Avendo accumulato una discreta dose di gialli italiani, cominciamo questo luglio infuocato con una prima dose. Ben rappresentata da una scrittura di Giampaolo Simi, che volendo si può trovare su Netflix ben interpretata da Maria Chiara Giannetta, e da una più che degna prova di Marina Bertanoni. Verso il basso la faticosa sufficienza di Alessandro Reali (dove continuano a non convincermi le storie di Sambuco & Dell’Oro) e la piena insufficienza dei pompieri di Ugo Moriano.
Alessandro Reali “Il fantasma di San Michele” Corriere Gazzetta II 11
euro 7,99
[A: 09/03/2026 – I: 28/03/2026 – T: 30/03/2026]
&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 141; anno:
2017]
Quarto libro in lettura di Alessandro Reali,
ma solo terzo per le storie dell’agenzia investigativa Sambuco – Dell’Oro,
coppia mal assortita ma efficace (come spesso accade nelle coppie dei
polizieschi). Terzo come lettura, ma sesto nella cronologia di scrittura. E
come gli altri dello scrittore pavese, con un giudizio da sufficienza raggiunta
a fatica.
Non posso dire che lo scrittore non si sappia
muovere tra le parole, pur continuando (a quanto ne so al momento) a fare il
chimico presso una grande industria. E che comunque, come spesso accade agli
scrittori della scuderia dei Fratelli Frilli, non si sappia muovere bene nei
suoi paesaggi. Nato vicino a Pavia, dove ora vive e lavora, in queste scritture
dedicate ai nostri due complementari attori, sempre a Pavia ci si muove. Tanto
che la loro agenzia è situata in Borgo Ticino.
E con discreta maestria, poi, riesce quanto
meno a renderci vivi e pulsanti i nostri due eroi, con tutto il loro complesso
retroterra. Gigi Smabuco nasce avvocato, iniziamo a conoscerlo sposato
discretamente sistemato. Anche se ben presto entriamo nel su mondo e scopriamo
la forte problematicità. La coppia ha avuto un figlio morto adolescente,
laddove la moglie non si è più ripresa, mentre Gigi va avanti senza troppe
aspettative. Lavora, e lavora bene. Solo l’incontro con una nuova donna sembra
scuoterlo dall’apatia generale. Si vedrà, se capita.
Il socio, Anselmo Dell’Oro detto Selmo, ha
invece la qualifica ufficiale di poliziotto privato, e nasce dalla strada con
un passato, non rinnegato da teppista. Ha l’ossessione delle donne, ne cerca e
ne sfrutta il più possibile. Come in questo caso in cui ha una lunga tresca con
la giornalista Anna Salimbene, che forse porterà a nuovi modi di esistere. O
forse no.
Ridetto poi che girare con Reali per Pavia e
dintorni e di certo un punto a favore delle scorribande testuali, rimane invece
la trama in sé. A volte troppo semplicistica, a volte inutilmente complicata.
Spesso, forse, con troppa voglia di dire, tanto che si arriva al finale magari
saltando qualche passo esplicativo. O forse anche, dicendo troppo, in anticipo,
così che l’astuto lettore di gialli capisce anzitempo dove si andrà a parare.
Fatte tutte le possibili premesse, il giallo
in sé si sviluppa in maniera assai complicata.
C’è una parte che risale alla Seconda guerra
mondiale, laddove tedeschi, prima occupanti poi in fuga nel nord Italia,
trafugano molti tesori d’arte. Aiutati da un locale, che non si perita non solo
di rubre, ma anche di denunciare chi potrebbe intralciare i suoi piani.
Una parte più recente, si svolge nel ’79,
sempre ingarbugliandosi nella compravendita di oggetti d’arte. Tutto si svolge
in un hotel di Nervi, dove si ritrovano compratori vari, venditori fraudolenti
(o di identità nascosta) nonché il bel tomo di cui sopra, ancora nella parte
del facilitatore. Parte che non sosterrà a lungo, in quanto verrà falciato in
un brumoso mattino mentre cercava di scappare, da un’auto che non si ferma.
Il presente, che è l’ossatura forte del
testo, ruota intorno alla morte di uno scultore Gianni Malatesta, tipo ombroso
ma, pare, di successo. Morte cui assistono tre seminaristi mattutini. Non vi
sto a dire tutti i vari passaggi della vicenda nera. Ma il Malatesta era stato
riconosciuto da una coppia di fratello e sorella che avevano qualche legame con
il morto del ’79.
