Sembra il titolo di un’antologia di Sellerio, invece è il cappello che questa settimana metto ad altri quattro gialli italiani, devo dire non particolarmente riusciti. Fortunatamente, c’è Cristina Rava con il suo commissario Rebaudengo che solleva il tono, perché altrimenti il commissario Portanova di Alberto Minnella (grazie per Ortigia), il barista Marco di Morena Fellegara (grazie per Imperia) ed il magistrato Elena Macchi di Laura Veroni (grazie per Varese) non è che ci portiano molto nelle loro letture.
Certo,
i luoghi, che spesso le collane dei Fratelli Frilli hanno come sottotesto il
ringraziamento per la scenografia cittadina. Ma a volte ci vuole un po’ di più.
Alberto Minnella “Portanova e il cadavere del prete” Corriere Gazzetta
II 09 euro 7,99
[A: 21/02/2026 – I: 30/05/2026 – T: 31/05/2026]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno:
2016]
Avevo letto la prima uscita del commissario
Portanova, e non mi aveva fatto una grande impressione. Ora, non avendo il
secondo episodio, leggo il terzo romanzo e quell’impressione si fa dolente.
Minnella ha una bella penna ed una bella testa. Ha però il vizio di mescolare
tante cose riuscendo alla fine a fare solo un gran minestrone senza tanto
sapore. Unico elemento positivo, che merita un minimo di ricordo è proprio la
figura di Paolo Portanova, su cui torneremo più avanti.
Prima di accennare alla complessa ed anche
abbastanza irrisolta trama, farei un piccolo accenno ad alcune delle spezie che
Minnella mette in campo. Ed anche a qualche “spezia sbagliata”. Un basso
continuo del rumore del testo è relativo alla morte di un tal maresciallo Agrò,
mistero che non verrà risolto, ma che mi ha fatto subito venire in mente una
serie di libri di Domenico Cacopardo, impernati sulla figura di un certo …
Agrò.
Poiché comunque la morte di Agrò rimane nel
mistero, è gioco mentale facile (siamo alla fine del 1964), far intervenire un
commissario romano sulla soglia della pensione che cerca di lavorare a questi
casi oscuri con Portanova. Ecco, quindi, che in alcuni capitoli entra, per poi
uscirne presto, il dottor Ingravallo, eroe delle vicende narrate da Carlo
Emilio Gadda ed ambientate trentasette anni prima.
In questo modo si fa una bella insalata mista
con Gadda, Agrò, i servizi segreti americani (siamo pur sempre nel ’64, e gli
americani imperversano, ora come allora). Finirà poi con tante altre morti non
chiare e non chiarite, con un ferimento di Portanova (non dovrebbe morire,
visto che esce un quarto episodio ambientato nel 1965) e l’avvento di un
inutile vicecommissario che chiude il caso cui sta lavorando Portanova in modo
sicuramente non corretto.
Per tornare poi alla spezia sbagliata, il
romanzo comincia a muoversi nelle vicinanze del Natale del 1964, quello che
vide l’elezione di Saragat a presidente della Repubblica. Peccato che si
comincia a pagina 9, indicando la lettura del giornale del 23 dicembre, e si
finisce con una serie di avvenimenti a pagina 168, indicati da una prima riga
che riporta “21 dicembre 1964”. La domanda ingenua è: errore di poca cura o
vicenda onirica a ritroso?
Il giallo in sé che segue Portanova è il
ritrovamento del cadavere, nudo, di un prete, gettatosi o gettato dal terzo
piano di un palazzo al centro di Ortigia. La casa da cui si getta il prete è in
affitto a Nicola Scimecca, momentaneamente in carcere accusato dell’assassinio
del maresciallo Agrò. E nell’intricata vicenda verranno coinvolti: il padrone
di casa, che mente sui suoi spostamenti all’ora del delitto, alcune donne che
hanno rapporti strani ed intricati con il prete. Forse Anna, sorella (credo ma
non si comprende, che parla solo dialetto), e di sicuro Maria, vedova del
fratello di Scimecca (mafioso ucciso in una faida), sposata controvoglia, da
sempre innamorata del prete, ed a sua volta suicidatasi qualche tempo prima.
