domenica 19 ottobre 2025

Il nero viene dal Giappone - 19 ottobre 2025

Una trama gialla, anche questa settimana, in cui si mettono a confronto diverse provenienze di nero. Ebbene, domina e di gran lunga, il nero giapponese di Masako Togawa, pur con delle incomprensioni che potrete leggere nel testo. Al secondo posto, anche se ben da lontano, il nero spagnolo di Domingo Villar, premiato soprattutto per il recupero del gallego nella scrittura e nella vita. Chiudono, ben lontani, sia Pierre Lemaitre, che preferisco quando parla di noir piuttosto che quando ne scrive, sia gli inglesi, questa volta ben lontani. M.C. Beaton con il serial di Agatha Raisin e S. J. Bennett con una fiction che coinvolge la regina come motore primo delle indagini.

Pierre Lemaitre “Il serpente maiuscolo” Repubblica Essenza Noir 4 euro 8,90

[A: 15/07/2022 – I: 27/06/2025 – T: 29/06/2025] - &&  

[tit. or.: Le serpent majuscule; ling. or.: francese; pagine: 252; anno 2021]

Confesso di avere un sentimento ambivalente verso il valente scrittore francese. Ho letto alcuni suoi noir, e devo dire che il mio giudizio va dal sufficiente all’inutile. Poi ho letto il bellissimo Dizionario per gli amanti del giallo. Che ritengo una delle cose più interessanti e coinvolgenti che abbia letto dedicate a questo genere letterario. Ovviamente un po’ francofono centrico, ma ci può stare.

Tornando quindi ai romanzi, mi trovò a leggere questo libro che un po’ ne è la summa. È il primo libro scritto da Lemaitre nel lontano 1985, ma che poi l’autore tiene nel cassetto per decenni. Contiene in embrione una serie di temi che l’autore svolgerà ed approfondirà nei romanzi successivi. Poi trentacinque anni dopo la prima stesura, lo riprende in mano e decide di pubblicarlo, praticamente senza cambiare una virgola, e con una precisazione inziale importante: nelle intenzioni di Lemaitre c’è di dedicarsi ad altri tipi di scrittura, per cui queto chiude un ciclo, potendo essere il primo libro (scritto) e l’ultimo libro (pubblicato).

In ogni caso, e magari ci troneremo in finale, pur essendo in accordo con l’autore che non ha senso modificare lo scritto, avrei forse fatto dei piccoli aggiustamenti al fine di evitare incongruenze e salti di informazione. Non avrei certo modificato ad esempio il modo di comunicare tra i personaggi misteriosi, tramite messaggi lasciati in cabine telefoniche (visto che allora non c’erano ancora cellulari che hanno sconvolto non solo la scrittura, ma anche la nostra vita).

Il dato forte che emerge da questo primo scritto è anche il tentativo (spesso devo dire riuscito) di fare ironia da parte dell’autore. Non ci si presenta una trama lineare, non ci vengono mostrati personaggi da amare e/o da odiare. Una scelta che, se non ben dosata, a volte è un limite dello scritto, e qui, devo dire, lo è. Non solo non riusciamo ad “amare” o a identificarci con qualche personaggio. Ma quando sembra che abbiamo un movente per ritenere nostro sodale qualcuno, ecco che questo o muore o fa delle cose così strane e riprovevoli, che esce fuori subito dal radar della nostra benevolenza.

Il nodo centrale della trama è seguire le (dis)avventure di sicari professionisti, delle loro vittime e dei poliziotti che stanno dando loro la caccia. Purtroppo, però, il secondo corno del trittico sopra esposto è quello meno sviluppato. Chi è Quentin, il primo morto ammazzato? Chi è Brigitte la porno-studentessa anche lei uccisa e che forse ha dei legami con Quentin? Di sicuro, almeno sembra, perché vengono uccisi dalla stessa persona. Ma non è detto.

A parte alcuni sicari collaterali, il sicario principe è quantomeno una persona insospettabile: Mathilde, sessantenne sovrappeso, amante dei cani ed un filino distratta. Anche se Mathilde viene da una scuola invidiabile: eroina della resistenza durante la Seconda Guerra mondiale (allora ventenne), invidiabile dura nel punire, con tortura e morte, i prigionieri tedeschi. Alla fine della guerra, si ritira in buon ordine, si sposa, ha un’esistenza “normale”, e mette al mondo anche una figlia. Ma ad un certo punto, Henri, il suo responsabile dei giorni di guerra, le chiede una missione delicata. E lei accetta.

