Anche sui gialli stranieri non è che siamo a zero, d’altra parte estate è relax, dovunque voi vogliate. Ma soprattutto, sempre, leggendo qualcosa. Qui abbiamo un classico giapponese imperdibile di Matsumoto Seicho, ed un giallo di quasi venti anni fa di Guillaume Musso, da leggere anche se non proprio al top. In coda un giallo d’annata e mal riuscito di John Grisham e l’ultimo libro proprio di Musso, che mi ha profondamente deluso.
Guillaume Musso “Quando si ama non scende mai la notte” Rizzoli s.p. (lasciato
in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 22/04/2026 – T: 23/04/2026] - &&& ---
[tit. or.: Parce
que je t’aime; ling. or.: francese; pagine: 260; anno 2007]
Recupero
di un Musso di quasi vent’anni fa sempre grazie ai lasciti di zia. Che comincia
subito con due note verso il negativo (lo so, bisognerebbe prima parlare bene,
poi criticare, ma oggi va così).
La
prima riguarda il titolo, dove da una affermazione forte e ben diretto (tutto
quanto può succedere, ma io vado avanti “perché ti amo”) ad una affermazione un
po’ anodino, laddove la notte viene intesa come “il buio dell’anima”. Un po’
forzato, credo.
La
seconda è un errore che un traduttore ed un editore non dovrebbe commettere. A
pagina 29, in ex ergo ad un capitolo si cita “La bambina che sognava un fusto
di benzina e un fiammifero – Titolo di un romanzo di Stieg Larsson”. Ora,
poiché Stieg è uno dei miei autori cult, mi suonava un po’ strano un romanzo
che non conoscevo. Andando a scavare nelle info in rete, alla fine scopro che
in Francia il secondo volume della saga Millenium esce con il titolo “La Fille
qui rêvait d'un bidon d'essence et d'une allumette”, come sopra tradotto in
italiano. Peccato però che in Italia il volume sia uscito con il titolo “La
ragazza che giocava con il fuoco”. Un po’ di attenzione ai lettori avrebbe
evitato un riferimento incomprensibile.
La
storia, come tutte le storie di Musso, è poi ben costruita, si incastra, tiene
con il fiato sospeso (abbastanza), viene voglia di leggere la pagina dopo
(molto vero). Peccato alcuni scivoloni in modalità “fidati di me”, che non mi
portano ad un giudizio alto come potrebbe meritare (a parte i meno dovuti alle
considerazioni di cui sopra).
Come
ci immaginiamo, il racconto è tutto un intreccio che coinvolge i pochi attori
presenti sulla scena. Ci sono Nicole, Mark, Layla, Connor, Evie ed Alyson. Sono
loro che seguiamo in una delicata trama che partendo da posizioni che sembrano
distanti, alla fine li coinvolge tutti.
Facendo
ammenda di non passare per i flashback, abbiamo Mark e Connor che vivono nei
bassifondi di Chicago. Intelligenti, ma con poche speranze di uscirne fuori, di
trovare il modo di andare all’Università. Anche perché Connor (per motivi che
andrete a leggere) subisce un assalto da parte di due spacciatori che lo riduce
in fin di vita. Con diversi aiuti si salva, per un incastro che non vi dico
poi, si ritroverà in mano una grossa somma di denaro, con la quale lui e Mark
si trasferiranno a New York a studiare.
Studiano,
diventano psicologi ed aprono uno studio insieme. Connor scrive libri sulla sua
esperienza e sulle sue conseguenze (soprattutto uno che si intitola
“Sopravvivere”). Mark invece incontra una bellissima violinista Nicole. Amore a
prima vista, con conseguente nascita di una bella bambina Layla. Tutto procede
alla grande, finché, quando Layla ha cinque anni scompare in un centro
commerciale in un giorno di pioggia.
Tutti
la cercano, nessuno la trova, tuti si fermano ma Mark no. Abbandona tutto e
tutti, non riesce a vivere con questo dolore, e si rifugia nell’alcool ed in
una vita da homeless. Tutto questo finirebbe nel nulla se in un giorno di
pioggia, cinque anni dopo, nei pressi del Natale non avenissero una serie di
casualità che portano ad ingarbugliare tutto.
