Continuiamo con le settimane monotematiche. Dopo Camilleri, dedichiamo alcune letture ad una delle mie scrittrici sudamericane preferite: Isabel Allende. Di cui non faccio la storia, troppo nota, ricordando solo che me ne innamorai con “La casa degli spiriti” e non l’ho più lasciata, pur con gli alti e bassi dei suoi scritti. Come questa settimana, dove solo la rivisitazione di Zorro si eleva a scrittura degna del suo nome. La scrittura per ragazzi che apre le trame e quella per persone mature che la chiude sono degni compitini. Mentre ho poco apprezzato l’insalata mista sull’amore.
Isabel
Allende “Il regno del Drago d’oro” Repubblica 16 euro 9,90 (in realtà, scontato
a 9 euro)
[A: 22/10/2022 – I: 30/10/2025 – T:
01/11/2025] - &&
[tit. or.: El Reino del Dragón de Oro;
ling. or.: spagnolo; pagine: 253; anno 2003]
Quindi, ecco che nella complessa
bibliografia di Isabel Allende mi imbatto e non mi tiro indietro nella lettura
di un cosiddetto “juvenilia”. Cioè scritture dedicate ad un pubblico in genere
sino a 15 anni. Una letteratura cui anni fa dedicai una dozzina di libri, nella
sezione “gialli giovani”. Isabel, per quanto mi risulta, ha invece scritto una
trilogia dedicata ai giovani. E, per quanto ne leggo, è una scrittura che
mescola avventura, narrazione di luoghi non usuali e qualche uscita filosofica
o di morale, ma senza essere pesanti.
La trilogia viene chiamata in dedica ai
protagonisti con l’accenno all’Aquila e al Giaguaro, in omaggio agli animali
totem di Nadia la prima e di Alexander il secondo. Purtroppo, venendo da una
collana che propone solo una selezione degli scritti della scrittrice cilena, i
responsabili hanno deciso di includervi solo questo, che è il secondo episodio.
Così ho di sicuro saltato il primo (“La città delle bestie”) e probabilmente
mancherò anche il terzo (“La foresta dei pigmei”). Solo per dovere di cronaca,
come detto, sono avventure di luoghi non usuali, visto che la città si svolge
in Amazzonia, questo in un fittizio regno himalayano, mentre la foresta si
trova in Africa.
Per capire questo secondo episodio, bisogna
ricordare qualcosa del primo (che ricavo dalla rete). Alexander si reca con la
nonna Kate, giornalista per “International Geographic” in Amazzonia, dove
succedono cose che non sappiamo, né ci interessano. Alla fine, i due trovano un
tesoro in diamanti, Alexander scopre il suo animale-totem e la troupe trova e
adotta la giovane Nadia.
Qui, sempre per la rivista, Kate viene
mandata in uno sperduto regno himalayano, che decide di visitare con il nipote
e con Nadia (a patto di non chiamarla nonna). L’interesse per il Regno è
molteplice: il re è molto ecologico, sono comunque buddisti rispettosi, infine
i governanti custodiscono un Drago d’Oro che, come la Pizia dell’Antica Greca,
pronuncia vaticini usando una lingua scomparsa che solo il re ed il suo
successore conoscono.
Gli ingredienti ci sono tutti, allora, per
far intervenire nell’azione un multimiliardario chiamato “il Collezionista”
decide di usufruire dei servigi di un super-ladro chiamato “lo Specialista” al
fine di rubare il Drago.
Condiamo il tutto con alcuni capitoli
dedicati ad un lama che sta istituendo il figlio del re per fargli acquisire le
competenze necessarie al fine di succedere al padre, con la presenza di un
losco figuro di nome Tex e di un’esperta di piante di nome Judith, ed abbiamo
lo scenario perché si compia l’azione.