Da questo punto sviluppa una doppia vita, senza che mai nessuna ne sospetti qualcosa. Ad un certo punto, il marito muore (e Lemaitre lascia intravedere la possibilità che non sia una morte del tutto naturale). Lei vorrebbe che Henri si dichiarasse, cosa che non succede. Allora si dedica a queste saltuarie missioni. Ben remunerate e tutte di successo. Peccato che ora, dopo i sessanta, cominci a perdere colpi.

A volte usa più pallottole del necessario (perché sparare anche al basso ventre, quando la prima pallottola aveva già compiuto il suo dovere?), a volte uccide più del necessario (perché uccidere anche il povero bassotto?). Poi si dimentica di disfarsi delle pistole. Cioè, va in riva alla Senna, ma poi torna a casa e mette le pistole in vari cassetti, tutte ben oliate e pronte all’uso. Si dimentica anche chi le ordina cosa, tanto che trovando il nome su di un foglio, uccide la persona senza chiedersi (o senza ricordarsi) chi sia la persona, e perché il nome è su di un foglio, vista la segretezza che circonda le missioni che Henri le affida.

Henri si accorge delle defaillance di Mathilde, ed è di fronte ad un bivio: ucciderla per salvare “l’azienda” o fuggire insieme a lei. Prova tutte e due le strade, anche se Mathilde, pur distratta, è sempre un passo avanti. Portando tutta la seconda parte del libro ad un livello splatter che forse farebbe piacere al mio amico Bissa (o almeno al Bissa giovane).

Unico baluardo che sembra possa fermare Mathilde è l’ispettore René Vassiliev. Intanto, lo straniamento è dato da quel cognome da immigrato russo. Poi anche dalla storia personale di Renè. Famiglia presto disgregata, solo una specie di patrigno che lo accudisce, che ora, peccato, sia realmente in via di Alzheimer, anche se con punte di coscienza. Anziano che viene accudito dalla bella cambogiana Tany, di cui Renè sembra innamorarsi. Renè che è l’unico a capire la possibile pista Mathilde. Tra qui pro quo, ed altre ironiche avventure, di questi quattro personaggi, uno solo arriverà alla fine, con buona pace di chi, via via, si innamora di questa o di quella persona.

Quindi, a parte i dubbi su perché vengano uccise le persone dai sicari, rimangono altri punti in sospeso. Per alcune pagine comare il figlio abbondonato da una ragazza madre, prima drogata, poi uscita dal tunnel. E poi, in concomitanza con eventi insondabili, di questo ragazzo non si sente più parlare. Altro mistero è chi ha decapitato il povero Ludo, il simpatico dalmata di Mathilde. Insomma, ci sono incongruenze, e non viene seguito minimamente l’elenco di regole imposte al genere fin dagli anni ’20 da S. S. Van Dine.

Quindi, certo, alcune riflessioni sulla vecchiaia (ma ormai spesso i libri di quasi tutti gli scrittori, soprattutto nel post-Covid, parlano di fine vita), alcune ironie sulla casualità della vita, ma niente di realmente coinvolgente ed appagante. Un bel compitino “giovanile” che forse la maturità ottenuta avrebbe consentito di rendere più efficace e meno filologico.

Masako Togawa “Residenza per signore sole” Repubblica Giappone 17 euro 8,90

[A: 19/01/2025 – I: 15/07/2025 – T: 16/07/2025] - &&&&

[tit. or.: 大いなる幻影, Ōi Naru Genei; ling. or.: giapponese; pagine: 175; anno 1962]

Un libro ed una lettura piena di piccole incomprensione, ma riscattate, alla fine, da un risultato superiore alle aspettative.

Essendo uno dei libri della collana di Repubblica dedicata al “Giappone d’autore”, l’avevo inserito nelle letture “romanzesche”. In realtà, come ho poi scoperto anche documentandomi, e leggendone, è un giallo molto interessante, uscito dalla penna di Masako Togawa, anch’essa una persona molto particolare.

Masako, infatti, nasce nel ’31, perde il padre in guerra e, per ristrettezze economiche, va a vivere con la madre in una residenza come questa del libro, dove vivono solo donne. Intorno ai 25 anni, notata da un critico musicale durante un coro, viene ingaggiata come cantante in un locale di Tokyo. Nelle pause tra le esibizioni, nel suo camerino, comincia a scrivere storie legate alla casa dove vive. Storie che poi cuce in questo libro che, uscito lei trentenne, ha subito un grande successo, tanto che vince il più prestigioso premio per libri polizieschi giapponese, il Premio Edogawa Rampo.

