Una trama gialla, questa settimana, dominata dalla scoperta di un nuovo giallista inglese, anzi oxfordiano. Simon Mason si presenta con due episodi dei suoi Wilkins, Ray e Ryan, coppia di poliziotti molto eterogenea. Ray nero, sposato e laureato. Ryan bianco, padre single e molto “outfit”. Un mix che l’autore gestisce egregiamente. Poi Florencia Etcheves un ricordo argentino con un difficile noir, quasi un docu-noir come capirete leggendo, una spruzzata d’Islanda con il recupero di un Indridason d’annata, iniziando con un Connelly senza Bosch (ed un po’ dispiace).
Michael Connelly “La
morte è il mio mestiere”
Pickwick euro 10,90
[A: 20/07/2021– I: 28/03/2025 – T: 30/03/2025]
- && e ½
[tit. or.: Fair Warning; ling. or.: inglese; pagine: 359; anno 2020]
JM6;
RW8
Michael
Connelly non è certamente stufo della sua (e nostra) creatura prediletta (il
grande Bosch), ma ogni tanto rifiata, cerca strade laterali, che uno scrittore
di best seller deve avere la possibilità di diversificare la sua opera. Anche
quando il suo personaggio non mostra segni di defaillance. Ma l’insuccesso è
sempre alle porte, e Connelly sa che si deve parare.
Infatti,
ad un certo punto, inserisce Mike Heller, avvocato e non poliziotto, che ha un
suo successo ed un suo seguito. Ma non così deflagrante, ed allora, facendo in
modo che Heller e Bosch si scoprano fratellastri, riesce ad imbastire storie
anche di Mike, spesso poi con una presenza, attiva e decisiva, anche di Harry.
L’altro
suo pallino è Jack McEvoy, che aveva creato per riprendere un po’ delle sue
esperienze dirette, lui che nasce cronista di nera, per poi diventare un grande
scrittore di gialli. Così, nel 1996, vediamo costruirsi un ottimo thriller
intorno a Jack (“Il poeta”), dove compare, in quel tempo dal lato FBI, Rachel
Welling. Otto anni dopo, il nostro riprende Jack e Welling, immergendoli in una
trama che nasce un po’ per cavalcare la vecchia onda, un po’ per chiudere un
cerchio che era rimasto aperto (“Il poeta è tornato”).
Dopo
altri cinque anni (e dopo un paio di romanzi in cui aveva tentato di mescolare
Harry e Rachel, ma senza che nasce un grosso feeling), Connelly riporta in
campo la coppia Jack e Rachel, in una indagine molto delicata (“L’uomo di
paglia”), dove alla fine per una serie di motivi, Jack lascia il suo ruolo di
cronista di nera e Rachel viene pensionata anticipatamente dall’FBI. Inoltre,
il loro amore non resiste ai guasti che hanno provocato le sopracitate rotture.
Un
grosso colpo per la verve di Connelly, che impiega più di dieci anni per
trovare un’idea che faccia di nuovo scendere in campo i nostri paladini della
giustizia. E fortunatamente lo trova imbastendo, come spesso nelle storie di
Jack, oltre al lato “giallo”, una serie di piccole frecciate al modo di vivere
americano. Partendo dai più facili, come l’uso del dark web e degli strani
personaggi che lo frequentano, per salire ad una moda modernissima, l’industria
dei test genetici e dell’analisi del DNA, per finire in una riflessione, quanto
mai complessa, della relazione tra etica e privacy.
Intanto
vediamo i nostri che fine hanno fatto. Jack, a corto di soldi, si è riciclato
cronista in un sito dedito ad avvertire i consumatori sulle frodi e gli
imbrogli del mercato. Si chiama “FairWarning” (il giusto avvertimento), ed è
anche il titolo originale del libro. Dove non si capisce perché si sia voluto
spostare l’attenzione ed il testo verso una frase che Jack pronuncia ad un
certo punto (“Per molto tempo, in passato, avevo detto che la morte era il mio
mestiere”) e che serviva per collegarsi all’attacco del primo libro di Jack
(dove ne “Il poeta” dice “La morte è il mio mestiere, ci guadagno da vivere”).
Rachel,
invece, ha aperto un’agenzia investigativa di piccolo cabotaggio, dove non
esercita più il suo ruolo preferito di “profiler”. Ma le vicissitudini del
libro riporteranno i due prima a riavvicinarsi, poi a finire di nuovo a letto,
poi a litigare per le loro prese di posizione a volte rigide. Infine,
nell’ultima scena Jack le propone di aprire loro due un’agenzia di indagini sui
crimini insoluti. Non vi dico la risposta di Rachel, da cui dipende,
ovviamente, se nel futuro saranno previste altre uscite delle loro indagini.
