domenica 7 dicembre 2025

La giornata di un tramatore - 07 dicembre 2025

Inizia l’ultimo mese dell’anno e come spesso negli ultimi mesi, abbiamo una trama piena di gialli (a partire dal titolo). E come nella mia migliore e personale tradizione, sono gialli italiani, quelli per cui ho sempre avuto un debole. Certo, si comincia malino con un giallo poco leggibile di Nicola Verde. Poi si passa a scrittore seriali, che hanno già molte frecce ai loro archi e che non mi hanno deluso. Il gatto detective di Serena Venditto, lo scrittore detective di Gaetano Savatteri, il giornalista detective di Enrico Franceschini. Finendo, finalmente con un ispettore, anzi un vicequestore, a me ed a molti nel cuore, l’ottimo Rocco Schiavone di Antonio Manzini.

Nicola Verde “Sa morte secada” Corriere Gazzetta 12 euro 7,99

[A: 28/08/2023 – I: 11/08/2025 – T: 13/08/2025] &

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 201; anno: 2004]

È il primo libro che leggo del campano Nicola Verde e devo dire che un po’ mi ha deluso. Un libro che cerca di volare alto, ma che alla fine si fa decifrare presto, e tutto il resto è un contorno che serve ad allungare i tempi del pasto. Con un finale che allude velatamente ai gialli di ben altra fattura di Dürrenmatt. Tra l’altro è una riproposizione in terza battuta del testo, opera prima di Verde pubblicata nel 2004 e poi riproposta dai Fratelli Frilli nel 2020 (ed in parte rivista), ed ora ripresentata dalla collana del Corriere che, comunque, ha il merito di spingere verso letture di autori italiani.

Detto quindi delle troppe aspettative dell’autore, seppur lodevole la ricerca di presentarci una Sardegna non convenzionale, rimane troppo in superficie in alcuni punti, ed in altri si va incartando nel tentativo di creare un’atmosfera magica che non viene suscitata nel lettore. Un certo interesse nasce dalla costruzione del personaggio del maresciallo Carmine Dioguardi, anche se avrei evitato quel sottotitolo evocativo ma solo per catturare il lettore di passaggio. Sottotitolo che riporto qui per non dargli veste di importanza: “Un’indagine del maresciallo Dioguardi nel cuore nero della Sardegna”.

Evito commenti sul cuore nero, e passo oltre. Cioè torno sulla figura di Dioguardi, campano doc con moglie Ines, trasferito, senza motivi apparenti in quel di Bonela (luogo fittizio, ma di sicuro, per lo svolgimento della trama, situato verso Porto Torres). Per tutto il testo, oltre a svolgere l’indagine, Dioguardi cerca di capire se e come tornare nel continente, e se e come capire modi di vita dei locali. Per poi nell’ultimo capitolo, battezzato “XXXVI” ma che io avrei rinominato “Epilogo”, Dioguardi pensionato ripensa alla vicenda. Non si è mai più mosso da Bonela, ne ha imparato pregi e difetti, ed ora confessa il suo finale, che per la verità era “cognito” sin dalle prime battute (spero qualcuno capirà…).

Insomma, appena insediato il nuovo maresciallo viene coinvolto nella scomparsa e poi nell’uccisione del piccolo Cosimo Frau. Scomparsa denunciata dalla zia, Costantina, e ritrovamento in una contrada vicina, sopra un idolo nuragico, spolpato dagli animali selvatici, con tracce inequivocabili di terra, come se fosse stato spostato di luogo in luogo a seguito di chissà quali riti (non certo quello neri del titolo).

Intanto, visto che le vicende si intrecciano con la nascita del polo industriale di Porto Torres (il famoso Petrolchimico di Nino Rovelli), siamo agli inizi degli anni Sessanta. Questo per far sì che si possa parlare di una terra arretrata. Tant’è che si parla spesso in dialetto (abbastanza riprodotto in italiano, ma non sempre), e che dal dialetto trae anche il titolo, che tradotto è un detto che invita ad andare sino in fondo a quanto si sta facendo.

Intorno al maresciallo, abbiamo la gente di Bonela. Il prete buono, don Melchiorre, intuitivo che cerca di far progredire la città, e don Mario, il prete cattivo, di sicuro usuraio e forse anche attratto da gonne diverse da quelle sacerdotali. C’è la famiglia Frau, dove Natalia, stuprata dal suo datore di lavoro quando era giovane, decide di andare a Sassari, dove farà “la vita”, anche se nell’epilogo sembra aver fatto scelte coraggiose. Ma di certo non può portarsi appresso il figlio della colpa, che lascia in custodia alla sorella Costantina. Una che invece sembra tutta casa e chiesa, ed anche piena di momenti visionari che Verde cerca di riproporci purtroppo con scarsi risultati.

Ovvio che c’è il contorno dei benpensanti cittadini, dal sindaco al farmacista, dal direttore di banca all’ingegnere del Petrolchimico. Ma tutti messi lì a riempire qualche vuoto, che sono poco funzionali alle indagini ed allo svolgimento del libro. Verde cerca in tutti i modi di creare suspense, ma il tentativo non riesce bene.

Quel che riesce è forse la descrizione di una certa Sardegna, selvaggia, arcaica, con i suoi riti a volte non proprio comprensibili, ma di certo con un modo di rapportarsi internamente alla struttura sociale che dall’esterno è scarsamente comprensibile. Capiamo la caccia, capiamo le mangiate di terra (che i sardi non sono gente di mare), ma, personalmente, poco capisco la gente. Un po’ come Dioguardi, che solo dopo quarant’anni converge con quanto noi si è pensato da molto tempo.

Ritengo sempre lodevole chi scrive e chi pubblica, e sono contento che si scriva e si pubblichi. Del resto, posso anche dire cosa mi piace e cosa no. Questo libro non mi ha soddisfatto.

Serena Venditto “Aria di neve. La prima indagine di Mycroft, il gatto detective” Repubblica Profondo Noir 42 euro 8,90

[A: 12/04/2024 – I: 16/09/2025 – T: 17/09/2025] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 187; anno: 2014]

Serena Venditto è un interessante realtà della scrittura gialla, con all’attivo una mezza dozzina di titoli, credo, in cui compre, come elemento determinante della risoluzione dell’intrigo, un gatto. Venditto è ovviamente anche una profonda conoscitrice dell’universo poliziesco, sia per una serie di citazioni che colgo in questa prima indagine, sia per il fatto che il gatto, spalla e deus ex machina dell’avventura si chiama Mycroft. Che tutti sanno essere il nome del fratello di Sherlock Holmes.

Essendo la prima avventura, publicata una decina di anni fa, la scrittrice deve predisporre l’ambiente generale in cui ci si va a muovere. Intanto siamo a Napoli, che sembra, insieme ai gatti, un must per la scrittrice. Tanto che ad un certo punto la protagonista che potrebbe vivere ovunque nel mondo, spiega come Napoli sia il solo posto in cui si sente di vivere. Ed in seconda, anche se non di colpo, entriamo i contatto con i protagonisti

La prima è la voce narrante, Ariel, quella che si vive solo a Napoli, laureata plurilingue con doppio passaporto italo-americano, la incontriamo che viene appena lasciata da un poliziotto molto antipatico. Subiamo un po’ troppe pagine della sua crisi esistenziale, prima che la sua datrice di lavoro come traduttrice la invita a cambiare casa ed andare in un palazzotto con altri coinquilini. Nasce così la congrega di Palazzo d’Atri, che proprio lì, nel palazzo degli Acquaviva in via Atri 36 si trasferisce Ariel e conosce i tre altri inquilini, per non parlar del gatto.

La più intrigante è Malù, archeologa con la passione del giallo, che di sicuro ha qualche scheletro nascosto, ma di cui ancora non sappiamo nulla. È però dotata di mente fina ed occhio attento, che ad un primo sguardo ci narra vita, morte e miracoli di Ariel. Gli altri abitanti della casa sono Samuel un palestrato rappresentanti di gelati sardo-nigeriano e Kobe, pianista di talento con fidanzata agli archi ma a Cremona, che, in un esilarante italiano, fornisce alla congrega le sue perle di saggezza. Che tra l’altro fornisce il titolo al romanzo quando dice “Aria di neve, certo. Quando tu sai che qualcosa accadrà no perché qualcuno ti dice, ma perché senti profumo diverso intorno a te.”

L’ultimo inquilino è ovviamente Mycroft gatto nominalmente di Malù ma in pratica padrone di tutta la casa (composta da quattro stanze da letto, un bagno ed un luogo comune con cucina) e che, sornione come i gatti di ingegno, quando c’è da intervenire lo fa con miagolii ed appostamenti che permettono a Malù ed ai suoi di risolvere l’intricato giallo.

Nel palazzo, ma non nella casa, è poi presente la professoressa Mariella in pensione, che controlla chi frequenta il Palazzo, sottoponendo gli sconosciuti a domande in latino, oppure a quesiti di storia o di letteratura, fornendoci altri esilaranti momenti di lettura (ovviamente insieme alle sparate di Kobe verso la fidanzata lontana).

