Una settimana, un poco in ritardo
grazie ai ritardi (bisticcio) di aerei e di sonno, dove, benché si sia tornati
or ora dall’Islanda, non se ne parla neppure un po’. E sì che di gialli ce ne
sono numerosi nel paese dei ghiacci. Invece oggi spaziamo in giro per il mondo,
incontrando l’ispettore Chen a Shangai, i detective Sean & Michelle in America,
le investigazioni svedesi di Erica e Patrick, per terminare con il triestino ispettore
Laurenti, pur se scritto in tedesco.
Qiu Xiaolong “Ratti rossi” Marsilio euro 12
[A: 15/07/2012 – I: 07/04/2013 – T: 10/04/2013]
[tit. or.: A Case of two
cities; ling. or.: inglese; pagine: 322; anno 2006]
A
distanza di cinque mesi torniamo allo scrittore cinese emigrato negli Stati
Uniti, ed al quarto caso dell’ispettore Chen Cao. Devo dire che, dopo i primi
due libri, dove, pur con alterni risultati la storia nel complesso aveva una
sua ragion d’essere, le ultime prove mi sembra stiano in calando. Questa
soprattutto mi ha affaticato molto. Da un lato, Qiu sembra voler mirare molto
alto, quasi a farne un giallo “alla svedese”, di quelli che servivano cinquanta
anni fa per descrivere il degrado quotidiano di un paese. Qiu la fa da Saint
Louis la sua critica all’arrivismo ed alla corruzione del suo paese natio.
Descrive situazioni che possono essere viste in (quasi) tutti i paesi del
mondo. Arrivo del benessere e della liquidità, con conseguente ricerca del
posto e del modo migliore per accumulare denaro e potere. Non sempre, anzi
quasi mai, in modo legale. Troviamo quindi Chen Cao incaricato delle indagini
sul mondo finanziario di tal Xing Xing, partito contadino dalla natia Fujian,
arricchitosi con le prime speculazioni edilizie derivate dall’imperativo di
Deng (“Arricchitevi!”), approdato a Shangai dove imbastisce una ragnatela di
malaffare, che però lo porta un filo oltre il lecito. Tanto che si rifugia
negli Stati Uniti. Cominciando ad indagare, Chen si imbatte nella morte di un
funzionario di polizia del Fujian, anche lui incaricato di indagini su Xing.
Funzionario integerrimo, trovato morto (ucciso) nel letto di una prostituta. Si
prosegue con la morte di una star televisiva, che aveva fatto da tramite tra
Xing ed il mondo immobiliare di Shangai. Che Chen aveva quasi convinto a
parlare, ma che muore prima. Sembra che ci siano interessi molto alti in gioco.
I potenti della cricca di Xing rimasti in patria, tra cui il fratellastro,
cominciano anche a minacciare Chen stesso e la di lui madre. E trovano il modo
di spedirlo con una delegazione di scrittori in un giro culturale negli Stati
Uniti, in modo (forse) di eclissarsi prima del suo ritorno. Qui comincia una
storia con un passo diverso. In patria, Yu, il collaboratore di Chen, aiutato
dalla moglie e dal padre, si adopera per tenere informato l’americano. In
America Chen cerca e trova il modo di uscire dalle secche in cui si va
trovando. Qiu inoltre ha modo di sottolineare (con risultati migliori rispetto
alla prima parte) le differenze tra i due paesi. Il contatto tra i cinesi
emigrati e quelli rimasti in patria. La solidarietà delle diverse Chinatown. Ed
ha modo di ricollegare Chen alla mai sopita storia d’amore con Charlotte, che
si era sviluppata due romanzi fa, senza poi raggiungere punti decisivi. Due
mondi sono, e diversi. Difficile l’incontro. In America c’è modo di assistere
ad un nuovo omicidio (di un personaggio insignificante, ma forse scambiato per
Chen). E Chen ha modo di far arrivare un messaggio forte a Xing: se ti
consegni, avrai salva la vita del tuo fratellastro. Il senso della famiglia è
forte in tutti i cinesi. E Xing, sotto la spinta della madre, non potrà che
capitolare. Lascio dettagli e chiuse finali a chi vorrà leggere il libro. Senza
che io ve lo spinga molto. Infatti, è al solito infarcito di citazioni poetiche
(Chen è poeta come il Dalglish della P. D. James), che mi risultano incomprensibili.
