domenica 23 agosto 2026

Montagne in discesa - 23 agosto 2026

È vero, non sono un amante dei testi “montuosi”, non sempre (o forse quasi mai) riesco ad entrare in sintonia. Qui, tuttavia, abbiamo forse qualche esempio che ci trascina verso dirupi e non verso le alte vette. Quattro testi che, messi insieme, riescono a stento ad ottenere un punteggio da classico Simenon. Eppure c’è Mario Rigoni Stern, che in genere, pur avendo scritto poco, ha sempre messo bei punti nel suo bagaglio. Purtroppo, ci sono anche Claudio Morandini, che non mi ha convinto, e soprattutto Enrico Camanni, che scrive romanzi che altri considerano gialli, ma che, per come conosco io il genere, ne sono lontani anni luce.

Claudio Morandini “Le pietre” Repubblica Montagna euro 9,90

[A: 01/08/2021 – I: 07/02/2025 – T: 10/02/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 174; anno: 2017]

Claudio Morandini è un autore che non conoscevo e che alla fine mi porta due buoni risultati positivi extratestuali ed uno negativo. Per i primi, non posso che essere contento che ci sia uno scrittore nato l’8 maggio di non importa quale anno, ma sempre un giorno dopo di me. Inoltre, ho sempre avuto un buon rapporto (a volte forse conflittuale, ma positivo) con gli insegnanti di lettere (sia in attività che a riposo). In questo penso che il mio amico PV possa concordare. Mentre, sul testo, sono dispiaciuto di aver trovato un tipo di scrittura che non è nelle mie corde.

Ovvio che non è che tutti quelli che scrivono debbano scrivere in modo piacevole per me, ma ci sono diversi gradi di approccio al testo, e ci sono scrittori la cui scrittura mi è confidente in toto, altri che a mano a mano se ne allontanano, fino ad arrivare a tipi di scrittura in cui la mancanza di sintonia, me li fa sentire altri da me.

Morandini, sulla cui bravura non entro in merito, essendoci recensioni che meglio di me ne parlano, è in questo filone. Ed in un filone che corrobora il fatto che la collana dedicata alla montagna, spesso, porta risultati che non mi convincono. È stato un tentativo di conoscenza, e come tale non lo rinnego, come non rinnegherei se venisse ipotizzata una collana marina invece che montuosa. Ma alla fine, non mi sta dando nuovi motivi di scoperta.

La trama in cui ci porta l’autore è in realtà decisamente scarna, entrando, inoltre, in un fantastico – onirico di cui ho apprezzato alcuni rivoli laterali, non il nucleo centrale. La storia nasce nel villaggio alpino di Sostigno, dove nella villa dei coniugi Saponara, in particolare in una stanza, cominciano a materializzarsi delle pietre. Fin da subito, tutto il paese, si pone domande perché proprio lì. È forse il territorio alpino che si rivolta verso chi, pur trasferitosi nella valle, capisce poco dei monti e delle montagne. Oppure, sono gli abitanti della valle che, non accettando l’ingresso di non valligiani, usano mezzi strani per disorientarli. O ancora più subdolamente, magari sono gli stessi Saponara gli artefici della “pietrificazione”.

Fatto sta che questa iperattività minerale, visto che le pietre cominciano ad aumentare di numero, costringe sempre più frequentemente gli abitanti a spostarsi nel vicino e meno montuoso villaggio di Testagno. Anche se questi spostamenti non favoriscono l’attività dei valligiani. Certo non quella dei Saponara, che sempre più con difficoltà possono esercitare la loro attività di sostegno scolastico, essendo entrambi professori in pensione.

Mentre poi, in vario modo, i sostignesi cercano di spiegare o risolvere lo scompiglio delle pietre, che con l’andar del tempo, diventano anche più cattive, c’è chi ne approfitta per trovare soluzioni creative ed a volte lucrative.

Come il trio Giacometti, Tarella e Cappon che si inventano una ditta che lavori dragando il fiume, con l’idea che le pietre siano detriti fluviali. Impresa che naufraga ben presto tra fiumi riottosi e pietre dispettose. O come don Danilo che vede nelle pietre l’incarnazione del Male assoluto che colpisce gli uomini indistintamente, senza nessun concetto di giustizia.