Comunque, una volta conosciuti i personaggi, pensando che ne incontreremo in altre avventure (ho già altri tre libri della scrittrice in biblioteca), possiamo dedicarci alla parte gialla, che tuttavia non è così difficile da risolvere, pur impostata con dei buoni propositi ed anche misteriosi. Si tratta di capire se la morte della cantante messicana Teresa sia omicidio o suicidio.

Teresa è un personaggio solare che sforna dolci meravigliosi. È messicana, ma si è innamorata di un napoletano di qualche anno più vecchio. Al ritorno da un lungo viaggio in patria, misteriosamente viene trovata impiccata in una stanza chiusa. Non ci sono elementi per supporre intrusioni misteriose, che Mariella non ha notato nessuno nell’ora del delitto.

Veniamo però a sapere che Teresa era insofferente della vita angusta che stava vivendo. Il marito le aveva promesso viaggi e bei momenti, ma tutto finito ben presto. Vorrebbe figli, cosa che il marito non vuole. Ha degli amanti, di cui, forse, rimane in cinta. Ma soprattutto vorrebbe tornare in Messico. È ovvio che ben presto la cerchia di possibili assassini si restringe tra il marito e l’amante. Anche perché, con l’aiuto di Mycroft, si capisce il meccanismo dell’omicidio. Strangolamento, mascherato da impiccagione, con un trucco ingegnoso (unico elemento veramente divertente della parte poliziesca) per trasformare l’omicidio in un delitto della camera chiusa.

Ovvio che Malù, Ariel e Mycroft risolveranno il caso, e noi ci sposteremo alla seconda puntata.

Un cozy crime, di leggerezza in lettura e di buona resa nel contorno, tanto che ho alzato, seppur di poco, la benevolenza nei confronti del libro. Vedremo i prossimi.

Gaetano Savatteri “I colpevoli sono matti. Quattro indagini a Màkari” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

A: 15/02/2022 – I: 19/10/2025 – T: 21/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 275; anno: 2022]

In concomitanza con la quarta serie televisiva delle avventure a Màkari, finisco di leggere l’ultima antologia di Savatteri presente nella mia biblioteca. Non ci sono tutte le avventure di Lamanna, che spesso escono nelle antologie annuali di Sellerio, ma con questi quattro racconti diamo una bella sistemata all’autore ed alla serie. Con una constatazione immediata: lo scritto è decisamente superiore alla realizzazione televisive. Non perché Claudio Gioé, Domenico Centamore ed Ester Pantano non siano di livello (onesti e degnissimi attori), ma penso sia la sceneggiatura, capeggiata da Leonardo Marino, che non tenga il passo delle idee di carta di Savatteri.

In questa antologia sono presenti quattro racconti, editi in vario modo tra il ’17 ed il ’19, per poi essere radunati in volume da Sellerio l’anno successivo. Da notare che il secondo racconto venne anche preso come base del primo episodio della serie televisiva, mentre gli altri tre fanno parte degli ultimi tre episodi della terza serie. E per rimanere in tema di raffronti, quello che subito si nota è l’accento che la televisione pone sulla parte gialla. Non che sia particolarmente attraente, ma negli scritti, spesso, omicidi ed indagini sono a volte accennati, quando non volutamente ignorati.

Anzi, diciamo subito che questa antologia è decisamente diversa dalla televisione. Nel primo episodio, il serial cambia un interessante viaggio a Praga con un soggiorno presso una spa; inoltre viene aggiunto un morto che il testo non prevede, laddove ci sono solo elementi spionistici. Nel secondo, il morto c’è, ma è solo in tv che si costruisce una complessa ipotesi di morte accidentale, che nel testo viene data per assodata e quasi ignorata. Infine, nel terzo e quarto racconto non ci sono proprio i morti, ma solo elementi letterari, di interesse maggiore per me.

Comunque, per i meno addentro alle trame di Màkari, ricordo che abbiamo il personaggio principale, Saverio Lamanna, un tempo addentro alla bella vita politica romana, ora ritiratosi nella Sicilia avita, con scrittura di libri di buon successo. Sua spalla il “comico” Peppe Piccionello, spesso fuori misura, ma buon aiuto e spesso con uscite risolutive. Non manca l’amore con la bella Suleima, giovane architetta non si sa in base a quale alchimia innamoratasi di Saverio.

Tre testi li avevo già recensiti, e ne riporto alcuni elementi salienti.

La segreta alchimia” [15-96] era contenuto in “Viaggiare in giallo".

Essendo una delle prime uscite del buon Saverio così scrivevo: “Conosciamo Saverio, il “disoccupato d’oro”, la sua corte di svitati siciliani di San Vito lo Capo, la sua dolce metà lontana Suleima. E ci immergiamo in una fantastica escursione nella Praga kafkiana. Con voli Ryanair (stranamente puntuali), signorine di bell’aspetto, segreti industriali. Ma soprattutto Saverio, la sua souplesse, il suo modo di vedere la città cui da tanto ormai si manca, il suo stare con Suleima. Beandoci alle improvvide uscite del suo amico Peppe (l’infradito per Mala Strana è da ricordi ancestrali, su cui torneremo). L’intrigo qui è veramente poco significativo, se non per qualche risvolto da spionaggio internazionale. Ma il personaggio intriga.”

I colpevoli sono matti” [97-154] era contenuto in "Un anno in giallo".

Fu la mia prima lettura del mondo di Lamanna. Ne seguiamo l’arrivo in quel di Màkari, le conoscenze e gli avvicinamenti con Peppe e Suleima. C’è la scomparsa di un bambino, ritrovato morto in un pozzo ed un anziano non proprio in sintonia con la testa che si accusa della morte. Ovvio che Saverio smonta l’ingenua falsità, pur non arrivando a decrittare la morte, se non facendoci capire che dovrebbe (ma in che modo?) essere accidentale. Ed io chiosavo: “Mi intriga questo Saverio Lamanna con i suoi arzigogoli (mitico quando interrompe il lavoro di pittura non pagato per l’amica Marilù adducendo come scusa: “Devo andare a rileggere ‘Salario, prezzo e profitto” di Marx). La storia inoltre regge abbastanza”

La città perfetta” [155-208] è uscito come racconto a sé nella collana di Repubblica “Italia in giallo”.

Ne scrisse abbondantemente, ma vi riporto solo la parte saliente che riguarda la descrizione ambientale e la parte artistica: “Qui, l’ambiente è forse la cosa migliore. Che tutto si svolge a Gibellina, sia vecchia che nuova. E soprattutto nella valle (terremotata) del Belìce. Inciso: ebbene sì, questa è la pronuncia corretta, derivante dal fiume che gli arabi chiamavano “U-Bilìk”. E da sempre, i locali mettono l’accento sulla “i”. Fu colpa della RAI, nel ’68, ai tempi del terremoto, che mandando incolti giornalisti sul posto, questi cominciarono a pronunciare il nome all’italiana, con l’accento sulla “e”. Potenza dei media, ora quasi nessuno chiama i posti con il nome corretto.

Il “giallo” tra molte virgolette, è la scoperta poco dopo della scomparsa dal museo cittadino di uno dei pezzi pregiati: un arazzo di Boetti. Non entro nella descrizione né delle opere di Alighiero e Boetti (così si firmava l’autore), né nella bellissima presentazione del “Cretto” di Burri che ci fa Suleima. Altri esperti d’arte migliori di me ne possono e ne devono parlare.

Qui torniamo al filo del discorso: furto, indagini di Saverio, qualche evento collaterale, ma questa parte, che serve a giustificare la “giallosità” del racconto, è inessenziale. Mentre è più coinvolgente tuta la discussione sulla ricostruzione, sullo spostamento della città nel nuovo sito, sulla tristezza delle vie vuote di vita della nuova Gibellina, sulle possibilità, purtroppo non sfruttate, dei regali artistici presenti. I Burri, i Boetti ma anche Fausto Pirandello, De Pisis, Rosai, Guttuso, Carla Accardi, Mario Schifano. Un patrimonio di arte contemporanea di assoluto valore. Ma il Museo è spesso chiuso, tanto che anche nella mia ultima visita non sono riuscito a visitarlo.”

Tutti i libri del mondo” [209-275] è inserito nell’antologia “Cinquanta in blu. Otto racconti gialli”.

Questo è l’unico che non avevo letto, e nel testo non c’è un assassinio né un morto, ma una discussione sulla possibile sussistenza di plagio in un’opera di Saverio, che viene sventata abbastanza velocemente. Il bello è l’ambientazione in un salone del libro, il gioco verso autori di gialli che ben conosciamo, e che interagiscono con Lamanna. Ma due sono poi gli elementi migliori. Il primo è il dibattito di meta-finzione, in cui Piccionello viene intervistato in quanto co-protagonista degli scritti di Saverio. E qui Savatteri ben si spende in un gioco di specchi tra la realtà e la sua descrizione in un libro che riporta una finzione che nella finzione è reale.

