domenica 4 maggio 2025

Faraway Black - 04 maggio 2025

Mi scuso del titolo inglese, ma tornando ad incontrarci dopo tre settimane ed un viaggio lontano, visto che parliamo di “noir”, il titolo ci sta. Anche se noi si è andati ad Ovest, mentre oggi incontriamo neri verso Est. E per la precisione, un incontro con il Giappone che ultimamente è assai presente nelle mie letture. Abbiamo tre trame ben sufficienti, con le ormai classiche casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, il detective Kindaichi di Yokomizo Seishi ed il classico di Isaka Kotaro. Meno riuscito il nero di Tokyo di Kenzo Kitakata ed assolutamente poco convincente (e poco giallo) libro di Riku Onda. Comunque, con tutte queste presenze, sto quasi diventando un esperto nipponico…

Natsuo Kirino “Le quattro casalinghe di Tokyo” Corriere Giappone 5 euro 8,90

[A: 12/11/2022 – I: 29/06/2024 – T: 02/07/2024] - &&&       

[tit. or.: アウト, Out; ling. or.: giapponese; pagine: 620; anno 1997]

Non è il primo libro di Natsuo Kirino che leggo, e continuo a ritenere che, in realtà, la sua sia una scrittura ibrida. Cioè, viene sempre etichettata nel noir, ed in questo, realmente, affonda le sue radici. Ma c’è sempre qualcos’altro, anzi c’è sempre di più. Come in questo, che è tra l’altro il libro che l’ha fatta conoscere anche fuori il Giappone.

Metto il femminile che, nonostante il nome possa, nipponicamente, anche essere maschile, è in realtà, come spesso negli scrittori del Sol Levante, lo pseudonimo di una donna, Mariko Hashioka, che lei deriva da vicende letterarie giapponesi: Kirino è un samurai di una saga dello scrittore Ryotaro Shiba, mentre Natsuo è la protagonista del libro “Urashimasō” di Ōba Minako.

E forse proprio Natsuo le rimane impresso come motore di questo libro, che nel libro di Ōba ci sono tre donne al centro del romanzo con le loro reazioni, diverse, alla tragedia di Hiroshima.

Veniamo allora a questo noir che è anche altro. Ma prima soffermiamoci sul titolo, che, giustamente, in originale è “Out”, perché tutti, protagonisti e non, vogliono essere fuori, andare fuori dal sentiero, dallo schema solito della vita, liberarsi, prendere l’uscita. Nelle maggiori traduzioni internazionali è stato sempre lasciato il titolo “Out”, mentre in italiano si è deciso di puntare sul minimalismo delle casalinghe. Dove, tuttavia, a ben vedere le quattro principali interpreti non sono proprio delle casalinghe. Certo, hanno una famiglia (anche se non tutte), ma quello che le accomuna è il lavoro in uno stabilimento che confeziona i tipici pasti pronti alla giapponese, i bento.

Abbiamo così le quattro operaie, ognuna con una vita problematica, e quando la scrittrice comincia a presentarcele vengono fuori diversi spaccati della realtà giapponese che riguarda le donne. Dove appunto nasce una grande parte del romanzo, che esplora la condizione femminile locale, che di certo non è semplice.

Allora, c’è Yayoi, bella, trentaquattro anni, due figli piccoli, ed un marito ubriacone e fedifrago. Lei deve lavorare che il marito sperpera tutti i soldi al gioco, e quindi accetta il lavoro notturno nella fabbrica che, oltre ad essere meglio pagato, le permette, di giorno, di accudire i figli.

C’è Yoshie, vedova, anziana, con una figlia che chiede continuamente soldi per essere all’altezza delle sue amiche nonché una suocera che, colpita da un ictus, deve essere continuamente accudita. È quella che da più tempo lavora in fabbrica, sempre di notte per combinare i due impegni.

C’è Kuniko, giovane, bruttina, ma estremamente vanitosa; ama circondarsi di auto moderne, di vestiti alla moda ed altre frivolezze, dove, tuttavia, non avendo soldi, oltre a lavorare di notte, chiede continuamente prestiti, ognuno per pagare il precedente, finendo ben presto nelle mani di usurai con pochi scrupoli.

E c’è Masako, quella che prenderà le redini del gioco, una volta contabile in una finanziaria, dove, essendo continuamente messa in secondo piano da uomini meno capaci di lei, pur con un piccolo capitale, si licenzia e decide di lavorare in fabbrica, anche per allontanarsi dalla famiglia, dal marito inetto e dal figlio irricettivo ed irrispettoso.

La loro routine viene sconvolta (qui si entra nel noir) quando Yayoi, esasperata dalle ultime nefandezze del marito, lo uccide strangolandolo. Per poi chiedere alle altre tre di aiutarla a sbarazzarsi del corpo. Qui entra in gioco la leadership di Masako che prende in mano la situazione, con l’aiuto delle altre smembra il corpo del marito e lo distribuisce in varie discariche in giro per la città.

Ovvio che qualcosa va storto. Kuniko sbaglia lo smaltimento del corpo, e la polizia comincia ad indagare. Non solo, l’usuraio che la tartassa, capisce qualcosa e la ricatta. Inoltre, il marito di Yayoi aveva litigato con tal Satake, un ruffiano che venti anni prima aveva ucciso una donna e si era fatto una decina di anni di carcere. Ed è su Satake che la polizia punta, ma senza prove riesce solo a mandarlo in rovina.

La seconda parte del romanzo passa dalla sociologia alla psicologia. L’usuraio, legato alla yakuza, a fior di milioni di yen convince le quattro a continuare il lavoro di smaltimento dei corpi. Sarebbe potuto nascere un intrigo ironico, ma entra prepotentemente in scena Satake che, ormai rovinato, decide di scoprire la verità e di vendicarsi.

Cosa che farà con tutti e tutte, sino ad arrivare al culmine finale, in cui dovrà confrontarsi con Masako. Qualcuno ne uscirà, in qualche maniera, ma tutta questa parte è lenta e prende meno della costruzione piena di inventiva della prima parte e della vita quotidiana delle donne nel Giappone di fine millennio. Tra l’altro c’è un'altra freccia che lancia Natsuo, laddove nelle fabbriche alienanti delle notti giapponesi, oltre alle donne con poca fortuna, sono impiegati immigrati. Vediamo così anche la vita di Kazuo, un giapponese figlio di brasiliani che, pur non parlando la lingua, era tornato nella patria degli avi sperando in colpi di fortuna, e trovandosi invece, solo, con difficoltà di comunicazione e con la voglia di tornare in Brasile. Uno spaccato sull’immigrazione coatta molto ben congeniato.

Insomma, un romanzo forte, ma non nella parte noir, quanto e molto nella descrizione della società giapponese, laddove le scrittrici devono solo occuparsi di romanzi rosa, e non di donne che lavorano e, soprattutto, che uccidono un uomo, anche se cattivo. Talmente scandalosa l’idea di Kirino che, in una trasmissione radiofonica per parlare del suo libro, il conduttore si rifiuta di intervistarla e la allontana dallo studio.

Kirino, più che alla trama noir che diventa un pretesto, non fa che rigirare intorno al ruolo della donna in una società maschilista, dove la donna deve, e sottolineo deve, essere sottomessa, è costretta a lavorare per risanare il bilancio familiare, anche quando non può disporre dei soldi che guadagna, presi e consumati dal marito padrone. Tant’è che, così come le quattro donne descritte non fanno una figura positiva, anche gli uomini del romanzo sono negativi: il marito dilapidatore, l’usuraio, il sadico Satake, ma nemmeno il poliziotto. L’unico, a metà, è il nippo-brasiliano con la frase che riporto in fondo e che ne suggella la vita intera.

Vorrei finire, una volta tanto, con delle parole non mie, ma riportando una dichiarazione della scrittrice stessa rispetto al ruolo della donna: “Uno dei punti di partenza dei miei romanzi è la consapevolezza che nascere e vivere da donna nella società giapponese è una cosa estremamente difficile, perché la donna in Giappone non è mai se stessa, ma sempre qualcosa d’altro, il riflesso di quello che vogliono, desiderano o sognano gli uomini. Benché siano educate a scuola a credere di potersi comportare da pari in piena libertà e avanzare nella società e nei posti di lavoro come gli uomini, le donne, appena si sposano, si rendono conto che tutto questo non è vero. E allora scattano meccanismi che possono portarle a commettere atti estremi, fuori dalle norme e consuetudini”.

Alla fine, un testo non sempre riuscito ed un po’ lungo, ma di interessante lettura.

