domenica 6 maggio 2018

Maigret 10 - 06 maggio 2018


Un inizio di mese che più classico non si può, in un mese classicissimo. Pieno di pensieri, per questi regali ricevuti nel tempo dalla mia mamma, e che ora tornano sulle vostre scrivanie. Con un ottimo decimo volume delle storie di Maigret, dove aumenta l’intrigo filologico, sperando che sia di vostro gradimento, come lo è stato per me.
[A: 01/10/2015 – I: 01/01/2018 – T: 12/01/2018] - &&&&
[tit. or.: vedi singoli libri; ling. or.: francese; pagine: 793; anno 2015]
Siamo a 2/3 del cammino dell’opus “Maigret” ed assistiamo ad un altro grande cambiamento nella vita di Simenon: decide di lasciare gli Stati Uniti e tornare in Europa. Così in questo volume troviamo due scritti ancora “americani” e dopo una pausa di 7 mesi, la ripresa delle gesta del nostro commissario nel sud della Francia, tra le Alpi e Cannes. Che ancora non ha deciso dove si sistemerà (e lo vedremo nel prossimo volume). Si toglie qualche ultimo sassolino nelle scarpe con gli ultimi due libri americani: il primo sottilmente anti-maccartismo, il secondo, essendo proprio l’ultimo americano, ripensando ad alcuni elementi del primo Maigret (le chiuse, i bistrot, il commissario ed il contatto con la gente). Poi cominciano i romanzi europei, dove finalmente in pace con il suo personaggio, Simenon comincia ad interrogarsi su alcuni temi che lo assillano da sempre: il ruolo tra l’investigazione e la giustizia, la ricerca dell’uomo “nudo”, cioè senza infingimenti. Temi che presto approfondirà
Titolo
Scritto
Uscito
Data
Luogo
Maigret e il ministro
16 – 23 agosto 1954
Scritto a Shadow Rock Farm, Lakeville, Connecticut (Stati Uniti d'America)
estate 1954
Maigret e il corpo senza testa
gennaio 1955
Scritto a Shadow Rock Farm, Lakeville, Connecticut (Stati Uniti d'America)
1955
La trappola di Maigret
5 – 12 luglio 1955
Scritto a La Gatounière, Mougins (Alpes-Maritimes)
20 ottobre 1955
Maigret prende un granchio
26 febbraio – 4 marzo 1956
Scritto a Golden Gate, Cannes (Alpes-Maritimes)
12 settembre 1956
Maigret si diverte
6 – 13 settembre 1956
Scritto a Golden Gate, Cannes (Alpes-Maritimes)
11 marzo 1957
[tit. or.: Maigret chez le ministre; ling. or.: francese; pagine: 11 – 177 (166); anno 1954]
Il 1954 è un anno di grande transizione mentale per Simenon. È ancora lì, a Lakeville nel Connecticut, con le sue famiglie, ma sente che il suo periodo americano sta esaurendosi. Soprattutto perché non si adatta, e si capisce bene, al clima americano di quegli anni. Da gennaio all’estate, epoca dei suoi due scritti con Maigret, non fa altro che seguire, con preoccupazione, alla radio, gli interrogatori della commissione McCarthy. Dall’altra parte della testa ci sono richiami verso l’esterno del suo guscio. Il 19 febbraio esce in Francia il film tratto da “La neve era sporca” e il 10 luglio c’è il debutto della prima teatrale americana a Westport nel Connecticut, sempre tratto dallo stesso. Continua a scrivere, ovvio è la sua vita, alternando i due filoni di scrittura. Ma anche in questo penultimo romanzo americano, seppur non con gli accenti degli ultimi, si rievocano momenti altri, stati d’animo diversi. Questo Maigret che ha rapporti con la politica è tra l’altro considerato uno dei “minori”, anche perché non abbiamo nessun morto. Certo che, per rimanere nel filone della messa a punto dei suoi punti fermi, nonché per rispettare le scadenze, anche un minore ha i suoi aspetti peculiari. Così approfitta di questa scarsa vena di intrighi primo per svelare i motivi per cui, nell’anno finto biografico 1946 venne allontanato da Parigi e mandato un anno a Luçon in Vandea. Maigret ci rivela che era entrato in contrasto con il capo della Polizia, in seguito ad un caso sul filo della politica. Ma nel 1946 non aveva le armi morali e di capacità relazionale che ha ora, e fu schiacciato dalla politica. Ora, invece, si barcamena, e riesce a cabotarsi fuori dai pericoli. Il secondo elemento di raccordo è una telefonata che fa al giudice Chabot, l’amico che ha lasciato poco amichevolmente in “Maigret ha paura”, e dove chiede ai suoi contatti vandeani un giudizio sulla personalità di Auguste Point, il Ministro che lo ha chiamato in causa. Visto infine che ha nelle orecchie la politica americana del maccartismo, ecco che in questo romanzo si allena a denunciarne tutti i mali. Perché Point lo convoca in gran segreto a seguito dell’inizio di un possibile scandalo. In seguito al crollo di un edificio poco tempo prima sono morti un centinaio di bambini. Un architetto aveva a suo tempo redatto una memoria che ne evidenziava la pericolosità. Memoria ignorata dai politici ed ora scomparsa. Ma che riappare misteriosamente nelle mani di Piquemal, un ingegnere del Genio che la consegna nelle mani di Point. Peccato che subito dopo scompare dalla casa del Ministro. Peccato che giornali scandalistici ne cominciano a parlare, mettendo in grande difficoltà Point. Pochi sono gli attori che compaiono sulla scena, oltre a Point. La segretaria del Ministro, Fleury, il suo addetto alle relazioni esterne, un giornalista ammanicato, e Mascoulin, un deputato con tanti appoggi e altrettanti misteri. Se il rapporto Calame (dal nome dell’architetto scomparso) non riappare, Point deve dimettersi. Se riappare, i politici che avallarono la costruzione saranno travolti dallo scandalo. Maigret è costretto a muoversi con i piedi di piombo, anche perché ad indagare sul fatto ci sono anche i suoi colleghi amici – nemici della Sûreté (quella che nel 1966 diventerà la Polizia nazionale Francese). Perché Maigret fa parte della Squadra Omicidi, e poco avrebbe a che fare con la sicurezza nazionale. Di controvoglia, e senza troppe spiegazioni, scatena i suoi uomini, Lucas, Janvier e Lapointe sulle tracce dei tre possibili autori o mandanti (il giornalista esce presto di scena). Anche perché Piquemal scompare (notiamo di passaggio il gioco di parole di questo personaggio, il cui nome in francese, letto velocemente, significa “cattivissimo” à peggio che cattivo). Maigret e i suoi, di bistrot in bistrot, di portinaia in portinaia, scoprono che Fleury è sempre in cattive acque economiche, e che un probabile ex-poliziotto viene visto spesso con Piquemal. Utilizzando questa ultima traccia, Maigret risale al faccendiere Benoit, che, aiutato da Fleury, ruba il rapporto e rapisce Piquemal. Maigret scopre, ma non ha le prove, che Benoit è manovrato da Mascoulin, che fa sparire il rapporto originale, conservandone una copia che ha effettuato con una macchina fotostatica (che utilizza un procedimento di riproduzione fotografica diretta, su carta sensibile alla luce, antenato delle moderne fotocopiatrici). In questo modo, Point è salvo perché il documento gli è stato rubato. Ma lo è anche Mascoulin, che Benoit non può accusare, e che potrà usare in futuro i documenti per continuare a fare l’intrallazzatore. Il tutto molto in tono minore, perché capiamo presto che Maigret non vede l’ora di chiuder il caso, anche senza troppa grazia. Le parti più interessanti sono le pagine dedicate alle similitudini tra Point e Maigret, dove il nostro commissario, osservando il suo committente non può che rimarcarne le uguaglianze con la sua vita (orfano, caparbio, onesto), anche dal punto di vista fisico. Entrambi fumano la pipa. I rispettivi padri si chiamavano entrambi Evariste. Questa è in fondo la chiave di lettura di questo “romanzo senza omicidi”, un modo per Simenon di collegare Maigret al suo tempo, rispecchiandolo nel suo doppio – Point. Ed è solo Maigret l’onesto che può riscattare il probo Point, ed attraverso Point prendersi una rivincita sull’affare Luçon. Un ultimo particolare, sebbene in generale Simenon non colleghi i suoi romanzi con Maigret all’attualità ci sono ben due accenni alla Seconda Guerra Mondiale, tanto che possiamo collocarne l’azione proprio a metà degli Anni Cinquanta. Ma il tempo americano e delle rimembranze volge ormai al termine.
Dove
Protagonista
Altri interpreti
Durata
Tempo
Parigi
Auguste Point, circa 50 anni, ministro dei lavori pubblici, avvocato, sposato, una figlia
Joseph Mascoulin, oltre 40 anni, uomo politico, direttore del "Globe"
Jules Piquemal, circa 45 anni, lavora all'École des Ponts
Eugène Benoît, ex poliziotto espulso dalla Sûreté, direttore e unico impiegato di una agenzia di polizia privata, ladro
Blanche Lamotte, segretaria del ministro
Ispettore Lucas
Jacques Fleury, capo di gabinetto dei lavori pubblici
2 gg.
primavera
[tit. or.: Maigret et le corps sans tête; ling. or.: francese; pagine: 181–339 (158); anno 1955]