Nicole,
all’uscita di un concerto, viene assalita da un balordo ma viene salvata da un
ubriacone, che guarda caso è proprio Mark, che dopo il salvataggio sviene e lei
lo riporta a casa. Da dove chiama Connor che sta in macchina e mentre cerca di
rispondere al telefono, una ragazzina, Evie, cerca di derubarlo. Ma Connor la
ferma e cerca di capirne la storia (ragazza sola e senza soldi a New York, come
mai?). E durante questo colloquio viene chiamato dalla polizia per tirare fuori
dai guai una sua forse paziente forse conoscente forse altro, Alyson.
Scopriremo
poi che Alyson è una ragazza ricchissima e drogata che sta andando alla deriva
da cinque anni oppressa da chi sa quali sensi di colpa. Così come scopriremo
che Evie cerca una vendetta che la risollevi dall’abisso in cui è caduta in
seguito alla morte della madre, che forse si poteva evitare, o forse no.
Non
vi dico come, ma Musso imbastisce uno stratagemma geniale per far sì che tutte
queste vicende di vita si coagulino in un posto solo. Una casa, una stanza, un
aereo, un aeroporto, un cervello. O forse molto altro. L’idea è senz’altro
interessante, anche se portata all’estreme conseguenze deve far sì che il
lettore conceda all’autore una forte sospensione di realtà. Prima che tutto
scorra, che tutto arrivi a conclusione. Tutto perché c’è l’amore. Mentre
lascerei da parte la notte, ed anche tutta la massa di citazioni e rimandi che
appesantiscono il testo.
Un
piccolo elemento personale in finale. Ad un certo punto molti personaggi si
ritrovano in un punto bar che si chiama “Floridita”, che ovviamente richiama a
tutti il bar ristorante di Hemingway a Cuba. Ma che a me ricorda anche altro, e
penso qualcuno lo capirà.
“Perdonare
non vuol dire dimenticare, e nemmeno giustificare o assolvere.” (196)
Guillaume Musso “Il crimine del paradiso” La
Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)
[A: 07/04/2026 – I: 27/04/2026 – T: 30/04/2026] - &
[tit. or.: Le
crime du Paradis; ling. or.: francese; pagine: 423; anno 2026]
E’
un peccato che il quindicesimo libro di Musso (dei ventidue che ha
scritto) che entra nelle mie letture sia
anche quello meno riuscito del generalmente interessante ed a me gradito
romanziere. Non perché la scrittura non sia coinvolgente, ed al solito con la
forza di accompagnarci pagina dopo pagina, che si vuole capire il mistero e
trovarne una soluzione.
Questa
volta, mi è parso che abbia voluto mescolare troppo le carte, inserendo momenti
e citazioni prese da libri e dalla vita, che alla fine servono solo a farne una
dotta glossa della fine degli anni Trenta in Costa Azzurra. E non è neanche
perché non ami questo genere di cose, queste finzioni sopra finzioni. Ma
trattando una materia di certo complessa e con alcuni risvolti enigmatici, la
finzione di Musso avrebbe potuto riscattare il tutto proponendo soluzioni
alternativi e/o univoche. La serie di sottofinali a catena, tutti un po’
lasciati a loro stessi, lascia (scusate la ripetizione) il lettore con il
dubbio che l’autore stesso non abbia voluto portare fino in fondo la traccia
dei suoi ragionamenti.
Rovesciamo
allora i canoni, e diciamo subito i numi dell’operazione “Paradiso”. Vedrete
che tutta la vicenda si svolge in Costa Azzura, ed in particolare a Cap
d’Antibes, che negli anni del romanzo (ma anche dopo e tutt’ora) è di certo un rifugio per ricchi americani ed
intellettuali e artisti di tutto il mondo. Così, la figura dei due americani
che là si trasferiscono per dar vita ad un circolo di bel mondo, non possono
che rimandarci Sara e Gerald Murphy (coppia realmente esistita) ed alla loro
trasposizione letteraria descritta nel bellissimo libro di Francis Scott
Fitzgerald “Tenera è la notte”.
Non
solo, la villa in cui vivono i due ricchi americani è una rivisitazione di una
delle più belle ville di Cap, quella battezzata “E-1027”, e realizzata dalla
designer irlandese Eileen Grey e dall’architetto rumeno Jean Badovici. Se
l’avete vista (è stata riaperta credo una decina di anni fa) non vi farà
meraviglia sapere che i due erano amici di Le Courbousier (che morì affogato
poco lontano della villa stessa). Inciso: divertente è la genesi del nome della
villa, composto da lettere e numeri derivanti dai due autori. E per Eileen, 10
come decima lettera dell’alfabeto (Jean), 2 per la seconda (Badovici) e 7 per
la settima (Green).
