domenica 12 ottobre 2025

Oxford è meglio - 12 ottobre 2025

Una trama gialla, questa settimana, dominata dalla scoperta di un nuovo giallista inglese, anzi oxfordiano. Simon Mason si presenta con due episodi dei suoi Wilkins, Ray e Ryan, coppia di poliziotti molto eterogenea. Ray nero, sposato e laureato. Ryan bianco, padre single e molto “outfit”. Un mix che l’autore gestisce egregiamente. Poi Florencia Etcheves un ricordo argentino con un difficile noir, quasi un docu-noir come capirete leggendo, una spruzzata d’Islanda con il recupero di un Indridason d’annata, iniziando con un Connelly senza Bosch (ed un po’ dispiace).

Michael Connelly “La morte è il mio mestiere” Pickwick euro 10,90

[A: 20/07/2021– I: 28/03/2025 – T: 30/03/2025] - && e ½    

[tit. or.: Fair Warning; ling. or.: inglese; pagine: 359; anno 2020]

JM6; RW8

Michael Connelly non è certamente stufo della sua (e nostra) creatura prediletta (il grande Bosch), ma ogni tanto rifiata, cerca strade laterali, che uno scrittore di best seller deve avere la possibilità di diversificare la sua opera. Anche quando il suo personaggio non mostra segni di defaillance. Ma l’insuccesso è sempre alle porte, e Connelly sa che si deve parare.

Infatti, ad un certo punto, inserisce Mike Heller, avvocato e non poliziotto, che ha un suo successo ed un suo seguito. Ma non così deflagrante, ed allora, facendo in modo che Heller e Bosch si scoprano fratellastri, riesce ad imbastire storie anche di Mike, spesso poi con una presenza, attiva e decisiva, anche di Harry.

L’altro suo pallino è Jack McEvoy, che aveva creato per riprendere un po’ delle sue esperienze dirette, lui che nasce cronista di nera, per poi diventare un grande scrittore di gialli. Così, nel 1996, vediamo costruirsi un ottimo thriller intorno a Jack (“Il poeta”), dove compare, in quel tempo dal lato FBI, Rachel Welling. Otto anni dopo, il nostro riprende Jack e Welling, immergendoli in una trama che nasce un po’ per cavalcare la vecchia onda, un po’ per chiudere un cerchio che era rimasto aperto (“Il poeta è tornato”).

Dopo altri cinque anni (e dopo un paio di romanzi in cui aveva tentato di mescolare Harry e Rachel, ma senza che nasce un grosso feeling), Connelly riporta in campo la coppia Jack e Rachel, in una indagine molto delicata (“L’uomo di paglia”), dove alla fine per una serie di motivi, Jack lascia il suo ruolo di cronista di nera e Rachel viene pensionata anticipatamente dall’FBI. Inoltre, il loro amore non resiste ai guasti che hanno provocato le sopracitate rotture.

Un grosso colpo per la verve di Connelly, che impiega più di dieci anni per trovare un’idea che faccia di nuovo scendere in campo i nostri paladini della giustizia. E fortunatamente lo trova imbastendo, come spesso nelle storie di Jack, oltre al lato “giallo”, una serie di piccole frecciate al modo di vivere americano. Partendo dai più facili, come l’uso del dark web e degli strani personaggi che lo frequentano, per salire ad una moda modernissima, l’industria dei test genetici e dell’analisi del DNA, per finire in una riflessione, quanto mai complessa, della relazione tra etica e privacy.

Intanto vediamo i nostri che fine hanno fatto. Jack, a corto di soldi, si è riciclato cronista in un sito dedito ad avvertire i consumatori sulle frodi e gli imbrogli del mercato. Si chiama “FairWarning” (il giusto avvertimento), ed è anche il titolo originale del libro. Dove non si capisce perché si sia voluto spostare l’attenzione ed il testo verso una frase che Jack pronuncia ad un certo punto (“Per molto tempo, in passato, avevo detto che la morte era il mio mestiere”) e che serviva per collegarsi all’attacco del primo libro di Jack (dove ne “Il poeta” dice “La morte è il mio mestiere, ci guadagno da vivere”).

Rachel, invece, ha aperto un’agenzia investigativa di piccolo cabotaggio, dove non esercita più il suo ruolo preferito di “profiler”. Ma le vicissitudini del libro riporteranno i due prima a riavvicinarsi, poi a finire di nuovo a letto, poi a litigare per le loro prese di posizione a volte rigide. Infine, nell’ultima scena Jack le propone di aprire loro due un’agenzia di indagini sui crimini insoluti. Non vi dico la risposta di Rachel, da cui dipende, ovviamente, se nel futuro saranno previste altre uscite delle loro indagini.