In un certo senso, più che la descrizione di come i locali affrontino le pietre, lottando o convivendoci, il punto centrale del romanzo è quando l’autore si butta a capofitto nelle discordanti congetture che escono fuori per spiegare il mistero. Così che Morandini ci va elencando un nutrito campionario umano, tra superstiziosi, scettici, ottimisti, fino ai più “acuti” scienziati che tentano di arrivare a conclusioni oggettivi e probanti. Inutilmente.

Non si riuscirà a venire a capo del mistero. Ed all’autore, in realtà, non interessa. Le pietre sono messe lì, come elemento di disturbo. Lui non sa, non ha interesse, a spiegarne la nascita ed i perché. È solo un mezzo per creare scompiglio e poi analizzare i comportamenti umani.

Anche se, e ce lo dice in nota, ed io ne ho trovato traccia in rete, l’idea potrebbe esser sorta dalla lettura di un documento dei primi del secolo scorso. Un articolo riportato da Luisa Sasso narra di una storia a sua volta descritta da un prete, don Grat Vesan, offiziante nell’aostano, che parla di uno strano fenomeno di “pietre che colpiscono” avvenuto nella cittadina di Issime, paesino che si trova sulla strada di montagna che collega Pont-Saint-Martin a Gressoney-Saint Jean. Un fenomeno che cominciò il 5 settembre 1909 per terminare il 28 settembre. In uno chalet, delle pietre cominciarono a colpire le vacche e i valligiani. In particolare, lo chalet era quello di proprietà di tal Édouard Stévenin. Il curato, preoccupato, chiese all’arciprete della valle, Cyprien Gorret, di fare un esorcismo. Cosa che avvenne il 26 del mese. Caddero alcune pietre, circa cinque, nei due giorni seguenti. Poi mai più, ne allora ne dopo.

Da quest’idea bislacca, Morandini prende il via per il suo racconto fantastico, senza spiegazioni, come detto prima e come fece cent’anni fa il curato. Ma l’idea non mi ha preso, neanche come curiosità da racconto davanti al camino. Ed il modo in cui la porta avanti e la conclude l’autore non mi ha dato molti spunti in più.

Mario Rigoni Stern “Le stagioni di Giacomo” Repubblica Montagna 7 euro 9,90

[A: 01/05/2021 – I: 28/02/2025 – T: 02/03/2025] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 189; anno: 1995]

Mario Rigoni Stern non è un fine scrittore in punta di penna. È un rude cantore della realtà delle sue terre, che è riuscito, in alcuni momenti, e per alcune circostanze, a produrre un libro epico e molte storie di interesse. Ovviamente, “IL” libro è quel sergente che mi aveva sempre fatto pensare all’autore come ad un letterato prestato alle armi. Ora che lo conosco meglio, so che fu un uomo a tutto tondo, segnato profondamente dal suo territorio, prima di tutto, e da tutte le vicende legate al fascismo, in particolare la guerra, ed ancora più precisamente, quella sciagurata campagna di Russia.

Ma, come detto, Rigoni è anche cantore della sua terra, di quell’Altopiano dei Sette Comuni, che fan riferimento alla sua città natia, Asiago, e per la quale ha scritto quella che viene chiamata “Trilogia dell’Altipiano”. Una trilogia che comincia con "Le storie di Tonle" (1978), ambientato negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, prosegue con "L'anno della vittoria" (1983), ambientato al termine della Prima Guerra Mondiale, e termina con questo "Le stagioni di Giacomo", ambientato nel primo dopoguerra, ma che si estende fino alla Seconda, quasi a fare un prologo al “Sergente nella neve”.

Le storie sono sempre della gente dell’altopiano e dei diversi modi che deve escogitare nel corso degli anni, non per vivere, ma solo per sopravvivere. Qui l’autore ci racconta, attraverso la storia di Giacomo, i cambiamenti subiti dalla montagna dopo la guerra. E i conseguenti cambiamenti che anche i montanari hanno dovuto escogitare per continuare a vivere.

La storia è in realtà un lungo flashback, che inizia nel 1928 nel primo capitolo e termina quando, nel 1941, Giacomo, il protagonista, e Mario, il narratore, si vedono per l’ultima volta. Dopo c’è solo l’annuncio che Giacomo, disperso, è probabilmente morto in guerra. Lì, le sue stagioni sono ormai finite. Tredici anni che sono scanditi dalle attività che i montanari intraprendono per vivere, dal loro modificarsi per adattarsi agli eventi, contrappuntati dalle vicende della Storia, dalle intemperanze del Fascismo che viene ogni volta a sconvolgere la possibile vita locale. Non facile, ma possibile.