Per rendere tutto ancor più complicato, poi,
i due vivono ancora in Liguria, nella mia cara Varazze, dove li stana Selmo,
rischiando però di rimanerci.
Sembra tutto lineare? Beh, in effetti non lo
è per nulla, perché poi entrano in gioco strozzini albanesi, prosseneti serbi,
ragazze minorenne violentate, lettere rimaste non lette fin dal ‘44 ed altro.
Certo, tutto con il filo conduttore della morte del Malatesta, e poi di altri
antiquari di cui non vi sto a narrare.
Certo, il titolo è molto “pavese”, che fa
riferimento al fatto che Malatesta pare ucciso da un’ombra (il fantasma)
davanti alla basilica di San Michele Maggiore, uno dei più interessanti capolavori
di stile romanico lombardo.
Nell’amalgama poi delle tre anime del testo,
per tornare all’analisi fuori della trama, rimane poco riuscita quella che
tratteggia temi della Resistenza e del periodo di guerra. In fondo, gli accenni
a quanto succede a Nervi nel ‘79 riesce meglio. Infine, poi, non posso che
rimarcare sempre, quando viene citata, la mia affezione per Varazze, da dove
ventenne negli anni Dieci dello scorso secolo, partì mia nonna alla conquista
di Roma ed alla fondazione della nostra grande famiglia.
Giampaolo Simi “Rosa elettrica” Corriere
Noir 15 euro 8,90
[A: 10/11/2022 – I: 09/04/2026 – T: 11/04/2026]
&&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 377; anno:
2007-2021]
Diciamo che ho letto qualcosa di Giampaolo Simi
in tempi pre-covid, quindi, capite bene, assai lontani anche nella memoria.
Motivo per cui mi sono affacciato su questa “Rosa elettrica” senza nessun
pensiero particolare, cercando solo di entrare nello spirito del testo. Che,
come vedete in alto, ha due date. Non perché ci siano voluti quindici anni per
scriverlo, ma solo perché il testo uscì nel ’07 per Einaudi. Per poi essere
ripreso e pubblicato per Sellerio nel ’21 con qualche modifica che, quindi, ne
rendono una seconda copia “originale”.
Caso inoltre vuole che ne abbia letto in
questo aprile dal tempo pazzo, laddove tra solo un mese di questo libro uscirà
una serie televisiva prodotta da Sky (che non credo vedrò), ma che di sicuro
seguirò qualche fotogramma, visto che è interpretato da un’attrice a me molto
cara, Maria Chiara Giannetta, indimenticata ed indimenticabile ipovedente in
“Blanca”.
Per tornare a Simi ed allo scritto, anche
qui, come avevo detto in altre letture del nostro, riecheggia una certa aria
“alla Scerbanenco”. Certo per l’omonimia delle iniziali (scherzo), ma di sicuro
per una capacità di creare atmosfere che contornano il romanzo, immergendo il
noir o il thriller nella quotidianità. E nel contempo tratteggiando i
personaggi senza farli diventare sempre e comunque super. Né supereroi, né
supercriminali.
Ultimo dato che attraversa questo ed altri
scritti di Simi è la facilità nell’uso dei dialoghi, che consentono di
imbastire le storie cucendone i passaggi addosso ai personaggi.
Qui, la scena è per la maggior parte del
tempo occupata da due personaggi. Innanzi tutto c’è Rosa, la protagonista
principe che ci narra la storia in prima persona e che seguiamo in tutti i
delicati passaggi del romanzo. Intanto gli rimane appiccicato il soprannome
“elettrica” che gli diede il fratello per quell’elettricità statica da sempre
avuta, unita a piccoli motivi infantili da leggere. Peccato che il fratello poi
scompaia dall’orizzonte e se ne percepiscono solo cenni.
Rosa studia filosofia, prepara una tesi su
Sant’Agostino, ma abbandona prima della laurea, fa il concorso in polizia, dove
entra in prima battuta alla stradale. È di pronta intelligenza, e subito di
facile carriera, tanto da passare alla Protezione Testimoni, pur se assai
giovane. Ed in questo ruolo gli viene affidata la protezioni di un diciottenne
pentito, Daniele Mastronero detto Cociss.