Comunque, per venire al testo, Jack viene coinvolto nella vicenda perché una donna, con cui aveva avuto una notte di sesso un anno prima, viene trovata morta per DAO (dislocazione atlanto-occipitale, volgarmente detta decapitazione interna: le hanno girato il collo di centottanta gradi). Ovviamente non c’entra nulla, ma per una serie di accidenti, Jack comincia ad avere delle pulci nelle orecchie.

Trova alcune donne morte in modo similare, e tutte si erano rivolte ad una ditta di analisi del DNA per avere informazioni sul loro patrimonio genetico e sulla possibile esistenza di parenti non noti. Indagando su quella ditta, Jack e soci (che poi dirò solo Jack, laddove lui è aiutato sia dai cronisti del giornale sia da Rachel) scoprono che la ditta stessa può rivendere le informazioni del DNA ad altre società, ovviamente in forma anonima.

Non passa molto tempo che Jack si accorge primo che la forma anonima è facilmente bypassata con semplici hackeraggi della ditta primaria, e secondo che in qualche piega del dark web qualcuno, accoppiando nomi e DNA, li rivende di certo non in maniera limpida. In particolare, c’è un grosso traffico intorno al DNA femminile nel caso contengo un elemento, il DRD4, un gene che indica la propensione della donna stessa ad attività sessuali in modo libero e disinvolto. In particolare questi profili vengono acquistati da una comunità che si definisce “incel” (che sta per “involontury celibate”, che vi invito ad indagare in rete; un raggruppamento misogino di suprematisti bianchi con ideologie da paura).

Tuttavia, mentre i normali “incel” se ne servono per scopi sessuali, ce n’è uno che al sesso fa seguire l’omicidio del partner. Un comportamento da killer, tanto che il tizio si fa chiamare “averla” (come il piccolo uccello predatore che si avvicina in silenzio alle sue prede, le attacca alle spalle afferrandole con il becco e spezza loro il collo).

Seguiamo tutte le vicende di cui non entro nel merito della caccia al killer, dell’avvicinamento e dell’allontanamento tra Jack e Rachel, fino alla resa dei conti finale. Rimarcando solo che, dopo più di trecento pagine di intrecci e di interessanti scioglimenti, il finale è da un lato veloce, e dall’altro non spiega tutti i risvolti della vicenda. Insomma, un Connelly che, dopo averci condotto bene a lungo, sembra aver voglia di chiudere tutto presto, ma non bene.

In ogni caso, la parte migliore è quando si parla dei buchi legislativi americani, dove, se io fornisco il mio DNA per scopi privati, non c’è modo di bloccarne la propagazione, e questo potrebbe non essere un male. Ma non c’è modo di controllare se ne viene fatto un uso diverso dalla ricerca scientifica, motivo per cui era stato iniziato il percorso.

Altro punto in positivo è l’uso dell’organizzazione no-profit “FairWarning”, che è realmente esistita sino al 2021, pubblicando interessanti articoli in favore dei consumatori. Ora tutti gli articoli sono reperibili sul sito dell’Università dell’Illinois.

Un Connelly in minore, che forse avrà del futuro, anche se io aspetto con ansia un ritorno a Bosch. Anche perché qui, senza Bosch, manca completamente una colonna sonora. Non solo niente jazz, ma nessuna musica in sottofondo. Peccato.

Florencia Etcheves “La Virgen en tus ojos” Booket euro 13

[A: 25/04/2025 – I: 02/05/2025 – T: 03/05/2025] - &&&--   

[tit. or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 278; anno 2012]

Florencia Etcheves è una giornalista ora cinquantenne, discretamente nota in patria, specialmente per le sue apparizioni televisive, nonché per alcuni scritti, in particolare la trilogia investigativa incentrata sulla figura del commissario Francisco Juánez, un fine ricostruttore delle scene criminali, attento osservatore e sempre ricordato come una persona che risolve tutti i casi a lui affidati.

Il libro, scritto una decina di anni fa, ha alcuni buoni spunti, soprattutto nella personalità di Francisco, ma anche perché affronta alcuni temi di grande interesse ed impatto. Uno dei momenti forti dell’indagine è ad esempio l’analisi di tutte le varianti degli interrogatori, per scoprire, attraverso anche riscontri sulla scena del crimine, chi mente e chi dice la verità.