Eponimo, l’esempio dello sciopero contro l’introduzione forzata delle vacche svizzere a scapito delle razze autoctone. Vacche volute dal prefetto fascista, in base, di sicuro, a tornaconti personali. Uno sciopero compatto ma risibile, tant’è che le vacche verranno e, come dicevano i valligiani, serviranno ad impoverire la tempra delle locali razze montane.

Diciamo di Mario come narratore, ma è un’imprecisione. In realtà, il narratore è esterno e onnisciente, ma l’autore mette in piazza il sé stesso Mario come partecipante alla trama, facendoci capire che le vicende sono quelle vissute anche da lui, e di cui lui è stato testimone.

Il dopoguerra è pesante, per chi ha poca dimestichezza con la modernità che stava avanzando, e nessuna voglia di piegarsi alle regole fasciste. Per questo il padre di Giacomo emigra per lavorare in Francia, cosa che non sempre gli riuscirà. Mentre Giacomo fa mille mestieri, tra cui l’aiuto in una fabbrica. Dove quasi involontariamente, partecipa ad una giornata di sciopero con rivendicazioni che saranno ritenute giuste e parzialmente applicate dalla classe dirigente.

Purtuttavia, non si sciopera nel fascismo, così Giacomo è comunque licenziato, non trova altri lavori, e si trova costretto a fare il “recuperante”. Un mestiere tipicamente post-bellico e nato nelle zone di guerra. Zone dove Giacomo si reca per cercare cartucce, pallottole, residui metallici e materiale esplosivo che può essere rivenduto per pochi spiccioli. Un mestiere molto rischioso, ma per molti l’unica possibile fonte di reddito.

E sarà sempre per quello sciopero che gli verrà negato l’ingresso nei Forestali, un’attività che sarebbe stata consona a tutto il suo modo di vivere. E sempre per lo sciopero, lui che doveva entrare negli alpini, viene invece mandato in Fanteria sul Fronte Russo da dove, come detto, non tornerà. Eppure Giacomo si era fatto Barilla, avendo in cambio un completo da sci, e con gli sci si era anche distinto, fino però a dover abbandonare sci e studi per sostentare la famiglia. Il narratore/Mario attraverso le stagioni di Giacomo ci fa seguire i dolorosi anni della ricostruzione post-bellica. E parlando di Giacomo, e dei suoi paesani, ce li fa conoscere come membri di una comunità locale, che sarebbe potuta rinascere, senza quegli ottusi interventi esterni.

Rigoni ci fa vedere Giacomo con la sua Irene, sulle mulattiere, fermarsi alle malghe, guardare i suoi monti. Ci fa seguire le stagioni spensierate, per chiuderle con quel grido di dolore che chiuse la vita di Giacomo e di tanti altri.

Seppur scritto con bella capacità e con una giusta dose di sotterranea indignazione per tutto quanto si è riuscito a distruggere in quei tempi, rimane tuttavia un libro abbastanza datato. Nei temi e nella scrittura. Pur ponendo domande giuste (ed irrisolte) scorre poco.

Enrico Camanni “Una coperta di neve” Repubblica Anima Noir 28 euro 8,90

[A: 31/12/2021 – I: 23/11/2025 – T: 25/11/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 270; anno: 2020]

Sono rimasto molto deluso (ed è questo uno dei motivi del basso gradimento) che questo romanzo si può classificare ovunque, in qualsiasi genere, sottogenere o altro, meno che nella categoria dei gialli. C’è un dubbio, c’è un mistero, ci sono (forse) anche dei morti, ma un giallo, un noir, un thriller è fatto di altro.

Per questo, benché inopinatamente gli editor di Repubblica inseriscano questo scritto di Camanni tra i gialli, io non posso che tramarlo nella sua giusta collocazione, insieme agli altri libri della collana dedicata alla montagna. Dove, tra l’altro, Camanni merita di stare e con ragione, vista la sua pluriennale esperienza dedicata al mondo delle montagne, ed alle Alpi in particolare. Non ripercorrerò la sua sterminata produzione libraria, ma il suo è un nome affidabile per la gestione della vita in salita (verticale).