Eccoci alfine all’ultimo romanzo americano di Simenon, per tutto il suo “corpus”. Dopo questo corpo senza testa non scriverà più altro sino al ritorno in Europa, di cui parleremo più avanti. Intanto si consumano queste ultime giornate americane, dove continua ad avere alti e bassi psicologici. In estate, viene intervistato dalla commissione per il Nobel, che però quell’anno verrà assegnato ad Hemingway. Ne sente il contraccolpo piscologico, tanto che decide di fare un viaggio promozionale dei suoi libri in versione inglese, facendo un viaggio di un mese in gran Bretagna, all’andata con la “Ile-de-France”, e ritorno a fine novembre sulla “Queen Elizabeth”. Durante un breve interludio, fa una fuga a Parigi di dieci giorni, dove conosce Gilbert Sigaux, che diventerà prima suo amico e poi suo maggior esegeta. All’inizio di questo importante per Simenon 1955, quindi si rimette alla scrivania e nel gennaio confeziona questo che viene considerato tra i migliori “Maigret”. Di certo è pieno di elementi importanti nella storia del commissario. Un’inchiesta che nasce sull’acqua, quando dei barcaioli, nel Canal St. Martin trovano il braccio di un cadavere. Che, per merito di un palombaro, viene ripescato quasi interamente. Meno l’elemento più importante: la testa. Certo se fossimo cinquanta anni in avanti, potremmo beneficiare delle tecniche di Temperance Brennan e della serie “Bones” per ricostruire il tutto. Qui, Maigret si deve affidare alle indagini. La nascita acquatica comunque ci porta ai primi romanzi di Maigret, quella della “Chiusa n.1” ed altri coevi. Non solo, siamo in una zona topica di Parigi, non lontano dalla Gare de l’Est, tra il canale, appunto, e i due lungo Senna di Valmy e di Jemmapes, non lontano dall’Ospedale di Saint-Louis. Secondo elemento, è l’andar per bistrot nella zona, che serve a Maigret per capire chi, cosa, come. Bistrot da sempre frequentati, e che spesso diventano fulcro delle sue azioni. Terzo, finale e più importante elemento: l’incontro – scontro con Aline Calas. Una donna che darà filo da torcere a Maigret, perché il commissario non riesce a comprenderla. Capisce che c’è qualcosa dietro la donna, che annega i suoi pensieri nel cognac (senza mai ubriacarsi del tutto), che sembra sfatta, ma che si intuisce era piacente (e forse a volte lo sarà ancora). Soprattutto, Maigret non penetra la sua corazza, non capisce come abbia potuto restare venti anni almeno vicino al manesco e poco interessante Omer. Come detto Maigret si installa ben presto nella locanda di Aline, perché (e noi con lui dal primo capitolo) capisce ben presto che Omer potrebbe essere il cadavere. Entra nelle pieghe della vita attuale di Aline, con i suoi amori extra-coniugali, con il giovane, focoso Antoine, ma soprattutto con la storia quasi di secondo matrimonio con Dieudonnè. Dov’è finito Omer? Perché non si trova la testa? Di chi è la valigia depositata alla Gare de l’Est? Maigret non fa altro che parlare con Aline, senza scalfirla. Bellissime, dal punto di vista stilistico, le schermaglie fra i due, con il commissario che pone domande e la signora che risponde seccamente, senza mai dire una parola di più del necessario. Maigret è quasi stregato da questa dama che non risponde alle sue provocazioni, tanto che solo nel momento in cui riesce a toglierla di scena, affidandone l’interrogatorio all’antipatico giudice Coméliau, che fa il salto mentale, capisce che deve risalire alle origini, alla provenienza di Aline e Omer. Lì, dalla cittadina di Saint-Andrè, dove contatta il notaio Canonge che gli racconta quello che, del resto, aveva già capito. In Saint-Andrè, tutto gira intorno alla casata dei Boissencourt, borghesi arricchiti e poi nobilitati. Ma una famiglia piena di contrasti e dolori, da cui, a 17 anni, scappa la figlia Aline insieme ad un famiglio del castello che l’ha messa incinta: Omer Calas. Un mese prima dell’inizio del romanzo, il capostipite Honoré muore senza eredi, lasciando quindi tutto alla sola persona vivente, Aline. Che non vuole nulla, che rifiuta l’eredità (e ci sarebbe da scrivere a lungo su queste posizioni). Omer lo scopre, la minaccia, cerca di massacrarla di botte, se non che interviene l’amante Dieudonnè che in una colluttazione uccide Omer. Tutto risolto, anche se con poca convinzione. Maigret “raddrizzatore di destini” non può salvare Aline, né Dieudonné. Se ne tira però fuori, rifiutandosi sino all’ultimo di arrestare Aline, e poi, salvandone il gatto rosso, che qualcuno ricorderà in una scena indimenticabile nel telefilm che ne fu tratto con protagonista Jean Richard. Gatto che rimarrà un pomo della discordia tra Maigret e il giudice (ma non vi dico come). Simenon però ha anche fretta nello scrivere, come suo solito. Tanto che, nella ricostruzione dei fatti, tende a mescolare i giorni del fine settimana fatale ad Omer. Vediamo allora di ricostruirne il crono, senza tema di svelare nulla, che tutto è già detto. Il cadavere è scoperto il 23 marzo, un martedì mattina, e secondo il dr. Paul deve essere stato uccio due o tre giorni prima (sabato o domenica). Aline dice che Omer è partito venerdì, come venerdì viene depositata la valigia in stazione. Anche se l’impiegato della stazione più avanti dice che la valigia è arrivata domenica (contraddizione dell’impiegato o di Simenon…). Tra l’altro, domenica Dieudonnè era dalla sorella, quindi impossibilitato a commettere il crimine. Nella ricostruzione finale, vediamo che il notaio incontra Aline giovedì, che Omer scopre il rifiuto della moglie, parte per Saint-Andrè dove arriva sabato, per poi tornare la sera stessa a Parigi. Sera in cui durante il litigio con Aline viene ucciso da Dieudonné. È la domenica, quindi, che Aline e il suo amante puliscono il bar e fanno consegnare la valigia in stazione. L’elemento che fa capire tutto a Maigret è proprio il contenuto della valigia: panni sporchi! Se Omer l’avesse consegnata in partenza dove avere vestiti puliti. Quindi c’era qualcosa sotto. La bellezza, ed il consiglio di leggere quest’ottimo Maigret, deriva invece da tutto il contorno: Parigi, i canali, i bistrot, la figura di Aline, il gatto, la vita in provincia. Insomma tutti gli archetipi di Simenon che ne fanno un autore magistrale, quando scandaglia l’animo umano alla ricerca dei motivi del vivere. Uno psicologo, in fondo. Inoltre, e per finire, un canto d’amore verso i “suoi” luoghi, di cui sente sempre più potente il richiamo.
Dove
Protagonista
Altri interpreti
Durata
Tempo
Parigi (quartiere ai bordi del Canal Saint-Martin)
Aline Calas, nata de Boissancourt, 41 anni, tenutaria di un bistrot, sposata, una figlia ormai adulta
Omer Calas, 47 anni, marito di Aline, gestore di bistrot, vittima
Lucette Calas, 24 anni, figlia di Aline e Omer, assistente all'ospedale Hôtel-Dieu (Parigi)
Dieudonné Pape, circa 50 anni, vedovo, amante di Aline
Antoine Cristin, 18 anni, garzone
Il giudice Coméliau
Notaio Canonge, circa 60 anni, pratica a Saint-André (Ci sono molti paesi in Francia con questo nome)
4 gg.
23 – 26 marzo
[tit. or.: Maigret tend un piège; ling. or.: francese; pagine: 343 – 495 (152); anno 1955]
Siamo ad un nuovo, grande, punto di svolta nella vita e nelle opere di Simenon. Dopo aver tanto meditato, improvvisamente, il 19 marzo 1955 Simenon lascia, un po' di soppiatto, ma definitivamente gli Stati Uniti che per dieci anni sono stati testimoni di numerosi cambiamenti della sua vita (dal divorzio da Tigy al matrimonio con Denyse, dalla nascita dei figli ad una crescente delusione per gli Usa). Si imbarca di nuovo, come in ottobre sulla “Ile-de-France” e sbarca a Le Havre, alla guida della sua Dodge. Ovviamente si reca a Parigi, dove rimane due giorni all’hotel Claridge. Ma Parigi, ai suoi occhi, benché rimarrà nei suoi scritti, ha perso le qualità per essere la sua dimora. Presa la grande station-wagon, si sposta all’Hotel Miramar di Cannes, dove rimarrà per gran parte di aprile, avendo come vicini di stanza la famiglia Chaplin, anch’essa fuggita dall’America. A fine aprile, quindi, si trasferisce nella cittadina di Mougins, 8 km a nord di Cannes. Qui affitta una casa di campagna, “la Gatounière”, anche se la ritiene (e non a torto) una residenza provvisoria. Inciso: casa importante, se prima di lui fu affittata da Maurice Thorez (per 35 anni segretario del Partito Comunista Francese) poi da Eddie Barclay (il più importane discografico francese dell’epoca) e dopo, negli anni ’60, da Edith Piaf. Ma non solo per questi antecedenti, il primo romanzo nuovamente europeo di Simenon acquista una basilare importanza. Infatti, segna quasi un "punto di svolta" nella carriera del suo personaggio, nel senso che le indagini del commissario tenderanno sempre più ad avvicinarsi alle domande che Simenon stesso si fa sull'uomo, la sua responsabilità e il suo destino. Dopo il ciclo di Maigret di Fayard, un "blocco di granito" sicuro di sé e il "più leggero" Maigret del ciclo di Gallimard, il ciclo Presses de la Cité, dopo aver riconciliato l'autore e il suo personaggio e quindi reintegrato Maigret nella sua funzione di commissario investigativo, lo vede sempre più interrogarsi sul suo mestiere e sul suo ruolo, riprendendo nei suoi dubbi le domande di Simenon. Non è un caso quindi che uno degli elementi di maggior interesse, che scopriamo nel secondo capitolo, è una lunga chiacchierata tra Maigret ed il prof. Tissot, eminente psicologo, proprio sulla natura dei criminali, sulla pazzia, e sul comportamento umano. Proprio questo colloquio induce Maigret ad ipotizzare una trappola per acciuffare un assassino seriale che sta tormentando la zona bassa di Montmartre. Tra l’altro Maigret è per tutto il romanzo proprio a disagio per la presenza di un “serial killer”, lui abituato a crimini singoli, da affrontare ed analizzare passo dopo passo. Qui, abbiamo invece già cinque donne uccise a distanza di poco