domenica 12 luglio 2026

Continua un'estate gialla - 12 leuglio 2026

Anche sui gialli stranieri non è che siamo a zero, d’altra parte estate è relax, dovunque voi vogliate. Ma soprattutto, sempre, leggendo qualcosa. Qui abbiamo un classico giapponese imperdibile di Matsumoto Seicho, ed un giallo di quasi venti anni fa di Guillaume Musso, da leggere anche se non proprio al top. In coda un giallo d’annata e mal riuscito di John Grisham e l’ultimo libro proprio di Musso, che mi ha profondamente deluso.

Guillaume Musso “Quando si ama non scende mai la notte” Rizzoli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 22/04/2026 – T: 23/04/2026] - &&& --- 

[tit. or.: Parce que je t’aime; ling. or.: francese; pagine: 260; anno 2007]

Recupero di un Musso di quasi vent’anni fa sempre grazie ai lasciti di zia. Che comincia subito con due note verso il negativo (lo so, bisognerebbe prima parlare bene, poi criticare, ma oggi va così).

La prima riguarda il titolo, dove da una affermazione forte e ben diretto (tutto quanto può succedere, ma io vado avanti “perché ti amo”) ad una affermazione un po’ anodino, laddove la notte viene intesa come “il buio dell’anima”. Un po’ forzato, credo.

La seconda è un errore che un traduttore ed un editore non dovrebbe commettere. A pagina 29, in ex ergo ad un capitolo si cita “La bambina che sognava un fusto di benzina e un fiammifero – Titolo di un romanzo di Stieg Larsson”. Ora, poiché Stieg è uno dei miei autori cult, mi suonava un po’ strano un romanzo che non conoscevo. Andando a scavare nelle info in rete, alla fine scopro che in Francia il secondo volume della saga Millenium esce con il titolo “La Fille qui rêvait d'un bidon d'essence et d'une allumette”, come sopra tradotto in italiano. Peccato però che in Italia il volume sia uscito con il titolo “La ragazza che giocava con il fuoco”. Un po’ di attenzione ai lettori avrebbe evitato un riferimento incomprensibile.

La storia, come tutte le storie di Musso, è poi ben costruita, si incastra, tiene con il fiato sospeso (abbastanza), viene voglia di leggere la pagina dopo (molto vero). Peccato alcuni scivoloni in modalità “fidati di me”, che non mi portano ad un giudizio alto come potrebbe meritare (a parte i meno dovuti alle considerazioni di cui sopra).

Come ci immaginiamo, il racconto è tutto un intreccio che coinvolge i pochi attori presenti sulla scena. Ci sono Nicole, Mark, Layla, Connor, Evie ed Alyson. Sono loro che seguiamo in una delicata trama che partendo da posizioni che sembrano distanti, alla fine li coinvolge tutti.

Facendo ammenda di non passare per i flashback, abbiamo Mark e Connor che vivono nei bassifondi di Chicago. Intelligenti, ma con poche speranze di uscirne fuori, di trovare il modo di andare all’Università. Anche perché Connor (per motivi che andrete a leggere) subisce un assalto da parte di due spacciatori che lo riduce in fin di vita. Con diversi aiuti si salva, per un incastro che non vi dico poi, si ritroverà in mano una grossa somma di denaro, con la quale lui e Mark si trasferiranno a New York a studiare.

Studiano, diventano psicologi ed aprono uno studio insieme. Connor scrive libri sulla sua esperienza e sulle sue conseguenze (soprattutto uno che si intitola “Sopravvivere”). Mark invece incontra una bellissima violinista Nicole. Amore a prima vista, con conseguente nascita di una bella bambina Layla. Tutto procede alla grande, finché, quando Layla ha cinque anni scompare in un centro commerciale in un giorno di pioggia.

Tutti la cercano, nessuno la trova, tuti si fermano ma Mark no. Abbandona tutto e tutti, non riesce a vivere con questo dolore, e si rifugia nell’alcool ed in una vita da homeless. Tutto questo finirebbe nel nulla se in un giorno di pioggia, cinque anni dopo, nei pressi del Natale non avenissero una serie di casualità che portano ad ingarbugliare tutto.

