagine, assolutamente non importante per tutto il resto del libro e della trama.

Per questo, nonostante Smith sia sempre nel mio lato avventuroso, mi sembra di poter dire che questa prova non è particolarmente riuscita.

Clive Cussler & Justin Scott “Il Cecchino” TEA euro 9,90

[A: 02/11/2023 – I: 06/04/2025 – T: 07/04/2025] - &&    

[tit. or.: The Assassin; ling. or.: inglese; pagine: 383; anno 2015]

ISAAC BELL08

Dopo quasi tre anni ritorno a leggere un libro della “Cussler factory”, che le avventure si sono accumulate ma, per motivi vari, non sono più entrate nella lotteria delle letture. Sempre rimpiangendo la morte del grande Clive, qui abbiamo una nuova puntata delle avventure di Isaac Bell, sempre in co-writing con Justin Scott, con il quale il grande vecchio ha scritto ben nove avventure di Isaac.

Questa è la settima scritta a quattro mani e, purtroppo, continua nella scia delle avventure “da ombrellone”. Qualche spunto, qualche idea, e molto riempitivo. Al tempo della scrittura, Cussler era ancora in vita, e si percepiscono i suoi interventi in alcuni passaggi dell’intreccio della trama, e, soprattutto, nell’idea di fondo, dell’innesco della vicenda. Mentre la mano pesante di Scott si avverte nelle parti diciamo “movimentate”.

Intanto c’è grossa confusione nel confezionamento delle avventure di Isaac Bell e dell’agenzia Van Dorn. Con la prima avventura, ci eravamo mossi nel 1906, ai tempi del terremoto di San Francisco. Per poi proseguire, fino al quinto episodio, di anno in anno, anche se, in alcune occasioni, c’era un salto finale alla fine degli anni Trenta. Il primo ad incasinarci fu il sesto, che comincia nel 1912 (saltando l’11), per poi svolgersi tutto nel 1902. Il settimo poi prevede un salto fino al 1921, lasciandoci dubbi su cosa fece Isaac durante la Prima Guerra Mondiale.

Qui, invece, la confusione è totale, visto che gran parte delle avventure si svolgono nel 1905 (quindi prima del primo libro), con un episodio, su cui torneremo, che non so se sia stato spostato nel tempo, o sia un errore della cronologia.

Intanto, come detto, si nota la mano, anzi la testa di Cussler che, al solito, trae spunto da suoi pallini precisi di messa a punto di elementi salienti della storia economica e politica americana. Qui, il fulcro della vicenda, è la lotta senza esclusione di colpi, relativa ai giacimenti petroliferi ed al loro sfruttamento. In particolare, il centro “politico” della trama si avvolge intorno alla figura di John D. Rockfeller, considerato il re del petrolio americano.

Per comprendere la trama, bisogna tener conto di alcuni fattori: le trivellazioni per l’estrazione del petrolio avvenivano per mano di imprese indipendenti, diverse per stato; i problemi relativi alla commercializzazione erano lo stoccaggio ed il trasporto fino al più vicino porto, al fine di farlo arrivare nelle sedi di utilizzo. Questo perché, all’epoca, ancora non era sviluppata l’industria degli oleodotti per trasportare il petrolio liquido dai pozzi fino alle raffinerie.

L’attività di Rockfeller fu quella di accaparrarsi la distribuzione, così da costringere i piccoli produttori a vendergli le imprese. In questo modo fondò e diresse la Standard Oil, la più grande compagnia petrolifera al mondo. Talmente grande che nel 1911, in base alle leggi monopolistiche americane, fu costretta a scindersi in diverse compagnie, e da lei nacquero, tra le altre, la Esso, la Mobil, la Chevron, ed alcune minori che sono poi confluite nella BP.

La storia riguarda uno dei produttori minori che, rovinato, finge di allearsi con Rockfeller per studiare e programmare a lungo una vendetta verso il magnate. Una vendetta anche trasversale, che prevede l’uccisione di alcuni imprenditori, ed il sabotaggio di alcune industrie, in modi tali che tutto si possa far risalire ai soprusi di Rockfeller. Per far questo, Bill Matters è aiutato da un formidabile utilizzatore di armi, fucili in particolare. È la persona che nel titolo originale viene indicato come “Assassin” e che nell’editoria italiana, in modo un po’ riduttivo, viene tradotto come “Cecchino”.

Per completare il quadro della parte di Matters, bisogna sottolineare che il tipo ha tre figli. Un maschio, Bobby, che scompare alcuni anni prima senza lasciare traccia, e due femmine, Edna, giornalista d’assalto sempre in prima linea, e Nellie, suffragista (lotta per ottenere il voto alle donne), nonché pilota di mongolfiere ed altre amenità.

Il nostro Isaac viene coinvolto nella vicenda in quanto, per conto del Governo, sta indagando sulle possibili attività monopolistiche di Rockfeller (indagini che porteranno sei anni dopo alla condanna sopra citate). Trovandosi coinvolto nell’uccisione di diversi imprenditori, convince il suo capo a diventare una specie di guardia del corpo del magnate fino alla scoperta del cecchino del titolo.

In questa veste viene coinvolto in una serie di avventure in cui, forse per coincidenza o forse no, sono spesso presenti Edna e Nellie. Tanto che il nostro, ancora senza aver incontrato Marion la donna della sua vita, è attratto ora dall’una ora dall’altra, attrazione che rimarrà sempre sospesa per tutto l’episodio. Il tutto condito dalla presenza ombra del Bobby scomparso, dalle notizie su un tiratore scelto, vincitore di una medaglia, ma poi disertore dell’esercito e scomparso. Benché poi si sappia (ce lo dice lo stesso Cussler all’inizio) che tutto ruota intorno a Matters, solo nella parte finale si svelano misteri piccoli e grandi, anche se attraverso una velocità poco consona ad una lentezza di tutto il resto del libro. Ma spesso in Cussler è così.

Dal punto di vista della non-fiction, oltre alle azioni di Rockfeller, Cussler ha voluto metterci anche un elemento che c’entra poco, ma serve a collocare la vicenda in uno spazio temporale reale. Dato che, all’epoca, Baku, cittadina emerita dell’impero zarista, era uno dei centri petroliferi russi, i nostri fanno una puntata laggiù, vengono coinvolti in una situazione rivoltosa, tanto che fuggono in macchina per raggiungere la Georgia. E lì, nella capitale, assistono ad un fatto realmente avvenuto: una rapina nella banca situata nella piazza centrale, che provocò una quarantina di morti. Una rapina che fu organizzata, e forse guidata, da un rivoluzionario georgiano identificato con il nome di “Koba” (cioè indomabile). Nella realtà Koba, così chiamato, era tal Josef Džugašvili, che durante la Rivoluzione assunse il nome di Stalin.

Unico problema è che la rapina avvenne nel giugno del 1907, mentre nel romanzo i nostri sono in territorio russo un po’ prima. Altro problema, nel libro la capitale georgiana viene indicata come Tiblisi, mentre correttamente ora si chiama Tblisi ed all’epoca era nota come Tiflis. Magari qualche attenzione filologica in più non guasta.

Insomma, Bell continua ad essere una delle serie di minor presa degli scritti di Cussler & co. Qualche spunto, ma poco mordente.