Dagli anni ’60 in poi acquista notevole popolarità. Scrive (alla fine più di cento romanzi), canta, apre un locale a Tokyo che andrà avanti sino al 2010, e che diventa punto di riferimento della comunità LGBT. Ha almeno sette figli da diversi compagni, anche se non risulta mai sposata. Negli anni ’70, si esibisce anche come attrice in film e serie televisive tratte dai suoi romanzi. Muore di cancro a 85 anni nel 2016.

Altra confusione riguarda le date, che viene detto nelle bibliografie italiane, essere un libro del 2022. Invece è uscito, come detto sopra, ben sessanta anni prima. Un errore benefico, perché altrimenti avrei posticipato la lettura ad altre epoche.

L’ultimo errore “tecnico” della lettura, ma non imputabile a me, è il titolo. Che il titolo originale, tradotto, recita “La Grande Illusione”. Anche il successo inglese è attraverso un titolo cambiato, che lì intitolano “La Chiave Universale”. Nella pubblicazione italiana, esce fuori questo titolo, collegato all’ambiente in cui si svolge l’azione, che fa pensare ad uno dei tanti libri di “benessere” che il Giappone sta sfornando negli ultimi anni.

Il meccanismo narrativo risente molto della tradizione giapponese, sia per l’ambientazione che per i modi espressivi. Tutto si svolge in un condominio femminile, dove vivono alcune signore attempate “dai destini incrociati”, come direbbe Calvino. Quella delle residenze a basso costo per persone di limitate possibilità economiche è stata a lungo, nel dopoguerra dopo la grande sconfitta, un modo per poter sopravvivere proprio di donne che avevano solo pensioni basse o impieghi a basso reddito. Un luogo con delle custodi che controllano l’ingresso, dove gli uomini sono tollerati solo per visite diurne, essendo ben schedati all’entrata.

Oltre alle due custodi indolenti (Tōjō e Tamura), vediamo scorrere nelle varie stanze della residenza la vita di diverse donne. Kimura, un’ex insegnante che passa il suo tempo a scrivere una lettera al giorno a ciascuno dei suoi studenti. Yatabe, una violinista dotata violinista, che è stata costretta, in gioventù, a interrompere una brillante carriera a causa della paralisi a un dito. Muneka, vedova di uno scienziato che sta cercando disperatamente di portare a termine e di far pubblicare il lavoro del marito. Ueda, un’insegnante di disegno di una scuola elementare che non esce mai dalla stanza. Ishyama, una stramba inquilina che vive dell’assistenza pubblica, di furti e di piccoli stratagemmi. Santō, donna misteriosa e forse un po’ pazza che non si vede quasi mai. Iyoda, seguace della una setta esoterica “Culto dei tre spiriti”.

Oltre a questo nucleo di personaggi dislocati ai vari piani della residenza, ed in qualche modo legati alle vicende di un passe-partout che apre tutte le porte, e che passa di mano in mano, Masako utilizza una scrittura variata e coinvolgente. Alternarsi di prima e terza persona, articoli, lettere, confessioni, salti temporali. Tutte descrizioni che seguiamo accorgendoci ad un certo punto che i narratori sono inaffidabili, che ci portano verso finali cui crediamo, ma che saranno sempre sbagliati e superati dal vero finale, che sarà un bel riavvolgimento di tutti i discorsi.

La trama inizia nel ’51, quando Ueda ed un tizio misterioso seppelliscono in giardino una valigia con un bambino morto, sicuri di essere soli, ma non lo sono. Poi, dato che nella residenza non possono entrare uomini, il tizio esce vestito da donna ed un furgone lo travolge e muore. Nessuno ne sa più nulla, e Ueda comincia ad aspettare. Contemporaneamente, sui giornali compare la notizia del rapimento di un bambino figlio di un americano ed una giapponese (i figli della guerra). Bambino che scompare e di cui si perdono le tracce.

Otto anni dopo, nel residence, Ueda aspetta sempre. Ishyama ruba un violino prezioso a Yatabe (addirittura un “Guarnieri del Gesù”, cosa improbabile che ce ne sono 50 al mondo, ognuno dal valore di svariati milioni di dollari), violino che Yatabe aveva rubato al suo maestro francese quando questi, dopo aver fatto l’amore con lei, la lascia miseramente. Poi le vicende si accavallano: qualcuno scopre che Masako, affetta da demenza senile, riempie fogli di simboli inutili; altri, pensando che Ishyama abbia qualcosa nascosto, da fuoco alla stanza, provocandone quasi la morte.