Nicole, all’uscita di un concerto, viene assalita da un balordo ma viene salvata da un ubriacone, che guarda caso è proprio Mark, che dopo il salvataggio sviene e lei lo riporta a casa. Da dove chiama Connor che sta in macchina e mentre cerca di rispondere al telefono, una ragazzina, Evie, cerca di derubarlo. Ma Connor la ferma e cerca di capirne la storia (ragazza sola e senza soldi a New York, come mai?). E durante questo colloquio viene chiamato dalla polizia per tirare fuori dai guai una sua forse paziente forse conoscente forse altro, Alyson.

Scopriremo poi che Alyson è una ragazza ricchissima e drogata che sta andando alla deriva da cinque anni oppressa da chi sa quali sensi di colpa. Così come scopriremo che Evie cerca una vendetta che la risollevi dall’abisso in cui è caduta in seguito alla morte della madre, che forse si poteva evitare, o forse no.

Non vi dico come, ma Musso imbastisce uno stratagemma geniale per far sì che tutte queste vicende di vita si coagulino in un posto solo. Una casa, una stanza, un aereo, un aeroporto, un cervello. O forse molto altro. L’idea è senz’altro interessante, anche se portata all’estreme conseguenze deve far sì che il lettore conceda all’autore una forte sospensione di realtà. Prima che tutto scorra, che tutto arrivi a conclusione. Tutto perché c’è l’amore. Mentre lascerei da parte la notte, ed anche tutta la massa di citazioni e rimandi che appesantiscono il testo.

Un piccolo elemento personale in finale. Ad un certo punto molti personaggi si ritrovano in un punto bar che si chiama “Floridita”, che ovviamente richiama a tutti il bar ristorante di Hemingway a Cuba. Ma che a me ricorda anche altro, e penso qualcuno lo capirà.

“Perdonare non vuol dire dimenticare, e nemmeno giustificare o assolvere.” (196)

Guillaume Musso “Il crimine del paradiso” La Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 07/04/2026 – I: 27/04/2026 – T: 30/04/2026] - & 

[tit. or.: Le crime du Paradis; ling. or.: francese; pagine: 423; anno 2026]

E’ un peccato che il quindicesimo libro di Musso (dei ventidue che ha scritto)  che entra nelle mie letture sia anche quello meno riuscito del generalmente interessante ed a me gradito romanziere. Non perché la scrittura non sia coinvolgente, ed al solito con la forza di accompagnarci pagina dopo pagina, che si vuole capire il mistero e trovarne una soluzione.

Questa volta, mi è parso che abbia voluto mescolare troppo le carte, inserendo momenti e citazioni prese da libri e dalla vita, che alla fine servono solo a farne una dotta glossa della fine degli anni Trenta in Costa Azzurra. E non è neanche perché non ami questo genere di cose, queste finzioni sopra finzioni. Ma trattando una materia di certo complessa e con alcuni risvolti enigmatici, la finzione di Musso avrebbe potuto riscattare il tutto proponendo soluzioni alternativi e/o univoche. La serie di sottofinali a catena, tutti un po’ lasciati a loro stessi, lascia (scusate la ripetizione) il lettore con il dubbio che l’autore stesso non abbia voluto portare fino in fondo la traccia dei suoi ragionamenti.

Rovesciamo allora i canoni, e diciamo subito i numi dell’operazione “Paradiso”. Vedrete che tutta la vicenda si svolge in Costa Azzura, ed in particolare a Cap d’Antibes, che negli anni del romanzo (ma anche dopo e tutt’ora)  è di certo un rifugio per ricchi americani ed intellettuali e artisti di tutto il mondo. Così, la figura dei due americani che là si trasferiscono per dar vita ad un circolo di bel mondo, non possono che rimandarci Sara e Gerald Murphy (coppia realmente esistita) ed alla loro trasposizione letteraria descritta nel bellissimo libro di Francis Scott Fitzgerald “Tenera è la notte”.

Non solo, la villa in cui vivono i due ricchi americani è una rivisitazione di una delle più belle ville di Cap, quella battezzata “E-1027”, e realizzata dalla designer irlandese Eileen Grey e dall’architetto rumeno Jean Badovici. Se l’avete vista (è stata riaperta credo una decina di anni fa) non vi farà meraviglia sapere che i due erano amici di Le Courbousier (che morì affogato poco lontano della villa stessa). Inciso: divertente è la genesi del nome della villa, composto da lettere e numeri derivanti dai due autori. E per Eileen, 10 come decima lettera dell’alfabeto (Jean), 2 per la seconda (Badovici) e 7 per la settima (Green).

