Una trama gialla, anche questa
settimana, in cui si mettono a confronto diverse provenienze di nero. Ebbene,
domina e di gran lunga, il nero giapponese di Masako Togawa, pur con delle
incomprensioni che potrete leggere nel testo. Al secondo posto, anche se ben da
lontano, il nero spagnolo di Domingo Villar, premiato soprattutto per il
recupero del gallego nella scrittura e nella vita. Chiudono, ben lontani, sia
Pierre Lemaitre, che preferisco quando parla di noir piuttosto che quando ne
scrive, sia gli inglesi, questa volta ben lontani. M.C. Beaton con il serial di
Agatha Raisin e S. J. Bennett con una fiction che coinvolge la regina come
motore primo delle indagini.
Pierre Lemaitre “Il serpente maiuscolo”
Repubblica Essenza Noir 4 euro 8,90
[A: 15/07/2022 – I: 27/06/2025 – T: 29/06/2025]
- &&
[tit. or.: Le
serpent majuscule; ling. or.: francese; pagine: 252; anno 2021]
Tornando
quindi ai romanzi, mi trovò a leggere questo libro che un po’ ne è la summa. È
il primo libro scritto da Lemaitre nel lontano 1985, ma che poi l’autore tiene
nel cassetto per decenni. Contiene in embrione una serie di temi che l’autore
svolgerà ed approfondirà nei romanzi successivi. Poi trentacinque anni dopo la
prima stesura, lo riprende in mano e decide di pubblicarlo, praticamente senza
cambiare una virgola, e con una precisazione inziale importante: nelle
intenzioni di Lemaitre c’è di dedicarsi ad altri tipi di scrittura, per cui
queto chiude un ciclo, potendo essere il primo libro (scritto) e l’ultimo libro
(pubblicato).
In
ogni caso, e magari ci troneremo in finale, pur essendo in accordo con l’autore
che non ha senso modificare lo scritto, avrei forse fatto dei piccoli
aggiustamenti al fine di evitare incongruenze e salti di informazione. Non
avrei certo modificato ad esempio il modo di comunicare tra i personaggi
misteriosi, tramite messaggi lasciati in cabine telefoniche (visto che allora
non c’erano ancora cellulari che hanno sconvolto non solo la scrittura, ma
anche la nostra vita).
Il
dato forte che emerge da questo primo scritto è anche il tentativo (spesso devo
dire riuscito) di fare ironia da parte dell’autore. Non ci si presenta una
trama lineare, non ci vengono mostrati personaggi da amare e/o da odiare. Una
scelta che, se non ben dosata, a volte è un limite dello scritto, e qui, devo
dire, lo è. Non solo non riusciamo ad “amare” o a identificarci con qualche
personaggio. Ma quando sembra che abbiamo un movente per ritenere nostro sodale
qualcuno, ecco che questo o muore o fa delle cose così strane e riprovevoli,
che esce fuori subito dal radar della nostra benevolenza.
Il
nodo centrale della trama è seguire le (dis)avventure di sicari professionisti,
delle loro vittime e dei poliziotti che stanno dando loro la caccia. Purtroppo,
però, il secondo corno del trittico sopra esposto è quello meno sviluppato. Chi
è Quentin, il primo morto ammazzato? Chi è Brigitte la porno-studentessa anche
lei uccisa e che forse ha dei legami con Quentin? Di sicuro, almeno sembra,
perché vengono uccisi dalla stessa persona. Ma non è detto.
A
parte alcuni sicari collaterali, il sicario principe è quantomeno una persona
insospettabile: Mathilde, sessantenne sovrappeso, amante dei cani ed un filino
distratta. Anche se Mathilde viene da una scuola invidiabile: eroina della
resistenza durante la Seconda Guerra mondiale (allora ventenne), invidiabile
dura nel punire, con tortura e morte, i prigionieri tedeschi. Alla fine della
guerra, si ritira in buon ordine, si sposa, ha un’esistenza “normale”, e mette
al mondo anche una figlia. Ma ad un certo punto, Henri, il suo responsabile dei
giorni di guerra, le chiede una missione delicata. E lei accetta.
Da
questo punto sviluppa una doppia vita, senza che mai nessuna ne sospetti
qualcosa. Ad un certo punto, il marito muore (e Lemaitre lascia intravedere la
possibilità che non sia una morte del tutto naturale). Lei vorrebbe che Henri
si dichiarasse, cosa che non succede. Allora si dedica a queste saltuarie
missioni. Ben remunerate e tutte di successo. Peccato che ora, dopo i sessanta,
cominci a perdere colpi.