Clive Cussler & Russell Blake “Le isole della morte” TEA euro 9,90

[A: 05/07/2021 – I: 03/05/2025 – T: 06/05/2025] - &&    

[tit. or.: The Solomon Curse; ling. or.: inglese; pagine: 432; anno 2015]

FARGO07

Sessantesimo libro scritto da Cussler (in solitario o in compagnia) e settimo della serie dedicata ai coniugi Sem e Rami Fargo. Dove, come avevo scritto per il precedente “Fargo” (“La leggenda dell’Azteco”) si nota un abbassamento del coinvolgimento emotivo e cerebrale che in genere accompagna i libri del maestro statunitense dell’avventura. Molto dovuto al poco felice sodalizio con Russell Blake, dove fortunatamente questo è il secondo ed ultimo volume scritto da loro a quattro mani.

Unica consolazione, personale, è che si torna, anche se parzialmente, ad esplorare miti, leggende ed altre astrusità archeologiche. Cosa che consente, ai curiosi come me, di immolarsi in lunghe e cervellotiche ricerche sulle cose citate.

Ma prima di entrare nel vivo, cominciamo a fare il solito giro di lamentele sulla scelta dei titoli. Certo, l’azione si svolge principalmente su delle isole. E ci sono molti e svariati morti. Tuttavia il titolo originale riporta “La maledizione di Salomone”, facendo riferimento ad alcuni commentari di testi biblici, veri o apocrifi, che si riferiscono al re del primo tempio di Gerusalemme. Senza andar troppo per le lunghe, ed anche senza incartarci nei testi, riducendo all’osso il suo pensiero, più che una maledizione in sé, nella parte finale della sua esistenza, Salomone riflette sulle conseguenze negative della ricerca del potere, laddove si trascuri la propria integrità morale. Un modo per richiamarci ad essere consapevoli del presente e immaginifici del possibile futuro, al fine di comprendere le conseguenze delle proprie azioni prima di agire.

Una riflessione che è realmente pertinente al corpo centrale della trama.

Ma che c’entra Salomone? Certo, l’azione si svolge sull’isola di Guadalcanal, appartenente all'arcipelago delle Isole Salomone. Ed è interessante capirne la derivazione toponomastica. Infatti, quando nel 1568, il navigatore spagnolo Álvaro de Mendaña, navigando nel Pacifico verso le Indie, scoprì le isole dell’arcipelago, pensò di aver trovato il regno di Ofir. Un nome che posto così poco ci dice. Ma che, studiando i testi, si rivela essere il nome biblico di un luogo immaginario ma nei testi collegato alle miniere di re Salomone. Come magistralmente ci illustra Umberto Eco nel sempre lodabile “Storia delle terre e dei luoghi leggendari”.

Inciso: ovvio che uno si aspetti un sito posto tra Medioriente ed Africa, dato appunto il re Salomone, ma leggendo il “Libro dei Re” si viene a sapere che Salomone, ogni tre anni, riceva da Ofir un carico di oro, argento, legno di sandalo, pietre preziose, avorio, scimmie e pavoni. Quindi, Ofir può essere un isola e può essere un’isola lontana dal Mediterraneo.

Venendo invece al testo, il nervo centrale è la ricerca di reperti archeologici da parte dei nostri soliti coniugi Fargo. Invitati alle Isole del titolo da un cercatore russo, Leonid, che sembra trovare possibili elementi antropici in una baia dell’isola. Per inciso, le Salomone sono isole di grande povertà (hanno un PIL sui 2 miliardi di USD, rispetto ad esempio all’Australia, rimanendo in Oceania, che si avvia ai 2000 miliardi di USD), e di conseguenza anche di grandi problemi sociali (sommosse, rivolte ed altro). Quindi, c’è anche l’interesse di società squalo ad insediarsi nell’isola (fiscalmente positiva) e dedicarsi all’estrazione dei minerali del sottosuolo (pare ci siano oro e rame).

Quindi, mentre procedono le ricerche dei nostri, aiutati dalla sempre brava Selma di base in California, e dall’arrivo di Lazlo, del gruppo della Fondazione Fargo, ma sempre un po’ sfortunato, incontrano diversi elementi della comunità locale: la dottoressa Vanya, capo del locale Ospedale, ed il politico Oscar, con ambigue posizioni tra sovranismo ed aperture. I nostri autori ci fanno seguire anche le mosse di un magnate australiano, in via di bancarotta, che sovvenziona qualche iniziativa non ortodossa in loco, proprio per poter ottenere le concessioni minerarie che risolleverebbero la sua situazione.

Il libro, però, si trascina stancamente. Si trovano costruzioni in pietra a venticinque metri sotto il mare, ci sono scaramucce con presunti ribelli (foraggiati dal magnate e guidate localmente da qualcuno) che tendono a cacciare gli stranieri dall’isola, ci sono sparizioni di bambini, si trovano poi collegamenti con l’unico periodo storico in cui Guadalcanal ebbe rilevanza: durante la guerra Nippo-americana nel Pacifico tra il ’42 ed il ’43.

Qui si ha il secondo, e reale, aggancio non fiction, o forse meta fiction. Che si nomina un giapponese come ras locale del periodo, nonché ladro di ingenti quantitativi d’oro e pietre preziose, che però scompaiono. Il generale giapponese era legato, seppur da lontano, alla famigerata Unità 731 del medico generale Shiro Ishii, che, per conto forse non palese dell’imperatore, stava studiano possibili guerre chimiche e batteriologiche verso l’America. Utilizzando elementi locali (cinesi, coreani, ed isolani) come cavie umane, in modo forse anche peggiore dei medici nazisti.

Quindi, alla fine, abbiamo la squadra che cerca tesori ed altro, con Sem, Rami, Lazlo e Leonid, da un lato. E tutti gli altri dall’altro. Almeno teoricamente. Che magari c’è qualche ambiguità di posizione in tutte le persone, così che gli autori cercano di lasciarci con il fiato sospeso. Senza però riuscirci.

Non c’è dubbio che i Fargo alla fine usciranno vincitori, pur scontrandosi con la leggenda fondante delle isole. C’erano nell’antichità dei giganti che costruirono una città bellissima nella baia, ricoprendola d’oro e gioielli. Ma un terremoto la fece sprofondare (sono i resti che trovano i sub dei Fargo), e poi qualcuno (i giapponesi?) ne trovò traccia, rubò i preziosi e li nascose nelle grotte isolane.

Quello che rimane misterioso ed inspiegato sono proprio i giganti. Vengono trovati? Sono realmente alti cinque metri? Sono statue? Sono corpi imbalsamati? Una narrazione che si sviluppa in tre pagine, lasciando tutto misterioso, in uno stile che non è del “puro Cussler”.

Insomma, qualche spunto, qualche ritorno a temi classici (compreso il rispetto reciproco e della natura), ma senza che emerga nessuna tensione, neanche avventurosa. Tutto scivola in modo abbastanza piatto e poco coinvolgente. Speriamo meglio in altre letture.

Visto che giriamo il mondo, non vi faccio mancare alcune perle dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, quando ancora scriveva con lo pseudonimo di Yasmina Khadra. Sono tratte dalle prime storie del commissario Lob. Li lessi in francese, ma ve ne riporto la mia personale traduzione.