Il secondo elemento deriva dalla struttura da cui nasce il testo. Sellerio, infatti, per un suo evento celebrativo, aveva chiesto ad alcuni suoi autori di collegarsi ad uno dei libri della casa editrice. Ora, Saverio per far confessare ad un giudice la poca attenzione in un processo per tangenti ricorre al meraviglioso “Il procuratore della Giudea” di Anatole France. Ne fa una piccola parafrasi, che dovete leggere. E ci ricorda la chiusa. C’è Lamia, un senatore romano, che in un simposio invita Ponzio Pilato, ex-procuratore nella Giudea. Lamia si ricorda di una giovane donna che lo aveva colpito ed il racconto così finisce (traduzione mia):

“Un giorno è scomparsa e non l'ho più vista. L'ho cercata a lungo nei vicoli e nelle taverne sospette. … . Dopo alcuni mesi dalla sua perdita, venni a sapere, per caso, che si era unita a un piccolo gruppo di uomini e donne che seguivano un giovane taumaturgo galileo. Il suo nome era Gesù; era di Nazaret e fu crocifisso per non so quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quest'uomo?

Ponzio Pilato aggrottò la fronte e si portò la mano alla fronte come uno che scruta nella sua memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio:

"Gesù?" mormorò “Gesù di Nazaret? Non mi ricordo”.

Superba meta citazione.

Mi mancano solo un ricordo prima di chiudere questa forse troppo lunga trama. Un ricordo di un racconto sulle infradito a Praga. Me ne parlò il mio amico Massimo che, tornando da Cuba con un volo disastroso, fece tappa a Praga, dove sbarcarono studenti cubani in trasferta di studio in Europa. Era febbraio, e loro sceso dall’aereo in infradito e con quelle camminavano nella neve invernale. I Piccionello degli anni Ottanta.

Infine, Savatteri mi continua a piacere, e continuerò a leggerne, anche se l’ultimo libro (ne ho già parlato) è in minore. Ma queste sono prove veloci e d’annata. E sono delle buone prove.

Enrico Franceschini “Ferragosto” Repubblica Essenza Noir 10 euro 8,90

[A: 30/08/2022 – I: 05/11/2025 – T: 07/11/2025] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 313; anno: 2021]

Secondo episodio delle avventure del giornalista in pensione Andrea Muratori detto Mura scritte dal suo alter-ego, il giornalista in pensione Enrico Franceschini. Ho già parlato, ed anche decentemente bene, del primo episodio (per i meno attenti “Bassa marea”, tramato a giugno del ’24). In attesa del terzo (che prima o poi si leggerà), parliamo di queste avventure molto estive di Mura e dei suoi sodali.

Ricordo infatti che, oltre a Mura che poi è il motore primo delle azioni, ci sono al contorno Danilo Baroncini detto Barone, primario ospedaliero con la sua girlfriend brasiliana Raffa, Pietro Gabrielli detto Professore, bibliotecario con la sua eterna fidanzata Carla, Sergio Baldazzi detto Ingegnere, di professione tuttologo con Mari, la sua morosa, e c’è Caterina detta Cate, giornalista corrispondente di guerra, nonché “scopamica” di Mura. E sebbene tutti loro entrano ed escono dalla trama, in fondo servono solo per quelle azioni corali, che trapuntano di ironia il testo. Ricordo, per precisione, che il lume tutelare dei nostri è il conte Lello Mascetti, interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei. E non serve dire altro.

La storia, al solito, si svolge a Borgomarina, lì sulla Riviera Romagnola, tra Rimini e Riccione, dove Mura ha deciso di passare la sua vita da pensionato. E dove le avventure non le va a cercare, ma lo trovano loro. Così, dopo che assistiamo alla poco onorevole morte del fotografo Montanari, Mura viene investito da un doppio incarico, nel suo ruolo di investigatore dilettante. Josephine, la moglie brasiliana del fotografo, lo ingaggia affinché smonti le accuse che Giorgio, il figlio del fotografo, monta verso di lei.

Dalle chiacchiere da spiaggia, viene poi incaricato dalla prosperosa Stefi di capire se il marito le mette le corna. E qui, abbiamo gli intrecci che, nel mondo lontano dalla carta, si vedono poco, anche se forse ci sono. Mura, pedinando il fedifrago, trova che lui tradisce la Stefi, ma non con altre donne, bensì con Trudi, un (una?) trans brasiliano (brasiliana?). Trudi di cui pare innamoratissimo Giorgio che, sentite conversazioni riservate del padre, è sicuro di riscattare la sua poco brillante vita con il ritrovamento di un grande tesoro.

Tesoro di cui il fotografo parlava con dei suoi sodali fascistoni. Tesoro che Mura capisce possa riferirsi a qualche strascico delle diverse attribuzioni economiche di uno che quei luoghi ben frequentava, tanto da averci fatto una villa. Ed è proprio questa, forse, la parte migliore. La storia di Villa Mussolini e del tesoro (o dei tesori) del buon Benito. Franceschini fa una lunga, ed interessante, digressione sul “tesoro di Dongo” (vi invito a leggerne anche in rete, che è molto interessante), sulle ultime ore di Benito e Claretta, nonché sulle corrispettive ore di tutta una serie di personaggi che gravitavano lì intorno: Walter Audisio “Colonnello Valerio”, Luigi Canali “capitano Neri”, Giuseppina Tuissi “Gianna” (e dovrete contare quante morti senza colpevoli ci saranno).

Mura, alla fine, risolve tutto, pur correndo alcuni pericoli (cosa che non guasta mai in questo tipo di trame). Certo non trova l’oro di Dongo, ma ci fa fare un viaggio immaginario nel tesoro di Rachele, ritrovandone tracce tra Montecorduzzo e Melbourne. Scopre sia il vero che il falso assassino del fotografo (con un passaggio alla Simenon in bilico tra verità e giustizia). Smaschera le piccole trame di Stefi e del marito. Finendo in bella compagnia per il pranzo di Ferragosto. Intessendo piccole e grandi trame che, per gli over Cinquanta, hanno il sapore di un tuffo benefico nel passato.

Certo, Franceschini è uomo che ha girato e conosce il mondo, oltre ad essere un bravo giornalista. Per cui, nelle trame della trama, inserisce anche momenti di riflessione. Non solo sull’oro di Dongo di cui sopra, ma sui trans, sui viados, sui pedalò e sui pattini (accento sulla i mi raccomando). Non è di sicuro per la trama gialla che si faranno ricordare i suoi scritti, ma per un buon intreccio di avventure e di ricordi, che tanto mi hanno fatto riflettere in lettura.

Ed in effetti, alla fine bisogna dire altre due cose. La prima è l’inserzione, nel corso delle parti più distese della trama, di rimandi cinefili che farebbero felici i miei cugini. La seconda è la colonna sonora che il Prof fornisce a Mura per punteggiare la sua trama. Che questa volta è dedicata alle canzoni balneari (riporto in coda la playlist), che mi hanno trasportato al Bar Conchiglia di Tortoreto Lido per le mie lunghe estati giovanili. In più, fuori dalla playlist, a pagina 249 si cita un verso di una canzone di un duo che per me È (maiuscolo d’obbligo) la mia estate.

Si tratta (è qui di sicuro qualche cugino si alzerà dal divano) di “Ho scritto t’amo sulla sabbia” di Franco IV e Franco I, dal “Disco per l’estate 1968”.

Per quanto riguarda la cinefilia, tutto potrebbe essere ok, meno una discussione che ormai è infinita sulla frase “Hai una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?”. La disse veramente Mae West o è solo un “rumors” che si tramanda? Pare che in realtà Mae West negli anni ’40 abbia detto “È una spada quella o sei felice di vedermi?”. Quindi, rispetto alla battuta di pagina 60, io rispondo con la citazione relativa alla città di Liegi: “Città nota per la pronuncia dei suoi abitanti. La C dolce viene infatti comunemente chiamata la C liegina”. E vediamo chi la conosce…

“Non sei vecchio, sei solo un po’ vintage.” (11)

Antonio Manzini “Sotto mentite spoglie” Sellerio euro 17 (in realtà, scontato a 16,15 euro)

A: 04/11/2025 – I: 15/11/2025 – T: 17/11/2025] &&& e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 546; anno: 2025]

Potevamo mancare di comprare, leggere e tramare subito l’ultima avventure del vicequestore Rocco Schiavone? Certo che no. E come direbbe il nostro, ‘sti cazzi!

Decisamente in risalita dopo le ultime prove. Anzi, direi, dopo aver toccato il fondo con “Riusciranno…”, ogni nuovo episodio sale di un gradino sopra il precedente. Forse questo è al solito un po’ lungo, specie nella prima parte? Forse. Forse la fine è al solito troppo veloce? Forse. Forse che nelle ultime pagine si respira aria di un futuro nuovo episodio? Certo. Tuttavia il risultato finale è stato gradevole. Mi domando solo, pur se ha un suo senso, perché sia stato utilizzato un titolo già presente non solo nel mercato letterario italiano (due raccolte di racconti, una di Angela Ferranti ed un’antologia curata da Ernesto Chiabotto), ma, peggio ancora, già usato in un film di scarso rilievo del 2007, per la regia di Vincenzo Salemme, interpretato da lui stesso, Giorgio Panariello, Lucrezia Lante della Rovere e Luisa Ranieri.