Intanto Kimura, scrivendo, scrivendo, manda una lettera a Keiko, una sua alunna, che altri non è che la madre del bimbo rapito. Le due si incontrano, si comprendono e Kimura comincia ad indagare sospettando di Ueda. Il tutto complicato dal fatto che la residenza verrà spostata, e di certo uscirà fuori la tomba dell’inizio. Ed ancora più complicato dalla setta di Iyoda che sembra sapere molte cose più del normale, a meno che non sia vero che sia in contatto con i demoni dell’aldilà.

Come detto, alla fine un gran colpo di genio collegherà tutti i fili, per cui capisco i motivi che lo abbiano reso uno dei capofila della letteratura poliziesca giapponese. Laddove unisce un certo gusto occidentale, con una modalità tipicamente giapponese della narrazione, mutuata fin dagli anni Venti da quel capolavoro narrativo e poi cinematografico di Rashōmon.

Certo, un libro datato, ma riscattato da una bella trama, da una bella scrittura e da un visione non occidentale delle vicende giapponesi, dove sempre più si capisce il motivo della solitudine personale e dell’incomunicabilità delle persone che non sanno esternare i propri sentimenti.

“Perché nei libri c’è tutta la vita umana: amore, desiderio, successo e sconfitta, dolore e morte” (163)

M. C. Beaton “Amore, bugie e liquori” Repubblica Noir 42 euro 8,90

[A: 10/04/2022 – I: 16/07/2025 – T: 18/07/2025] - &&  

[tit. or.: Agatha Raisin, Love, Lies and Liquors; ling. or.: inglese; pagine: 249; anno 2006]

Non posso dire né di essere un appassionato sostenitore della scrittura di Marion C. Beaton né di ritenere la sua creazione seriale più longeva, cioè le avventure di Agatha Raisin, uno dei pilastri del giallo moderno. Quando e se capita, ne leggo con occhio distratto, tanto per avere del tempo di relax prima di affrontare più impegnative letture.

Sulle storie di Agatha Raisin, poi, devo segnalare che, a partire dal ’92 sino al 2019 (anno della morte della scrittrice), Marion (questo il significato della M.) ha scritto trenta episodi della serie. Lessi e tramai tempo fa il primo episodio, che risultò gradevole seppur non eccelso. Qui, saltiamo addirittura al diciassettesimo episodio, anche se devo ribadire il giudizio iniziale. Scorrevole lettura, qualche spunto, e qualche lungaggine, per una trama gialla che non sempre avvince.

Intanto cominciamo con le solite lamentele su questa edizione per i tipi di Repubblica. Per quale motivo si decide di far sparire dal titolo l’indicazione che si tratta di un episodio delle avventure di Agatha Raisin? La seconda osservazione riguarda più in generale il titolo di tutte le edizioni italiane. L’inglese giocava sulla tripla “L” delle parole. Tradotte così letteralmente, il gioco si perde. Magari si poteva sfruttare qualche sinonimo, tipo “Agatha Raisin AMA (amori, menzogne e alcolici)”.

Per chi non conoscesse la serie Raisin, ne faccio un breve sunto. Agatha viene da una famiglia proletaria, ma con lo studio e l’applicazione, prima diventa segretaria, poi si occupa di pubbliche relazioni con una sua società. Accumulato un piccolo capitale, liquida tutto, si accontenta di una pensione onorevole seppur non eccelsa, e si trasferisce in una fittizia cittadina del Cotswolds (che possiamo immaginare tra Cardiff, Gloucester e Bristol).

Ha 53 anni, abbastanza intraprendente, e fin dalla prima avventura, che narra del suo trasferimento sulla costa, viene coinvolta in inchieste criminali. Che lei, quasi una novella Miss Marple, risolve brillantemente (spesso con un suo coinvolgimento in prima persona). Nel corso del tempo si crea una piccola ma solida cerchia di amici. Il detective della polizia Bill Wong, l’avaro Sir Charles Fraith, con cui ha qualche passaggio intimo discontinuo, la sua più stretta conoscente, Mrs. Margaret Bloxby, moglie del pastore locale, e James Lacey, un vicino con cui ha molte ed intricate storie.

Dopo molto investigare per diletto, dall’episodio 15 (“Agatha Raisin e il ballo mortale”) mette in piedi una sua agenzia investigativa, che la seguirà sino all’ultima puntata. Inoltre, nell’episodio 16 (“Agatha Raisin e il modello di virtù”) prima si sposa con Lacey, poi, constatata l’inconsistenza di James, divorzia, pur se il tizio (a me mai stato simpatico) rimane nel suo cuore.