Da “La part du mort” :

“Il sacrificio non è morire per qualcuno o per una causa; direi che è, senza dubbio, la meno ragionevole delle attività. Il vero sacrificio è quello di continuare ad amare la vita nonostante tutto.” (175)

“Io sono onesto … verso me stesso. Conoscere i propri limiti, significa non abusare di sé stessi.” (386)

Da “Morituri”:

“La carriera vera di un uomo è la sua famiglia. Chi ha successo nella vita è colui chi ha avuto successo a casa sua. L'unica ambizione giusta e positiva è di essere orgoglioso a casa propria. In caso contrario, tutto il resto è apparenza, una corsa a capofitto, un diversivo.” (506)

“Alla gente non piace essere messe in ombra. ... Salah Diba lo sa. Ecco perché ha scelto di farsi molto piccolo. I piccoli non fanno ombra. ... Essere piccoli non ti impedisce di pensare in grande. ... I piccoli sono gli ultimi a ricevere le tegole sulla testa e i primi a capire quando sale la marea. Di conseguenza, ciò che perdono in altezza, lo recuperano in prospettiva.” (582)

E da “L’automne des chimères” :

“Trascorreva i suoi giorni ... senza luci o fanfare, senza troppa convinzione, credendo che la felicità - tutta la felicità - sia una questione di mentalità.” (766)

“Diceva: le razze, non sono bianchi, neri, rossi, gialli. Gli uomini non sanno apprezzare i talenti della natura. Fanno della diversità degli steccati: la chiamano segregazione. Le razze, non sono arabi, ebrei, slavi, Tutsi. Gli uomini non sanno vedere il tempo. Si accontentano di reclutare gruppi etnici. Facendo gerarchie delle razze umane, sperano di riscattare la loro piccolezza, di vendicarsi della loro volgarità ... le vere razze sono solo due: la razza dei Bravi e la razze degli Ignobili, i Buoni e gli Odiosi. Da tempo immemorabile, si confrontano senza pace, per cercare un pareggio. Erano lì molto tempo prima della Luce, molto prima delle profezie, e continuano a sopravvivere in tutte le civiltà. Fin dal nostro arrivo nel mondo, ci viene insegnata la discordia, distraendoci dalla verità. Ci viene insegnato l'odio per l'Altro, l'odio verso gli Assenti e lo Straniero, in breve, un odio prefabbricato. E guarda, Brahim, basta guardare. Chi brucia le nostre scuole oggi, chi uccide i nostri fratelli e i nostri vicini, chi decapita i nostri studiosi, chi mette a fuoco e sangue le nostre città? Alieni, malesi, animisti, cristiani? ... Sono algerini, soltanto algerini che, non molto tempo fa, cantando a gran voce l'inno nazionale negli stadi, andavano in massa a prestare soccorso negli incidenti, si mobilitavano per i telethon. E guarda, ora. Ti riconosci in loro? Io no ... La gente della mia razza, Brahim, sono tutti coloro che, da una parte all’altra del globo, rifiutano categoricamente di perdonare tali mostri.” (780)

“La pensione è una nuova vita che inizia, un cambiamento sorprendente della vita. Gli stalloni di razza muoiono d’orgasmo, mio caro. La vecchiaia è per i prepotenti e i mascalzoni.” (796)

“Il modo più ragionevole di servire una causa non è morire per lei, ma sopravviverle.” (810)

Sono tutti momenti intorno al globo, fondamentali per ritornare qui, dopo essere stato ancora una volta in giro, e prima, speriamo, di continuare. Per ora, continuiamo a leggere, scrivere, e perché no, programmare. Fare progetti è sempre un altro modo di essere vivi. Come lo siamo quando ci abbracciamo.

domenica 4 maggio 2025

Faraway Black - 04 maggio 2025

Mi scuso del titolo inglese, ma tornando ad incontrarci dopo tre settimane ed un viaggio lontano, visto che parliamo di “noir”, il titolo ci sta. Anche se noi si è andati ad Ovest, mentre oggi incontriamo neri verso Est. E per la precisione, un incontro con il Giappone che ultimamente è assai presente nelle mie letture. Abbiamo tre trame ben sufficienti, con le ormai classiche casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, il detective Kindaichi di Yokomizo Seishi ed il classico di Isaka Kotaro. Meno riuscito il nero di Tokyo di Kenzo Kitakata ed assolutamente poco convincente (e poco giallo) libro di Riku Onda. Comunque, con tutte queste presenze, sto quasi diventando un esperto nipponico…

Natsuo Kirino “Le quattro casalinghe di Tokyo” Corriere Giappone 5 euro 8,90

[A: 12/11/2022 – I: 29/06/2024 – T: 02/07/2024] - &&&       

[tit. or.: アウト, Out; ling. or.: giapponese; pagine: 620; anno 1997]

Non è il primo libro di Natsuo Kirino che leggo, e continuo a ritenere che, in realtà, la sua sia una scrittura ibrida. Cioè, viene sempre etichettata nel noir, ed in questo, realmente, affonda le sue radici. Ma c’è sempre qualcos’altro, anzi c’è sempre di più. Come in questo, che è tra l’altro il libro che l’ha fatta conoscere anche fuori il Giappone.

Metto il femminile che, nonostante il nome possa, nipponicamente, anche essere maschile, è in realtà, come spesso negli scrittori del Sol Levante, lo pseudonimo di una donna, Mariko Hashioka, che lei deriva da vicende letterarie giapponesi: Kirino è un samurai di una saga dello scrittore Ryotaro Shiba, mentre Natsuo è la protagonista del libro “Urashimasō” di Ōba Minako.

E forse proprio Natsuo le rimane impresso come motore di questo libro, che nel libro di Ōba ci sono tre donne al centro del romanzo con le loro reazioni, diverse, alla tragedia di Hiroshima.

Veniamo allora a questo noir che è anche altro. Ma prima soffermiamoci sul titolo, che, giustamente, in originale è “Out”, perché tutti, protagonisti e non, vogliono essere fuori, andare fuori dal sentiero, dallo schema solito della vita, liberarsi, prendere l’uscita. Nelle maggiori traduzioni internazionali è stato sempre lasciato il titolo “Out”, mentre in italiano si è deciso di puntare sul minimalismo delle casalinghe. Dove, tuttavia, a ben vedere le quattro principali interpreti non sono proprio delle casalinghe. Certo, hanno una famiglia (anche se non tutte), ma quello che le accomuna è il lavoro in uno stabilimento che confeziona i tipici pasti pronti alla giapponese, i bento.

Abbiamo così le quattro operaie, ognuna con una vita problematica, e quando la scrittrice comincia a presentarcele vengono fuori diversi spaccati della realtà giapponese che riguarda le donne. Dove appunto nasce una grande parte del romanzo, che esplora la condizione femminile locale, che di certo non è semplice.

Allora, c’è Yayoi, bella, trentaquattro anni, due figli piccoli, ed un marito ubriacone e fedifrago. Lei deve lavorare che il marito sperpera tutti i soldi al gioco, e quindi accetta il lavoro notturno nella fabbrica che, oltre ad essere meglio pagato, le permette, di giorno, di accudire i figli.

C’è Yoshie, vedova, anziana, con una figlia che chiede continuamente soldi per essere all’altezza delle sue amiche nonché una suocera che, colpita da un ictus, deve essere continuamente accudita. È quella che da più tempo lavora in fabbrica, sempre di notte per combinare i due impegni.

