Con il titolo che continua, mentre altri no. Infatti, queste ultime trame di agosto ci portano un giallo di interesse, cioè il terzo episodio di Ray e Ryan, parto dell’ottima penna di Simon Mason. Subito sotto, un giallo scoperto nel luglio trentino, il commissario Johann Grauner del giornalista Lenz Koppelstätter. Segue, arrancando un po’, un nuovo episodio di Martin Bora sempre legato all’italo-americano Ben Pastor. Mentre, lontano, quasi non vedibile per quanto poco abbia portato, un vecchio legal thriller di John Grisham, che abbiamo visto di certo in prove migliori.
Simon Mason “Persa e mai ritrovata” Sellerio s.p. (Regalo sig.ra Laura)
[A: 07/05/2026 – I: 16/05/2026 – T:
18/05/2026] - &&&& --
[tit. or.: Lost and never found; ling. or.: inglese; pagine: 395; anno 2024]
R&R03
Siamo così arrivati al terzo episodio della
saga dei due Wilkins. In effetti, l’editori inglese indica la serie come “DI
Wilkins Mysteries”, cioè i misteri dei Detective Investigativi Wilkins, forse
più pertinente. Ricordo, per chi avesse perso l’avvio, che siamo nella
scrittura di Simon Mason, che dopo esperienze nei libri per ragazzi e
nell’editoria in generale, nel 2022 inizia a scrivere una serie di romanzi sui
Wilkins. Questo è il terzo, ma ne sono usciti altri due non tradotti in Italia.
L’idea di Mason è geniale, a vari livelli.
Innanzi tutto, anche senza suonare le trombe, si ricolloca ad Oxford, entrando
in un’atmosfera cittadina che ci riporta subito alla grande scrittura di Colin
Dexter. La seconda idea è di prendere due detective, completamente opposti, e
metterli, attraverso l’aiuto del caso, a lavorare insieme (seppur sempre
sbraitando l’un verso l’altro). La terza è definitiva idea è di farli chiamare
in modo molto simile, così che, all’inizio, si creano momenti molto gustosi.
Abbiamo quindi Raymond “Ray” Wilkins, nero di
origine nigeriana, di famiglia nero-aristocratica. Istruzione a livello
universitario di buona fattura, vestito sempre in maniera appropriata, con
moglie anche lei di buona famiglia, ed all’inizio di questo terzo round, anche
padre di due gemelli. Di fronte c’è Ryan Wilkins, figlio di Ryan, padre di
Ryan, bianco, vissuto a lungo in roulotte, senza tanta istruzione
universitaria, vedovo della madre di Ryan morta per overdose ed ora
accompagnato dalla fioraia Carol (cosa che suscita la gelosia del figlio).
Come detto i due sono sempre in conflitto, ma
sono sempre anche sul pezzo per la risoluzione dei dilemmi cittadini. Che in
questo caso, cominciano con la sparizione e la morte di Zora, una ricca e
viziata ragazza dell’élite oxfordiana. Con un passato di droghe,
disintossicazioni, matrimoni, divorzi, ma che sembra nell’ultimo periodo aver
avuto una conversione religiosa. Tant’è che, sentendosi in pericolo, lancia un
messaggio alla stazione di polizia: “Sono Zara Fanshawe… Sempre persa e mai
ritrovata”. Sembra, ma non è, un versetto biblico. Ne è solo un riecheggio,
relativo alla parabola della pecorella smarrita del vangelo di Luca. Farei un
torto alla vostra intelligenza presumendo che non lo conosciate, per cui salto
e vado al nocciolo.
Zara è ricca, mediaticamente esposta, così
che Ray cerca di proteggerne il nome, mentre Ryan trova subito di metterla in
confronto con elementi poco raccomandabili. In tutto ciò, c’è il Vice Capo
della Polizia, la carrierista Chester, che cerca di mettere su una squadra
esponibile ai media, e coinvolgendo Ray nell’operazione.
Comunque, Zara viene trovata morta, così come
il suo ex-fidanzato Tony. I due sono collegati da Ryan quando trova che
quindici anni prima l’allora agente di strada Chester aveva fatto loro una
multa per eccesso di velocità. Indagando si trova anche traccia di un per ora
poco identificato vagabondo, poi di una prostituta che viene massacrata di
botte, e poi uccisa in ospedale.