A
volte usa più pallottole del necessario (perché sparare anche al basso ventre,
quando la prima pallottola aveva già compiuto il suo dovere?), a volte uccide
più del necessario (perché uccidere anche il povero bassotto?). Poi si
dimentica di disfarsi delle pistole. Cioè, va in riva alla Senna, ma poi torna
a casa e mette le pistole in vari cassetti, tutte ben oliate e pronte all’uso.
Si dimentica anche chi le ordina cosa, tanto che trovando il nome su di un
foglio, uccide la persona senza chiedersi (o senza ricordarsi) chi sia la
persona, e perché il nome è su di un foglio, vista la segretezza che circonda
le missioni che Henri le affida.
Henri
si accorge delle defaillance di Mathilde, ed è di fronte ad un bivio: ucciderla
per salvare “l’azienda” o fuggire insieme a lei. Prova tutte e due le strade,
anche se Mathilde, pur distratta, è sempre un passo avanti. Portando tutta la
seconda parte del libro ad un livello splatter che forse farebbe piacere al mio
amico Bissa (o almeno al Bissa giovane).
Unico
baluardo che sembra possa fermare Mathilde è l’ispettore René Vassiliev.
Intanto, lo straniamento è dato da quel cognome da immigrato russo. Poi anche
dalla storia personale di Renè. Famiglia presto disgregata, solo una specie di
patrigno che lo accudisce, che ora, peccato, sia realmente in via di Alzheimer,
anche se con punte di coscienza. Anziano che viene accudito dalla bella
cambogiana Tany, di cui Renè sembra innamorarsi. Renè che è l’unico a capire la
possibile pista Mathilde. Tra qui pro quo, ed altre ironiche avventure, di
questi quattro personaggi, uno solo arriverà alla fine, con buona pace di chi,
via via, si innamora di questa o di quella persona.
Quindi,
a parte i dubbi su perché vengano uccise le persone dai sicari, rimangono altri
punti in sospeso. Per alcune pagine comare il figlio abbondonato da una ragazza
madre, prima drogata, poi uscita dal tunnel. E poi, in concomitanza con eventi
insondabili, di questo ragazzo non si sente più parlare. Altro mistero è chi ha
decapitato il povero Ludo, il simpatico dalmata di Mathilde. Insomma, ci sono
incongruenze, e non viene seguito minimamente l’elenco di regole imposte al
genere fin dagli anni ’20 da S. S. Van Dine.
Quindi,
certo, alcune riflessioni sulla vecchiaia (ma ormai spesso i libri di quasi
tutti gli scrittori, soprattutto nel post-Covid, parlano di fine vita), alcune
ironie sulla casualità della vita, ma niente di realmente coinvolgente ed
appagante. Un bel compitino “giovanile” che forse la maturità ottenuta avrebbe
consentito di rendere più efficace e meno filologico.
Masako Togawa “Residenza per signore
sole” Repubblica Giappone 17 euro 8,90
[A: 19/01/2025 – I: 15/07/2025 – T:
16/07/2025] - &&&&
[tit. or.: 大いなる幻影,
Ōi Naru Genei; ling. or.: giapponese;
pagine: 175; anno 1962]
Un
libro ed una lettura piena di piccole incomprensione, ma riscattate, alla fine,
da un risultato superiore alle aspettative.
Essendo
uno dei libri della collana di Repubblica dedicata al “Giappone d’autore”,
l’avevo inserito nelle letture “romanzesche”. In realtà, come ho poi scoperto
anche documentandomi, e leggendone, è un giallo molto interessante, uscito
dalla penna di Masako Togawa, anch’essa una persona molto particolare.
Masako,
infatti, nasce nel ’31, perde il padre in guerra e, per ristrettezze
economiche, va a vivere con la madre in una residenza come questa del libro,
dove vivono solo donne. Intorno ai 25 anni, notata da un critico musicale
durante un coro, viene ingaggiata come cantante in un locale di Tokyo. Nelle
pause tra le esibizioni, nel suo camerino, comincia a scrivere storie legate
alla casa dove vive. Storie che poi cuce in questo libro che, uscito lei
trentenne, ha subito un grande successo, tanto che vince il più prestigioso
premio per libri polizieschi giapponese, il Premio Edogawa Rampo.
Dagli
anni ’60 in poi acquista notevole popolarità. Scrive (alla fine più di cento
romanzi), canta, apre un locale a Tokyo che andrà avanti sino al 2010, e che
diventa punto di riferimento della comunità LGBT. Ha almeno sette figli da
diversi compagni, anche se non risulta mai sposata. Negli anni ’70, si esibisce
anche come attrice in film e serie televisive tratte dai suoi romanzi. Muore di
cancro a 85 anni nel 2016.