C’è Kuniko, giovane, bruttina, ma estremamente vanitosa; ama circondarsi di auto moderne, di vestiti alla moda ed altre frivolezze, dove, tuttavia, non avendo soldi, oltre a lavorare di notte, chiede continuamente prestiti, ognuno per pagare il precedente, finendo ben presto nelle mani di usurai con pochi scrupoli.

E c’è Masako, quella che prenderà le redini del gioco, una volta contabile in una finanziaria, dove, essendo continuamente messa in secondo piano da uomini meno capaci di lei, pur con un piccolo capitale, si licenzia e decide di lavorare in fabbrica, anche per allontanarsi dalla famiglia, dal marito inetto e dal figlio irricettivo ed irrispettoso.

La loro routine viene sconvolta (qui si entra nel noir) quando Yayoi, esasperata dalle ultime nefandezze del marito, lo uccide strangolandolo. Per poi chiedere alle altre tre di aiutarla a sbarazzarsi del corpo. Qui entra in gioco la leadership di Masako che prende in mano la situazione, con l’aiuto delle altre smembra il corpo del marito e lo distribuisce in varie discariche in giro per la città.

Ovvio che qualcosa va storto. Kuniko sbaglia lo smaltimento del corpo, e la polizia comincia ad indagare. Non solo, l’usuraio che la tartassa, capisce qualcosa e la ricatta. Inoltre, il marito di Yayoi aveva litigato con tal Satake, un ruffiano che venti anni prima aveva ucciso una donna e si era fatto una decina di anni di carcere. Ed è su Satake che la polizia punta, ma senza prove riesce solo a mandarlo in rovina.

La seconda parte del romanzo passa dalla sociologia alla psicologia. L’usuraio, legato alla yakuza, a fior di milioni di yen convince le quattro a continuare il lavoro di smaltimento dei corpi. Sarebbe potuto nascere un intrigo ironico, ma entra prepotentemente in scena Satake che, ormai rovinato, decide di scoprire la verità e di vendicarsi.

Cosa che farà con tutti e tutte, sino ad arrivare al culmine finale, in cui dovrà confrontarsi con Masako. Qualcuno ne uscirà, in qualche maniera, ma tutta questa parte è lenta e prende meno della costruzione piena di inventiva della prima parte e della vita quotidiana delle donne nel Giappone di fine millennio. Tra l’altro c’è un'altra freccia che lancia Natsuo, laddove nelle fabbriche alienanti delle notti giapponesi, oltre alle donne con poca fortuna, sono impiegati immigrati. Vediamo così anche la vita di Kazuo, un giapponese figlio di brasiliani che, pur non parlando la lingua, era tornato nella patria degli avi sperando in colpi di fortuna, e trovandosi invece, solo, con difficoltà di comunicazione e con la voglia di tornare in Brasile. Uno spaccato sull’immigrazione coatta molto ben congeniato.

Insomma, un romanzo forte, ma non nella parte noir, quanto e molto nella descrizione della società giapponese, laddove le scrittrici devono solo occuparsi di romanzi rosa, e non di donne che lavorano e, soprattutto, che uccidono un uomo, anche se cattivo. Talmente scandalosa l’idea di Kirino che, in una trasmissione radiofonica per parlare del suo libro, il conduttore si rifiuta di intervistarla e la allontana dallo studio.

Kirino, più che alla trama noir che diventa un pretesto, non fa che rigirare intorno al ruolo della donna in una società maschilista, dove la donna deve, e sottolineo deve, essere sottomessa, è costretta a lavorare per risanare il bilancio familiare, anche quando non può disporre dei soldi che guadagna, presi e consumati dal marito padrone. Tant’è che, così come le quattro donne descritte non fanno una figura positiva, anche gli uomini del romanzo sono negativi: il marito dilapidatore, l’usuraio, il sadico Satake, ma nemmeno il poliziotto. L’unico, a metà, è il nippo-brasiliano con la frase che riporto in fondo e che ne suggella la vita intera.

Vorrei finire, una volta tanto, con delle parole non mie, ma riportando una dichiarazione della scrittrice stessa rispetto al ruolo della donna: “Uno dei punti di partenza dei miei romanzi è la consapevolezza che nascere e vivere da donna nella società giapponese è una cosa estremamente difficile, perché la donna in Giappone non è mai se stessa, ma sempre qualcosa d’altro, il riflesso di quello che vogliono, desiderano o sognano gli uomini. Benché siano educate a scuola a credere di potersi comportare da pari in piena libertà e avanzare nella società e nei posti di lavoro come gli uomini, le donne, appena si sposano, si rendono conto che tutto questo non è vero. E allora scattano meccanismi che possono portarle a commettere atti estremi, fuori dalle norme e consuetudini”.

Alla fine, un testo non sempre riuscito ed un po’ lungo, ma di interessante lettura.

“Quindi essere soli vuol dire essere liberi?” (588)

Yokomizo Seishi “Fragranze di morte” Sellerio euro 14 (in realtà, euro 13,30)

[A: 02/03/2022 – I: 25/07/2024 – T: 26/07/2024] - &&& ---      

[tit. or.: 殺人鬼, Satsujin-sha; ling. or.: giapponese; pagine: 177; anno 1948-1958-2006]

Di Yokomizo Seishi ho già parlato in occasione delle mie prime letture, e ci torneremo più avanti. Intanto parliamo di questo piccolo libro della meritoria Sellerio. Questo testo include due romanzi brevi che hanno per protagonista il detective eponimo di Seishi, cioè Kousuke Kindaichi. I titoli dei racconti li riporto più avanti, quello sopra indicato è invece il titolo della raccolta, che includeva altri testi, ed il cui titolo complessivo è “Satsujin-sha”, cioè “assassino”, e viene pubblicato quando, trovate le carte di scritti vari dell’autore, negli anni 2000 ne viene riscoperta la bravura. Quindi l’antologia appunto esce nell’ultima data indicata.

I due romanzi, invece, sono molto precedenti. Il primo 黒い蘭 cioè “Kuroanhime” che si traduce, come indicato, con “Orchidea nera” esce a puntate in rivista nel 1948. Il secondo 香水心中

cioè “Kōsui shinjū” potrebbe tradursi con “suicido profumato” o “suicidio al profumo”, mentre i traduttori italiani preferiscono traslarlo, cercando di mantenere l’odore, con “fragranze di morte”. Un giorno, forse, ne capitò i perché. Comunque, questo secondo esce nel 1958.

Detto inoltre che è sempre interessante questa operazione di Sellerio di riproporre testi interessanti seppur dimenticati, ci si domanda sempre perché non vengano aggiunte note editoriali esplicative e magari leggermente più esaustive.

Intanto, continuano le brevi riproposizioni delle avventure del detective Kosuke Kindaichi (che poi qualcuno mi spiegherà perché a volte è indicato anche come Kousuke), l’eroe di Seishi che gli dedicò non meno di 77 tra romanzi e racconti lunghi. Qui, se qualcuno avesse chiesto meglio spiegazioni e delucidazioni, abbiamo due esempi contrapposti del detective.

