domenica 16 agosto 2026

Ferragosto in giallo - 16 agosto 2026

Sembra il titolo di un’antologia di Sellerio, invece è il cappello che questa settimana metto ad altri quattro gialli italiani, devo dire non particolarmente riusciti. Fortunatamente, c’è Cristina Rava con il suo commissario Rebaudengo che solleva il tono, perché altrimenti il commissario Portanova di Alberto Minnella (grazie per Ortigia), il barista Marco di Morena Fellegara (grazie per Imperia) ed il magistrato Elena Macchi di Laura Veroni (grazie per Varese) non è che ci portiano molto nelle loro letture.

Certo, i luoghi, che spesso le collane dei Fratelli Frilli hanno come sottotesto il ringraziamento per la scenografia cittadina. Ma a volte ci vuole un po’ di più.

Alberto Minnella “Portanova e il cadavere del prete” Corriere Gazzetta II 09 euro 7,99

[A: 21/02/2026 – I: 30/05/2026 – T: 31/05/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno: 2016]

Avevo letto la prima uscita del commissario Portanova, e non mi aveva fatto una grande impressione. Ora, non avendo il secondo episodio, leggo il terzo romanzo e quell’impressione si fa dolente. Minnella ha una bella penna ed una bella testa. Ha però il vizio di mescolare tante cose riuscendo alla fine a fare solo un gran minestrone senza tanto sapore. Unico elemento positivo, che merita un minimo di ricordo è proprio la figura di Paolo Portanova, su cui torneremo più avanti.

Prima di accennare alla complessa ed anche abbastanza irrisolta trama, farei un piccolo accenno ad alcune delle spezie che Minnella mette in campo. Ed anche a qualche “spezia sbagliata”. Un basso continuo del rumore del testo è relativo alla morte di un tal maresciallo Agrò, mistero che non verrà risolto, ma che mi ha fatto subito venire in mente una serie di libri di Domenico Cacopardo, impernati sulla figura di un certo … Agrò.

Poiché comunque la morte di Agrò rimane nel mistero, è gioco mentale facile (siamo alla fine del 1964), far intervenire un commissario romano sulla soglia della pensione che cerca di lavorare a questi casi oscuri con Portanova. Ecco, quindi, che in alcuni capitoli entra, per poi uscirne presto, il dottor Ingravallo, eroe delle vicende narrate da Carlo Emilio Gadda ed ambientate trentasette anni prima.

In questo modo si fa una bella insalata mista con Gadda, Agrò, i servizi segreti americani (siamo pur sempre nel ’64, e gli americani imperversano, ora come allora). Finirà poi con tante altre morti non chiare e non chiarite, con un ferimento di Portanova (non dovrebbe morire, visto che esce un quarto episodio ambientato nel 1965) e l’avvento di un inutile vicecommissario che chiude il caso cui sta lavorando Portanova in modo sicuramente non corretto.

Per tornare poi alla spezia sbagliata, il romanzo comincia a muoversi nelle vicinanze del Natale del 1964, quello che vide l’elezione di Saragat a presidente della Repubblica. Peccato che si comincia a pagina 9, indicando la lettura del giornale del 23 dicembre, e si finisce con una serie di avvenimenti a pagina 168, indicati da una prima riga che riporta “21 dicembre 1964”. La domanda ingenua è: errore di poca cura o vicenda onirica a ritroso?

Il giallo in sé che segue Portanova è il ritrovamento del cadavere, nudo, di un prete, gettatosi o gettato dal terzo piano di un palazzo al centro di Ortigia. La casa da cui si getta il prete è in affitto a Nicola Scimecca, momentaneamente in carcere accusato dell’assassinio del maresciallo Agrò. E nell’intricata vicenda verranno coinvolti: il padrone di casa, che mente sui suoi spostamenti all’ora del delitto, alcune donne che hanno rapporti strani ed intricati con il prete. Forse Anna, sorella (credo ma non si comprende, che parla solo dialetto), e di sicuro Maria, vedova del fratello di Scimecca (mafioso ucciso in una faida), sposata controvoglia, da sempre innamorata del prete, ed a sua volta suicidatasi qualche tempo prima.

La chiave di volta che fa capire molte cose a Portanova è la frase che trova nella stanza del terzo piano, che viene dal capitolo 13 della “Prima Lettera ai Corinzi” di San Paolo: “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma, allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.”