“Quindi essere soli vuol dire essere liberi?” (588)

Yokomizo Seishi “Fragranze di morte” Sellerio euro 14 (in realtà, euro 13,30)

[A: 02/03/2022 – I: 25/07/2024 – T: 26/07/2024] - &&& ---      

[tit. or.: 殺人鬼, Satsujin-sha; ling. or.: giapponese; pagine: 177; anno 1948-1958-2006]

Di Yokomizo Seishi ho già parlato in occasione delle mie prime letture, e ci torneremo più avanti. Intanto parliamo di questo piccolo libro della meritoria Sellerio. Questo testo include due romanzi brevi che hanno per protagonista il detective eponimo di Seishi, cioè Kousuke Kindaichi. I titoli dei racconti li riporto più avanti, quello sopra indicato è invece il titolo della raccolta, che includeva altri testi, ed il cui titolo complessivo è “Satsujin-sha”, cioè “assassino”, e viene pubblicato quando, trovate le carte di scritti vari dell’autore, negli anni 2000 ne viene riscoperta la bravura. Quindi l’antologia appunto esce nell’ultima data indicata.

I due romanzi, invece, sono molto precedenti. Il primo 黒い蘭 cioè “Kuroanhime” che si traduce, come indicato, con “Orchidea nera” esce a puntate in rivista nel 1948. Il secondo 香水心中

cioè “Kōsui shinjū” potrebbe tradursi con “suicido profumato” o “suicidio al profumo”, mentre i traduttori italiani preferiscono traslarlo, cercando di mantenere l’odore, con “fragranze di morte”. Un giorno, forse, ne capitò i perché. Comunque, questo secondo esce nel 1958.

Detto inoltre che è sempre interessante questa operazione di Sellerio di riproporre testi interessanti seppur dimenticati, ci si domanda sempre perché non vengano aggiunte note editoriali esplicative e magari leggermente più esaustive.

Intanto, continuano le brevi riproposizioni delle avventure del detective Kosuke Kindaichi (che poi qualcuno mi spiegherà perché a volte è indicato anche come Kousuke), l’eroe di Seishi che gli dedicò non meno di 77 tra romanzi e racconti lunghi. Qui, se qualcuno avesse chiesto meglio spiegazioni e delucidazioni, abbiamo due esempi contrapposti del detective.

Nel primo, c’è tutta una parte introduttiva, poi oltre la metà, arriva Kosuke, che capisce tutto e risolve. Nel secondo, invece, Kosuke compare fin dalle prime righe, accompagna il lettore fino alla risoluzione del caso, che però viene proposto al lettore in maniera indiretta. Insomma, qualche equilibrismo stilistico per due prove che sono non eccelse ma interessanti, sia della scrittura specifica di Yokomizo, sia dei modi narrativi del noir giapponese. Altra particolarità, in entrambi, a far da spalla a Kindaichi, c’è l’ispettore di polizia Todoroki, dove i due agiscono quasi come Holmes e Watson.

Ricordo brevemente, come citato sopra, che Yokomizo in realtà si chiama Masashi e, come tutti gli scrittori del sol levante, usa uno pseudonimo. E che, malato di tubercolosi e sfollato per la guerra, lontano dalle grandi città inizia la scrittura dei romanzi di Kindaichi, che dal ’46 in poi gli daranno fama ed onori, mettendolo nell’olimpo del giallo giapponese insieme al suo maestro ed amico Edgoawa Ranpo con Akechi Kogoro ed a Takagi Akimitsu con Kozu Kyosuke.

Il primo testo verte intorno all’identità ed alle azioni di una persona indicata per la maggior parte del testo con il suo soprannome, Orchidea Nera. Lei si presenta velata ad un grande magazzino di Ginza e lì, un po’ maldestramente, ruba di nascosto articoli vari. Un comportamento ben noto al personale che è avvertito di non intervenire, di fare note di credito dei furti e di portarle al direttore Rokusuke Kasuya. Il quale poi si reca a casa della ladra, che non è altro che la figlia cleptomane del proprietario del magazzino e da lui si fa rimborsare.

Peccato che tra il furto e quanto si ritrova ultimamente ci sia differenza (si ruba di più). Peccato che ci sia una nuova commessa, peccato che ci sia un nuovo responsabile di piano. Peccato che i due vogliano fermare la dama velata, che prende un coltello ed uccide il responsabile.

Dopo tutto questa intro, finalmente Kasuya decide di chiedere a Kindaichi di intervenire per scagionare la vera Orchidea Nera dalle accuse. Cosa che il nostro fa abbastanza in breve dopo aver passato in rassegna: il personale presente nel magazzino, le attività svolte al bar, dove viene trovato un secondo cadavere, gli interrogatori delle persone di cui sopra.

È tutto un romanzo d’atmosfera, come spesso in Yokomizo, che per l’appunto fu soprannominato il John Dickson Carr giapponese: si presentano le azioni, gli attori, e con un solido ragionamento deduttivo si arriva alla conclusione.

Un ragionamento che sta alla base anche del secondo testo, anche se è meno brillante del primo (ed in particolare mi domando come mai il volume viene titolato con questo invece che con l’altro). Poco brillante che si incarta in una serie di involuzioni degli atteggiamenti personali, spesso debitori del modo di vivere e di essere giapponese. Tra l’altro, il nostro autore, inserisce tutta una serie di elementi che dipendono dal tempo, dall’orario dei treni, dalle automobili che percorrono strade impervie, elementi che alla fine non rendono agevole la trama.

Come detto, Kindaichi e l’ispettore Todoroki compaiono sin dalle prime righe, chiamate dall’anziana Matsuyo per affrontare una qualche sua personale situazione. Il posto si trova a Karuizawa, su di una delle linee veloci che collegano Shibuya a Kanazawa (fatta più volte, paesaggi stupendi). Dopo qualche intoppo, si scopre in una villetta isolata (il posto è un luogo di vacanza per i tokyoti) un possibile doppio suicidio o omicidio-suicido.

Qui Yokomizo si imbarca in una confusa (per me) disamina delle persone coinvolte e dei loro legami. Magari per un giapponese è facile, ma tra Matsuyo, la grande patrona, i suoi tre nipoti Matsuki, Matsuhiko, Matsuko ed altri parenti, Shozo e Miyoko, la confusione è massima. Comunque, l’impiccato è Matsuki e sul letto c’è una donna strangolata Yuriko. Sulla scena compaiono tutti gli attori di cui sopra, compreso Taichi, marito inutile di Yuriko, e Miyoko, forse incinta di Matsuki.

Sappiamo poi che Shozo è innamorato di Miyoko, che Matsuki non è proprio un santarellino, e le sue marachelle le fa ricadere su Matsuhiko. Insomma, una confusione massima, dove Kindaichi prima ci fa capire che ha capito, poi, nel capitolo finale, individuato l’artefice di quello che poi è un duplice omicidio, viene a sapere che Kindaichi sa e dice, ma che il fio della colpa non verrà pagato da nessuno.

È anche questo un buon racconto, anche se, dal punto di vista del noir, l’autore non aiuta il lettore. Certo, presenta una serie di fatti, ma per la soluzione, che Kindaichi come detto sa, il povero lettore viene fornito del piatto cucinato senza poter intervenire nella cottura.

Alla fine, che dire, Yokomizo ha di certo una mano felice nel gestire le situazioni e gli intrecci, inoltre la figura di Kindaichi è ben delineata. Un personaggio che non suscita simpatia a prima vista: non è molto pulito, né particolarmente alto (vien detto altrove esattamente 1,63 cm). Ma è minuziosamente attento ai particolari, alla storia dei personaggi, ed alle loro connessioni. Riuscendo con questi elementi ad avere l’idea della soluzione. Dopo, sarà in altro modo che qualcuno arriverà a rendere palesi i suoi ragionamenti. Al massimo, lo farà lui stesso interrogando il colpevole.

Insomma, alla fine, una ulteriore prova decente del classico poliziesco giapponese.

Kenzo Kitakata “Tokyo noir” Corriere Noir 18 euro 8,90

[A: 02/12/2022 – I: 12/08/2024 – T: 14/08/2024] - && e ½

[tit. or.: , Ori; ling. or.: giapponese; pagine: 326; anno 1983]

Fino ad ora abbiamo esplorato diversi esempi classici di gialli giapponesi, di impronta per lo più deduttiva, ma anche descrittiva di certe modalità di vita locale. Negli anni ’80 però, sotto l’influenza americana, prende piede anche un filone “alla Chandler”, con spiccate caratteristiche hard-boiled. Di questo filone, uno degli esponenti di punta è Kenzo Kitakata che intorno ai suoi 35 anni comincia a pubblicare libri su libri dedicati a questa espressione letteraria.