La chiave di volta che fa capire molte cose a
Portanova è la frase che trova nella stanza del terzo piano, che viene dal
capitolo 13 della “Prima Lettera ai Corinzi” di San Paolo: “Quand'ero bambino,
parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto
uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno
specchio, in maniera confusa, ma, allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco
in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono
conosciuto.”
Comunque, come dicevo, la cosa migliore in sé
è il protagonista, io narrante, Paolo Portanova. Di cui esce un ritratto a
tutto tondo, con tanti elementi e caratterizzazioni che ne rendono un
personaggio vivo. Sposato da anni, è in crisi con la moglie, sia perché con
l’avanzare dell’età qualche momento di intimità viene meno, sia perché nel
palazzo si aggira una bella e più giovane ed attraente signora. Non succederà
nulla se non nella mente, ma tant’è.
Paolo, tra l’altro, ha un serie problema di
prostata, abbastanza usuale alla sua età, che non si decide ad affrontare con
il medico, e che lo debilita sia nella minzione sia nelle ipotetiche avventure
erotiche. Ha un grosso punto negativo, legato all’uso indiscriminato di sigari
toscani extra vecchi. Ma molti punti positivi: è un accanito bevitore di caffè,
un amante della muscia, sia quando si dedica ad autori contemporanei alla
vicenda, sia, ed a maggior ragione, quando indugia nella sua passione segreta
verso il jazz. Così con lui gustiamo un bellissimo “In the mood” dell’orchestra
di Glenn Miller, un rilassante “Blue in Green” di Miles Davis, ma soprattutto
la voce roca ed il basso stupendo di “A Foggy Day” eseguita da Charles Mingus.
Infine, e di certo non guasta, è dichiaratamente di sinistra, visto che legge
ogni mattina “L’Unità”. E forse anche per questo non ha vita facile al
Commissariato.
Per finire, in ogni caso, la buona penna di
Minnella ci accompagna anche per le strade ed i lungo mare di Ortigia, una
piccola città nella città, che, se la vedi, non la dimentichi. In particolare,
e cercatene che io non ve ne parlo, la Fonte Aretusa.
Morena Fellegara “Un pastis al Bar Marco”
Corriere Gazzetta II 21 euro 7,99
[A: 09/05/2026 – I: 31/05/2026 – T: 02/06/2026]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 158; anno:
2016]
Come penso sapete bene, sono sempre
interessato e compiaciuto dalla presenza di autori italiani che si cimentano in
questa branca letteraria, una volta considerata di nicchia, ma che, se si vuole
guardare bene e riflettere un po’, riassume un certo modo di essere. E
soprattutto di essere italiani.
Qui abbiamo la prima uscita (che poi è stata
corroborata da altri quattro romanzi, credo), di una simpatica infermiera
ligure, che, per ricordare ed onorare il proprio padre barista, ha impiantato
una serie interessante proprio in un bar. Ed in particolare in un bar molto
dedito allo sport, come erano molti bar negli anni Ottanta. Che poi, a poco a
poco, sono spariti.
I genitori di Morena gestivano per l’appunto
un Bar, il Bar Marco, in quel di Imperia, per la precisione in via Martiri.
Negli anni Ottanta, punti di aggregazione della città. Via piena non solo di
bar, ma di negozi di generi vari. Alimentari, vestiti ed altro, di modo che,
facendo perno al bar, nei cinquecento metri della via tutto un mondo si poteva
svolgere.
Un mondo che, al tempo della scrittura
(quindi una trentina d’anni dopo i fatti) ormai era scomparso o stava
scomparendo. Negozi chiusi, ed anche il bar stava tirando gli ultimi caffè
prima di abbassare per sempre le saracinesche. Inciso: pur essendo Mario il
padrone del bar, non ho capito, lungo tutto il romanzo, perché invece il bar si
chiama Marco. Secondo inciso: pur essendo una bevanda consumata abitualmente,
poco si sa dei consumatori di pastis, che di sicuro è una bevanda tra le top
del bar, essendo importata dalla vicina Francia, dove è l’aperitivo nazionale.