Così
come, il rapimento del piccolo Oscar adombra quello reale avvenuto alcuni anni
dopo in America, di Charles Lindbergh jr., che credo tutti conoscono. Ma che si
mescola con la sua rilettura fantastica operata nel capolavoro di Agatha
Christie “Assassinio sull’Orient Express”. Inciso: se avete modo, provate a
vederne le due trasposizioni cinematografiche, quella del ’74 con Sean Connery
e quella del 2017 di Kenneth Branagh.
Allora,
anche qui si comincia con un rapimento, appunto del piccolo Oscar Livingstone.
Operazione strana e misteriosa, che mette nel panico tutto il mondo che ruota
intorno alla villa: Florence e Julian Livingstone, i genitori, Lucie Chevalier,
la tata, Harold Cooper, amico e magnate costretto per un incidente su di una
sedia a rotelle, Angelo Bartoletti, il giardiniere.
Delle
indagini viene incaricato l’unico gendarme di zona, Jacques Lèques, bravo certo
ma ancora traumatizzato dalla guerra finita “solo” dieci anni prima. Per
questo, ad un certo punto, verrà affiancato da Charles Langlois, un
ex-delinquente che, passata la sponda si rivela il vero cane da caccia della
vicenda. Il tutto coronato dalla presenza di Agatha Harding, una scrittrice
(con quel nome …) che avrà successo pubblicando un libro su questa vicenda.
Una
vicenda che, con il passare delle pagine, scopriamo intricata e tentacolare.
Intanto, si collega con la morte, avvenuta sempre a Cap, ma dieci anni prima di
tal Nelly Rickman, infermiera di stanza a Cap, di bella presenza e di variegate
frequentazioni. Una morte che probabilmente, ma non sappiamo ancora in che
modo, coinvolge Livingstone e Cooper. Ma che di sicuro interessa il giardiniere
Angelo visto che il padre Salvatore viene accusato della morte di Nelly e,
deportato, muore in prigione.
Dimenticavo,
o forse tralasciavo, nella villa oltre ai sopracitati ci sono un congruo numero
di invitati che servono a Musso per allungare il brodo. Brodo che risulta un
po’ sciapo, visto che, agnizione dopo agnizione, si capiscono e si svelano
tutti i meccanismi della vicenda, incluso il ritrovamento, vivo, di Oscar,
nonché la morte, per omicidio o suicidio, di quasi tutti gli attori della
vicenda.
Musso
è poi di certo un mago dei travisamenti finali. Dopo che abbiamo chiuso la
vicenda con (quasi) tutte le risposte, l’autore la riapre, insinuando dubbi che
restano senza soluzione sui personaggi che risultano vivi al termine della
sarabanda.
Nonostante,
comunque, non mi sia piaciuto, devo riconoscere alcuni lodevoli sforzi di
Musso. Tutta la figura di Lèques costruisce un enorme epitaffio contro la
guerra. E di questi tempi non è poco. Inoltre, le figure dei Livingstone e dei
Cooper ipostatizzano quegli americani (e non sono pochi) convinti che con i
soldi si possa comprare il mondo. Poi, e qui mi permetto di associarmi ancora,
c’è affetto per la Costa Azzura, amore per il cinema e soprattutto, il
riconoscimento dell’importanza storica e sociale della letteratura poliziesca.
Dove, tra l’altro, a pagina 94 ci regala “Le venti regole” di S. S. Van Dine.
Grazie per tutto ciò, che c’è, anche se poteva esserci di più.
“Abbiamo
una vita sola e non sappiamo cosa abbia in serbo per noi il futuro.” (348)
Matsumoto Seichō “Tokyo express” Adelphi
s.p. (prestito della sig.ra Laura)
[A: 27/06/2026 – I: 29/06/2026 – T: 30/06/2026] - &&&&
[tit. or.: 点と線 - Ten to Sen; ling. or.: giapponese; pagine: 175; anno 1958]
Di
Matsumoto Seichō ho letto non molto tempo fa il bellissimo “La ragazza del
Kyeshu”, scritto tre anni dopo questo che risulta essere il primo prodotto
dell’autore interamente pubblicato. Seppur con qualche linea di gradimento in
meno, questo “Tokyo express” è senza dubbio un prodotto di valore. Che certo
sconta il passare del tempo e le differenze nello spazio. Ma è un giallo ben
costruito, con un meccanismo di deduzioni a incastro senza dubbio di qualità.