Così come, il rapimento del piccolo Oscar adombra quello reale avvenuto alcuni anni dopo in America, di Charles Lindbergh jr., che credo tutti conoscono. Ma che si mescola con la sua rilettura fantastica operata nel capolavoro di Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express”. Inciso: se avete modo, provate a vederne le due trasposizioni cinematografiche, quella del ’74 con Sean Connery e quella del 2017 di Kenneth Branagh.

Allora, anche qui si comincia con un rapimento, appunto del piccolo Oscar Livingstone. Operazione strana e misteriosa, che mette nel panico tutto il mondo che ruota intorno alla villa: Florence e Julian Livingstone, i genitori, Lucie Chevalier, la tata, Harold Cooper, amico e magnate costretto per un incidente su di una sedia a rotelle, Angelo Bartoletti, il giardiniere.

Delle indagini viene incaricato l’unico gendarme di zona, Jacques Lèques, bravo certo ma ancora traumatizzato dalla guerra finita “solo” dieci anni prima. Per questo, ad un certo punto, verrà affiancato da Charles Langlois, un ex-delinquente che, passata la sponda si rivela il vero cane da caccia della vicenda. Il tutto coronato dalla presenza di Agatha Harding, una scrittrice (con quel nome …) che avrà successo pubblicando un libro su questa vicenda.

Una vicenda che, con il passare delle pagine, scopriamo intricata e tentacolare. Intanto, si collega con la morte, avvenuta sempre a Cap, ma dieci anni prima di tal Nelly Rickman, infermiera di stanza a Cap, di bella presenza e di variegate frequentazioni. Una morte che probabilmente, ma non sappiamo ancora in che modo, coinvolge Livingstone e Cooper. Ma che di sicuro interessa il giardiniere Angelo visto che il padre Salvatore viene accusato della morte di Nelly e, deportato, muore in prigione.

Dimenticavo, o forse tralasciavo, nella villa oltre ai sopracitati ci sono un congruo numero di invitati che servono a Musso per allungare il brodo. Brodo che risulta un po’ sciapo, visto che, agnizione dopo agnizione, si capiscono e si svelano tutti i meccanismi della vicenda, incluso il ritrovamento, vivo, di Oscar, nonché la morte, per omicidio o suicidio, di quasi tutti gli attori della vicenda.

Musso è poi di certo un mago dei travisamenti finali. Dopo che abbiamo chiuso la vicenda con (quasi) tutte le risposte, l’autore la riapre, insinuando dubbi che restano senza soluzione sui personaggi che risultano vivi al termine della sarabanda.

Nonostante, comunque, non mi sia piaciuto, devo riconoscere alcuni lodevoli sforzi di Musso. Tutta la figura di Lèques costruisce un enorme epitaffio contro la guerra. E di questi tempi non è poco. Inoltre, le figure dei Livingstone e dei Cooper ipostatizzano quegli americani (e non sono pochi) convinti che con i soldi si possa comprare il mondo. Poi, e qui mi permetto di associarmi ancora, c’è affetto per la Costa Azzura, amore per il cinema e soprattutto, il riconoscimento dell’importanza storica e sociale della letteratura poliziesca. Dove, tra l’altro, a pagina 94 ci regala “Le venti regole” di S. S. Van Dine. Grazie per tutto ciò, che c’è, anche se poteva esserci di più.

“Abbiamo una vita sola e non sappiamo cosa abbia in serbo per noi il futuro.” (348)

Matsumoto Seichō “Tokyo express” Adelphi s.p. (prestito della sig.ra Laura)

[A: 27/06/2026 – I: 29/06/2026 – T: 30/06/2026] - &&&&     

[tit. or.: 点と線 - Ten to Sen; ling. or.: giapponese; pagine: 175; anno 1958]

Di Matsumoto Seichō ho letto non molto tempo fa il bellissimo “La ragazza del Kyeshu”, scritto tre anni dopo questo che risulta essere il primo prodotto dell’autore interamente pubblicato. Seppur con qualche linea di gradimento in meno, questo “Tokyo express” è senza dubbio un prodotto di valore. Che certo sconta il passare del tempo e le differenze nello spazio. Ma è un giallo ben costruito, con un meccanismo di deduzioni a incastro senza dubbio di qualità.