La vicenda, tolte le parti accessorie che
servono a colorire e colorare il tutto, è presto riassunta: i cattivi, per
rubare il Drago, creano un diversivo rapendo delle giovani locali. In questo
modo le forze si mettono alla ricerca delle sequestrate e la lunga mano dello
Specialista può seguire il re nel labirinto che porta al Drago. Peccato che
serva anche, per capire le profezie, una decifrazione che solo il re ed il
figlio conoscono. Peccato anche che tra le donne rapite ci siano Nadia ed una
giovane locale di grande ingegno, Pana.
Fughe, inseguimenti, uso di animali locali,
ed altre piccole accortezze, costelleranno tutto il romanzo. Dove, ed è facile
predirlo, nella lotta finale, muore il re, muoiono la maggior parte dei
cattivi, il figlio del re si accorge di Pana e se ne innamora (ed il padre in
punto di morte gli dirà sposala). Certo, il Drago, in un rogo creato ad arte
durante la lotta, si fonde. Ma alla fine avremo un colpo di scena che
permetterà un happy end generalizzato. Solo Nadia e Alexander non si
dichiarano, anche s si capisce che le lor strade convergeranno sempre.
Peccato allora (cominciamo con la lista
delle dolenze) che ci siano una serie di punti negativi o poco positivi. Ad
esempio, è molto pesante il primo capitolo dedicato all’educazione del giovane
principe, tanto che ero tentato di abbandonare il libro. Dove invece, nel
momento in cui entra in scena Kate il testo si vivacizza, fino ad assumere
un’andatura di carriera con l’arrivo in azione di Alexander e Nadia. Ed
altrettanto pesante, ma solo per il carattere didascalico usato da Isabel,
l’impatto dei due giovani con la povertà indiana. Si usano alcuni luoghi comuni
e stereotipi che avrei francamente evitato.
Peccato che il labirinto cosparso di
trappole per raggiungere il Drago d’Oro sembra essere stato ripreso con poche
variazioni da una storia di Indiana Jones. Peccato che sia “illuministica” la
richiesta del re morente di non punire l’unica persona dei cattivi rimasta in
vita, affinché ritrovi il suo karma e modifichi i suoi comportamenti volgendoli
al bene.
Allende scrive al solito con proprietà, ed a
parte i passaggi a vuoto citati, si segue bene e si legge in fretta. In fondo,
a parte una serie di consigli accessori indirizzati ai più giovani, il
messaggio centrale è quello di accorgerci della differenza, sociale, politica,
economica, culturale, tra il mondo che conosciamo e quello che viene visitato,
per fare in modo di trovarne una convergenza, magari su terreni ecologici e
moralmente sostenibili. Peccato che tuttavia le parti didascaliche non favoriscono
uno scorrimento veloce delle azioni, ed a volte siano un po’ troppo, per
l’appunto, didascaliche.
“Non mi piacerebbe … avere più di quello di
cui ho bisogno” (65)
Isabel Allende “Zorro. L’inizio di una
leggenda” Repubblica 15 euro 9,90
[A: 10/11/2022 – I: 03/12/2025 – T:
05/11/2025] - &&&
[tit. or.: El Zorro. Comienza la leyenda;
ling. or.: spagnolo; pagine: 346; anno 2005]
Ritorniamo
al flusso quasi finito delle letture della produzione storica di Isabel
Allende, facendo un salto indietro di venti anni ed immergendoci in un
tentativo di meta fiction, abbastanza riuscito.
Isabel
prende in mano il personaggio letterario e cinematografico di Zorro e ne
costruisce una biografia, collegando elementi inventati ad alcuni tratti dei
libri e dei film dedicati all’eroe californiano. La scrittrice parte dalle
basi: “La maledizione di Capistrano” il libro del 1919 di Johnston McCulley che
inventa il personaggio ed il film muto “Il segno di Zorro” del 1920 dove l’eroe
trova la sua prima magnifica interpretazione in Douglas Fairbanks. Anche se,
personalmente, io mi ritrovo nella serie televisiva “Zorro” realizzata da Walt
Disney e trasmessa in Italia verso la metà degli anni ’60.
