Michel Bussi “Les assassins de l’aube” Les Presses de la cité s.p. (regalo
di Alessandra)
[A: 21/09/2025 – I: 28/10/2025 – T: 30/10/2025]
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[tit. or.: Originale; ling. or.: francese; pagine: 453; anno 2024]
Niente
di meglio che terminare una vacanza con un po’ di letteratura locale. Quindi,
alla fine del soggiorno marsigliese, eccoci, io e Ale, alle prese con una bella
libreria (che in realtà è una FNAC di periferia, ma ben messa) e con qualcosa
da scegliere in ricordo. Per combinazioni di promozione, riesco a trovare due
libri al prezzo di uno, e questo Michel Bussi è uno dei due scelti a ricordare
viaggio e anniversario (l’altro è di Fabrice Caro, e ne parlerò tra i romanzi).
Bussi
è un autore che non mi dispiace, nelle pur non tante prove di lettura. Certo, a
volte si ingolfa in misteri che sembrano inestricabili (come in “Ninfee nere”,
il suo bell’esordio nel genere “noir”), altre volte sembra un Musso in
trasferta. Anche perché, e giustamente, non rinnega il suo passato di geografo.
Così che anche in questa prova recente, l’ambientazione ha un suo posto di
rilievo nella trama.
Siamo
in fatti a Guadalupa, uno dei Territori Francesi d’Oltremare, come francese è
gran parte della storia locale (e della lingua). A parte il nome che rimane
quello datole dal loro scopritore, Cristoforo Colombo, in onore del monastero
spagnolo Nuestra Señora de Guadalupe, in Estremadura. Isole con una notevole
mescolanza di razze, che i locali caraibici si sono incrociati con gli schiavi
africani, portati per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, e con i
francesi, che dal 1635, sotto la spinta del cardinale Richelieu, occuparono
l’isola e non l’hanno più lasciata.
In
questo scenario paradisiaco, descritto con grande maestria da Bussi (le spiagge
bianche, le mangrovie sino al limitar dell’onda, l’acqua cristallina, il parco
nazionale, la montagna, insomma tutto il territorio che Bussi, da geografo, ha
anche visitato di persona), cominciano ad esserci inspiegabili assassini, tutti
compiuti al sorgere dell’alba. Per rafforzare gli inganni che Bussi inanella
nelle sue opere, “gli assassini dell’alba” è un verso di una delle ultime
poesie di Aimè Cesaire, l’eroe dell’indipendenza martinicana, nonché autore
della definizione e della scoperta della “negritudine” insieme al senegalese
Léopold Senghor. Cesaire si era sempre posto in lotta contro la schiavitù,
anche culturale. Ed il killer di Bussi utilizza i luoghi simboli della
schiavitù posti sull’isola per depistare la nostra attenzione. Crimini politici
oppure no?
A
cercare di trovare un bandolo dell’intricata matassa c’è un trio di poliziotti
problematici. Il comandante è Valéric Kancel, ed i due aiutanti Amiel Ouassis e
Jolène Dos Santos.
Valéric
(nome in crasi dei genitori Valérie ed Eric) è un meticcio locale, fuggito
dall’isola vent’anni prima, dopo aver fatto imprigionare il padre che picchiava
la madre. Ovvio che (come sappiamo) le vittime pensano che picchiarle sia un
segno d’amore, e la madre non ha mai perdonato il figlio. Che fa carriera in
polizia, e solo ora, coincidendo con la morte della madre, chiede
l’assegnazione all’isola natia. Da giovane isolano, tra l’altro, era già un
giovane poliziotto, anche se dedito a bere ed a fumare (e non certo cose
leggere).
Amiel
è invece un puro negro dell’isola, con il grande problema sociale di essere
gay. Qui Bussi apre alcune parentesi sull’omosessualità, sulla difficoltà di
outing, ed altro, ma a noi interessano le doti relazionali di Amiel, le sue
conoscenze e la sua intuizione.
Jolène,
infine (ma il suo vero nome è Marjolaine) meticcia oriunda con sangue anche
portoghese (dal cognome) è anche lei sul misterioso: bella, cerca solo rapporti
casuali e brevi, quasi a voler sempre fuggire. E quando si trova invischiata
con l’informatico Joshua reagisce in modi assai scomposti. È comunque pronta ad
obbedire a tutte le direttive, anche le più strampalate, di Valéric.
In
quel dell’alba, comunque, muoiono prima il magnate Jacob Santamaria, poi la
viaggiatrice Audrey Colombel ed infine l’infermiera Chaïma Sadji. Tutte le
vittime attirate sull’isola con degli inganni, cosa che fa supporre a Valéric
che il killer sia un serial, e che abbia un disegno. Che potrebbe coinvolgerlo,
dato che in molte pieghe degli omicidi compaiono tracce di lui e del suo
passato. Come si accorgono i suoi aiutanti, e come si accorge Marie-Douce una
giornalista locale molto attenta ai fatti di schiavitù ed alle loro
conseguenze. Ma anche attenta a stigmatizzare il comportamento opprimente
dell’amministrazione francese di terraferma.