Dirò soltanto, e sono pensieroso per questo, che questo libro, nelle manchette editoriali, risulterebbe essere il quarto volume dedicato alle indagini di Nanni Settembrini. Ora, non ho nessuna notizia dei primi tre libri, ma se ricalcano questo, credo che le affermazioni fatte sia un po’ fuori posto. Tra l’altro ho casualmente un altro libro di Camanni in biblioteca, e vedremo che sorprese ci porterà.

Intanto veniamo a Nanni. È una Guida Alpina, in particolare è anche responsabile del Soccorso alpino. È un uomo che ama la montagna, ma, come lui stesso sottolinea, non è un montanaro. Nato a Torino da genitori napoletani emigrati, si appassiona ben presto alle atmosfere montane, lontano dalla città, andando a vivere ad Aosta. E non diventerà montanaro neanche sposando una valdostana ed avendo con lei due figlie tipicamente valdostane. Dalla moglie Clara sappiamo che si è separato. Ha un buon rapporto con la figlia minore, Giovanna, meno con la maggiore Tiziana, anche se entrambe sono ormai over 20. Da tempo pare che abbia anche una fidanzata in valle, Camilla, con la quale ha un buon rapporto, anche se non completamente disancorato da Clara, che spesso, erroneamente, torna nei suoi pensieri.

Il teatro della vicenda, come avete capito, è la Valle, ed in particolare la zona sotto e intorno al Monte Bianco, dove, in seguito ad un probabile innalzamento anomalo di temperatura (siamo in giugno) un seracco si spezza, ne nasce una slavina che travolge tutto ciò che incontra. Due alpinisti la vedono, come vedono qualcuno che potrebbe essere stato travolto. Allarme immediato e soccorso che partono guidati dal buon Nanni.

Il cane da neve (una delle scene migliori del libro) ritrova una donna sepolta nella neve. Che viene salvata, che rimane in coma, che è legata in cordata, ma non c’è nessuno all’altro capo del filo. Inoltre, quando la signora esce dal coma, non ricorda nulla, ripartendo solo dal momento in cui è stata salvata. Qui, in un certo senso, parte quella che potrebbe configurarsi come indagine che Nanni ed altri cercano di dare un’identità alla donna e di ricostruire tutto quello che è avvenuto sul monte.

In questa ricerca Nanni viene aiutato da Martina, una dei due alpinisti che avevano dato l’allarme (l’altro è inutile e sparisce presto). Nasce quindi un po’ di tensione “sessuale”, con Camilla che è partita per il mare con le amiche, e Nanni che viene affascinato dalla personalità della psicologa Martina. Che inoltre usa le sue conoscenze per aiutare la donna a riaprire le porte del cervello oscurato.

Per farla breve, le indagini di Nanni e Martina portano alla luce oggetti, foto, forse situazioni, tali che, ad un certo punto, nella donna si fa luce, e, non tutto e subito, ma gradualmente, con salti avanti e indietro nel tempo, la memoria ritorna. Tornano i nomi, i luoghi, i parenti, gli amori, le gite e tutto quanto fa sì che si possa aver costruito una vita. E con la memoria, risolveremo anche il rebus della corda solitaria.

Ma, ripeto, non è un giallo. È al più una ricerca della memoria, dove, non a caso, l’autore cita in dedica Marcel Proust. Quasi che le piccole pietre montane, la neve, le cordate, siano dele altrettanto piccole madeleine che ci aiutano a percorrere il passato.

Comunque, con buona pace dei percorsi e degli afflati di Nanni verso le donne, alla fine, pur ammirandone l’intelligenza, nulla intreccia con Martina, rimanendo fedele a Camilla che ritorna e con la quale si torna a vivere la routine della valle.

Devo dire che, come la ricerca del cane sulla valanga, le parti strettamente montanare sono interessanti e ben scritte. Le salite in cordata, la neve, la descrizione dei monti valdostani (che mi hanno riportato alla nostra estate con una punta di nostalgia), ma anche i tocchi cittadini delle cene di Nanni ad Aosta, in quella via pedonale che parte dall’Arco di Augusto. Invece, come ci si allontana dalle montagne, il testo latita di tensione e partecipazione. Questi due fattori uniti a quanto detto all’inizio collocano il buon Camanni in una posizione che forse non merita. Ma io sono uscito dal libro discretamente deluso.