Allende,
da brava scrittrice di stampo sudamericano, riprende il “mito” di Zorro e lo
sviluppa in chiave antagonista, senza mancare anche ad un’operazione
interessante e/o divertente: inserire, nella trama dei personaggi della
finzione libraria, sia altri personaggi finzione sia personaggi reali. E forse
sono questi ultimi sono i più interessanti (almeno nel modo in cui ne tratta la
scrittrice): un cammeo di George Sand da giovane, che fa incontrare Don Diego a
Barcellona verso il 1810, una presenza forte di Jean Lafitte, pirata
gentiluomo, che gli “ruberà” la sua amata (ma che lei non ama), nonché un
inserimento della magia voodoo di New Orleans con qualche intervento di Marie
Laveau (anche se non coincidono i tempi, che la Marie storica, all’epoca dei fatti
narrati doveva avere sui quindici anni).
Dal
punto di vista della finzione pura, i principali inserimenti sono di Toypurnia,
l’india madre di Diego, e di Civetta Bianca, la nonna di Diego. Nonché di
Juliana e Isabel le due sorelle che faranno da sfondo alle prime avventure
spagnole, e che poi saranno ben presenti nella saga americana. Mentre continua
ed evolve la scrittura dall’originale approfondendo sia il padre don Alejandro,
che il rivale Rafael Moncada. Viene, infine, meglio strutturata la figura
dell’amico-aiutante Bernardo.
La
scrittrice narrante, che si rivelerà solo nel finale, ci narra allora quello
che avviene dal 1790 al 1815, che da quella data in poi la vita e le avventure
di Zorro sono ben presenti nei libri e nei film. Quindi vediamo la missione di
Los Angeles tenuta da Padre Mendoza, i pericoli relativi ad assalti degli
indios, la difesa che viene organizzata da Alejandro de la Vega, la cattura
infine di Toypurnia che guidava le rivolte, nonché l’amore che sboccia tra lei
e don Alejandro.
Qui,
nelle “invenzioni” di Isabel ci sono i suoi must: svincolare Zorro dal mito
americano ed accentuarne le caratteristiche libertarie, o meglio legate, come
riporto in finale, a quell’insieme di virtù che i nativi chiamano “Okahué”
(virtù che mi sembrano possano essere prese ad emblema da tutti coloro che
vogliono, per sé e per gli altri, una vita corretta).
Quindi
abbiamo che poco dopo la metà di maggio del 1792 nasce Bernardo che sarà per
sempre a fianco di Diego. Ed una settimana dopo nasce Diego. Perché sappiamo
che Bernardo è toro e Diego gemelli (ovvio, visto il suo futuro da doppio).
Isabel ci narra dell’infanzia (senza tanto mordente), con l’unico acuto
dell’iniziazione ai riti magici degli indios. Dove Bernardo troverà il suo
animale totem nel cavallo (e sappiamo il suo futuro rapporto con Tornado),
mentre Diego, come par ovvio, lo troverà nella volpe (che, appunto, in spagnolo
fa … Zorro).
Vediamo
anche come la nostra scrittrice risolve il problema del mutismo di Bernardo
(come sarà nei libri e nei film). Lo fa da par suo, riconducendolo ad un
rifiuto di parlare dopo che Bernardo assiste impotente allo stupro ed
all’uccisione della madre per mano di corsari del Pacifico. Questo mutismo,
però, farà in modo di sviluppare una sorta di telepatia (ecco sempre il
realismo magico sudamericano) tra Bernardo e Don Diego. Saranno sempre questi
primi anni quelli in cui Diego comincia a lottare per l’Okahué. Mettendosi la
mascherina perché … si vergogna di avere le orecchie a sventola.
Seguiamo
poi i due in Europa (ma Allende li colloca nella più allegra Barcellona
rispetto alla trista Madrid). Qui il punto saliente è l’incontro con il maestro
di spada, il fantaccino Manuel Escalante che capisce le potenzialità fisiche e
morali di Diego, riuscendo non solo ad insegnargli tutto sulla scherma, ma
anche a farlo entrare nel cerchio libertario “La Justicia”, una specie di
massoneria con gli sessi principi dell’Okahué. E qui in terra di Spagna avrà il
suo battesimo su tutti i fronti.