Nel primo, c’è tutta una parte introduttiva, poi oltre la metà, arriva Kosuke, che capisce tutto e risolve. Nel secondo, invece, Kosuke compare fin dalle prime righe, accompagna il lettore fino alla risoluzione del caso, che però viene proposto al lettore in maniera indiretta. Insomma, qualche equilibrismo stilistico per due prove che sono non eccelse ma interessanti, sia della scrittura specifica di Yokomizo, sia dei modi narrativi del noir giapponese. Altra particolarità, in entrambi, a far da spalla a Kindaichi, c’è l’ispettore di polizia Todoroki, dove i due agiscono quasi come Holmes e Watson.

Ricordo brevemente, come citato sopra, che Yokomizo in realtà si chiama Masashi e, come tutti gli scrittori del sol levante, usa uno pseudonimo. E che, malato di tubercolosi e sfollato per la guerra, lontano dalle grandi città inizia la scrittura dei romanzi di Kindaichi, che dal ’46 in poi gli daranno fama ed onori, mettendolo nell’olimpo del giallo giapponese insieme al suo maestro ed amico Edgoawa Ranpo con Akechi Kogoro ed a Takagi Akimitsu con Kozu Kyosuke.

Il primo testo verte intorno all’identità ed alle azioni di una persona indicata per la maggior parte del testo con il suo soprannome, Orchidea Nera. Lei si presenta velata ad un grande magazzino di Ginza e lì, un po’ maldestramente, ruba di nascosto articoli vari. Un comportamento ben noto al personale che è avvertito di non intervenire, di fare note di credito dei furti e di portarle al direttore Rokusuke Kasuya. Il quale poi si reca a casa della ladra, che non è altro che la figlia cleptomane del proprietario del magazzino e da lui si fa rimborsare.

Peccato che tra il furto e quanto si ritrova ultimamente ci sia differenza (si ruba di più). Peccato che ci sia una nuova commessa, peccato che ci sia un nuovo responsabile di piano. Peccato che i due vogliano fermare la dama velata, che prende un coltello ed uccide il responsabile.

Dopo tutto questa intro, finalmente Kasuya decide di chiedere a Kindaichi di intervenire per scagionare la vera Orchidea Nera dalle accuse. Cosa che il nostro fa abbastanza in breve dopo aver passato in rassegna: il personale presente nel magazzino, le attività svolte al bar, dove viene trovato un secondo cadavere, gli interrogatori delle persone di cui sopra.

È tutto un romanzo d’atmosfera, come spesso in Yokomizo, che per l’appunto fu soprannominato il John Dickson Carr giapponese: si presentano le azioni, gli attori, e con un solido ragionamento deduttivo si arriva alla conclusione.

Un ragionamento che sta alla base anche del secondo testo, anche se è meno brillante del primo (ed in particolare mi domando come mai il volume viene titolato con questo invece che con l’altro). Poco brillante che si incarta in una serie di involuzioni degli atteggiamenti personali, spesso debitori del modo di vivere e di essere giapponese. Tra l’altro, il nostro autore, inserisce tutta una serie di elementi che dipendono dal tempo, dall’orario dei treni, dalle automobili che percorrono strade impervie, elementi che alla fine non rendono agevole la trama.

Come detto, Kindaichi e l’ispettore Todoroki compaiono sin dalle prime righe, chiamate dall’anziana Matsuyo per affrontare una qualche sua personale situazione. Il posto si trova a Karuizawa, su di una delle linee veloci che collegano Shibuya a Kanazawa (fatta più volte, paesaggi stupendi). Dopo qualche intoppo, si scopre in una villetta isolata (il posto è un luogo di vacanza per i tokyoti) un possibile doppio suicidio o omicidio-suicido.

Qui Yokomizo si imbarca in una confusa (per me) disamina delle persone coinvolte e dei loro legami. Magari per un giapponese è facile, ma tra Matsuyo, la grande patrona, i suoi tre nipoti Matsuki, Matsuhiko, Matsuko ed altri parenti, Shozo e Miyoko, la confusione è massima. Comunque, l’impiccato è Matsuki e sul letto c’è una donna strangolata Yuriko. Sulla scena compaiono tutti gli attori di cui sopra, compreso Taichi, marito inutile di Yuriko, e Miyoko, forse incinta di Matsuki.

Sappiamo poi che Shozo è innamorato di Miyoko, che Matsuki non è proprio un santarellino, e le sue marachelle le fa ricadere su Matsuhiko. Insomma, una confusione massima, dove Kindaichi prima ci fa capire che ha capito, poi, nel capitolo finale, individuato l’artefice di quello che poi è un duplice omicidio, viene a sapere che Kindaichi sa e dice, ma che il fio della colpa non verrà pagato da nessuno.

È anche questo un buon racconto, anche se, dal punto di vista del noir, l’autore non aiuta il lettore. Certo, presenta una serie di fatti, ma per la soluzione, che Kindaichi come detto sa, il povero lettore viene fornito del piatto cucinato senza poter intervenire nella cottura.

Alla fine, che dire, Yokomizo ha di certo una mano felice nel gestire le situazioni e gli intrecci, inoltre la figura di Kindaichi è ben delineata. Un personaggio che non suscita simpatia a prima vista: non è molto pulito, né particolarmente alto (vien detto altrove esattamente 1,63 cm). Ma è minuziosamente attento ai particolari, alla storia dei personaggi, ed alle loro connessioni. Riuscendo con questi elementi ad avere l’idea della soluzione. Dopo, sarà in altro modo che qualcuno arriverà a rendere palesi i suoi ragionamenti. Al massimo, lo farà lui stesso interrogando il colpevole.

Insomma, alla fine, una ulteriore prova decente del classico poliziesco giapponese.

Kenzo Kitakata “Tokyo noir” Corriere Noir 18 euro 8,90

[A: 02/12/2022 – I: 12/08/2024 – T: 14/08/2024] - && e ½

[tit. or.: , Ori; ling. or.: giapponese; pagine: 326; anno 1983]

Fino ad ora abbiamo esplorato diversi esempi classici di gialli giapponesi, di impronta per lo più deduttiva, ma anche descrittiva di certe modalità di vita locale. Negli anni ’80 però, sotto l’influenza americana, prende piede anche un filone “alla Chandler”, con spiccate caratteristiche hard-boiled. Di questo filone, uno degli esponenti di punta è Kenzo Kitakata che intorno ai suoi 35 anni comincia a pubblicare libri su libri dedicati a questa espressione letteraria.

“Tokyo noir” è uno dei migliori esempi di questa scrittura, interessante di certo, anche se a me piace fino ad un certo punto. Kitakata descrive con crudezza e fermezza il mondo di confine, la vita ai margini, ricorrendo spesso ad utilizzare la mafia giapponese, la Yakuza, come esempio eponimo di queste realtà. Purtroppo, misteriose ragioni editoriali, fanno sì che la sua opera sia scarsamente tradotta all’estero e quasi inesistente in italiano.

Tant’è che questo libro, con più di quarant’anni sulle spalle, viene proposto da una traduzione inglese (e credo che non esistano traduzioni dirette dal giapponese). Non solo, ma peggiorando la situazione, anche il titolo, che almeno in inglese era rimasto inalterato (“Ori” significa “Gabbia”, ed in inglese era titolato “The Cage”), in italiano viene stravolto per attirare i lettori con l’accento posto sul lato oscuro della capitale.

