domenica 25 gennaio 2026

Volevo essere ... Moscardelli - 25 gennaio 2026

Derivando dal lascito di zia, questa settimana siamo sul “tutto Moscardelli”. Scrittrice romana che una quindicina di anni fa comincia una serie di libri con parti nascostamene autobiografiche, che poi si mescolano con avventure di eteronimi ed altre cose letterarie.

Parte con un pamphlet in cui, rispetto al fatto di essere una persona sensiente, deve combattere le insidie del mondo, laddove sarebbe più facile fingersi, o interpretare il ruolo di, una gatta morta. Una scrittura che si propaga per quasi dieci anni, terminando con il grido di dolore: con più di quarant’anni, senza uomo al fianco, senza figli, meglio fingersi vedova, così che nessuno si permette illazioni.

L’idea poteva essere buona, il risultato come vedete, non mi ha convinto. Ma Chiara continua a scrivere, tanto che è appena uscito un suo ennesimo libro con Einaudi (“Comprensorio Rossolago”), segno che c’è, giustamente, gente a cui piace.

A me poco, ma questa settimana va così.

Chiara Moscardelli “Volevo essere una gatta morta” Giunti s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 26/11/2025 – T: 28/11/2025] &  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 221; anno: 2011]

Ringrazio sempre, qui ed in ogni lettura da lei derivata, zia Serenella per avermi fatto conoscere alcuni scrittori ed alcune scrittrici che, autonomamente, non avrei comperato. Come questa scrittrice, la romana Chiara Moscardelli, con un romanzo interessante (nelle idee costruttrici) anche se poco riuscito nella sua realizzazione.

Come i libri di Alice Basso, che però seguono anche un bel filone giallo, in Italia, o come la serie di avventure di Bridget Jones, che ne fu il capostipite, questo e (credo dai titoli) anche altri libri di Chiara, si inseriscono pesantemente nel filone “chick-lit”, un termine che letteralmente dovrebbe essere tradotto “letteratura per pollastrelle”. Perché non sono romanzi rosa, anche se contengono molte parti assimilabili. Ma hanno maggiormente sviluppato il lato umoristico ed un approccio generale più irriverente.

Chiara usa tutto questo per farci una specie di biografia, non sappiamo se inventata o meno, di un personaggio che si chiama Chiara, che è under quaranta, e di cui ci narra cronologicamente la vita. Partendo da un ricovero ospedaliero, da un’operazione al seno, da un paio di anestesie ravvicinate, Chiara ha una sorta di tracollo onirico, e nello stadio “valium” ci narra di sé.

Sebbene questo possa essere un filo da seguire per costruire una trama, in realtà ogni capitolo è costruito come un episodio, cronologicamente conseguente, nel quale tuttavia, conoscendo l’io narrante, sappiamo già come andrà a finire: male. Per cui gli episodi si affastellano tratteggiando la personalità della scrivente, non si capisce quale sia il fine di tutto ciò. Quello che infatti mi è mancato è proprio questa visione globale: ti sto narrando la mia vita per …

Per dirti come va a finire? Per farti vedere come sono sfortunata? Per farmi seguire mentre cerco, in questi primi quasi quarant’anni, di trovare un uomo, senza mai trovarlo? Insomma, ci sono fatti, storie, personaggi, anche se poi tutto si riduce ad un monologo chiaro-centrico, che terminerà, e lo dico perché non porta nessuna rivelazione, quando cesserà completamente l’effetto dell’anestesia.

Vediamo, o meglio sentiamo, le varie tappe della vita di Chiara. La nascita podalica che pare non porti bene (comunque anch’io sono nato podalico). La difficile infanzia nei rapporti genitoriali, soprattutto quando scopre di avere un fratello molto più grande che il padre aveva avuto da un relazione precedente. Seguiamo anche, e bene, la fase dello studio e delle amicizie, soprattutto di quelle che la seguiranno per tutta la vita. O meglio, per ora per tutto il romanzo, ma credo anche per altro.