La ricostruzione storico-sportiva di Morena è
quindi uno dei punti di forza del romanzo, dove sulla parte sportiva torno in
chiusura. Meno avvincente è la parte gialla, che si dipana lungo tutto il testo
senza mai prenderci decisamente. Stiamo a vedere come Mario indottrina il
maresciallo Farfuglia (un nome, un programma), in modo da portarlo alla
soluzione del caso.
Nel mezzo di questi due elementi che
caratterizzano il testo, c’è tutto il mondo di via Martiri, dove Morena ha
un’idea di scrittura interessante. Non solo introducendo i capitoli con testi
vari di canzoni dell’epoca (elencando testi che ho amato Lucio Dalla con 4
testi, Franco Battiato. Fabrizio de André con 2 testi, Loretta Goggi, Renato
Carosone, Rino Gaetano con 6 testi, Riccardo Cocciante, Giorgio Gaber, Adriano
Celentano, Gianni Togni, Lucio Battisti), ma dedicando spazio, in diversi
capitoli, all’approfondimento di qualcuno dei frequentatori del bar.
Ovviamente, un capitolo che non può mancare è
dedicato a Flavio Zumbo, il personaggio centrale della storia, quello che
vivacchia vincendo (poco) e perdendo (tanto) ai vari giochi dell’epoca, ma che,
grazie ad un pareggio del Napoli ad Avellino il 22 marzo ’81 fa un insperato
tredici al totocalcio, da ben 32 milioni di lire. Ed un capitolo lo dedichiamo
anche alla di lui moglie, quella cui Flavio non fa mai regali, ma che, dopo la
vincita sfoggia vestiti e gioielli.
Una vincita che Zumbo non riscuote, perché a
valle dell’euforia del risultato, qualcuno gli versa del valium nel pastis, e
gli ruba (lui o un complice) la schedina. Che passa alla Bionda, una “lucciola”
genovese, che incassa i soldi, paga una tangente, e li consegna al ladro
principale.
Molti, allora, sembrano coinvolti. Tutti
quelli che avranno un capitolo dedicato. Nando il Barbé (cioè il Barbiere), i
giocatori di biliardo, in particolare Mimmo detto Stecca ed il dr. Martini
detto U Megu (cioè il mago), il lestofante di mezzatacca Nicolino Tripode, e
l’altro ex-carcerato, François il napoletano. C’è anche un cammeo, dedicato
alla signora Lina, quella che passano gli anni ma cerca sempre un amore, e
sempre ne esce ferita.
Il nostro barista-investigatore, unendo i
vari puntini, anche a valle di morti strane ed altri accadimenti, riesce alla
fine a costruirsi un quadro realistico di chi era presente quella domenica, e
di chi aveva avuto tempo e modo per effettuare il misfatto. Ma, da buon
barista, non può far altro che parlare dei suoi sospetti al maresciallo, che
verificherà come i puntini siano al posto giusto, e chiudere il cerchio
sull’assassino ed i suoi complici.
Venendo alla parte sportiva, poiché tutto
comincia il 22 marzo, non può mancare un accenno alla Milano-Sanremo che si era
disputata il giorno prima, riportando correttamente il nome del vincitore, De
Wolf, anche se comunemente detto Fons e non Alfons. Vincitore con uno scatto
nel finale, dove sorprendeva il plotone, guidato dal suo connazionale e
favorito Roger De Vlaeminck. Ma è soprattutto il calcio che la fa da padrone. E
non solo per il Totocalcio centrale alla trama.