Allora, cominciamo dal titolo. Intanto, nella prima edizione Mondadori di tanti anni fa veniva titolato come “La morte è in orario”; una indicazione dello stretto collegamento tra orario dei treni e vicenda nera, che tuttavia si allontana dall’originale. Dove neanche questa nuova traduzione si accosta, pur facendoci capire che sempre di treni stiamo parlando. E di treni che partono da Tokyo. L’originale, invece, parla di “Punti e linee”, intese con due accezioni diverse e complementari. Una, quasi enigmistica, laddove unendo appropriatamente punti e linee di un disegno alla fine risulta una figura come, forse, non capivamo all’inizio. Inoltre, poiché gran parte delle indagini riguardano collegamenti tra diversi posti, ecco che i posti (punti) toccati dalle comunicazioni (linee) permettono di capire lo svolgimento dei fatti.

Il giallo comincia con il ritrovamento di due corpi, un uomo ed una donna, morti per ingestione di un liquido al cianuro. I corpi si trovano nella baia di Hakata, vicino a Fukuoka, nel sud del Giappone (elemento importante). Sono Sayama Ken’ichi, vicecapo di un ministero al centro di un’indagine per corruzione e Otoki, una bellissima ragazza, cameriera in un locale della capitale. I due erano stati visti accidentalmente salire su di un treno insieme, da delle cameriere colleghe di Otoki e da Yasuda, un abile faccendiere giapponese, con le mani in molte paste.

Le indagini sono iniziate da un investigatore locale, Torigai Jūtarō. Uno di vecchio stampo già all’epoca, uno stanco ma di pronto intelletto che nota subito un dettaglio: il morto ha uno scontrino del vagone ristorante per un pasto singolo. Dove ha mangiato allora Otoki? Non sembra esserci spazio per molto altro in questo “suicidio d’amore”, ma …

Torigai oltre ai dubbi non ha altro, invece viene in suo aiuto un collega di Tokyo, Mihara Kiichi che sta indagando sulle malversazioni ministeriali, per cui si interessa di Sayama. E nei confronti dialettici con Torigai comincia a farsi domande e ad iniziare lunghe indagini.

Perché Yasuda, molto amico di Otoki, non la invita a pranzo ed invita altre due cameriere? Perché Yasuda è molto in ansia per gli orari del pranzo? Com’è che è lui a notare Otoki e Sayama salire sul treno per il sud, che parte dal binario 15, stando lui e le sue amiche sul binario 13? Perché non ci sono treni sul binario 14? O ci sono?

Da tutta questa serie di domande Mihara comincia a pensare che ci sia del losco sotto, anche perché Yasuda è un faccendiere che potrebbe avere vantaggi dalla morte di Sayama. E Otoki? Intanto, comincia ad indagare su Yasuda, che ha un alibi di ferro: nelle vicinanze dell’ora della morte della coppia, avvenuta intorno a Fukuoka nel sud del Giappone, lui stava in Hokkaido, al nord del Giappone stesso. E nel 1958 non c’erano ancora gli Shinkansen.

Altri dubbi assalgono i nostri investigatori stante il fatto che Sayama era solo ad Hakata, aspettando (per sei giorni) una telefonata. Di chi? Otoki? Altri? E dov’era Otoki nel frattempo? Quando Sayama riceve una telefonata e si avvia con una donna verso la baia, perché impiega quattro minuti in più di quanto avrebbe dovuto? Ed è vero che Yasuda va spesso a trovare la moglie ricoverata a Kamakura? Mihara, per togliersi uno sfizio, segue anche questa pista, e trova Ryoko, la moglie, su di una sedia a rotelle, con l’unico svago, sembra, di scrivere racconti, a partire dalle località che trova su di un elenco ferroviario dimenticato dal marito.

Con tutta la pazienza di un Maigret giapponese, il buon Mihara smonta il castello di orari che sembrava impedire la presenza di Yasuda al sud. Soprattutto quando, ma noi lo si era pensato ed è forse il punto più debole del testo, si mette ad incrociare anche gli orari degli aerei. Come si era pensato che Yasuda ha organizzato il tutto (fosse lui l’assassino?) e come si era ipotizzato che Otoki fosse la sua amante.