Comunque,
per venire al testo, Jack viene coinvolto nella vicenda perché una donna, con
cui aveva avuto una notte di sesso un anno prima, viene trovata morta per DAO (dislocazione
atlanto-occipitale, volgarmente detta decapitazione interna: le hanno girato il
collo di centottanta gradi). Ovviamente non c’entra nulla, ma per una serie di
accidenti, Jack comincia ad avere delle pulci nelle orecchie.
Trova
alcune donne morte in modo similare, e tutte si erano rivolte ad una ditta di
analisi del DNA per avere informazioni sul loro patrimonio genetico e sulla
possibile esistenza di parenti non noti. Indagando su quella ditta, Jack e soci
(che poi dirò solo Jack, laddove lui è aiutato sia dai cronisti del giornale
sia da Rachel) scoprono che la ditta stessa può rivendere le informazioni del
DNA ad altre società, ovviamente in forma anonima.
Non
passa molto tempo che Jack si accorge primo che la forma anonima è facilmente
bypassata con semplici hackeraggi della ditta primaria, e secondo che in
qualche piega del dark web qualcuno, accoppiando nomi e DNA, li rivende di
certo non in maniera limpida. In particolare, c’è un grosso traffico intorno al
DNA femminile nel caso contengo un elemento, il DRD4, un gene che indica la
propensione della donna stessa ad attività sessuali in modo libero e
disinvolto. In particolare questi profili vengono acquistati da una comunità
che si definisce “incel” (che sta per “involontury celibate”, che vi invito ad
indagare in rete; un raggruppamento misogino di suprematisti bianchi con
ideologie da paura).
Tuttavia,
mentre i normali “incel” se ne servono per scopi sessuali, ce n’è uno che al
sesso fa seguire l’omicidio del partner. Un comportamento da killer, tanto che
il tizio si fa chiamare “averla” (come il piccolo uccello predatore che si
avvicina in silenzio alle sue prede, le attacca alle spalle afferrandole con il
becco e spezza loro il collo).
Seguiamo
tutte le vicende di cui non entro nel merito della caccia al killer,
dell’avvicinamento e dell’allontanamento tra Jack e Rachel, fino alla resa dei
conti finale. Rimarcando solo che, dopo più di trecento pagine di intrecci e di
interessanti scioglimenti, il finale è da un lato veloce, e dall’altro non
spiega tutti i risvolti della vicenda. Insomma, un Connelly che, dopo averci
condotto bene a lungo, sembra aver voglia di chiudere tutto presto, ma non
bene.
In
ogni caso, la parte migliore è quando si parla dei buchi legislativi americani,
dove, se io fornisco il mio DNA per scopi privati, non c’è modo di bloccarne la
propagazione, e questo potrebbe non essere un male. Ma non c’è modo di
controllare se ne viene fatto un uso diverso dalla ricerca scientifica, motivo
per cui era stato iniziato il percorso.
Altro
punto in positivo è l’uso dell’organizzazione no-profit “FairWarning”, che è
realmente esistita sino al 2021, pubblicando interessanti articoli in favore
dei consumatori. Ora tutti gli articoli sono reperibili sul sito
dell’Università dell’Illinois.
Un
Connelly in minore, che forse avrà del futuro, anche se io aspetto con ansia un
ritorno a Bosch. Anche perché qui, senza Bosch, manca completamente una colonna
sonora. Non solo niente jazz, ma nessuna musica in sottofondo. Peccato.
Florencia Etcheves “La Virgen en tus ojos”
Booket euro 13
[A: 25/04/2025
– I: 02/05/2025 – T: 03/05/2025] - &&&--
[tit.
or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 278;
anno 2012]
Il libro, scritto una decina di anni fa, ha
alcuni buoni spunti, soprattutto nella personalità di Francisco, ma anche
perché affronta alcuni temi di grande interesse ed impatto. Uno dei momenti
forti dell’indagine è ad esempio l’analisi di tutte le varianti degli
interrogatori, per scoprire, attraverso anche riscontri sulla scena del
crimine, chi mente e chi dice la verità.