tempo, e tutte con la stessa modalità, con l’unica costante di una corporatura simile. Comunque il colloquio con lo psicologo gli fa venire in mente la trappola: far finta di arrestare una persona, per far uscire allo scoperto l’ego del killer. Per questo imbastisce una messinscena grandiosa, ingannando anche i giornalisti presenti al Quai des Orfevres, e riempendo la collina di Montmartre di poliziotti all’erta e di ausiliarie donne con similitudini rispetto alle donne uccise. La trappola ha il suo esito, che il killer esce allo scoperto, ma la donna, poliziotta, si salva. Il killer fugge, ma la donna riesce a strappargli un bottone. Da questo particolare infimo, aiutato dai buoni uffici del laboratorio di polizia giudiziaria guidato da Moers, Maigret ed i suoi risalgono ad un vestito, e dal vestito ad un indirizzo, e da questo ad una persona apparentemente perbene, ma che capiamo subito essere lui. Marcel Moncin, decoratore un po’ fallito, con una madre apprensiva che gli sta sul collo ed una moglie altrettanto oppressiva, che gli vuole bene, anche se a modo suo. Da qui parte il nuovo sviluppo, dove Maigret cerca di penetrare nella corazza di Moncin, di capire come e perché siano scattati i bisogni omicidi. Ma non è Moncin un alter-ego che Maigret, con i suoi ragionamenti, con le sue parole, riesce a scalfire. Non capendolo, come lui stesso ammetterà, Maigret fa un errore: non controlla le sue donne, e, Moncin in prigione, c’è un nuovo omicidio. Di una donna, ma senza le caratteristiche fondanti. Sarà in un confronto a tre che Maigret farà uscire allo scoperto chi delle due ha aiutato Marcel. Finale triste e solitario, tutto risolto, ma di nuovo con la tristezza di fondo del migliore Maigret. E noi sentiamo già le note di Tenco che lugubremente chiudono anche questo capitolo. Prima di lasciarlo però, ritorniamo su tre aspetti fondamentali del romanzo. I colloqui con Tissot e Moncin, che ribadiscono quella ricerca dell’umanità nelle persone, quella ricerca alle risposte sulla vita che Simenon stesso non trova. Poi, l’ambientazione, quella parte di Parigi tra Montmartre e Pigalle, tra Place du Tertre e Place de Clichy, lungo rue Caulincourt: luogo di tanti ricordi delle mie passeggiate parigine, che sempre, in quei luoghi, si arrestavano per una sosta immancabile a Place Èmile Goudeau, davanti a “Le Bateau Lavoir” (spero sappiate perché). Infine, anche se questo è più inerente alle avventure di Maigret, la descrizione del laboratorio di Moers, dove questi riesce a trovare di tutto ed a sapere di tutto, da piccoli pezzi di qualsiasi parte provengano. Un laboratorio ed un personaggio che farebbero l’invidia di Temperance Brennan o di Kay Scarpetta! Finisco, ripetendo, non è un romanzo “criminale” dove siamo tesi alla ricerca del colpevole. Siamo alla ricerca di risposte, a tante domande che Maigret, Simenon e noi stessi facciamo durante la nostra vita.
Dove
Protagonista
Altri interpreti
Durata
Tempo
Parigi (Boulevard Saint-Germain e Montmartre)
Marcel Moncin, 32 anni, architetto-decoratore, sposato senza figli
Marthe Jusserand, 25 anni, donna assalita che si difende, testimone
Yvonne Moncin, moglie di Marcel
Mme Moncin, madre di Marcel
4 gg.
4 – 7 agosto
[tit. or.: Un échec de Maigret; ling. or.: francese; pagine: 499 – 642 (143); anno 1956]
Simenon è comunque inquieto, la residenza di Mougins non lo convince, la sua famiglia “americana” forse si è trasferita troppo in fretta da questa parte dell’Oceano. Prima di mettere mano ad altro, allora, il nostro decide di fare un tour di Francia per far conoscere a Denyse ed ai figli i “suoi” luoghi: Porquerolles, Nieul-sur-mer, Sables-d'Olonne, La Rochelle... Al ritorno in Costa Azzurra comincia anche a cercare una sistemazione che più gli aggrada. Così in ottobre si trasferiscono in una grande villa a Cannes, la “Golden Gate”, dove resteranno per circa due anni.  Dopo che i ragazzi si sono sistemati (tra l’altro la villa ha una grande piscina per le calde estati francesi), Georges e Denyse decidono di fare da solo un secondo viaggio “di conoscenze”. Partono così in giro per l’Europa, in cui toccano Londra, Roma, Liegi, Venezia, Bruxelles, compreso un itinerario sui canali alla volta del Belgio e dell'Olanda, come a ripercorrere le esperienze degli anni trenta con la prima moglie Tigy. Ultima tappa Liegi, per i funerali, il 21 novembre, della zia nonché sua madrina Maria Lambertina Josephina Croissant-Brüll (90 anni). Il 25 novembre è a Cannes dove tiene una conferenza sulla sua esperienza americana. Verso Natale è a Parigi per la creazione di una coreografia di Roland Petit su di una sua idea. Infine all’inizio del ’56 prepara una conferenza all’Università di Nizza su “Il romanzo di domani”. Quindi, in una settimana, ecco buttar giù un nuovo episodio del nostro commissario. E non è un caso che, dopo tutti questi mesi di rimembranze, la testa gli torni anche all’infanzia di Maigret, sulla quale imbastisce questo episodio. Tutto prende il via dalla richiesta del capo della Polizia, corroborato da un Ministro, di dare udienza ad un personaggio influente. Quale la sorpresa di Maigret nello scoprire che si tratta del suo vecchio compagno di giovinezza in quel di Saint-Fiacre, l’antipatico Ferdinand Fumal. Era il figlio del macellaio, odioso fin dall’infanzia, sempre preso in giro come “Ferdi le Gros”, che è cresciuto avido e pieno di soldi, tanto che ha costruito un impero di macellai con una rete in tutta la Francia, ed ha comprato il vecchio castello di Saint-Fiacre, quella dell’infanzia di Jules. Non è strano che anche da adulto, Fumal risulti fumoso a Maigret, cha ascolta le sue lamentale (qualcuno scrive lettere minatorie) ma che tarda a mettere in moto la macchina dei controlli. Anche perché Louise la segretaria avverte di nascosto Maigret che è lo stesso Fumal a scrivere le auto-minacce. Sarà o non sarà vero, il commissario incarica Lapointe di iniziare la vigilanza al mattino. Ovvio che nella notte Fumal viene ucciso. Riluttante, Maigret deve in ogni caso occuparsi del caso, anche se vorrebbe dedicarsi ad un’indagine più leggera (una simpatica signora inglese in vacanza di gruppo a Parigi è scomparsa). Il nostro scopre ben presto che nessuno rimpiange la morte del “re dei macellai”, come subito esce sui giornali. Non la moglie, che si domanda spesso perché si siano sposati, se non per i soldi di famiglia. Tanto che annega i suoi dispiaceri nell’alcool, avendo come unico conforto le visite, nascoste ma costanti, del fratello Émile Lentin. Questi è uno scapestrato e squattrinato giovane che approfitta della grande casa di Fumal per dormire di nascosto, e magari rubacchiare qualche soldo dal cassetto della segretaria. Non certo la segretaria, che rimane al servizio di Fumal solo perché vuole mettere da parte i soldi per sposarsi con Félix, l’autista del macellaio, con il quale ha una relazione amorosa. Tra l’altro, l’unico modo di accumulare soldi è truffare un po’ il padrone, e lei lo fa. Inoltre, quando stanno insieme, dalle finestre vedono tutto quello che succede nel salone, lì dove muore il macellaio. Allora hanno visto tutto, qualcosa, o sono loro i colpevoli? Né è tenero con il padrone il factotum Victor, salvato da Fumal dalla galera per avere accidentalmente ucciso un guardiacaccia, ma da quel momento in poi nelle mani di Fumal stesso che lo umilia in tutti modi. Victor, che da buon bracconiere, si aggira silenzioso per la casa, sapendo molto e dicendo poco. Anche il contabile Joseph, pur sicuro che la morte di Fumal gli procurerà grattacapi finanziari, non è che sia dispiaciuto più di tanto. Il fatto che il macellaio figlio di macellai, con una bella madre un po’ puttana (si dice non portasse le mutande per fare prima…), da sempre ce l’ha con tutti. Ed a tutti riserva trattamenti sgradevoli. Chiede a Louise di spogliarsi nuda, pena il licenziamento, e poi la guarda e la continua a trattare male verbalmente. Ad un impiegato che voleva licenziare, mette di nascosto dei soldi nella giacca, accusandolo poi di essere ladro. Inoltre, ruba o comunque fa in modo che il suocero perda tutti i suoi averi, umiliandolo pubblicamente, tanto che questi si impicca. Ultima nefandezza, è la terra bruciata che riesce a creare intorno al rivale Roger nel campo delle piccole macellerie. Roger che potrebbe essere stato lui l’assassino, essendo l’ultimo che ha visto vivo Fumal. Ma Roger viene trovato suicida lungo il fiume (e sapremo come e perché possa essere scagionato). Il fatto è che Maigret non riesce a concentrarsi sul caso, ricordandosi sempre che “Ferdi le Gros” non è mai stato amico suo. Ma un commissario è sempre un commissario, e così, con un piccolo tocco letterario, Simenon gli fa sognare la soluzione, o comunque l’ipotesi di una possibile verifica, che vi ho già svelato se ve ne siete accorti. Da lì gli avvenimenti si concatenano, ma prima di mirare al vero colpevole, Maigret si attarda nuovamente, così che, benché si sappia chi sia stato, e come, riesce una fuga ingegnosa. Così che Maigret deve subire uno scacco (come dice il titolo originale) e non certo prendere un granchio, che sarebbe indicare un colpevole diverso da quello vero. Poiché però Simenon è buon con noi, anche se non con il commissario che si è fatto fuorviare dai ricordi d’infanzia, l’autore ci dice che due anni dopo la signora inglese scomparsa viene ritrovata in Australia, dove vive felicemente in seguito ad una fuga d’amore. E che dopo cinque anni… Ma questo non ve lo dico. Quello che notiamo soltanto in finale è che questa fase di transizione si sta riempendo di motivi di rimpianto per il nostro autore. Non era contento delle sue ultime fasi americane, e non è ancora disteso nelle sue nuove fasi europee. La Francia lo aveva trattato male dopo la Guerra (almeno secondo lui) e non l’aveva ancora perdonata. Fatto sta che gli ultimi titolo sono pieni di “Maigret ha paura”, “si sbaglia”, “subisce uno scacco”. Riuscirà il nostro a rasserenarsi?