Tutti poi fanno riferimento ad una ragazza,
Jasmine, morta per l’appunto quindici anni prima. Dove Lena, prima di morire,
dice a Ryan che, al tempo, erano sempre in tre ad andare in giro. Non ci
meravigliamo se scopriamo che le tre erano Kasmine, Lena e Carol. Inoltre, in
maniera fortuita, Ray, parlando con il padre, viene a sapere che, ai tempi
universitari, in una barca su di un laghetto si era verificata una discussione,
un ribaltamento, ed un annegamento dell’uomo presente sul mezzo (pur abile
nuotatore), mentre si erano salvate le due donne, che erano … Chester e Zara.
Partendo da questa informazione, Ryan scopre
che la multa di cui sopra è falsa, che Zara guidava la macchina ubriaca
(insieme a Tony), che probabilmente aveva sbandato in prossimità di una pompa
di benzina, dove c’era Jasmine (e dove sul retro, Lena fumava una sigaretta).
Ora abbiamo quasi tutti gli elementi per la soluzione del caso, cui Simon ne
aggiunge uno che permetterà di capire di più, anche se lo aggiunge nell’ultima
parte del libro, indicando ad un certo punto che Jasmine aveva anche un fratello.
L’uccisione di Chester mette fine al
carosello dei nostri detective, che ricostruiscono tutta la storia ventennale.
Di cui, per certo, ho lasciato molto al libro. Che molto, più che la storia in
sé, è l’atmosfera, le piccole discussioni, le cene altolocate, i sentimenti di
Ryan jr. Ed anche, inaspettatamente, riferimenti a gastronomia italiana, dove
si parla di pasta e fagioli toscani accompagnati da un bicchiere di Dolcetto.
Forse pecca un po’ nell’utilizzo di molti
personaggi secondari, che entrano e subito escono dalla trama, ma è una lettura
gradevole, ed in fondo, se non ci lasciamo distrarre di battibecchi di R&R,
una trama gialla abbastanza comprensibile.
Ben
Pastor “Lo specchio del pellegrino” Sellerio s.p. (Regalo sig.ra Laura)
[A:
07/05/2026 – I: 12/06/2026 – T: 14/02/2026] - &&
e ½
[tit.
or.: The Pilgrim’s Mirror;
ling. or.: inglese; pagine: 551; anno 2026]
BORA15
Ultima
scrittura ad ora dell’italo americana Ben (Verbena) Pastor relativa alla saga,
interessante e ben costruita, che si avvolge intorno alla vita di Martin-Heinz
Douglas Wilhelm Friederick von Bora, meglio indicato per brevità come Martin
Bora. In questi (più o meno) quindici scritti, seguiamo le sue avventure dalla
partecipazione alla Guerra Civile Spagnola (nel 1937) ai rapporti non certo
idilliaci con la Repubblica di Salò (nel 1944). La scrittrice, dopo aver
tessuto a grandi linee questo percorso, da qualche anno inserisce avventure
intermedie per meglio realizzare il suo progetto.
Quello
che ci si aspetta, prima o poi, ed anche seguendo le parole di una sua
intervista, che riesca a risolvere la sua drammatica posizione post-44, anche
perché, in un racconto già pubblicato (ma che non ho letto) sembra parli o si
parli di lui ben dopo la fine della guerra. Ricordo per chi non se ne ricordi
bene, che Bora è un ufficiale tedesco, ligio alle gerarchie, ma fortemente in
lotta contro nazisti e derive simili tedesche ed italiane. Non a caso, Pastor
rivelò che, seppur solo in parte, l’idea le era venuta studiando la vita e le
opere del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, quello dell’attentato ad
Hitler del ’44.