Intanto,
Mario è juventino, e questo è un punto in favore al testo. Inoltre, la vicenda
si chiude in quel di Pasqua dell’81, con la sonora vittoria della Juve in casa
della Pistoiese. Una Juve con la formazione quasi standard all’epoca: Dino ZOFF,
Antonello CUCCUREDDU, Antonio CABRINI, Giuseppe FURINO, Claudio GENTILE, Gaetano
SCIREA, Domenico MAROCCHINO, Marco TARDELLI, Roberto BETTEGA, Liam BRADY, Pierino
FANNA. Dove nel secondo tempo Marocchino e Fanna vengono sostituiti da Causio e
Prandelli. Altra chicca da appassionati (oltre ad aver notato una formazione
juventina dal spore mitico), nella Pistoiese, in quella partita giocò per
l’ultimo anno da calciatore, un tal Marcello Lippi.
Grazie
Morena per questi ricordi, che hanno sollevato un po’ il tono non certo
elevatissimo del tutto (anche se di sicuro gradevole).
“Perché qui al Bar Marco siamo veri
sportivi.” (49)
Cristina
Rava “Come i tulipani gialli” Corriere Gazzetta II 10 euro 7,99
[A:
28/02/2026 – I: 04/07/2026 – T: 06/07/2026] &&&
e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 327; anno: 2009]
Non
l’ho inserito nel titolo, ma sia i Fratelli Frilli sia il Corriere a questa
prova della scrittura seriale di Cristina Rava aggiungono come sottotitolo “Il
commissario Rebaudengo indaga con Ardelia”. Ritengo che sia una delle più
grandi cattiverie editoriali perpetrate dai nostri editor.
Infatti,
sia gli editori che Wikipedia continuano a suddividere le opere di Cristina
Rava tra i due protagonisti: Bartolomeo Rebaudengo, poliziotto, e Ardelia
Spinola, anatomopatologo. In realtà, siamo di fronte ad una serie di avventure
in quel di Liguria, in particolar modo incentrate nella città di Albenga. Che
ricordo per i meno geografi essere in provincia di Savona, a meno di cento
chilometri dalla Francia, oltre ad essere la città natale della scrittrice.
Ad
oggi, a me risultano diciassette titoli della serie, che dal primo titolo del
2007 sino al 2010 sono usciti per i Fratelli Frilli editori, dal 2012 al 2017
per Garzanti e dal 2019 ad oggi per Rizzoli. Ogni editore ponendo un suo
cappellino sulla serie. Ma dicevo della cattiveria sopraindicata. Come si fa a sottotitolare
“il commissario Rebaudengo indaga”, in un libro scritto tutto in soggettiva
dalla prospettiva di Ardelia? Ed è proprio Ardelia che con i suoi dubbi mette
in modo delle indagini che, non essendo lei nell’arma, vengono seguite e
portate a compimento da chi poliziotto è. Io, sinceramente, avrei evitato.
Fatte
queste rimostranze, il corposo volume si regge proprio su questo continuo esame
su sé stessa e sul mondo intorno che esce dai pensieri di Ardelia. Siamo alle
prime avventure della serie, e, ad ora, sappiamo che Ardelia ed il commissario
hanno avuto una storia importante, interrottasi quando Ardelia scopre il
tradimento di lui. Ma il fuoco cova sotto le ceneri, e benché sempre con
cautela, qui c’è tutta una manovra di avvicinamento, favorita dalla complicanza
di una vicenda che si dipana con lentezza ma con una certa coerenza.
Certo,
il giallo è un po’ leggero, ed in fondo, pur arrivando ad un suo scioglimento,
non lascia tracce profonde di indagini ed inchieste. Ci sono morti, c’è una
vicenda intricata, c’è una spiegazione complicata, e, soprattutto, ci sono i
personaggi che popolano le pagine. Quelli, insieme al territorio descritto, e
alla scrittura, sono i veri punti di forza del testo.