Dove
Protagonista
Altri interpreti
Durata
Tempo
Parigi
Ferdinand Fumal, età matura, uomo d'affari legato alla politica, sposato, senza figli, vittima
Jeanne Fumal, nata Lentin, moglie di Ferdinand
Louise Bourges, circa 30 anni, segretaria di Ferdinand
Victor Ricou, maggiordomo di Ferdinand
Martine Gilloux, amante di Ferdinand
Émile Lentin, 52 anni, fratello di Jeanne, rovinato economicamente da Ferdinand
Ispettore Lapointe
Muriel Britt, turista inglese a Parigi
3 gg.
marzo
[tit. or.: Maigret s’amuse; ling. or.: francese; pagine: 645 – 793 (148); anno 1957]
Siamo al 50° titolo dei romanzi di Maigret, e siamo anche all’ultimo scritto in suolo di Francia. Benché in realtà la sistemazione a Cannes sia gradevole, la famiglia è irrequieta. Per una serie complessa di motivi. Il primo è la legislazione fiscale, abbastanza penalizzante per chi ha dei bei guadagni che difficilmente riesce a nascondere, provenendo dalla vendita dei suoi libri. Il secondo è l’alcool. Simenon beve per essere stimolato alla scrittura, ma lui è sempre riuscito a gestire il dosaggio. Denyse invece no, eccede, non si controlla e ben presto alla dipendenza alcolica si aggiungeranno turbative psicologiche aggravantesi in pochi anni. Il terzo è il sesso, che Simenon usa anch’esso per stimolare le sue cellule grigie, e poiché non gli basta Denyse ubriaca, o Boule ormai anch’essa avviata all’età matura, o Tigy che è ormai solo un’amica, qualcuno (malelingue dicono la stessa Denyse, ma noi sorvoliamo) gli procura signorine per clamare i suoi appetiti. Non ci vorrà molto a che Simenon decida di cercare la sua stabilità altrove. Come ultimo romanzo francese, Simenon allenta un po’ i toni, e si diverte anche lui. Creando una linea narrativa atipica che gestisce tuttavia con sapienza. Affaticato ed un po’ appesantito, Maigret è convinto dall’amico dr. Pardon di prendersi qualche settimana di ferie. Ma si decide tardi, tutte è esaurito, ed allora con la moglie decidono di passare l’agosto … in città. Simenon allora si diverte anche lui a far passeggiare i nostri in una Parigi vuota ed agostana, vediamo la routine familiare, la signora Maigret fa le pulizie, spesso vanno al ristorante, a volte cucinano in casa, e soprattutto sono soventi al cinema. Ovvio che questa routine viene rotta da un omicidio eclatante: la moglie di uno stimato medico viene trovata morta e nuda nell’armadio dello studio del medico, essendo la famiglia in vacanza a Cannes, ed essendo rimasto il sostituto per le faccende quotidiane. Qui Maigret deve decidere cosa fare: mantenere le ferie o tornare? Questa volta vince il corpo, cioè il medico, e Maigret rimane fuori, lasciando l’indagine a Janvier. Ma noi non lo seguiamo, perché rimaniamo concentrati su Maigret che segue l’indagine dai giornali e dalle chiacchiere della gente. L’abilità di Simenon scrittore è quella di imbastire tutto il romanzo sull’onda degli articoli di giornale del bravo Lassagne. Maigret esce al mattino, compra i giornali alla solita edicola, e si piazza in Place de la Republique (risalendo rue Amelot, è meno di 1,5 km da casa del commissario), se è presto con un caffè, se è più tardi con la prima birra della giornata. Leggendo i resoconti giornalistici noi e Maigret siamo questa volta messi sullo stesso piano: non abbiamo informazioni aggiuntive. E riassumendo il caso, notiamo che c’è la famiglia Jave, con Philippe il dottore in carriera e la giovane moglie Eveline. Sono in vacanza sulla Costa Azzurra, quando inaspettatamente Eveline prende un aereo per Parigi, dove la sera stessa muore. Un aereo prende subito dopo anche il marito, sempre per Parigi. Nello studio c’è Gilbert Négrel, il suo sostituto. Trentenne, ora fidanzato con Martine (che spesso lo va a trovare nella sua casa di rue de Saints-Péres, vicino al cafè Flore). Gilbert ha avuto una storia con Eveline, che, scavando mattoncino dopo mattoncino, viene ben descritta in un lungo articolo di Lassagne dalla città natale di lei, Concarneau. Sembrava una donnina tranquilla, e si rivela affamata di vita e di sesso. Soffre di una malattia cardiaca che ne rallenta i battiti, quindi si trova (o pensa di trovarsi) sempre sul limite della morte, e si affretta, sin da adolescente, a prendere quello che può. Si attacca a persone più grandi di lei, crea scandalo nella città natale, poi si sposa con il dottor Jave, ma non si ferma la sua fama di vita e di sesso. Tanto che ha anche una storia con Gilbert. Il quale prima nega, poi, dopo averne parlato con la fidanzata Martine, consigliato dal padre di lei, noto avvocato, racconta tutto. O almeno tutto quello che pensa sia rilevante. Si, aveva avuto una storia con Eveline. No, era finita, ma la signora ancora si attaccava a lui. Si, era venuta a studio quel sabato pomeriggio. Tutto qui. Ma Jave? Si scopre anche che, deluso dalla moglie, si è da tempo preso della giovane Antoinette, figlia della sua cameriera, dopo averla salvata da una malattia di petto. Jave è andato a Parigi, sapendo che la moglie era assente, per vedere Antoinette, che conferma il suo alibi. Lo strano, per noi e per Maigret, è il fatto che Eveline sia stata messa nell’armadio nuda. Dopo tutti gli articoli di giornale, ci troviamo anche noi davanti al dilemma: Gilbert, per respingere un ultimo assalto di Eveline la colpisce e lei accidentalmente sviene, le fa una puntura per farla rinvenire, ma sbaglia fiala ed Eveline muore? Philippe, esasperato dal troppo spendere della moglie, usa l’alibi di Antoinette, si reca a Parigi sulle tracce di Eveline, la uccide con una puntura per poi prenderle gli abiti al fine di far cadere la colpa su Gilbert? Maigret capisce la verità, ben prima di noi ed anche di Janvier. Ma non interviene mai, solo indirettamente, ogni tanto invia quelli che Camilleri chiamerebbe “pizzini”, ovviamente anonimi, a Janvier. Da questi, dagli articoli e dal ragionamento, alla fine, anche noi e Janvier arriviamo alla soluzione. Il divertimento di Maigret è ovvio. Ma anche quello di Simenon, che, sfruttando il girovagare della famiglia Maigret per Parigi, fa in modo di citare luoghi e situazioni di altre inchieste. L’Hotel Amiral a Concarneau, teatro del romanzo “Il cane giallo”. Un padiglione a Bercy dove abitava un ragazzo che rubò una pipa a Maigret ne “La pipa di Maigret”. Un ristorante dove Maigret passò tre giorni e tre notti in “Il morto di Maigret”. L’inseguimento dalla chiusa di Charenton sino all’Ile Saint-Louis in “la chiusa n.1”. Comunque alla fine è stata un’inchiesta più lunga del normale, che di solito durano tre giorni, mentre qui si è cominciati di martedì per finire il sabato. Una degna fine per ed una superba lettura per il mezzo centone di libri. Ora ci aspetta la Svizzera.
“Perché pretendere che il resto del mondo stia fermo quando noi invecchiamo?” (683)
Dove
Protagonista
Altri interpreti
Durata
Tempo
Parigi, Cannes, Concarneau
Philippe Jave, 44 anni, medico, sposato, una figlia di 3 anni
Éveline Jave, nata Le Guérec, 28 anni, moglie di Philippe, vittima
Gilbert Négrel, 30 anni, medico, celibe, rimpiazza Philippe
Martine Chapuis, 24 anni, studentessa di medicina, fidanzata di Négrel
Antoinette Chauvet, 29 anni, amante di Philippe, figlia di Josépha Chauvet, cameriera dei Jave
Lassagne, giovane giornalista
Noël Chapuis, avvocato, padre di Martine, difensore di Négrel
5 gg.
agosto
Prima trama del mese di maggio, quindi eccovi anche l’omaggio (ah, ah) dei libri letti a febbraggio (accidenti alla rima). Un mese di poche letture, per il viaggio patagonico e per il lutto che sapete. Forse per questo sono stato anche più esigente, non ho letto libri che mi hanno scaldato il cuore. Ma posso senza dubbio consigliarvi di non leggere sia il primo libro di Maggiani sia l’ennesimo giallo poco intrigante di Luceri. Ed al solito, la poco convincente uscita delle avventure di raccordo dell’ultimo Smith, ormai alla frutta.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Enrico Luceri
L’ora più buia della notte
Mondadori
5,90
1
2
Maurizio Maggiani
Màuri Màuri
Feltrinelli
s.p.
1
3
Rupert Penny
L’assassino invisibile
Corriere della Sera Gialli
6,90
3
4
Paolo Lanzotti
La voce delle ombre
Mondadori
5,90
3
5
Philipp Meyer
Il figlio
Einaudi
s.p.
3
6
Anne Holt
Quota 1222
Einaudi
13
3
7
Wilbur Smith
Uccelli da preda
TEA
9,90
2
8
Giancarlo De Cataldo & Carlo Bonini
Suburra
Repubblica Italia Noir
7,90
3
9
Wilbur Smith
Il leone d’oro
TEA
13
1
10
Nicola Lagioia
La Ferocia
Repubblica Italia Noir
7,90
2