Il secondo punto, forse anche più forte, è l’analisi dell’uso dei media per creare un’immagine del colpevole, interrogandosi a lungo anche sul ruolo che l’opinione pubblica riveste nell’influenzare l’andamento delle indagini stesse. Indagini che poi toccano un tema al tempo della scrittura poco affrontato, quello della violenza sulle donne. Non è un caso, allora, che Florencia si sia spesso spesa per il FIT-U (il “Frente de Izquierda y de los Trabajadores – Unidad).

Ma facciamo anche un passo indietro, che questo libro viene come sottoprodotto di uno dei miei (o meglio nostri) ultimi viaggi. Un giro non lungo ma esaustivo in Argentina, con alcuni giorni finali di relax e passeggiate nella bellissima Buenos Aires. Dove, girando per la Recoleta, capitiamo in quella che il National Geographic ha nominato come “la libreria più bella del mondo”: cioè “El Ateneo Grand Splendid”. Un ex-teatro riconvertito in libreria con una scenografia bellissima, ed il proscenio mutato in cafè. Lì ho incontrato una commessa di gentilezza estrema, cui ho chiesto indicazioni per leggere un libro di autore argentino, possibilmente poliziesco. Nasce così l’indicazione di questa scrittrice e di questo libro. Un ricordo veramente intenso.

Ma torniamo al testo.

La storia ruota intorno a due amiche, che vivono nello stesso appartamento: Gloriana Márquez e Minerva del Valle. Anche se la convivenza non è certo tutta rose e fiori. Il momento scatenante è quando Minerva trova il cadavere di Gloriana. Qui cominciano i problemi, che, stando alla probabile ora della morte, Minerva doveva essere presente in casa. Come mai non si accorge del cadavere dell’amica? Sono sbagliati gli orari? O Minerva mente?

Come detto, le indagini sono guidate da Francisco Juánez, e supportate con il peso economico e di relazioni dalla potente nonna di Minerva. Francisco, contro tutte le evidenze, non è convinto della colpevolezza di Minerva, ma non riesce a trovare prove né a favore né contro. L’abilità giornalistica della scrittrice ci porta a toccare con mano come il crimine sconvolga il paese, la stampa esasperata cerca in tutti i modi di addossare le colpe a Minerva. Ma il sistema giudiziario non è riuscito a provare nessuno dei sospetti.

Il corso degli eventi fa qui un salto e si porta venti anni dopo la vicenda, in una spiaggia dell’Ecuador, dove ritroviamo Minerva. E troviamo un ragazzo con una strana iride negli occhi (la vergine del titolo). Non vi dico come né perché, ma si innescano tutta una serie di ragionamenti che portano noi poveri lettori a scoprire la verità. Oppure a capire che la verità è solo un modo in cui si guarda la realtà, un suo adattamento.

Sebbene la prima parte sia di un classico impianto poliziesco, e lì riesce bene a collocarsi ed agire la figura di Juánez, alla fine il tentativo di Etcheves è di lasciare tutto un po’ ingarbugliato. Con una prosa che essa stessa si complica, senza accompagnare il lettore verso la comprensione di un finale che, in fin dei conti, non mi risulta ancora chiarissimo.

Nonostante le parole della scrittrice di non aver voluto parlare di un caso reale, ma solo di aver cercato di realizzare un archetipo di indagini e di modi di affrontare le questioni poliziesche, i conoscitori della realtà argentina (non io, ma forse il mio amico Alejandro) mi dicono che, con alcune variazioni sul tema, il testo sembra ripercorrere l’omicidio di Solange Grabenheimer, che era stato trovato dalla sua amica Lucila Frend. Faccio solo un esempio: Lucila esce la mattina presto per andare al lavoro, chiama varie volte Solange senza successo. Si preoccupa solo a sera, quando l’amica non si presenta ad una festa di amici comuni.

Una ricostruzione identica a quella descritta dalla scrittrice. Ma io non sono né avvocato né poliziotto, e comunque rilevo che Lucila, al processo in cui era stata accusata dell’omicidio, è stata assolata per mancanza di prove.

Per tornare al testo, in ogni caso, un buon esercizio per irrobustire lo spagnolo.