Ho
detto subito scrittura perché una specie di confessione ad alta voce dei propri
pensieri è quello che Cristina mette in bocca ad Ardelia e che riesce a
sostenersi per più di trecento pagine, senza cadute di tono, senza momenti di
reale stanchezza. Ci sono alti e bassi, ci sono pensieri diretti, e ci sono
momenti in cui la mente va di qua e di là senza un vero perché. Succede a
tutti, e qui viene riportato in maniera magistrale.
La
storia, comunque, si dipana intorno a morti e storie connesse. Si comincia con
un suicidio, che Ardelia analizza in tutte le sue componenti e risvolti, ma che
rimarrà suicidio (e qui, un primo plauso, che facile sarebbe stato far
comparire un assassino). Poi compre una ragazzina tredicenne con tanti segni di
violenza sul corpo (ma non di stupro). Infine c’è un vero morto, evirato, e che
si scoprirà in seguito, sospettato di pedofilia ma mai incastrato.
Per
contorno, compare un teutonico, Gabriel, ottantenne ebreo ancora in gamba, che
sa cose ma non le dice. Non ha prove di quello che pensa, ma, qui forse c’è un
po’ di forzature, ha una strana connessione con Ardelia. La nostra aveva una
prozia, Rina, di origini ebree, sparita nei campi di concentramento, ma alla
quale la nostra era assai devota. Ad un certo punto, si scopre che Gabriel era
sposato con una sorella di Rina, quindi parente acquisito di Ardelia.
La
storia poi che esce allo scoperto, come ci si aspetta dall’ultimo morto,
coinvolge ragazze giovani. Una giovane di dieci anni sorella di Gabriel viene
stuprata ed uccisa da un nazista. Il suicida, dieci anni prima, aveva una
figlia anche lei di dieci anni, rapita e mai più ritrovata. La tredicenne
malmenata è chiaramente infelice in famiglia, con la madre, il suo compagno e
il figlio di questi, ma si scopre anche che frequentava, nascostamente, il
suicida. Cosa di cui si accorge Gabriel, e che collega ad alcune ipotesi
vendicative verso pedofili ma di cui non ha prove.
Ardelia,
con pazienza, e coinvolgendo il suo commissario nelle indagini, riesce a
trovare un collegamento tra il suicidio e l’omicidio. Nonché a capire il
coinvolgimento di Gabriel e della giovane in tutto ciò. La nostra scrittrice,
alla fine, ci fa capire tutti i nessi e connessi, ma non ha interesse a
rivelarci cosa verrà dopo. Chi verrà accusato, chi verrà arrestato, chi verrà
giudicato. A lei, e forse anche a noi, è sufficiente aver capito molto.
Ed
anche aver visto Gabriel e le sue radici ebree alle prese con una cena molto
interessante. Aver capito la psicologia della giovane sbandata, e della poco
attenta famiglia che ha alle spalle (non entro in tutti i rivoli del testo, che
sarebbe bene poteste decidere di leggere). Essere introdotti nel rapporto – non
rapporto tra Ardelia e Bartolomeo. Insomma, a me è piaciuto, come mi piace
l’irruente e scomoda presenza di Ardelia.
Alla
fine scopriamo anche che i tulipani gialli sono dei fiori finti fatti di seta,
ma questa scoperta non mi ha aiutato a collocarli correttamente nel flusso del
romanzo.
Laura Veroni “I delitti di Varese” Corriere
Gazzetta 08 euro 7,99
[A: 26/07/2023 – I: 08/07/2026 – T: 09/07/2026]
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e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno:
2016]
Laura Veroni, laureata in Pedagogia ed
insegnante di lettere, esordisce nelle mie letture con questo primo episodio
che ha per sottotitolo “La prima indagine del magistrato Elena Macchi”. Ovvio
che questo sottotitolo è stato inserito nelle ristampe del testo che, alla
prima uscita, per stessa confessione della scrittrice, non era ancora decisa la
possibilità di una produzione seriale.