Certo, come detto, il senso globale è ben presente nel titolo. Ci sono persone che si travestono e non vengono riconosciute, ci sono opere truffaldine mascherate da altro, ci sono, infine, sentimenti che si nascondono sotto diversi strati di menzogne autoinflitte.

Devo dire che, nonostante alcuni suoi limiti, la parte personale del testo mi è risultata più gradevole. Ci sono vari siparietti tra Michela ed il marito, tra Rocco e Sandra, tra Baldi e Sara, tra Rocco e Caterina, tra Rocco, Brizio e Furio, tra D’Intino ed il resto del mondo, che, chi più chi meno, si leggono. Soprattutto, ho apprezzato la scomparsa, spero definitiva, dei corsivi di Marina. Caro Rocco, ormai il lutto dovresti averlo elaborato. Allora, certo, la donna unica del tuo cuore sarà sempre lei. Ma bisogna pur vivere (come diceva Battiato, “Bisogna pur che il corpo esulti”) ed il piccolo romance con Cleo non ci dispiace. Forse solo D’Intino eviterei di portarlo troppo avanti. Non è un emulo di Catarella, ed allora tanto valeva avvicinarlo a casa.

Per farla breve, da questo lato: Sandra si trasferisce con il suo uomo a Torino, ora che si è ripresa dai problemi dell’episodio precedente; continuano le vicende tranquille di Deruta con Federico e di Ugo con Eugenia (e per fortuna che c’è l’ottimo figlio Carlo); così come procedono le coppie storiche (Michela e l’anatomopatologo) e se ne formano di nuove (Baldi e l’archeologa). Rimane appunto Rocco, che ha sempre Marina nel cuore, che poteva buttarsi con Sandra, ma non lo ha fatto, e che potrà continuare il suo piccolo cabotaggio di scopamicizia.

Ben più complicata è la trama gialla, anche perché comincia con una rapina che si allunga per cento pagine, ed uno si chiede: è tutto lì e mo’ che si fa per il resto del libro? Oppure, e questo sarà a lungo il mio pensiero, visto che il resto è dedicato ad altro, che c’entrano quelle prime cento pagine? Forse solo a prevedere un primo episodio della nuova serie televisiva?

In ogni caso, c’è una rapina in banca, con tanto di ostaggi, dove i rapinatori escono travestiti ad uno ad uno (sono tre) come fossero gli ostaggi liberati perché in cattive condizioni di salute. Prima il capo, travestito da donna con i diamanti sotto il cappotto. Poi i due ragazzi simulando un attacco di diabete. Quando si accorge dell’inganno, saranno giorni e giorni di sfottò per tutta la squadra di Schiavone. I risultati di questa parte di indagine saranno presto acclarati, e noi li dimentichiamo subito (o meglio, ve li leggete da soli).

Quello che serviva della rapina è che una persona che scompare subito dopo aveva una cassetta di sicurezza nella banca, dove si era recato subito prima della rapina, mentre il balordo che lo pedinava non aveva fatto in tempo ad uscire dalla banca, in quanto diventato subito ostaggio della rapina di cui sopra. Con l’unico risultato che la sua auto, messa in strada un po’ alla buona, subisce qualche ammaccatura inaspettata.

Perché il filo duro e puro delle indagini porta Rocco ad indagare sulla morte di un polacco, fatto affogare in un laghetto lì intorno con cento chili di zavorra da palombaro ai piedi. Il polacco era stato visto spesso con tal Stefano di professione procuratore calcistico, con un vivaio di possibili talenti in Senegal. Ma il business del polacco era legato ad un chimico che sfruttando la sua posizione in un’industria farmaceutica valdostana, pare abbia un suo tornaconto segreto producendo e/o sintetizzando sostanze la cui natura andrà scoperta.

Saputo della morte del polacco, il chimico come detto sparisce e Stefano, al momento in Senegal, risulta irreperibile. Il brodo delle ricerche di Schiavone e soci si allunga per tutte le ulteriori quattrocento pagine del testo, alla fine del quale scopriamo che: il chimico è in combutta con il polacco ed altri chimici dell’azienda per la produzione di quelle sostanze che il polacco e Stefano utilizzeranno in qualche modo. Ma al contorno, qualcuno, forse allertato dal fatto che la sperimentazione in Senegal ha prodotto qualche risultato nefasto, si vuole introdurre nel business. Anche con le maniere forti. E, laddove la banda del chimico non ceda, intanto fanno fuori il polacco.

Tante saranno le strade che si incroceranno lungo la via, e Manzini, purtroppo, qualche via se la dimentica per strada. Certo, il nucleo del risultato sarà palesato alla fine (anche con piccola sparatoria, senza però le conseguenze di quella famosa che costò un rene a Schiavone), pur se con la solita eccessiva velocità. Ma rimarranno in sospeso le questioni sul ruolo della cassiera e del direttore della banca, su come e quando Stefano e forse il chimico torneranno dal Senegal, sulle decisione che l’azienda prenderà nei confronti dei suoi dipendenti un po’ troppo allegri.

L’obiettivo minimale di Manzini questa volta era lanciare un piccolo sasso nello stagno delle vicende dei procuratori calcistici, lancio riuscito, e di prevedere uno sviluppo meno problematico per il futuro di Rocco, e qui non ci siamo.

In fondo poi, dopo che per tutto il romanzo, veniamo martellati dalla promessa di un arrivo nuovo per aumentare il peso della squadra di Rocco, e vedendo questo arrivo relegato nelle ultime tre pagine, è facile deduzione che, prima o poi, uscirà un nuovo episodio.

Termino con un piccolo inciso personale. Ad un certo punto, Rocco ricorda che da ragazzo amava leggere le strisce di fumetti di “Beetle Bailey”. Ebbene, le leggevo anche io, ed ho anche tre Oscar Mondadori con quasi tutte le strisce pubblicate in Italia, corredate da una suntuosa introduzione di Oreste del Buono. Grande Rocco!

Prima trama dell’ultimo mese, che ci riporta alle letture di quell’ottimo mese di settembre allietato da una superba fuga marsigliese. Per questo abbiamo “solo” sedici letture, guidate da un saggio inaspettato di Marco Malvaldi e dalla scoperta di nuovi personaggi con l’inglese Simon Mason. Là dove chiude la classifica un’illeggibile giallo di Tana French.

 

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Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Anne Perry

Morte a doppio taglio

Mondadori

6,90

2

2

Ayu Utami

Le donne di Saman

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

2

3

Anne Perry

Sia fatta vendetta

Mondadori

7,90

2

4

Nunzia Scalzo

La regola dell’ortica

Feltrinelli

15

2,5

5

Marco Malvaldi

Se fossi stato al vostro posto

Raffaello Cortina Editore

21

3,5

6

S. J. Bennett

Il nodo Windsor

Repubblica Noir

8,90

2,5

7

Mario Tobino

Il clandestino

Repubblica Resistenza

7,90

3

8

Sarah Savioli

I selvatici

Feltrinelli

12

2,5

9

Milena Palminteri

Come l’arancio amaro

Bompiani

20

2,5

10

Serena Venditto

Aria di neve

Repubblica Profondo Noir

8,90

3

11

Isabel Allende

Ritratto in seppia

Repubblica

9,90

2,5

12

Cristina Cassar Scalia

Delitto di benvenuto

Einaudi

19

3

13

Csaba dalla Zorza

La governante

Marsilio

s.p.

2

14

Tana French

Il rifugio

Corriere Noir

8,90

1

15

Hideo Yokoyama

Sei quattro

Corriere Giappone

8,90

2

16

Simon Mason

Il caso Poppy Clarke

Sellerio

16

3,5

 

Per questa volta, anche nelle citazioni, rimaniamo in Italia, seppur lontano dai gialli. Il primo autore, non notissimo psicanalista genovese, mi ha sempre incuriosito, pur essendo anni che non lo ritrovo in libreria. Ma in un lontano “Vorrei che fosse lei” cosa Lorenzo Licalzi sintetizzava un ben presente atteggiamento maschile:

“Fin dalla prima adolescenza, vuoi per il naturale sviluppo ormonale, vuoi per una certa predisposizione genetica … le donne e il sesso furono al centro dei miei pensieri, ma non fu per niente facile far sì che i pensieri si trasformassero in azioni … Furono anni di appostamenti e di approcci maldestri. Di sguardi obliqui o penetranti. Furono anni di domande idiote o mutismi assoluti. Furono anni di brutte figure, di situazioni imbarazzanti, di metaforiche ma dolorosissime bastonate.” (45)

C’è poi invece il ben noto, ma che non sempre mi ha convinto Giuseppe Pontiggia con alcune considerazioni estratte da “Nati due volte”:

“Quanti dialoghi dovrebbero svolgersi in tempi diversi. Occorrono talora anni per dare … le risposte adeguiate.” (28)

“- A cosa pensi? – A niente – mento (come sempre, quando si risponde così)." (57)