Arnaldur Indriðason “Opération Napoléon” Points euro 26

[A: 14/07/2025 – I: 08/08/2025 – T: 10/08/2025] && e ½ 

[tit. or.: Napóleonsskjölin; ling. or.: islandese; pagine: 424; anno 1999]

Continua l’operazione “recupero” degli scritti di Arnaldur, anche di quelli che non appartengono a nessuna serie. Come questo testo isolato, scritto alla fine del secolo scorso, e che ho trovato nella mia ultima visita nel paese del fuoco e del ghiaccio. Poiché l’islandese non è (ancora) alla mia portata, ho trovato ad Akureyri questa versione in francese. Peccato soltanto che non sia tradotto dall’originale, ma dall’inglese. Quindi, traduzione di secondo livello, che tuttavia, per un libro di intrattenimento, anche se con qualche spunto, può andar bene. Forse si perde qualcosa, me il filo generale del discorso c’è e si segue discretamente.

Purtroppo, non è nel filone giallo principale di Arnaldur, né delle piccole serie di contorno. È un testo isolato, dove i protagonisti non torneranno altrove, e dove, più che giallo in sé, starebbe bene in una collana tipo “spy story”. Perché se è vero che c’è giallo, ci sono morti e c’è suspense, è tutta più materia di spionaggio che di polizia.

Il nocciolo duro del racconto è costituito da un aereo (tedesco? americano?) che verso la fine della Seconda Guerra mondiale si schianta sul Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d'Europa (che ben conosco, e che ho visitato proprio due giorni dopo aver comprato il libro). In Islanda c’era già una forte base americana, messa in funzione dal 1941, e da lì partono i soccorsi che a capo della base c’era tal Morris, che confesserà di sapere che alla guida dell’aereo c’era un pilota di caccia americano, suo fratello. Ma il cattivo tempo impedisce i soccorsi, e fa sì che il ghiacciaio inghiotta l’aereo ed i suoi occupanti.

Solo nel 1999, anno in cui si svolge l’azione, a causa di caldi eccessivi, foto aeree mostrano l’aereo. Motivo per cui la CIA organizza una missione segreta per il suo recupero, ponendone a capo una spia al soldo del miglior offerente e di sicuro molto più vicina alla cattiveria nazista che al buonismo islandese. Per sfortuna, nella zona c’è un’esercitazione islandese di recupero, e due ragazzi, allontanatisi, scorgono le manovre. Elias telefona allora alla sorella Kristin, giovane avvocato a Reykjavík, ma dopo poche frasi la conversazione cade. Kristin capisce che c’è qualcosa, ma soprattutto che il fratello è in pericolo.

Pericolo che si concretizza la mattina dopo, quando due sgherri della CIA si precipitano a casa di Kristin nel tentativo di neutralizzarla, rapendola o uccidendola. Lei, molto fortunosamente, riesce a scappare, e si rifugia nella base americana di stanza nell’isola (dove rimarrà sino al 2006), per cercare aiuto da una sua vecchia fiamma, Steve.

Con l’aiuto di Steve, l’involontario suggerimento di diverse persone che sapevano qualche brandello di verità, m non tutta, Steve e Kristin riescono a raggiungere un contadino che, nella sua fattoria alla base del ghiacciaio, aveva seguito tutti gli avvenimenti dall’inizio, ed ora, ottantenne, era depositario di alcune informazioni che non ha mai fornito agli americani, ma che volentieri gira a Kristin.

Nel frattempo, i cattivi americani smantellano l’aereo, buttano Elias in un crepaccio, per una serie altrettanto fortunosa di eventi, rapiscono Kristin e Steve. Il secondo fa una brutta fine, lei riesce ancora una volta a fuggire, mettendosi in contatto con la “parte buona” (se esistesse) della CIA che le fornisce una mezza verità. L’aereo era partito da Berlino con una serie di informazioni che avrebbero permesso di portare a termine le loro manovre, denominate “Operazione Napoleone”, ricordando che il grande corso, sconfitto, venne esiliato in un’isola semi-deserta. Così come avrebbe potuto …

Non finisce il discorso, che Kristin viene drogata e si ritrova nel suo appartamento nella capitale islandese, solo quattro giorni dopo l’inizio della trama. Ma nessuno in ambasciata americana sa nulla, la polizia segue piste improbabili, e tutto si perde nei meandri del solito insabbiamento dello spionaggio americano. Solo il fatto che Elias sia stato ferito, e che sia uscito dal coma, consentono a Kristin di capire che non era un sogno.