Comunque, come dicevo, la cosa migliore in sé è il protagonista, io narrante, Paolo Portanova. Di cui esce un ritratto a tutto tondo, con tanti elementi e caratterizzazioni che ne rendono un personaggio vivo. Sposato da anni, è in crisi con la moglie, sia perché con l’avanzare dell’età qualche momento di intimità viene meno, sia perché nel palazzo si aggira una bella e più giovane ed attraente signora. Non succederà nulla se non nella mente, ma tant’è.

Paolo, tra l’altro, ha un serie problema di prostata, abbastanza usuale alla sua età, che non si decide ad affrontare con il medico, e che lo debilita sia nella minzione sia nelle ipotetiche avventure erotiche. Ha un grosso punto negativo, legato all’uso indiscriminato di sigari toscani extra vecchi. Ma molti punti positivi: è un accanito bevitore di caffè, un amante della muscia, sia quando si dedica ad autori contemporanei alla vicenda, sia, ed a maggior ragione, quando indugia nella sua passione segreta verso il jazz. Così con lui gustiamo un bellissimo “In the mood” dell’orchestra di Glenn Miller, un rilassante “Blue in Green” di Miles Davis, ma soprattutto la voce roca ed il basso stupendo di “A Foggy Day” eseguita da Charles Mingus. Infine, e di certo non guasta, è dichiaratamente di sinistra, visto che legge ogni mattina “L’Unità”. E forse anche per questo non ha vita facile al Commissariato.

Per finire, in ogni caso, la buona penna di Minnella ci accompagna anche per le strade ed i lungo mare di Ortigia, una piccola città nella città, che, se la vedi, non la dimentichi. In particolare, e cercatene che io non ve ne parlo, la Fonte Aretusa.

Morena Fellegara “Un pastis al Bar Marco” Corriere Gazzetta II 21 euro 7,99

[A: 09/05/2026 – I: 31/05/2026 – T: 02/06/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 158; anno: 2016]

Come penso sapete bene, sono sempre interessato e compiaciuto dalla presenza di autori italiani che si cimentano in questa branca letteraria, una volta considerata di nicchia, ma che, se si vuole guardare bene e riflettere un po’, riassume un certo modo di essere. E soprattutto di essere italiani.

Qui abbiamo la prima uscita (che poi è stata corroborata da altri quattro romanzi, credo), di una simpatica infermiera ligure, che, per ricordare ed onorare il proprio padre barista, ha impiantato una serie interessante proprio in un bar. Ed in particolare in un bar molto dedito allo sport, come erano molti bar negli anni Ottanta. Che poi, a poco a poco, sono spariti.

I genitori di Morena gestivano per l’appunto un Bar, il Bar Marco, in quel di Imperia, per la precisione in via Martiri. Negli anni Ottanta, punti di aggregazione della città. Via piena non solo di bar, ma di negozi di generi vari. Alimentari, vestiti ed altro, di modo che, facendo perno al bar, nei cinquecento metri della via tutto un mondo si poteva svolgere.

Un mondo che, al tempo della scrittura (quindi una trentina d’anni dopo i fatti) ormai era scomparso o stava scomparendo. Negozi chiusi, ed anche il bar stava tirando gli ultimi caffè prima di abbassare per sempre le saracinesche. Inciso: pur essendo Mario il padrone del bar, non ho capito, lungo tutto il romanzo, perché invece il bar si chiama Marco. Secondo inciso: pur essendo una bevanda consumata abitualmente, poco si sa dei consumatori di pastis, che di sicuro è una bevanda tra le top del bar, essendo importata dalla vicina Francia, dove è l’aperitivo nazionale.

La ricostruzione storico-sportiva di Morena è quindi uno dei punti di forza del romanzo, dove sulla parte sportiva torno in chiusura. Meno avvincente è la parte gialla, che si dipana lungo tutto il testo senza mai prenderci decisamente. Stiamo a vedere come Mario indottrina il maresciallo Farfuglia (un nome, un programma), in modo da portarlo alla soluzione del caso.

Nel mezzo di questi due elementi che caratterizzano il testo, c’è tutto il mondo di via Martiri, dove Morena ha un’idea di scrittura interessante. Non solo introducendo i capitoli con testi vari di canzoni dell’epoca (elencando testi che ho amato Lucio Dalla con 4 testi, Franco Battiato. Fabrizio de André con 2 testi, Loretta Goggi, Renato Carosone, Rino Gaetano con 6 testi, Riccardo Cocciante, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Gianni Togni, Lucio Battisti), ma dedicando spazio, in diversi capitoli, all’approfondimento di qualcuno dei frequentatori del bar.