Il secondo punto, forse anche più forte, è
l’analisi dell’uso dei media per creare un’immagine del colpevole,
interrogandosi a lungo anche sul ruolo che l’opinione pubblica riveste
nell’influenzare l’andamento delle indagini stesse. Indagini che poi toccano un
tema al tempo della scrittura poco affrontato, quello della violenza sulle
donne. Non è un caso, allora, che Florencia si sia spesso spesa per il FIT-U
(il “Frente de Izquierda y de los Trabajadores – Unidad).
Ma facciamo anche un passo indietro, che
questo libro viene come sottoprodotto di uno dei miei (o meglio nostri) ultimi
viaggi. Un giro non lungo ma esaustivo in Argentina, con alcuni giorni finali
di relax e passeggiate nella bellissima Buenos Aires. Dove, girando per la
Recoleta, capitiamo in quella che il National Geographic ha nominato come “la
libreria più bella del mondo”: cioè “El Ateneo Grand Splendid”. Un ex-teatro
riconvertito in libreria con una scenografia bellissima, ed il proscenio mutato
in cafè. Lì ho incontrato una commessa di gentilezza estrema, cui ho chiesto
indicazioni per leggere un libro di autore argentino, possibilmente poliziesco.
Nasce così l’indicazione di questa scrittrice e di questo libro. Un ricordo
veramente intenso.
Ma torniamo al testo.
La storia ruota intorno a due amiche, che
vivono nello stesso appartamento: Gloriana Márquez e Minerva del Valle. Anche
se la convivenza non è certo tutta rose e fiori. Il momento scatenante è quando
Minerva trova il cadavere di Gloriana. Qui cominciano i problemi, che, stando
alla probabile ora della morte, Minerva doveva essere presente in casa. Come
mai non si accorge del cadavere dell’amica? Sono sbagliati gli orari? O Minerva
mente?
Come detto, le indagini sono guidate da
Francisco Juánez, e supportate con il peso economico e di relazioni dalla
potente nonna di Minerva. Francisco, contro tutte le evidenze, non è convinto
della colpevolezza di Minerva, ma non riesce a trovare prove né a favore né
contro. L’abilità giornalistica della scrittrice ci porta a toccare con mano
come il crimine sconvolga il paese, la stampa esasperata cerca in tutti i modi
di addossare le colpe a Minerva. Ma il sistema giudiziario non è riuscito a
provare nessuno dei sospetti.
Il corso degli eventi fa qui un salto e si
porta venti anni dopo la vicenda, in una spiaggia dell’Ecuador, dove ritroviamo
Minerva. E troviamo un ragazzo con una strana iride negli occhi (la vergine del
titolo). Non vi dico come né perché, ma si innescano tutta una serie di
ragionamenti che portano noi poveri lettori a scoprire la verità. Oppure a
capire che la verità è solo un modo in cui si guarda la realtà, un suo
adattamento.
Sebbene la prima parte sia di un classico
impianto poliziesco, e lì riesce bene a collocarsi ed agire la figura di Juánez,
alla fine il tentativo di Etcheves è di lasciare tutto un po’ ingarbugliato.
Con una prosa che essa stessa si complica, senza accompagnare il lettore verso
la comprensione di un finale che, in fin dei conti, non mi risulta ancora
chiarissimo.
Nonostante le parole della scrittrice di non
aver voluto parlare di un caso reale, ma solo di aver cercato di realizzare un
archetipo di indagini e di modi di affrontare le questioni poliziesche, i
conoscitori della realtà argentina (non io, ma forse il mio amico Alejandro) mi
dicono che, con alcune variazioni sul tema, il testo sembra ripercorrere
l’omicidio di Solange
Grabenheimer, che era stato trovato dalla sua amica Lucila Frend. Faccio solo
un esempio: Lucila esce la mattina presto per andare al lavoro, chiama varie
volte Solange senza successo. Si preoccupa solo a sera, quando l’amica non si
presenta ad una festa di amici comuni.
Una
ricostruzione identica a quella descritta dalla scrittrice. Ma io non sono né
avvocato né poliziotto, e comunque rilevo che Lucila, al processo in cui era
stata accusata dell’omicidio, è stata assolata per mancanza di prove.
Per
tornare al testo, in ogni caso, un buon esercizio per irrobustire lo spagnolo.