Dicevamo della Yakuza, ed è proprio da un ramo di questa che prende origine da lontano la vicenda. Un mitico criminale, Yuzo Sakurai, mette in piedi una gang, che ha discreti successi territoriali, anche per la dirittura morale e oserei dire militare del capo. Ma come tutte le piccole gang, scontrandosi con le forze centrali della mafia, viene distrutta. Si salvano i due più stretti collaboratori di Sakurai, Takayatsu e Takino. Il primo rimane a mezza strada, con contatti anche se non forti con le bande, e mette in piedi un locale, anzi un club come dicono loro, dove ci sono le solite donnine che ti invitano a bere, e dove gira, non tanta, un po’ di droga.

Kazuya Takino, invece, ne esce completamente e dopo diversi lavori, sposa la bella Yukie, e si trova a gestire un supermercato nella periferia di Tokyo. La sua vita scorre abbastanza normale, anche se la morte della figlia in un incidente stradale gli dà un primo colpo. Il secondo è quando viene invischiato in una piccola lotta di potere, dove alcune bande locali cercano di rilevare sia le diverse attività del centro commerciale, sia il supermercato di Takino. E non con le buone.

L’indole di Takino, la sua anima di ex-killer della banda, comincia a venir fuori. Con l’aiuto di un altro ex-criminale, Hirakawa, riciclatosi investigatore, sgomina i tentativi, usando anche, dove serve, la violenza imparata in gioventù. Questo ribollire, gli fa riprendere anche un’altra strada privata. Per evadere la routine, aveva a volte tradito Yukie. Ora si lega all’ultima sua conquista, la giovane Akemi, divenendone l’amante e tirandola fuori dai bassifondi in cui lei viveva.

Per completare quest’opera, si rivolge a Takayatsu, rinverdendo un legame che, forse, non si era mai sopito. Ma questo è l’inizio di una nuova spirale che non prevede fermate. Takayatsu gli chiede di aiutarlo a far scappare dal Giappone Sugimura, il numero due di un clan mafioso, insieme alla di lui amante Reiko Oweda, tra l’altro figlia del capoclan. Takino riesce a far fuggire i due verso Taipei, dove però vengono ritrovati da Oweda e uccisi.

Ma Oweda non si ferma, e per trovare i responsabili della fuga, risale a Takayatsu, che uccide dopo averlo torturato. Takino allora non ha più freni. Con l’abilità dei suoi trascorsi anni, riesce ad uccidere Oweda. Ma a questo punto non può che fuggire anche lui. Capisce che la vita con Yukie è senza sbocchi, è una delle pareti della gabbia che lo costringe in cattività. Lascia tutto, negozio, moglie e città, e si ingegna, con l’aiuto di Hirakawa, a fuggire anche lui, insieme ad Akemi, verso nuovi lidi fuori dal Giappone.

Ma ho tralasciato, volutamente, tutto un altro filone del romanzo, che confluisce verso il finale che tutti aspettiamo. Che dalla fuga di Sugimura, interviene sulla scena un poliziotto d’altri tempi, il cinquantenne Takagi, detto “Cane Bianco” sia perché ormai canuto, ma anche perché, nei momenti di tensione, canticchia un motivetto americano “Old Dog Tray”. Inciso: la canzone è del 1853, e descrive l’unico amico fedele del cantante, un cane, e dove Takagi ripete il ritornello: “Non troverò mai / Un amico migliore del mio vecchio cane”.

Takagi è uno dai mille successi investigativi, anche se a volte i suoi metodi non sono ortodossi. Ma l’intento di Kitakata è soprattutto quello di contrapporre la vita dei due. Mentre, appunto, Takino è insoddisfatto, sotterraneamente ribelle, Takagi ha una vita familiare regolare, una moglie cui è fedele, una casa dove spesso cena insieme al suo aiutante. In questa dualità risalta al meglio la differenza tra il bianco ed il nero. Comunque, come nel giallo classico che conosciamo, Takagi interviene quasi a metà romanzo, per poi diventare l’alter protagonista della seconda e risolutiva parte del libro.

Takagi conosce lo stesso mondo di Takino, ma lo usa per debellare il crimine. Tuttavia, nel cuore del lettore, si fa presto a parteggiare per Takino, a cercare di aiutarlo quando si trova in difficoltà, a sperare che circostanze ed aiuti vari riescano a depistare Takagi. Ma è ovvio che alla fine uno solo dei due uscirà vincitore, e ve ne lascio la scoperta.

Prima di chiudere, altri piccoli appunti sulla realizzazione italiana, e sul controllo ortografico. A pagina 193 compare un anodino “acuistare”, mentre a pagina 263 compare un impreciso “soddisfava”.

Kitakata, comunque, riesce a darci un affresco di una Tokyo acida, volente e fumosa, ben distante sia dal caos del centro che dalla pace dei giardini zen. Ma come dire, anche questa è Tokyo. Ed è comunque un noir che si legge bene, anche se, ma forse sono io che non amo le scene di violenza, e che non sempre riesco ad immedesimarmi in questi personaggi. Un bel libro con una sufficienza piena di lettura e di confezione (quella originale, ovvio).

Riku Onda “Il mistero della stanza blu” Repubblica Profondo Noir 24 euro 8,90

[A: 11/12/2023 – I: 15/11/2024 – T: 17/11/2024] - & e ½

[tit. or.: ユージニア, Yujinia; ling. or.: giapponese; pagine: 324; anno 2005]

Continuiamo nell’attenta lettura dei gialli che arrivano dal Sol Levante, che in genere portano novità sull’approccio al genere e sulla scrittura. Qui abbiamo una scrittrice Nanae Kumagai che per la scrittura, come usano i giapponesi, adotta lo pseudonimo di Riku Onda. Questo perché il termine Riku indica “portatore di saggezza”, mentre Onda viene da una serie televisiva giapponese avente per protagoniste tre sorelle, le sorelle Onda, di cui Nane era appassionata.

Il secondo mistero, questa volta del titolo, deriva da una parte dall’insensata traduzione italiana che, per privilegiare il lato misterioso, fa riferimento ad un elemento della trama, una stanza blu che per 320 pagine rimane un mistero. Ma l’autrice fa riferimento invece nel titolo originale a “Eugenia” che da un lato è la persona cui misteriosamente viene inviata una poesia, ma dall’altro ha un ben specificato riferimento nella dedica. La quale è rivolta al grande pianista jazz francese Michel Petrucciani “che non è vissuto abbastanza per poter vedere il Ventunesimo secolo” (essendo morto nel 1999), autore di un pezzo intitolato appunto “Eugenia” e dedicato ad una donna che Michel conquistò con il suo fascino (pur essendo affetto dalla sindrome delle ossa di cristallo), ma che lasciò improvvisamente il giorno prima di sposarla. Come ricorda Michel in un suo scritto: “Eugenia pianse a più non posso, quando le dissi che la lasciavo, ma che potevo farci, uno non può voler bene quando non vuole bene”. Non so fino a che punto questa elucubrazione concordi con il testo di Riku, ma di certo, se c’è quella dedica, qualcosa deve pur significare.

Dicevo delle particolarità della scrittura giapponese. Qui, per l’appunto, abbiamo due convergenze: una scrittura che nel linguaggio locale si chiama “honkuku”, cioè giallo classico che fornisce al lettore gli elementi per risolvere il mistero, ed uno sviluppo che, sempre alla lontana, ricalca lo schema classico di “Rashomon”, una serie di voci che raccontano l’episodio, o brani dello stesso, lasciando al lettore il compito di tirare le somme.