“Ammettere i propri errori è anche il primo alibi per ripeterli.” (65)

“Riluttiamo ad accettare, ingigantiti negli altri, i difetti che temiamo di avere.” (52)

Arrivati a questo punto sciogliamo il giallo del titolo, dove vi sarete chiesti il perché della parafrasi di Calvino, visto che non sono uno scrutatore. Ma non vi addormenterò narrandovi dei miei giorni. Solo evidenziando i momenti che dedico alla lettura ed alla scrittura, per comprendere come, da pensionato, indirizzo parte delle mie giornate. Nei giorni di vita normale, si legge dalle 6 alle 7. Poi dopo altre faccende di cui non vi interessa, si scrive dalle 11 alle 13. Anche il pomeriggio è scandito da letture, dalle 14 alle 16, e da scritture, dalle 19 alle 20. La sera, se non ci sono avvenimenti personali o familiari o convivialmente televisivi (pochi quest’ultimi) si continua a leggere e pensare. È così che si legge e si scrive tanto, perché, e lo sappiamo, “chi legge è un viaggiatore”. Ed io viaggio nello spazio e nelle parole. Senza però mai dimenticare di mandarvi un grande abbraccio.

domenica 30 novembre 2025

Dopo ottanta anni ... - 30 novembre 2025

Siamo ancora lì, a leggere e commentare gli scritti che ci riportano alle pagine dolorose che, però, hanno contribuito a creare questo nostro paese. Pagine da meditare sperando che servano a farci e fare riflettere su come evitare di distruggere, questo ed anche altri paesi e mondi (non vi elenco tutte le guerre in atto, ma ne sapete certo). Tutte scritture più che sufficienti, da Angelo Del Boca a Primo Levo, da Miriam Mafai a Mario Tobino, per terminare con una scrittura che per me si è elevata, seppur di poco, sulle altre: quella di Ada Prospero Marchesini Gobetti.

Angelo Del Boca “Nella notte ci guidano le stelle” Repubblica Resistenza 25 euro 7,90

[A: 09/10/2020 – I: 30/03/2025 – T: 31/03/2025] &&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 204; anno: 2015]

Angelo Del Boca è uno degli esimi scrittori storici di cui si sente parlare e di cui non avevo letto nulla. Certo, è ben più noto, rispetto a questo libro dedicato alla Resistenza, per i suoi scritti africani, sulla Libia e sull’Etiopia. Ed in particolare, per tutte le pagine dedicate ad elencare e descrivere i crimini commessi dall’esercito italiano in quei paesi (esemplare il libro “Italiani brava gente?”). Ma era stato, prima che storico, anche scrittore di saggistica, giornalista e vicino alla politica. Tant’è che negli anni ’60 si iscrive al PSIUP, poi diventa cronista per “Il Giorno”, fino a lasciare giornale e socialisti nel 1981 all’avvento di Bettino Craxi. E già un buon punto.

Per venire al libro ed all’autore “nel” libro, questo è l’ultimo volume pubblicato dei libri sulla Resistenza dell’esimia collana, ma non l’ultimo che leggo né tanto meno l’ultimo per gradimento. È un libro in un certo senso complesso, che pone una domanda fondamentale e di non facile risposta. A parte le motivazioni ideologiche (che ovviamente portano a decisioni e comportamenti marcati da altro), molte e variegate furono le adesioni e le partecipazioni alla Resistenza. Ed in particolare mi riferisco a coloro che nei tempi della Guerra erano tra i venti ed i venticinque anni.

C’è stato chi, esente dal servizio militare per motivi familiari, ha da subito aderito a movimenti antifascisti alla luce di ciò che vedeva tutti i giorni (e penso a mio zio). C’è chi, militare intorno all’8 settembre, butta alle ortiche la divisa, torna clandestino ai suoi luoghi e si unisce alla lotta partigiana (e penso a mio padre).

Del Boca ci racconta un percorso diverso, anche molto difficile, ma di certo anche esemplare del periodo. Lui nasce a Novara nel maggio del ’25, per cui dopo l’armistizio è poco più che diciottenne. Data la forte presenza fascista al Nord, Angelo viene costretto ad arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò, sotto la minaccia di deportare il padre in Germania. Fa un addestramento i Germania, poi viene mandato nelle brigate alpine intorno a Piacenza. Lì resiste da maggio ad ottobre, assistendo, impotente, a molte scene di trucida barbarie.

E nell’ottobre, approfittando di una congiuntura militare, insieme ad una decina di altri soldati, diserta e cerca di raggiungere le Brigate Partigiane. Proprio in quei giorni, comincia a scrivere suoi appunti, pensieri e qualche avvenimento, su piccoli fogli di carta che costituiranno l’ossatura di questo diario. Un diario che copre pochi mesi, dall’inverno del ’44 alla primavera del ’45, ma che pongono appunto quel problema di cui volevo narrare.

Del Boca, arruolato a forza, diserta (ed è quindi ancora un diverso modo di lottare il fascismo). Ma prima deve superare un periodo di forte crisi e di pericolo personale. Era un militare RSI e come tale aveva partecipato ad azioni militari nella zona di Bobbio (PC). Una volta presentatosi ad una delle Brigate Garibaldi, il responsabile politico è incerto se accettarlo (sapendone la buona fede) o comunque condannarlo per le azioni intraprese. Solo l’incontro con Italo Londei, uno dei responsabili locali delle brigate di Giustizia e Libertà, consentirà a Del Boca di essere scagionato dalle accuse di collaborazionismo, potendo quindi mettere a disposizione della lotta partigiana le sue conoscenze militari.

Il testo, molto trasversale nelle parole, non entra nel vivo delle azioni, data la paura di poter essere catturato, e quindi che ci fossero nello scritto accenni a luoghi e persone che quelle descrizioni avrebbero messo in pericolo. Si parla molto di sensazioni, si descrive e bene l’ambiente appenninico in cui si muovevano, le paure delle imboscate, la fame, la solidarietà contadina. Ed anche, ovvio per un quasi ventenne, la presenza femminile, con sguardi e a volte timidi baci.

Fortunatamente, dopo che l’autore riprende in mano tutta quella materia, vi aggiunge un’appendice, intitolata “Settanta anni dopo”, la quale, invece, entra nei dettagli, entra nei momenti difficili, fa nomi e cognomi, di buoni e di cattivi. Ed è lì in quelle pagine, da pagina 168 a pagina 170, che vediamo la descrizione della brutalità fascista che termina in una uccisione immotivata. Una brutalità che sarà l’ultima goccia per far traboccare il vaso della rivolta nel giovane Angelo.

Venendo dallo storico Del Boca, all’inizio mi aspettavo di più. Non nella scrittura, che è di ottima fattura, ma di partecipazione agli avvenimenti. Grazie all’appendice, il testo, alla fine, risale molte posizioni. Anche se un suo posto lo aveva fin dalle prime pagine, ma per altri motivi. Quando descrive la lunga marcia (credo una cinquantina di impervi chilometri) per spostarsi da Bobbio a Torriglia. Se ve ne domandate il motivo, la risposta sta nella storia della mia famiglia, ed in particolare della mia ligure nonna Bianca.

“Noi … eravamo ragazzi senza un passato di cui andare fieri e, anzi, uscivamo a fatica dal fascismo. Non è che avessimo grandi ideali, ma qualche convinzione sì, e precisamente, in ordine d’importanza: 1) non morire; 2) tornare a casa, dalla nostra famiglia; 3) sparare a tedeschi e fascisti. L’importante era vivere.” (180)

Primo Levi “Se non ora, quando?” Repubblica Resistenza 1 euro 7,90

[A: 13/05/2020 – I: 12/06/2025 – T: 14/06/2025] &&&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 347; anno: 1982]

Non penso ci sia bisogno di spiegare chi sia stato Primo Levi, testimone degli sterminii degli ebrei nei campi di concentramento ed autore di un libro-memoria che tutti dovrebbero leggere (“Se questo è un uomo”). Qui però ci occupiamo di letteratura resistenziale, ed in quest’ambito Levi ha prodotto un solo romanzo che, appunto, in modo traslato, riporta esperienze di quei momenti, anche allargandone il campo.

È un romanzo, dicevo, seppur basato su presupposti veridici, facendo convergere due ricordi. Uno citato nel libro di Levi “La tregua” (quello che racconta del lungo ritorno a casa una volta liberato dal campo di Auschwitz) dove, parlando mentre aspettano un treno, viene narrato l’episodio di un gruppo di giovani sionisti partigiani che, smesse le armi, cerca di raggiungere la Palestina. L’altro riguarda i racconti di un amico di Levi era addetto ai centri di accoglienza profughi nella Milano liberata dopo il maggio del ’45.

Da questa messe di informazioni, Levi tira fuori il racconto di una banda picareschi composta da ebrei polacchi e russi che combatte la sua guerra partigiana. E lo narra in un lungo memoriale che parte dal luglio ’43 per arrivare all’agosto del ’45. Un insieme di persone, di diversa tipologia ed estrazione sociale, che seguiamo (anche grazie alla bellissima mappa posto ad inizio libro) da quando comincia ad aggregarsi a Brjansk nella cosiddetta Russia Bianca per tutto il percorso che li porterà, dopo aver attraversato Bielorussia, Ucraina, Polonia, Germania ed Austria, nella Milano del primo dopoguerra.