Arnaldur Indriðason “Opération Napoléon” Points euro 26
[A: 14/07/2025 – I: 08/08/2025 – T:
10/08/2025] &&
e ½
[tit. or.: Napóleonsskjölin; ling. or.:
islandese; pagine: 424; anno
1999]
Continua l’operazione “recupero” degli
scritti di Arnaldur, anche di quelli che non appartengono a nessuna serie. Come
questo testo isolato, scritto alla fine del secolo scorso, e che ho trovato
nella mia ultima visita nel paese del fuoco e del ghiaccio. Poiché l’islandese
non è (ancora) alla mia portata, ho trovato ad Akureyri questa versione in
francese. Peccato soltanto che non sia tradotto dall’originale, ma
dall’inglese. Quindi, traduzione di secondo livello, che tuttavia, per un libro
di intrattenimento, anche se con qualche spunto, può andar bene. Forse si perde
qualcosa, me il filo generale del discorso c’è e si segue discretamente.
Purtroppo, non è nel filone giallo principale
di Arnaldur, né delle piccole serie di contorno. È un testo isolato, dove i
protagonisti non torneranno altrove, e dove, più che giallo in sé, starebbe
bene in una collana tipo “spy story”. Perché se è vero che c’è giallo, ci sono
morti e c’è suspense, è tutta più materia di spionaggio che di polizia.
Il nocciolo duro del racconto è costituito da
un aereo (tedesco? americano?) che verso la fine della Seconda Guerra mondiale
si schianta sul Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d'Europa (che ben
conosco, e che ho visitato proprio due giorni dopo aver comprato il libro). In
Islanda c’era già una forte base americana, messa in funzione dal 1941, e da lì
partono i soccorsi che a capo della base c’era tal Morris, che confesserà di
sapere che alla guida dell’aereo c’era un pilota di caccia americano, suo fratello.
Ma il cattivo tempo impedisce i soccorsi, e fa sì che il ghiacciaio inghiotta
l’aereo ed i suoi occupanti.
Solo nel 1999, anno in cui si svolge
l’azione, a causa di caldi eccessivi, foto aeree mostrano l’aereo. Motivo per
cui la CIA organizza una missione segreta per il suo recupero, ponendone a capo
una spia al soldo del miglior offerente e di sicuro molto più vicina alla
cattiveria nazista che al buonismo islandese. Per sfortuna, nella zona c’è
un’esercitazione islandese di recupero, e due ragazzi, allontanatisi, scorgono
le manovre. Elias telefona allora alla sorella Kristin, giovane avvocato a
Reykjavík, ma dopo poche frasi la conversazione cade. Kristin capisce che c’è
qualcosa, ma soprattutto che il fratello è in pericolo.
Pericolo che si concretizza la mattina dopo,
quando due sgherri della CIA si precipitano a casa di Kristin nel tentativo di
neutralizzarla, rapendola o uccidendola. Lei, molto fortunosamente, riesce a
scappare, e si rifugia nella base americana di stanza nell’isola (dove rimarrà
sino al 2006), per cercare aiuto da una sua vecchia fiamma, Steve.
Con l’aiuto di Steve, l’involontario
suggerimento di diverse persone che sapevano qualche brandello di verità, m non
tutta, Steve e Kristin riescono a raggiungere un contadino che, nella sua
fattoria alla base del ghiacciaio, aveva seguito tutti gli avvenimenti
dall’inizio, ed ora, ottantenne, era depositario di alcune informazioni che non
ha mai fornito agli americani, ma che volentieri gira a Kristin.
Nel frattempo, i cattivi americani
smantellano l’aereo, buttano Elias in un crepaccio, per una serie altrettanto
fortunosa di eventi, rapiscono Kristin e Steve. Il secondo fa una brutta fine,
lei riesce ancora una volta a fuggire, mettendosi in contatto con la “parte
buona” (se esistesse) della CIA che le fornisce una mezza verità. L’aereo era
partito da Berlino con una serie di informazioni che avrebbero permesso di
portare a termine le loro manovre, denominate “Operazione Napoleone”,
ricordando che il grande corso, sconfitto, venne esiliato in un’isola
semi-deserta. Così come avrebbe potuto …
Non finisce il discorso, che Kristin viene
drogata e si ritrova nel suo appartamento nella capitale islandese, solo
quattro giorni dopo l’inizio della trama. Ma nessuno in ambasciata americana sa
nulla, la polizia segue piste improbabili, e tutto si perde nei meandri del
solito insabbiamento dello spionaggio americano. Solo il fatto che Elias sia
stato ferito, e che sia uscito dal coma, consentono a Kristin di capire che non
era un sogno.
Il libro finisce nel 2005, con Kristin che,
sempre rosa dalle morti da lei causate e dalla fine ignota dell’operazione,
liquida tutto, e si imbarca per il Sudamerica, dove, in uno sperduto paese
della Patagonia, trova la tomba di un cane di nome Blondi.