Enrico Camanni “La discesa infinita” Repubblica Essenza Noir 36 euro 8,90

[A: 01/03/2023 – I: 14/08/2026 – T: 15/08/2026] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2021]

Seconda ed analoga delusione nel secondo libro di Camanni che leggo.

Ripeto, come nel precedente, non sarebbe di per sé né una brutta scrittura né una storia da buttar via. Quello che è sbagliato è il collocamento del libro in una collana di noir. E secondariamente, quello di sottotitolarlo “Le indagini (o Un mistero) per Nanni Settembrini”.

Misteri, indagini ed altro, presuppongono elementi nascosti che portino ad individuare una trama, un disegno criminoso. O, almeno, una descrizione ambientale piena di interrogativi, e di un personaggio centrale che guidi le danze, portandoci alla giusta conclusione, ed all’individuazione, se non alla punizione, del o dei colpevoli.

Camanni, al solito, visto che in ogni caso è persona di montagna, ci confeziona un discreto libro che ai monti dedica amore e comprensione. Ed anche dolore, se pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai e ad altre cattiverie verso la natura. E ci restituisce anche alcuni personaggi che con l’ombrosità montana ben si adattano.

C’è sempre Nanni, guardia forestale, conoscitore profondo delle salite, delle discese, dei dirupi e di tutto quanto può offrire nel bene e nel male il mondo verticale. Aveva avuto “quasi” una sbandata nell’episodio precedente, che qui invece recupera, come recupera un bel rapporto con la simpatica Camilla. Tanto da cominciare una vita in comune. Un elemento che non va mai preso sottogamba. E continua ad avere anche un buon rapporto con la figlia, tanto più che la ragazza è incinta. Meno buono, forse pieno di rancori ignoti, quello con la ex-moglie.

Invece, da sottolineare per l’efficacia della descrizione della discrezione della gente dei monti, il rapporto con l’ex-suocero e quello con l’ex compagno di classe, che tra l’altro permetterà la svolta finale al mistero che sembra (perché un mistero che non coinvolge che mistero è?) permeare tutto il testo.

Allora, nel suo girovagare tra ghiacci e valloni, Nanni recupera uno scarpone, un pezzo di calzettone, nonché alcune ossa di una gamba. Ovvio che appartengano a qualcuno che non ha fatto una bella fine, e che Nanni si ostina sin da subito a cercare di capirne l’origine. Una serie di datazioni con gli elementi in possesso, fanno subito puntare gli occhi a qualcosa che dovrebbe essere accaduto verso la fine degli anni Quaranta.

Sarà l’ex-suocero che indirizza Nanni ad una guida che, nei suoi ricordi, aveva perso qualcuno in quegli anni. La guida è morta, ma la novantenne moglie ricorda ancora qualcosa, e fornisce un secondo indizio: c’è una foto che il marito teneva come segnalibro. Ovvio che, nella casualità più folle cui ci sottopone l’autore, quel libro era finito tra le mani di Nanni, che vi trova una foto di tal “Nando”. Ma più avanti non riesce ad andare.

La svolta, anche qui di una probabilità tendente allo zero, si ha con l’ex-compagno di scuola di Nanni che lo indirizza ad un loro ex-insegnante, cui erano molto legati, ma di cui avevano perse le tracce. Insegnante che ora vive in Liguria, che Nanni va a trovare e dove riesce a scoprire tutta una serie di fatti che ci permettono, a ritroso, di risalire tutta la china della memoria.

Ovvio che noi, essendo lettori e non essendo Nanni, dallo scritto di Camanni già sappiamo molto, che l’autore ci ha deliziato, inserendo flash-back, opportuni, con tutta la storia della giovinezza e della maturità di Nando, del suo amore perduto-ritrovato Teresa, dell’alpinismo post-bellico, delle millanterie di quella guida sopra indicata (il Tunin, per chi voglia approfondire). Insomma anche a noi manca qualche tassello, ma il quadro generale è ben chiaro.

Nelle more c’è anche una signora rumena che scompare e che non si ritrova per mesi. Potrebbe essere quello il mistero? Forse, ma l’autore ne tratta a margine, con qualche pagina per poi mollarla lì. Come potrebbe portare ad una tragedia la scomparsa di due ragazzi nell’imminenza del Natale. E qui, sollecitato per tempo Nanni ed il resto delle guide alpine, si riesce a risolvere tutto senza rovinare il Natale a nessuno.