Altra
confusione riguarda le date, che viene detto nelle bibliografie italiane,
essere un libro del 2022. Invece è uscito, come detto sopra, ben sessanta anni
prima. Un errore benefico, perché altrimenti avrei posticipato la lettura ad
altre epoche.
L’ultimo
errore “tecnico” della lettura, ma non imputabile a me, è il titolo. Che il
titolo originale, tradotto, recita “La Grande Illusione”. Anche il successo
inglese è attraverso un titolo cambiato, che lì intitolano “La Chiave
Universale”. Nella pubblicazione italiana, esce fuori questo titolo, collegato
all’ambiente in cui si svolge l’azione, che fa pensare ad uno dei tanti libri
di “benessere” che il Giappone sta sfornando negli ultimi anni.
Il
meccanismo narrativo risente molto della tradizione giapponese, sia per
l’ambientazione che per i modi espressivi. Tutto si svolge in un condominio
femminile, dove vivono alcune signore attempate “dai destini incrociati”, come
direbbe Calvino. Quella delle residenze a basso costo per persone di limitate
possibilità economiche è stata a lungo, nel dopoguerra dopo la grande
sconfitta, un modo per poter sopravvivere proprio di donne che avevano solo
pensioni basse o impieghi a basso reddito. Un luogo con delle custodi che
controllano l’ingresso, dove gli uomini sono tollerati solo per visite diurne,
essendo ben schedati all’entrata.
Oltre
alle due custodi indolenti (Tōjō e Tamura), vediamo scorrere nelle varie stanze
della residenza la vita di diverse donne. Kimura, un’ex insegnante che passa il
suo tempo a scrivere una lettera al giorno a ciascuno dei suoi studenti.
Yatabe, una violinista dotata violinista, che è stata costretta, in gioventù, a
interrompere una brillante carriera a causa della paralisi a un dito. Muneka, vedova
di uno scienziato che sta cercando disperatamente di portare a termine e di far
pubblicare il lavoro del marito. Ueda, un’insegnante di disegno di una scuola
elementare che non esce mai dalla stanza. Ishyama, una stramba inquilina che
vive dell’assistenza pubblica, di furti e di piccoli stratagemmi. Santō, donna
misteriosa e forse un po’ pazza che non si vede quasi mai. Iyoda, seguace della
una setta esoterica “Culto dei tre spiriti”.
Oltre
a questo nucleo di personaggi dislocati ai vari piani della residenza, ed in
qualche modo legati alle vicende di un passe-partout che apre tutte le porte, e
che passa di mano in mano, Masako utilizza una scrittura variata e
coinvolgente. Alternarsi di prima e terza persona, articoli, lettere,
confessioni, salti temporali. Tutte descrizioni che seguiamo accorgendoci ad un
certo punto che i narratori sono inaffidabili, che ci portano verso finali cui
crediamo, ma che saranno sempre sbagliati e superati dal vero finale, che sarà
un bel riavvolgimento di tutti i discorsi.
La
trama inizia nel ’51, quando Ueda ed un tizio misterioso seppelliscono in
giardino una valigia con un bambino morto, sicuri di essere soli, ma non lo
sono. Poi, dato che nella residenza non possono entrare uomini, il tizio esce
vestito da donna ed un furgone lo travolge e muore. Nessuno ne sa più nulla, e
Ueda comincia ad aspettare. Contemporaneamente, sui giornali compare la notizia
del rapimento di un bambino figlio di un americano ed una giapponese (i figli
della guerra). Bambino che scompare e di cui si perdono le tracce.
Otto
anni dopo, nel residence, Ueda aspetta sempre. Ishyama ruba un violino prezioso
a Yatabe (addirittura un “Guarnieri del Gesù”, cosa improbabile che ce ne sono
50 al mondo, ognuno dal valore di svariati milioni di dollari), violino che
Yatabe aveva rubato al suo maestro francese quando questi, dopo aver fatto
l’amore con lei, la lascia miseramente. Poi le vicende si accavallano: qualcuno
scopre che Masako, affetta da demenza senile, riempie fogli di simboli inutili;
altri, pensando che Ishyama abbia qualcosa nascosto, da fuoco alla stanza,
provocandone quasi la morte.