Come avevo accennato, ho saltato qualche settimana, per un meritato, piacevole, distensevole viaggio nell’India classica. Due settimane di belle visioni, di incontri, di pensieri. Grazie. Ora, nel mese dedicato alla mamma, torniamo alacremente a lavorare alle carte ed alle case. Ricolmo dei sentimenti come l’autore dell’ultimo libro letto in febbraio, vi saluto .

domenica 15 aprile 2018

Sempre meglio al femminile - 15 aprile 2018


Altra settimana con una piccola infornata di gialli, noir, polizieschi e simili. Tutti autori seriali, che continuano a pubblicare le gesta dei loro eroi, quasi costruendone immense giallogonie. In ogni caso, tre donne, tutte vicine o comunque degnamente sufficienti, mentre l’unico maschietto a fatica riesce ad arrivare ad un dignitoso insufficiente. Comunque ecco che ci rituffiamo nelle grandi serie: l’ispettore Lynley di Elizabeth George, Arkady Renko di Martin Cruz Smith, Peter Decker e Rina Lazarus di Faye Kellerman e Hanne Wilhelmsen di Anne Holt.
Elizabeth George “Un piccolo gesto crudele” TEA euro 12 (in realtà, scontato a 8,40 euro)
[A: 13/07/2015– I: 05/12/2017 – T: 14/12/2017] - &&& ---
[tit. or.: Just One Evil Act; ling. or.: inglese; pagine: 715; anno 2013]
Proseguiamo (dopo ben tre anni di sosta) nella lettura della saga dell’Ispettore Thomas Lynley e del suo contorno di colleghi, amici, amanti, e via discorrendo. Ormai la nostra Elizabeth scrive romanzi ad anni alterni, ed io ho sempre più difficoltà a leggerne in tempo. Ma poco importa che il tempo smussa gli angoli e porta letture più meditate. Il difficile è che, facendo passare più tempo, i suoi scritti tendono ad allungarsi oltre misura, come questo che supera le 700 pagine, senza tuttavia aggiungere tantissimo al nocciolo della storia. Intanto, comincio con la solita piccola tirata d’orecchie ai “titolatori” italiani che trasformano “Solo una cattiva azione (o solo un gesto crudele)” in un “piccolo”. Perché piccolo? Da dove spunta fuori questa “diminutio” della cattiveria di quel gesto, che poi non sappiamo ancora bene alla fine se sia di Angelina, di Taymullah o di Lorenzo. Ma di questo ne riparliamo più avanti. Seconda tirata d’orecchie sul sottotitolo “Un’indagine in Italia per l’ispettore Lynley”. Perché se è vero che parte della vicenda si svolge in Italia, ed in particolare a Lucca, questa è solo una parte del romanzo. Dove inoltre l’ineffabile Lynley svolge sì un ruolo, ma non centralissimo, che tutta la vicenda si basa sui tormenti e sulle prese di posizione (il più delle volte errate) del sergente Barbara Havers. Allora, essendo un romanzone, la nostra Elizabeth, oltre alla storia principale, ci fornisce qualche elemento laterale della saga del “mondo Lynley” e dintorni. Un piccolo cammeo dell’amico St. James, utile a dirimere un problema marginale di struttura di un laboratorio universitario. Un lungo duello a colpi di fioretto, cioè gentile e senza affondare i colpi, almeno all’inizio, tra Lynley e la sua ex-fiamma ed attuale capo Isabelle Ardery (che finalmente metterà un punto fermo a quella storia che da almeno un paio di libri doveva essere già conclusa). L’inizio di una possibile futura storia tra Lynley e Deidre, la simpatica dottoressa veterinaria che abbiamo incontrato 3 libri fa, e che poi è rimasta nel limbo. Ora torna alla ribalta, con una schermaglia sul filo del cuore e della posizione sociale, nonché di qualche punto oscuro nel passato di Deidre. Ricordo infatti che Lynley è anche un Lord e che lavora per passione e non per guadagno. Mentre Deidre è sul lato borghese. Differenze che in Inghilterra si sentono, eccome. L’autrice inoltre inzeppa con altre storie senza sviluppi interessanti ed un po’ fini a sé stessa, come quella della mancata suor Domenica, ed altro che non vale menzionare. Mentre altre storie sopracitate lasciano possibili sbocchi positivi, tutto il resto della trama centrale è ben incartato, direi aggrovigliato, intorno alla (abbastanza) simpatica Barbara. Ricordate, o ve lo dico io, che lei aveva un debole per il pakistano Taymullah, nonché un trasporto emotivo verso la di lui figlia Hadiyyah. Inoltre, nel precedente romanzo, era tornata dal pakistano la madre di Hadiyyah, Angelina. Tutta la vicenda, che si svolge dal novembre al maggio dell’anno successivo, prende il via dalla scomparsa di Angelina con la figlia. Scomparsa legittimata dalla legge in quanto Angelina è la madre, e Taymullah, benché padre, non l’ha mai riconosciuta, né ha fatto test di paternità. Inoltre il pakistano ha già una moglie e due figli, anche loro pakistani, che vivono sempre a Londra, ma da cui non ha divorziato. Certo, dal punto di vista morale è un rapimento, anche perché Angelina scompare senza lasciare tracce. Qui comincia l’odissea negativa di Barbara. Non potendo indagare legalmente come poliziotta, convince l’amico a servirsi di un detective privato. Che ben presto si rivela un losco individuo, che lucra in maniera poco pulita sulla sua professione. E che dice ai nostri due di non aver trovato tracce delle scomparse. Traccheggiando tra il liscio e il brusco, arriviamo ad aprile, quando si scopre che Hadiyyah è stata rapita anche ad Angelina. La quale era fuggita dal suo nuovo amore, Lorenzo, in quel di Lucca. Qui nasce quindi il versante italiano della storia, imperniato sulla simpatica figura dell’ispettore Salvatore Lo Bianco, anche lui nobile tanto da vivere al centro di Lucca nella Torre di famiglia. Ma senza la moglie, da cui ha divorziato, e senza i suoi due figli (inciso: con una caduta di stile letterario, la figlia dell’ispettore si chiama Bianca Lo Bianco; improponibile!). Angelina accusa il paki del rapimento, lui si trasferisce a Lucca per aiutare le ricerche, con Lynley che fa da collegamento (in quanto il nostro parla anche italiano). Barbara rimane a fare stupidaggini a Londra, coinvolgendo, erroneamente, un giornale scandalistico, disubbidendo ai suoi superiori, ma scoprendo che il detective sapeva che Angelina era in Italia, e lo aveva detto al paki. Quando si scopre un biglietto di Taymullah e Hadiyyah di sola andata per il Pakistan, a Barbara cadono almeno quattro o cinque veli. L’amico pakistano, che sta diventando sempre più antipatico, in combutta con il detective aveva fatto rirapire la figlia, per poi presentarsi a Lucca come salvatore della patria. Però il detective intrallazzone aveva sub-appaltato il tutto ad alcuni italiani che fanno casino, rischiando di far fare una brutta fine alla figlia. Questa è tutta una storia nella storia, assolutamente ed inutilmente pesante. Sembra tutto finito con il ritrovamento della piccola. Invece no, perché subito dopo Angelina muore avvelenata. Tutti i sospetti cadono di nuovo sul paki, che ha motivi e mezzi per poterlo fare. Qui si apre tutta una parte poco sostenibile, allacciando i problemi di lavoro di Barbara, le sue delusioni verso Taymullah, il suo affetto per Hadiyyah, le sue stupidaggine con i giornalisti, i tentativi di ricatto e contro-ricatto con il detective inglese. Alla fine, e con molta fatica, sarà proprio Barbara, guardando un video che riprende Angelina e Taymullah alla TV, con tutti gli altri attori sullo sfondo, a risolvere il rebus. Intanto però ci siamo anche dovuti sorbire: le mosse sbagliate di Barbara in tutta Europa, Lynley che non sa che pesci prendere, Lo Bianco che litiga con il suo superiore, ma che alla fine sarà lui a risolvere brillantemente il caso (tra l’altro con un piccolo trasporto amorevole verso Barbara assolutamente inspiegabile). Come detto, alla fine, Barbara riguadagna punti avendo risolto il caso, molti cattivi, ma non tutti, vengono puniti, Taymullah e Hadiyyah si spera che non si facciano più vedere, Lynley, forse, comincia una nuova storia. Vedremo alle prossime puntate (ne sono uscite due in America). Ora direi che basta anche con questa tramona, un po’ troppo lunga, così come il libro. La storia non è sostenibile sempre, e questo non va a favore dell’autrice. Buoni, al solito, alcuni momenti ambientali. Personalmente, ovvio, ho apprezzato Lucca, oggetto di frequentazioni recenti e discretamente soddisfacenti. Mai dimenticare le passeggiate sui bastioni e la cena al ristorante in piazza Anfiteatro. Scusate la lunghezza, ora si passa ad altro.
“A volte non vediamo le persone come sono davvero. Preferiamo credere che siano come le vogliamo vedere noi, perché la verità sarebbe troppo dolorosa.” (223)
Martin Cruz Smith “Tatiana” Repubblica Agenda Noir 4 euro 7,90
[A: 27/07/2015– I: 28/12/2017 – T: 29/12/2017] - && e ½
[tit. or.: Tatiana; ling. or.: inglese; pagine: 283; anno 2013]
Un libro da fine anno, letto nelle more delle mie mansioni infermieristiche tra Balduina e Nomentano. Un libro che mi ripropone a distanza di anni un personaggio interessante, nei suoi inizi, ma che si è un po’ perso per strada. Cruz Smith, agli inizi degli anni ’80, fece un discreto boom editoriale con il suo “Gorky Park” dove mise in campo il poliziotto, allora sovietico, Arkady Renko. Ambientando le sue avventure in una Mosca in ebollizione, ma ancora non disgregata. Ricordo infatti a chi non li avesse presente che i primi tre libri pubblicati tra il 1981 e il 1992 formano una trilogia che culmina con la caduta dell'Unione Sovietica, nel Colpo di Stato dell’agosto del 1991. L'azione di “Gorky Park” si svolge prevalentemente in Unione Sovietica, “Stella polare” è ambientato a bordo di un sovietico peschereccio nel Mare di Bering mentre “Piazza Rossa” si destreggia tra la Germania occidentale e la Russia sovietica dell'era Glasnost. “Havana Bay” è ambientata a Cuba; “Lupo mangia cane” è ambientato nelle aree colpite dal disastro di Chernobyl. Mentre “Il fantasma di Stalin” restituisce Arkady a una Russia ora presieduta da Vladimir Putin, ed è seguito da “Tre stazioni” e “Tatiana” che per ora conclude il ciclo, tutte ancora a Mosca, ad illustrare il degrado attuale della Russia. Il difficile percorso di Cruz Smith è farci vedere come si evolve il personaggio di Arkady, nato culturalmente nella nomenklatura, a fronte anche dei cambiamenti ambientali. Sempre pronto a combattere bugie e corruzioni, anche per lavare l’onta di aver avuto un padre generale e stalinista, dopo la caduta del regime fa anche esperienze in Occidente. Ma anche da queste viene deluso, che ovunque c’è malaffare e corruzione. Così che ritorna stabilmente in Russia, cercando di afre quello che sa fare meglio. In questo, da “Lupo mangia cane”, aiutato da Zhenya, un orfano di Chernobyl con problemi di socializzazione, conosciuto per caso da Arkady che diverrà, nonostante problemi quasi insormontabili, il suo miglior amico ed una sorta di padre putativo. Ultimo elemento distintivo è anche la presenza, per alcune puntate, di donne cui Arkady si lega, almeno temporaneamente. Così abbiamo Irina, per le prime tre uscite, poi per altre tre la dottoressa Kazka. Ma niente è stabile in questi anni turbolenti. Così che questo ultimo romanzo si apre ancora una volta sulle ultime miserie putiniane: mafiosi che muoiono e giornalisti scomodi che “si suicidano”. Mentre quindi Arkady ed il suo aiutante Orlov stanno con gli occhi aperti per vedere se si scatena qualche lotta di mafia in seguito alla morte, violenta, del mafioso Grigorenko, una giornalista, Tatiana Petrovna, autrice di articoli scomodi per tutti, casca dal balcone di casa sua. Suicidio o omicidio? Benché non coinvolto direttamente, essendo Tatiana amica di amici, Arkady cerca di capirne di più, scoprendo ben presto che il corpo è sparito, e poi cremato. Tra l’altro, Tatiana era in possesso di un taccuino di un interprete pentalingue che aveva fatto da tramite in una riunione poco chiara a Kaliningrad. Anche l’interprete muore. E Arkady scopre che la riunione era presieduta proprio da Grigorenko. Senza molto mordente, seguiamo allora il figlio del boss che cerca di impadronirsi del taccuino, Arkady che non ne capisce un acca, mentre Zhenya, in rotta con il padre putativo, comincia ad avere dei barlumi. Aiutato da Lotte, una sua coetanea e l’unica che è riuscita a batterlo agli scacchi. Mentre Zhenya e Lotte, faticosamente, e pericolosamente, arrivano a decifrare il tutto, dando ad Arkady elementi per incastrare il figlio del boss, dei cinesi mafiosi essi stessi, nonché qualche intrallazzone del Ministero della Difesa russa, Arkady sposta il suo raggio investigativo a Kaliningrad. Dove, scavando nei misteri locali, scopre che Tatiana è ancora viva, che la “suicidata” è la sorella, che ci sono appunto trame mafioso-istituzionali da sventare. Cosa che fa operando al meglio, anche se non entro nel come e nei perché. Né in chi c’è e chi no. Ovvio, dato il “tipo” Arkady che finisca anche a letto con Tatiana, mentre nasce una interessante simpatia tra Zhenya e Lotte. Vedremo se sfocerà in qualcosa di meglio. Che questo libro, appunto, vale lo spazio di una vacanza natalizia. Ma che ha due meriti collaterali, anche se dal libro poco dipendenti. Il primo è di portare alla ribalta l’exclave di Kaliningrad, cioè di una parte di territorio di uno stato sovrano che giace all'esterno dei confini della nazione-madre. Nella fattispecie poi, Kaliningrad non è altro che la vecchia Köningsberg, quella che diede i natali, in epoca prussiana, al grande Immanuel Kant. L’altro merito è che, parlandone amichevolmente, è nata l’idea di organizzare un viaggio tra quelle zone, magari puntando anche a Smolensk e San Pietroburgo. E sapete che quando si parla di viaggi, il vostro lettore è sempre in prima linea. Vedremo, anche se sarà difficile.