Per
dare un filo rosso di lettura, riporto in finale l’elenco dei quindici titoli
relativi a Bora, con l’indicazione della loro cronologia temporale e di
scrittura. Così che possiamo collocare questa avventura dopo la fine de “La
strada per Itaca” (pubblicato nel 2014) e prima de “La sinagoga degli zingari”
(pubblicato nel 2021). Quindi, dopo aver risolto il mistero del vino di Creta,
Bora torna sul fronte russo, e qui, all’inizio del romanzo, dopo che appunto in
“Itaca”, viene espulso dalla Russia, a fronte della rottura del Patto
Molotov-Ribbentrop il 22 giugno 1941, data dell’inizio della cosiddetta
“Operazione Barbarossa”. E mentre ripara tra le linee amiche, sfugge
miracolosamente ad un attentato russo, e si ritrova a Brjansk (diciamo più o
meno in un confine crocevia tra Russia, Bielorussia ed Ucraina) in ospedale con
un braccio rotto.
Ed è
qui che comincia il lungo e ben incasinato romanzo che stiamo tramando. Come al
solito di impostazione complessa: soggettiva di Bora, con lunghi intarsi del
suo diario, vicenda contemporanea all’azione, e ricostruzione di avvenimenti
locali risalenti sino a quaranta anni prima. Inizio che avviene con un comando
imperativo per Bora: dall’ospedale di Brjansk viene inviato a Odessa per
indagare sulla morte di un militare tedesco, il maggiore Josef Alt.
Alt
si stava occupando di una delle tante stragi che venivano commesse nell’area,
ed in particolare ne stava studiando una attribuita alla polizia segreta di
Stalin, l’NKVD (che, come tutti sanno, è il padre del KGB, al cui vertice, per
anni, c’è stato un certo Vladimir Putin). Strage, comunque, che avviene nella
penisola della Crimea, e che dà modo a Pastor (e a Bora, ovvio) di pellegrinare
per una città bellissima, da sempre contesa da tutti.
Odessa
era stata occupata a suo tempo dai turchi, e poi dai russi zaristi, dai russi
bianchi, dagli ucraini, dai russi sovietici, ed ora, durante la guerra, dalle
SS che la lasciano in gestione ad un popolo che di certo non è proprio uno
tenero, i rumeni. Che qui intendiamo in senso esteso, visto che dal ’41 al ’44,
sindaco di Odessa (citato da Pastor) fu Gherman Pântea, un moldavo. Che tra
l’altro si adoperò per contenere il massacro degli ebrei di Odessa, portato
avanti dalle SS dal 22 al 24 ottobre 1941. Bora giunge a Odessa a fine ottobre.
Come
detto in altre trame su Bora, la parte più debole, anche se Pastor ci tiene
molto, è quella diaristico intimista di Bora. Certo, in questi inserti vediamo
alcuni aspetti che servono a completare a tutto tondo la figura di Bora.
L’attaccamento verso le figure femminili della famiglia, in particolare la
nonna scozzese e la madre Nina. Ma anche verso la moglie, dove noi sappiamo già
i modi evolutivi dei loro rapporti, ma che qui vengono riportati all’istante
presente: mancanza e lontananza, nonché supporto mentale per Bora nei momenti
difficili.
La
storia presente, invece, presenta vari passi importanti e significativi per
quei rimandi sempre presenti in Pastor. Indagando, scopre un misterioso
rapporto di Alt con tal Anna Tolesh, di cui è difficile trovare traccia. Ma al
fine se ne ritrova attraverso il marito, il professor Klimenty Ponomarenko,
arrestato dalla polizia rumena. Parlando con lui, Bora riesce a capire che la
storia risale alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Alt, non ancora
nell’esercito, per motivi di lavoro girava per Odessa e la Crimea. Dove
incontra Anna, ne nasce un rapporto, che ad un certo punto si interrompe: Alt
non ha la forza di tagliare le sue radici, così che Anna rimane con il marito,
obtorto collo.
Ma
Anna è anche ebrea, anche se di un ramo considerato eretico: i caraiti. Per
dover di chiarezza, questa è una corrente che riconosce solo la Bibbia ebraica
(la Tanakh) e rifiuta sia il Talmud che la Legge Orale. Ma questa discussione
ci porterebbe lontano e altrove. Quello che sappiamo è che gli ebrei di Odessa
cercano salvezza in vari modi, ma solo quelli che si rifugiano nell’ospedale
psichiatrico gestito da Yevgeny Shevalev si salvano (il dottore verrà poi
riconosciuto tra i Giusti di Israele, e la vicenda dell’ospedale di Odessa
ricalca molto il morbo K romano, su cui non torno).