Il libro, certo uno dei primi di Arnaldur (in
effetti, il terzo in ordine di scrittura), risente ancora di alcuni meccanismi
poco rodati, non ultimo forse, una conoscenza non approfondita dei meccanismi
di guerra descritti. Di sicuro è (giustamente) permeato di un sentimento
antiamericano che gli islandesi hanno sviluppato e mantenuto a lungo (e non
senza ragione). Inoltre, pur essendo al 90% un discreto thriller, la fine è
pretenziosamente inventata, implausibile e già comprensibile dall’inizio del
testo.
Dicevamo allora, di alcune imprecisioni
storiche. L’aereo che si schianta sul ghiacciaio viene detto indicato come
bombardiere e identificato come Junker 52 che, in realtà, era un aereo da
trasporto, utilizzato una sola volta come bombardiere, solo per distruggere la
città di Guernica nel 1936. Inoltre, un pilota di caccia non ha lo stesso
addestramento per guidare senza problemi un bombardiere. Poi ci sarebbero
alcuni rilievi sulle croci uncinate sparse nel testo che vi risparmio, come
piccole altre incongruenze marginali.
Non marginale il fatto che Blondi era il nome
del pastore tedesco di Hitler, trovato avvelenato dal cianuro nel bunker
berlinese accanto al corpo del führer. E non faccio commenti, se non per
rilevare che, a parte la statura, l’accostamento tra Adolfo e Bonaparte ha
suscitato non poco risentimento da parte francese.
Finisco con un piccolo accenno storico. Il 10
maggio 1940, mentre la Germania invadeva la Norvegia, truppe britanniche
occupano l’Islanda, che in tutto aveva 24 militari. Occupazione che serviva a
mantenere aperta la rotta atlantica nel nord dell’Oceano. Poiché gli inglesi
non avevano forze a sufficienza, il 7 luglio 1941 il controllo dell’isola viene
lasciato agli americani (che ancora erano neutrali, visto che Pearl Harbor sarà
solo il 7 dicembre ’41). Gli USA, unico lato positivo, visto che non c’erano aeroporti,
costruiscono le fondamenta di quello che è tutt’ora l’aeroporto islandese di
Keflavik. Ma rimarranno sull’isola sino al 2006, fomentando per anni la
difficile convivenza tra soldati americani e locali, in quella che gli
islandesi battezzarono con il nome di “la Situazione”, per indicare le non
poche donne locali che avevano rapporti intimi con gli americani, e con la
conseguente nascita di tanti bambini. Una parte di storia che Arnaldur
riporterà in libri più tardi e più maturi.
Questo è piacevole, soprattutto nel ricordo
del ghiacciaio e della strada costiera che lo unisce alla capitale, comprese le
sue bellissime cascate. Per il resto, c’è solo il mio amore per l’isola ed il
mio rispetto per l’autore.
Simon
Mason “Un omicidio a novembre” Sellerio 16 (in realtà scontato a 15,20 euro)
[A: 27/05/2025 – I: 15/08/2025 – T: 17/08/2025]
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[tit. or.: A Killing in November; ling. or.: inglese; pagine: 456; anno 2022]
Avevo
sentito parlare di Simon Mason, della sua capacità di ordire intrecci ed ero
curioso di leggere questo suo debutto nel poliziesco classico, con un battage
che puntava molto sui detective che si sarebbero occupati del caso.
Come
raramente accade, le premesse hanno portato ad un libro magari non riuscito in
tutte le sue forme, ma di sicuro meritevole di essere letto e seguito. Come
saranno seguite le prossime avventure di Ray e Ryan, visto che ci troviamo
veramente in un giallo classico, che riecheggia le bellissime atmosfere del
compianto Colin Dexter, aggiornandone alcune modalità espressive alla realtà di
venti anni dopo. Magari mettendoci anche un pizzico di adrenalina per qualche
momento di fisicità non presente, normalmente, nel pacifico giallo inglese.
L’inizio
è ironicamente deflagrante. C’è una cena in uno snobissimo college oxfordiano,
il Barnabas Hall, dove il rettore cerca di ingraziarsi uno sceicco arabo per
avere sovvenzioni varie. Un momento che si preannuncia foriero di intrighi.
Oltre al rettore, ci sono uno sceicco arabo, un professore arabista a
contratto, un ricercatore americano, una dottoranda profuga siriana e qualche
elemento al contorno.