“- Tu non sei un detective e nemmeno un investigatore. – Sono un poeta, il che è più o meno la stessa cosa.” (146)
Faye Kellerman “Kippur – Il giorno dell’espiazione” Repubblica AgendaNoir 15 euro 7,90 (in realtà, scontato a 4,75 euro)
[A: 03/10/2015 – I: 13/01/2018 – T: 17/01/2018] - &&& -
[tit. or.: Day of Atonement; ling. or.: inglese; pagine: 410; anno 1991]
Non intendo replicare la (mia) introduzione al primo libro di Faye Kellerman di cui scrissi un paio di anni fa, se non per riprendere alcune temi e correggere imprecisioni. Faye non è mia coetanea, come scrissi, ma ha un annetto di più, essendo del luglio del 1952. Ma è vero che a circa 35 anni comincia a scrivere la saga di questi detective – investigatori ebrei ortodossi che vivono a Los Angeles e sono ben inseriti quanto meno nella cultura americana, anche se vi permangono mantenendo i loro riti e, tendenzialmente, il loro modo di vivere. Due anni fa parlai del primo libro della serie, in termini giustamente e concordemente elogiativi. Un tentativo onesto di dar vita ad una descrizione inusuale del mondo americano. Questa seconda lettura (che tuttavia è il quarto libro della serie) ribadisce alcuni punti interessanti, anche se a volte è lenta, e fuori contesto (giallo). Intanto, nei due libri “saltati” i due protagonisti della serie, Peter Decker e Rina Lazarus, sono sempre più fidanzati ed alla fine sposati, tanto che questo quarto libro inizia con la loro luna di miele. Peter ha una figlia dal suo precedente matrimonio, Cindy, che mi si dice entrerà meglio nella serie più avanti (ho scoperto che alla fine sono circa 25 i libri prodotti da Faye su questo tema). Rina ha due figli, Sammy e Jacob, dal suo primo matrimonio (il primo marito è morto per un tumore al cervello), ed è un’ebrea ortodossa (così come l’autrice). Ho inoltre scoperto, nelle more del libro, la differenza tra ebreo ortodosso (quelli che seguono più strettamente e si attengono con maggior fedeltà alle leggi della Torah scritta e di quella orale, ricevute, secondo la tradizione ebraica, da Mosè direttamente da Dio sul monte Sinai) e la corrente (molto americana) dell’ebraismo conservativo (spesso tradotto con conservatore, con un termine inappropriato) dove le leggi orali devono essere aggiornate al momento attuale in cui viviamo (una sorta di ebraismo riformato). Mi scuso della parentesi ebraica, ma la religione è una delle componenti fondamentali della serie, che spesso ruota proprio intorno a temi religiosi. Come questo libro, appunto, che giustamente in inglese si chiama “Giorno dell’espiazione” o, in termini ebraici, “Yom Kippur”. Non solamente “Kippur” come nell’edizione italiana, che tendenzialmente non vuole dire nulla. Perché Rina e Peter, per la loro luna di miele, decidono di andare a trovare la famiglia allargata di Rina a New York (i due vivono a Los Angeles) anche perché coincide con il “Rosh haShana”, il capodanno religioso ebraico, primo dei 10 giorni di pentimento, durante i quali l’ebreo esamina il proprio anno passato per individuare i peccati commessi, e culmina appunto con lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, quando, pentiti, si viene redenti dai peccati. A New York, Peter ha un primo grande stravolgimento: scopre, durante il “Seder”, la cena di capodanno, che una stretta amica della famiglia Lazarus, Frida Levine, non è altro che la sua madre biologica, che lo abbandonò in fasce e lo diede in adozione. Per questo, anche se adottato da una famiglia cattolica, essendo l’ebraismo matrilineare, Peter è ebreo a tutti gli effetti, e non un convertito. Conosce quindi i suoi fratellastri Ezra, Shimon e Jonathan (costui pecora nera, in quanto conservativo e non ortodosso). Ovviamente, sia per non essere lui in imbarazzo, sia per non sbugiardare la madre Frida davanti ai parenti, entrambi tacciono di questa relazione, anche se il libro è pieno di pagine su questo tema, e sul tema dell’abbandono, ed altri accidenti minori (quello che rende un po’ meno vivace il libro stesso). Secondo e più importante accadimento, Noam, il secondo genito di Ezra, scappa di casa, insieme ad un mascalzone psicopatico amante dei coltelli di nome Hersh. Tutta la prima parte è dedicata alla ricerca di Noam all’interno della comunità ebraica newyorchese, dove Faye ci introduce in tutta una serie di ritualità ebraiche locali. Nella seconda, una volta scoperta la fuga di Noam e Hersh a Los Angeles, è invece dedicata alla ricerca dei due da parte di Peter e Rina, tornati a casa. Salto tutta una serie di passaggi, poco rilevanti (e purtroppo anch’essi discretamente pallosi), per arrivare all’epilogo. Che Hersh, senza soldi, rapina, con o senza Noam, gay isolati, arrivando anche ad ucciderli e sfigurarli con i coltelli. In base alla conoscenza di Peter del territorio, lui e Rina arriveranno a scovarli, anche se, durante la caccia, il loro rapporto è spesso messo in crisi dal protettivismo di Peter e dall’indipendenza di Rina. Come già ci aspettiamo dal titolo, alla fine tutto si condenserà nello “Yom Kippur”, dove, visto che avete molta immaginazione, potete indovinare cosa accadrà e come. Alla fine, c’è poco di giallo, di nero o di thriller, e molto di religione e rapporti umani. Non che sia un peccato, ma la resa finale è un filo inferiore alle attese.
Anne Holt “Quota 1222” Einaudi euro 13
[A: 01/11/2016 – I: 16/02/2018 – T: 18/02/2018] - &&& -
[tit. or.: 1222; ling. or.: norvegese; pagine: 354; anno 2007]
Ottavo capitolo della saga che la scrittrice norvegese Anne Holt dedica al suo personaggio principe, Hanne Wilhelmsen. Pur avendoli letti quasi tutti (ho saltato un paio di romanzi molto precedenti), ed avendo letto anche la saga parallela dedicata ai detective Vik&Stubø, mi sono perso, nelle more, il capitolo in cui la nostra Hanne viene colpita da una pallottola alla spina dorsale che la costringe da quel momento in poi su di una sedia a rotelle. So di averne letto, ma ho scordato quando. In ogni caso, ormai è assodata la disabilità di Hanne, e qui, in un romanzo interessante anche se con qualche caduta (di stile, ah ah), viene imbastita una trama interessante. Come per far fare un salto all’indietro nelle ormai avanzate tecniche poliziesche, e per fare in modo che la nostra disabile possa muoversi (ah ah, di nuovo) nelle indagini, la scrittrice imbastisce una trama molto “teatrale”. Hanne si sta recando da Oslo a Bergen per un consulto sui suoi problemi motori. Non volendo prendere l’aereo, per evitare imbarazzi, decide di usare il treno. È un inverno da paura, ed il treno viene coinvolto in un incidente ferroviario, quando raggiunge quota 1222, nella cittadina di Finse. Tutti i quasi duecento passeggeri vengono allora accolti da un albergo locale e dalle sue dependance. Bloccati dall’uragano Olga, sono costretti ad aspettare il salvataggio. E nelle more, cominciano a morire delle persone. Prima il macchinista per lo scontro, e ci può stare. Poi un passeggero per infarto. Infine, due preti, o meglio due ecclesiastici, che i luterani norvegesi sono un po’ particolari. Il primo con un colpo di pistola, il secondo con un ghiacciolo affilato. Nell’andamento claustrofobico dell’isolamento forzato, Hanne, riconosciuta da un dottore come poliziotta, viene coinvolta nell’imbastire un’indagine. Che sarà molto complicata proprio per la situazione estrema che si ritrovano ad affrontare, nonché per alcuni elementi che concorrono a complicare ulteriormente il tutto. C’è una carrozza misteriosa attaccata la treno che forse porta un personaggio famoso o forse un personaggio pericoloso, visto che è guardata a vista da gente armata. Ci sono due (forse) curdi che guardano, controllano, e non socializzano. C’è il giovane Adrian, quindicenne in fuga solitaria, che prima si attacca ad Hanne, poi trova meglio unirsi in comunella con Veronika, una ventiquattrenne molto dark e molto stramba. C’è infine un volto televisivo (giornalista? Capopopolo? Altro?) molto islamofoba, salutista e soprattutto desiderosa di prendere lei in mano la situazione, non avendone però capacità, ma solo carisma mediatico (e questa volta non basta). A Finse, invece, ci sono Grieg, che ha coordinato i soccorsi e che diventa l’aiutante preferito di Hanne, e Berit, la direttrice dell’albergo, energica e molto organizzata. In tutto questo Hanne, per seguire il filo delle morti violente, non può che affidarsi al ragionamento, all’osservazione, ed anche a domande che, qui e là, affiorano mentre la situazione (metereologica) continua a precipitare. La capacità dell’autrice è di restituirci l’atmosfera di chiusura che si respira nell’albergo, le tensioni dovute all’aumentare del maltempo, ed alla comprensione, di tutti, che “c’è un assassino tra noi”. Quello che per Hanne risulta molto strano, tra l’altro, è che il primo morto, Cato, era anche molto conosciuto. Quasi che tutti, prima o poi, hanno avuto a che fare con lui. Non solo passeggeri del treno, ma anche Grieg e Berit, nonché Roar, il secondo morto. Certo, questi era anche lui un prete, ed avevano (almeno così capiamo) trascorsi comuni. Capiamo anche che Roar viene ucciso perché, come dice ad Hanne, ha capito chi ha ucciso Cato. Sarà soltanto risalendo ad una vicenda di una decina di anni prima che anche Hanne ha l’illuminazione. In un bel finale, quando finalmente arrivano i soccorsi, e tutti vogliono tornare a casa, che Hanne, scenograficamente alla Maigret, ricapitola gli avvenimenti e svela, ai presenti ed a noi, chi ha fatto cosa, come e perché. Ecco, mentre tutta la costruzione della trama interna all’albergo isolato, in un crescendo di tensione, ha un suo fascino, lo svelamento l’ho trovato un po’ moscio, quasi appiccicato, e chi ne legge mi saprà dire. Come un po’ messi a caso, accenni vari alla vita altra di Hanne, a Nefis che l’aspetta, alla bambina ed alle sue vicende private. Vedremo come si evolverà nel futuro. Per ora, continua ad essere una buona lettura, e, ripeto, una interessante costruzione “anti-tecnologica”.
Terza trama di aprile, e per tirarci un po’ su un allegato di malizie “scandalose” per sorridere e rimanere allegri.
Mi scuso anticipatamente di qualche mancanza di presenza, ma da un lato l’allestimento campagnolo prende più tempo e spazio di quanto pensavo all’inizio. Dall’altro, come i miei più vicini sodali sanno, si avvicina il momento del mio viaggio celebrativo ed augurale. Per cui sono costretto a lasciarvi senza altri commenti per almeno due settimane. 