Sessuale,
con la gitana Amelia, amicale, con Isabel la sorella di Juliana il suo non
corrisposto amore e inimicale, con Moncada, il cattivo spagnolo che sarà sempre
sulla sua strada.
Sarà
proprio per sfuggire a Moncada che i nostri torneranno in California. Ma nella
via saranno abbordati dai pirati, guidati dal bandito gentiluomo Jean Lafitte.
Di cui si innamora Juliana, che lascia la compagnia per sposare Lafitte e
vivere con lui le traversie della pirateria caraibica. E da cui Diego
perfeziona l’insieme del suo travestimento, tutto di nero vestito con mantello
e lazo in vita. Diego e Isabel si ricongiungono con Bernardo (partito l’anno
prima), e dovranno affrontare un ultima avventura giovanile, prima che la
nostra scrittrice lasci il passo alle altre parole scritte.
In
un breve epilogo, veniamo a sapere come stanno i nostri vent’anni dopo.
Bernardo, felice della sposa india e dei figli, Isabel pronta ad aiutare i suoi
amici nei travestimenti “alla Zorro”, ed il nostro Diego sposato un paio di
volte, sempre vedovo e pare senza prole, ma sempre pronto sia a lottare per la
giustizia, sia a porsi all’inseguimento di qualche piacevole avventura
femminile.
Di
certo punto di vista, un romanzo molto legato a chi conosce ed ama Zorro, con
quei piccoli spunti in più, sull’onore e sul rispetto, che andrebbero
sottolineati sempre e comunque. Non prende molto, invece, la vicenda in sé. Sia
perché (quasi) tutti conoscono Zorro, sia perché, nonostante l’inventiva della
scrittrice cilena, non ci sono storie che prendono di più il cuore od il
cervello.
Va
solo sottolineato, sia quando si batte in Spagna sia quando lotta in
California, che Diego/Zorro rifiuta di far scorrere il sangue, preferendo
sconfiggere i suoi avversari ed eventualmente metterli alla berlina, solo con
l’astuzia e con quella “Z” che tappezzerà muri ed a volte il corpo dei suoi
avversari. Così come farà Batman, futuro rispetto alle vicende di Diego ma
passato rispetto la scrittura di Isabel. Dove Batman, orfano dei genitori,
decide di vendicare i torti, indossando un costume che molto deve a Zorro.
Cito
soltanto in finale che la mia cara Eufelia di cognome fa Escalante come il
maestro di scherma. Le congiunzioni della vita.
“[L’Okahué]
sono cinque virtù fondamentali: onore, giustizia, rispetto, dignità e
coraggio.” (38)
Isabel Allende “Amore” Repubblica 9 euro
9,90
[A: 04/10/2022 – I: 10/02/2026 – T:
11/02/2026] - &&----
[tit. or.: Amor; ling. or.: spagnolo; pagine: 190; anno 2012]
Devo
dire che benché sia profondamente in sintonia con Isabel Allende ed i suoi
scritti (se non ho contato male, posseggo ventitré dei suoi ventisette libri
tra romanzi e racconti biografici), ecco questa cosiddetta antologia mi ha
profondamente deluso. Tanto che ho dato una quasi sufficienza solo per la
considerazione generale che ho della scrittrice.
Andiamo
a spiegare. Pur considerando quanto lei stessa scrive nell’introduzione al
libro ed ai diversi capitoli, l’operazione è quanto mai debole, frutto di una
spinta editoriale proveniente da un paese, la Germania, dove la scrittura
spagnola non sempre trova uno spazio consono. Sotto la spinta degli editori
tedeschi, viene fatto un estratto di momenti “significativi” dedicati all’amore
e riuniti in capitoli che ne seguono un andamento per così dire temporale.