Allora,
cominciamo dal titolo. Intanto, nella prima edizione Mondadori di tanti anni fa
veniva titolato come “La morte è in orario”; una indicazione dello stretto
collegamento tra orario dei treni e vicenda nera, che tuttavia si allontana
dall’originale. Dove neanche questa nuova traduzione si accosta, pur facendoci
capire che sempre di treni stiamo parlando. E di treni che partono da Tokyo.
L’originale, invece, parla di “Punti e linee”, intese con due accezioni diverse
e complementari. Una, quasi enigmistica, laddove unendo appropriatamente punti
e linee di un disegno alla fine risulta una figura come, forse, non capivamo
all’inizio. Inoltre, poiché gran parte delle indagini riguardano collegamenti
tra diversi posti, ecco che i posti (punti) toccati dalle comunicazioni (linee)
permettono di capire lo svolgimento dei fatti.
Il
giallo comincia con il ritrovamento di due corpi, un uomo ed una donna, morti
per ingestione di un liquido al cianuro. I corpi si trovano nella baia di
Hakata, vicino a Fukuoka, nel sud del Giappone (elemento importante). Sono
Sayama Ken’ichi, vicecapo di un ministero al centro di un’indagine per
corruzione e Otoki, una bellissima ragazza, cameriera in un locale della
capitale. I due erano stati visti accidentalmente salire su di un treno
insieme, da delle cameriere colleghe di Otoki e da Yasuda, un abile faccendiere
giapponese, con le mani in molte paste.
Le
indagini sono iniziate da un investigatore locale, Torigai Jūtarō. Uno di
vecchio stampo già all’epoca, uno stanco ma di pronto intelletto che nota
subito un dettaglio: il morto ha uno scontrino del vagone ristorante per un
pasto singolo. Dove ha mangiato allora Otoki? Non sembra esserci spazio per
molto altro in questo “suicidio d’amore”, ma …
Torigai
oltre ai dubbi non ha altro, invece viene in suo aiuto un collega di Tokyo,
Mihara Kiichi che sta indagando sulle malversazioni ministeriali, per cui si
interessa di Sayama. E nei confronti dialettici con Torigai comincia a farsi
domande e ad iniziare lunghe indagini.
Perché
Yasuda, molto amico di Otoki, non la invita a pranzo ed invita altre due
cameriere? Perché Yasuda è molto in ansia per gli orari del pranzo? Com’è che è
lui a notare Otoki e Sayama salire sul treno per il sud, che parte dal binario
15, stando lui e le sue amiche sul binario 13? Perché non ci sono treni sul
binario 14? O ci sono?
Da
tutta questa serie di domande Mihara comincia a pensare che ci sia del losco
sotto, anche perché Yasuda è un faccendiere che potrebbe avere vantaggi dalla
morte di Sayama. E Otoki? Intanto, comincia ad indagare su Yasuda, che ha un
alibi di ferro: nelle vicinanze dell’ora della morte della coppia, avvenuta
intorno a Fukuoka nel sud del Giappone, lui stava in Hokkaido, al nord del
Giappone stesso. E nel 1958 non c’erano ancora gli Shinkansen.
Altri
dubbi assalgono i nostri investigatori stante il fatto che Sayama era solo ad
Hakata, aspettando (per sei giorni) una telefonata. Di chi? Otoki? Altri? E
dov’era Otoki nel frattempo? Quando Sayama riceve una telefonata e si avvia con
una donna verso la baia, perché impiega quattro minuti in più di quanto avrebbe
dovuto? Ed è vero che Yasuda va spesso a trovare la moglie ricoverata a
Kamakura? Mihara, per togliersi uno sfizio, segue anche questa pista, e trova
Ryoko, la moglie, su di una sedia a rotelle, con l’unico svago, sembra, di
scrivere racconti, a partire dalle località che trova su di un elenco
ferroviario dimenticato dal marito.