Intanto
Kimura, scrivendo, scrivendo, manda una lettera a Keiko, una sua alunna, che
altri non è che la madre del bimbo rapito. Le due si incontrano, si comprendono
e Kimura comincia ad indagare sospettando di Ueda. Il tutto complicato dal
fatto che la residenza verrà spostata, e di certo uscirà fuori la tomba
dell’inizio. Ed ancora più complicato dalla setta di Iyoda che sembra sapere
molte cose più del normale, a meno che non sia vero che sia in contatto con i
demoni dell’aldilà.
Come
detto, alla fine un gran colpo di genio collegherà tutti i fili, per cui
capisco i motivi che lo abbiano reso uno dei capofila della letteratura
poliziesca giapponese. Laddove unisce un certo gusto occidentale, con una
modalità tipicamente giapponese della narrazione, mutuata fin dagli anni Venti
da quel capolavoro narrativo e poi cinematografico di Rashōmon.
Certo,
un libro datato, ma riscattato da una bella trama, da una bella scrittura e da
un visione non occidentale delle vicende giapponesi, dove sempre più si capisce
il motivo della solitudine personale e dell’incomunicabilità delle persone che
non sanno esternare i propri sentimenti.
“Perché
nei libri c’è tutta la vita umana: amore, desiderio, successo e sconfitta,
dolore e morte” (163)
M. C.
Beaton “Amore, bugie e liquori” Repubblica Noir 42 euro 8,90
[A: 10/04/2022 – I: 16/07/2025 – T: 18/07/2025]
- &&
[tit. or.: Agatha Raisin, Love, Lies and Liquors; ling. or.: inglese; pagine: 249; anno 2006]
Non
posso dire né di essere un appassionato sostenitore della scrittura di Marion
C. Beaton né di ritenere la sua creazione seriale più longeva, cioè le
avventure di Agatha Raisin, uno dei pilastri del giallo moderno. Quando e se
capita, ne leggo con occhio distratto, tanto per avere del tempo di relax prima
di affrontare più impegnative letture.
Sulle
storie di Agatha Raisin, poi, devo segnalare che, a partire dal ’92 sino al
2019 (anno della morte della scrittrice), Marion (questo il significato della
M.) ha scritto trenta episodi della serie. Lessi e tramai tempo fa il primo
episodio, che risultò gradevole seppur non eccelso. Qui, saltiamo addirittura
al diciassettesimo episodio, anche se devo ribadire il giudizio iniziale.
Scorrevole lettura, qualche spunto, e qualche lungaggine, per una trama gialla
che non sempre avvince.
Intanto
cominciamo con le solite lamentele su questa edizione per i tipi di Repubblica.
Per quale motivo si decide di far sparire dal titolo l’indicazione che si
tratta di un episodio delle avventure di Agatha Raisin? La seconda osservazione
riguarda più in generale il titolo di tutte le edizioni italiane. L’inglese
giocava sulla tripla “L” delle parole. Tradotte così letteralmente, il gioco si
perde. Magari si poteva sfruttare qualche sinonimo, tipo “Agatha Raisin AMA
(amori, menzogne e alcolici)”.
Per
chi non conoscesse la serie Raisin, ne faccio un breve sunto. Agatha viene da
una famiglia proletaria, ma con lo studio e l’applicazione, prima diventa
segretaria, poi si occupa di pubbliche relazioni con una sua società.
Accumulato un piccolo capitale, liquida tutto, si accontenta di una pensione
onorevole seppur non eccelsa, e si trasferisce in una fittizia cittadina del
Cotswolds (che possiamo immaginare tra Cardiff, Gloucester e Bristol).
Ha
53 anni, abbastanza intraprendente, e fin dalla prima avventura, che narra del
suo trasferimento sulla costa, viene coinvolta in inchieste criminali. Che lei,
quasi una novella Miss Marple, risolve brillantemente (spesso con un suo
coinvolgimento in prima persona). Nel corso del tempo si crea una piccola ma
solida cerchia di amici. Il detective della polizia Bill Wong, l’avaro Sir
Charles Fraith, con cui ha qualche passaggio intimo discontinuo, la sua più
stretta conoscente, Mrs. Margaret Bloxby, moglie del pastore locale, e James
Lacey, un vicino con cui ha molte ed intricate storie.
Dopo
molto investigare per diletto, dall’episodio 15 (“Agatha Raisin e il ballo
mortale”) mette in piedi una sua agenzia investigativa, che la seguirà sino
all’ultima puntata. Inoltre, nell’episodio 16 (“Agatha Raisin e il modello di
virtù”) prima si sposa con Lacey, poi, constatata l’inconsistenza di James,
divorzia, pur se il tizio (a me mai stato simpatico) rimane nel suo cuore.