Il libro finisce nel 2005, con Kristin che, sempre rosa dalle morti da lei causate e dalla fine ignota dell’operazione, liquida tutto, e si imbarca per il Sudamerica, dove, in uno sperduto paese della Patagonia, trova la tomba di un cane di nome Blondi.

Il libro, certo uno dei primi di Arnaldur (in effetti, il terzo in ordine di scrittura), risente ancora di alcuni meccanismi poco rodati, non ultimo forse, una conoscenza non approfondita dei meccanismi di guerra descritti. Di sicuro è (giustamente) permeato di un sentimento antiamericano che gli islandesi hanno sviluppato e mantenuto a lungo (e non senza ragione). Inoltre, pur essendo al 90% un discreto thriller, la fine è pretenziosamente inventata, implausibile e già comprensibile dall’inizio del testo.

Dicevamo allora, di alcune imprecisioni storiche. L’aereo che si schianta sul ghiacciaio viene detto indicato come bombardiere e identificato come Junker 52 che, in realtà, era un aereo da trasporto, utilizzato una sola volta come bombardiere, solo per distruggere la città di Guernica nel 1936. Inoltre, un pilota di caccia non ha lo stesso addestramento per guidare senza problemi un bombardiere. Poi ci sarebbero alcuni rilievi sulle croci uncinate sparse nel testo che vi risparmio, come piccole altre incongruenze marginali.

Non marginale il fatto che Blondi era il nome del pastore tedesco di Hitler, trovato avvelenato dal cianuro nel bunker berlinese accanto al corpo del führer. E non faccio commenti, se non per rilevare che, a parte la statura, l’accostamento tra Adolfo e Bonaparte ha suscitato non poco risentimento da parte francese.

Finisco con un piccolo accenno storico. Il 10 maggio 1940, mentre la Germania invadeva la Norvegia, truppe britanniche occupano l’Islanda, che in tutto aveva 24 militari. Occupazione che serviva a mantenere aperta la rotta atlantica nel nord dell’Oceano. Poiché gli inglesi non avevano forze a sufficienza, il 7 luglio 1941 il controllo dell’isola viene lasciato agli americani (che ancora erano neutrali, visto che Pearl Harbor sarà solo il 7 dicembre ’41). Gli USA, unico lato positivo, visto che non c’erano aeroporti, costruiscono le fondamenta di quello che è tutt’ora l’aeroporto islandese di Keflavik. Ma rimarranno sull’isola sino al 2006, fomentando per anni la difficile convivenza tra soldati americani e locali, in quella che gli islandesi battezzarono con il nome di “la Situazione”, per indicare le non poche donne locali che avevano rapporti intimi con gli americani, e con la conseguente nascita di tanti bambini. Una parte di storia che Arnaldur riporterà in libri più tardi e più maturi.

Questo è piacevole, soprattutto nel ricordo del ghiacciaio e della strada costiera che lo unisce alla capitale, comprese le sue bellissime cascate. Per il resto, c’è solo il mio amore per l’isola ed il mio rispetto per l’autore.

Simon Mason “Un omicidio a novembre” Sellerio 16 (in realtà scontato a 15,20 euro)

[A: 27/05/2025 – I: 15/08/2025 – T: 17/08/2025] - &&&&    

[tit. or.: A Killing in November; ling. or.: inglese; pagine: 456; anno 2022]

Avevo sentito parlare di Simon Mason, della sua capacità di ordire intrecci ed ero curioso di leggere questo suo debutto nel poliziesco classico, con un battage che puntava molto sui detective che si sarebbero occupati del caso.

Come raramente accade, le premesse hanno portato ad un libro magari non riuscito in tutte le sue forme, ma di sicuro meritevole di essere letto e seguito. Come saranno seguite le prossime avventure di Ray e Ryan, visto che ci troviamo veramente in un giallo classico, che riecheggia le bellissime atmosfere del compianto Colin Dexter, aggiornandone alcune modalità espressive alla realtà di venti anni dopo. Magari mettendoci anche un pizzico di adrenalina per qualche momento di fisicità non presente, normalmente, nel pacifico giallo inglese.

L’inizio è ironicamente deflagrante. C’è una cena in uno snobissimo college oxfordiano, il Barnabas Hall, dove il rettore cerca di ingraziarsi uno sceicco arabo per avere sovvenzioni varie. Un momento che si preannuncia foriero di intrighi. Oltre al rettore, ci sono uno sceicco arabo, un professore arabista a contratto, un ricercatore americano, una dottoranda profuga siriana e qualche elemento al contorno.