“Tokyo noir” è uno dei migliori esempi di questa scrittura, interessante di certo, anche se a me piace fino ad un certo punto. Kitakata descrive con crudezza e fermezza il mondo di confine, la vita ai margini, ricorrendo spesso ad utilizzare la mafia giapponese, la Yakuza, come esempio eponimo di queste realtà. Purtroppo, misteriose ragioni editoriali, fanno sì che la sua opera sia scarsamente tradotta all’estero e quasi inesistente in italiano.

Tant’è che questo libro, con più di quarant’anni sulle spalle, viene proposto da una traduzione inglese (e credo che non esistano traduzioni dirette dal giapponese). Non solo, ma peggiorando la situazione, anche il titolo, che almeno in inglese era rimasto inalterato (“Ori” significa “Gabbia”, ed in inglese era titolato “The Cage”), in italiano viene stravolto per attirare i lettori con l’accento posto sul lato oscuro della capitale.

Dicevamo della Yakuza, ed è proprio da un ramo di questa che prende origine da lontano la vicenda. Un mitico criminale, Yuzo Sakurai, mette in piedi una gang, che ha discreti successi territoriali, anche per la dirittura morale e oserei dire militare del capo. Ma come tutte le piccole gang, scontrandosi con le forze centrali della mafia, viene distrutta. Si salvano i due più stretti collaboratori di Sakurai, Takayatsu e Takino. Il primo rimane a mezza strada, con contatti anche se non forti con le bande, e mette in piedi un locale, anzi un club come dicono loro, dove ci sono le solite donnine che ti invitano a bere, e dove gira, non tanta, un po’ di droga.

Kazuya Takino, invece, ne esce completamente e dopo diversi lavori, sposa la bella Yukie, e si trova a gestire un supermercato nella periferia di Tokyo. La sua vita scorre abbastanza normale, anche se la morte della figlia in un incidente stradale gli dà un primo colpo. Il secondo è quando viene invischiato in una piccola lotta di potere, dove alcune bande locali cercano di rilevare sia le diverse attività del centro commerciale, sia il supermercato di Takino. E non con le buone.

L’indole di Takino, la sua anima di ex-killer della banda, comincia a venir fuori. Con l’aiuto di un altro ex-criminale, Hirakawa, riciclatosi investigatore, sgomina i tentativi, usando anche, dove serve, la violenza imparata in gioventù. Questo ribollire, gli fa riprendere anche un’altra strada privata. Per evadere la routine, aveva a volte tradito Yukie. Ora si lega all’ultima sua conquista, la giovane Akemi, divenendone l’amante e tirandola fuori dai bassifondi in cui lei viveva.

Per completare quest’opera, si rivolge a Takayatsu, rinverdendo un legame che, forse, non si era mai sopito. Ma questo è l’inizio di una nuova spirale che non prevede fermate. Takayatsu gli chiede di aiutarlo a far scappare dal Giappone Sugimura, il numero due di un clan mafioso, insieme alla di lui amante Reiko Oweda, tra l’altro figlia del capoclan. Takino riesce a far fuggire i due verso Taipei, dove però vengono ritrovati da Oweda e uccisi.

Ma Oweda non si ferma, e per trovare i responsabili della fuga, risale a Takayatsu, che uccide dopo averlo torturato. Takino allora non ha più freni. Con l’abilità dei suoi trascorsi anni, riesce ad uccidere Oweda. Ma a questo punto non può che fuggire anche lui. Capisce che la vita con Yukie è senza sbocchi, è una delle pareti della gabbia che lo costringe in cattività. Lascia tutto, negozio, moglie e città, e si ingegna, con l’aiuto di Hirakawa, a fuggire anche lui, insieme ad Akemi, verso nuovi lidi fuori dal Giappone.

Ma ho tralasciato, volutamente, tutto un altro filone del romanzo, che confluisce verso il finale che tutti aspettiamo. Che dalla fuga di Sugimura, interviene sulla scena un poliziotto d’altri tempi, il cinquantenne Takagi, detto “Cane Bianco” sia perché ormai canuto, ma anche perché, nei momenti di tensione, canticchia un motivetto americano “Old Dog Tray”. Inciso: la canzone è del 1853, e descrive l’unico amico fedele del cantante, un cane, e dove Takagi ripete il ritornello: “Non troverò mai / Un amico migliore del mio vecchio cane”.

Takagi è uno dai mille successi investigativi, anche se a volte i suoi metodi non sono ortodossi. Ma l’intento di Kitakata è soprattutto quello di contrapporre la vita dei due. Mentre, appunto, Takino è insoddisfatto, sotterraneamente ribelle, Takagi ha una vita familiare regolare, una moglie cui è fedele, una casa dove spesso cena insieme al suo aiutante. In questa dualità risalta al meglio la differenza tra il bianco ed il nero. Comunque, come nel giallo classico che conosciamo, Takagi interviene quasi a metà romanzo, per poi diventare l’alter protagonista della seconda e risolutiva parte del libro.

Takagi conosce lo stesso mondo di Takino, ma lo usa per debellare il crimine. Tuttavia, nel cuore del lettore, si fa presto a parteggiare per Takino, a cercare di aiutarlo quando si trova in difficoltà, a sperare che circostanze ed aiuti vari riescano a depistare Takagi. Ma è ovvio che alla fine uno solo dei due uscirà vincitore, e ve ne lascio la scoperta.

Prima di chiudere, altri piccoli appunti sulla realizzazione italiana, e sul controllo ortografico. A pagina 193 compare un anodino “acuistare”, mentre a pagina 263 compare un impreciso “soddisfava”.

Kitakata, comunque, riesce a darci un affresco di una Tokyo acida, volente e fumosa, ben distante sia dal caos del centro che dalla pace dei giardini zen. Ma come dire, anche questa è Tokyo. Ed è comunque un noir che si legge bene, anche se, ma forse sono io che non amo le scene di violenza, e che non sempre riesco ad immedesimarmi in questi personaggi. Un bel libro con una sufficienza piena di lettura e di confezione (quella originale, ovvio).

Riku Onda “Il mistero della stanza blu” Repubblica Profondo Noir 24 euro 8,90

[A: 11/12/2023 – I: 15/11/2024 – T: 17/11/2024] - & e ½

[tit. or.: ユージニア, Yujinia; ling. or.: giapponese; pagine: 324; anno 2005]

Continuiamo nell’attenta lettura dei gialli che arrivano dal Sol Levante, che in genere portano novità sull’approccio al genere e sulla scrittura. Qui abbiamo una scrittrice Nanae Kumagai che per la scrittura, come usano i giapponesi, adotta lo pseudonimo di Riku Onda. Questo perché il termine Riku indica “portatore di saggezza”, mentre Onda viene da una serie televisiva giapponese avente per protagoniste tre sorelle, le sorelle Onda, di cui Nane era appassionata.

Il secondo mistero, questa volta del titolo, deriva da una parte dall’insensata traduzione italiana che, per privilegiare il lato misterioso, fa riferimento ad un elemento della trama, una stanza blu che per 320 pagine rimane un mistero. Ma l’autrice fa riferimento invece nel titolo originale a “Eugenia” che da un lato è la persona cui misteriosamente viene inviata una poesia, ma dall’altro ha un ben specificato riferimento nella dedica. La quale è rivolta al grande pianista jazz francese Michel Petrucciani “che non è vissuto abbastanza per poter vedere il Ventunesimo secolo” (essendo morto nel 1999), autore di un pezzo intitolato appunto “Eugenia” e dedicato ad una donna che Michel conquistò con il suo fascino (pur essendo affetto dalla sindrome delle ossa di cristallo), ma che lasciò improvvisamente il giorno prima di sposarla. Come ricorda Michel in un suo scritto: “Eugenia pianse a più non posso, quando le dissi che la lasciavo, ma che potevo farci, uno non può voler bene quando non vuole bene”. Non so fino a che punto questa elucubrazione concordi con il testo di Riku, ma di certo, se c’è quella dedica, qualcosa deve pur significare.

Dicevo delle particolarità della scrittura giapponese. Qui, per l’appunto, abbiamo due convergenze: una scrittura che nel linguaggio locale si chiama “honkuku”, cioè giallo classico che fornisce al lettore gli elementi per risolvere il mistero, ed uno sviluppo che, sempre alla lontana, ricalca lo schema classico di “Rashomon”, una serie di voci che raccontano l’episodio, o brani dello stesso, lasciando al lettore il compito di tirare le somme.