Ora,
di tutte le citazioni presenti, solo le ultime tre pagine, dedicate nel 2007 ad
una specie di resoconto dei suoi personali avvenimenti e del rapporto che al
tempo aveva con Willie Gordon, sono quelle che non avevo già letto, e sulle
quali torneremo. Il resto non aggiunge nulla alla scrittura ed al posto di
Isabel nella letteratura mondiale. Anzi forse ne toglie. Cioè, mentre quando
leggiamo un suo romanzo, anche questi momenti amorosi, erotici, sessuali, sono
congeniali ad una trama complessa, qui, avulsi dal contesto, sono piccoli
momenti di voyeurismo un po’ fini a sé stessi. Come un abile recensore di cui
non ricordo il nome ha detto, si ha una forte “sensazione di déjà lu”, che un
po’ disturba.
La
cosa migliore è senza dubbio
l’introduzione dove la scrittrice parla di sé senza veli, facendoci fare un
excursus personale dalle prime pulsioni amorose e sessuali (che secondo lei le
comparvero fin dal cinque anni d’età), passando per tutte le tappe della sua
crescita personale, attraverso anche gli allora suoi due mariti. Inciso, tre
anni dopo il libro divorzia anche da Willie e poco prima del covid19 trova il
suo terzo marito in Roger, con il quale tuttora vive in California.
Bello
ed incisivo è ad esempio l’epitaffio con cui descrive la sua famiglia (che non
le aveva impedito di leggere le opere del marchese de Sade prima dei dieci
anni. Era per lei “una famiglia emancipata e intellettuale per alcuni aspetti,
molto pochi, e paleolitica per quanto riguarda tutto il resto”.
Come
detto, se leggiamo i titoli dei nove capitoli, capiamo il senso del percorso
“d’amore” che si intende far fare al lettore. Si inizia da “Il Risveglio (El
despertar)” come momento iniziale delle pulsioni amorose. Proseguendo poi
con “Primo amore (Primer amor)”, quando l’esplorazione del rispettivo
intimo isola gli amanti dal resto del mondo. Isolamento che, se ben indirizzato
porta a “La Passione (La pasión)” mentre spesso, purtroppo devia verso “La
Gelosia (Los celos)”.
Non
saremmo certo suoi lettori se non sapessimo che nei suoi scritti una parte
importante è occupata da “Amori contrastati (Amores contrariados)” ed
un’altra parte, come spesso nei paesi latino-americani, è ben conscia
dell’unione tra “Eros e umorismo (Humor y Eros)”. Due capitoli
immancabili sono allora dedicati ad un grande classico, la “Magia dell’amore
(Magía del Amor)” e ad una grande speranza che mai si avvera (almeno si
avvera poco) anche se tutti iniziano le loro storie con un “Amore duraturo
(Amor durable)”.
Come
detto, la parte migliore per me è quella che non conoscevo, quando, ancora
innamorata del suo Willie, ci parla dell’amore “Nella Maturità (En la
madurez)”, una tematica che mi tocca molto, molto da vicino. E dove anche
qui ci dà una prova di sintesi di questo sentimento, perché è nella maturità
che si può incontrare una persona che “mi conosce più di me stessa e nonostante
tutto mi ama”.
Ripeto,
non c’è molto altro che mi attira in questo scritto, forse soltanto un modo di
ritrovare vecchi amici che erano rimasti nel fondo della memoria e che così
tornano a galla, scaldandoci ancora il cuore. Come Clara de “La casa degli
spiriti”, come Francisco e Irene di “D’amore e d’ombra”, come Inès e Pedro de
Valdivia di “Inés dell’anima mia”.
Ci
rimane soltanto lo stile colloquiale di Isabel Allende, che spero di trovare
ancora qualche volta nelle mie mani attraverso un suo nuovo libro.