Il rettore non smuove di un millimetro lo sceicco; il professore cerca di smerciare un Corano sunnita allo sceicco sciita, il ricercatore si aggira cadendo sempre dalle nuvole ad ogni accadimento, la profuga, per pagarsi gli studi, fa anche da cameriera, e, mentre organizza uno tiro mancino allo sceicco, vede anche qualcosa che non doveva vedere. Insomma, la siriana fa entrare degli arabi di nascosto che bloccano lo sceicco e gli mostrano i loro deretani (massimo spregio), e tutta l’atmosfera si ingarbuglia, dove noi ci si aspetta qualche altro colpo di testa islamico. Invece, alla fine dei giochi, il rettore scopre il cadavere seminudo di una donna nel suo ufficio al Rettorato.

Già quest’inghippi fanno salire l’attenzione alla trama che diventa massimo quando l’ispettore Wilkins viene incaricato delle indagini. Un poliziotto bianco, scorretto, indisciplinato, con un difficile passato alle spalle ma dotato di un grande intuito. Ryan (questo il suo nome) prende tutti di petto, professori, rettore, moglie dello stesso, camerieri e personale vario. Suscitando un vespaio che arriva presto all’orecchio della Sovraintendente della polizia. Che si meraviglia, avendo incaricato il suo miglior elemento per le delicate indagini, l’ispettore Wilkins. Peccato che questi sia Ray, nero, di buona famiglia, laureato ad Oxford e sempre impeccabile. Un banale errore di comunicazione. Che darà vita e nerbo a tutto il romanzo (e probabilmente anche ai successivi episodi).

Nel solito intreccio tra pubblico e privato, vediamo Ray e Ryan costretti ad indagare insieme, facendo scintille ad ogni piè sospinto. Ma ne vediamo anche i risvolti privati. Ryan cresciuto in un campo di roulotte, sempre in mezzo a delinquenza e droga, da cui ne esce per volontà e rifiuto di un ambiente familiare governato da un padre alcolizzato e manesco. Peccato che la moglie Michelle, pur avendo messo al mondo loro figlio, non riesca a tirarsi fuori dall’ambiente e muoia di overdose. Mentre Ray, ossessionato dalla precisione e dall’ordine, ha un bel rapporto con la moglie, ma dopo la morte nella culla di loro figlio, non riescono ad averne altri.

Per tutta una buona parte del libro, R&R cercano di capire chi sia la misteriosa morta, e perché sia stata uccisa lì nel college. Tra intuizioni di Ryan e ricerche di Ray, trovano tutta una sequenza di collegamenti improbabili e misteriosi.

La morta era essa stessa una profuga mediorientale, ma di famiglia ricca, che aveva anche frequentato il college, ed aveva anche avuto profferte dal poco raccomandabile rettore (un predatore sessuale di bassa tacca). Quando la sua famiglia, per crisi varie, perde tutto, lei si mette a fare la escort, e realizza con un fotografo di professione, servizi in cui appare nuda in luoghi non consoni alla nudità (come il rettorato, ad esempio). Ma perché ucciderla?

Quando poi anche l’altra profuga viene uccisa ed il corano sparisce, i nostri capiscono molto della trama, arrivando alla soluzione con un colpo da maestro che fa salire ulteriormente le già alte quotazioni dell’autore. Nel finale però dobbiamo anche registrare che Ryan, non vi dico i come ed i perché, prende a pugni il padre, e viene sospeso dalla polizia. Sono curioso di capire come si evolverà il rapporto tra i nostri Wilkins nei successivi episodi.

La bravura di Mason è stata quella di riuscire in un delicato mix tra poliziesco e realtà, dove, a volte di corsa, a volte con più attenzione, si dà conto di questioni sociali (nei contrasti tra R&R, due mondi opposti che però alla fine cominciano a trovare il buono là dove ognuno di loro non se lo aspetta), di razzismo, di guerre, di tratta dei migranti (il doloroso e realistico viaggio della profuga dalla Siria ad Oxford), il tutto condito da segreti accademici risibili ma anche reali nel contrasto tra apparenza e realtà. Momenti universitari che si intrecciano con traffici d’opere d’arte, foto scomparse, il prezioso e misterioso Corano, ed altro ancora.

C’è un uso sapiente dell’ironia, ed una riuscita empatia con i personaggi. Vedremo se il seguito manterrà le promesse.