Quest’episodio
comincia con un tentativo di riconciliazione con James, che la invita in una
vacanza. Agatha spera in qualcosa nel sud della Francia, mentre James la porta
nel Sussex, in un posto dove aveva trascorso anni della sua infanzia (un po’ il
suo Tortoreto, se i miei parenti capiscono). Il luogo è però decaduto, alberghi
in rovina, ristoranti dai cibi scadenti, e frequentato da persone volgari come
la signora Jankers.
Quando
poi la tipa viene trovata strangolata con la sciarpa di Agatha, si verificano
due fatti: lei è costretta a rimanere sul posto, per scagionarsi (e quindi per
cominciare ad indagare) e James pensa bene di lasciarla sola. Io, a questo
punto, lo avrei mandato a quel paese, cosa che Agatha sembra fare solo alla
fine del libro (sembra, che l’autrice lascia qualche dubbio).
Quello
che non è in dubbio è il fatto che Agatha si trova ad indagare su tutta la
famiglia Jankers. Geraldine (la signora) è al terzo o quarto matrimonio, con i
precedenti mariti abbastanza malmessi (o morti o in prigione). Qui è in viaggio
di nozze con Fred, che sembra un patetico pesce fuor d’acqua. Poi c’è il figlio
Wayne con la volgare moglie Chelsea. E per finire, gli amici di famiglia Cyril
Hammond con la moglie Dawn.
Il
tessuto generale della trama si barcamena tra le vicende private di Agatha (con
James che va e viene ma è meglio che vada, e sir Charles che lo sostituisce nei
pensieri e nel letto, ma senza molto futuro) e le indagini. Qui, da un lato
viene coinvolta tutta l’agenzia di Agatha, ed in particolare il giovane Harry
che troverà il modo, alla fine, di incastrare chi di dovere. Dall’altro si
susseguono morti ed agnizioni, nel puro spirito di un giallo a metà tra mystery
e cozy crimes.
Ovvio
che alla fine tutto si restringerà nel capire chi sia stata in realtà
Geraldine, che ruolo hanno avuto tutti i suoi mariti (compreso il presente) ed
anche il legame di amicizia (reale? Imposta?) con il (ma lo scopriremo solo più
tardi) manesco Cyril.
Agatha
avrà presto tutte le carte in mano per comprendere chi ha fatto cosa, ma senza,
appunto, una fulminante idea di Harry, non sarebbe riuscita a risolvere il
caso.
Quello
che a me ha più interessato, tuttavia, visto che il giallo è molto “labile”,
sono le descrizioni della vita inglese di provincia, i tristi ristoranti, i pub
non sempre di buona frequentazione, la pioggia, ed altre “inglesitudini” che
rendono sopportabile la lettura di un giallo di buona ma non eccelsa fattura.
“Agatha
rimpiangeva l’epoca in cui nei caffè si serviva il caffè americano filtrato.
Ormai non si beveva altro che caffè espresso.” (62) [magari…]
“Gli
uomini amano sempre pensare che ci sarà una donna a prendersi cura di loro
quando saranno un po’ senili e rimbambiti.” (195)
S. J.
Bennett “Il nodo Windsor” Repubblica Anima Noir 14 euro 8,90
[A: 02/11/2021 – I: 09/09/2025 – T: 10/09/2025]
- && e ½
[tit. or.: The Windsor Knot; ling. or.: inglese; pagine: 313; anno 2020]
Un
altro libro nel solco del coinvolgimento di persone famose in indagini e gialli
di vario tipo. La risposta è dubitativa. Certo, il personaggio principale è
famoso, noto, quindi riconoscibile. Ma la sua natura non viene stravolta, come
in altri gialli similari (penso alle indagini di Dante Alighieri ad esempio).
Abbiamo una brava scrittrice inglese, Sophia Bennett (che si firma S.J. e non
sono riuscito a sapere perché “J.”) che ben conosce la vita reale inglese e che
imbastisce un credibile giallo con al centro la regina Elisabetta.
Credibile
perché non vedremo “Lilibet” andare in giro ad interrogare i sospetti ed altre
investigazioni di bassa forza, ma utilizzare la sua arguzia (ed anche il suo
humor) per muovere le rotelle dell’indagine. Credibile anche nell’ambientazione
generale: il castello di Windsor, la pletora di paggi e paggetti, gli aiutanti
della Regina, il principe consorte Filippo, la sua irruenza e le sue battute
(sempre ai limiti delle gaffe), i corgi Windsor Pembroke reali, nonché i
cavalli e le gare a loro riservate.