Poiché, inoltre, anche Qiu è un esperto di poesia, spesso si citano autori per
mandare messaggi. Ma noi poveri “mortali” abbiamo forse conoscenze delle
poetiche Tang? O riusciamo a decrittare piccoli passi che sembrano haiku surrealisti?
Io no. Ed è questo che mi porta ad un giudizio in minore del libro. È lento,
pieno di rimandi che non capisco. Pieno di cineserie, come quella del titolo
(italiano, ovvio, che quello inglese di altro parlava). Che si rifà ad un
racconto cinese antico dove un granaio veniva razziato dal di dentro dai ratti.
E mentre ne narra, un vecchio poliziotto si riferisce a Xing ed alla sua cricca
come epigoni di quei ratti, ma non più neri. Ora sono ratti rossi, con una
(iperbolica per me) congiunzione con il comunismo al potere. Ma il racconto
generale soffre di questa duplice anima non sopita, rimanendo sul filo della
potente verità quando fa lamentare uno degli scrittori in visita alle
Università americane che gli unici testi cinesi presenti all’estero sono dei
dissidenti. Loro, poeti ufficiali, vengono ignorati. Non so se giustamente, ma
così va il mondo. Noto solo di passaggio un rigo che mi riporta alla mia prima
visita a Shangai, laddove si parla di un edificio coloniale che ospitava negli
anni ’90 il primo “Kentucky Fried Chicken” aperto in Cina. E che ben ricordo!
“Sapendo che era impossibile da farsi, tentò
lo stesso di farlo perché era ciò che doveva (Confucio).” (38)
“Il sole cala a occidente / quante volte?, /
incapace di impedire il cadere dei fiori. / Le rondini tornano, come fossero di
casa.” (brano di poesia cinese tradizionale, che viene citato come per collegare
Chen e Catherine, i possibili amanti dei due mondi diversi, ma che a me lascia
discretamente freddo) (317)
David Baldacci “Il gioco di Zodiac” Mondadori euro 10
[A: 15/04/2012– I:
14/04/2013 – T: 17/04/2013]
[tit. or.: Hour games; ling. or.: inglese; pagine: 518; anno 2004]
Un’altra
discreta prova dello scrittore più bello d’America (almeno secondo Vanity
Fair). Siamo al secondo romanzo imperniato sulla coppia di investigatori Sean
& Michelle. Direte voi: ma ce ne sono una valanga nella storia della
letteratura, dov’è la novità? L’idea di Baldacci è rovesciare, almeno un po’, i
soliti cliché e fare della donna l’elemento d’azione e dell’uomo quello di
riflessione. I due li avevamo visti ne “Il candidato” dove, dopo aver preso
scoppole a destra e a manca (quasi fossero il PD…), decidono di unire i loro
sforzi. Fondano quindi e con successo un’agenzia investigativa. Ed ora li
troviamo in un bel guazzabuglio di morti. C’è un intrepido assassino che
comincia ad uccidere delle persone usando ogni volta una tecnica mutuata da un
famoso serial killer americano. Ed inviando ai giornali, dopo ogni delitto, una
lettera cifrata (ma Sean farà presto a decodificarla) dicendo di NON essere
quel serial killer. I due intanto vengono anche ingaggiati da un avocato per la
difesa di un tizio forse ingiustamente accusato di rapina. Peccato che il
rapinato sia il più benestante cittadino locale. Con moglie arcigna e decisionista,
e due figli, Eddie pittore sconclusionato con moglie sbandatella e Savannah
giovane ragazza (avuta quasi una ventina d’anni dopo). C’era un terzo, gemello
di Eddie, ma morto in giovane età. E peccato anche che il benestante sia
colpito da infarto e giaccia in ospedale. Dove anche lui viene ucciso, con
tecniche simili agli altri, ma con delle diversità che non sfuggono a Sean
& Michelle. L’unica costante, anche di questo assassinio, è un orologio
posto al polso della vittima. Ogni volta con un’ora in più. Che tra l’altro dà