Ovviamente, un capitolo che non può mancare è dedicato a Flavio Zumbo, il personaggio centrale della storia, quello che vivacchia vincendo (poco) e perdendo (tanto) ai vari giochi dell’epoca, ma che, grazie ad un pareggio del Napoli ad Avellino il 22 marzo ’81 fa un insperato tredici al totocalcio, da ben 32 milioni di lire. Ed un capitolo lo dedichiamo anche alla di lui moglie, quella cui Flavio non fa mai regali, ma che, dopo la vincita sfoggia vestiti e gioielli.

Una vincita che Zumbo non riscuote, perché a valle dell’euforia del risultato, qualcuno gli versa del valium nel pastis, e gli ruba (lui o un complice) la schedina. Che passa alla Bionda, una “lucciola” genovese, che incassa i soldi, paga una tangente, e li consegna al ladro principale.

Molti, allora, sembrano coinvolti. Tutti quelli che avranno un capitolo dedicato. Nando il Barbé (cioè il Barbiere), i giocatori di biliardo, in particolare Mimmo detto Stecca ed il dr. Martini detto U Megu (cioè il mago), il lestofante di mezzatacca Nicolino Tripode, e l’altro ex-carcerato, François il napoletano. C’è anche un cammeo, dedicato alla signora Lina, quella che passano gli anni ma cerca sempre un amore, e sempre ne esce ferita.

Il nostro barista-investigatore, unendo i vari puntini, anche a valle di morti strane ed altri accadimenti, riesce alla fine a costruirsi un quadro realistico di chi era presente quella domenica, e di chi aveva avuto tempo e modo per effettuare il misfatto. Ma, da buon barista, non può far altro che parlare dei suoi sospetti al maresciallo, che verificherà come i puntini siano al posto giusto, e chiudere il cerchio sull’assassino ed i suoi complici.

Venendo alla parte sportiva, poiché tutto comincia il 22 marzo, non può mancare un accenno alla Milano-Sanremo che si era disputata il giorno prima, riportando correttamente il nome del vincitore, De Wolf, anche se comunemente detto Fons e non Alfons. Vincitore con uno scatto nel finale, dove sorprendeva il plotone, guidato dal suo connazionale e favorito Roger De Vlaeminck. Ma è soprattutto il calcio che la fa da padrone. E non solo per il Totocalcio centrale alla trama.

Intanto, Mario è juventino, e questo è un punto in favore al testo. Inoltre, la vicenda si chiude in quel di Pasqua dell’81, con la sonora vittoria della Juve in casa della Pistoiese. Una Juve con la formazione quasi standard all’epoca: Dino ZOFF, Antonello CUCCUREDDU, Antonio CABRINI, Giuseppe FURINO, Claudio GENTILE, Gaetano SCIREA, Domenico MAROCCHINO, Marco TARDELLI, Roberto BETTEGA, Liam BRADY, Pierino FANNA. Dove nel secondo tempo Marocchino e Fanna vengono sostituiti da Causio e Prandelli. Altra chicca da appassionati (oltre ad aver notato una formazione juventina dal spore mitico), nella Pistoiese, in quella partita giocò per l’ultimo anno da calciatore, un tal Marcello Lippi.

Grazie Morena per questi ricordi, che hanno sollevato un po’ il tono non certo elevatissimo del tutto (anche se di sicuro gradevole).

“Perché qui al Bar Marco siamo veri sportivi.” (49)

Cristina Rava “Come i tulipani gialli” Corriere Gazzetta II 10 euro 7,99

[A: 28/02/2026 – I: 04/07/2026 – T: 06/07/2026] &&& e ½       

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 327; anno: 2009]

Non l’ho inserito nel titolo, ma sia i Fratelli Frilli sia il Corriere a questa prova della scrittura seriale di Cristina Rava aggiungono come sottotitolo “Il commissario Rebaudengo indaga con Ardelia”. Ritengo che sia una delle più grandi cattiverie editoriali perpetrate dai nostri editor.

Infatti, sia gli editori che Wikipedia continuano a suddividere le opere di Cristina Rava tra i due protagonisti: Bartolomeo Rebaudengo, poliziotto, e Ardelia Spinola, anatomopatologo. In realtà, siamo di fronte ad una serie di avventure in quel di Liguria, in particolar modo incentrate nella città di Albenga. Che ricordo per i meno geografi essere in provincia di Savona, a meno di cento chilometri dalla Francia, oltre ad essere la città natale della scrittrice.