Simon Mason “Il caso Poppy Clarke” Sellerio 16 (in realtà scontato a 15,20 euro)

[A: 01/09/2025 – I: 29/09/2025 – T: 30/09/2025] - &&& e ½    

[tit. or.: The Broken Afternoon; ling. or.: inglese; pagine: 397; anno 2023]

Avendo gradito la prima uscita in giallo di Simon Mason, sono passato subito anche al secondo episodio de “I Wilkins”. Sempre gradevole, con qualche spunto, ma forse non così convincente come il primo. Per una serie di motivi: meno ironia, Ray sempre più antipatico, e l’ambiente pedofilia lascia sempre qualche traccia oscura nell’impianto generale, oltre ad alcune pecche minori che scopriremo solo leggendo.

Intanto ho approfondito la conoscenza dell’autore, da sempre inserito, lavorativamente parlando, nel mondo dell’editoria, con un passato familiare interessante: figlio di Cliff Mason, un calciatore professionista, terzino dello Sheffield agli inizi degli anni ’60 (proprio quando nasce Simon, e proprio a Sheffield). Simon, tra l’altro, è anche autore di una serie di libri per ragazzi al di sotto dei 12 anni.

Qui, ovviamente, torniamo nel mondo di Oxford (città dove ora vive Simon e famiglia) a seguire le vicende, in intreccio parallelo, dei nostri Wilkins, Ray e Ryan. Dove, nel solito intreccio tra pubblico e privato, continuiamo a vedere Ryan con il treenne figlio genietto Ryan jr., sempre prodigo di buoni consigli per il padre un po’ troppo fumino. Dall’altro lato, invece, abbiamo Ray che insieme alla moglie Diana, mette in cantiere una prossima prole. Peccato che, primo siano due gemelli, secondo Diana ha una gravidanza problematica, Ray è molto “distratto” dai problemi di lavoro.

Infatti, all’inizio di questo caldo luglio del 2017, la piccola Poppy Clarke, di quattro anni, sparisce nel nulla all’uscita della scuola materna, sfuggendo alla distratta madre che spettegolava con le amiche. Una sparizione completamente priva di indizi. Nessuna ha visto nulla, la madre Rachel era con la mente altrove, anche pensando al problematico divorzio con il padre di Poppy. Padre morbosamente legato alla figlia, sospettato in primis del rapimento, ma presto scagionato da solidi alibi. Così che siamo subito tutti orientati ad un rapimento di matrice pedofila. Ben presto corroborato dal ritrovamento di Poppy morta.

Un rapimento che cade tutto sulle spalle di Ray, che, come detto, doveva (ma poco faceva) pensare alla gravidanza familiare, e che inanella una serie di topiche, dove pensiamo a fondo che la fama di detective bello ed intuitivo sia forse un po’ usurpata. Certo, rimane il fatto che sia alto e di colore, cosa che suscita interessi poco leciti dalle donne che gli girano intorno.

Ryan, al contrario, era stato alla fine sospeso dalla polizia per aver trattato a male parole prima un vescovo poi un rettore universitario. Si trova così a doversi sostentare con infimi lavoretti, tipo guardia notturna. Ed è in questa veste che incontra Mick un suo sodale di gioventù, andato dall’altra parte della giustizia. Amico che si presenta spaventato, proferendo alcune frasi che mettono pulci all’orecchio di Ryan, e morendo poco dopo investito da una macchina.

Il racconto procede a lungo facendoci immaginare una convergenza tra i nostri Wilkins, che però tarda ad arrivare. Alla fine si scopre che: un filantropo, con Jack, un figlio disadattato, che finanzia la scuola di Poppy ed investe soldi per aiutare ex-carcerati, tra Mick nonché un tal Cobb, di pedofili interessi. E tutti, Mick, Jack e Cobb gravitanti nelle scuole della zona, come giardinieri, ed amici del gestore delle maestranze dei giardini.

Non entriamo in tutte le giravolte della trama che il bravo Mason riesce ad imbastire, ingegnose ma che non ci distolgono dall’aver indicato il colpevole ben prima di metà romanzo. Dobbiamo comunque sottolineare che è solo l’intelligenza di Ryan che porta alla soluzione finale. Che però non avrebbe luogo se non con l’aiuto fattivo di Ray, visto che Ryan è sospeso e non può agire da poliziotto. Diciamo anche che, come ci si aspetta, Ryan viene reintegrato e ci si aspetta che escano nuove puntate della coppia.