Tutto
è anche complicato da Evariste, un sensitivo locale, che fa scoprire i cadaveri
dicendo di avere delle visioni. Tanto che viene preso come possibile autore o
complice delle morti, e imprigionato. Fatto salvo che viene a difenderlo la
nipote Maitre Le Cram Célanie. Inciso di passaggio: il fatto che metta tanti
nomi nella narrazione non è casuale.
Attraverso
scoperte lente ma di interesse, vediamo che le vittime al fine hanno un legame
con l’isola, essendo state tutte presenti in Guadalupa, a vario titolo, ad
inizio aprile 2003 (l’azione si svolge nell’aprile del 2024). Ma, a parte ciò?
È forse vero che Evariste ha l’occhio del diavolo oppure è un semplice (ma
abile) mago? Certo che il mio amico Renato avrebbe già capito e risolto la
questione.
L’abilità
di Bussi è di farci vedere che tutti possono essere il colpevole (e quando dico
tutti, dico proprio tutti). Non solo, quando alla fine, messi insieme tutti gli
indizi, noi e lui stiamo andando verso la sospirata soluzione, ecco che con una
giravolta, Bussi ci porta da un’altra parte. E senza mai perdere, troppo, il
filo.
A
parte il filo “Noir” del romanzo, quello che più mi ha stimolato sono state le
riflessioni sul colore della pelle, sulla dimensione storica della schiavitù,
sull’eredità che per secoli si è portata dietro. Un solo esempio: la
Rivoluzione di Robespierre aveva abolito la schiavitù, che fu subito dopo
reintrodotta da Napoleone, su gentile richiesta della moglie Giuseppina, per
salvaguardare le proprietà della regina, nata appunto nella Francia
d’Oltremare.
Quindi,
come al solito, un solido romanzo passatempo, di buona fattura ed ottime
riflessioni.
Jeffery Deaver “Hard News” Mondolibri s.p. (lasciato
in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 13/01/2026 – T: 15/01/2026] - &&
[tit. or.: Hard News; ling. or.: inglese; pagine: 302; anno 1992]
Come saprete da alter note, ho letto poco
tempo fa il primo libro della serie più famosa del “book-seller” Jeffery
Deaver, quella dedicata a Lincoln Rhyme, che, come avrete visto in quelle note,
comincia ad essere pubblicata nel 1997.
Qui siamo ben cinque anni prima, in questo
libro che, capitato per caso, ho ben letto, scoprendo che è il terzo ed ultimo
libro della serie dedicata ad una ragazza di nome Rune. È la serie che ha
spinto Deaver verso la scrittura, dove il primo libro “Nero a Manhattan” esce
nel 1988 quando l’autore di avviava verso i quaranta. Ed il secondo, “Requiem
per una pornostar”, nel 1990 (praticamente, uno ogni due anni).
La serie è imperniata sul personaggio di
Rune, una ragazza di provincia che si trasferisce a New York in cerca di
fortuna. È da sempre appassionata di film, tanto che nel primo episodio inizia
a lavorare in un negozio di video, e nel secondo è una regista esordiente ed
indipendente. Purtroppo non sfonda, ed ora la troviamo a lavorare come
assistente cameraman, all’interno di una rete televisiva chiamata (con grande
fantasia) Network. Per una serie di circostanze che sembrano fortuite, si
imbatta in una possibile storia: un condannato a lunga detenzione chiede aiuto
professandosi innocente.
Si tratta di Randy Boggs condannato ad una
lunga detenzione per l’omicidio di Lance Hopper che, guarda caso, era il
dirigente principale di Network. Rune impiega del bello e del buono per
convincere la rete a darle la possibilità di montare un pezzo, che lei ritiene
Randy assolutamente innocente. Deve convincere la conduttrice del programma
principale serale di Network, Piper Sutton, nonché Lee Maisel, il produttore
esecutivo nonché premio Pulitzer per un servizio (falso) su dei terroristi
libanesi.
Non solo, ma la sua precaria coinquilina
fugge verso Boston senza lasciare indicazioni, ma lasciando invece una bella
bambina di tre anni, Courtney, tra le braccia di Rune.
Comincia qui la prima parte del giallo, che
si avvolge con lentezza sulla spirale di poche o scarse informazioni. Vediamo
solo che Randy è sempre più in pericolo in carcere (qualcuno lo vuole morto, ma
perché?), che Rune si divide tra reporter e baby-sitter e che nessuno pare
sappia nulla. Anche se un misterioso personaggio, Jack, leggendo i giornali,
parte dalla Florida verso la Grande Mela, con una pistola in tasca.