il titolo al libro originale: il gioco dell’ora. Con facile gioco di parole su
il nostro gioco, dall’inglese our – hour; e che i traduttori stravolgono in
gioco di Zodiac dal nome del primo orologio trovato al polso della prima vittima
(peccato che sia il solo Zodiac che viene usato, con buona pace di chi non sa
fare il proprio mestiere). La vicenda poi si complica con la partecipazione
della patologa locale, Sylvia, con una storiella passata con Sean. E con
Michelle che non è insensibile al fascino di Eddie, soprattutto quando questi
gioca alle ricostruzioni storiche della guerra di secessione (una passione
americana su cui bisognerebbe tornarci su). E con la presenza di un tal Kyle
assistente di Sylvia ma teso a rubare farmaci dopanti. E di quella di Sally,
stalliere alla villa dei Battle (quelli ricchi) che ad un certo punto, ma
quando anche lui è morto, fornisce l’alibi a Junior l’accusato della rapina. Di
morti ne abbiamo quindi una caterva: una prostituta, due ragazzi che facevano
l’amore in macchina, il riccone, Junior, Kyle, Sally, una signora madre di tre
figli che faceva la spesa. Insomma una carneficina. Indagando con i suoi
agganci per vari posti americani (Sean era in fondo un ex agente ed un avvocato
ben piazzato) si riesce a ricostruire la vita sregolata del vecchio Battle. Un
uomo pieno di eccessi, gran puttaniere, ammalatosi di sifilide in gioventù
(così ci dice la patologa dopo l’autopsia), despota, che lascia morire il
figlio gemello, che comanda a bacchetta moglie e restanti figli. Ma pare anche
fascinoso, forse perché ricco. O viceversa. Per il momento, Sean scopre anche
che uno dei ragazzi uccisi era figlio del vecchio Battle e di una sua relazione
adulterina. Con il padre cornuto che cerca di far fuori i due investigatori.
Qui esce fuori la nostra Wonder Michelle che salva la situazione sparacchiando
spencolandosi fuori da un’auto in corsa. E poi salvando il socio Sean guidando
motoscafi spericolati nel lago cittadino. Io avevo puntato molto su di un
possibile colpevole, ma alla fine (anzi si capisce molto prima) i colpevoli
sono due. E non li avevo individuati. Forse Baldacci mette troppa carne al
fuoco. Anche perché deve far crescere un po’ i due personaggi. Così coltiva il
lato azione con Michelle che praticamente è una specie di triatleta
poliziottesca e con Sean che rivela un lato super-gaudente quando discetta di
vini francesi (ottimo il Bouquet del Saint-Emilion). Tuttavia riconosco la
bravura nello scrivere, anche se la fine è un po’ affrettata. Prodotto discreto
e di buona fattura. Non male in questi momenti difficili.
Camilla Läckberg “Lo scalpellino” Marsilio 14 (in realtà, scontato 10,50
euro)
[A: 29/06/2012– I: 30/04/2013 – T: 02/05/2013]
[tit. or.: Stenhuggaren; ling. or.: svedese; pagine: 570;
anno 2005]
Un
nuovo episodio della saga di Fjällbacka, dove si risale un po’ la china
rispetto al precedente che mi aveva lasciato leggermente insoddisfatto. Dal
prorompente esordio è passato del tempo e la scrittrice ha messo in cantiere
anche un po’ di mestiere. Anche se poi, leggendo molto e comparando, ci si
accorge che, spesso e volentieri, gli autori usano trucchi o modalità simili
per andare avanti. Intanto, ormai quasi tutti usano questo alternarsi di
presente e passato, dove ad ogni capitolo facciamo salti avanti e indietro nel
tempo. Che il passato serve a spiegare se non a giustificare il presente. Tutta
l’abilità sta nel non far capire chi sia il personaggio cattivo che si delinea
nelle pagine del passato. Ed in questo la Läckberg ha delle frecce al suo arco.