L’amica migliore è senz’altro Matelda, quella che pensa di avere tutti i mali del mondo, senza mai averne uno reale. C’è Luca, il dispensatore di buon consigli un po’ alla Cassandra. C’è Rosa, alternativa per finta, spesso e volentieri ladra dei possibili amori di Chiara. E poi c’è Francesco, l’oscuro oggetto del desiderio, quello che poteva essere l’uomo della sua vita. Peccato che vada con tutte le donne meno che con lei.

Non mi è rimasto molto di tutte le peripezie sociali e/o sessuali di Chiara (che so, la casa in comune, l’interrail per girare l’Europa, i viaggi in generale, il lavoro come ufficio stampa di una società che distribuisce film impegnati, e che quindi non vede nessuno). Rimane solo la sensazione, positiva ma non c’era bisogno di un libro per scoprirlo, dell’importanza dell’amicizia (e gli amici di Chiara ci sono, sempre), ma anche l’importanza di credere nei propri sogni, di praticare il filone di vita cui ci sentiamo portati (a patto di capire quale sia), e, ultimo ma non meno importante, di non tenere in conto, anzi combattere, chi cerca di minimizzare il nostro ruolo, personale e sociale. Soprattutto se si è donne.

Questa è l’altra ambiguità di fondo del testo. Da un lato sembra volerci fare partecipe della ricerca disperata dell’uomo della propria vita, come dovrebbe essere per qualsiasi donna sopra i 30 (ovvio che è una frase che mi trova ad anni luce di distanza). Dall’altro fa di tutto per distruggere il mito che sempre quella donna nel pieno dei trenta sia una povera sfigata, una donna che senza un uomo non solo non è felice, ma non potrà mai sentirsi realizzata.

Dimenticavo, il tutto per una donna che non si ritiene bella (non apro parentesi sulla bellezza, sul sentimento, sul sei intelligente e mi puoi capire e così via), ma che, nelle sue riflessioni produce una sintesi mirabile: probabilmente Cenerentola era bella fuori, ma dentro magari era “un’emerita idiota”.

Come detto, il libro finisce così com’è cominciato, in un letto d’ospedale, sparando alcune sentenze un po’ ovvie, e lasciandoci capire che Chiara non ha l’uomo della sua vita, che continuerà a cercarlo, che non si farà illusioni, che non ci sono più le mezze stagioni, e che rosso di sera…

Avete capito, si fanno dei sorrisi, ci si sente bene che la sfortuna capita ad altri, ma se si legge questo libro e non si è in spiaggia sotto un ombrellone, forse si è perso del tempo.

Dimenticavo, non ho parlato di cosa voglia dire essere una gatta morta. Ma a parte il fatto che erano decenni che non sentivo questa definizione, vi lascio tranquillamente leggere il libro per scoprirlo.

“Spesso, vediamo solo quello che vogliamo vedere.” (159)

“Quello che non abbiamo riesce sempre a rovinare quello che abbiamo.” (210)

Chiara Moscardelli “La vita non è un film (ma a volte ci somiglia)” Giunti euro 13 (in realtà, scontato a 12,35 euro)

A: 04/12/2025 – I: 05/12/2025 – T: 06/12/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 364; anno: 2013]

Avendo avuto un lascito di un set di libri di Chiara Moscardelli, che comprendeva tutta una serie di storie potenzialmente collegate, ho scoperto che mancava la seconda avventura. Che ho trovato non cercandola in una delle tante visite alla mia beneamata Feltrinelli. Per cui, comprata e, obbedendo ad impulsi algoritmici, immediatamente posta in lettura.

Mi aspettavo un seguito “tout court”, invece abbiamo un secondo episodio della vita dell’io narrante che spero sia tutta fiction, altrimenti la nostra Chiara ha non pochi problemi. Certo, si parte dal primo libro, Chiara è sempre la stessa, ironica, discretamente simpatica, totalmente imbranata e votata al peggio. Come ho detto nel precedente, ogni piccola avventura di Chiara sappiamo come andrà a finire: male (anche se qui, almeno in una occasione verrò smentito).