Poiché
questo è il contorno, lo abbiamo indicato, e possiamo passare oltre. C’è una
serata di gala nel castello di Windsor, dedicata ad una qualche iniziativa
benefica dell’allora principe Carlo (che in qualche modo coinvolgeva iniziative
filantropiche russe). Così che si assiste ad una festa ad inviti che vede
presenti il magnate russo Yuri Pejrovski con la giovane moglie Masha, un loro
carissimo amico (bello e bravo pianista e ballerino) Maksim Brodskij, Meredith
Gostelow famosa architetta inglese che lavora soprattutto a San Pietroburgo,
l’arcivescovo di Canterbury, Sir David Attenborough, un ex governatore russo e
altri dignitari di corte.
Poiché
Windsor è spesso ambito per la sua segretezza, in altra parte del castello si
riunivano Sir Peter, addetto reale a grandi manovre economiche ed una squadra
di giovani ed emergenti promesse per studiare gli effetti economici di una
nuova possibile “via della seta” cinese in versione tecnologica. Dimenticavo,
siamo nel 2016, avviandoci verso il novantesimo compleanno della Sovrana (che
sarà il 21 aprile), Filippo ha da poco compiuto 95 anni. E siamo prima
dell’estate, visto che con in un accenno si dice che entro poco tempo
cominceranno le olimpiadi a Rio de Janeiro.
La
mattina si scopre il corpo di Maksim tentativamente agghindato come in un
eccesso di autoerotismo, ma da subito capiamo che è stato un omicidio. In
effetti, Elisabetta lo capisce subito, ed aiutata dalla sua assistente,
l’avvenente nigeriana Rozie Oshodi comincia le sue indagini. Qui abbiamo i
tocchi ironici tipici del “cozy crime”, con i Servizi Segreti che puntano
subito alla pista del complotto ordito da Putin (si tratta in ogni caso della
morte di un russo, che pare avesse un blog antiputiniano). E da qui, per tutto
il romanzo, ci sarà un duello di fioretto e sciabola tra MI5 e la Regina, dove
Elisabetta vincerà sempre, ma farà sempre in modo da nascondersi dietro
qualcosa. Rozie, un agente segreto in pensione o altro.
Comunque,
poi si scopre che una signorina che faceva parte (o avrebbe dovuto far parte)
della riunione “cinese” muore anche lei. E muore una seconda ragazza che aveva
conosciuto Maksim all’Università e che pare facesse l’escort o qualcosa di
simile, avendo sempre molti soldi a disposizione di dubbia provenienza.
Il
punto debole della trama è purtroppo l’accumularsi di nomi e di intrighi, per
cui non si segue con facilità l’andamento lineare delle indagini. Maksim sembra
a volte un gigolò, poi un semplice tombeur de femme, con un indubbio fascino.
La prima signorina, oltre a sapere il cinese per il suo lavoro di economista,
non sembra avere altri appeal. Come anche la seconda, anche lei fluente in
mandarino per un lungo passato in giovinezza ad Hong Kong (ma data l’età, in
una città già cinesizzata).
Vedremo
all’opera la nostra Rozie, sotto la sapiente guida reale, ma anche con indubbie
capacità proprie: laureata in economia con tre anni all’accademia di Sandhurst
nell’Artiglieria reale. Saprà Rozie muoversi con discrezione ed efficacia,
saprà unire i puntini che le fornisce la Regina, e saprà restituire alla stessa
le informazioni che permetteranno ad Elisabetta di avere il quadro della
situazione e degli avvenimenti, per decidere come muoversi al fine di
circoscrivere gli eventuali danni di immagine e fornire all’MI5 i dati
necessari alla chiusura delle indagini.
Per
i meno addentro alla moda, il titolo è ben significativo. Infatti, non si
riferisce meramente a Windsor inteso come castello, ma al nodo che porta il suo
nome, universalmente noto come “nodo Scappino”, uno dei modi classici di
annodare le cravatte (tra l’altro l’unico che ho sempre usato io). Ed è anche
il nodo con cui veniva legato il giovane Maksim nella messa in scena del finto
suicidio. Una volta tanto che il titolo è coerente con il testo, e con il suo
mantenimento anche in italiano.
Ultima
annotazione ironico-personale. Viene citata come prima dama di compagnia ed
aiutante della Regina tal Mary Pargeter (pagina 127), che non so se sia
esistita, ma il nome è il vero nome della scrittrice Ellis Peters, scrittrice
di gialli imperniati sulla figura di un frate medioevale, fratello Cadfael, di
cui scrisse 21 romanzi, di cui ho la collezione completa.