Quest’episodio comincia con un tentativo di riconciliazione con James, che la invita in una vacanza. Agatha spera in qualcosa nel sud della Francia, mentre James la porta nel Sussex, in un posto dove aveva trascorso anni della sua infanzia (un po’ il suo Tortoreto, se i miei parenti capiscono). Il luogo è però decaduto, alberghi in rovina, ristoranti dai cibi scadenti, e frequentato da persone volgari come la signora Jankers.

Quando poi la tipa viene trovata strangolata con la sciarpa di Agatha, si verificano due fatti: lei è costretta a rimanere sul posto, per scagionarsi (e quindi per cominciare ad indagare) e James pensa bene di lasciarla sola. Io, a questo punto, lo avrei mandato a quel paese, cosa che Agatha sembra fare solo alla fine del libro (sembra, che l’autrice lascia qualche dubbio).

Quello che non è in dubbio è il fatto che Agatha si trova ad indagare su tutta la famiglia Jankers. Geraldine (la signora) è al terzo o quarto matrimonio, con i precedenti mariti abbastanza malmessi (o morti o in prigione). Qui è in viaggio di nozze con Fred, che sembra un patetico pesce fuor d’acqua. Poi c’è il figlio Wayne con la volgare moglie Chelsea. E per finire, gli amici di famiglia Cyril Hammond con la moglie Dawn.

Il tessuto generale della trama si barcamena tra le vicende private di Agatha (con James che va e viene ma è meglio che vada, e sir Charles che lo sostituisce nei pensieri e nel letto, ma senza molto futuro) e le indagini. Qui, da un lato viene coinvolta tutta l’agenzia di Agatha, ed in particolare il giovane Harry che troverà il modo, alla fine, di incastrare chi di dovere. Dall’altro si susseguono morti ed agnizioni, nel puro spirito di un giallo a metà tra mystery e cozy crimes.

Ovvio che alla fine tutto si restringerà nel capire chi sia stata in realtà Geraldine, che ruolo hanno avuto tutti i suoi mariti (compreso il presente) ed anche il legame di amicizia (reale? Imposta?) con il (ma lo scopriremo solo più tardi) manesco Cyril.

Agatha avrà presto tutte le carte in mano per comprendere chi ha fatto cosa, ma senza, appunto, una fulminante idea di Harry, non sarebbe riuscita a risolvere il caso.

Quello che a me ha più interessato, tuttavia, visto che il giallo è molto “labile”, sono le descrizioni della vita inglese di provincia, i tristi ristoranti, i pub non sempre di buona frequentazione, la pioggia, ed altre “inglesitudini” che rendono sopportabile la lettura di un giallo di buona ma non eccelsa fattura.

“Agatha rimpiangeva l’epoca in cui nei caffè si serviva il caffè americano filtrato. Ormai non si beveva altro che caffè espresso.” (62) [magari…]

“Gli uomini amano sempre pensare che ci sarà una donna a prendersi cura di loro quando saranno un po’ senili e rimbambiti.” (195)

S. J. Bennett “Il nodo Windsor” Repubblica Anima Noir 14 euro 8,90

[A: 02/11/2021 – I: 09/09/2025 – T: 10/09/2025] - && e ½   

[tit. or.: The Windsor Knot; ling. or.: inglese; pagine: 313; anno 2020]

Un altro libro nel solco del coinvolgimento di persone famose in indagini e gialli di vario tipo. La risposta è dubitativa. Certo, il personaggio principale è famoso, noto, quindi riconoscibile. Ma la sua natura non viene stravolta, come in altri gialli similari (penso alle indagini di Dante Alighieri ad esempio). Abbiamo una brava scrittrice inglese, Sophia Bennett (che si firma S.J. e non sono riuscito a sapere perché “J.”) che ben conosce la vita reale inglese e che imbastisce un credibile giallo con al centro la regina Elisabetta.

Credibile perché non vedremo “Lilibet” andare in giro ad interrogare i sospetti ed altre investigazioni di bassa forza, ma utilizzare la sua arguzia (ed anche il suo humor) per muovere le rotelle dell’indagine. Credibile anche nell’ambientazione generale: il castello di Windsor, la pletora di paggi e paggetti, gli aiutanti della Regina, il principe consorte Filippo, la sua irruenza e le sue battute (sempre ai limiti delle gaffe), i corgi Windsor Pembroke reali, nonché i cavalli e le gare a loro riservate.