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

APRILE 2018
Per questo aprile effervescente eccoci ad una serie di libri “scandalosi”.

COMPRESSE EFFERVESCENTI PER BRIVIDI DA RELAZIONI SCANDALOSE

Libri citati
Pierre Choderlos de Laclos       “Le relazioni pericolose”
Vladimir Nabokov                    “Lolita”
Marguerite Duras                    “L’amante”

Pierre Choderlos de Laclos “Le relazioni pericolose”
È uno dei capolavori della letteratura francese del XVIII secolo nonché uno dei più famosi e fortunati romanzi epistolari di tutti i tempi. Tutt’altro che datato, “Le relazioni pericolose” fa ancora venire i brividi per l’attualità di alcune sue tematiche. I brividi di passioni pericolose diventano brividi di paura al pensiero di quanto facilmente la seduzione possa trasformarsi da “ars amatoria” in arma di distruzione di massa. E quello che accade in questo romanzo in cui nessuno si salva dalle spietate e subdole macchinazioni ordite dal visconte Valmont e dalla marchesa Merteuil. I due perfidi libertini, astute anime nere che pianificano diaboliche mosse come strategie di guerra, agiscono con la destrezza di esperti burattinai, muovendo con i fili di una seduzione fatale la giovane e ingenua Cécile, l’appassionato Danceny e la romantica madame de Tourvel, manovrandone con destrezza a proprio vantaggio insicurezze, debolezze e pulsioni. Il fine unico di questa messinscena è appagare la propria vanità, dimostrando attraverso giochi erotici e intellettuali il potere di manipolare le persone. Il secolo dell’Illuminismo sta volgendo al termine, i lumi cominciano ad affievolirsi, la ragione ha perso il suo lume trasformandosi in esercizio di malefica persuasione e l’intelletto lascia il posto all’astuzia, perversa forma di plagio che cerca di soggiogare anche l’amore. Il libertino non è più un anticonformista, ma il licenzioso e dissoluto sostenitore di una condotta immorale che si traduce nell’esercizio di una perversa e narcisistica volontà di dominio. Dietro la maschera di nobili aristocratici, la marchesa e il visconte si dilettano a compiere misfatti terribili in nome della propria libertà di divertirsi. Siamo nel 1782 e la Rivoluzione francese è alle porte: voleranno teste e cadranno maschere, presto i lumi si spegneranno definitivamente, i cuori si infiammeranno di Romanticismo e l’amore, sofferto e disperato, trionferà. Ma non nel romanzo di Choderlos de Laclos dove l’amore viene sconfitto e mortificato anche se i malvagi vengono puniti, feriti là dove volevano trionfare, vittime di un delirio di onnipotenza che li conduce all’autodistruzione. Valmont muore ma, cosa più atroce, solo dopo aver perso l’amore, lui che pensava di esserne immune, mentre la marchesa perde la sua rispettabilità. Così, da romanzo incentrato su “liaisons amoureuses”, “Le relazioni pericolose” diventa un drammatico e amaro atto d’accusa contro cinismo, ipocrisia e vanità.
Come tutte le storie in cui passione e seduzione si mescolane senza veli e freni, mostrando fatti e misfatti sotto le lenzuola anche “Le relazioni pericolose” fu considerato all’epoca empio e scandaloso. Scritto con uno stile raffinato ed elegante, non c’è nulla di pruriginoso in questa sottilissima indagine sui meccanismi delle emozioni umane. Se vi state chiedendo dove siano i brividi promessi, è presto detto. In questa storia dove si parla d’amore dalla prima all’ultima pagina nessuno ama veramente ma tutti vengono ingannati e tutti si ingannano in un perverso gioco erotico. Come dichiara il frontespizio del romanzo, si tratta di “lettere raccolte da una società e pubblicate per l’istruzione di qualche altra” e, infatti, quello che ancora oggi “Le relazioni pericolose” ha da dire, mette i brividi. Di eros, ma anche di paura al pensiero di come l’amore possa diventare un pericolosissimo strumento di potere e manipolazione. I libertini oggi sono fuori moda, ma la vanità di una società che ruota intorno alla promozione della propria immagine rischia sempre di trasformare la seduzione in un gioco mistificatorio per mostrare la capacità di dominare e di vincere, sempre, anche in amore. Tutto sommar fa meno male un colpo di frustino sul sedere dato da Mr Grey nelle “Cinquanta sfumature” che le menzogne di tanti visconti e marchese in borghese.      “Le relazioni pericolose” è indicato per i soggetti a rischio di influenza. Influenza negativa, ovvero chi è particolarmente sensibile al potere ammaliatore di seduttori seriali. L’incanto della prosa di Choderlos de Laclos svela tutta la forza mistificatoria della parola, aumentando le difese immunitarie in chi, assetato d’amore e attenzioni, è afflitto da uno stato confusionale che gli impedisce di discernere verità e bugie. Avviluppando con la sua trama teatrale, il romanzo stimola la creazione di anticorpi utili a contrastare il rischio di essere imbambolati e raggirati, mettendo in guardia dalle “liaisons dangereuses”.
La sua formula epistolare lo rende particolarmente tollerato dai lettori amanti del gossip. Leggendo il carteggio tra il visconte e la marchesa, l’impressione è quella di impicciarsi di fatti altrui e, così, tra fremiti di curiosità pettegola e di piacere sensuale, si rabbrividisce scoprendo le falsità, gli inganni, le invidie e le cattiverie che possono nascondersi dietro l’attrazione.
In caso la seduzione non fosse mai stata la vostra arma vincente, la lettura vi garantirà un rapido sollievo unito alla piacevole sensazione di essere una persona onesta e pulita.
Per un’eventuale terapia cinematografica sostitutiva, si può ricorrere a “Le relazioni pericolose” di Stephen Frears con John Malkovich, Glenn Close, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman e Keanu Reeves per una trasposizione piuttosto fedele anche se un po’ accademica. In alternativa, “Valmont” di Milos Forman con Annette Bening e Colin Firth è una versione più originale che si concede anche qualche libertà.
Vladimir Nabokov “Lolita”
Pubblicato nel 1955 da una casa editrice erotica francese, “Lolita” ha letteralmente e letterariamente travolto il pubblico diventando subito un best seller. A sconvolgere, e stuzzicare, i lettori è stata la scelta di raccontare la relazione molto pericolosa e piuttosto morbosa tra un annoiato professore universitario e una dodicenne smaliziata e provocante. L’impatto del romanzo è stato tale che non solo ha rafforzato lo stereotipo dell’uomo maturo che perde la testa per una ragazzina (la sua figliastra, per giunta), ma la parola “Lolita” è diventata sinonimo di adolescenti con la tendenza ad attirare l’attenzione di uomini generalmente più grandi con una precoce e ambigua carica erotica fatta di malizia e innocenza. L’incipit ci catapulta subite al nocciolo della questione: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia”. Come un pensiero che s’insinua nella mente (per poi scendere verso i lombi) e non l’abbandona più, la dodicenne diventa l’ossessione di Humbert Humbert, trasformandone la vita in un inseguimento folle per le strade degli Stati Uniti nel tentativo di afferrare l’inafferrabile, quella luce, quel fuoco fatuo che lo porterà dritto nel buio di una prigione, oltre che nell’oscurità dell’animo umano. Dolores è il vero nome di Lolita, ragazzina spregiudicata, ribelle, noiosa viziata, insensibile, egoista, bella, sfuggente ed esasperatamente monella. Perdonate il gioco di parole, ma da quando il professore la vede per la prima volta, sono “dolores de panza”: per possederla si spinge, senza troppe remore, oltre i limiti dell’abiezione umana, arrivando alla pedofilia, all’incesto e all’omicidio. Humbert rievoca la sua delirante storia dalla cella della prigione dove è richiuso per aver assassinato l’uomo che gli ha portate via la sua Lolita. Mentre aspetta di essere giustiziato, invece che