Inciso:
la vicenda di Shevalev si intreccia con un suo paziente, Sergej Pankeev, anche
se presto dimesso e forse scomparso dall’orizzonte del romanzo. Noi lo
ricordiamo solo perché, in realtà, è il famoso “Uomo dei lupi” come scritto
nelle carte del suo precedente psichiatra, tal Sigmund Freud.
Secondo
inciso: ad un certo punto, compare un lustrascarpe senza gambe che Bora
incrocia per le strade di Odessa. Si tratta di Ivan Vorobev, il cui nome non ci
dice molto, ma indagando si scopre che, pur con meno mutilazioni, era stato nel
’25 un interprete di una breve sequenza del film che per sempre rimarrà a
celebrare la città di Odessa, quella “boiata pazzesca” de “La corazzata
Potemkin”.
A
fronte delle sue indagini al fine, Bora ricostruirà tutta la vicenda del
triangolo amoroso, dove Alt viene ucciso, forse come strascico di quella
vicenda, Klimenty è in carcere e lì lo lasciamo, mentre Bora rintraccia Anna in
un pre-campo di concentramento, in attesa, forse, di essere spedita in qualche
campo in Germania. Lì, c’è una delle parti migliori, il confronto tra Martin e
Anna, lui per convincerla a tornare a Odessa, lei intenzionata a seguire il suo
destino ebraico. Chi vincerà, lo potete leggere in un appassionante prefinale,
prima di vedere Bora rimandato con dispaccio urgente a Lipsia (siamo a fine
novembre del ’42). Anche se dal libro seguente sappiamo che sarà a lungo di
nuovo a seguire i massacri perpetrati in Ucraina dall’agosto del ’42 al marzo
del ’43.
In
finale, sottolineerei che ambientare, e con una bella riuscita della
descrizione della città, tutta una storia di guerra in Odessa, oggi che da più
di quattro anni assistiamo all’infinito conflitto russo-ucraino è una decisione
che rende merito alla scrittrice. Che, anche nel titolo poi, ci vuole ricordare
come questo suo romanzo sia un pellegrinaggio su luoghi di massacri. Dove
vediamo Odessa soffrire in più di cento anni di morti e stragi (a partire dal
quel 1905 della corazzata). Titolo che, come racconta l’autrice in
un’intervista si rifà ad un’invenzione di Gutenberg (si, quello della stampa):
erano piccoli specchi quadrati, usati dai pellegrini per osservare meglio e da
vicino le reliquie dei santi, laddove folle non previste impedivano un avvicinamento
più tranquillo. L’idea di Gutenberg è che in questo modo si poteva catturare
l’energia emanata dalla reliquia. Peccato che nell’anno in cui rese pubblica
l’invenzione, il 1439, i pellegrinaggi furono aboliti a causa del diffondersi
di malattie infettive. Non so se Pastor sapesse questo finale, ma è ben in
linea con lo spirito del testo.
“-
Perché mia moglie dovrebbe lasciarmi? – Perché no? Si lasciano anche i buoni
mariti, i mariti belli, di successo; perfino i mariti fedeli. Succede.” (505)
Lenz
Koppelstätter “Omicidio sul ghiacciaio” TEA s.p. (regalo di Alessandra)
[A: 26/07/2026 – I: 26/07/2026 – T:
27/07/2026] - &&&
[tit. or.: Der Tote am Gletscher. Ein
Fall für Commissario Grauner; ling. or.: tedesco; pagine: 319;
anno 2015]
Il
giornalista dal nome impronunciabile che vede in alto, è un altoatesino di
Bolzano, le cui storie ci sono state suggerite da una bella libreria meranese
durante il nostro ultimo viaggio italiano. Pur bolzanino, vive lunghi anni a
Berlino, scrive per diverse testate, tra cui la mitica FAZ (cioè la “Frankfurter
Allgemeine Zeitung”). Tornato in Italia, all’età di trentatré anni decide di
dedicarsi anche alla scrittura romanzesca.