Per farla breve, ad un certo punto si trova
un testimone che scagiona Randy, Rune riesce a montare il pezzo, ed a
convincere Network a mandarlo in onda. Quando, ed ecco che troviamo tracce del
Deaver maturo, quello che riesce
complicare di tutto e di più, per prima cosa sparisce la bobina con il
pezzo, anche la copia che teneva Rune, spariscono i pezzi di carta che mettono
in piedi i vari elementi scagionanti Randy, nonché il testimone muore (e non
pare proprio accidentalmente).
E tutto si ingarbuglia in una serie di finali
a cascata in puro stile “deaveriano”. Randy viene liberato sulla base delle
testimonianze di Rune. Si scopre che Randy conosce Jack, e che l’omicidio di
Hopper è più complicato. Tante le persone coinvolte, tra cui qualcuno interno
al Network. Forse la conduttrice Piper che aveva una storia stile ”me too” con
Hopper. Forse Maisel per le sue fiction mediorientali.
L’ultima parte è forse un po’ troppo
movimentata rispetto a tutto il testo, e, seppur arriviamo alla fine con Rune
che con la forza della sua “naïveté”, spiega tutto e mette tutto in ordine, con
un finale che poteva sembrare preludio ad un quarto titolo. Tanto che l’autore
annunciò la possibile uscita di un romanzo dal titolo “The Mystery of You” per
l’anno successivo. Cosa che non avvenne né allora né mai.
Ripeto, non è il Deaver maturo di intrecci
più solidi, anzi la parte “thriller” non è delle meglio sviluppate. È però un
buon esempio di visione interna alle televisioni dove già trent’anni fa si dava
peso, e non poco, alla pubblicità ed ai suoi tempi, anche a scapito delle
notizie. Deaver ci mostra in Rune l’ingenuità e la passione dei giovani. Mentre
tutto il contorno della gente che gravita nel Network, pensa solo ad aumentare
i profitti.
Sono gli anni che in Italia vedevano un certo
Silvio partire lancia in resta al fine di difendere il suo potere economico. E
avendo in mente questi esempi, si capisce il Silvio di allora ed il Donald
attuale.
Ragnar
Jónasson “La signora di Reykjavík” Feltrinelli euro 11
(in realtà scontato a 10,45 euro)
[A: 08/10/2025 – I: 19/12/2025 – T: 21/12/2025]
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+
[tit. or.: Dimma; ling. or.: islandese; pagine: 239; anno 2015]
[tit. or.: Dimma; tit. inglese: The Darkness; pagine: 239; anno 2018]
Che
peccato! Una lettura mediamente interessante, rovinata da scelte editoriali e
da un’idea di finale che non mi ha convinto. Peccato anche per Ragnar, che
avevo apprezzato nella precedente serializzazione (intitolata “I misteri
d’Islanda” in Italia, ma conosciuta nel mondo come “Dark Iceland”). Mentre qui,
già nel battesimo ci sono problemi. In Italia, infatti, viene pubblicizzata
come “La trilogia di Hulda” mentre nel mondo è nota come “Hidden Iceland”.
Tuttavia,
il peccato più grave è che, come si evince dalla mia doppia indicazione, il
testo viene tradotto dall’inglese, subendo quindi una doppia traduzione. E
siccome tradurre è tradire, non ci si ferma qui. Il titolo originale è “Dimma”,
nome di persona che in islandese significa “buio”. Nelle versioni anglofone il
titolo viene reso con “The Darkness” cioè “L’oscurità” che riprende il senso
esterno del titolo non quello interno. Infine, in Italia, si decide di adottare
la versione francese del titolo “La Dame de Reykjavik”, cioè “La signora di Reykjavik”.
E già
tutto ciò depone poco favorevolmente per una fruizione utile del testo.
Il
secondo e più interessante problema è lo sviluppo della serie. Che questo primo
episodio è talmente autoconclusivo che non si capisce come l’autore riuscirà a
sviluppare gli altri episodi. Mi sembra una bella sfida, e penso di seguirla
attentamente.
Qui
intanto seguiamo le indagini di Hulda Hermannsdottir, poliziotta
sessantacinquenne vicina alla pensione. Nel corso del romanzo ricostruiamo la
storia di Hulda (nome che in islandese significa “donna nascosta”). Storia che
mette sul tappeto alcune delle peculiarità isolane. Intanto, Hulda è figlia di
una donna che ha una storia con uno dei soldati americani di stanza nell’isola
(e possiamo ben dire che siamo nei primi anni Cinquanta). Una storia che
adombra molte delle storie e dei racconti di quell’altro grande giallista
locale, Arnaldur Indridason, che proprio della “situazione” (così veniva
chiamata l’occupazione pacifica americana) ha fatto perno in molte sue storie.
Poiché
non ha modo di sostentamento, la madre lascia Hulda in una sorta di
orfanotrofio, in attesa di avere le possibilità economiche per mantenerla. Cosa
che avviene dopo due anni. E sappiamo bene come i primi anni di vita di un
bambino siano cruciali per forgiarne il carattere. Vivere in un contesto
anaffettivo lascia sicuramente dei segni.