Poiché questo è il contorno, lo abbiamo indicato, e possiamo passare oltre. C’è una serata di gala nel castello di Windsor, dedicata ad una qualche iniziativa benefica dell’allora principe Carlo (che in qualche modo coinvolgeva iniziative filantropiche russe). Così che si assiste ad una festa ad inviti che vede presenti il magnate russo Yuri Pejrovski con la giovane moglie Masha, un loro carissimo amico (bello e bravo pianista e ballerino) Maksim Brodskij, Meredith Gostelow famosa architetta inglese che lavora soprattutto a San Pietroburgo, l’arcivescovo di Canterbury, Sir David Attenborough, un ex governatore russo e altri dignitari di corte.

Poiché Windsor è spesso ambito per la sua segretezza, in altra parte del castello si riunivano Sir Peter, addetto reale a grandi manovre economiche ed una squadra di giovani ed emergenti promesse per studiare gli effetti economici di una nuova possibile “via della seta” cinese in versione tecnologica. Dimenticavo, siamo nel 2016, avviandoci verso il novantesimo compleanno della Sovrana (che sarà il 21 aprile), Filippo ha da poco compiuto 95 anni. E siamo prima dell’estate, visto che con in un accenno si dice che entro poco tempo cominceranno le olimpiadi a Rio de Janeiro.

La mattina si scopre il corpo di Maksim tentativamente agghindato come in un eccesso di autoerotismo, ma da subito capiamo che è stato un omicidio. In effetti, Elisabetta lo capisce subito, ed aiutata dalla sua assistente, l’avvenente nigeriana Rozie Oshodi comincia le sue indagini. Qui abbiamo i tocchi ironici tipici del “cozy crime”, con i Servizi Segreti che puntano subito alla pista del complotto ordito da Putin (si tratta in ogni caso della morte di un russo, che pare avesse un blog antiputiniano). E da qui, per tutto il romanzo, ci sarà un duello di fioretto e sciabola tra MI5 e la Regina, dove Elisabetta vincerà sempre, ma farà sempre in modo da nascondersi dietro qualcosa. Rozie, un agente segreto in pensione o altro.

Comunque, poi si scopre che una signorina che faceva parte (o avrebbe dovuto far parte) della riunione “cinese” muore anche lei. E muore una seconda ragazza che aveva conosciuto Maksim all’Università e che pare facesse l’escort o qualcosa di simile, avendo sempre molti soldi a disposizione di dubbia provenienza.

Il punto debole della trama è purtroppo l’accumularsi di nomi e di intrighi, per cui non si segue con facilità l’andamento lineare delle indagini. Maksim sembra a volte un gigolò, poi un semplice tombeur de femme, con un indubbio fascino. La prima signorina, oltre a sapere il cinese per il suo lavoro di economista, non sembra avere altri appeal. Come anche la seconda, anche lei fluente in mandarino per un lungo passato in giovinezza ad Hong Kong (ma data l’età, in una città già cinesizzata).

Vedremo all’opera la nostra Rozie, sotto la sapiente guida reale, ma anche con indubbie capacità proprie: laureata in economia con tre anni all’accademia di Sandhurst nell’Artiglieria reale. Saprà Rozie muoversi con discrezione ed efficacia, saprà unire i puntini che le fornisce la Regina, e saprà restituire alla stessa le informazioni che permetteranno ad Elisabetta di avere il quadro della situazione e degli avvenimenti, per decidere come muoversi al fine di circoscrivere gli eventuali danni di immagine e fornire all’MI5 i dati necessari alla chiusura delle indagini.

Per i meno addentro alla moda, il titolo è ben significativo. Infatti, non si riferisce meramente a Windsor inteso come castello, ma al nodo che porta il suo nome, universalmente noto come “nodo Scappino”, uno dei modi classici di annodare le cravatte (tra l’altro l’unico che ho sempre usato io). Ed è anche il nodo con cui veniva legato il giovane Maksim nella messa in scena del finto suicidio. Una volta tanto che il titolo è coerente con il testo, e con il suo mantenimento anche in italiano.

Ultima annotazione ironico-personale. Viene citata come prima dama di compagnia ed aiutante della Regina tal Mary Pargeter (pagina 127), che non so se sia esistita, ma il nome è il vero nome della scrittrice Ellis Peters, scrittrice di gialli imperniati sulla figura di un frate medioevale, fratello Cadfael, di cui scrisse 21 romanzi, di cui ho la collezione completa.