La banda nasce da i due sbandati che incontriamo nel primo capitolo, che solidarizzano per necessità, anche se forse non diventeranno mai amici. Sono due facce di una medaglia che forse Levi stesso avrebbe voluto per sé. C’è Mendel, il maturo orologiaio, che vede la polvere accumularsi sull’orologio della storia, con la grossa possibilità che fermi le lancette. Ha visto morire moglie e parenti ed amici vari, non ha più molto se non la sua identità ebraica. Con la quale fa i conti per andare avanti. Incontrando per primo il giovane Leonid, un po’ timido, un po’ intellettuale. Uno che dice poco di sé, che forse si fa grossi castelli mentali, ma che, colpito dalla guerra e dai lutti, poco riesce a vedere di una possibile costruzione del futuro.

I due danno il là a tutta questa serie di vicissitudini, che ad un certo punto il terzo elemento prospettico della proiezione di Levi sul romanzo, il comandante Gedele, sintetizza con la frase: “E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?”. È una citazione del testo ebraico Pirké Avoth (noto in italiano come “Le massime dei Padri”), una raccolta di detti scritti tra il 360 a.C. ed il 70 d.C. e contenuta nel Talmud. Una frase che nei commentari ufficiali viene interpretata come: le cose non si sistemano da sole, la vita, una e soltanto tua, bisogna costruirsela qui ed ora; quindi, raccogli i pezzi di te stesso e datti da fare.

Così appunto come si danno da fare Mendel e Leonid, che si aggregano prima alla banda di Dov, dove Leonid ha una storia con Line. Ma Dov è ferito ed anche anziano, quindi poco propositivo. I nostri, ormai una decina, si uniscono a Gedele che invece è un capo molto riconosciuto ed amato. Che li porta verso azioni avventate (tipo deragliamento di treni) ma che non li abbandona mai. Così, oltre ai due che seguiamo dall’inizio, veniamo a contatto di tutti i maggiori componenti della banda, ognuno con alle spalle una sua storia. Come spesso accade (e questo ritorna anche nei racconti della mia mitologia familiare) c’è gente allegra ma anche feroce. C’è chi è riuscito a fuggire da un lager, e chi ha disertato dall’Armata Rossa, ci sono donne (che anche loro fecero la guerra) e c’è finanche un cristiano che si aggrega agli ebrei (permettendo a Levi delle piccole digressioni sul rispetto reciproco).

Come in tutti i racconti corali, vedremo anche le dinamiche di gruppo che si scateneranno. Verso l’interno e verso l’esterno. Chi non vincerà la gelosia. La presenza dirompente delle donne, che avranno un loro posto precipuo in ogni avvenimento. Sia nelle rotture (tra Mendel e Leonid) sia negli avvicinamenti, e sfoceranno, in un finale forse straniante ma voluto fortemente da Levi, con la nascita di un bambino. Quasi a voler indicare nella nascita la volontà di proseguire un intento di vita. Dopo tante morti ed uccisioni, laddove il mantra di Levi e della banda di Gedele era “Meglio cadere liberi da combattenti che vivere sotto il potere degli assassini”, una volta liberati, la nuova vita, che si spera li porterà verso la Terra Promessa, deve essere foriera di speranza.

Levi, che scrive questo testo quasi trent’anni dopo gli avvenimenti, ce ne mostra la crudezza, e ci indica una speranza. Purtroppo una speranza che lui poteva avere alla fine della guerra, ma che lì, nell’inizio degli anni Ottanta, cominciava a vacillare grandemente. Israele già non era quella terra promessa benefica e pacificata. Il mondo stesso continuava a correre verso baratri non più risalibili. Tanto che pochi anni dopo, forse per un mancamento dell’età, forse per una volontà di cancellare tutto, Primo cade dalle scale e muore.

Ci lascia questi libri. “Se questo è un uomo” molto letto e giustamente. Questo molto citato e forse poco letto, che a chi lo legge, induce una riflessione potente. Sia sul fatto che gli ebrei non erano fin d’allora solo carne da macello (e ne vediamo le propaggini ora), sia che si sarebbe dovuto convergere verso un mondo di pace e fraternità. Da cui, purtroppo, siamo ancora molto lontani. Leggete infatti l’ultima citazione. Bella e mai attuata.

“L’Italia stessa è favola … come si può condensare nella stessa immagine il Vesuvio e le gondole, Pompei e la Fiat, il teatro della Scala e … Mussolini.” (51)

“Noi combatteremo fino alla fine della guerra, perché crediamo che fare la guerra sia una brutta cosa, ma che uccidere i nazisti sia la cosa più giusta che si possa fare oggi sulla faccia della Terra; e poi andremo in Palestina, e cercheremo di costruirci la casa che abbiamo perduta, e di ricominciare a vivere come vive tutta l’altra gente.” (200)

“Il sangue non si paga col sangue. Il sangue si paga con la giustizia.” (291)

Miriam Mafai “Pane nero” Repubblica Resistenza 7 euro 7,90

[A: 30/06/2020 – I: 25/06/2025 – T: 27/06/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 251; anno: 1987]

Miriam Mafai è di certo un nome della mia costellazione familiare, mio padre suo coetaneo e spesso con lei a discutere sin dai tempi dell’Unità e delle divergenze sulla primavera ungherese prima e su quella di Praga poi. Ma anche per i sodalizi pittorici con la scuola romana (quella di via Cavour fondata dal padre Mario). Per mio conto, poi, ne seguii l’ascesa giornalistica ai tempi della fondazione di Repubblica.

Qui, tornando indietro nel tempo, Miriam fa un’operazione interessante e molto attuale: dopo aver intervistato un grande numero di donne sui rispettivi comportamenti durante la Seconda Guerra mondiale, ne tira fuori un libro, datato se vogliamo, ma di grande interesse ed impatto, che presenta, senza nessun infingimento, cosa fecero al tempo le donne, come venivano trattate e come cercarono, senza trovarne molta, una possibile evoluzione. Con un finale che, ogni volta che lo rileggo, mi riporta alla mente il bellissimo film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”.

Il pane nero del titolo è quello scadente, fatto con avanzi di farina, quando c’era, che si era costretti a mangiare durante la guerra. Ed è mangiando pane nero che Miriam ci porta attraverso tre tappe fondamentali, e quanto ne attraversarono nel tempo. L’entrata in guerra il 10 giugno 1940, la caduta del fascismo il 23 luglio 1943 e la fine della guerra il 25 aprile 1945. Proprio navigando tra queste boe temporali, vediamo, ci si mostra, il ruolo e le attività che le donne intrapresero nel tempo.

Diciamo che il punto d’ingresso possiamo farlo risalire ad un articolo della rivista “Critica Fascista” degli anni Trenta: “Io non auspico … un ritorno alla schiavitù femminile ma soltanto … un freno alla esagerata libertà di cui godono oggidì le donne: fra i due sessi non può esistere parità di diritti perché c’è squilibrio di doveri e la natura stessa ha dato alla donna compiti e funzioni diversi da quelli che ha dato all’uomo. Tornino dunque le donne … al loro posto e non prendano atteggiamenti e non usurpino mansioni che non si addicono al loro sesso, ed anche la famiglia ne guadagnerà.” (35-36)

Ecco, questo è quello che non faranno le donne dopo la svolta della prima boa. Italia in guerra, mentre tutti pensano una breve e veloce cavalcata, sappiamo che fu assai diverso. Mafai ci fa quindi vedere come le donne, con gli uomini al fronte, devono prenderne il posto nelle fabbriche, spesso con mansioni analoghe, sempre con stipendi inferiori (e sappiamo anche che è una costante ancora e tuttora vigente). Ma non solo, le donne devono combattere anche la lunga battaglia contro la fame, laddove anche il cibo comincia a scarseggiare.

Alla svolta della seconda boa, molte donne (e tra queste metto in prima fila dei ricordi le donne della mia famiglia materna) fanno scelte coraggiose: alla caduta del fascismo, e dopo l’8 settembre, comincia la guerra civile, e molte donne si impegnano (anche) in questa lotta, al minimo come staffette, ma spesso anche come combattenti armate. Miriam, così come sua sorella Stefania, furono staffette partigiane, così come zia Toja. E portatrici di armi alle formazioni combattenti furono anche zia Nenne e zia Nanna. E non nomino tutte le altre che sarebbe un altro libro. mentre Miriam ricorda Cesarina, staffetta tra Modena e Bologna, e Rosa e Laura.

L’ultimo atto, dopo il 25 aprile, è forse il più triste, quello che più ci riporta alla realtà. Che per la vittoria sfilavano i maschi combattenti, mentre le donne, pur avendolo fatto, erano costrette a rimanere nella folla. È il prezzo della Liberazione. Duro prezzo da pagare, duro per chi vuole (e purtroppo riesce) a far tornare (quasi) tutto come prima. Le nostre donne avrebbero certo detto che in fondo era stato bello. Che Carla, Marisa o Lucia erano state lì, sullo stesso piano di tutti, condividendone i rischi, e spesso la sorte di torture e morte. La scrittrice riesce a rappresentarci anche questo passo, e lo fa con tutto il dolore che anche noi proviamo.