Ad oggi, a me risultano diciassette titoli della serie, che dal primo titolo del 2007 sino al 2010 sono usciti per i Fratelli Frilli editori, dal 2012 al 2017 per Garzanti e dal 2019 ad oggi per Rizzoli. Ogni editore ponendo un suo cappellino sulla serie. Ma dicevo della cattiveria sopraindicata. Come si fa a sottotitolare “il commissario Rebaudengo indaga”, in un libro scritto tutto in soggettiva dalla prospettiva di Ardelia? Ed è proprio Ardelia che con i suoi dubbi mette in modo delle indagini che, non essendo lei nell’arma, vengono seguite e portate a compimento da chi poliziotto è. Io, sinceramente, avrei evitato.

Fatte queste rimostranze, il corposo volume si regge proprio su questo continuo esame su sé stessa e sul mondo intorno che esce dai pensieri di Ardelia. Siamo alle prime avventure della serie, e, ad ora, sappiamo che Ardelia ed il commissario hanno avuto una storia importante, interrottasi quando Ardelia scopre il tradimento di lui. Ma il fuoco cova sotto le ceneri, e benché sempre con cautela, qui c’è tutta una manovra di avvicinamento, favorita dalla complicanza di una vicenda che si dipana con lentezza ma con una certa coerenza.

Certo, il giallo è un po’ leggero, ed in fondo, pur arrivando ad un suo scioglimento, non lascia tracce profonde di indagini ed inchieste. Ci sono morti, c’è una vicenda intricata, c’è una spiegazione complicata, e, soprattutto, ci sono i personaggi che popolano le pagine. Quelli, insieme al territorio descritto, e alla scrittura, sono i veri punti di forza del testo.

Ho detto subito scrittura perché una specie di confessione ad alta voce dei propri pensieri è quello che Cristina mette in bocca ad Ardelia e che riesce a sostenersi per più di trecento pagine, senza cadute di tono, senza momenti di reale stanchezza. Ci sono alti e bassi, ci sono pensieri diretti, e ci sono momenti in cui la mente va di qua e di là senza un vero perché. Succede a tutti, e qui viene riportato in maniera magistrale.

La storia, comunque, si dipana intorno a morti e storie connesse. Si comincia con un suicidio, che Ardelia analizza in tutte le sue componenti e risvolti, ma che rimarrà suicidio (e qui, un primo plauso, che facile sarebbe stato far comparire un assassino). Poi compre una ragazzina tredicenne con tanti segni di violenza sul corpo (ma non di stupro). Infine c’è un vero morto, evirato, e che si scoprirà in seguito, sospettato di pedofilia ma mai incastrato.

Per contorno, compare un teutonico, Gabriel, ottantenne ebreo ancora in gamba, che sa cose ma non le dice. Non ha prove di quello che pensa, ma, qui forse c’è un po’ di forzature, ha una strana connessione con Ardelia. La nostra aveva una prozia, Rina, di origini ebree, sparita nei campi di concentramento, ma alla quale la nostra era assai devota. Ad un certo punto, si scopre che Gabriel era sposato con una sorella di Rina, quindi parente acquisito di Ardelia.

La storia poi che esce allo scoperto, come ci si aspetta dall’ultimo morto, coinvolge ragazze giovani. Una giovane di dieci anni sorella di Gabriel viene stuprata ed uccisa da un nazista. Il suicida, dieci anni prima, aveva una figlia anche lei di dieci anni, rapita e mai più ritrovata. La tredicenne malmenata è chiaramente infelice in famiglia, con la madre, il suo compagno e il figlio di questi, ma si scopre anche che frequentava, nascostamente, il suicida. Cosa di cui si accorge Gabriel, e che collega ad alcune ipotesi vendicative verso pedofili ma di cui non ha prove.

Ardelia, con pazienza, e coinvolgendo il suo commissario nelle indagini, riesce a trovare un collegamento tra il suicidio e l’omicidio. Nonché a capire il coinvolgimento di Gabriel e della giovane in tutto ciò. La nostra scrittrice, alla fine, ci fa capire tutti i nessi e connessi, ma non ha interesse a rivelarci cosa verrà dopo. Chi verrà accusato, chi verrà arrestato, chi verrà giudicato. A lei, e forse anche a noi, è sufficiente aver capito molto.