Per finire con la scrittrice, come dicevo, ben l’ambiente e l’uso dei reali non in modo da stravolgerne il modo di vivere, bene anche l’ironia (e le frecciate a Putin nel 2020 sono un balsamo lette ora cinque anni e molta guerra dopo). Un po’ troppo complicata la trama, per un giudizio giustamente sufficiente.

Domingo Villar “Occhi d’acqua” Repubblica Profondo Noir 31 euro 8,90

[A: 26/01/2024 – I: 05/10/2025 – T: 07/10/2025] - &&& --  

[tit. or.: Ojos de agua; ling. or.: spagnolo; pagine: 205; anno 2006]

Domingo Villar è stato un interessante esponente della letteratura regionale spagnola. Poiché, come tutti sanno, gli spagnoli sono adusi certo a scrivere in castigliano, la lingua “ufficiale”. Ma non disdegnano esprimersi anche nelle lingue “locali”: catalano a Barcellona, il gallego a Santiago de Compostela o il basco a Bilbao (ho volutamente citato i centri delle varie lingue, che altrimenti si apriva un dibattito senza fine).

Qui siamo in una scrittura gallega o galiziana, che l’autore stesso poi tradusse in castigliano per la pubblicazione dentro e fuori la Spagna. Tant’è che il titolo originale era “Ollos de auga”, diventato poi in castigliano “Ojos de agua” ed in italiano “Occhi d’acqua”. Per fortuna, una volta tanto, mantenendo anche l’originale, anche perché fanno riferimento ai bellissimi occhi color dell’acqua di mare del morto al centro delle indagini.

Dicevo Domingo era perché purtroppo nel 2022, a soli 51 anni, stroncato da un ictus. Un galiziano puro, nato e morto a Vigo, sulle rive dell’Oceano, anche se normalmente viveva ormai a Madrid, lavorando come commentatore radio-televisivo di letteratura, gastronomia e calcio. Anche se non disdegnava cimentarsi in teatro e sceneggiatura. Ma per la narrativa era noto come autore della trilogia con protagonista l’ispettore Leo Caldas, di cui questo è il primo episodio.

E sono contento di averne letto, e di averne letto dal principio, che qui vediamo ed apprezziamo la nascita di un personaggio e di uno stile di scrittura. Cominciando dal secondo, l’elemento peculiare dello scritto è l’aver battezzato ogni capitolo con una parola, e di averne dato poi una definizione basata sul dizionario spagnolo della Real Academia de España. Sono parole che introducono una sorta di riassunto del capitolo stesso, anche se a volte, invece che esplicatrici possono condurre verso l’inganno. Comunque un vezzo che mi riporta alla memoria alcuni momenti topici di un altro grande investigatore aduso a cercare conforto ai propri pensieri nelle pagine di un dizionario, Kostas Charitos di Petros Markaris.

Ma qui, nonostante il caldo (l’azione di svolge a maggio), siamo appunto a Vigo, sulle rive oceaniche. Una città che non conosco ma che l’autore ci fa vivere nelle strade, nei locali, nel porto, e nell’entroterra, tanto che viene subito voglia di andarla a visitare. Vigo è l’altro personaggio principale degli scritti di Villar, con la sua presenza morfologica, ma anche con le caratteristiche degli abitanti e soprattutto, dato il retroterra culturale di Villar, con le specialità gastronomiche ed i piccoli locali che ne servono. Come dimenticare il “polbo á feira”, cioè il “polipo alla galiziana” che noi spacciamo ignominiosamente come insalata di polpo. Andate in Spagna e vedete la differenza. Senza dimenticare i vini (e cito solo l’Albariño, un bianco locale DOC).

Detto tutto il contesto, veniamo intanto al protagonista della vicenda ed al suo dottor Watson. Il motore principe è l’ispettore di polizia Leo Caldas. Non sappiamo molto di lui, per ora. Forse ha avuto una storia con una certa Alba, ma ora pare “soltero”. Riflessivo e deduttivo, arrivando a convinzioni forti parte lancia in resta, anche se è capace di cambiar rotta nel caso capisco l’errore. Ad aiutarlo nelle indagini c’è l’agente Rafael Estévez, mandato a Vigo per punizione dalla natia Saragozza. In effetti, Rafa è rissoso, polemico, sempre fuori luogo e fuori misura. Uno dei momenti di feroce e riuscita ironia di Villar è la descrizione di un interrogatorio tra l’impaziente agente ed un galiziano, rilassato e molto tipico.