Che è il secondo personaggio. Nato e vissuto
in quartieri degradati, diventa ben presto uno spavaldo caporione, ed un
personaggio importante a soli diciotto anni. Messo in mezzo nella faida tra due
famiglie mafiose, decide di fare un passo di lato, di pentirsi, di entrare in
protezione. Ed è qui che comincia il rapporto di incontro-scontro con Rosa.
Il punto nodale è una resa dei conti con un
boss che provoca due morti innocenti. C’entra o non c’entra Cociss? Intanto lui
fa nomi e indirizzi, ci sono molti arresti. Ma arrivati ad un certo punto,
sembra che tutto si arresti. Anzi, sembra che tutti sappiano le mosse di
Cociss, cercando varie volte di ucciderlo, e lui salvandosi un po’ per fortuna
un po’ per Rosa. Così che Rosa decide di “ballare da sola”, facendo un patto
con Cociss: ti salvo ma tu mi porti dal boss dei boss.
Inizia così una parte strana, di viaggi
attraverso l’Europa, per Germania ed Inghilterra, dove un po’ i nostri due si
confrontano, veniamo a sapere i retroterra delle loro storie, quasi ci
affezioniamo anche a Cociss. Ma il giovane è un boss e Rosa non lo sa. Così che
fugge anche a Rosa, che inseguendolo, capisce molte cose che non vi dico. Una
però la posso dire: comprende di essere entrata in un ingranaggio più grande e
più forte di lei.
Dovrà essere punita dalle autorità per le sue
insubordinazioni, anche se alla fine potrà dare elementi utili ad altre e più
profonde indagini. E Cociss? Alla fine rimane un punto interrogativo tra
antipatia e simpatia, laddove rimarrà stritolato dagli ingranaggi messi in moto
molto più che la nostra Rosa.
Devo anche confessare che, come raramente
succede, Simi riesce ad entrare in sintonia con il suo personaggio femminile
come non succede spesso quando ne parla una autore maschile.
Insomma, la scrittura di Simi si conferma di
buon livello, dove, ribadisco, questo senso di solitudine nella propria vita,
di fatica per ottenere quello di cui si dovrebbe essere omaggiati ed altre
sensazioni riportano a quelle atmosfere alla Scerbanenco. E poiché abbiamo non
poche altre scritture del nostro vedremo se e come confermerà queste sensazioni.
Ugo
Moriano “Il ricordo ti può uccidere” Corriere Gazzetta 52 euro 7,99
[A:
29/05/2024 – I: 24/05/2026 – T: 26/05/2026] & e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 237; anno: 2008]
Ugo Moriano
qui per me è alla sua prima prova narrativa, che, personalmente, ho trovato
leggermente ambiziosa. La volontà di fare un potente romanzo di collegamento
tra epoche e momenti storici diversi, con anche alla fine l’intento (giusto e
condivisibile) di tributare un doveroso omaggio ai Vigili del Fuoco, corpo nel
quale l’autore ricopre da anni un ruolo amministrativo.
Fortunatamente,
rispetto ad uno standard quasi imposto dai simpatici Fratelli Frilli editori,
qui abbiamo un giallo che si dipana nel tempo, ma non abbiamo intrecci
personali che ne possono fare deviare la trama. O che possono ipotizzare che ci
sia un successivo momento per un nuovo episodio. Certo, Moriano ha scritto
molti altri libri dopo questo, ma (a quanto mi risulta) non legati a questo
serialmente. E quindi prendiamo l’informazione, ma noi, per ora, lo ignoriamo.
Intanto,
quello che poteva essere un punto di forza (l’intreccio di varie vicende lungo
un’estesa parentesi temporale), diventa in realtà anche una debolezza, quando i
tre segmenti non vengono resi con egual forza. Inoltre, ma questa è una mia
paturnia personale, l’andare a zonzo nel tempo non sempre mi rende agevole e
gradevole la lettura.