Ed anche aver visto Gabriel e le sue radici ebree alle prese con una cena molto interessante. Aver capito la psicologia della giovane sbandata, e della poco attenta famiglia che ha alle spalle (non entro in tutti i rivoli del testo, che sarebbe bene poteste decidere di leggere). Essere introdotti nel rapporto – non rapporto tra Ardelia e Bartolomeo. Insomma, a me è piaciuto, come mi piace l’irruente e scomoda presenza di Ardelia.

Alla fine scopriamo anche che i tulipani gialli sono dei fiori finti fatti di seta, ma questa scoperta non mi ha aiutato a collocarli correttamente nel flusso del romanzo.

Laura Veroni “I delitti di Varese” Corriere Gazzetta 08 euro 7,99

[A: 26/07/2023 – I: 08/07/2026 – T: 09/07/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno: 2016]

Laura Veroni, laureata in Pedagogia ed insegnante di lettere, esordisce nelle mie letture con questo primo episodio che ha per sottotitolo “La prima indagine del magistrato Elena Macchi”. Ovvio che questo sottotitolo è stato inserito nelle ristampe del testo che, alla prima uscita, per stessa confessione della scrittrice, non era ancora decisa la possibilità di una produzione seriale.

Sebbene abbia una decina d’anni è ancora un romanzo leggibile, che scorre bene sotto la lente del lettore, con un’unica pecca editoriale. Ci sono due date inserite nel testo che servono a darne caratteristiche, che non approfondiamo. Ma la prima è ben evidenziata in grassetto, mentre la seconda, in caratteri normali, rischia di essere ignorata, falsando nel caso una parte importante del romanzo.

Altro elemento da notare è la cura, quasi da guida turistica, nel nominare e farci visitare pezzi della città di Varese, dalla parte artistica alla parte culinaria e gastronomica. Purtroppo non conosco la città, quindi ne ho letto, ma non so dirne altro.

Quindi, bene la scrittura e il contorno. Un po’ meno i personaggi, non quelli seriali ma quelli di questo primo episodio. Ed altrettanto poco elevato il giudizio sulla trama gialla in sé. Che inizia ben costruita, ma si sfalda subito, se ne capisce il punto di caduta finale, con la scommessa su chi sia l’artefice di tutto che si riduce a pochi e ben individuati sospetti.

Tutto, bene o male, ruota poi intorno alla famiglia Della Torre, una delle più in vista in città. C’è il patriarca, Giorgio, che comanda la famiglia con un piglio militaresco. In particolare verso i figli avuti dalla prima moglie: Alice che sta iniziando l’Università e Alessio, sedicenne liceale. Un piglio che non può che provocare astio e ribellione nei giovani. Un po’ difesi, ma sempre fino ad un certo punto, da Brunilde, la seconda moglie.

Che proprio Brunilde è poi l’epicentro del dramma. Borghese annoiata, si barcamena tra vari momenti esterni, e rintanamenti in luoghi dove non dovrebbe essere importunata, tipo caffè, che frequenta spesso in compagnia della sua amica Mara, o librerie. Proprio in una libreria, invece, conosce Claudio, un pittore (nominalmente) ma che, per il tenore di vita che fa, dovrebbe avere altre entrate. Brunilde ne è un po’ attratta ed un po’ respinta, si affaccia nell’atelier, dove incontra una modella di Claudio, tale Eva.

Ci meravigliamo a questo punto che Claudio è uno spacciatore per l’alta borghesia varesotta? No, di certo. Né ci meravigliamo che Alice, per sopportare i continui rimbrotti paterni, si rifuggi nei paradisi artificiali? Ed è ovvio che lì incontra Eva, con cui ha anche degli approcci erotici. Visto anche che, fin da subito, Alice si professa gay, e che la vediamo in atteggiamenti espliciti con la sua amica Renata. Il tutto con Alessio che rimane in disparte, preso da turbe erotiche adolescenziali, un po’ verso tutto l’universo femminile.

A questo punto, in sequenza, cominciano i delitti, dove vediamo perire nell’ordine Eva, Giorgio, Claudio e Renata. Quando Alice si toglie la vita, il cerchio si chiude e tutti tirano un sospiro. Ma sarà proprio tutto finito?

Ho volutamente tralasciato tre personaggi che percorrono tutta la parte investigativa. Uno perché non l’ho inquadrato bene, il commissario Torrisi. La seconda è Silvia Mameli che entra in gioco come criminologa quando serve dare un profilo al killer. Anche se, per una serie di ragioni, viene coinvolta in giochi erotici femminili da Alice. Tanto che a valle del suicidio di Alice, deciderà di abbandonare il crimine e dedicarsi alla psicologia. Pur non rinnegando i momenti con Alice e forse avendo qualche motivo per avvicinarsi ad Elena.