Nasce
così, nel 2015, la serie di romanzi che vedono protagonista e indagatore il
commissario Johann Grauner, aiutato come spalla e contraltare dall’ispettore
napoletano trapiantato al Nord, Claudio Saltapepe. Oltre ad essere poliziotto
(ed a parlare anche tedesco ed alcuni dialetti valligiani), vive in un maso di
montagna con la moglie Alba e la figlia Sara, e passa i momenti liberi
occupandosi delle sue mucche al suono del suo amato Mahler. La squadra
investigativa, infine, è completata dall’aiutante del commissario, la giovane Silvia
Tappeiner (che si chiama come la bellissima passeggiata meranese).
Come
in tutte le scritture seriali, la squadra sopra descritta, si rivela non subito
e non tutta. In queste prime battute sappiamo che Alba è la pietra angolare
della vita dei Grauner, che Sara è un’adolescente ribelle in crescita e che la
Tappeiner, oltre al lavoro di poliziotto, è un’eccellente “free climber”.
Sappiamo di più dei due personaggi principali, anche se, spesso, si accenna ad
ombre nel lor passato che qui vengono, appunto, solo accennate. C’è solo un
punto che a me rimanda altre descrizioni: Saltapepe è inviato al Nord, ma non
vi si adatta (ancora) continuando ad indossare e bagnare solo scarpe da
ginnastica, così come un certo Rocco nelle Valli francofone indossa, e bagna,
solo le sue amate Clarks.
La
bellezza, nella trama del nostro, è l’aver intrecciato un giallo di media
complessità con la vita e la storia locale. In particolare, visto che l’azione
si svolge in Val Senales, con quanto di più noto è uscito nella valle: la
storia della mummia di Similaun, chiamata familiarmente Ötzi. Ricordo per i non
trentini, che la valle collega Merano alla Lombardia, e vi dico che il centro
dell’azione è Maso Corto, ad un’ora di macchina da Merano, in mezzo ai dirupi
di Ötzi.
È lì
che viene trovato il corpo di Peppi Sattler, un valligiano scontroso dalla vita
complicata, morto con una freccia infilata nel collo, proprio come il più
illustre personaggio. Lenz ci delizia anche, nelle more, di una serie di
descrizioni sia della mummia che del Museo Archeologico di Bolzano, la cui
lettura lascio ai miei affezionati lettori, per dedicarmi alla storia moderna.
Anche se, come vedremo, passato e presente si intrecciano assai.
Peppi
era stato da sempre un outsider, contro tutto e tutti nella valle. Con l’unico
sostegno della bella Eva e dell’amico Ander. Peppi dai mille mestieri, aveva
solo un sogno: comprare un maso e viverci con la moglie (che infatti aveva
sposato Eva). Per questo faceva mille mestieri, per questo accettò di fare il
commerciale della ditta locale che produceva impianti di risalita, andando in
giro per il mondo. Ad un certo punto la svolta. Dopo un lungo viaggio, torna,
litiga con il sindaco, e si ritira come eremita sui monti. Eva non lo segue e
va a vivere a Bolzano. Nello stesso periodo, il sindaco litiga con uno dei più
influenti valligiani intorno alla proprietà di un maso isolato.
Ed è
qui che si riuniscono passato e presente. Il valligiano influente, attraverso
un suo dipendente molto esperto dei monti, era riuscito a trovare e nascondere
molti reperti legati alla mummia. Reperti che, con l’aiuto del direttore del
Museo di Bolzano, piazza sul mercato nero dell’archeologia, a prezzi
astronomici. Mercato nascosto che Peppi scopre e magari inscena un possibile
ricatto. Movimenti che insospettiscono Ander che, pur amico di Peppi, è da
sempre innamorato di Eva.
Abbiamo
quindi un grosso intreccio di possibilità per arrivare alla soluzione del
mistero: il ricco valligiano, il suo aiutante autore dei furti, il direttore
del museo ed orchestratore del mercato nascosto, l’amico Ander e la sua
gelosia, il sindaco (che da sempre, per motivi suoi era ostile a Peppi). Come
in tutti i gialli che si rispettano, l’autore costruisce una serie di
sottofinali a sorpresa per portarci alla soluzione finale.