Poi
le cose si appianano, anche se Hulda sta più con i nonni. Cresce, studia, entra
in polizia, si innamora e sposa Jon. E i due hanno una figlia, Dimma (quella
del titolo, capite bene come l’ottica del testo viene così spostata). Tutto
sembra andare bene, se non che Dimma verso i dieci anni comincia a chiudersi in
sé stessa, e a tredici si uccide. Noi già pensiamo ai possibili moventi. Hulda
non si riprenderà mai dal dolore. E Jon, sofferente di cuore fin dalla
giovinezza, probabilmente scarsamente curato da Hulda e da sé stesso, due anni
dopo, ha un infarto e muore.
Nella
vita lavorativa Hulda non è che sia molto più fortunata. Ha un buon livello di
successi, ma, da donna, ha sicuramente meno promozioni di quanto possa
meritare. Ed è così che la troviamo, ad inizio libro, con lo spauracchio di
avere solo qualche mese ancora prima della pensione. Vediamo Hulda condurre
un’indagine su di un caso di pedofilia e di vendetta, utile nel contesto
generale, cui però vengono dedicati pochi spazi, seppur significativi.
Quello
che è significativo è la richiesta del suo capo di anticipare l’uscita per dare
spazio ai giovani, ultimatum che Hulda accetta chiedendo velatamente di
occuparsi di un ultimo caso irrisolto. La morte (accidentale, suicidio o
omicidio non si sa) di una giovane russa richiedente asilo. Qui si sviluppa
l’altro grande tema del testo. I richiedenti asilo, i modi in cui vengono
trattati, nonché e non ultima la solitudine di chi si trova in un ambiente di
cui neanche conosce la lingua.
Così
è per Elena. Così è per la sua amica siriana Amina. Così è anche per l’altra
russa profuga che scopriamo verso la fine, Katja. Vediamo avvocati che si
approfittano della scarsa conoscenza locale dei rifugiati, così come i pochi
che conoscono le lingue altrui. Credo, però, che negli ultimi dieci anni la situazione, per
i rifugiati, sia di certo migliorata, anche dovuto all’alto tasso di
immigrazione (rispetto alla popolazione locale) che si è avuto nel periodo.
Seppur
senza un ordine preciso, ma utilizzando molto il ragionamento, Hulda arriva ad
un passo dalla soluzione. Riuscirà, nonostante tutti gli ostacoli interni ed
esterni, a percorrere in modo vincente l’ultimo miglio? Noi di sicuro lo
abbiamo, fatto, con un piccolo aiuto dello scrittore onnisciente. Di Hulda non
vi dico e vedremo negli altri episodi.
Sono
tutti questi ostacoli, nonché una difficile scorrevolezza del testo (problemi
con le traduzioni?), e la cupezza senza speranza delle atmosfere di Ragnar che
non ne fanno un testo di grande attrazione, anche se, come detto, alcuni temi
trattati ne facevano un possibile buon romanzo.
Un
ultima menzione, personalmente rilevante, a pagina 105, senza fare pubblicità,
si parla genericamente di un chiosco di hot dog visitato da un presidente
americano. Ebbene, vi posso svelare che si tratta di Bæjarins Beztu Pylsur,
dove nel 2004 Bill Clinton prese un hot dog. E dove, nel 2022 e nel 2025, anche
io ho mangiato un hot dog, con senape e Coca-cola.
Ragnar
Jónasson “L’isola” Repubblica Cuore Noir 18 euro 9,90
[A: 24/10/2025 – I: 02/01/2026 – T: 03/01/2026]
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[tit. or.: Drungi; ling. or.: islandese; pagine: 265; anno 2016]
[tit. or.: Drungi; tit. inglese: The Island; pagine: 265; anno 2019]
Eccoci
a questo secondo capitolo di questa strana trilogia, di cui ho nel primo libro
parlato per evidenziare l’incongruità della nomenclatura. Certo, anche qui chi
conduce le indagini è Hulda, motivo del titolo italiano della serie. Tuttavia è
molto più vicino al reale il titolo con cui la serie è conosciuta nel mondo
(cioè “Hidden Iceland”, o Islanda nascosta). Quanto poi al titolo del libro,
questo “drungi” in islandese sta per “oscurità”. Ma avendo già usato nei paesi
anglofoni il titolo “Darkness”, i primi traduttori l’hanno battezzato “The
Island”. In questo caso il gruppo Feltrinelli l’ha preso così com’è ed ha
lasciato “L’isola”.
Ora,
e mi ripeto, è vero che una parte interessante e consistente del mistero si
svolge su di una isola (su cui torneremo), ma è proprio quell’oscurità che
avvolge le azioni delle persone a dare il senso a tutto il testo.