Un bellissimo ultimo capitolo è occupato da una lunga lettera di Mihara a Torigai in cui il giovane spiega tutto lo spiegabile, con tutta una serie di particolari e di incastri che solo in Giappone è possibile ipotizzare e riuscire a praticare. Basare tutta la costruzione di un episodio “noir” sulla certezza che non ci potranno mai essere quattro minuti di ritardo in un treno è una considerazione che farebbe impallidire il nostro buon Salvini.

Con una considerazione a corollario: se vediamo due persone vicine e poi le vediamo vicine anche da morte il primo sospetto che viene in mente è una prossimità anche della loro vita. Ma sarà anche questo vero?

La grande abilità di Matsumoto è quella di riuscire a catturare l’attenzione del lettore senza nessun effetto speciale. Bastano tre cose: una bella idea, dei bei luoghi evocativi ed una penna che ce li sappia porgere con garbo. Ed il nostro autore riesce nelle due cose che dipendono da lui. Il Giappone è Giappone, a prescindere. Ma la penna di Matsumoto, imbastendo questo giallo incruento, ci da una fotografia del mondo del Sol Levante nel trentaduesimo anno dell’era Showa (cioè nel 1958).

Fotografia per fotografia, faccio un ultimo accenno: nelle copertine Adelphi, in tutte le diverse edizioni, compaiono delle bellissime foto. Sono opera di Werner Bischof, fotografo tedesco, e ritraggono Michiko Jinuma, una ventenne studentessa di moda (foto scattate nel 1951). Bellissime.

John Grisham “Il re dei torti” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/07/2026 – T: 04/07/2026] - & e ½ 

[tit. or.: The King of Torts; ling. or.: inglese; pagine: 340; anno 2003]

Non posso certo dire che John Grisham non sia uno degli autori più presenti nella mia biblioteca: possiedo ben ventitré titoli (e ne ho letti finora 21). Per questo, a valle di questa lettura di un suo libro assai datato, posso dire con cognizione di causa che non mi è piaciuto. Scontato l’andamento del testo: povertà, ricchezza, caduta con qualche (possibile) paracadute. Poco delineati i personaggi, sia i protagonisti che i comprimari. Senza particolare tensione la parte legale del tutto. In fondo, essendo il re del legal thriller, ci si aspetta di più. Unico e solo motivo d’interesse l’analisi delle “class action” americane e dei motivi che le sostengono.

Quindi, a parte le “class action”, la storia è abbastanza povera di sussulti. Conosciamo un giovane avvocato, Clay Carter, da cinque anni invischiato nel patrocinio gratuito, e da altrettanto tempo coinvolto in una storia con Rebecca Van Horst. Clay era destinato ad una brillante carriera, ma il padre fece bancarotta (salto particolari inutili) e lui si ritrova a fare il “povero” avvocato. Con l’aggravante che la famiglia Van Horst ostacola i suoi legami con Rebecca.

Trovandosi a difendere d’ufficio un omicida confesso, tal Tequila Watson, viene coinvolto in una serie di avvenimenti più grandi di lui. Un losco individuo (che alla fine si dilegua insalutato ospite), di nome Max, lo convince ad accettare una causa di un produttore di medicinali per la guarigione da tossicodipendenza, che in realtà, se cessati di essere somministrati, portano il soggetto ad avere e perseguire istanze omicidiarie. Cambiato il fronte, Clay comincia a maneggiare tanti, tanti soldi.

Apre un suo studio legale, prende come associati suoi amici, l'avvocato Paulette, l'assistente legale Rodney e l'esperto informatico Jonah. E viene convinto da Max ad accettare una nuova causa. Questa volta contro una ditta farmaceutica che produce un medicinale nominalmente per curare la prostata, ma che anch’esso porta effetti collaterali pesanti: tumori di diverso tipo, da leggeri e benigni a pesanti e mortali.

Anche qui, con l’aiuto di Max, vince facile. Ma l’aiuto di Max, come si dice, è “un’aiuto peloso”. Alla terza incursione nel mondo della farmaceutica, Max dà un consiglio molto a rischio (forse anche pilotato?), che induce Clay a puntare molto, dopo di che scompare (non a caso). Ma questa volta la competizione si fa dura, ed i rischi per la salute non sono acclarati. Tutto ruota su di un caso di punta che si svolge in Arizona: se vince il consumatore, Clay è in una botte di ferro, se perde, Clay è molto a rischio.