Lenz,
da bravo giornalista, scrive in modo coinvolgente e soprattutto riesce a
mettere molte frecce nell’arco della sua scrittura. La descrizione dei masi e
delle malghe di montagna, nonché le atmosfere dei mercatini di Natale (ricordo
di un mio viaggio a Merano nel dicembre del 2012). Gli accenni alle bellezze
alpine, valli, laghi e ghiacciai. E poi la vita dei villaggi isolati, perfetti
in superficie, ma, come si gratta la vernice, ecco che escono fuori, come
ovunque, invidie, gelosie e soprattutto segreti, tanti segreti.
Dicevo
la parte gialla è abbastanza ben costruita, pur se con uno svolgimento un po’
leggero. Forse Lenz riuscirà a fare di meglio negli altri episodi? Chissà.
“Nulla
poteva competere con il telefono fisso … In primo luogo perché con il telefono
fisso non aveva mai avuto problemi di collegamento. E in secondo luogo perché
il cellulare aveva tante funzioni e applicazioni inutili che lui non voleva e
di cui non aveva bisogno.” (29)
John
Grisham “L’ultimo giurato” Mondolibri s.p. (dalla Biblioteca di zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 04/08/2026 – T:
06/08/2026] - & +
[tit. or.: The Last Juror; ling. or.: inglese; pagine: 357; anno 2004]
Ritengo,
ribadisco ed affermo senza tema di essere smentito: non è un caso che non avevo
comprato anche questo Grishm, che leggo solo come eredità della suddetta
biblioteca. Che Grisham sappia scrivere non sono io che lo dico, ma lo
dimostrano tutti i suoi scritti, con alcuni autentiche punte di diamante. Ma
quando abbandona il legal si perde abbastanza. E quando mescola, come in questo
caso, legal e social, ne esce fuori un ibrido che prende poco.
C’è
un punto sicuramente a favore del testo, il fatto che ci fa vedere, per chi
avesse i paraocchi, com’era l’America di cinquant’anni fa e come, noi che ne
vediamo gli effetti odierni, quel tipo di mentalità, quel tipo di atteggiamento
sociale abbia proliferato, producendo gli attuali abissi tra me ed il
continente Nuovo.
Quello
che non si capisce, è veramente cosa pensava Grisham di usare come punto focale
del legal thriller, visto che abbiamo delle parti legal, abbiamo un finale
quasi thriller, ed un legame tra i due che però non avvince minimamente il
povero lettore.
Tutta
la storia è vista nell’ottica del protagonista, William Traynor che nel ’70,
finito il college, volendo fare il giornalista, decide di comprare il Ford
County Times, il giornale della cittadina di Clanton, Mississippi. Alla fine,
il romanzo è la storia del giornale quella che seguiamo per più di trecento
pagine. Il modo di comporre le notizie, il modo di cercare la pubblicità, il
modo di arrivare ad una soglia minima di abbonamenti, per sopravvivere.
Attraverso
il giornale, William ci parla dell’America rurale, dei conflitti razziali tra
bianchi e neri, e soprattutto dell’omicidio che segnerà la vita della
cittadina, del giornale e di William stesso. Un omicidio che non dà problemi:
si sa chi è l’assassino, e si sa anche che viene da una famiglia mafiosa
locale, assai potente. Nella prima parte, attraverso anche le cronache del
giornale, noi e William seguiamo la composizione della giuria, nonché gli
approcci di accusa e difesa al processo. Una tipologia che non porta nulla di
nuovo, ormai ben scandagliata in tutte le sue pieghe da romanzi e serie
televisive.
Quello
che vediamo è William entrare in sintonia con la cittadina, m soprattutto con
la parte di aristocrazia nera presente. Vediamo lo svolgersi del processo, dove
è abbastanza facile rintuzzare le schermaglie della difesa per cercare di
fornire alibi all’accusato, anche attraverso la costruzione di falsi palesi.
Alla fine, questa parte si riduce ad un dilemma: l’accusato è colpevole? La
giuria è unanime nel decidere la pena di morte? Facile la prima risposta,
mentre la seconda non trova unanimità, così che viene solo comminato un
ergastolo.