Ma detto tutto ciò, e prima di accennare alla trama, devo dire che il libro non mantiene le promesse. Non è facile seguire la trama, dove ogni capitolo cambia prospettiva, senza però darne una visione d’insieme. Tanto che spesso, i capitoli più che elementi che servono a dedurre il o i colpevoli sembrano messi lì per descrivere il mondo provinciale giapponese, con tutte le sue contraddizioni e tutte le sue pecche (difficoltà di comunicazione, orgoglio, rispetto e richiamo della natura). Ma soprattutto, checché ne dicano i critici, specialmente americani, non viene fuori chiaramente una soluzione univoca, come dal grande catalogo proposto a suo tempo da S.S. Van Dine. Ci sono approssimazioni, intuizioni, ed in particolare viene fatta balenare un’idea che, se fosse quella giusta, renderebbe di una debolezza unica tutto il libro. Cioè verrebbe da dire, tutta questa costruzione, tutti questi morti, per così poco?

Intanto, va detto che Riku si impegna molto a creare il castello del libro. Laddove usa tre trame temporali che si intrecciano per delineare gli avvenimenti, su tre linee temporali diverse, ma che vengono presentate tutte la presente, così che il lettore deve impegnarsi a capire quale linea sta seguendo. Ci sono la descrizione degli eventi come si verificano il giorno della tragedia, le interviste, gli appunti e lo scritto derivati dal romanzo-saggio di Makiko che descrive i fatti un decennio dopo l’accaduto ed infine le interviste registrate quasi alla Murakami in “Underground” ed effettuato trent’anni dopo i fatti.

I fatti avvengono il giorno di una grande festa a casa della famiglia Aosawa, una famiglia di spicco nella città di Kanazawa (non viene detto esplicitamente, ma si desume dal contesto). Alla festa partecipa tutta la famiglia, compresa la giovane Hisako, ultimo membro della stirpe, colpita da cecità traumatica, che presenzia a tutto quanto senza poter fare nulla, viste le sue condizioni. Un fattorino ignoto porta una cassa di bevande per i festeggiamenti, bevande che tutti bevono, e che, essendo avvelenate, provocano 17 morti, di cui 6 bambini. Non muore Hisako che non beve, e la governante, che bagna solo le labbra. Non muoiono i fratelli Saiga, amici di Hisako, che arrivano alla festa in ritardo visto che la stessa Hisako aveva pregato loro di non venire. Alcuni mesi dopo, trovano il fattorino impiccato con una lettera di confessione anche se è una confessione che appare subito monca.

Dieci anni dopo Makiko Saiga, per la sua tesi di laurea, e per scrollarsi il peso di quella vicenda, intervista gli abitanti del posto, e scrive un libro, “La festa dimenticata”, che, in modo un po’ romanzato, descrive gli avvenimenti di quel giorno. Scopriremo poi che li modifica sottilmente, magari deviando un po’ dal puro e semplice riporto dei fatti. Perché la sua intenzione è mandare un messaggio all’unica persona che, conoscendo i fatti, capisca il messaggio.

Infine, le interviste dell’oggi cercano di rimettere alcuni punti al loro posto, ma noi registriamo solo due elementi forti: molte persone implicate nella vicenda muoiono, alcune di morte naturale, alcune suicidatesi, altre di nuovo inopinatamente uccise. L’altro punto è il ritorno nella casa avita di Hisako, dopo aver vissuto a lungo in America ed aver riacquistato la vista dopo una operazione d’avanguardia.

Ma tutto il castello delle parole di Riku non ci porta a vedere la trama con la giusta serenità per apprezzarne i contenuti. Si parla d’altro, accennando a volte a quel giorno fatale. Inoltre, e mi ripeto, la soluzione adombrata nel finale la trovo molto superficiale.

Si dice che Riku abbia preso spunto per la sua trama da quella che, localmente, viene chiamato l’incidente di Teigin, dove, il 26 gennaio 1948, Sadamichi Hirasawa entra in una banca, convince i presenti a bere un prodotto utile ad immunizzare i presenti da un’epidemia di dissenteria presente nella zona. Il prodotto è avvelenato, e muoiono dodici persone. Io ritengo che Riku sia stata anche influenzata dall’attentato avvenuto il 20 marzo 1995, dove, usando un gas nervino, il sarin, una setta fanatica uccide tredici persone innocenti all’interno della metropolitana di Tokyo.

Ripeto e chiudo, una bella scrittura che sa maneggiare un evento complesso, ma non un libro giallo né un libro interamente compiuto.

Isaka Kotaro “La vendetta del professor Suzuki” Repubblica Profondo Noir 9 euro 8,90

[A: 28/08/2023 – I: 11/04/2025 – T: 12/04/2025] - &&&

[tit. or.: グラスホッパー, Gurasuhoppā; ling. or.: giapponese; pagine: 316; anno 2004]

Isaka Kotaro è un poco più che cinquantenne scrittore giapponese, specializzato nel genere mystery o giallo o noir (una definizione univoca non è semplice). Cioè in scritti che prevedono morti, misteri ed altre amenità. Con la particolarità di avere una sottile dose di ironia che sottace tutte le vicende. Avendo tutti e tre i suoi libri editi in Italia, ho fortunatamente deciso di cominciare non dal più famoso (“I sette killer dello Shinkansen”), ma dal più antico, questo, scritto più di venti anni fa.

Leggendo poi i commenti che nel tempo hanno accompagnato i suoi scritti, sono contento della scelta fatta, che credo, nel mondo di Isaka ci sia una specie di esistenza globale di personaggi  galleggianti sul limitar tra la vita normale e la malavita.

Intanto, già da questo, come per tutte le sue opere tradotte sia in italiano che in altre lingue, assistiamo al travisamento del titolo originale, con i soliti intenti di spingere i lettori ad acquistarne, mentre in genere la gente dovrebbe essere attratta non dal titolo ma dalla trama. Vediamo così parlare inopinatamente di vendetta e del professor Suzuki, che ci sono nella trama, con il loro peso importante, mentre il buon Isaka ci parlava di “cavallette” (usando tra l’altro la traslitterazione giapponese del termine inglese “Grasshopper”)

Comunque, a prescindere dalle pretese editoriali extra-giapponesi, il libro è gradevole, curioso, spiazzante. Con l’unica pecca, forse, che il finale è un po’ frettoloso e lascia (volutamente?) qualche punto di domanda che rimane sospeso. Ma la scrittura dell’allora trentenne Isaka è fresca, riuscendo a mescolare, in salsa wasabi, momenti alla Tarantino con puntate riflessive quasi alla Agatha Christie.

Come pare sia anche nei suoi libri successivi, e ne riparleremo alla loro lettura, Isaka adotta spesso una prospettiva multipla per descrivere la vicenda. In questo caso, abbiamo tre personaggi che si contendono i capitoli, narrando la loro parte di vicenda che, ad un certo punto, si sovrappone e si completa con la vicenda delle altre persone.

Quello che per la maggior parte del tempo occupa le scene, motore primo della vicenda, è il professor Suzuki. È il classico “borghese piccolo piccolo” di Cerami, con un tocco di Stan Laurel in più. Tempo prima un SUV guidato spericolatamente dal figlio di un grande boss della malavita, il signor Terahara, travolge e uccide la moglie di Suzuki. Che da quel momento pensa solo ad architettare la vendetta. Si licenzia dalla scuola, si fa assumere dall’organizzazione di Terahara, che, con la scusa di vendere cosmetici, in realtà imbottisce gli stessi di droghe che rendono dipendenti le malcapitate che ne fanno uso.