Sebbene abbia una decina d’anni è ancora un
romanzo leggibile, che scorre bene sotto la lente del lettore, con un’unica
pecca editoriale. Ci sono due date inserite nel testo che servono a darne
caratteristiche, che non approfondiamo. Ma la prima è ben evidenziata in
grassetto, mentre la seconda, in caratteri normali, rischia di essere ignorata,
falsando nel caso una parte importante del romanzo.
Altro elemento da notare è la cura, quasi da
guida turistica, nel nominare e farci visitare pezzi della città di Varese,
dalla parte artistica alla parte culinaria e gastronomica. Purtroppo non
conosco la città, quindi ne ho letto, ma non so dirne altro.
Quindi, bene la scrittura e il contorno. Un
po’ meno i personaggi, non quelli seriali ma quelli di questo primo episodio.
Ed altrettanto poco elevato il giudizio sulla trama gialla in sé. Che inizia
ben costruita, ma si sfalda subito, se ne capisce il punto di caduta finale,
con la scommessa su chi sia l’artefice di tutto che si riduce a pochi e ben
individuati sospetti.
Tutto, bene o male, ruota poi intorno alla
famiglia Della Torre, una delle più in vista in città. C’è il patriarca,
Giorgio, che comanda la famiglia con un piglio militaresco. In particolare
verso i figli avuti dalla prima moglie: Alice che sta iniziando l’Università e
Alessio, sedicenne liceale. Un piglio che non può che provocare astio e
ribellione nei giovani. Un po’ difesi, ma sempre fino ad un certo punto, da
Brunilde, la seconda moglie.
Che proprio Brunilde è poi l’epicentro del
dramma. Borghese annoiata, si barcamena tra vari momenti esterni, e
rintanamenti in luoghi dove non dovrebbe essere importunata, tipo caffè, che
frequenta spesso in compagnia della sua amica Mara, o librerie. Proprio in una
libreria, invece, conosce Claudio, un pittore (nominalmente) ma che, per il
tenore di vita che fa, dovrebbe avere altre entrate. Brunilde ne è un po’
attratta ed un po’ respinta, si affaccia nell’atelier, dove incontra una
modella di Claudio, tale Eva.
Ci meravigliamo a questo punto che Claudio è
uno spacciatore per l’alta borghesia varesotta? No, di certo. Né ci
meravigliamo che Alice, per sopportare i continui rimbrotti paterni, si rifuggi
nei paradisi artificiali? Ed è ovvio che lì incontra Eva, con cui ha anche
degli approcci erotici. Visto anche che, fin da subito, Alice si professa gay,
e che la vediamo in atteggiamenti espliciti con la sua amica Renata. Il tutto
con Alessio che rimane in disparte, preso da turbe erotiche adolescenziali, un
po’ verso tutto l’universo femminile.
A questo punto, in sequenza, cominciano i
delitti, dove vediamo perire nell’ordine Eva, Giorgio, Claudio e Renata. Quando
Alice si toglie la vita, il cerchio si chiude e tutti tirano un sospiro. Ma
sarà proprio tutto finito?
Ho volutamente tralasciato tre personaggi che
percorrono tutta la parte investigativa. Uno perché non l’ho inquadrato bene,
il commissario Torrisi. La seconda è Silvia Mameli che entra in gioco come
criminologa quando serve dare un profilo al killer. Anche se, per una serie di
ragioni, viene coinvolta in giochi erotici femminili da Alice. Tanto che a
valle del suicidio di Alice, deciderà di abbandonare il crimine e dedicarsi
alla psicologia. Pur non rinnegando i momenti con Alice e forse avendo qualche motivo
per avvicinarsi ad Elena.
Ed è lei che affrontiamo al fine. Testarda e
determinata, occhi verdi e capelli biondo platino, fisico da frequentatrice di
palestre, percorre il romanzo trasversalmente dall’inizio alla fine. È lei che
fa domande, è lei che si pone quesiti. E dove non trova risposte, non esita a
coinvolgere Torrisi, che in quanto poliziotto è deputato alle indagini. Non
risulta immediatamente simpatica, come dovrebbe essere un personaggio destinato
a diventare seriale (ma sappiamo appunto che all’inizio non doveva essere
così). Diventa più umana e tollerabile quando entra in scena Silvia, e la sua
caparbietà ha un contraltare con cui dibattere. Tuttavia, non è (ancora) ben
caratterizzata. Vedremo se lo sarà in altre prove. Che mi aspetto altre entrate
della scrittrice nella mia biblioteca.