Capite bene, con tutto quello che ho narrato, anche se non è tutto lì il testo, che non me la sono sentita di collocare questo tra i neri italiani, preferendo colmare alcune lacune nelle narrazioni di un’altra esimia collana di Repubblica, dedicata ai racconti di montagna.

Un plauso marginale, tuttavia, va esteso alla parte sportiva del testo. C’è la bellissima descrizione della tappa del 10 giugno ’49, la Cuneo – Pinerolo, dove Fausto Coppi, con 192 km di fuga, sbaraglia gli avversari, arrivando a Pinerolo con 12 minuti sul secondo (Bartali). Teresa e Nando sono lì, a Pinerolo, a vedere l’arrivo.

C’è poco prima il ricordo della tragedia di Superga, avvenuto il 4 maggio dello stesso anno, dove un aereo si schiantò, per la nebbia, sul muraglione della Basilica, portando alla morte i passeggeri, 31 persone, in gran parte calciatori del Grande Torino. Un avvenimento che permette all’autore di discettare su una diversa variante sportiva delle valli aostane (non l’avevo detto, ma l’azione si svolge sempre vicino al Monte Bianco). Nanni è figlio di genitori venuti dal Sud alla ricerca di lavoro negli anni della grande immigrazione. Il padre, e tutti i suoi sodali, per devozione rispetto al lavoro trovato, divennero tutti tifosi della Juventus di Agnelli. Nanni, come molti dei figli degli immigrati, per contrasto, riversarono la loro fede sul Torino.

Ribadisco, i personaggi sono abbastanza credibili e ben delineati (in particolare Nanni e Oliver, l’ex-suocero), la scrittura porta in sé tanti rimandi letterari di chi la carta la conosce bene. Ma alla fine, continuo ad essere in accordo con il redattore di Tuttolibri che con me ribadisce un buon libro, ma non un giallo.

E mi viene da sorridere se qualcuno sostiene che sia un “giallo dell’anima”.

Stranamente, parlando di anima, mi sono tornate in punta di penna due scritture. La prima di Paolo Flores D’Arcais con il suo “Gesù” dove, se si è stati a Gerusalemme, si può capire la storia ed anche altro:

“La ricerca della verità storica può essere più forte dell’obbedienza dogmatica.” (8)

La seconda è invece una lunga striscia di pensieri di Arturo Paoli, racchiuse in un bel libro, “La pazienza del nulla”, dedicato anche al mio amato deserto:

“Solo lì [nel deserto], lontanissimi dalla mandria, si può rinascere come esseri coraggiosamente e personalmente pensanti.” (VIII)

“Tutte le persone che hanno voluto incontrare Dio veramente avevano sentito la necessità del deserto.” (5)

“Il deserto è il luogo dove non si è forzati a scegliere, non c’è nulla da scegliere, perché lì solo il tempo avviene.” (21)

“L’uguaglianza è già tradita quando è dono che viene dall’alto. … Gesù non ha predicato l’uguaglianza, si è fatto uguale.” (43)

“Nelly … era capace di vivere la relazione affettivamente senza possedere, cioè senza cercare di trattenere oltre il suo limite, la gioia che ogni forma d’amore genera, e senza rifiutare la tristezza che nasce quando l’amore ha superato il limite della gioia.” (47)

“Quando cade a pezzi il personaggio, non c’è bisogno di cercare l’umiltà, basta essere veri.” (72)

“Posso fare a meno dell’amico, ma non posso fare a meno dell’amicizia.” (74)

“Marx annotava nei suoi scritti giovanili che non è affatto facile lasciarsi amare.” (75)

“In ogni amore – quando è vero e non è una burla – deve potersi dire: ‘Se non ti avessi incontrato sarei vissuto lo stesso, ma ora non posso più vivere senza di te.’” (93) [una frase che io so a chi la dirò sino alla fine dei miei giorni]

Continuiamo a riposarci in campagna, a coltivare i piaceri dell’orto, a pensare cosa fare del resto del nostro anno di quiete. Ma soprattutto, si programma, ora, sempre e per sempre, viaggi. Personali, di cui si terrà traccia a tempo debito. Pubblici, di cui già sapete e di cui vi ribadisco il concetto, pensando solo di cantare, stonato, con Roberto Vecchioni. Spendo di avervi messo un tarlo, non posso che risollevarvi abbracciandovi.

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