Per cercare di avere un paracadute, si imbarca in una caso di contorno, dove però fa scelte sbagliate, facendo perdere molti soldi ai suoi clienti. Che non perdono tempo e lo riempiono di botte.

Facile il redde rationem in ospedale. Clay convalescente apprende di aver perso anche la causa in Arizona. Ma vede anche che Rebecca, abbandonando le lusinghe genitoriali, torna da lui. Quindi ha uno scatto di coscienza: denuncia tutte le malversazioni fatte, dichiara bancarotta, e vola in Europa con Rebecca. Povero? Forse no, che i suoi soci, che lui ha fatto ricchi, forse gli faranno qualche lascito.

Chiaro, no? Si comincia con il povero avvocato, bravo ma sfortunato. Si prosegue con la vendita della propria coscienza, di modo che si sale nel rango dei ricchi, con Porsche di lusso e perché no, anche jet privati. Ma Mefistofele è in agguato, e lancia la sua vendetta nascosta, che non può che travolgere il giovane. Una volta a terra, ritrova miracolosamente la coscienza che aveva perso, e tutto finisce in gloria.

Dicevo, e ribadisco, le parti migliori e che danno qualche scossone verso qualcosa in più di un giudizio totalmente negativo, sono la descrizione dei meccanismi delle “class action” americane. Con gli avvocati-squalo sempre alla ricerca di possibili cause molti danneggiati. In questo modo, riescono (vincendo) ad avere una percentuale non piccolo del grande totale, il cui resto, suddiviso per gli alti numeri dei clienti, consente ai clienti stessi di avere risarcimenti molto contenuti. La descrizione sia degli avvocati dediti a queta pratica, sia del modo in cui vengono reclutati subdolamente i clienti è senz’altro la cosa più interessante. Che tra l’altro, a ben vedere, ci dà uno spaccato dell’America “dall’interno”, che ci rende coscienti come, da lì a pochi anni, questi squali escano dalla giurisprudenza per andare alla conquista del potere politico.

Ma non voglio aggiungere altro, che già si comprende. Peccato per il resto del romanzo che fa torto solo al lettore che si aspettava qualcosa in più.

Gialli stranieri? Ed allora qualche pensiero italiano. Cominciando da Roberto Alajmo con “L’arte di annacarsi”, dove sottolineerei diecimila volte la frase sulla tolleranza, e manderei un pensiero affettuoso alla freddura di Marcel Duchamp:

“Per riuscire efficacemente a spremersi un brufolo, bisogna prima procurarsi uno specchio e avere il coraggio di guardarci dentro.” (16)

“La tolleranza ... non rappresenta un traguardo soddisfacente. Si tollera qualcuno perché non se ne può fare a meno, e in ogni caso con una riserva mentale.” (45) (tolleranza vs. rispetto)

“I matti sono un monito ai sedicenti normali … basta poco per scivolare dall’altra parte della razionalità.” (165)

“Dell’essenziale ci manca tutto, del superfluo non ci facciamo mancare nulla.” (187)

“Alla morte non c’è rimedio, ed esiste solo a posteriori. Come faceva notare Marcel Duchamp, a morire sono sempre gli altri.” (197)

“La siesta … è la difesa dell’uomo contro il tempo … è il frigorifero dell’anima. Lavorare con trenta, quaranta gradi è qualcosa di controindicato, che qualsiasi persona dotata di intelligenza cercherà di evitare in ogni modo possibile.” (250) [questa è per la torrida estate 2026]

E terminando con “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi:

“Se uno scrive, allora per forza deve fare delle robe strane” (129)

“”La vita degli adulti è questa, si dicono cose che non si pensano, se ne promettono altre che non manterremo, e questo funziona perché è un gioco chiaro a chi parla e a chi ascolta, è un tacito accordo per potersi dire addio e far finta che sia un arrivederci.” (130) [fondamentale]

Finisco rimandando all’ultima frase di Alajmo, ed al pensiero che è praticamente impossibile dedicarsi a qualcosa che non sia vegetare. Ricordo con affetto allora il gioco inventato dalla mia amica Nicoletta “Dromy” quasi venticinque anni fa, nel deserto marocchino. Si chiamava appunto “vegeto” e vinceva chi resisteva più tempo senza fare nulla (e c0erano 42° …). A lei e a tutti voi allora mando un sentito anche se lontano abbraccio.

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