E sono anche gli stessi gli amici storici, Luca e le sue battute negative, Matelda e la sua ipocondria. Fortunatamente non abbiamo traccia significativa di Francesco (che vi risparmio) e c’è qualche nuovo vecchio amico anche se con poco interesse. Quello che invece interessa è il nuovo entrato a piè pari nella storia: il commissario Patrick Garano. Perché è anche un noir seppure condito alla “chick-lit”. Garano, inoltre, è interessante in quanto realmente sciupafemmine (non ho contato con quante vada a letto in questo solo romanzo), ma con una spiccata tendenza a considerare interessante la nostra Chiara. Non per la sua bellezza, ma per l’ironia che mette in tutte le situazioni, unita ad un eloquio certo non “da gatta morta”.

Il basso continuo del noir di sottofondo che Garano è costituito dal ritrovamento, cadenzato, di signorine vestite da bambole, con della gommapiuma in gola, e con gli occhi strappati. Occhi che sono l’unico elemento che accumuna le morti: un colore azzurro intenso inconfondibile. E già sappiamo che quando si troverà il modo di collegarlo ad altro, sarà l’elemento che porterà alla soluzione del caso.

In tutto ciò, Chiara sembra entrarci poco, sia perché non è propriamente una bambola, sia perché non ha l’occhio ceruleo. Tuttavia, in modo parallelo alle morti, la nostra eroina inizia ad essere tormentata da uno stalker. Si tenta di metterla sotto una macchina. Quando lei ripara dalle sue amiche per non dormire sola, la sua casa viene messa a soqquadro. Ovviamente spaventata, Chiara si appresta a denunciare il tutto alla polizia, dove, per i suoi modi imbranati, si trova a colloquio con Patrick, pur essendo il nostro in tutt’altro impegnato.

Nasce così questo duetto comico – sentimentale, in cui, ad ogni tentativo di mettere in difficoltà Chiara, ci sarà sempre un Garano pronto ad intervenire. Oddio, pronto fino ad un certo punto, che a volte, essendo in intimità femminile, non è che sia proprio pronto. Ma le altre donne sono solo un momentaneo relax, che Patrick entra in fissa dura con Chiara.

La svolta avviene quando Chiara si accorge di avere una chiavetta USB in borsa senza saperne la provenienza. Ci sono momenti scarsamente polizieschi, perché a nessuno viene subito in mente di vederne il contenuto. E quando verrà fatto si scoprirà perché qualcuno uccide chi ha gli occhi azzurri e perché c’è tanto accanimento su Chiara. Come ha detto qualcuno, pur se velatamente, c’è dell’Hitchcock in tutto ciò, e sebbene Chiara rischi di finire male anche qui, sarà l’unica avventura che finisce in modo diverso. Forse anche per merito di Garano, seppur i due, oltre a continuare a stuzzicarsi sembra non vadano oltre.

Allora che dire? Non è un libro originalissimo, non ha una trama sempre sostenibile, ma nella sua (quasi) totale mancanza d’impegno si fa leggere. Sicuramente meglio del libro precedente. Anche grazie ad una scrittura dell’autrice molto scorrevole. Ma soprattutto per tutti quei riferimenti cinematografici e televisivi che avrebbero fatto la gioia di Zap. Cito a memoria ed in ordine sparso da Woody Allen (“Misterioso omicidio a Manhattan”, “Provaci ancora Sam”, “Manhattan”, “Amore e guerra”) ad Alfred Hitchcock (“Caccia al ladro”, “Psycho”, “Notorious”) passando per Billy Wilder (“A qualcuno piace caldo”, “Sabrina”) o “Pretty Woman”, “Harry ti presento Sally”, “Stregata dalla luna” e “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.

Un po’ a chiusura del testo e quasi a riassumerne il contenuto vi lascio in coda l’ultima citazione, da “Gli uomini preferiscono le bionde”.