Ma detto tutto ciò, e prima di accennare alla trama, devo dire che il libro non mantiene le promesse. Non è facile seguire la trama, dove ogni capitolo cambia prospettiva, senza però darne una visione d’insieme. Tanto che spesso, i capitoli più che elementi che servono a dedurre il o i colpevoli sembrano messi lì per descrivere il mondo provinciale giapponese, con tutte le sue contraddizioni e tutte le sue pecche (difficoltà di comunicazione, orgoglio, rispetto e richiamo della natura). Ma soprattutto, checché ne dicano i critici, specialmente americani, non viene fuori chiaramente una soluzione univoca, come dal grande catalogo proposto a suo tempo da S.S. Van Dine. Ci sono approssimazioni, intuizioni, ed in particolare viene fatta balenare un’idea che, se fosse quella giusta, renderebbe di una debolezza unica tutto il libro. Cioè verrebbe da dire, tutta questa costruzione, tutti questi morti, per così poco?

Intanto, va detto che Riku si impegna molto a creare il castello del libro. Laddove usa tre trame temporali che si intrecciano per delineare gli avvenimenti, su tre linee temporali diverse, ma che vengono presentate tutte la presente, così che il lettore deve impegnarsi a capire quale linea sta seguendo. Ci sono la descrizione degli eventi come si verificano il giorno della tragedia, le interviste, gli appunti e lo scritto derivati dal romanzo-saggio di Makiko che descrive i fatti un decennio dopo l’accaduto ed infine le interviste registrate quasi alla Murakami in “Underground” ed effettuato trent’anni dopo i fatti.

I fatti avvengono il giorno di una grande festa a casa della famiglia Aosawa, una famiglia di spicco nella città di Kanazawa (non viene detto esplicitamente, ma si desume dal contesto). Alla festa partecipa tutta la famiglia, compresa la giovane Hisako, ultimo membro della stirpe, colpita da cecità traumatica, che presenzia a tutto quanto senza poter fare nulla, viste le sue condizioni. Un fattorino ignoto porta una cassa di bevande per i festeggiamenti, bevande che tutti bevono, e che, essendo avvelenate, provocano 17 morti, di cui 6 bambini. Non muore Hisako che non beve, e la governante, che bagna solo le labbra. Non muoiono i fratelli Saiga, amici di Hisako, che arrivano alla festa in ritardo visto che la stessa Hisako aveva pregato loro di non venire. Alcuni mesi dopo, trovano il fattorino impiccato con una lettera di confessione anche se è una confessione che appare subito monca.

Dieci anni dopo Makiko Saiga, per la sua tesi di laurea, e per scrollarsi il peso di quella vicenda, intervista gli abitanti del posto, e scrive un libro, “La festa dimenticata”, che, in modo un po’ romanzato, descrive gli avvenimenti di quel giorno. Scopriremo poi che li modifica sottilmente, magari deviando un po’ dal puro e semplice riporto dei fatti. Perché la sua intenzione è mandare un messaggio all’unica persona che, conoscendo i fatti, capisca il messaggio.

Infine, le interviste dell’oggi cercano di rimettere alcuni punti al loro posto, ma noi registriamo solo due elementi forti: molte persone implicate nella vicenda muoiono, alcune di morte naturale, alcune suicidatesi, altre di nuovo inopinatamente uccise. L’altro punto è il ritorno nella casa avita di Hisako, dopo aver vissuto a lungo in America ed aver riacquistato la vista dopo una operazione d’avanguardia.

Ma tutto il castello delle parole di Riku non ci porta a vedere la trama con la giusta serenità per apprezzarne i contenuti. Si parla d’altro, accennando a volte a quel giorno fatale. Inoltre, e mi ripeto, la soluzione adombrata nel finale la trovo molto superficiale.

Si dice che Riku abbia preso spunto per la sua trama da quella che, localmente, viene chiamato l’incidente di Teigin, dove, il 26 gennaio 1948, Sadamichi Hirasawa entra in una banca, convince i presenti a bere un prodotto utile ad immunizzare i presenti da un’epidemia di dissenteria presente nella zona. Il prodotto è avvelenato, e muoiono dodici persone. Io ritengo che Riku sia stata anche influenzata dall’attentato avvenuto il 20 marzo 1995, dove, usando un gas nervino, il sarin, una setta fanatica uccide tredici persone innocenti all’interno della metropolitana di Tokyo.

Ripeto e chiudo, una bella scrittura che sa maneggiare un evento complesso, ma non un libro giallo né un libro interamente compiuto.

Isaka Kotaro “La vendetta del professor Suzuki” Repubblica Profondo Noir 9 euro 8,90

[A: 28/08/2023 – I: 11/04/2025 – T: 12/04/2025] - &&&

[tit. or.: グラスホッパー, Gurasuhoppā; ling. or.: giapponese; pagine: 316; anno 2004]

Isaka Kotaro è un poco più che cinquantenne scrittore giapponese, specializzato nel genere mystery o giallo o noir (una definizione univoca non è semplice). Cioè in scritti che prevedono morti, misteri ed altre amenità. Con la particolarità di avere una sottile dose di ironia che sottace tutte le vicende. Avendo tutti e tre i suoi libri editi in Italia, ho fortunatamente deciso di cominciare non dal più famoso (“I sette killer dello Shinkansen”), ma dal più antico, questo, scritto più di venti anni fa.

Leggendo poi i commenti che nel tempo hanno accompagnato i suoi scritti, sono contento della scelta fatta, che credo, nel mondo di Isaka ci sia una specie di esistenza globale di personaggi  galleggianti sul limitar tra la vita normale e la malavita.

Intanto, già da questo, come per tutte le sue opere tradotte sia in italiano che in altre lingue, assistiamo al travisamento del titolo originale, con i soliti intenti di spingere i lettori ad acquistarne, mentre in genere la gente dovrebbe essere attratta non dal titolo ma dalla trama. Vediamo così parlare inopinatamente di vendetta e del professor Suzuki, che ci sono nella trama, con il loro peso importante, mentre il buon Isaka ci parlava di “cavallette” (usando tra l’altro la traslitterazione giapponese del termine inglese “Grasshopper”)

Comunque, a prescindere dalle pretese editoriali extra-giapponesi, il libro è gradevole, curioso, spiazzante. Con l’unica pecca, forse, che il finale è un po’ frettoloso e lascia (volutamente?) qualche punto di domanda che rimane sospeso. Ma la scrittura dell’allora trentenne Isaka è fresca, riuscendo a mescolare, in salsa wasabi, momenti alla Tarantino con puntate riflessive quasi alla Agatha Christie.

Come pare sia anche nei suoi libri successivi, e ne riparleremo alla loro lettura, Isaka adotta spesso una prospettiva multipla per descrivere la vicenda. In questo caso, abbiamo tre personaggi che si contendono i capitoli, narrando la loro parte di vicenda che, ad un certo punto, si sovrappone e si completa con la vicenda delle altre persone.

Quello che per la maggior parte del tempo occupa le scene, motore primo della vicenda, è il professor Suzuki. È il classico “borghese piccolo piccolo” di Cerami, con un tocco di Stan Laurel in più. Tempo prima un SUV guidato spericolatamente dal figlio di un grande boss della malavita, il signor Terahara, travolge e uccide la moglie di Suzuki. Che da quel momento pensa solo ad architettare la vendetta. Si licenzia dalla scuola, si fa assumere dall’organizzazione di Terahara, che, con la scusa di vendere cosmetici, in realtà imbottisce gli stessi di droghe che rendono dipendenti le malcapitate che ne fanno uso.

Il gruppo di Terahara, oltre a diversi tipi loschi, comprende il figlio, Hyoko, una signorina che organizza le attività, ed un gruppo di figuranti, chiamato la Compagnia Teatrale, che si incarica di creare diversi e scenari vari per permettere ai cattivi di portare avanti le loro malefatte. Suzuki, pur essendo nel gruppo da tempo, è sempre visto con sospetto, ma sta per avere un colpo di fortuna: Hyoko rapisce due giovani e, per verificare la fedeltà di Suzuki, gli dà una pistola per ucciderli. In quel mentre arriva Terahara jr, così che Suzuki potrebbe sparargli, ma non fa in tempo che qualcuno spinge il giovane in strada e questi viene travolto e ucciso da un SUV.

Ora si scatena la sarabanda ideata da Isaka, piena di gente con dei soprannomi significativi.

C’è lo Spingitore, che appunto è specializzato nello spingere la gente sotto auto o treni. C’è il Balena, un essere mastodontico, che con la psicologia riesce a convincere al suicidio le vittime che gli commissionano. C’è il Cicala, fastidioso come l’insetto, specializzato nello sterminare famiglie a sangue freddo, con il dubbio che lo assale per tutto il tempo se sia lui a condurre il gioco o se lui sia solo una marionetta.