Con
tutta la pazienza di un Maigret giapponese, il buon Mihara smonta il castello
di orari che sembrava impedire la presenza di Yasuda al sud. Soprattutto
quando, ma noi lo si era pensato ed è forse il punto più debole del testo, si
mette ad incrociare anche gli orari degli aerei. Come si era pensato che Yasuda
ha organizzato il tutto (fosse lui l’assassino?) e come si era ipotizzato che
Otoki fosse la sua amante.
Un
bellissimo ultimo capitolo è occupato da una lunga lettera di Mihara a Torigai
in cui il giovane spiega tutto lo spiegabile, con tutta una serie di
particolari e di incastri che solo in Giappone è possibile ipotizzare e
riuscire a praticare. Basare tutta la costruzione di un episodio “noir” sulla
certezza che non ci potranno mai essere quattro minuti di ritardo in un treno è
una considerazione che farebbe impallidire il nostro buon Salvini.
Con
una considerazione a corollario: se vediamo due persone vicine e poi le vediamo
vicine anche da morte il primo sospetto che viene in mente è una prossimità
anche della loro vita. Ma sarà anche questo vero?
La
grande abilità di Matsumoto è quella di riuscire a catturare l’attenzione del
lettore senza nessun effetto speciale. Bastano tre cose: una bella idea, dei
bei luoghi evocativi ed una penna che ce li sappia porgere con garbo. Ed il
nostro autore riesce nelle due cose che dipendono da lui. Il Giappone è
Giappone, a prescindere. Ma la penna di Matsumoto, imbastendo questo giallo
incruento, ci da una fotografia del mondo del Sol Levante nel trentaduesimo
anno dell’era Showa (cioè nel 1958).
Fotografia
per fotografia, faccio un ultimo accenno: nelle copertine Adelphi, in tutte le
diverse edizioni, compaiono delle bellissime foto. Sono opera di Werner Bischof,
fotografo tedesco, e ritraggono Michiko Jinuma, una ventenne studentessa di
moda (foto scattate nel 1951). Bellissime.
John Grisham “Il re dei torti” Mondolibri s.p.
(lasciato in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 03/07/2026 – T: 04/07/2026] - & e ½
[tit. or.: The King of Torts; ling. or.: inglese; pagine: 340; anno 2003]
Quindi,
a parte le “class action”, la storia è abbastanza povera di sussulti.
Conosciamo un giovane avvocato, Clay Carter, da cinque anni invischiato nel
patrocinio gratuito, e da altrettanto tempo coinvolto in una storia con Rebecca
Van Horst. Clay era destinato ad una brillante carriera, ma il padre fece
bancarotta (salto particolari inutili) e lui si ritrova a fare il “povero”
avvocato. Con l’aggravante che la famiglia Van Horst ostacola i suoi legami con
Rebecca.
Trovandosi
a difendere d’ufficio un omicida confesso, tal Tequila Watson, viene coinvolto
in una serie di avvenimenti più grandi di lui. Un losco individuo (che alla
fine si dilegua insalutato ospite), di nome Max, lo convince ad accettare una
causa di un produttore di medicinali per la guarigione da tossicodipendenza,
che in realtà, se cessati di essere somministrati, portano il soggetto ad avere
e perseguire istanze omicidiarie. Cambiato il fronte, Clay comincia a
maneggiare tanti, tanti soldi.
Apre
un suo studio legale, prende come associati suoi amici, l'avvocato Paulette,
l'assistente legale Rodney e l'esperto informatico Jonah. E viene convinto da
Max ad accettare una nuova causa. Questa volta contro una ditta farmaceutica
che produce un medicinale nominalmente per curare la prostata, ma che anch’esso
porta effetti collaterali pesanti: tumori di diverso tipo, da leggeri e benigni
a pesanti e mortali.
Anche
qui, con l’aiuto di Max, vince facile. Ma l’aiuto di Max, come si dice, è
“un’aiuto peloso”. Alla terza incursione nel mondo della farmaceutica, Max dà
un consiglio molto a rischio (forse anche pilotato?), che induce Clay a puntare
molto, dopo di che scompare (non a caso). Ma questa volta la competizione si fa
dura, ed i rischi per la salute non sono acclarati. Tutto ruota su di un caso
di punta che si svolge in Arizona: se vince il consumatore, Clay è in una botte
di ferro, se perde, Clay è molto a rischio.
Per
cercare di avere un paracadute, si imbarca in una caso di contorno, dove però
fa scelte sbagliate, facendo perdere molti soldi ai suoi clienti. Che non
perdono tempo e lo riempiono di botte.