Il gruppo di Terahara, oltre a diversi tipi loschi, comprende il figlio, Hyoko, una signorina che organizza le attività, ed un gruppo di figuranti, chiamato la Compagnia Teatrale, che si incarica di creare diversi e scenari vari per permettere ai cattivi di portare avanti le loro malefatte. Suzuki, pur essendo nel gruppo da tempo, è sempre visto con sospetto, ma sta per avere un colpo di fortuna: Hyoko rapisce due giovani e, per verificare la fedeltà di Suzuki, gli dà una pistola per ucciderli. In quel mentre arriva Terahara jr, così che Suzuki potrebbe sparargli, ma non fa in tempo che qualcuno spinge il giovane in strada e questi viene travolto e ucciso da un SUV.

Ora si scatena la sarabanda ideata da Isaka, piena di gente con dei soprannomi significativi.

C’è lo Spingitore, che appunto è specializzato nello spingere la gente sotto auto o treni. C’è il Balena, un essere mastodontico, che con la psicologia riesce a convincere al suicidio le vittime che gli commissionano. C’è il Cicala, fastidioso come l’insetto, specializzato nello sterminare famiglie a sangue freddo, con il dubbio che lo assale per tutto il tempo se sia lui a condurre il gioco o se lui sia solo una marionetta.

Suzuki vede lo Spingitore togliergli la vendetta, e lo insegue, scovandone il nascondiglio, ed instaurando con lui e la sua famiglia (moglie e due figli) momenti comico-ironici di buona fattura. Balena, mentre fa suicidare il segretario di un politico, vede la scena dall’alto. Cicala, dopo un nuovo massacro, si domanda quanto sia appunto eteroguidato. Poiché il politico però non è tranquillo commissiona a Cicala l’uccisione di Balena. Ma Balena intuisce l’inganno e fa suicidare anche il politico. Cicala, trovatosi senza l’oggetto del suo lavoro, decide di mettersi in piazza e scovare ed uccidere lo Spingitore.

La gang di Terahara sta sul collo a Suzuki per trovare la tana dello Spingitore, inscenando un teatrino con la Compagnia Teatrale, dove Suzuki abbocca. Ma mentre sta per essere torturato, arriva Cicala che lo salva. Ma solo per cercare di trovare lo Spingitore, che Suzuki è il solo che conosce il luogo. Fortuna che lo Spingitore arriva, salva Suzuki, mentre Balena arriva sul luogo e per una serie di disguidi, decide di uccidere Cicala.

Lo Spingitore poi confessa che lui è stato ingaggiato da qualcuno per fare quello che ha fatto, che la moglie ed i figli sono anche loro parte della messa in scena, così come i due giovani che all’inizio Suzuki doveva uccidere. Per altri passaggi di una casualità strabiliante, Suzuki si ritrova nel luogo dove si aggira Balena, in preda ai fantasmi di tutti i suicidi perpetrati. Ed anche qui, con momenti forse troppo veloci, muore anche Balena, e tutti spariscono.

Si salva solo Suzuki che troviamo mesi dopo accettare una supplenza e … non vi dico altro, ma godetevi questa storia strampalata di killers sconclusionati, ossessionati, sfortunati. Dove, come diceva il grande commissario De Angelis, l’unica cosa che possiamo notare è l’intervento del caso che ci porta a risolvere i casi.

Prima di chiudere un piccolo inciso. Lo Spingitore, nella versione giapponese, è indicato con “oshiya”, che è il termine tecnico corretto di una particolare lavoro: quello di spingere la gente, per assicurarsi che ogni passeggero sia salito a bordo della metro e non rimanga impigliato nelle porte. Penso che, chi sa di Giappone, potrà cogliere altri piccoli inserti ironici.

Quindi, a parte il veloce finale, direi che Isaka è un autore che merita di essere seguito.

“L’infelicità del mondo è causata per lo più da qualcuno che è stato troppo ottimista.” (204)

Con questo ritorno di maggio, andiamo ad esaminare i libri di febbraio (sotto media per il viaggio peruviano). Dove spiccano su tutti tre “D”: Joan Didion (il migliore), Daša Drndić e John Dickson Carr. Mentre per motivi diversi un’altra “D” va verso il fondo: un libro complesso ma non nelle mie corde di Friederich Dürrenmatt.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Friederich Dürrenmatt

La valle del caos

Einaudi

s.p.

1

2

Ian McEwan

Cortesie per gli ospiti

Einaudi

12

2

3

Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini

Acque Torbide

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

4

Antonino Genovese

Scirocco e Zagara

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

5

Claudio Morandini

Le pietre

Repubblica Montagna

9,90

1

6

Joan Didion

L’anno del pensiero magico

Il Saggiatore

s.p.

4

7

Giancarlo De Cataldo

Colpo di ritorno

Einaudi

13

2,5

8

Georges Simenon

Il sospettato

Repubblica

9,90

3

9

Michael Connelly

La fiamma nel buio

Pickwick

10,90

3

10

Daša Drndić

Leica format

La nave di Teseo

22

4

11

Giancarlo De Cataldo

Il bacio del calabrone

Einaudi

s.p.

2

12

Valerio Evangelisti

Nicholas Eymerich, inquisitore

Mondadori

6,99

2

13

John Dickson Carr

Le tra bare

Polillo Editore

13,90

4

14

Nicoletta Verna

I giorni di Vetro

Einaudi

s.p.

3

15

Alice Basso

Scrivere è un mestiere pericoloso

Garzanti

6,90

2,5

Prima di passare ad alcune considerazioni generali, per contrappasso, vorrei citare alcuni passi di un bellissimo libro di Graham Greene. L’interessante “L'americano tranquillo”, che ci dà sicuramente da pensare. Sia sull’atteggiamento americano in giro per il mondo, sia sull’amore ed il passare del tempo.

“- Tu e i tuoi colleghi state cercando di fare una guerra con l’aiuto di gente che non ha interesse a farla. – Non vogliono il comunismo. – Vogliono riso a sufficienza … Vogliono poter diventare un giorno come chiunque altro. Non vogliono i nostri visi pallidi intorno a loro a insegnarli cosa devono volere.” (109)

“Immaginai di essere altrove … quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni prima del risveglio erano pieni di speranza e non di paura.” (116)

“Alla mia età il problema non è il sesso, è la vecchiaia e la morte. Quando mi sveglio penso a queste cose, non a un corpo di donna. Non voglio passare i miei ultimi dieci anni da solo, tutto qui.” (121)

“Essere innamorati significa vedere noi stessi come ci vede qualcun altro … In amore siamo incapaci di onore, qualunque atto di coraggio non è che la parte di una recita per un pubblico di due persone.” (130)

Eccoci allora di nuovo qui, dopo un bellissimo viaggio in Argentina, rattristato da due mancanze. Una pubblica, quella di Papa Francesco, ed una privata, essendo venuto a mancare per un fulminante tumore alla milza il nostro amato cane Argo. Nonostante ciò, e nonostante tutto, siamo qui. Ed io vi abbraccio.