Quindi,
separando i vari segmenti, cominciamo da quello più lontano, che si muove
intorno al 1376. Siamo nel pieno della diatriba tra papato e Francia, quella
che costrinse per un secolo i papi a risiedere in quel di Avignone. Poiché il
papa Gregorio XI, sotto la spinta di Santa Caterina, voleva il ritrono a Roma,
le insegne papali, nottetempo, vengono traslate da Avignone ed attraverso messi
vari dovrebbero arrivare a Roma. Dico dovrebbero che noi le incontriamo in un
monastero benedettino in Provenza, prese in carico da un simpatico monaco e da
questi, pur con enormi difficoltà, traslate verso l’Italia.
Quando
arriva in quel di Liguria il nostro si rende conto che la caccia datagli dai
messi imperiali del re di Francia, che all’epoca era Carlo V detto il Saggio,
stanno per avere ragione della sua fuga, trova un ingegnoso metodo per nasconderle.
Il monaco muore, ma le insegne rimangono nascoste.
La
storia fa un triplo salto mortale spostandosi verso la fine della Seconda
Guerra Mondiale, in quel di Imperia e dintorni. Dove, nell’Italia spaccata in
due dopo l’8 settembre, si susseguono raid aerei con bombe e altro. Ci sono (e
qui viene fuori l’anima dello scrittore vigile del fuoco) propri i Vigili del
Fuoco che, insieme a volontari, si occupano di mettere in salvo le persone, ed
eventualmente cercare quelle scomparse.
Proprio
durante una di queste ricerche, un Vigile trova la persona scomparsa, ma pare
trovare anche altro. Sembra farne cenno a qualche commilitone, ma una bomba più
potente di altre mette fine alla sua possibile scoperta. Rimane il sentore che
qualcuno sappia, e che qualcuno, guardando una foto dell’epoca possa ricostruire.
Veniamo
così ai nostri tempi, sempre con i Vigili, ma anche con una morte di un povero
cristo che aveva in mano proprio quella foto. O meglio, una sua fotocopia. Che
la foto originale recava sul retro le indicazioni per raggiungere il sito. Una
fotocopia ovviamente no.
Seguiamo
le indagini dell’omicidio ed alla fine troveremo il bandolo della matassa,
sempre con l’ausilio imprescindibile dei VV.FF. Si trova chi ha ucciso, si
trova il tesoro, e si finisce con una suntuosa visita in Vaticano dove vengono
restituiti e messi in mostra i paramenti sacri ritrovati dopo seicento anni.
Dal
punto di vista storico, mi ha fatto un po’ di confusione l’elenco dei
personaggi che intervengono ad Avignone per la parte papale. Si parla di 1376,
e poi si accenna ad Urbano, che se ne andò da Avignone dieci anni prima, anche
senza riportare il papato a Roma. Cosa che avvenne appunto con Gregorio. Tanto
poi tutto serviva ad impostare la scomparsa delle insegne papale per poi farle
riapparire nel nostro secolo. C’è un po’ troppa confusione e mi sono perso.
Inoltre,
non riesce ad essere avvincente nei personaggi moderno, che dovrebbero essere
trainanti, perché nessuno riesce ad avere una personalità centrale al discorso
né giallo né storico.
Insomma
una prova da valutare nella prima uscita dello scrittore, augurando di essere
andato in crescendo con i successivi romanzi.
Marina Bertamoni “Chi muore giace” Corriere
Gazzetta 33 euro 7,99
[A: 18/01/2024 – I: 29/05/2026 – T: 30/05/2026]
&&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 178; anno:
2016]
Prima lettura di uno scritto di Marina Bertamoni,
geologa appassionata di scritture gialle, che decide ad un certo punto di imperniare
su di una interessante ispettrice di polizia, Luce Frambelli, mantenendo il
leit motiv generale di una ambientazione nel lodigiano, territorio che personalmente
posso dire di non conoscere affatto.
Dopo di questo scritto, a me risultano tre
nuovi romanzi che chissà nella vita riusciranno ad entrare nella mia capiente
biblioteca. Per ora, ci dedichiamo a questa prima prova. Di sicuro con una
scrittura efficace, una cura dei particolari paesaggistici che va sottolineata
per la sua efficacia. Nonché una trama che alla fine risulta meno banale di
quanto si prospettava all’inizio.
Come spesso accade poi nel giallo italiano
seriale moderno c’è un aspettato ed auspicabile intreccio tra vita pubblica e
vita privata. A volte con andamenti paralleli, altre con intersezioni che
potrebbero essere pericolose per i protagonisti.