Suzuki vede lo Spingitore togliergli la vendetta, e lo insegue, scovandone il nascondiglio, ed instaurando con lui e la sua famiglia (moglie e due figli) momenti comico-ironici di buona fattura. Balena, mentre fa suicidare il segretario di un politico, vede la scena dall’alto. Cicala, dopo un nuovo massacro, si domanda quanto sia appunto eteroguidato. Poiché il politico però non è tranquillo commissiona a Cicala l’uccisione di Balena. Ma Balena intuisce l’inganno e fa suicidare anche il politico. Cicala, trovatosi senza l’oggetto del suo lavoro, decide di mettersi in piazza e scovare ed uccidere lo Spingitore.

La gang di Terahara sta sul collo a Suzuki per trovare la tana dello Spingitore, inscenando un teatrino con la Compagnia Teatrale, dove Suzuki abbocca. Ma mentre sta per essere torturato, arriva Cicala che lo salva. Ma solo per cercare di trovare lo Spingitore, che Suzuki è il solo che conosce il luogo. Fortuna che lo Spingitore arriva, salva Suzuki, mentre Balena arriva sul luogo e per una serie di disguidi, decide di uccidere Cicala.

Lo Spingitore poi confessa che lui è stato ingaggiato da qualcuno per fare quello che ha fatto, che la moglie ed i figli sono anche loro parte della messa in scena, così come i due giovani che all’inizio Suzuki doveva uccidere. Per altri passaggi di una casualità strabiliante, Suzuki si ritrova nel luogo dove si aggira Balena, in preda ai fantasmi di tutti i suicidi perpetrati. Ed anche qui, con momenti forse troppo veloci, muore anche Balena, e tutti spariscono.

Si salva solo Suzuki che troviamo mesi dopo accettare una supplenza e … non vi dico altro, ma godetevi questa storia strampalata di killers sconclusionati, ossessionati, sfortunati. Dove, come diceva il grande commissario De Angelis, l’unica cosa che possiamo notare è l’intervento del caso che ci porta a risolvere i casi.

Prima di chiudere un piccolo inciso. Lo Spingitore, nella versione giapponese, è indicato con “oshiya”, che è il termine tecnico corretto di una particolare lavoro: quello di spingere la gente, per assicurarsi che ogni passeggero sia salito a bordo della metro e non rimanga impigliato nelle porte. Penso che, chi sa di Giappone, potrà cogliere altri piccoli inserti ironici.

Quindi, a parte il veloce finale, direi che Isaka è un autore che merita di essere seguito.

“L’infelicità del mondo è causata per lo più da qualcuno che è stato troppo ottimista.” (204)

Con questo ritorno di maggio, andiamo ad esaminare i libri di febbraio (sotto media per il viaggio peruviano). Dove spiccano su tutti tre “D”: Joan Didion (il migliore), Daša Drndić e John Dickson Carr. Mentre per motivi diversi un’altra “D” va verso il fondo: un libro complesso ma non nelle mie corde di Friederich Dürrenmatt.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Friederich Dürrenmatt

La valle del caos

Einaudi

s.p.

1

2

Ian McEwan

Cortesie per gli ospiti

Einaudi

12

2

3

Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini

Acque Torbide

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

4

Antonino Genovese

Scirocco e Zagara

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

5

Claudio Morandini

Le pietre

Repubblica Montagna

9,90

1

6

Joan Didion

L’anno del pensiero magico

Il Saggiatore

s.p.

4

7

Giancarlo De Cataldo

Colpo di ritorno

Einaudi

13

2,5

8

Georges Simenon

Il sospettato

Repubblica

9,90

3

9

Michael Connelly

La fiamma nel buio

Pickwick

10,90

3

10

Daša Drndić

Leica format

La nave di Teseo

22

4

11

Giancarlo De Cataldo

Il bacio del calabrone

Einaudi

s.p.

2

12

Valerio Evangelisti

Nicholas Eymerich, inquisitore

Mondadori

6,99

2

13

John Dickson Carr

Le tra bare

Polillo Editore

13,90

4

14

Nicoletta Verna

I giorni di Vetro

Einaudi

s.p.

3

15

Alice Basso

Scrivere è un mestiere pericoloso

Garzanti

6,90

2,5

Prima di passare ad alcune considerazioni generali, per contrappasso, vorrei citare alcuni passi di un bellissimo libro di Graham Greene. L’interessante “L'americano tranquillo”, che ci dà sicuramente da pensare. Sia sull’atteggiamento americano in giro per il mondo, sia sull’amore ed il passare del tempo.

“- Tu e i tuoi colleghi state cercando di fare una guerra con l’aiuto di gente che non ha interesse a farla. – Non vogliono il comunismo. – Vogliono riso a sufficienza … Vogliono poter diventare un giorno come chiunque altro. Non vogliono i nostri visi pallidi intorno a loro a insegnarli cosa devono volere.” (109)

“Immaginai di essere altrove … quando ero giovane e potevo stare alzato tutta la notte senza che mi venisse la malinconia, e quando i sogni prima del risveglio erano pieni di speranza e non di paura.” (116)

“Alla mia età il problema non è il sesso, è la vecchiaia e la morte. Quando mi sveglio penso a queste cose, non a un corpo di donna. Non voglio passare i miei ultimi dieci anni da solo, tutto qui.” (121)

“Essere innamorati significa vedere noi stessi come ci vede qualcun altro … In amore siamo incapaci di onore, qualunque atto di coraggio non è che la parte di una recita per un pubblico di due persone.” (130)

Eccoci allora di nuovo qui, dopo un bellissimo viaggio in Argentina, rattristato da due mancanze. Una pubblica, quella di Papa Francesco, ed una privata, essendo venuto a mancare per un fulminante tumore alla milza il nostro amato cane Argo. Nonostante ciò, e nonostante tutto, siamo qui. Ed io vi abbraccio.

 

 

domenica 13 aprile 2025

Scrittura al femminile - 13 aprile 2025

Un giorno o l’altro verrò citato come “uncorrect”, per ora tuttavia, consentitemi di donarvi cinque trame scritte da altrettante esimie scrittrici. Di cui, devo dire, tre di livello veramente elevato. Joan Didion con l’elaborazione del suo grande lutto, Daša Drndić con il suo puzzle di un mondo croato e Gabrielle Zevin tra amore e videogiochi. E sempre ringrazio Cordelli ed il NYT per i loro suggerimenti. Il tutto condito da un buon romanzo italiano di Nicoletta Verna ed un romanzo da grande relax di Kate Thompson, con il suo grande messaggio da condividere: leggete di tutto, poi se ne può parlare e criticare.

Kate Thompson “Sotto le strade di Londra” Garzanti s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 03/10/2024 – I: 23/11/2024 – T: 25/11/2024] - && --     

[tit. or.: The Little Wartime Library; ling. or.: inglese; pagine: 383; anno 2022]

Ho avuto un po’ di difficoltà ad inquadrare la scrittrice che di Kate Thompson ce ne sono diverse, tutte anglofone, ma alla fine, visto che questo dovrebbe essere il suo primo libro, mi sono orientato su quella più giovane. Che risulterebbe giornalista free lance nonché ghostwriter (anche se non si sa per quale autore). Anche se, vista la delicatezza con cui parla dei bambini poteva anche essere confusa con l’irlandese scrittrice per l’infanzia.

Comunque, visto anche le disquisizioni finali del libro, la cura con cui sono stati reperiti i materiali per il romanzo, e la facilità di scrittura, pur non essendo un libro che stravolge il lettore, è di certo una lettura agile, che, battendo alcuni tasti non banali, tende a sottolineare, in varie forme, l’importanza di leggere. E di leggere tutto, senza censure.

Pur se romanzata, quindi, la vicenda si basa su tre avvenimenti reali avvenuti a Londra durante la Seconda guerra mondiale. Il primo, il 7 settembre 1940, quando una bomba tedesca si schianta sul tetto della Biblioteca Centrale di Bethnal Green, distruggendola in gran parte. La seconda, una notte di marzo del 1943, quando 173 persone morirono in una calca umana sui gradini irregolari che scendevano al rifugio dopo un grande scoppio in superficie. La terza relativa al 27 marzo 1945, quando una bomba V2 distrugge un caseggiato vicino a Bethnal Green, le Hughes Mansions, uccidendo 134 tra uomini, donne e bambini.