Anche se, dal punto di vista del giallo in quanto tale, già nel primo capitolo
avevo fatto un’ipotesi di colpevolezza, che si è rivelata corretta alla fine
del libro. Quindi brava nell’andare su e già nel tempo, ma il tempo presente è
discretamente lineare. Secondo “trucco” è l’uso dei bambini. Pare che non passi
giallo nei paesi scandinavi se non ci sia qualche problema con i bambini. Dagli
abusi alle uccisioni. Ed anche qui cominciamo con l’omicidio della piccola
Sara. Figlia affetta da ADHD (su questo torneremo più avanti) di Charlotte e
Niclas, che hanno grossi problemi tra loro, e grossi problemi con Lilian, la
madre di Charlotte. Omicidio che tocca da vicino i protagonisti della vicenda,
che Charlotte è diventata amica di Erica da quando questa ha partorito la
piccola Maya, figlia sua e del poliziotto Patrick. E sarà proprio Patrick ad
incaricarsi delle indagini che vedono mettere tante carni al fuoco. Tanto che
qualcosa brucerà un po’ troppo. Da una parte, infatti, le vicende umane di vita
quotidiana: le difficoltà di Charlotte con la madre, la malattia probabilmente
fatale di Stig il compagno di Lilian, i problemi di Niclas con la sua di
famiglia, e soprattutto con il padre Arne, sacrestano bigotto. Nonché i
problemi tra Lilian ed il vicino Kaj per questioni di territorio delle rispettive
case. Kaj che ha anche problemi con la moglie, la sola ad occuparsi seriamente
del loro figlio Martin, affetto dalla sindrome di Asperger. Inciso: terzo
trucco, infarcire le vicende di nuove e, a volte, poco note malattie. Da poco si lesse della
sindrome di Klinefelter nei libri della Reichs, qui abbiamo Asperger che
fortunatamente già avevo incontrato, una specie di autismo ad alto quoziente
intellettivo. Ma anche, come detto sopra, l’ADHD e l’analogo DAMP, che purtroppo
nel libro sono citati minuscoli e senza spiegazioni. Solo dopo attenta ricerca
ho scoperto essere malattie relative all’iperattività ed a deficit
nell’attenzione e nella percezione. Anche qui, due righe di spiegazione non
avrebbero guastato. Ma torniamo alla vicenda, che oltre ai problemi della
comunità, ci sono quelli della locale polizia, con il capo sempre lontano dalle
vicende, con Patrick e Martin, i giovani, che cercano di mettere le pezze dove
possono. E con l’inutile Ernst che per insipienza combina un guaio dopo
l’altro. Non avverte che nella cittadina c’è un possibile pedofilo, provocando
prima la morte di un abusato, poi, per tirarsi fuori dai guai, anche di un
secondo giovane. Certo che lo scalpellino del titolo non ci aiuta molto: non è parte
della vicenda, e muore ben presto, lasciandoci alle prese con una strana tipa,
la moglie Agnes, che continua a far guasti tra Svezia ed America (quando non
omicidi). Non può essere l’assassino che cerchiamo, in quanto dovrebbe avere
un’età vicino ai cento anni. Ma Patrick, con l’aiuto anche di una puntata di
Cold Case americano visto in televisione, che gli da una possibile
interpretazione, riesce a risolvere l’intricata matassa. Trova la persona che
ha già tre omicidi alle spalle, e si avviava forse ad altri due o tre. E con
tutta la carne a fuoco, c’è anche tempo per seguire qualche pagina della
vicenda della sorella di Erica maltrattata dal marito e della crescita interna
al loro rapporto che fanno Erica e Patrick passando dalla depressione post-partum
alla possibilità di intravedere futuri radiosi con i bambini. Alla fine, come
detto, troppa carne sulla brace e qualche pezzo si brucia troppo. A noi che
piace al sangue. Rimarchiamo e sottolineiamo comunque la capacità di bella
scrittura ed anche di non dimenticarsi pezzettini di vicenda. Alla fine tutto
si spiega. Con qualche apertura ad un probabile quarto episodio. Come dicono i
telefilm di una volta: continua…
“Ritrovarsi in casa un neonato era come
entrare in un universo estraneo e sconosciuto, con tensioni sempre nuove
appostate dietro ogni angolo. Perché non dorme? Perché piange? Ha troppo caldo?