“Poteva
offrirle solo una vita dura … ma non si sarebbe mai pentita, perché quando si
assaggia la libertà non si può tornare indietro.” (114)
“Ero
nell’età in cui si ha bisogno di aiuto e di tenerezza per fare l’amore. Ero
diventato vecchio.” (177)
Isabel Allende “Oltre l’inverno” Repubblica
4 euro 9,90
[A: 04/09/2022 – I: 21/05/2026 – T:
22/05/2026] - &&
[tit. or.: Más allá del invierno; ling.
or.: spagnolo; pagine: 293; anno 2017]
Sinceramente
non è tra i migliori libri che ho letto della scrittrice cilena a me sempre
cara. Ha alcuni punti interessanti, qualche connessione da seguire, ma nel
complesso non è un libro ben riuscito. E non solo perché la scrittrice passa
dai toni storici delle sue opere migliori, ad un presente che si vive
quotidianamente. Un passaggio difficile, che forse non è nelle sue corde.
Nell’accingersi
alla scrittura, alcune confluenze hanno di sicuro giocato per innescare alcuni
momenti della trama. Non era molto che aveva scritto il suo primo giallo (“Il
gioco di Ripper”) ottenendo un moderato successo. Ma non è neanche molto tempo
che si è lasciata con il suo secondo marito, Willie Gordon, con cui ha vissuto
ventisette anni e per il quale ha lasciato il sud per il nord America. E sembra
che, nei tempi dello scrivere, sia forse comparso Roger Cusaks, con il quale
convolerà a nozze due anni dopo.
La
struttura del testo ricalca le migliori tradizioni di Isabel, alternando
diversi momenti di vita, diversi in tempi e luoghi, ma ognuno indicato ad
inizio capitolo, con il nome del soggetto parlante. In questo modo, pur con
altre piccole deviazioni, alla fine ricostruiamo e seguiamo la storia dei tre
personaggi centrali del testo.
I
due più importanti sono ovviamente Lucía Maraz, in realtà la protagonista
centrale nonché ghost actor della stessa Allende, e Richard Bowmaster, il
professore universitario, molto intellettuale e molto timido, che non tarderemo
a identificare con il nuovo amore di Isabe, cioè Roger Cusaks.
Richard
è professore di studi latinoamericani, ha vissuto a lungo in Brasile, dove si è
innescata una lunga e tormentata storia d’amore, la cui fine ha lasciato
Richard annientato. Quando gli viene proposto di tornare al Nord, accetta e,
benché senza tanti clamori, si accinge ad orientare i suoi studi ed il suo
potere accademico verso l’analisi dello stato in cui versano i paesi
latino-americani.
È in
questo modo che entra in contatto con Lucía, scrittrice cilena che nei suoi
scritti ha spesso affrontato le drammatiche vicende dei desaparecidos. Richard
la invita ad un corso semestrale a New York, e per invogliarla, le offre un
piano seminterrato nella sua grande e solitaria casa. È così che fin da subito,
nelle parole di Lucía ci accorgiamo esserci del trasporto verso Richard, anche
se non si riescono a trovare modi espressivi, anche per la chiusura al mondo di
lui.
Elemento
detonante della scena è l’incrocio con una domestica guatemalteca, Evelyn
Ortega che, durante la tempesta di neve che caratterizza gran parte del libro,
viene tamponata da Richard. Evelyn stranamente guida la Lexus del suo datore di
lavoro, ma non solo non ha documenti, ma non ha neanche il permesso di
soggiorno (e non a caso durante la scrittura si avvia a grandi passi la prima
elezione del peggior presidente degli Stati Uniti degli ultimi
duecentocinquanta anni.
Già
questo crea situazioni ansiogene, che aumentano con quella spruzzata di giallo
voluta da Isabel, anche se è un po’ forzata. Nel bagagliaio della Lexus c’è un
cadavere. Iniziano così tutta una serie di tragicomiche avventure che vedono i
nostri alle prese con il tentativo di sbarazzarsi del cadavere, cercando
contemporaneamente, di non essere coinvolti direttamente nella vicenda. Sia per
paura di espulsioni e ritorsioni, sia per paura di essere coinvolti in qualcosa
grande ed ingestibile.