La capacità narrativa viene anche messa al servizio di “altre donne”, che eran presenti su tutti i lati del fronte, a volte anche lì in prima linea, a volte a rimanere ancorate ai propri mestieri. Come la sarta Biki che per tutta la guerra continuò a produrre abiti (per chi non sa o non ricorda la stilista Biki fu la sarta che “inventò” le mise di Maria Callas). Come la repubblichina Lela comandante delle ausiliarie di Salò. E come Claretta Petacci, l’amante di Mussolini, devota sino a condividerne volontariamente la tragica fine.

È un libro corale, dove, come ho cercato di tratteggiare, vengono narrate, con un piglio giornalistico che non verrà mai meno, diverse storie, per intrecciare anche quel parallelismo tra storia e Storia di sempre indubbio interesse. Forse, l’unico limite che blocca alla fine il testo, è però questa frammentarietà, che non consente di individuare da subito un disegno unitario.

Oltre però a quanto detto sopra, ci sono altre tre punti personali che mi hanno preso nel corso del testo. Uno è la citazione che porto in finale, e che mi ricorda l’aiuto, piccolo ma fatto di cuore, che ho dato al mio amico Luciano nella redazione del libro dedicato all’affondamento del Santa Lucia, il postale delle isole Ponziane. Il secondo, quando, nel citare il film del periodo di guerra, mi ricorda un film che adoravo quando avevo dieci anni: “Il sergente York” con Gary Cooper.

Infine, Miriam riporta che, com’è ovvio, durante la guerra ci sia stato un calo delle nascite, che però dal ’46 subisce una brusca impennata. Ed allora come non ricordare i miei sette cugini nati prime del ’50!

“Lunedì 26 luglio 1943. A Ventotene … scarseggiavano i viveri … Due giorni prima un piroscafo era stato affondato, al largo; per ventiquattr’ore il mare aveva restituito cadaveri.” (124) [il Santa Lucia!]

Mario Tobino “Il clandestino” Repubblica Resistenza 8 euro 7,90

[A: 13/06/2020 – I: 10/09/2025 – T: 12/09/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 459; anno: 1962]

Mario Tobino è stato un valente uomo poliedrico dello scorso secolo, fondamentalmente dedito agli aiuti al prossimo, esplicò questa sua indole come valente psichiatra. Tuttavia essendo anche molto portato alle Lettere, farà in modo di riversare molte delle sue esperienze in alcuni fondamentali libri. Tra cui il bellissimo ed intenso florilegio di racconti riuniti nel libro “Per le antiche scale”. Toscano doc (nasce a Viareggio), dopo aver fatto l’ufficiale medico in Libia, nel ’42 torna in Italia, e dal settembre ’43 farà parte attiva della Resistenza. Poi, finita la guerra, tornerà a curare i suoi malati.

Qui, Tobino rievoco le sue attività nella Resistenza, anche se con ruoli marginali, ma soprattutto per fare in modo di rendere omaggio a chi partecipò e cadde nella lotta di liberazione. Per prima cosa, al fine di fare un po’ di veli sulle vicende, chiama Medusa la città di Viareggio teatro della maggior parte delle vicende. E lui si ritaglia il ruolo di medico al ritorno dalla Libia, in seguito ad una pur lieve ferita, presentandosi con il nome di Anselmo, lo stesso nome che userà come voce narrante in “Per le antiche scale”.

Le corpose vicende prendono il via alle 22:43 del 25 luglio ’43, quando la radio annuncia l’arresto di Mussolini e la fine del ventennio fascista. Seguiamo i 45 intensi giorni che separano quel luglio dall’8 settembre. E seguiamo quello che accade dopo, in un città, come Viareggio, che era sopra quella cintura che divideva in due l’Italia, che aspettava l’avanzata degli alleati e nel frattempo dove tenere a bada, non sempre riuscendoci, i ritorni di fiamma fascisti.

A fronte delle prime notizie di quel luglio, i giovani del paese, e qualche illuminato, si palesano, prendono in un certo senso le redini della città allo sbando, per poi mettere in piedi una specie di ente di coordinamento, indicato con il nome di “Clandestino”, che servirà a tenere dritta la barra verso il futuro. Ed è così che vedremo scivolare nelle pieghe della storia il figlio dell’ottico Summonti, detto il prete rosso, Rosa, l’ingegner Mosca, il Professor Duchen, l’operaio dei cantieri navali Adriatico, l’irresoluto scrittore Marino, il muratore Lieto, l’irriducibile Asdrubale (che era da sempre un sovversivo e da sempre ingaggiava feroci battaglie a suon di pugni con i fascisti locali),il Mosca, finanche il benestante Rodrigo che diverrà l’esperto logistico mettendo a disposizioni le strutture familiari.

C’è ovviamente il medico reduce dalla Libia Anselmo (l’alter ego dell’autore), che farà un lungo percorso interiore (lui appunto militare in malattia), per finire ad essere il “diplomatico” e l’autista del clandestino, nonché uno dei primi a prendere in mano le armi.

A questo nucleo diremmo “duro e puro” si aggiunsero poi strada facendo altre figure. In particolare, notiamo le gesta dell’Ammiraglio Umberto Saverio, radiato dalla Regia Marina per aver osato prendere la parola contro le scellerate scelte militari fasciste, coadiuvato nelle sue imprese Nelly, la sua amante.

Vediamo, seguiamo la narrazione del percorso di maturazione del gruppo, soprattutto nei 45 giorni. Vedremo il ritorno dei fascisti, sia con elementi da operetta, come il Badaloni, che, nominato responsabile di Viareggio, comincia ad espropriare le case “peggio di un comunista”. Ma sia con elementi di forte connotazione reazionaria, come il Malfatti, come Oscar e come il Rindi, sulla cui esecuzione di chiuderà il romanzo.

Non senza aver visto il Clandestino in opera, andar sui monti, programmare e poi eseguire un attentato ai cantieri navali, venir arrestati, rilasciati, arrestati di nuovo, alcuni fuggono, altri si uniscono alle Brigate Partigiane, altri ancora presi in flagrante verranno uccisi o deportati.

Ma il romanzo corale di Tobino è un fiume in piena, dove si alternano momenti di azione a momenti di riflessione e di confronto. Ad esempio all’inizio, quando i membri fondatori del Clandestino si dicono comunisti, anzi marxisti – leninisti, anche se non hanno mai letto direttamente né Marx né Lenin. Perché, come dicono nelle discussioni ben riprese dall’autore, il comunismo per loro è “la fiducia negli uomini, il bene vittorioso sul male”. Evito accuratamente ogni commento o riferimento all’attualità.

Tobino riesce a descriverci l’inizio della lotta armata, i primi passi dei partigiani, e lo fa (anche) con una narrazione ironica che in ogni caso riesce a farci conoscere i modi della nascita dei legami tra i giovani avviati alla lotta ed alla clandestinità. Una via comune all’azione, da cui nasce l’amicizia e dall’amicizia si arriva all’unità del gruppo, dove ci si avvia al sacrificio piuttosto che imboccare la strada del tradimento.

Ci sono tanti punti forti nel testo, ma ovvio che ognuno si fissa su quelli che suonano per lui. Per me due suonano forte. Il giovane che la notte del 25 luglio trova la forza ed il coraggio di salire su di una panchina ed arringare la folla viareggina, dicendo del fascismo e dei fascisti quello che tutti sapevano ma che tacevano (come dice Tobino e non solo, in quei venti anni tutti erano fascisti).

L’altro punto è un’affermazione di Adriatico che ad un certo punto chiosa il loro agire: “Il male è radicato nel mondo, è impossibile levarlo, però è tanto bello e consolatore combattere per il bene”. Come non essere d’accordo. Come non capire i nostri genitori che lo pensarono e lo agirono. Come non ricordare quanto noi stessi, pur con modi e strumenti diversi, abbiamo pensato di poter fare. E magari pensiamo o facciamo ancora.

Tobino ci insegna che c’è sempre speranza. E pur nella non linearità di alcune scelte letterarie, si fa leggere e ci manda messaggi che non possiamo ignorare.

Ada Gobetti “Diario partigiano” Repubblica Resistenza 18 euro 7,90

[A: 17/08/2020 – I: 20/11/2025 – T: 23/11/2025] &&& e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 428; anno: 1956]

Ada Prospero nasce a Torino nel 1902, sposa Piero Gobetti nel 1923 e due anni dopo nasce il figlio Paolo. Nel 1926, debilitato dalle botte presa da manipoli fascisti, Piero prova ad andare a Parigi per curarsi. Senza forze e cardiopatico, morirà in seguito ad una bronchite nel 1926. Ada, si trova ad affrontare gli anni ’20 e ’30 in condizioni economiche non agiate, ma lavora come insegnante ed è aiutata dalle famiglie e dagli amici. Nel ’37 sposa un tecnico dell’EIAR (l’antenata della RAI), Ettore Marchesini, fratello delle signorine Marchesini frequentate dai Gobetti sin dalla gioventù, e collaboratrici con loro alle iniziative editoriali.