Il
rettore non smuove di un millimetro lo sceicco; il professore cerca di
smerciare un Corano sunnita allo sceicco sciita, il ricercatore si aggira
cadendo sempre dalle nuvole ad ogni accadimento, la profuga, per pagarsi gli
studi, fa anche da cameriera, e, mentre organizza uno tiro mancino allo
sceicco, vede anche qualcosa che non doveva vedere. Insomma, la siriana fa
entrare degli arabi di nascosto che bloccano lo sceicco e gli mostrano i loro
deretani (massimo spregio), e tutta l’atmosfera si ingarbuglia, dove noi ci si
aspetta qualche altro colpo di testa islamico. Invece, alla fine dei giochi, il
rettore scopre il cadavere seminudo di una donna nel suo ufficio al Rettorato.
Già
quest’inghippi fanno salire l’attenzione alla trama che diventa massimo quando
l’ispettore Wilkins viene incaricato delle indagini. Un poliziotto bianco,
scorretto, indisciplinato, con un difficile passato alle spalle ma dotato di un
grande intuito. Ryan (questo il suo nome) prende tutti di petto, professori,
rettore, moglie dello stesso, camerieri e personale vario. Suscitando un
vespaio che arriva presto all’orecchio della Sovraintendente della polizia. Che
si meraviglia, avendo incaricato il suo miglior elemento per le delicate
indagini, l’ispettore Wilkins. Peccato che questi sia Ray, nero, di buona
famiglia, laureato ad Oxford e sempre impeccabile. Un banale errore di
comunicazione. Che darà vita e nerbo a tutto il romanzo (e probabilmente anche
ai successivi episodi).
Nel
solito intreccio tra pubblico e privato, vediamo Ray e Ryan costretti ad
indagare insieme, facendo scintille ad ogni piè sospinto. Ma ne vediamo anche i
risvolti privati. Ryan cresciuto in un campo di roulotte, sempre in mezzo a
delinquenza e droga, da cui ne esce per volontà e rifiuto di un ambiente
familiare governato da un padre alcolizzato e manesco. Peccato che la moglie
Michelle, pur avendo messo al mondo loro figlio, non riesca a tirarsi fuori
dall’ambiente e muoia di overdose. Mentre Ray, ossessionato dalla precisione e
dall’ordine, ha un bel rapporto con la moglie, ma dopo la morte nella culla di
loro figlio, non riescono ad averne altri.
Per
tutta una buona parte del libro, R&R cercano di capire chi sia la
misteriosa morta, e perché sia stata uccisa lì nel college. Tra intuizioni di
Ryan e ricerche di Ray, trovano tutta una sequenza di collegamenti improbabili
e misteriosi.
La
morta era essa stessa una profuga mediorientale, ma di famiglia ricca, che
aveva anche frequentato il college, ed aveva anche avuto profferte dal poco
raccomandabile rettore (un predatore sessuale di bassa tacca). Quando la sua
famiglia, per crisi varie, perde tutto, lei si mette a fare la escort, e
realizza con un fotografo di professione, servizi in cui appare nuda in luoghi
non consoni alla nudità (come il rettorato, ad esempio). Ma perché ucciderla?
Quando
poi anche l’altra profuga viene uccisa ed il corano sparisce, i nostri
capiscono molto della trama, arrivando alla soluzione con un colpo da maestro
che fa salire ulteriormente le già alte quotazioni dell’autore. Nel finale però
dobbiamo anche registrare che Ryan, non vi dico i come ed i perché, prende a
pugni il padre, e viene sospeso dalla polizia. Sono curioso di capire come si
evolverà il rapporto tra i nostri Wilkins nei successivi episodi.
La
bravura di Mason è stata quella di riuscire in un delicato mix tra poliziesco e
realtà, dove, a volte di corsa, a volte con più attenzione, si dà conto di
questioni sociali (nei contrasti tra R&R, due mondi opposti che però alla
fine cominciano a trovare il buono là dove ognuno di loro non se lo aspetta),
di razzismo, di guerre, di tratta dei migranti (il doloroso e realistico
viaggio della profuga dalla Siria ad Oxford), il tutto condito da segreti
accademici risibili ma anche reali nel contrasto tra apparenza e realtà.
Momenti universitari che si intrecciano con traffici d’opere d’arte, foto
scomparse, il prezioso e misterioso Corano, ed altro ancora.
C’è
un uso sapiente dell’ironia, ed una riuscita empatia con i personaggi. Vedremo
se il seguito manterrà le promesse.