Dopo la prima bomba, la biblioteca, per merito dei due responsabili il bibliotecario George F. Vale e il suo vice, Stanley Snaith, viene trasportata e ricostruita nella fermata ancora in disuso della metropolitana di Londra a Bethnal Green. Kate, per esigenza di storia, modifica i due personaggi sostituendoli con due donne, Clara Button e Ruby Monroe. Le due che diventano le voci narranti del libro, a capitoli alterni.

Il secondo episodio serve per umanizzare Ruby inventando la morte della sorella nella calca (una calca su cui torneremo che nasconde un episodio interessante). La terza, infine, è motivo per narrare prima la perdita e poi il ritrovamento di due attrici non protagoniste del romanzo, Marie e Betty, nonché il ruolo assunto da Billy, uno dei protagonisti di secondo livello.

In questo contesto quasi storico, la scrittrice ci fa seguire appunto le vicende di Clara e Ruby. La prima, vedova, gestisce la biblioteca, legge favole ai bambini rifugiati nella metropolitana, e cerca di sviluppare le coscienze attraverso la lettura. Sola a lottare contro i maschi al potere, avrà aiuto prima di tutto da Billy, un obiettore di coscienza con qualche punto oscuro alle spalle, ma tra i due si svilupperà, com’è ovvio, una storia d’amore con probabile lieto fine. Ed i secondo luogo dai bambini, sia quelli della lettura, sia da due bimbe fuggite dalla Francia occupata, con le quali si svilupperà una forte storia di reciproco aiuto e amicizia.

Ruby è invece lo spirito libero, che dà da leggere libri sulla contraccezione e sull’emancipazione femminile (tra cui l’allora famoso, anche se oggi dimenticato, “Ambra” di Kathleen Winsor), e dopo molte storielle, si innamora di un soldato americano di passaggio. Ci si domanda subito se anche qui si avrà un lieto fine, e se, soprattutto, Ruby riuscirà ad elaborare il lutto per la morte della sorella.

Le nostre due donzelle servono però da catalizzatrici anche di molte altre storie che avvengono nei rifugi sotterranei della metropolitana. C’è il rapporto quasi da femminicidio tra la madre di Ruby ed il suo secondo violento marito. Ci sono le storie del “Topi della Metro”, ragazzi della classe operaia che si aggirano nel sottosuolo, tra cui l’acuto Sparrow, che impara a leggere con l’aiuto di Clara. C’è il dramma di Mr. Pepper che perde la vista e la moglie in un bombardamento. E c’è la direttrice del rifugio, Mrs. Chumley, combattiva ex-suffragetta.

Quello che Kate ci vuole illustrare comunque, attraverso tutti i personaggi e le loro storie, sono alcuni temi vitali: l’orrore della guerra, l’elaborazione del lutto, la lotta per la sopravvivenza, la speranza che non deve mai morire. Avendo come filo conduttore l’importanza delle biblioteche, sia allora quando difficile era poter avere soldi per i libri, sia ora con la loro funzione sociale di aggregazione.

Tuttavia il libro è forse troppo pieno di storie, troppi personaggi che a volte sono dimenticati, a volte ritornano. Troppo per un solo libro, una narrazione più asciutta avrebbe giovato, anche se la scrittura giornalistica della scrittrice aiuta a seguire (quasi) tutto con facilità.

Volevo tornare sul punto lasciato in sospeso. Perché se due sono le bombe cruciali per la storia, la vicenda della calca che uccise quasi duecento persone è esemplare. Perché non era scoppiata una bomba, ma l’esplosione era dovuta a dei test di nuovi missili antiaerei che il governo stava provando nel vicino Victoria Park. Il governo soffocò immediatamente il disastro, secretandolo ma lasciando nello sgomento i poveri sopravvissuti che per anni non capirono cosa fosse avvenuto. Mi sembra che la storia continui a ripetersi, rimanendo purtroppo sempre tragedia.

“La vita è fatta di scelte perlopiù banali, ma prima o poi arriva il momento di prendere una decisione così devastante che non sai nemmeno da che parte girarti.” (307)

Joan Didion “L’anno del pensiero magico” Il Saggiatore s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 07/01/2025 – I: 10/02/2025 – T: 13/02/2025] - &&&&     

[tit. or.: The Year of Magical Thinking; ling. or.: inglese; pagine: 236; anno 2005]

Joan Didion era sempre stata una scrittrice che mi romanzava nella testa, dove mi chiedevo perché non ne avessi letto, pur sapendo che possedeva una bella scrittura, dove univa alle capacità narrative una buona dose di giornalismo, derivata dai suoi lunghi anni di partecipazione a riviste e giornali, nonché, mi ricordavo, anche al sodalizio con il marito e giornalista John Gregory Dunne.

Ma solo ora, sotto la spinta dei suggerimenti di Franco Cordelli, ho avuto l’animo di prendere in mano un suo libro. E che libro! Un colpo di fulmine. Un libro talmente doloroso da essere bellissimo. Un libro che mi ha fatto riflettere dalla prima all’ultima riga. Un libro che non è facile leggere, ma che tutti dovete leggere.

Intanto faccio mente locale che, antropologicamente, il pensiero magico è definito come la convinzione che determinate azioni possano influenzare eventi quando non esiste una connessione causale empirica tra di essi. Possiamo quindi tradurlo pensando che se una persona spera in qualcosa abbastanza o compie le azioni corrette, allora un evento inevitabile può essere evitato.

E Joan entra in questo “anno del pensiero magico” il 30 dicembre 2003. Lei e John Gregory Dunne, suo sposo da quarant'anni, tornano nella loro casa di New York dall’ospedale dove è ricoverata la loro figlia, Quintana Roo, in rianimazione per le complicazioni di una polmonite. Si mettono a tavola e mentre Joan prepara l’insalata, John ha un infarto e muore all'improvviso.

Per mesi, Joan vive come in una bolla sospesa, poi riprende in mano un suo diario e tra il 4 ottobre ed il 31 dicembre 2004 completa questo libro, con i suoi pensieri sparsi e con gli appunti presi durante il ricovero della figlia, che non si riprende mai definitivamente. Tanto che il 26 agosto 2005, Quintana Roo Dunne Michael muore di pancreatite.

L’attacco del libro è così fulminante nella sinteticità di quanto riesce ad esprimere che lo voglio condividere anche in questa trama:

“La vita cambia in fretta.

La vita cambia in un istante.

Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”

Il libro, saltando avanti e indietro nel tempo, avanti e indietro nei ricordi, da un lato porta avanti con spietata lucidità l’analisi di tutto quello che succede dopo aver subito una perdita. Dall’altro, non si tira indietro, che parla (anche) della malattia della figlia, degli ospedali, del senso di impotenza di fronte alle malattie.

Ma quello che mi rimane è la bellezza dei ricordi che affiorano come bolle, la descrizione di tutte quelle giornate trascorse in casa, ognuno a scrivere per proprio conto, ma poi anche per confrontarsi su qualsiasi cosa venisse in mente. Esce fuori quel sentimento che la morte, il lutto, la malattia, sono sempre (possibilmente) presenti anche se vorremmo tenerle lontano il più possibile. Ma a volte, è bene confrontarsi, entrare nella spirale della malattia stessa, e capirne i possibili conforti (pochi, è vero, ma ci torneremo).

Perché quando entra nel lutto, Joan ricorda, ripercorre tutto il loro sodalizio di vita e di professione, i forti legami di amicizia che avevano costruito attorno a loro, la casa sulla spiaggia a Malibu, le cene fuori, le passeggiate al Central Park. E Joan, a volte, si trova in testa pensieri che poi razionalmente non può che respingere. Non vuole buttare le scarpe del marito, anche se è già stata fatta l’autopsia, perché se lui dovesse tornare, come farebbe senza le scarpe? E poi ci si rende conto che lui non può, non potrà mai più tornare.

All’inizio poi, Joan cerca di essere dura, di resistere, di non far vedere il proprio dolore. Ma alla fine ben presto capisce che quando si percepisce l’esistenza di quel vuoto incolmabile, allora abbiamo anche il diritto di piangerci un po' addosso.

E tornando a quei momenti di possibile conforto, o sconforto, lei, noi, tutti quelli che hanno subito un lutto, cominciamo realmente a sentire sulla pelle una serie di domande, che non avranno mai più risposta. Ho apprezzato abbastanza quel momento di intimità? Ho davvero capito cosa volevi dirmi? Abbiamo fatto le scelte giuste? Che cosa resterà di noi, dopo?

A Joan, ed anche nella mia mente verso i miei cari passati, penso (spero) rimarrà la memoria dei momenti felici vissuti. E mentre leggevo, mentre pensavo alle frasi della scrittrice, veniva terribilmente voglia di prenderti la mano e ricordare, ad uno ad uno, tutti i passi che si sono fatti insieme. Quindi, come avete capito, un libro che fa tanto male, ma che è scritto in maniera sublime.