Ed è lei che affrontiamo al fine. Testarda e determinata, occhi verdi e capelli biondo platino, fisico da frequentatrice di palestre, percorre il romanzo trasversalmente dall’inizio alla fine. È lei che fa domande, è lei che si pone quesiti. E dove non trova risposte, non esita a coinvolgere Torrisi, che in quanto poliziotto è deputato alle indagini. Non risulta immediatamente simpatica, come dovrebbe essere un personaggio destinato a diventare seriale (ma sappiamo appunto che all’inizio non doveva essere così). Diventa più umana e tollerabile quando entra in scena Silvia, e la sua caparbietà ha un contraltare con cui dibattere. Tuttavia, non è (ancora) ben caratterizzata. Vedremo se lo sarà in altre prove. Che mi aspetto altre entrate della scrittrice nella mia biblioteca.

Questa volta abbiamo una lunga catena di citazioni del filosofo James Hillman, che ci fa fare un bel viaggio nella vecchiaia, nei suoi pro e nei suoi contro. Ed un piccolo tributo al cardinale Martini con una perla che mi porto nel cuore.

Di James Hillman riporto molte frasi che mi sono rimaste in testa tratte da “La forza del carattere”. Ognuna ha un suo perché, ma io metterei in rilievo il pensiero di Cicerone, una frase che mi rimanda ai tempi della “mia” bioenergetica e la chiusa di Yeats.

“Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere.” (12)

“Mai, in nessuna cosa che scriviamo, ci possiamo liberare del nostro carattere.” (25)

“La capacità di intrattenere idee provandone piacere è sempre stata una delle giustificazioni del fatto di scrivere e di leggere libri e di tenerceli cari.” (29)

“Perché viviamo a lungo? … Anche ammettendo che biochimica e scienze affini eliminino il deterioramento e prolunghino la durata della vita, spiegare il ‘come’ non esaurisce il ‘perché?’” (44)

“[Scrive] Cicerone nel ‘De senectute’: i vecchi sono bisbetici, pieni di preoccupazioni, irascibili, difficili. Se andiamo a cercare, anche avari; questi però sono difetti del carattere, non della vecchiezza” (55)

“Di fronte all’ignoranza dei giovani che passa per innocenza … divento un vecchio bisbetico, crudele, meschino.” (91)

“La ripetizione fa andare d’accordo l’individuo molto vecchio e l’individuo molto giovane.” (109)

“Quando il corpo incomincia a diventare cascante, vuol dire che abbandona la mistificazione e l’ipocrisia. … Il corpo non mente.” (118)

“Il mio libro della vita ha perduto i numeri di pagina.” (127)

“La rassegna della [propria] vita è … la scrittura della nostra vita sotto forma di storie. E senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non c’è carattere.” (143)

“Accettare la propria faccia = diventare più individualizzati = accettare la propria ascendenza.” (209)

“Quel che resta di noi dopo che ce ne siamo andati è il carattere.” (222)

“Le buone abitudini non possono impedire le brutte cadute.” (248)

“Il carattere sta agli anni della vecchiaia come la vocazione individuale sta agli anni giovanili; dà senso e scopo ai cambiamenti introdotti dall’invecchiamento. Il carattere è un’idea terapeutica.” (271)

“[Scrive] Yeats nella Preghiera per la vecchiaia: prego … di poter sembrare, anche se morirò vecchio, / Uno sciocco appassionato.” (274)

Mentre Carlo Maria Martini nella sua appassionata analisi de “Il Discorso della Montagna” prima ci fa riflettere sulla pace e sulla giustizia, e poi c’è la frase fondamentale di tutte le storie d’amore. È bella, è mia, è la voglio condividere sempre.

“Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. E aggiungo: non c’è perdono senza un po’ di amore del nemico.” (100)

“L’amore si dimostra … quando occorre superare un ostacolo.” (134)

Infine veniamo ai saluti, che mentre si sviluppa un agosto di riposo e di recupero delle energie, ci sono anche sprazzi che ci fanno intravedere un finale di anno pieno di iniziative e di possibilità. Ovviamente di viaggi, che quello è il secondo dei tre rami della mia vita. E se vi dicessi Uzbekistan, qualcuno suona campanelli? Sperando di continuare a trovarvi seduti alle letture, e pronti con me ai viaggi, vi abbraccio.

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