I nostri vengono coinvolti nelle indagini per la morte assai atroce di Lois Reigosa, un sassofonista con poco chiari introiti, visto che vive in un lussuoso appartamento ed anche sopra le righe. La morte si acclara essere dovuta ad un’iniezione nelle parti basse di formalina, un composto che conosciamo come conservante, ma che, in certe dosi, può servire ad assorbire l’acqua dai tessuti. E non vi dico cosa possa provocare in una zona corporea con pochissime ossa.

Con facili indagini, Leo scopre che Lois era gay, ma pacifico e senza troppi fronzoli. Ma scopre anche che la formalina ha un suo tracciabile mercato, che lo porta velocemente nel mondo ospedaliero. Per farla breve, Leo scopre un amante di Lois, che tuttavia è l’insospettabile capo della potenza economica della famiglia Zurigana, Dimas. E scopre anche che Dimas è sposato da venti anni con la bella Mercedes, ma anche che viene ricattato per il suo rapporto con Lois da uno spregiudicato DJ, Orestes. Quando Leo cerca di unire i puntini, anche Orestes viene ucciso, con tutti gli indizi, e le prove (comprese impronte digitali varie) che puntano in direzione di Dimas.

Ma sarà veramente così? Ovvio che sembra tutto troppo facile e troppo facilmente scoperto, e noi giallisti smaliziati, ci aspettiamo di trovare qualche interessante sorpresa nel finale. Cosa che puntualmente avverrà.

La calma scrittura di Villar, navigando tra le varie pieghe del giallo, tocca comunque alcuni elementi di interesse e di riflessione. Pensieri sulla diversità soprattutto nella visita molto ben descritta ai locali gay, o ai sentimenti di inadeguatezza che pervadono alcuni atteggiamenti di Dimas, non disgiunti, sia in lui che in Mercedes che in altri personaggi, da un attaccamento ai beni materiali (soldi e potere in primis).

Dicevo prima delle conoscenze giallistiche dell’autore, esplicitate in citazioni varie di libri (anche Lois è un appassionato di gialli), di cui voglio ricordare solo, per il piacere che fa una divagazione oltre confine, la citazione, a pagina 32, de “Il cane di terracotta” di Camilleri.

Insomma, una buona lettura, ed un piccolo rimpianto nel non aver incontrato prima Villar.

“L’ignorante afferma, mentre il saggio dubita e il sapiente riflette.” (57)

Questa settimana, più che contrappasso, mettiamo proprio un solco tra trama e citazioni. Perché recuperiamo tre frasi del grande André Gide e due pensieri dal sopravalutato Federico Moccia.

Del primo, ci rivolgiamo a “L'immoralista”:

“Presto capii che le cose ritenute peggiori (la menzogna, per non dire di altre) sono difficili da fare quando non le si è mai fatte; ma presto diventano tutte agevoli, gradite, facili da fare, e, in seguito, del tutto naturali.” (61)

“Le opere migliori dell’uomo nascono immancabilmente dal dolore. Che cos’è il racconto della felicità? Solamente ciò che la prepara o ciò che la distrugge, si può raccontare.” (70)

“Non ero mai stato un buon conversatore… In compagnia degli altri mi sentivo monotono, triste, fastidioso, annoiavo gli altri ed ero annoiato io stesso. (90)

Il secondo invece lo prendiamo da un racconto pubblicato dal Corriere della Sera “La bugia”. La prima è una lunga frase che sottoscriverei solo eliminando dopo poche battute quel “quasi sperduti”: “è sempre affascinante trovarsi da soli, quasi sperduti, in una città che non è la nostra, in mezzo a persone che non conosciamo assolutamente e che provengono da varie parti del mondo, e sentirsi a proprio agio.” (24, io mi sento sempre a mio agio in quell’altrove).

La seconda è una “catalanata” imperdibile: “Avere coraggio significa avere paura, perché senza paura non c’è coraggio.” (46)

Oggi sarebbe il compleanno di mia madre, che purtroppo ci ha lasciato or son otto anni. Eppure, come ognuno sa, il sentimento di presenza verso i genitori rimane. Dopo un giorno, dopo un mese, ma anche dopo cinque, dieci anni o più. Per cui termino questa trama ottobrina con un pensiero caro a tutte le persone che hanno subito lutti nella vita. Li porteremo sempre nella testa, ed i più fortunati anche nel cuore. Per cui dolentemente ma con un sorriso di futuro vi saluto con un grande abbraccio.

Nessun commento:

Posta un commento