“Marylin Monroe: Divento intelligente quando mi serve. Ma alla maggior parte degli uomini non piace.” (191)

Chiara Moscardelli “Quando meno te lo aspetti” Giunti euro s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 14/12/2025 – T: 15/12/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 263; anno: 2014]

Siamo al terzo romanzo dell’esimia Chiara Moscardelli, un romanzo in cui si cambia un po’ registro, si modifica il modo di porsi della scrittrice e della protagonista. Qualcosa migliora, anche se la trama è un po’ strampalata, ed i personaggi sembrano più adatti ad una bella serie su Netflix rispetto ad un lavoro di testo (pur se questo, appunto, non è un sequel).

Chiara non si presenta più in autofiction come nei due romanzi precedenti, ma questa volta la trama è tutta esterna. Anche se, l’idea della scrittrice, come confessa in qualche intervista, è quella di creare situazioni archetipe dove soprattutto le donne si possano specchiare, magari trovando il modo di valorizzarsi, di capire che anche da sole, anche senza un uomo, anche senza dei figli, sono comunque delle persone.

La protagonista cui la scrittrice impone un nome assurdo, si chiama Penelope Stregatti. Non parlo del cognome, che serve solo a creare mini-situazioni di ironia, ma il nome è di certo eponimo: Penelope costruisce situazioni di giorno per raggiungere qualcosa (la felicità?) per poi (ed in questo sembra essere un emulo della Chiara dei primi libri) trovare il modo di mandare tutto all’aria. Magari bevendo troppo ed ubriacandosi, magari inciampando e scucendo i pantaloni, magari vomitando dal finestrino, o magari solo dicendo la parola sbagliata nel momento sbagliato.

Penelope è dotata di una memoria visiva prodigiosa (ricorda a breve tutto quello che vede e legge), tanto che ha due master in giornalismo e conosce quattro o cinque lingue. Senza che ciò gli sia servito, se non a trasferirsi dalla natia Bari verso l’operosa Milano. Bari dove ha lasciato amici, ma soprattutto la nonna cartomante e veggente che, benché abbia richiesto l’aiuto a San Nicola per questa nipote quasi quarantenne senza marito, non ha ottenuto molto.

Prima di lasciare Bari, la nostra aveva stilato una lista di obiettivi (stroncati dalla nonna) tipo diventare una grande giornalista, innamorarsi dell’uomo giusto con cui sposarsi ed avere bei figli, e poi fare il giro del mondo. Nulla è riuscita ad ottenere. Per esempio nei viaggi, che le due volte che ha cercato di prendere l’aereo, la prima era l’11 settembre la seconda il giorno dello tsunami in Asia.

Comunque, la prima svolta l’abbiamo quando lei, alticcia, investe e rompe una gamba a tal Alberto. Che di cognome fa Ristori come il conte di Elisa di Vallombrosa. Per lei, colpo di fulmine. Peccato che Alberto sparisca. Un mese dopo, nella ditta in cui lavora, licenziatosi l’AD, arriva un consulente che deve proporre una ristrutturazione della ditta stessa. Peccato che tal Riccardo sia preciso identico all’Alberto di cui sopra. Mistero o coincidenza?

Poiché, per varie dinamiche aziendali, Penelope diventa la segretaria del tagliatore di teste, da qui partono una serie di situazioni tra l’ironico ed il thriller. Non si capisce (almeno in prima battuta) il ruolo di Riccardo, che accumula una serie di informazioni e di notizie sulle meccaniche aziendali. Penelope lo segue a ruota, cercando di capire se sia o meno Alberto, riuscendo solo ad intuire che “c’è del marcio in Danimarca”.

Il binario scelto dalla scrittrice per questo terzo “chick-lit” pende molto sui due assi del binario. La parte thriller, piena anche di mafia russa, di cimici messe negli appartamenti, di inseguimenti ed altre “noiritudini”. Dove è abbastanza lampante il ruolo di ognuno, dentro e fuori l’azienda, compresi i pannolini alla lavanda. La parte rosa dove compaiono gli altri personaggi che contornano Penelope (l’amica Letizia, l’amico Federico, la nonna, ed altri comprimari) che serve a rinfocolare il senso di inadeguatezza di Penelope. E dove anche qui non possiamo che aspettarci un finale. O meglio, dovremmo, che nei romanzi precedenti, Chiara aveva optato sempre per l’unhappy end. Vedremo.