Intanto,
cominciando a leggere questo episodio, ho compreso la “stramba” idea di Ragnar
(almeno per questi due testi): costruire una trilogia al contrario, andando indietro
nel tempo. Così noi che abbiamo letto “Dimma” sappiamo la fine della storia
(che ci riporta con la mente a quel bellissimo libro di Geoffrey Holiday Hall
del ’49, “The End is Known”), e qui ci riportiamo, con due salti, prima a
venticinque e poi a quindici anni indietro rispetto al primo libro. Certo, è un
tentativo narrativo interessante, dove Ragnar prova a mostrarci come si arriva
al capitolo finale, mentre vediamo quello che succede in diretta. Cioè i
protagonisti, e soprattutto Hulda, agiscono nel presente narrativo, e noi
sappiamo già cosa porteranno quelle azioni, quasi che l’autore volesse trasformarci
in lettori onniscienti.
Un
tentativo interessante, condotto anche con maestria, ma che non riesce a farci
uscire dalle cupe atmosfere del profondo nord. Lì, dove fa freddo, dove c’è
buio per gran parte dell’anno, e dove questi elementi si compenetrano nei duri
paesaggi e nella durezza delle persone. O meglio, dico questo dopo aver
visitato varie volte l’Islanda, una difficoltà dei locali ad aprirsi veramente.
C’è un modo superficiale e gentile di rapportarsi all’altro, dato, come
sappiamo dalla patronimica locale, che tutti si chiamano per nome. Ma da questo
ad entrare nella reciproca intimità il passo è molto, molto lungo.
In
fondo, anche questo è un testo di solitudine, che tutti i personaggi sono
chiusi nel loro mondo, e se ci fosse modo di aprirsi, forse molte sofferenze
sarebbero state eliminate, o ridotte. Una solitudine che entrambi i luoghi
degli avvenimenti esaltano al massimo grado.
La
prima, che si svolge nel 1987, vede protagonisti Benedikt e Katla, due ventenni
che esplorano il loro amore trascorrendo un fine settimana nei Fiordi
Occidentali, nella sperduta località di Heydalur ad un paio d’ore di macchina
dal capoluogo regionale, Ísafjörður. Su questi posti e su quelli della seconda
parte torneremo in seguito.
Benedikt
si allontana per un bagno nelle vasche termali e quando torna Katla è in un
bagno di sangue. Lui fugge, e le indagini, affidate al maldestro ed arrivista
ispettore Lýður portano all’incriminazione del padre di Katla, un alcoolista
senza alibi. Quando questi si suicida, tutto si chiude, senza altre indagini.
Hulda
stava per lavorare al caso, ma anche mirava alla carriera. Purtroppo proprio
Lýður gli soffia il posto, solo perché maschio. Hulda si chiude un po’ in sé
stessa, dedicandosi alla figlia Dimma ed al marito Jon. Sapendo il seguito,
leggiamo queste pagine con un occhio altro.
Ci
spostiamo in avanti di dieci anni, e quattro trentenni, per commemorare il
decennale della scomparsa di Katla, decidono di passare un week-end in un posto
ancora più sperduto. Si recano quindi a Elliðaey, un isolotto isolatissimo, con
un’unica casa, nel piccolo arcipelago delle Vestmann, di fronte alle coste
meridionali dell’Islanda. I quattro sono appunto Benedikt della narrazione
precedente, Dagur, il fratello di Katla, Alexandra, da sempre innamorata di
Dagur, ma ora sposata con un altro uomo e madre di due bimbi, e Klara, un tempo
la miglior amica di Katla, nonché, precedentemente, con una piccola storia con
Benedikt. Niente di più facile da immaginare, visto il posto sperduto e
scosceso, che qualcuno soccomba. E sarà Klara, con dubbi forti sul fatto se la
caduta dalla scogliera sia fatalità, suicidio ed omicidio.
Sempre
per casualità, Hulda, ormai cinquantenne e disincanta, verrà incaricata
dell’indagine. Ormai anche i nuovi lettori (quelli che hanno saltato il primo
episodio) sanno che Hulda è sola, morta la figlia Dimma ed il marito. Hulda,
anche se non entusiasta, comincia a lavorare al caso, senza riuscire a trovare
un bandolo di possibilità. Fino a che, il patologo conferma si tratti di
omicidio, e lei scopre i legami tra i quattro e tra loro e Katla.
Scopre
anche l’insipienza delle indagini svolte da Lýður, ben presto arrivando a
sospettare che dieci anni prima si sia preso un granchio colossale. Ma essendo
i tre gli unici presenti ad Elliðaey, si intrecciano una ridda di possibilità,
tutte plausibili nei modi (non vi sto a tediare sui come ed i perché). E tutto,
ovvio, intrecciato con la morte di Katla, che, per come si presenta il racconto
da parte di Ragnar, poteva essere stata uccisa non da Benedikt, certo. Ma Dagur
poteva aver litigato con la sorella per gelosia, mentre Alexandra o Klara
potevano essere intervenute in maniera drastica sia perché Katla impediva ad
Alex di avere una storia con il fratello, sia perché Klara accusava Katla di
averle rubato Benedikt.