Ha troppo freddo? Non le sono venuti strani puntini?” (9)
Veit Heinichen “Nessuno da solo” E/O 11,50 (in realtà, scontato a 5,98
euro con Feltrinelli+)
[A: 01/12/2012 – I: 13/05/2013 – T: 15/05/2013]
[titolo: Keine frage des
geschmacks; lingua: tedesco; pagine: 384; anno:
2012]
I
conoscitori del tedesco (e quindi non io, come ben si sa) mi dicono che
geschmacks ha a che fare con gusti o scelte o similari. Tanto per rimarcare la
poca lucidità degli editor (e spero sempre che qualcuno mi dia qualche lezione
di traduzione – marketing). Fatta quindi la solita premessa, ormai quasi
monotona, su traduttore – traditore, veniamo all’ultimo libro del fino ad ora interessante
Heinichen. Ricordo ai meno attenti, che il nostro scrittore è tedesco, scrive
in tedesco, ma vive a Trieste dove ambienta le sue storie di poliziesco –
civico, nella tradizione nordica ormai consolidata. Protagonista degli scritti
è anche qui un commissario, Proteo Laurenti, che mi ha sempre affascinato nel
nome. Tuttavia, rispetto ad altre storie, sempre con qualche puntata ben
scritta sul sociale, qui, vuoi per la sensibilità dell’autore, vuoi per la
situazione italiana non particolarmente rosea, le sparate sono un po’ troppo
lunghe, ripetitive, quasi che ci si sentisse in dovere di dire cose,
politicamente corrette, ma che non incidono (come la frase che sotto riporto).
Continuare a dire del sistema di corruzione instaurato da venti anni di Silvio,
seppur corretto, non prende, non porta elementi nuovi, e rischia di diventare
fuorviante, almeno in questo contesto. Che non è quello di Saviano, ma quello
di uno scorrere di giorni nella Trieste attuale. Con i problemi della malavita
locale, di quella che viene dall’est, e con la ragnatela di malaffare esemplificata
dal cattivo centrale del romanzo, Lele Raccaro, i cui tentacoli si allungano
sino a Roma. Ma che non sa di avere un punto debole in Aurelio, suo figlio naturale.
Che pensa e spera di trovare la sua strada nel “cattivo mondo”, ma che può
usare solo l’unica arma che conosce: il sesso. Con il quale comincia piccoli
ricatti verso tedescone in gita, per poi tentare il colpo grosso con una donna
deputato del Parlamento inglese. E qui incappa in una girandola di
contrattempi: l’inglesina non ci sta a pagare, chiede aiuto alla sua amica etiope
Miriam Natisone, di origini italiane (Natisone è un fiume del Friuli), che
contro gioca il cattivello, contro manipolando le foto, e scompigliando la vita
triestina venendo a scoperchiare le piccole salme in loco. Nelle more, essendo
giornalista, ne approfitta per un reportage sul caffè a Trieste, che, come
ognuno che conosce della nera bevanda, è il luogo principe del caffè italiano.