tacere, almeno per pudore, racconta la sua ossessione cercando perfino di accattivarsi la simpatia del lettore, giustificando in chiave psicanalitica la sua passione malata. Ma il lettore non deve lasciarsi manipolare dai ripetuti tentativi del protagonista di nobilitare la sua perversione, Humbert è colto e astuto e il rischio è di diventare suoi complici. Non vi lasciate intenerire perché non è affatto pentito: “In fondo io potrei anche accertare di essere messo in carcere per aver violentato una ragazza ma non per aver ucciso l’uomo che me l’ha portata via. Quelle quello che ho fatto è stato giusto”. A rendere spaventoso e potente il romanzo di Vladimir Nabokov è la scelta di non ricorrere a parole o dettagli osceni per raccontare questa relazione erotica e perversa. Il suo stile è elegante, allude, evoca senza mai descrivere. Come già per “Le relazioni pericolose”, anche se in maniera diversa, ci ritroviamo scossi da fremiti che hanno a che fare con la paura più che con l’eros. A spaventare è ancora il pericoloso fascino che la parola e la seduzione esercitano sull’animo umano, fascinazione che possiamo provare sulla nostra pelle durante la lettura di “Lolita”. Nabokov, infatti, è un principe del male, un mago, un genio perché irretisce il lettore con il suo stile, lo tiene incollato alle pagine, voglioso di ascoltare le sue parole in uno stato di eccitazione, trasformando così il disumano protagonista, il depravato letterario per eccellenza, in un affabulatore capace di incantare con le parole, attirando nella sua ragnatela, invischiando nella sua torbida storia, coinvolgendo a tal punto con la sua sfacciata confessione da spingere quasi ad assolverlo. Humbert parla divinamente (perché Nabokov scrive divinamente) e si corre il rischio di perdonargli tutto. Diverso, ma altrettanto perverso, è il potere seduttivo di Lolita. Lei è una “ninfetta”, ovvero una di quelle “elette creature” “comprese tra i confini dei nove e i quattordici anni che rivelano a certi ammaliati viaggiatori la propria vera natura che non è umana, ma di ninfa, cioè demoniaca”. Riesce diabolicamente a impadronirsi della mente di Humbert con la possessione erotica, esercitando il suo precoce potere sessuale. Non c’è traccia d’amore in questo romanzo, ma solo ossessione, e non si palpita di passione né di altro piacere se non quello dell’illecito e del proibito.
Se assunta nelle giuste dosi e con mente ben disposta, la scrittura di Nabokov aiuta a contrastare i rischi della seduzione verbale e sessuale (la cura si può affiancare, per affinità, a una somministrazione delle “Relazioni pericolose”). Se ne prescrive una lettura approfondita a tutti quegli uomini che rischiano di essere contagiati dal fascino perverso delle ninfette, ma anche a tutte le potenziali ninfette che giocano con la propria carica seduttiva stuzzicando il piacere altrui. Se il titolo del romanzo è diventato sinonimo di ragazzine precoci e maliziose con la tendenza a sedurre uomini più grandi, vuol dire che la malattia è piuttosto diffusa. Il mondo è pieno di Lolite, ma anche di Humbert, perciò è bene immunizzarsi per evitare un eventuale contagio.
Come coadiuvante della cura, sarebbe opportuno procurarsi la versione cinematografica di Stanley Kubrick. Come lo scrittore russo, che partecipò alla sceneggiatura, anche il regista ha lavorato sull’erotismo soprattutto per sottrazione, per allusioni ed elisioni, riuscendo a stuzzicare morbosamente la curiosità dello spettatore senza mai scadere nella volgarità. Basta un piede mosso con ben studiata nonchalance per trasformare la giovane Lolita (nel film più grandina per evitare problemi con la censura) in una maga Circe minorenne. James Mason è Humbert, Sue Lyon è la sua ossessione mentre uno straordinario Peter Sellers è l’uomo che gliela porta via.
Un consiglio: un’efficace compressa per brividi di relazioni scandalose è “L’amante” di Marguerite Duras. Quando fu pubblicato nel 1984 fece scandalo per il linguaggio forte e la cruda veridicità della trama che racconta il legame d’amore e sesso tra un’adolescente e un uomo maturo, un’appassionata storia d’amore che sfida le convenzioni. Ambientato nell’Indocina degli anni Trenta e fortemente autobiografico, il capolavoro delia scrittrice francese è una cura intensa, forte e sconvolgente con un persistente retrogusto dolce e malinconico.

Commenti

Non ho letto il primo, pur avendo visto il film, quindi non ne parlo. “Lolita” invece rappresenta uno dei miei due punti neri: uno dei due libri che ho iniziato e non sono riuscito a terminare. Mi ha annoiato dopo poche pagine. Chissà se quando ne leggerò (e quando vi dirò l’altro libro abbandonato). Mentre ho letto, e leggerò ancora di Marguerite Duras.
Marguerite Duras “L'amante” Repubblica Novecento euro 4,90
[pubblicato il 18 settembre 2011]
La scrittura è la solita, difficile andata su e giù per la lingua, che a volte mi lascia indietro. Ma il libro è bello, intenso, in alcuni punti folgorante. Ho sempre un rapporto difficile con la scrittrice e non sempre ne sono riuscito ad apprezzare scritti (come l’ultimo recensito su Occhi blu…). Qui in definitiva però mi è piaciuta, soprattutto per lo sforzo autobiografico di ricostruire, più di cinquanta anni dopo, una vicenda di formazione della giovane Marguerite. Siamo intorno agli anni 30, in Indocina, e lì, sulle rive del Mekong sboccia l’amore proibito tra la quindicenne francese ed il ricco e trentenne cinese. Amore proibito dalle convenzioni, dall’età dei protagonisti, osteggiato dalle due famiglie, inviso alla società coloniale che comunque non accetta relazioni tra asiatici ed europei. Il racconto, tutto in prima persona, senza dialoghi, va su e giù tra le vicende, tra le piccole cose della vita, ma non è solo un racconto d’amore o sull’amore. Perché è un racconto sulla vita della giovane francese sperduta nella landa indocinese. E dove la Duras racconta i piccoli e grandi drammi della sua vita: l'odio per il fratello maggiore, il rapporto conflittuale con la madre e l'omosessualità latente della stessa Duras nei confronti dell'amica Heléne. Sono folgoranti alcuni momenti (il primo traghetto sul fiume, alcune scene d’amore con il bel cinesino, il cappello da uomo in testa a Marguerite, il ritorno in Francia, la morte senza riappacificazione con la madre). E molto spesso non sono le vicende ad essere narrate, ma il modo in cui la scrittrice le vive, il modo in cui le racconta ed è sul filo dell’immaginazione che la Duras ritrova sé stessa a 16 anni. Ed è forte e duro il modo in cui esce fuori il rapporto con la madre. Ah quanto sarebbe stato bello, utile dirsi tutto in faccia, magari urlando, invece di andare avanti tra tutte le cose non dette. Ma detto di questi punti a favore, rimane questo modo di uscire dal narrato, di non concludere, di saltare qua e là nel tempo e nello spazio, senza in realtà volere (riuscire) a chiudere tutti i discorsi aperti. È qui che la scrittura si fa difficile, è qui che, a volte, perdo un po’ il filo e non riesco ad esprimere un giudizio totalmente positivo sul libro. Ma è stato utile leggerlo (ed anche veloce, che il racconto non tocca le 100 pagine). Questo, sì, un classico del Novecento (e niente a che vedere con l’orrendo film che poi se ne è tratto).
“Sono come voglio apparire, anche bella se gli altri lo vogliono, o carina … insomma posso diventare come gli altri vogliono che sia.” (19)
“Fin dai primi giorni [del nostro amore], sapendo che è impossibile un avvenire in comune, eviteremo di parlare dell’avvenire.” (43)

Finalino

Ovvio che il termine scandaloso l’ho anche io usato in termini impropri, che nulla ha di scandalo, soprattutto il libro della Duras. Ripeto, di Nabokov ho letto altro, e con piacere. Ma della grande scrittrice francese leggo e leggerò ancora.