Per
finire con la scrittrice, come dicevo, ben l’ambiente e l’uso dei reali non in
modo da stravolgerne il modo di vivere, bene anche l’ironia (e le frecciate a
Putin nel 2020 sono un balsamo lette ora cinque anni e molta guerra dopo). Un
po’ troppo complicata la trama, per un giudizio giustamente sufficiente.
Domingo
Villar “Occhi d’acqua” Repubblica Profondo Noir 31 euro 8,90
[A:
26/01/2024 – I: 05/10/2025 – T: 07/10/2025] - &&&
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[tit.
or.: Ojos de agua; ling. or.: spagnolo; pagine: 205;
anno 2006]
Domingo
Villar è stato un interessante esponente della letteratura regionale spagnola.
Poiché, come tutti sanno, gli spagnoli sono adusi certo a scrivere in
castigliano, la lingua “ufficiale”. Ma non disdegnano esprimersi anche nelle
lingue “locali”: catalano a Barcellona, il gallego a Santiago de Compostela o
il basco a Bilbao (ho volutamente citato i centri delle varie lingue, che
altrimenti si apriva un dibattito senza fine).
Qui
siamo in una scrittura gallega o galiziana, che l’autore stesso poi tradusse in
castigliano per la pubblicazione dentro e fuori la Spagna. Tant’è che il titolo
originale era “Ollos de auga”, diventato poi in castigliano “Ojos de agua” ed
in italiano “Occhi d’acqua”. Per fortuna, una volta tanto, mantenendo anche
l’originale, anche perché fanno riferimento ai bellissimi occhi color
dell’acqua di mare del morto al centro delle indagini.
Dicevo
Domingo era perché purtroppo nel 2022, a soli 51 anni, stroncato da un ictus.
Un galiziano puro, nato e morto a Vigo, sulle rive dell’Oceano, anche se
normalmente viveva ormai a Madrid, lavorando come commentatore radio-televisivo
di letteratura, gastronomia e calcio. Anche se non disdegnava cimentarsi in
teatro e sceneggiatura. Ma per la narrativa era noto come autore della trilogia
con protagonista l’ispettore Leo Caldas, di cui questo è il primo episodio.
E
sono contento di averne letto, e di averne letto dal principio, che qui vediamo
ed apprezziamo la nascita di un personaggio e di uno stile di scrittura.
Cominciando dal secondo, l’elemento peculiare dello scritto è l’aver battezzato
ogni capitolo con una parola, e di averne dato poi una definizione basata sul
dizionario spagnolo della Real Academia de España. Sono parole che introducono
una sorta di riassunto del capitolo stesso, anche se a volte, invece che
esplicatrici possono condurre verso l’inganno. Comunque un vezzo che mi riporta
alla memoria alcuni momenti topici di un altro grande investigatore aduso a
cercare conforto ai propri pensieri nelle pagine di un dizionario, Kostas
Charitos di Petros Markaris.
Ma
qui, nonostante il caldo (l’azione di svolge a maggio), siamo appunto a Vigo,
sulle rive oceaniche. Una città che non conosco ma che l’autore ci fa vivere
nelle strade, nei locali, nel porto, e nell’entroterra, tanto che viene subito
voglia di andarla a visitare. Vigo è l’altro personaggio principale degli
scritti di Villar, con la sua presenza morfologica, ma anche con le
caratteristiche degli abitanti e soprattutto, dato il retroterra culturale di
Villar, con le specialità gastronomiche ed i piccoli locali che ne servono.
Come dimenticare il “polbo á feira”, cioè il “polipo alla galiziana” che noi
spacciamo ignominiosamente come insalata di polpo. Andate in Spagna e vedete la
differenza. Senza dimenticare i vini (e cito solo l’Albariño, un bianco locale
DOC).
Detto
tutto il contesto, veniamo intanto al protagonista della vicenda ed al suo
dottor Watson. Il motore principe è l’ispettore di polizia Leo Caldas. Non
sappiamo molto di lui, per ora. Forse ha avuto una storia con una certa Alba,
ma ora pare “soltero”. Riflessivo e deduttivo, arrivando a convinzioni forti
parte lancia in resta, anche se è capace di cambiar rotta nel caso capisco
l’errore. Ad aiutarlo nelle indagini c’è l’agente Rafael Estévez, mandato a
Vigo per punizione dalla natia Saragozza. In effetti, Rafa è rissoso, polemico,
sempre fuori luogo e fuori misura. Uno dei momenti di feroce e riuscita ironia
di Villar è la descrizione di un interrogatorio tra l’impaziente agente ed un
galiziano, rilassato e molto tipico.