“Tutto procede come al solito e poi scoppia un gran casino.” (133)

“Il necrologio di uno scrittore, secondo William Faulkner, dovrebbe essere ‘Ha scritto dei libri, poi è morto’” (150)

“Eravamo entrambi incapaci di immaginare la realtà della vita senza l’altro.” (204)

Daša Drndić “Leica format” La nave di Teseo euro 22 (in realtà, scontato a 18,70 euro)

[A: 09/12/2024 – I: 09/04/2023 – T: 10/04/2023] - &&&&

[tit. or.: Leica format; ling. or.: croato; pagine: 419; anno 2003]

Un’altra bella seppur difficile lettura di uno dei libri proposti da Franco Cordelli come esempi eponimi di questo secolo. Una scrittura dovuta, più di venti anni fa, alla penna di una scrittrice croata, Daša Drndić, ma che leggo solo ora, a quasi sette anni dalla scomparsa dell’autrice.

Tra l’altro, non è che la letteratura croata sia piena di grandi nomi (a meno a mia memoria) né la mia biblioteca ne presenta esempi (anzi, forse solo il giornalista Drago Hedl). Quindi mi sono calato in questa lettura con interesse, che è stato premiato. È un testo non facile, ma Daša riesce a portarci su e giù per le pagine e su e giù nel tempo, con un’indubbia maestria, fors’anche dovuta ai lunghi anni di presenza radio-televisiva nelle emittenti di Belgrado.

Il testo, in realtà, non può avere una sua classificazione. Né romanzo né saggio, ci si può solo agganciare al titolo che ci rimanda ad uno storico apparecchio fotografico, così che vediamo le pagine scorrere come un collage di fotografie, a volte di gruppo, di sfondo, in primo piano, virate in seppia come le foto antiche (o con quei bordini dentellati bianchi come le prime foto dell’album di mia madre). Sono foto che ci presentano, senza soluzione di continuità, fatti accaduti e documentati insieme a storie di invenzione pura, ma di grande fascino narrativo.

Il tutto a ricomporre il puzzle di un mondo, che identifichiamo con la terra croata, vista da tanti angoli diversi, e che, dalla giustapposizione delle foto, riesce vivido e reale. Passiamo così di storia in storia, senza chiederci più cosa siano in realtà, ma capendo che servono a formare questo grande affresco. Di una terra che Daša ha sempre amato, ed in cui è sempre tornata, pur dopo anni di insegnamenti americani. E ne sentiamo le forti radici nell’ultima dimora che lei sceglie per l’ultimo ventennio della sua vita. Dove, appunto, si ferma nella Fiume istriana (Rijeka in croato).

Veleggiamo allora nella mente tra la storia di Antonia Host che dalla Croazia emigra in Puglia, si inventa (o crede fermamente) una diversa identità, ritorna ad essere la pianista della sua gioventù fino a che una sconosciuta le mostra come la sua identità sia una menzogna, e con la testa che svanisce viene ricondotta alla vita che aveva fuggito. Una fuga? Certo, perché in fondo tutte le storie sono fughe, che lasciano dietro di sé scie non sempre comprensibili.

Come nella lunga storia di Ludwig Jakob Fritz, dottore libertino che giunge a Fiume nel 1911 per imbarcarsi verso l’America. E mentre ce ne narra, mille storie si agglutinano alla sua. La sua, che forse prende la sifilide da rapporti poco protetti. Che si coagula in libri lasciati su di un comodino, venduti ad un antiquario, ritrovati dall’io narrante insieme ad una foto di una giovane che forse ora è la quasi centenaria che muore al quarto piano dello stabile. Ma Ludwig potrebbe essere il demente Luigi fratellastro di nonna Ana. E serve ad un excursus su rapporti sessuali, protezioni ed esperimenti medici su uomini sani. Esperimenti che fecero di certo anche in America, ma che servono a dare il via ad una lunga e dolorosa storia delle torture dei nazisti nei campi di concentramento, finendo nel grido di dolore della triste storia del piccolo Sergio De Simone.

Come dirà anche in altra sede, una serie di narrazioni che servono a farci presente come: “La storia ricorda i nomi dei criminali, mentre i nomi delle vittime vengono dimenticati”.

Sono microstorie quelle dei tanti emigrati croati che sbarcano (e spesso muoiono) ad Ellis Island. Sono grandi ferite il ricordo di un ospedale austriaco che ancora conserva risultati di esperimenti eugenetici intrapresi durante il nazismo. Sono momenti di beckettiana memoria le piccole vicende di un uomo completamente sordo. Sono istantanee delle città rimaste nella memoria dell’io narrante: Fiume, ovviamente, ma anche Vienna, Zagabria, Belgrado. Con quel richiamare sempre, da parte dell’autrice, ad una identità slava che doveva eliminare tutte quelle divisioni imposte tra serbi, croati, dalmati, sloveni, bosniaci, montenegrini, istriani. Laddove sentiamo tutto il dolore che si può provare sbagliando le parole e sentendosi emarginare. Quando ad esempio la voce narrante, entrando in un negozio, chiede di comperare un portafoglio usando la parola serba, ed il commesso croato non la serve.

Molti, oltre a quelli adombrati in questi sketch che mi sono rimasti impressi, sono gli altri bersagli di Daša, ma sempre riconducibili all’illimitata follia umana, dove la perdita della memoria dei fatti porta ad una ripetizione di azioni che non possono che essere condannate. Come ci ricorda qui e altrove, “Non ci sono piccoli fascismi, non ci sono piccoli, benigni nazismi”. E sottolineo, perché di un’attualità sconcertante, la parola “benigni”.

Per essere a volte più leggeri, ma non tanto, mi ha preso e rapito con sé il suo girovagare per la città di Fiume, leggendo i nomi delle vie, ricostruendone la storia, le modifiche imposte dai regimi che di volta in volta pretendono di guidare e sottomettere con i nomi delle storie che rimangono legate alle pietre, al di là dei nomi stessi. Ricordo, per inciso, a nomi romani che Piazza Esedra cambiò nome nel 1960 in Piazza della Repubblica (in vista delle Olimpiadi romane), ma che per noi romani doc rimane e rimarrà Esedra.

Come dicevo, un libro difficile, visto che non c’è un filo conduttore stabile. Un libro che dà pugni allo stomaco quando si immerge nelle aberrazioni passate ed attuali. Una per tutte: la storia della madre dell’io narrante, della sua prigionia e delle torture subite dagli ustascia. Un libro che non dà speranze, ma che solo e sempre ci ricorda che non dobbiamo dimenticare. Mai!

“Non puoi svegliare chi finge di dormire.” (401)

Nicoletta Verna “I giorni di Vetro” Einaudi s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 07/01/2025 – I: 25/02/2025 – T: 27/02/2025] &&&   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 436; anno: 2024]

Qualcuno, e purtroppo a volte la memoria ha dei buchi giganti, mi aveva suggerito di leggere questo libro. Cosa che ho fatto, anche perché, seppure solo al dodicesimo posto, compare  nella lista dei migliori libri pubblicati nel 2024, compilata a cura de “La lettura”, l’inserto libri del Corriere della Sera.

Devo subito dire che, pur con qualche limite, è stata una buona lettura, sorretta tra l’altro da indubbie capacità narrative messe in mostra dalla scrittrice, ancora non cinquantenne, ma di sicuro esperta nel trattare le parole, visto che si occupa di web marketing editoriale a Firenze. Dove è emigrata dalla natia Forlì. Ed è proprio nel forlivese che ambienta questa storia, che abbraccia un lungo periodo (una ventina d’anni, o poco più) fondamentale per la storia d’Italia.

Dico subito che uno dei limiti, per me, è il dualismo vocale delle protagoniste. Mi spiego: la vicenda è narrata in prima persona da due donne (e ci può stare), tuttavia, dopo che per un centinaio di pagine seguiamo una vicenda, ecco che si inserisce la seconda voce. Con un narrato ovviamente diverso, ma che per un po’ lascia interdetti: e mo’ chi è che parla?

L’altro è il fatto che la copertina, come usuale, riporta il titolo in maiuscolo, e se si va subito alle prime pagine, si salta la titolazione ufficiale che replica il titolo così come l’ho riportato in alto. Perché, se è vero che tutta la vicenda parla della fragilità della vita (che può andare in frantumi come un bicchiere di vetro), è anche vero che, nella seconda metà, un ruolo importante riveste un gerarca fascista soprannominato Vetro, in virtù dell’occhio di vetro rimediato durante la guerra in Abissinia. Certo, credo che questa ambiguità sia stata volutamente cercata dalla scrittrice, anche se il ruolo di Vetro è forse di catalizzatore di avvenimenti. Mentre a me, un titolo come quello riportato, avrebbe fatto pensare a Vetro come protagonista in soggettiva del libro, cosa che non è.