Dopo la guerra, di cui parleremo più avanti, si adopera attivamente sul fronte femminile e su quello dell’emancipazione. Pur mai rinnegando la base liberale, su cui aveva fondato il sodalizio con Piero, negli anni ’50 aderisce al Partito Comunista. Continua a lavorare con passione e abnegazioni con i giovani (forte anche il suo sodalizio con Gianni Rodari), poi dopo un infarto ed a seguito di un’emorragia muore nel 1968.

Viene sempre indicata e ricordata come Ada Gobetti, qui, come ritengo giusto, a parte chiamarla Ada, è bene sia omaggiata con il suo nome completo: Ada Prospero Gobetti Marchesini.

Veniamo allora allo scritto, che ripercorre il “cuore duro” della lotta partigiana, dall’8 settembre 1943 al maggio 1945. Queste pagine derivano dai diari che Ada scriveva durante la guerra, redatti con criptiche frasi proto-inglesi, di modo che ne fosse difficile capire il senso. Ne fece poi una prima redazione nel ’49, al fine di non scordare le modalità di cifratura. Lette in bozza da Benedetto Croce, fu da lui spronata a farne una pubblicazione autonoma. Cosa che avvenne nel 1956, con una felice e sintetica prefazione di Italo Calvino.

Anticipo subito il mio felice giudizio sulla scrittura, molto partecipativa, e sul filo narrativo. Quello che forse servirebbe ora, a distanza da quegli avvenimenti, magari un corredo di note, che magari molti, se non tutti, ricordano Duccio Galimberti, non molti magari sanno di Paolo Braccini. Ma la bellezza della scrittura l’ho trovata maggiormente nella capacità di Ada di alternare una narrazione vivida degli avvenimenti di quei due anni, alla soggettività del momento vissuto come madre. Il figlio Paolo, nato dall’amato Piero, ha diciotto anni, e partecipa, in pieno, a molte azioni resistenziali, contro i tedeschi e contro i repubblichini di Salò.

Ada, dal canto suo, entra da subito nei coordinamenti delle attività del Partito d’azione, cui confluirà la quasi totalità del movimento di Giustizia e Libertà. Non solo, è anche parte attiva di molte organizzazioni femminili (i GDD – Gruppi di Difesa delle donne, il Movimento femminile Giustizia e Libertà). Laddove, e fin dalle prime azioni del dopo 8 settembre, rivendicava una completa parità nelle azioni. Non solo i trasporti (di armi, di ordini, di stampa clandestina), ma partecipazione attiva agli assalti, e quindi alle difese.

Con l’andamento diaristico che è la cifra del romanzo, seguiamo le varie vicende, dal 10 settembre, in cui si vedono sfilare i tedeschi per Torino, prima che la città venga consegnata loro, a tutte le varie azioni: il sabotaggio del ponte ferroviario, i primi caduti, la resistenza in val Germanasca. Fino ai momenti più tragici, quando i caduti sono ormai gli amici, ma quando ogni morto partigiano è una ferita che non si rimarginerà mai, che quel viso di ragazzo impiccato rimarrà sempre nei cuori e negli occhi.

Alcune delle pagine più belle sono rivolte a narrarci l’attraversamento del Passo dell’Orso per andare a cercare una unione militare clandestina con i maquis francesi. Un’intesa difficile, che porterà poco sul piano militare, molto sul piano umano. E con questo anche altri momenti meno tesi, quasi aneddotici, come la lunga lotta del figlio Paolo per convincere una pecora a venire con loro in montagna. Pecora che aveva capito quale sarebbe stata la sua fine.

Nelle parole di Ada Gobetti rinasce il ricordo (sempre presente nella mia famiglia) di quell’Italia che non si piegò mai al Fascismo, o che, quando sarebbe servito, rialzò la testa per non abbassarla più. Fino a quell’aprile del ’45, tutti gioiosi e esultanti, ma con la mente che tornava a Paolo Braccini (fucilato il 5 aprile ’44), Sandro Delmastro (ucciso nella stessa data mentre tentava di fuggire), Paolo Diena (ucciso nell’ottobre ’44 vicino ad un ospedale dove aveva portato un ferito), Duccio Galimberti (morto per le torture nel dicembre ’44), molti e molte non potevano che essere solidali con la fidanza di Delmastro, Ester Valabrega, di cui Ada riporta l’impossibilità di gioire e di festeggiare.

Questo, come altri sono i momenti toccanti. Ritornando a quell’impiccato, si domanda Ada come facessero a fiorire le violette nel prato. Ed è anche toccante la descrizione delle dieci donne che, a guerra finita, dopo una lunga riunione organizzativa, decidono di restare insieme per la notte. Ripercorrendo quindi anche tutti quei sentieri di amicizia che pervadono molto del testo. Gli amici che condividono un concetto di moralità che va al di là del momento presente. Gli amici che, nonostante tutto, non ti abbandonano in battaglia. Un’amicizia che rimarrà nei nomi che ci riporta Ada, anche se lei è la prima che si domanda se la solidarietà di tutti quegli anni avrebbe resistito alla pace. Una domanda di una lucidità estrema.

Noi, nel piccolo dei nostri ricordi, più che ai vicini, pensiamo, anche, a quelli che ci furono, e che, per narrazione, sappiamo aver fatto. Come a ricordare ed a sottolineare le parole di Churchill “mai così tanti dovettero così tanto a così pochi”.

Non ho volutamente percorso i due anni con Ada, che le giovani generazioni devono leggerne e le vecchie ripassarle. Ho preferito, se ci sono riuscito, dare qualche avviso sui motivi della necessità di questo scritto e sulla necessità delle cose che vi sono narrate.

Voglio finire con un’ultima considerazione, a mo’ di ironica chiusa. A pagina 102, la scrittrice parla del figlio del suo amico Giorgio, nato durante il periodo badogliano, con l’amico che dice: “Mio figlio è nato durante il Fascismo: ma è vissuto soltanto cinquanta giorni in schiavitù.” Ovvio che la mente va a mio cugino Paolo, nato il 31 maggio del ’46 che prendevamo in giro essendo l’unico cugino nato nella monarchia. E comunque Zap, ci manchi ancora, a nome mio e di tutti i cugini.

Volendo rilassare un’atmosfera abbastanza tesa dovuta a tutti questi non facili ricordi di avvenimenti di solo ottant’anni fa (ma che se ne leggete in controluce, possano adattarsi alle mille guerre di oggi), mi accingo ad un lungo florilegio di citazioni, tratte da romanzi spesso gialli, a volte storici, sempre avventurosi.

Comincio con l’unica donna, la spagnola Matilde Asensi ed il suo “L’ultimo Catone”:

“Lo avevo pregato di calmarsi e di non preoccuparsi tanto per una persona che evidentemente non prendeva sul serio la propria salute.” (218) [dedicato a tutti gli ipocondriaci]

“Perché mi sono andato ad innamorare di una suora, con tutte le belle donne che c’erano ad Alessandria?” (381)

“La conoscenza della bellezza è … il primo gradino verso la comprensione di ciò che è buono.” (450)

Passiamo ad un giallista di trame storiche italiano, Alfredo Colitto ed il suo “I discepoli del fuoco”:

“Quando prendi una decisione, controlla sempre di non averla presa per paura di qualcosa. La paura è una pessima consigliera.” (101) [sottolineo e condivido]

“- Anche tu mi credi un egoista? … - Diciamo che avete la tendenza a vedere i problemi degli altri solo in relazione ai vostri.” (293)

Saltiamo ora in Svezia, con Jens Lapidus e “La traiettoria della neve”;

“Cercò di regolare l’acqua [della doccia] alla giusta temperatura. Chissà perché, si trovò a pensare, è così difficile regolare l’acqua al calore giusto. Prima troppo calda, poi basta un nanomillimetro a sinistra e diventa troppo fredda.” (156) [un’esperienza che faccio tutti i giorni sotto la doccia]

Spostiamoci di poco verso la Norvegia, con Jo Nesbø e “Il pettirosso”:

“Come sempre, quando la sua vita privata diventava troppo problematica … si era rifugiato nel lavoro.” (345) [ricordi di gioventù]

Finiamo allora con il maestro dell’avventura, il grande Clive Cussler ed un pensiero tratto da “I Predatori” scritto con Jack du Brul:

“Affrontare un nemico significa affrontare sé stessi. Vincerlo rafforza il proprio io.” (369)

Tre settimane e cominceranno i grandi festeggiamenti natalizi. Noi si approfitta per finire gli incontri amichevoli e le feste dei giovani, che si sa dalla fine di novembre a gennaio è tutto un augurio. Pensiamo anche ai viaggi, ma non abbiamo situazioni semplici (pochi incastri, costi che stanno lievitando, ed altre spiacevoli amenità). Allora stringiamoci in un grande abbraccio.