I
nostri vengono coinvolti nelle indagini per la morte assai atroce di Lois
Reigosa, un sassofonista con poco chiari introiti, visto che vive in un
lussuoso appartamento ed anche sopra le righe. La morte si acclara essere
dovuta ad un’iniezione nelle parti basse di formalina, un composto che
conosciamo come conservante, ma che, in certe dosi, può servire ad assorbire
l’acqua dai tessuti. E non vi dico cosa possa provocare in una zona corporea
con pochissime ossa.
Con
facili indagini, Leo scopre che Lois era gay, ma pacifico e senza troppi
fronzoli. Ma scopre anche che la formalina ha un suo tracciabile mercato, che
lo porta velocemente nel mondo ospedaliero. Per farla breve, Leo scopre un
amante di Lois, che tuttavia è l’insospettabile capo della potenza economica
della famiglia Zurigana, Dimas. E scopre anche che Dimas è sposato da venti
anni con la bella Mercedes, ma anche che viene ricattato per il suo rapporto
con Lois da uno spregiudicato DJ, Orestes. Quando Leo cerca di unire i puntini,
anche Orestes viene ucciso, con tutti gli indizi, e le prove (comprese impronte
digitali varie) che puntano in direzione di Dimas.
Ma
sarà veramente così? Ovvio che sembra tutto troppo facile e troppo facilmente
scoperto, e noi giallisti smaliziati, ci aspettiamo di trovare qualche
interessante sorpresa nel finale. Cosa che puntualmente avverrà.
La
calma scrittura di Villar, navigando tra le varie pieghe del giallo, tocca
comunque alcuni elementi di interesse e di riflessione. Pensieri sulla
diversità soprattutto nella visita molto ben descritta ai locali gay, o ai
sentimenti di inadeguatezza che pervadono alcuni atteggiamenti di Dimas, non
disgiunti, sia in lui che in Mercedes che in altri personaggi, da un
attaccamento ai beni materiali (soldi e potere in primis).
Dicevo
prima delle conoscenze giallistiche dell’autore, esplicitate in citazioni varie
di libri (anche Lois è un appassionato di gialli), di cui voglio ricordare
solo, per il piacere che fa una divagazione oltre confine, la citazione, a
pagina 32, de “Il cane di terracotta” di Camilleri.
Insomma,
una buona lettura, ed un piccolo rimpianto nel non aver incontrato prima
Villar.
“L’ignorante
afferma, mentre il saggio dubita e il sapiente riflette.” (57)
Questa settimana, più che contrappasso,
mettiamo proprio un solco tra trama e citazioni. Perché recuperiamo tre frasi
del grande André Gide e due pensieri dal sopravalutato Federico Moccia.
Del primo, ci rivolgiamo a “L'immoralista”:
“Presto capii che le cose ritenute peggiori
(la menzogna, per non dire di altre) sono difficili da fare quando non le si è
mai fatte; ma presto diventano tutte agevoli, gradite, facili da fare, e, in
seguito, del tutto naturali.” (61)
“Le opere migliori dell’uomo nascono
immancabilmente dal dolore. Che cos’è il racconto della felicità? Solamente ciò
che la prepara o ciò che la distrugge, si può raccontare.” (70)
“Non ero mai stato un buon conversatore… In
compagnia degli altri mi sentivo monotono, triste, fastidioso, annoiavo gli
altri ed ero annoiato io stesso. (90)
Il secondo invece lo prendiamo da un
racconto pubblicato dal Corriere della Sera “La bugia”. La prima è una
lunga frase che sottoscriverei solo eliminando dopo poche battute quel “quasi
sperduti”: “è sempre affascinante trovarsi da soli, quasi sperduti, in
una città che non è la nostra, in mezzo a persone che non conosciamo
assolutamente e che provengono da varie parti del mondo, e sentirsi a proprio
agio.” (24, io mi sento sempre a mio agio in quell’altrove).
La seconda è una “catalanata” imperdibile: “Avere
coraggio significa avere paura, perché senza paura non c’è coraggio.” (46)
Oggi sarebbe il compleanno di mia madre, che purtroppo ci ha lasciato or son otto anni. Eppure, come ognuno sa, il sentimento di presenza verso i genitori rimane. Dopo un giorno, dopo un mese, ma anche dopo cinque, dieci anni o più. Per cui termino questa trama ottobrina con un pensiero caro a tutte le persone che hanno subito lutti nella vita. Li porteremo sempre nella testa, ed i più fortunati anche nel cuore. Per cui dolentemente ma con un sorriso di futuro vi saluto con un grande abbraccio.
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