Ed è
durante queste peripezie che i tre, a poco a poco, disvelano i loro retroterra,
narrano le storie che li hanno condotti a questo punto. Cercando anche di
trovare il modo di: sbarazzarsi del cadavere, restituire la Lexus al
proprietario, fare in modo che costui non posso trovare nulla conto Evelyn,
capire come sono andati realmente i fatti. E tanti altri piccoli rivoli
narrativi che, in realtà, costituiscono forse la parte migliore del testo.
Sono
questi rivoli, al fine, i momenti salienti ed importanti del testo. Momenti
che, nel ricordo dei traumi che continua a subir Evelyn, disvelano i cocenti
problemi dell’immigrazione e del conseguente razzismo americano.
Nell’impossibilità, anche solo mentale, di tornare in Cile, emergono i problemi
della storia cilena, dal golpe in poi, attraverso tutti quegli eponimi che
hanno segnato la nostra giovinezza: la contestazione, le canzoni degli Inti
Illimani, i ritratti e le canzoni del Che.
E
sono questi rivoli che poi rimandano agli altri testi della scrittrice.
L’elaborazione del lutto di Lucìa collegato alla morte della figlia Paula. Il
tema dell’esilio, con Lucìa che fugge in Canada e Isabel in Venezuela. Ma
soprattutto la rinascita ed il ritrovamento dell’amore: attraverso il dolore,
verso l’amore, rinasce e si ravviva la speranza. Il tutto incastonato tra la
frase in ex ergo e la stessa ripetuta da Richard a Lucìa: “Au milieu de
l’hiver, j’apprenais enfin qu’il y avait en moi un été invincible.” [trad. In
pieno inverno, ho finalmente scoperto che dentro di me c’era un’estate
invincibile.]
Questa
è realmente una frase di Camus, tratta dal suo libro del 1952 “Retour à
Tipasa”. Tutto il resto della costruzione di una poesia del francese,
intitolata “L’estate invincibile” è invece solo frutto di elaborazioni apocrife
del web.
Comunque
una scrittura leggibile di Isabel Allende, anche se non ha fatto breccia nel
mio cuore, come altre volte.
“Come
pensi che sarà la tua vecchiaia? … Ci sono già in pieno… No, no, ti mancano
almeno dieci anni… Spero di non vivere troppo a lungo, sarebbe una disgrazia.
L’ideale per me sarebbe morire in perfetta salute, diciamo intorno ai
settantacinque anni, quando il corpo e la mente funzionano ancora a dovere.”
(66)
Ad
una trama monoautorale, chiosiamo con una revisione di citazioni anch’essa
monadica. Ci occupiamo di Valerio
Varesi.
Ne “Il fiume delle nebbie” si parla di accettazione della vecchiaia:
“Invecchiando
tendeva ad assomigliare sempre più a suo padre e il ricordo lo intenerì.” (95)
“Si
era sentito sollevato di poter dormire in solitudine assecondando le sue
cadenze rituali.” (145)
Ne “L’affittacamere” si pensa a come si è vissuta la vita:
“Quel
che facciamo da un certo punto in poi della vita è cercare di riempire il vuoto
che ci si para davanti. Per questo progettiamo, ci poniamo dei traguardi,
corriamo per raggiungerli. Ma nelle pause, ci tormenta, implacabile, la
convinzione che tutto ciò non serva a nulla.” (54)
“Non
puoi cambiare ciò che è già accaduto, quindi è inutile che ci pensi. Se facessi
lo scrittore potresti cancellare una pagina e riscriverla, ma nella vita non si
può mai tornare indietro.” (89)
Infine,
ne “Le ombre di Montelupo”, Valerio mi parla dei miei viaggi:
“Nella
mezza età … piace tornare da dove si è partiti se da giovani si è andati per il
mondo.” (36)
Poco si riesce a ragionare in questa calda estate, tanto che viene voglia di chiudere tutto e partire per il nord, sperando che rinfreschi. Fresco che non si è trovato neanche andando nell’altro emisfero. Ci resta solo di sperare che tra montagne e campagne i prossimi mesi ci riservino qualche sollievo. Comunque, benché si caldo, vi coinvolgo in un veloce grande abbraccio.
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