Facile
il redde rationem in ospedale. Clay convalescente apprende di aver perso anche
la causa in Arizona. Ma vede anche che Rebecca, abbandonando le lusinghe
genitoriali, torna da lui. Quindi ha uno scatto di coscienza: denuncia tutte le
malversazioni fatte, dichiara bancarotta, e vola in Europa con Rebecca. Povero?
Forse no, che i suoi soci, che lui ha fatto ricchi, forse gli faranno qualche
lascito.
Chiaro,
no? Si comincia con il povero avvocato, bravo ma sfortunato. Si prosegue con la
vendita della propria coscienza, di modo che si sale nel rango dei ricchi, con
Porsche di lusso e perché no, anche jet privati. Ma Mefistofele è in agguato, e
lancia la sua vendetta nascosta, che non può che travolgere il giovane. Una
volta a terra, ritrova miracolosamente la coscienza che aveva perso, e tutto
finisce in gloria.
Dicevo,
e ribadisco, le parti migliori e che danno qualche scossone verso qualcosa in
più di un giudizio totalmente negativo, sono la descrizione dei meccanismi
delle “class action” americane. Con gli avvocati-squalo sempre alla ricerca di
possibili cause molti danneggiati. In questo modo, riescono (vincendo) ad avere
una percentuale non piccolo del grande totale, il cui resto, suddiviso per gli
alti numeri dei clienti, consente ai clienti stessi di avere risarcimenti molto
contenuti. La descrizione sia degli avvocati dediti a queta pratica, sia del
modo in cui vengono reclutati subdolamente i clienti è senz’altro la cosa più
interessante. Che tra l’altro, a ben vedere, ci dà uno spaccato dell’America
“dall’interno”, che ci rende coscienti come, da lì a pochi anni, questi squali
escano dalla giurisprudenza per andare alla conquista del potere politico.
Ma
non voglio aggiungere altro, che già si comprende. Peccato per il resto del
romanzo che fa torto solo al lettore che si aspettava qualcosa in più.
Gialli stranieri? Ed allora qualche pensiero
italiano. Cominciando da Roberto
Alajmo con “L’arte di annacarsi”, dove sottolineerei diecimila volte la
frase sulla tolleranza, e manderei un pensiero affettuoso alla freddura di Marcel
Duchamp:
“Per
riuscire efficacemente a spremersi un brufolo, bisogna prima procurarsi uno
specchio e avere il coraggio di guardarci dentro.” (16)
“La
tolleranza ... non rappresenta un traguardo soddisfacente. Si tollera qualcuno
perché non se ne può fare a meno, e in ogni caso con una riserva mentale.” (45)
(tolleranza vs. rispetto)
“I
matti sono un monito ai sedicenti normali … basta poco per scivolare dall’altra
parte della razionalità.” (165)
“Dell’essenziale
ci manca tutto, del superfluo non ci facciamo mancare nulla.” (187)
“Alla
morte non c’è rimedio, ed esiste solo a posteriori. Come faceva notare Marcel
Duchamp, a morire sono sempre gli altri.” (197)
“La
siesta … è la difesa dell’uomo contro il tempo … è il frigorifero dell’anima.
Lavorare con trenta, quaranta gradi è qualcosa di controindicato, che qualsiasi
persona dotata di intelligenza cercherà di evitare in ogni modo possibile.”
(250) [questa è per la torrida estate 2026]
E terminando con “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi:
“Se
uno scrive, allora per forza deve fare delle robe strane” (129)
“”La
vita degli adulti è questa, si dicono cose che non si pensano, se ne promettono
altre che non manterremo, e questo funziona perché è un gioco chiaro a chi
parla e a chi ascolta, è un tacito accordo per potersi dire addio e far finta
che sia un arrivederci.” (130) [fondamentale]
Finisco rimandando all’ultima frase di Alajmo, ed al pensiero che è praticamente impossibile dedicarsi a qualcosa che non sia vegetare. Ricordo con affetto allora il gioco inventato dalla mia amica Nicoletta “Dromy” quasi venticinque anni fa, nel deserto marocchino. Si chiamava appunto “vegeto” e vinceva chi resisteva più tempo senza fare nulla (e c0erano 42° …). A lei e a tutti voi allora mando un sentito anche se lontano abbraccio.
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