Non è certo una trama che lascia senza fiato, si lascia certo leggere, ed io sono sempre curioso di capire dove vuole andare a parare chi prende in mano la penna. Quello che è certo è il senso di ovattato giallo rosa che la scrittrice vuole farci sentire. Come ha detto lei stessa, si sente un po’ l’aria di quel bellissimo film di Hitchcock “Caccia al ladro”, con Cary Grant e Grace Kelly. Ma Moscardelli non è Hitchcock e Penelope non è Grace. Aspettiamo i prossimi, allora.

“Quando ti accorgi di aver incontrato la persona giusta devi fare di tutto per non perderla.” (252)

Chiara Moscardelli “Volevo solo andare a letto presto” Giunti euro s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 23/12/2025 – T: 24/12/2025] & e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 259; anno: 2016]

Torniamo ai libri provenienti dalla biblioteca di zia, con questa nuova puntata di una bio fiction molto fiction e poco bio. Confermando, come pensavamo prima di leggere, che questo filone “giallo chick-lit”, non sia adatto a tutte le corde. Non è facile scriverlo in maniera non banale (ad esempio facendo una collazione di duecento pagine di massime da “Baci” Perugina). E soprattutto non è facile leggerlo senza sentire quella punta di fastidio: non mi piace ma vorrei vedere come va a finire (il tarlo della curiosità).

Devo dire che, a parte il perverso gusto filologico, più vado avanti più mi domando quanta gente scrive in Italia, quanta ne viene pubblicata ed in base a quale criteri. Ovvio che Chiara ha una sua platea di lettori, ma dà quasi la sensazione che siano più che altro spettatori attenti di “Ballando sotto le stelle”. Presi da trame improbabili, purché ci sia dell’amore, ma con qualche punta di razionalità che li ferma sul limitar del bosco, a porsi magari delle domande.

Che Chiara scrive sciolta, si legge facile, per l’80% è abbastanza scontata, e poi ci sono qua e là domande, ipotesi, modi di essere. Ed anche costruzioni di trama interessanti (sottolineo costruzioni non contenuti).

Qui, ad esempio, seguiamo la storia di Agata Trambusti (anche qui, cambio totale di nome per svincolarsi da possibili bio-pic), una persona ipocondriaca (come la Matilda del libro precedente), che vuole controllare tutto intorno alla sua vita, e che, come chiusura del cerchio, è una patita delle telenovelas brasiliane (quelle sdolcinate con tanto amore). Che Agata, a 35 anni, cerca l’amore (ovvio che non lo trova, che l’amore, quello vero, imprescindibile, arriva non si cerca), avendo anche alle spalle una situazione familiare particolare.

Con un po’ di “chick-lit” radical chic, infatti, ci troviamo in una versione borghese di una situazione simili a quella di Libera dell’ottima Rosa Teruzzi. Agata ha una madre sessantottina, che non le ha mai detto chi fosse il padre (o forse erano tanti, ai tempi dell’amore libero), inducendola in una tipologia di vita buona lei ma forse non per la figlia. Un po’ come i genitori della casa nel bosco dei nostri giorni. Tu puoi fare per te tutte le scelte che vuoi, ma non puoi imporle a chi non ha i mezzi per poter controbattere (i figli in special modo). Estremizzando, come i seguaci di quelle sette che, per non fare trasfusioni di angue ai figli, li fanno morire.

Il credo di mamma Rosa infatti era (ne faccio un esempio per la comprensione) quello di impedire alla figlia di leggere “Orgoglio e pregiudizio”, perché altrimenti correva il rischio di diventare “una cretina in cerca di marito”. Per reazione, appunto, Agata diventa dipendente dalle peggiori telenovela.

Dicevamo della struttura interessante come spunto, visto che il canovaccio che si stende davanti ad Agata è contrappuntato dalle sedute terapeutiche con uno psicologo. Tutto senza soluzione di continuità, mescolando carte e tempi di azione. Poteva, avendo un trama più solida, venire fuori qualcosa di interessante.