Di
converso, la morte di Klara poteva dipendere dal fatto che lei avesse scoperto
se Alex o Dagur avevano ucciso Katla, o dal fatto che uno dei tre sopravvissuti
aveva scoperto che era Klara ad aver ucciso Katla. Un vero guazzabuglio di
possibilità, che Ragnar gestisce in maniera discreta, mettendo in mezzo anche
la figura barbina che farà in ogni caso Lýður per aver condotto male e con dolo
l’indagine precedente.
Tralascio,
perché non pertinente al caso, ma solo alla psicologia di Hulda, il suo dramma
relativo alla ricerca del padre americano che non ha mai conosciuto. Ed aspetto
di capire il terzo capitolo come si concluderà.
Per
ora, come detto, torniamo sulla geografia islandese. Dove, nel corso delle mie
presenze sull’isola ho visitato anche i luoghi di questo romanzo. Confermo che Ísafjörður
è una cittadina sperduta ma non desolata. Piccola dentro un grande fiordo, ma
con degli scorci di vallate all’interno inaspettate per il normale paesaggio
isolano. Mentre le Vestmann mi hanno entusiasmato, che non me le aspettavo così
piene di colori (molti murales), sapori (ovvio che il pesce la fa da padrone)
ed anche paesaggi (il vulcano che eruttando ha fatto collassare una parte
dell’isola i può solo vedere che a descriverlo non si hanno le parole).
In
definitiva, comunque, Ragnar incarna un’anima locale più cupa e desolata di
Indridason o Olafsdottir, e forse in questo limite non riesce a spiccare volo
verso alte vette. Interessante, sempre pronto a fare con lui il Ring, ma mi
aspetto altro. E meglio.
Ragnar
Jónasson “Il sogno di Unnur” Feltrinelli euro 11 (in realtà scontato a 10,45
euro)
[A: 08/10/2025 – I: 19/01/2026 – T: 20/01/2026] - &&
[tit. or.: Mistur; ling. or.: islandese; pagine: 223; anno 2017]
[tit. or.: Mistur; tit. inglese: The Mist; pagine: 223; anno 2020]
Eccoci
arrivati al terzo e si suppone ultimo capitolo della trilogia di Hulda (questo
il poco significativo ma evocativo della serie come pubblicata in Italia,
laddove nei paesi anglofoni è nota come “Islanda Nascosta” e nei paesi
francofoni come “La signora di Reykjavík”), anche se alcune notizie su di un
sito islandese (anche se malamente tradotto) mi indicano un possibile quarto
volume, intitolato “Hulda”, ed etichettato come “prequel” (cosa altrettanto
poco significativa in una serie che si sviluppa a gambero).
Il
secondo punto che intendo sottolineare è la solita mancanza di rispetto verso
l’autore, che nel titolo originale parla di “Nebbia” e che gli editor italiani
indirizzano verso una delle protagoniste della storia, centrale in alcune
motivazioni, marginale rispetto allo svolgimento. Dove in effetti, se dovessimo
quantificare le pagine dedicate ad Unnur non credo arriveremo al 10% del totale.
Certo, in queste poche pagine Ragnar ci spiega il sogno segreto di Unnur, la
scrittura di un libro, raccogliendo notizie sulla vita degli islandesi,
parlando con loro (cosa che se si conoscono i locali è di estrema difficoltà,
visto che dicono una parola ogni due o tre giorni). Laddove, invece, la nostra
Hulda ricopre almeno un 35%, lasciando il restante spazio alla terza donna
della trama, Erla.
L’ultimo
punto preliminare all’addentrarsi nella trama è, come detto per i due episodi
precedenti, il fatto di presentare la traduzione della traduzione in inglese
del testo originale. E se tradurre è tradire, tradurre una traduzione è una
sorta di lesa maestà dell’autore.
Intanto,
tutti elogiano il coraggio dell’autore che, ad ogni romanzo, ci fa fare un
passo indietro nel tempo. Quindi, nel primo capitolo abbiamo Hulda ormai vicina
alla pensione, nel secondo c’è un accenno relativo al 1987, ma la maggior parte
della trama si svolge dieci anni dopo. Qui, invece, siamo tra la fine
dell’estate dell’87 (brevemente), il Natale dello stesso anno (molto a lungo) ed
il febbraio del 1988 che porta le indagini a conclusione.
Importante
è l’analisi temporale, proprio perché è il Natale del 1987 il giorno di svolta
della vita di Hulda, là dove la figlia Dimma si toglie la vita, e lei si avvia
cupamente per tutti i percorsi che abbiamo già visto nei libri precedenti.