L’ispettrice Frambelli parte da un omicidio:
una donna strangolata e senza documenti. L’uso del DNA fa risalire il tutto ad
un uomo, Angelo di Dio. Che però non è il morto. Né tanto meno si capacita che
ci sia coincidenza di DNA, visto che a lui non risulta avere parenti.
Tra l’altro (primo elemento interessante)
Angelo ha il DNA nella banca dati poliziesca in quanto anni prima coinvolto in
un fatto di sangue. Una sua fidanzata (o meglio ex) viene trovata uccisa e lui
viene sospettato. Ma il DNA lo scagiona. Angelo al tempo era al centro delle
cronache mondane, bello e “sciupafemmine”. Il fatto di sangue, tuttavia, lo
sconvolge così che decide di tirare i remi in barca e scomparire dalle
cronache, nere, rose e di qualsiasi altro colore.
È anche un discreto scrittore, capace di
imbastire romanzi rosa con piccanti colorature sessuali. Non volendo comparire,
adotta uno pseudonimo femminile (Amélie McFiennes) e si ritira in un cascinale
nella campagna lodigiana. Proprio per disintossicare il mondo dalla sua a volte
ingombrante presenza.
Ma il nuovo fatto lo rimette in pista. Anche
perché l’ispettrice da una parte lo incalza, dall’altra (come pare ovvio) è attratta
dalla magnetica presenza del bell’Angelo. Quindi, come ci immaginiamo,
cominciamo ad intrecciarsi i vari piani. Dalla ricerca di un assassino, si
passa ad un classico ottocentesco: l’esistenza di una parentela ignota ai più.
O quanto meno ad Angelo, che, essendo di origini spagnole, decide di seguire
anche lui un suo filone, recandosi a Malaga alla ricerca delle sue radici (e
personalmente, trovo Malaga una degna città da ripercorrere e non dimenticare).
Tutte le ricerche sono intervallate anche
dalla richiesta di contatto che la traduttrice di Angelo negli idiomi europei
cerca di avere a più riprese. Sarà cotta anche lei o ci sono altri motivi a noi
ignoti? E come procede l’infatuazione repressa di Luce per Angelo? Quali altre
sottotrame ci sono? La morta è in realtà una delle sorelle di Angelo, di cui
lui non aveva sentore. Che il tutto risale alla remota infanzia del nostro,
quando il padre di Angelo, geloso da paura, uccide la moglie e si suicida. Motivo
per cui i tre figli vengono dispersi in varie situazioni affidatarie. In
particolare Angelo, all’epoca troppo piccolo per ricordare i fatti, tanto che
li rimuoverà completamente, fino ad una agnizione nel prefinale, come se
fossimo in una saga “alla Invernizio”.
Il convulso finale porta alla risoluzione del
giallo, mentre non porta allo scioglimento dei nodi affettivi dell’ispettrice
Frambelli. E mi domando se nelle successive puntate ci sarà un proseguimento o
una svolta verso altri lidi.
Rimarchiamo alla fine quindi che, oltre al
giallo in sé, c’è tutta questa parte di riflessioni sui rapporti umani. Sorelle
e fratelli vicini e lontani. Rapporti da chiarire tra genitori e figli.
Stereotipi d’amore, che a volte si rivelano invece in momenti di poco affetto,
se non di odio puro e duro.
Chiudo ripetendo che anche la descrizione
ambientale ha avuto un suo peso, portando il giudizio complessivo del libro e
della sua scrittura in maniera stabile oltre la sufficienza.