Invece, nella trama, abbiamo Agata che, da esperta d’arte, si reca a fare un expertise, ma il proprietario dei quadri sparisce (rapito? Allontanatosi per evitare problemi?) ed in compenso entra nella storia tal Fabrizio. E si capisce subito che alla fine i due avranno modo di incontrarsi in modi molto intimi, basta solo togliere qualche strato superfluo all’uno e all’altra.

La trama gialla si avviluppa intorno ai quadri, poi intorno alla persona sparita e ad un suo sodale, che alla fine si rivela essere il padre di Fabrizio. Questo il motivo per cui il ragazzo entra nella trama. Essendo poi Agata, con tutti gli improbabili avvenimenti che costellano le pagine, a dipanare i misteri, per trovare: a) il proprietario scomparso o ecclissato; b) capire chi, come e perché c’entra il padre di Fabrizio in tutto ciò; c) sventare pericoloso minacce di loschi figuri per sé e per Fabrizio; d) far diventare anche Fabrizio teledipendente di “Cuore selvaggio” ed altre serialità televisive, siano esse turche, brasiliane o altro.

Ci sono personaggi di contorno, come sempre nei libri di Chiara, amiche, gay ed altro, abbastanza vivaci, anche se il tratteggio non entra in profondità. Se vogliamo un altro esempio della “moscardellità”, ci possiamo affidare a questa riflessione di Agata: “si incontrano milioni di persone e non succede niente. Poi ne incontri una e la tua vita cambia per sempre”.

Al grido di Perugina Forever, nell’attesa del Natale, mi sono regalato questo ulteriore passo in una letteratura rosa di poco … spasso. Ma, fatte tutte le critiche, all’autrice, all’editore ed al marketing dei libri, a volte un po’ di shakeraggio mentale può servire a ricaricare le pile.

Chiara Moscardelli “Volevo essere una vedova” Einaudi euro s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 29/12/2025 – T: 30/12/2025] & e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 206; anno: 2019]

Eccomi allora all’ultimo capitolo della saga di Chiara Moscardelli, dove intanto mi domando come e perché mia zia ne avesse letto tanti, visto che, come ho detto più volte, la qualità narrativa di tutta questa produzione è di livello tendente al basso.

Qui, per fare l’ultimo salto, la scrittrice riprende sia la sua identità sia il filo della sua storia. Non per narrarci le sue vicende, ma, come ha fatto con il primo libro, descriverci una serie di situazioni, dal paradossale all’ironico, dal comico al tragico (senza però piangerne), in modo da tirare l’acqua al suo mulino. Che sarebbe anche da condividere, come mulino, anche se altre scrittrici in altri contesti ci hanno mandato lo stesso messaggio, forse in maniera più forte.

Chiara intende dire alle donne che se la possono cavare da sole (messaggio protofemminista), senza aspettare di essere salvate da un uomo, che non solo le ami, ma le sposi, facendo insieme figli da crescere e accudire. Come dice ad un certo punto, non siamo nel regno delle favole, non c’è sempre e comunque il vissero felici e contenti, il lieto fine. La fine è quella che si costruisce giorno per giorno, ognuno (qualsiasi sia il genere in cui vive) usando le proprie capacità, partendo dal proprio sé (e dico sé e non io).

Il percorso che Chiara fa in questo libro è un po’ la summa della vita di una donna irrisolta che matura verso una fine interessante. Il personaggio principe, l’alter-ego, è quello che, dieci anni prima, ha scritto “La Gatta Morta”. E noi, e Chiara, ci domandiamo: quanto si è cambiato in questi anni?

Ora come allora, Chiara si sente in difetto di non avere un uomo accanto (almeno un uomo stabile), rendendosi anche conto che il suo orologio biologico è passato (ormai ha quarantacinque anni). Certo, ha incontri erotico-sessuali, cerca di trovare partner con le piattaforme di incontri (anche se non cade nelle trappole della precedente Penelope Stregatti). Frequenta anche, spinta da un’amica, un sexy-shop, senza trovare soluzione “seria” ai suoi problemi.