Il bravo Mason riesce a mantenere vivo il dualismo tra il ricco di colore ed il povero bianco, anche se, come detto, Ray si arena un po’. Non si comprende il distacco emozionale con la gravidanza della moglie, e le sue uscite hanno meno presa del primo libro. Si mantiene invece su di un buon livello di ironia ed intelligenza Ryan con tutta la famiglia (figlio jr., sorella Jade e nipote Mylee). Ed in fondo è proprio il dualismo della dimensione privata che riesce a trasformare la semplice indagine poliziesca in una ricerca ad ampio raggio per dare un senso allo sviluppo della vita in questo mondo confuso.

Unica pecca, oltre al fatto che Simon avrebbe dovuto chiamarsi Perry, è l’anodina traduzione italiana del titolo. L’originale parla di un pomeriggio spezzato, colpito proprio dal rapimento di Poppy che spezza la vita di molti (e quel pomeriggio) in due: prima e dopo il rapimento. In Italia si decide di mettere in copertina il nome della rapita, aggiungendo l’attraente termine “caso”, visto che così i distratti siano attirati alla lettura meglio che se si fosse lasciato il primo titolo proposto (che era “Un pomeriggio difficile).

Poiché non abbiamo oggi nessun giallista francese, mi piace riportarvi alcune frasi rimaste nella mente dopo letture di testi originali. Tra l’altro di tre autori che ammiro moltissimo: il poliedrico enigmista Georges Perec, il franco-libanese Amin Maalouf e l’accademico di Francia Èrik Orsenna.

Del primo traduce alcune frasi tratte da “Les choses”:

Nel loro mondo, era praticamente una regola desiderare sempre più di quanto si potesse comperare.” (50)

“La loro vita era come una abitudine troppo lunga, come una noia quasi serena : una vita senza nulla.” (139)

Il mezzo è parte della verità, così come il risultato. Bisogna che la ricerca della verità sia di per sé vera; la vera ricerca è la verità svelata, dove le parti separate si riuniscono nel risultato. (citazione da Karl Marx)(158)

Il secondo, nel profetico “Le Premier Siècle après Béatrice” (che più di trent’anni fa parlava della grande spaccatura tra Nord e Sud del mondo, e leggete con attenzione l’ultima frase) ci parla di amori profondi:

“ So, per aver osservato gli esseri viventi, che l’amore non è che un trucco per sopravvivere, ma è piacevole ignorare di saperlo.” (25) “

“Beatrice è nata l'ultima notte di agosto … con dei piedi in movimento che disegnavano indecifrabili semafori.” (66)  “”

“Gli ho detto che ero nostalgico dei tempi in cui gli accordi più importanti si firmavano con una stretta di mano, e duravano tutta la vita, anche dopo che tutti i pezzetti di carta erano ingialliti. Tra Clarence e me, si era trattato di una stretta di mano un po’ speciale, più sofisticata, più avvolgente, più prolungata; ma nella mia mente, era comunque una stretta di mano. Saremmo rimasti insieme finché fosse durato il nostro amore.” (74)

Un lavoratore del Sud che va al Nord è chiamato ‘immigrato’; un lavoratore del Nord che va al Sud viene detto ‘espatriato’.” (136)

Infine l’ultimo usa la grammatica per parlare dei sentimenti e della vita. Come in questo “Les Chevaliers du Subjonctif”:

L'amore è una conversazione ... L'amore è quando non si parla che all’altro. E quando l’altro non parla che a te. ” (31)

Io e te soffriamo della stessa malattia: la curiosità. Sai la parola ‘curioso’ deriva dal latino 'cura'. Dobbiamo essere fieri del nostro difetto: essere curiosi significa prendersi cura. Cura del mondo e dei suoi abitanti.(42)

Ho sempre pensato che più ami qualcuno, più lo si dovrebbe lasciare in pace.(87)

Nessun amore, nemmeno il più grande, mi impedirà di sognare.(101)

Che cos'è l'amore se non dubbio, attesa, desiderio, speranza? Quindi l'amore è una variante del congiuntivo.(108)

Abbiamo iniziato questo mese la massiccia dose di compleanni che di settimana in settimana ci porteranno fino a Natale. Per cui intanto facciamo gli auguri ai primi “bilancini” sperando che ci aiutino anche nei viaggi, per ora purtroppo ancora nella mente degli Dei. Quindi sperando che i guasti e le fuoriuscite economiche si fermino presto, vi saluto con un grande abbraccio.

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