Lì si produce la maggiore quantità di caffè (da cui derivano Illy e compagnia),
lì si consuma più caffè che a Napoli. E per inciso questa è la parte migliore
del libro, dove ripiombiamo ancora una volta verso una degustazione di Kopi
Luwak, il famigerato monocultura indonesiano. Miriam comincia a dare troppo
fastidio, e viene presa nel mirino da Aurelio. Ed intanto Proteo che fa? Qui
vengono le dolenti note, che si perde, il nostro Veit, nelle lunghe
problematiche familiari di casa Laurenti. Dopo la storia con la procuratrice
slava, ora il commissario è impegnato in un flirt con una dottoressa che ha la
metà dei suoi anni. In parallelo, anche sua moglie Laura ha una storia con un
critico d’arte che cerca di rifilarle patacche. Poi ci sono i figli: Laura che
non trova lavoro stabile, viene ingaggiata in una produzione italo - tedesca,
il cui gestore è amico del Lele di cui all’inizio, e che muore nelle prime
pagine del romanzo, Patrizia che ha avuto una bambina, che ha il marito lontano
e che gli mette le corna con un guardaboschi, e Marco, l’unico che ne esce
bene, il cui unico intervento in tutto il libro è preparare una cena a base di
meduse fritte. E Laurenti, indagando sulla morte del tedesco, su di un furto di
caffè, si imbatte nella Miriam, nei fatti e misfatti di Lele, scoprendone anche
un tentativo di evasione fiscale con tanto di soldi verso San Marino, bloccati
al porto di Ravenna. Ma tutto è molto stanco, lungo, quasi insopportabilmente
lungo, che si aspetta con ansia la fine. Che arriva, annodando i fili, e facendo,
come spesso in Italia e sovente in Heinichen, vedere che purtroppo la giustizia
non è mai troppo nei primi posti delle italiane cose. Insomma, mi aspettavo di
più, più incisivo, più avvincente. Ed invece è meno, molto meno di tutti gli
altri libri di Heinichen. Speriamo sia solo un momento.
“Anche questo faceva parte del castello di
bugie del governo: aggravare di proposito la situazione del paese, in modo da
essere costretti a procedere in maniera ancora più compatta per porvi rimedio e
sferrare così un attacco dopo l’altro allo stato di diritto.” (271)
Come
ogni prima trama, parliamo ora anche dei libri del mese di aprile, in realtà non
proprio esaltanti, con due tonfi iberici della Asensi e di Rebelo, e nessuna “punta
di diamante”.
#
|
Autore
|
Titolo
|
Editore
|
Euro
|
J
|
1
|
Clive Cussler & Jack Du Brul
|
Corsair
|
TEA
|
9
|
2
|
2
|
Elizabeth Peters
|
Pericolo nella Valle dei Re
|
TEA
|
8,60
|
3
|
3
|
Qiu Xiaolong
|
Ratti rossi
|
Marsilio
|
12
|
2
|
4
|
Andrea Vitali
|
Almeno il cappello
|
Garzanti
|
12
|
3
|
5
|
Anne Holt
|
La dea cieca
|
Einaudi
|
13
|
3
|
6
|
David Baldacci
|
Il gioco di Zodiac
|
Mondadori
|
10
|
3
|
7
|
Matilde Asensi
|
La vendetta di Siviglia
|
BUR
|
8,90
|
1
|
8
|
Ian Rankin
|
Fine partita
|
TEA
|
9
|
3
|
9
|
Fernando Savater
|
La vita eterna
|
Laterza
|
6,90
|
3
|
10
|
Ian Rankin
|
Casi sepolti
|
TEA
|
9
|
3
|
11
|
Marco Vichi
|
Perché dollari?
|
TEA
|
9
|
2
|
12
|
Michael Connelly
|
Lame di luce
|
Piemme
|
10
|
3
|
13
|
Tiago Rebelo
|
Il tempo degli amori perfetti
|
Beat
|
9
|
1
|
14
|
Simonetta Agnello Hornby
|
Un filo d’olio
|
Sellerio
|
14
|
3
|
15
|
Ian Rankin
|
Una questione di sangue
|
TEA
|
8,90
|
3
|