Inciso, una parentesi ironico-viaggiante ci trasporta con Chiara in Thailandia ad un “Ping Pong Show”. Spero che ne abbiate sentito parlare, è una cosa esilarante per la sua volgarità.

Passerei non in silenzio ma con rapidità, sopra quei tentativi di approccio sparsi nelle duecento pagine: un incontro, vent’anni dopo, con un flirt scolastico assolutamente da cancellare, momenti pieni di equivoci verbali o con problemi fisici che mandano all’aria per sempre qualsiasi tipo di approccio (se ti salta una parte di impianto è difficile trovare l’uomo giusto in quel momento, o almeno così si ostina a dirci Chiara).

Per non restare sempre sola ed esclusa, si ritrova poi in un rapporto intermittente, lei in Milano lui in Verona, con un divorziato completamente concentrato su di sé. Certo, sembra che possa nascere qualcosa, ma Fabrizio, ogni volta, parla della moglie da cui ha divorziato, della figlia, insomma di tutto, meno che di Chiara e di quello che potrebbero, seppur in modo sbilenco, costruire insieme.

Non vediamo l’ora, e quel momento lo salutiamo con un applauso, che Chiara mandi Fabrizio a quel paese, e ce lo mandi per sempre. Anche perché, dopo tre mesi senza mestruazioni, pensando di essere incinta, lui non la considera (e già questo è motivo di “invio a partiche erotiche solitarie”), e lei scopre non di essere incinta, ma di entrare in menopausa.

E qui, forse, c’è la migliore considerazione non da Baci Perugina di tutta la produzione Moscardelliana. Quando dice e ci dice: “Ho imparato che il dolore non è un nemico, il vero nemico è chi quel dolore lo ha provocato”.

Il libro si avvolge e si avvia verso il solito finale aperto e possibilista, laddove, dopo centonovanta pagine, capiamo sia il titolo che l’idea di fondo. Ad un ortopedico che le dovrebbe sistemare un ginocchio infiammato, e che la tartassa di domande sul fatto di avere quarantacinque anni e di non avere figli, lei finalmente sbotta, mentendo, e dichiara di essere vedova.

Ecco il risvolto: se hai l’età e la vita di Chiara sei da mettere al bando, a meno che non risulti vedova, ed allora non solo ti è concesso il tuo status, ma in fondo, vengono giustificate tutte le tue scelte di vita.

Visto che lavora nel campo editoriale, Chiara sa di certo usare le parole e sa imbastire una trama, pur leggera. Tuttavia, e lo avete capito, questo non basta a farne una scrittrice da leggere e seguire. Io lo faccio perché, se posso, leggo di tutto, dal bello al brutto, da quello che mi soddisfa a quello che mi respinge. E non mi tiro indietro a farne critiche. Spesso positive o positiveggianti. A volte, e qui chiudo, negative.

“[Marylin Monroe] Non accettate le briciole, ci hanno fatto donne, non formiche!” (189)

Avendo dedicato una settimana ai nani della scrittura, ci solleviamo con citazioni da giganti.

Cominciando da “La luna e i falò” di Cesare Pavese, meditando sulla seconda:

“Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.” (18)

“Nuto disse ai ragazzi di lasciare la lucertola. – Lasciale vivere le bestie – aveva detto – si comincia così e si finisce con scannarsi e bruciare i paesi.” (22)

“Sono libri. Leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.” (98)

“I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. [Fanno cose diverse] eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro, e anche per loro sarà tutto passato.” (125)

Proseguendo con “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, ma capire da vecchi rimane per meglio che non capire mai:

“Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora … meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto … non c’è più tempo per ricominciare da zero.” (242)

E finendo con “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati

“Si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.” (160)

“Ha quindici anni da vivere in meno. Purtroppo, egli non si sente gran che cambiato, il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare.” (164)

Purtroppo si è passati una settimana triste, sia per commemorazioni che si avviano ai dieci anni, sia per la scomparsa dell’ultima sorella di mia madre. Quindi preferisco chiudere in fretta, anche se qualcosa c’è sempre, nella mestizia, che rischiara la nostra strada (e qualcuno lo sa). Non posso allora che continuare con gli abbracci.

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