Questa volta abbiamo una lunga catena di
citazioni del filosofo James Hillman, che ci fa fare un bel viaggio nella
vecchiaia, nei suoi pro e nei suoi contro. Ed un piccolo tributo al cardinale
Martini con una perla che mi porto nel cuore.
Di James
Hillman riporto molte frasi che mi
sono rimaste in testa tratte da “La
forza del carattere”. Ognuna ha un
suo perché, ma io metterei in rilievo il pensiero di Cicerone, una frase che mi
rimanda ai tempi della “mia” bioenergetica e la chiusa di Yeats.
“Gli
ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere.” (12)
“Mai,
in nessuna cosa che scriviamo, ci possiamo liberare del nostro carattere.” (25)
“La
capacità di intrattenere idee provandone piacere è sempre stata una delle
giustificazioni del fatto di scrivere e di leggere libri e di tenerceli cari.”
(29)
“Perché
viviamo a lungo? … Anche ammettendo che biochimica e scienze affini eliminino
il deterioramento e prolunghino la durata della vita, spiegare il ‘come’ non
esaurisce il ‘perché?’” (44)
“[Scrive]
Cicerone nel ‘De senectute’: i vecchi sono bisbetici, pieni di preoccupazioni,
irascibili, difficili. Se andiamo a cercare, anche avari; questi però sono
difetti del carattere, non della vecchiezza” (55)
“Di
fronte all’ignoranza dei giovani che passa per innocenza … divento un vecchio
bisbetico, crudele, meschino.” (91)
“La
ripetizione fa andare d’accordo l’individuo molto vecchio e l’individuo molto
giovane.” (109)
“Quando
il corpo incomincia a diventare cascante, vuol dire che abbandona la
mistificazione e l’ipocrisia. … Il corpo non mente.” (118)
“Il
mio libro della vita ha perduto i numeri di pagina.” (127)
“La
rassegna della [propria] vita è … la scrittura della nostra vita sotto forma di
storie. E senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non
c’è carattere.” (143)
“Accettare
la propria faccia = diventare più individualizzati = accettare la propria
ascendenza.” (209)
“Quel
che resta di noi dopo che ce ne siamo andati è il carattere.” (222)
“Le
buone abitudini non possono impedire le brutte cadute.” (248)
“Il
carattere sta agli anni della vecchiaia come la vocazione individuale sta agli
anni giovanili; dà senso e scopo ai cambiamenti introdotti dall’invecchiamento.
Il carattere è un’idea terapeutica.” (271)
“[Scrive]
Yeats nella Preghiera per la vecchiaia: prego … di poter sembrare, anche se
morirò vecchio, / Uno sciocco appassionato.” (274)
Mentre Carlo Maria Martini nella
sua appassionata analisi de “Il
Discorso della Montagna” prima ci
fa riflettere sulla pace e sulla giustizia, e poi c’è la frase fondamentale di
tutte le storie d’amore. È bella, è mia, è la voglio condividere sempre.
“Non
c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. E aggiungo: non
c’è perdono senza un po’ di amore del nemico.” (100)
“L’amore
si dimostra … quando occorre superare un ostacolo.” (134)
Infine veniamo ai saluti, che mentre si sviluppa un agosto di riposo e di recupero delle energie, ci sono anche sprazzi che ci fanno intravedere un finale di anno pieno di iniziative e di possibilità. Ovviamente di viaggi, che quello è il secondo dei tre rami della mia vita. E se vi dicessi Uzbekistan, qualcuno suona campanelli? Sperando di continuare a trovarvi seduti alle letture, e pronti con me ai viaggi, vi abbraccio.
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