Quello che vorrei sfatare è il commento che molti hanno fatto sullo svelarsi
del dramma personale di Hulda solo in questo libro. La sua storia è già
acclarata e palese nel primo libro, e qui e nel precedente abbiamo solo modo di
seguirla nell’approfondimento del suo dramma.
Che
ha ovvi risvolti nella vita personale (si sentirà liberata quando nel ’90 muore
Jon di cuore malcurato), ma soprattutto in quella lavorativa. Continuerà a
lottare perché le sia riconosciuta la sua professionalità e le sue capacità,
visto che risolve tutti i casi a lei affidati. Ma l’Islanda ancora molto
maschilista del secolo scorso non farà nessuno sforzo in suo favore (e noi
sappiamo che comincerà a bere, come molti nordici, per scacciare la
solitudine).
Intanto,
prima del Natale e del dramma, Hulda sta lavorando alla scomparsa di una
ragazza, Unnur, che partita per girovagare nell’isola, dopo un lungo soggiorno
estivo a Selfoss (la cittadina, non la cascata), sparisce nel nulla.
Immaginiamo, ed Hulda con noi, che se dopo quattro mesi non si hanno tracce ci
sono forti probabilità che sia finita male, probabilmente un autostop poco
gentile o qualche fattoria isolata poco ospitale. Visto che Unnur sembra, alla
descrizione, ragazza assai carina. Quello che sappiamo di sicuro, e che di
sicuro possiamo dire, è che parte da Selfoss tra autostop e corriere, transita
per Jökulsárlón e Höfn, indirizzandosi verso l’Islanda orientale.
E
nell’Islanda orientale, ed in particolare nei dintorni di Egilsstaðir vive la
terza donna del romanzo. La cinquantenne Erla, sposata con Einar, e con lui a
gestire una sperduta fattoria. Avendo solo vicino un’altra casa, probabilmente
(ma non lo sappiamo per certo) abitato dalla figlia Anna. Erla è anche lei una
donna solitaria, che avrebbe voluto vivere in città (e sulla demografia
torniamo più avanti), che si consola solo leggendo libri che la fanno evadere.
In
questo Natale dell’87, durante una tempesta che impedisce molte visuali (la
nebbia metaforica del titolo), alla loro fattoria si affaccia Leò, un loro
coetaneo che si dice sperdutosi nella bufera. Erla è molto diffidente, trovando
inusuali alcuni atteggiamenti di Leò. Diffidenza con cui contagia il marito, e
che vediamo, pagina dopo pagina, montare in tragedia.
Facendo
il salto di due mesi in avanti, abbiamo Hulda che stenta (ovvio) a riprendersi
dalla morte di Dimma, e che, per impegnare la mente, viene spedita ad Egilsstaðir,
perché in una fattoria isolata sono stati scoperti dei corpi di persone non di
certo morte di morte naturale.
Non
ci saranno grandi elucubrazioni, ma Hulda, unendo i puntini che scopre man
mano, riesce a ricostruire le storie di tutte le morti violente. Lasciandoci
molto amaro in bocca, non per le vicende, ma per la mancanza di una vera e
propria trama nera. Ci sono, nel corso della trama, tutti gli indizi per capire
chi fa cosa e come si colloca all’interno della storia.
Allora,
veniamo a qualche altra considerazione. La prima dove sarebbe stata necessaria
una nota esplicativa. A pagina 177, si dice che nella stanza da letto di Erla
ed Einar c’era un libro di Halldor Laxness (che tutti sanno aver avuto nel ’55
il Nobel per la letteratura). Ma quello che è di difficile interpretazione per
i normali lettori, è il fatto che il libro in questione è “Salka Valka”, cosa
che comporta una serie di precisazioni. In Italia fu pubblicato dalla UTET nel
1958 con il titolo “Salka Valka e altri racconti”, cosa che non fa il paio con
l’indicazione che si tratti di un romanzo. In secondo, la saga di Salka venne
publicata in due volumi dal titolo “O tu pura vite…” e “L'uccello sulla
spiaggia”, ma non in volume unico. Infine, sarebbe stato interessante far
capire al lettore la storia del libro. Che è la storia di Salvör Jonsdotter,
chiamata Salka Valka (cioè “Rosa Guerriera”), una ragazza che seguiamo dai
dieci ai venticinque anni, con tutte le sue battaglie per la conquista della
libertà. Non credo sia un caso averla messa su quel comodino.
La
seconda considerazione riguarda la demografia. Ora negli anni della trama
l’Islanda aveva circa 200.000 abitanti, più della metà nella capitale. Ed Egilsstaðir
all’epoca stava intorno ai 2.000 (avete letto bene, duemila). Capite bene come
non sia facile sparire senza lasciare tracce (a meno, ovvio, di non andare nei
ghiacciai dell’interno).