Prima trama dei libri di aprile, con i soliti
diciassette libri che sono quasi una costante di lettura e dove dobbiamo
ringraziare il padre del giallo italiano se si riesce ad ottenere una menzione
onorevole, l’unica, e dovuta alla penna di Augusto De Angelis. Mentre il fondo
si fa affollato con una Elsa Chabrol d’oltralpe poco convincente, sempre dalla
Francia anche l’ultima fatica di Guillaume Musso, mentre dall’Italia una prova
intelligente nell’idea ma non riuscita nella forma di Andrea Pennacchi.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Elsa Chabrol |
Una sposa conveniente |
Frassinelli |
s.p. |
1 |
|
2 |
Claudia
Myriam Cocuzza |
La
forestiera |
Mondadori |
7,90 |
3 |
|
3 |
Augusto
De Angelis |
Il
Do tragico |
Mondadori |
7,90 |
3,5 |
|
4 |
Catena Fiorello |
Casca il mondo, casca la terra |
Rizzoli |
s.p. |
2 |
|
5 |
Andrea
Vitali |
Un
uomo in mutande |
TEA |
9,90 |
2,5 |
|
6 |
Giampaolo
Simi |
Rosa
elettrica |
Corriere |
8,90 |
3 |
|
7 |
Maurizio
de Giovanni |
Figli
per i bastardi di Pizzofalcone |
Einaudi |
s.p. |
2 |
|
8 |
Nora
Venturini |
L’ora
di punta |
Repubblica
Profondo Noir |
8,90 |
3 |
|
9 |
Rosa
Teruzzi |
Nulla
per caso |
Feltrinelli |
5,95
|
2 |
|
10 |
Catena
Fiorello Galeano |
Vita
e peccati di Maria Sentimento |
Rizzoli |
s.p.
|
2 |
|
11 |
Tommaso
Scotti |
L’ombrello
dell’imperatore |
Repubblica |
8,90
|
3 |
|
12 |
Andrea
Pennacchi |
Se
la rosa non avesse il suo nome |
Feltrinelli |
5,95
|
1 |
|
13 |
Serena
Venditto |
Al
Sassofono Blu |
Repubblica
Mistero Noir |
8,90 |
3 |
|
14 |
Guillaume Musso |
Quando si ama non scende mai la notte |
Rizzoli |
s.p. |
3 |
|
15 |
V. V. Ganeshananthan |
Amori e foglie di tè |
Garzanti |
s.p. |
2,5 |
|
16 |
Juan
Gomez-Jurado |
Regina
rossa |
Repubblica
Essenza Noir |
8,90 |
3 |
|
17 |
Guillaume
Musso |
Il
crimine del paradiso |
La
Nave di Teseo |
s.p.
|
1 |
Scrittori
italiani, citazioni straniere. Cominciando dall’egiziano Youssef Ziedan e della sua opera più nota “Azazel”:
“Le lingue non esprimono nulla di per se
stesse, ma sono espressione della gente che le parla. E se la gente cambia,
anche la lingua cambia.” (34)
“Ogni ricordo contiene dolore. Anche i
ricordi dei momenti felici sono in qualche modo dolorosi, perché sono tracce di
cose passate.” (123)
“Posso offrire [venti anni della mia vita] in
dono a una ragazza di vent’anni quando fra dieci anni sarò un decrepito
cinquantenne e lei una bella trentenne?” (332)
“Scrivi … chi scrive non muore mai.” (358)
Devo
dire che quest’ultima frase è ben impressa nel mio DNA. Abbiamo poi il grande Clive Cussler in uno degli ultimi scritti in duo con Jack du Brul, “La nave dei morti”:
“Se
fosse nato in un’epoca diversa e in un posto diverso … si sarebbe visto alla
guida di una carovana di cammelli nel Sahara privo di piste … ad attrarlo era
il mistero di ciò che era in serbo dietro … la prossima duna.” (167)
“Quando
perdi qualcosa la trovi sempre nell’ultimo posto in cui la cerchi … perché
smetti di cercarla quando la trovi.” (409)
E poi
abbiamo due donne. Margaret Doody
ed uno dei suoi classici story-fiction
“Aristotele e la favola dei due
corvi bianchi”:
“È un modo per offrire il mio contributo ad
una città che amo e in cui ho scelto di vivere … Non possiamo dispiacerci di
pagare le tasse per sostenere la comunità che amiamo.” (21)
Finendo
con la spagnola Matilde Asensi e la sua “L’origine perduta”:
“Nella
vita si impara, si sperimenta, si matura, ma cambiare, in effetti, non si
cambia molto.” (23)
Direi
forse che ci si conosce, ma cambiare sembra impossibile.
Come noi non si riesce a cambiare il filo di questi giorni, che si svolge e si riavvolge, ma senza portare grandi frutti. Né ipotesi di viaggi, né momenti di fresco. Purtroppo, pare, solo momenti negativi su tutti i fronti. Non grandi disgrazie, ma quelle piccole cose che mettono granelli nel già poco oliato meccanismo della nostra vita. Consoliamoci con un fresco abbraccio.
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