Simon
Mason “Il caso Poppy Clarke” Sellerio 16 (in realtà scontato a 15,20 euro)
[A: 01/09/2025 – I: 29/09/2025 – T:
30/09/2025] - &&& e ½
[tit. or.: The Broken Afternoon; ling. or.: inglese; pagine: 397; anno 2023]
Avendo
gradito la prima uscita in giallo di Simon Mason, sono passato subito anche al
secondo episodio de “I Wilkins”. Sempre gradevole, con qualche spunto, ma forse
non così convincente come il primo. Per una serie di motivi: meno ironia, Ray
sempre più antipatico, e l’ambiente pedofilia lascia sempre qualche traccia
oscura nell’impianto generale, oltre ad alcune pecche minori che scopriremo
solo leggendo.
Intanto
ho approfondito la conoscenza dell’autore, da sempre inserito, lavorativamente
parlando, nel mondo dell’editoria, con un passato familiare interessante:
figlio di Cliff Mason, un calciatore professionista, terzino dello Sheffield
agli inizi degli anni ’60 (proprio quando nasce Simon, e proprio a Sheffield).
Simon, tra l’altro, è anche autore di una serie di libri per ragazzi al di
sotto dei 12 anni.
Qui,
ovviamente, torniamo nel mondo di Oxford (città dove ora vive Simon e famiglia)
a seguire le vicende, in intreccio parallelo, dei nostri Wilkins, Ray e Ryan.
Dove, nel solito intreccio tra pubblico e privato, continuiamo a vedere Ryan
con il treenne figlio genietto Ryan jr., sempre prodigo di buoni consigli per
il padre un po’ troppo fumino. Dall’altro lato, invece, abbiamo Ray che insieme
alla moglie Diana, mette in cantiere una prossima prole. Peccato che, primo
siano due gemelli, secondo Diana ha una gravidanza problematica, Ray è molto
“distratto” dai problemi di lavoro.
Infatti,
all’inizio di questo caldo luglio del 2017, la piccola Poppy Clarke, di quattro
anni, sparisce nel nulla all’uscita della scuola materna, sfuggendo alla
distratta madre che spettegolava con le amiche. Una sparizione completamente
priva di indizi. Nessuna ha visto nulla, la madre Rachel era con la mente
altrove, anche pensando al problematico divorzio con il padre di Poppy. Padre
morbosamente legato alla figlia, sospettato in primis del rapimento, ma presto
scagionato da solidi alibi. Così che siamo subito tutti orientati ad un
rapimento di matrice pedofila. Ben presto corroborato dal ritrovamento di Poppy
morta.
Un
rapimento che cade tutto sulle spalle di Ray, che, come detto, doveva (ma poco
faceva) pensare alla gravidanza familiare, e che inanella una serie di topiche,
dove pensiamo a fondo che la fama di detective bello ed intuitivo sia forse un
po’ usurpata. Certo, rimane il fatto che sia alto e di colore, cosa che suscita
interessi poco leciti dalle donne che gli girano intorno.
Ryan,
al contrario, era stato alla fine sospeso dalla polizia per aver trattato a
male parole prima un vescovo poi un rettore universitario. Si trova così a
doversi sostentare con infimi lavoretti, tipo guardia notturna. Ed è in questa
veste che incontra Mick un suo sodale di gioventù, andato dall’altra parte
della giustizia. Amico che si presenta spaventato, proferendo alcune frasi che
mettono pulci all’orecchio di Ryan, e morendo poco dopo investito da una
macchina.
Il
racconto procede a lungo facendoci immaginare una convergenza tra i nostri
Wilkins, che però tarda ad arrivare. Alla fine si scopre che: un filantropo,
con Jack, un figlio disadattato, che finanzia la scuola di Poppy ed investe
soldi per aiutare ex-carcerati, tra Mick nonché un tal Cobb, di pedofili
interessi. E tutti, Mick, Jack e Cobb gravitanti nelle scuole della zona, come
giardinieri, ed amici del gestore delle maestranze dei giardini.
Non
entriamo in tutte le giravolte della trama che il bravo Mason riesce ad
imbastire, ingegnose ma che non ci distolgono dall’aver indicato il colpevole
ben prima di metà romanzo. Dobbiamo comunque sottolineare che è solo
l’intelligenza di Ryan che porta alla soluzione finale. Che però non avrebbe
luogo se non con l’aiuto fattivo di Ray, visto che Ryan è sospeso e non può
agire da poliziotto. Diciamo anche che, come ci si aspetta, Ryan viene
reintegrato e ci si aspetta che escano nuove puntate della coppia.