Infine,
come ultimo ricordo personale, ho più volte percorso le desolate strade
dell’Islanda orientale. Ho dormito due volte ad Egilsstaðir, che confermo
essere graziosa ma micro. Con un unico grande pregio: un fornaio che produce il
secondo miglior “cinnamon roll” dell’isola, essendo il primo, e di gran lunga,
“Brauð”, situato nella capitale vicino alla cattedrale. Ma ho sempre fatto la
strada in senso orario: Egilsstaðir, Höfn, Jökulsárlón, Vík í Mýrdal, Selfoss,
fino alla capitale. Ovviamente fermandomi, perché stupendo, a vedere la lava di
Eyjafjallajökull.
Islanda,
ci torneremo ancora.
Prima
trama di febbraio dedicata ai diciotto libri di novembre con ben quattro fuori
classe. Alcuni storici, come Kundera, Ada Gobetti o Simenon. Ed un moderno, l’ultima
prova di Manzini. In fondo alla lista un poco leggibile noir di Enrico Camanni
ed una delle meno riuscite prove di Chiara Moscardelli.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Isabel
Allende |
Il
regno del Drago d’oro |
Repubblica |
9,90
|
2 |
|
2 |
Fabrice Caro |
Journal d’un scénario |
Folio |
s.p. |
1,5 |
|
3 |
Camilla Baresani |
Il sale rosa dell’Himalaya |
Bompiani |
s.p. |
3 |
|
4 |
Nadine Gordimer |
Beethoven era per un sedicesimo nero |
Feltrinelli |
s.p. |
2 |
|
5 |
Enrico
Franceschini |
Ferragosto |
Repubblica
Essenza Noir |
8,90 |
3 |
|
6 |
Dan
Simmons |
Hyperion |
Mondadori |
6,99 |
2 |
|
7 |
Fabcaro
& Didier Conrad |
Asterix
e l’iris bianco |
Panini |
12,90
|
3 |
|
8 |
Milan Kundera |
Il sipario |
Adelphi |
s.p. |
3,5 |
|
9 |
Mauro Covacich |
La sposa |
Bompiani |
s.p. |
2 |
|
10 |
Antonio
Manzini |
Sotto
mentite spoglie |
Sellerio |
17 |
3,5 |
|
11 |
Georges
Simenon |
La
fattoria del coup de vague |
Repubblica
Simenon III |
9,90 |
3 |
|
12 |
Veronica Pivetti |
Rosa |
Rai Libri |
s.p. |
2 |
|
13 |
Dacia Maraini |
L’amore rubato |
Mondolibri |
s.p. |
2,5 |
|
14 |
Ada
Gobetti |
Diario
partigiano |
Repubblica
Resistenza |
7,90 |
3,5 |
|
15 |
Enrico Camanni |
Una coperta di neve |
Repubblica
Noir |
8,90 |
1 |
|
16 |
Georges
Simenon |
Malempin |
Repubblica
Simenon III |
9,90 |
3,5 |
|
17 |
Chiara
Moscardelli |
Volevo essere una gatta morta |
Giunti |
s.p. |
1 |
|
18 |
Beppe Severgnini |
Manuale dell’imperfetto viaggiatore |
Rizzoli |
s.p. |
2 |
Ci
meritiamo infine qualche considerazione su alcune citazioni italiane.
Un
pensiero sull’amicizia dal “Canone
inverso” di Paolo Maurensig:
“Per
mantenere intatta un’amicizia siamo disposti a fare di tutto. Sorprendiamo
l’amico nell’atto più sconveniente, ma il nostro giudizio si appanna, la nostra
indulgenza ci benda gli occhi, e l’amicizia ne esce intatta, e l’amicizia ne
esce intatta, e anzi si accresce, come se ad alimentarla valessero, dell’amico,
più i difetti che i pregi. Che cos’è l’amicizia, in fondo, se non una
vicendevole, tacita assoluzione protratta nel tempo?” (111)
Una riflessione
sul comportamento umano da “Piazza
d’Italia” di Antonio Tabucchi:
“Per
vincere la codardia … bisogna essere umili. E per essere umili bisogna fare
penitenza.” (53)
E tre
pensieri di Andrea Camilleri. Da “La strage dimenticata”
“Voi morti non siete tutti uguali.” (61)
Poi da “Maruzza Musumeci” sull’amore senile (ah, ah)
“Vecchiu
ridiculu … com’è che ti capitò di pigliarti d’amuri a quarantasette anni?” (43)
Ed un
finale da “Il gioco degli
specchi”
“Non
gli piaciva parlari delle sò cose, non gli piaciva essiri compatuto” (51)
Ancora due settimane piene di compleanni (bene) e di commemorazioni (meno bene), per chiudere questi tre mesi impegnativi. Qualcosa sembra si profili all’orizzonte, anche se, per qualche motivo, non si riesce mai a centrare l’obiettivo pieno. Ma noi non disperiamo, continuiamo ad essere solidali con i nostri, uniti in un grande abbraccio.
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