L’accusato
minaccia i giudici di ucciderli tutti quando uscirà, perché sa che ci sarà
modo, attraverso mille rivoli giudiziarie e mille corruzioni (qui c’è l’America
che ci vuol fare vedere Grisham, ed è l’America di cinquant’anni fa e di
adesso, l’America di Trump, in una parola). E mentre scorrono gli anni, William
consolida il giornale e la presenza nel territorio.
Come
si immagina dopo una decina d’anni l’accusato esce per “buona condotta”, e
viene relegato ai domiciliari. Peccato che, contemporaneamente, alcuni giurati
(due forse tre) vengono uccisi. Tutti, e noi e William con loro, pensiamo alla
sunnominata vendetta, e Grisham invece riesce a portarci ad un finale un po’
particolare, che ovviamente non vi anticipo. L’unica notizia pubblicabile è che
William, raggiunta la notorietà, riceve un’offerta che non può rifiutare, vende
il giornale per poi continuare la sua vita con una discreta rendita al suo
attivo.
Sono
d’accordo con tante critiche, che affermano che già il titolo inglese è poco
pertinente. Non c’è un “ultimo giurato”, e soprattutto, come detto, il romanzo
gira intorno ad uno spaccato americano ben vivo nella mente di chi vi ha
passato giorni nell’America vera. Quella, per intenderci, dell’Idaho al Nord, o
del Dakota verso Est. L’America non è New York o San Francisco, non è Boston o
Los Angeles. L’America è quella razzista che non vede di buon occhio i negri
salire sugli autobus insieme ai bianchi. Ma anche quella che non gradisce che
tu, bianco ma non persona nota, gli stia accanto o troppo vicino.
Ricordo
una lite con un motociclista che sosteneva che io con la mia Toyota 4x4 gli
stavo troppo vicino. Peccato stavamo su di una strada di campagna a quattro
corsie e c’eravamo noi e pochi animali del parco!
La
storia, quindi, non appassiona. Grisham ci fa vedere alcuni meccanismi
giudiziari, ma sono triti e ritriti. E la parte finale, il thriller che
dovrebbe legare il tutto ed avvincerci alla pagina, è molto leggero e
particolarmente poco avvincente. Tra l’altro, anche il personaggio di William
non risulta intrigante, non prende né pancia né cervello. Vi lascio solo una
frase che da sola vale tutto il romanzo.
“Una
stampa libera da influenze e inibizioni è di fondamentale importanza per un
governo veramente democratico.” (76)
Questa
volta, le mie frasi da pensatoio vengono molto da Isabel Allende (che spesso ho
avuto in mente quest’estate per altre letture). Da “D’amore e ombre” un
pensiero al mio presente ed uno dedicato a mio padre:
“L’amore
li avrebbe salvati dalla solitudine, la peggior condanna della vecchiaia.”
(122)
“Il
padre era un viandante della vita, sempre in viaggio.” (126)
Mentre “L’isola sotto il mare” contiene frasi sparse ed una
considerazione mia da sempre:
“L’amore
ha parole mute più trasparenti del fiume.” (109)
“Si
diedero come se fosse la prima e l’ultima volta … Probabilmente non fecero
nulla che non avessero fatto con altri, ma è molto diverso fare l’amore
amando.” (168)
“Non
dava consigli, perché secondo la sua esperienza era una perdita di tempo,
ognuno commette i suoi errori e impara da sé.” (312)
E girando
fra vecchi ricordi, mi è tronato in punta di penna un autore di nicchia, Cristiano Cavina, con un libro “contromano” di Laterza: “Romagna mia!”
“Niente
se ne va mai davvero; tutto gira, e prima o poi torna indietro da te.” (3)
“Non
riordino più la mia camera perché quando raduno tutte le cose inutili che la
ingolfano, poi scopro di non riuscire a separarmene, che siano vecchi biglietti
d’aereo o lacci spaiati di chissà quali scarpe.” (73)
Sperando come speriamo che Samarcanda sia un bel regalo natalizio, chissà, chissà, questo mese di settembre vede altri momenti di riposo e di viaggio. Finché ce la facciamo e non diamo fastidio, meglio continuare ad andare, giusto? Per questo continuo a pensarvi e ad abbracciarvi.
Nessun commento:
Posta un commento