Il
bravo Mason riesce a mantenere vivo il dualismo tra il ricco di colore ed il
povero bianco, anche se, come detto, Ray si arena un po’. Non si comprende il
distacco emozionale con la gravidanza della moglie, e le sue uscite hanno meno
presa del primo libro. Si mantiene invece su di un buon livello di ironia ed
intelligenza Ryan con tutta la famiglia (figlio jr., sorella Jade e nipote
Mylee). Ed in fondo è proprio il dualismo della dimensione privata che riesce a
trasformare la semplice indagine poliziesca in una ricerca ad ampio raggio per
dare un senso allo sviluppo della vita in questo mondo confuso.
Unica
pecca, oltre al fatto che Simon avrebbe dovuto chiamarsi Perry, è l’anodina
traduzione italiana del titolo. L’originale parla di un pomeriggio spezzato,
colpito proprio dal rapimento di Poppy che spezza la vita di molti (e quel
pomeriggio) in due: prima e dopo il rapimento. In Italia si decide di mettere
in copertina il nome della rapita, aggiungendo l’attraente termine “caso”,
visto che così i distratti siano attirati alla lettura meglio che se si fosse
lasciato il primo titolo proposto (che era “Un pomeriggio difficile).
Poiché
non abbiamo oggi nessun giallista francese, mi piace riportarvi alcune frasi
rimaste nella mente dopo letture di testi originali. Tra l’altro di tre autori
che ammiro moltissimo: il poliedrico enigmista Georges Perec, il franco-libanese
Amin Maalouf e l’accademico di Francia Èrik Orsenna.
Del primo
traduce alcune frasi tratte da “Les
choses”:
“Nel
loro mondo, era praticamente una regola desiderare sempre più di quanto si
potesse comperare.” (50)
“La loro vita era come una abitudine troppo
lunga, come una noia quasi serena : una vita senza nulla.” (139)
“Il
mezzo è parte della verità, così come il risultato. Bisogna che la ricerca
della verità sia di per sé vera; la vera ricerca è la verità svelata, dove le
parti separate si riuniscono nel risultato. (citazione da Karl Marx)” (158)
Il secondo, nel profetico “Le Premier Siècle après Béatrice” (che più di trent’anni fa parlava della
grande spaccatura tra Nord e Sud del mondo, e leggete con attenzione l’ultima
frase) ci parla di amori profondi:
“ So,
per aver osservato gli esseri viventi, che l’amore non è che un trucco per
sopravvivere, ma è piacevole ignorare di saperlo.” (25) “
“Beatrice
è nata l'ultima notte di agosto … con dei piedi in movimento che disegnavano
indecifrabili semafori.” (66) “”
“Gli
ho detto che ero nostalgico dei tempi in cui gli accordi più importanti si
firmavano con una stretta di mano, e duravano tutta la vita, anche dopo che
tutti i pezzetti di carta erano ingialliti. Tra Clarence e me, si era trattato
di una stretta di mano un po’ speciale, più sofisticata, più avvolgente, più
prolungata; ma nella mia mente, era comunque una stretta di mano. Saremmo
rimasti insieme finché fosse durato il nostro amore.” (74)
“Un lavoratore del Sud che va al Nord
è chiamato ‘immigrato’; un lavoratore del Nord che va al Sud viene detto
‘espatriato’.” (136)
Infine l’ultimo usa la grammatica per parlare
dei sentimenti e della vita. Come in questo “Les Chevaliers du Subjonctif”:
“L'amore è una conversazione ... L'amore
è quando non si parla che all’altro. E quando l’altro non parla che a te. ” (31)
“Io e te soffriamo della stessa
malattia: la curiosità. Sai la parola ‘curioso’ deriva dal latino 'cura'.
Dobbiamo essere fieri del nostro difetto: essere curiosi significa prendersi
cura. Cura del mondo e dei suoi abitanti.” (42)
“Ho sempre pensato che più ami
qualcuno, più lo si dovrebbe lasciare in pace.” (87)
“Nessun amore, nemmeno il più grande,
mi impedirà di sognare.” (101)
“Che cos'è l'amore se non dubbio,
attesa, desiderio, speranza? Quindi l'amore è una variante del congiuntivo.” (108)
Abbiamo iniziato questo mese la massiccia dose di compleanni che di settimana in settimana ci porteranno fino a Natale. Per cui intanto facciamo gli auguri ai primi “bilancini” sperando che ci aiutino anche nei viaggi, per ora purtroppo ancora nella mente degli Dei. Quindi sperando che i guasti e le fuoriuscite economiche si fermino presto, vi saluto con un grande abbraccio.
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