Per venire alla trama in sé, come detto siamo nel forlivese, ed in particolare, gran parte della vicenda si svolge a Castrocaro. Lì è radicata, sebbene in periferia, la famiglia di Adalgisa, donne forte e fumantina, sposa di Primo, un fascista della prima ora. I due non riescono a far vivere i figli appena nati, che tre ne muoiono nei primi giorni di vita. Solo grazie ad una specie di santone locale, nasce e sopravvive Redenta, anche se, come predisse il santone, avrà una vita scalognata.

Redenta nasce il 10 giugno del 1924 (mio padre non aveva ancora un anno), il giorno dell’assassinio di Giacomo Matteotti da parte dei fascisti. Già non certo un segno positivo. Poco dopo nasce anche la sorella Marianna, ma entrambe dovranno andare da nonna Fafina, che Adalgisa deve scontare alcuni anni in prigione per aver quasi ucciso il marito prima delle nozze (una storia laterale che tralasciamo).

Redenta non parla, ma fa amicizia con Bruno, uno degli orfani che la Fafina tiene in casa per rimediare qualche soldo. Inoltre, si prende la polio, cui sopravvive, anche se avrà un piede zoppo che l’accompagnerà per tutta la vita. Come per tutta la vita l’accompagnerà il suo amore per Bruno, anche quando Bruno scompare, anche quando riappare in modi inusuali, anche …

Intanto, il padre fascista, tornato dall’Abissinia, la concede in sposa al suo comandante, il Vetro di cui all’inizio. Una persona in ogni caso (fascista o meno), violenta in tutte le sue manifestazioni, pubbliche e private. Ma Redenta, consapevole del suo essere “sciagurata”, reagisce a tutto ciò come un giunco. Si piega a tutti i venti, ma non si spezza, anzi…

Sull’altro versante seguiamo la storia di Iris, figlia di una maestra e maestra a sua volta, ma le scarsezze economiche la costringono a partire dal paesino di Tavolicci, e riciclarsi domestica a Castrocaro. Fortuna che la famiglia è ottima, compreso Diaz il tuttofare. Tutti anche antifascisti. Così che, quando scoppia la guerra partigiana, Diaz sale sui monti, con Iris e con altri emiliani, dando vita ad una delle tante formazioni partigiane dell’epoca.

Una formazione che avrebbe potuto cambiare la storia, perché, purtroppo, per una serie di motivi che vi lascio leggere, non riesce ad organizzare un attentato al Grand Hotel di Castrocaro, il giorno in cui i gerarchi fascisti scampati alle prime retate post 25 luglio, decidono di costituire la Repubblica Sociale Italiana, e di allearsi ai tedeschi per mantenere il controllo sull’Italia.

Seguiamo l’alternarsi delle vicende di Redenta e di Iris, che si intrecceranno, in maniera sempre più contorta, con le vicende di Vetro, di Bruno, di Diaz, dell’Italia tutta. Potrebbe anche essere uno spoiler, ma volutamente è abbastanza criptico da lasciarvi il tempo di leggere anche la fine del libro. Che personalmente non mi ha soddisfatto, troppi punti saltati o sorvolati, troppi momenti lasciati (anche) all’interpretazione del lettore.

La sapiente penna di Nicoletta Verna riesce a farci seguire le vicende aspettandone il concatenarsi. E nelle more, ci parla della dura vita contadina e della guerra, delle violenze e dei soprusi del fascismo e dei fascisti. Tra l’altro ricordandoci una delle più turpi vicende del luogo, dove il 22 luglio del ’44, un reparto di SS italiane, compie un eccidio nella località di Tavolicci, uccidendo 64 civili, tra cui una ventina di bambini sotto ai dieci anni. Tanto dolore, quindi, pervade tutte le pagine, ma anche, sottesa a tutto, la speranza che quel sangue, quel dolore, quelle indicibile sofferenze, personali e collettive, che allora erano state (purtroppo) necessarie, non lo siano più.

Una speranza che, vista con gli occhi di oggi, è solo una speranza.

Gabrielle Zevin “Tomorrow, and Tomorrow, and Tomorrow” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 8,55 euro)

[A: 23/11/2024 – I: 03/03/2025 – T: 05/03/2025] - &&&&---

[tit. or.: Tomorrow, and Tomorrow, and Tomorrow; ling. or.: inglese; pagine: 441 anno 2022]

Se non fosse stato indicato nei primi cento libri di questi primi venticinque anni del secolo, non credo che lo avrei letto. Ed avrei fatto male, che, pur non essendo sempre in sintonia con i miei pensieri letterari, è una prova interessante di una scrittrice “mix-americana”, dove, con una scrittura discretamente coinvolgente, ci costringe a fare un buon giro nella mentalità americana, e nei sentimenti tra le persone.

Intanto, per il mix di cui sopra, Gabrielle nasce da padre americano di origini ebree ashkenazite (nonni slavi) e da madre coreana. Una radice personale che si rivede in parti di questo libro, laddove Sam ha radici coreane e Marx giapponesi. Inoltre, i genitori di Gabrielle si conoscono durante gli studi nel Connecticut, da dove, entrambi, vanno poi a lavorare in IBM. Anche questo un tratto che si riversa a piene mani in questo scritto, dove molto è centrato sui computer, ed in particolare sui videogiochi.

Ma allora, bisogna essere un appassionato conoscitore di videogiochi per apprezzare questo libro? In realtà, sì e no. Cioè, se conosci il mondo del “gaming” puoi apprezzare meglio alcuni passaggi, se non lo conosci, la storia è talmente ben scritta che puoi farne a meno di capire i meccanismi interni.

Intanto, come riportato dalla strofa finale, il titolo viene dal quinto atto del Macbeth di Shakespeare, riportando il famoso soliloquio di Macbeth che, alla morte della moglie, si abbandona alla triste riflessione sul senso vacuo della vita e di tutte le azioni che la costellano. Tutti atti insignificanti che puntano al raggiungimento di obiettivi che non hanno alcun reale valore. Un titolo da contrappasso, che Gabrielle vuole dimostrare in tutto il libro il contrario.

Per farlo ci narra la storia di tre ragazzi americani per un periodo di oltre trent’anni. In realtà, il focus è solo su due di loro, Sam e Sadie, ma la presenza e le azioni di Marx sono fondamentali per la costruzione del mondo che ci viene rappresentato.

Allora Sam è asiatico coreano, colpito da un grande dolore da bambino: per motivi che non vi sto a spiegare la madre ha un incidente mortale in auto, dove a lui viene stritolato il piede destro. È un decenne in cura quando lo incontriamo, che entra ed esce dall’ospedale per curarsi (senza risolvere completamente il problema). Sarà sempre un po’ storpio, fino a che, da grande, non si farà amputare il piede, e con l’arto artificiale potrà (forse) avere una sua prospettiva meno dolente.

Nell’ospedale, intanto, conosce Sadie, una ragazzina coeva che tiene compagnia alla sorella leucemica (che guarisce). Sam e Sadie stringono un forte legame, suggellato dalla passione per i videogiochi, soprattutto da quello che all’epoca andava alla grande, “Super Mario”. Per ragioni che non vi spiego, però i due litigano di brutto e si perdono di vista. Per ritrovarsi, otto nove anni dopo, entrambi presso due diverse sezioni del MIT di Boston.

Sadie è un genio della tastiera e si è messa con il suo professore di computer grafica, ben più grande di lei e sinceramente antipatico. Sam deve tirare la carretta, non avendo grosse possibilità economica, ha una grande facilità nel disegno, e di conseguenza nel tratteggiare mondi fantastici ed accoglienti. Per limitare le spese vive con l’abbiente nippo-americano Marx.

A seguito di fortuite coincidenze, Sam e Sadie sviluppano un gioco che, lanciato con i soldi di Marx, avrà un successo folgorante. Da lì cominciano tutte le storie legate a loro tre ed ai loro videogiochi, al triturante mondo dell’economia americana, ed alla follia che sta a volte alla base delle persone ludopatiche.

Comunque, i nostri si trasferiscono in California, continuano ad avere successo, anche i video giochi diversi dal primo. Anzi, il loro maggior successo è proprio un gioco in cui ci si immerge e si diventa co-protagonisti della vita. Con Sam che assume le fattezze del fittizio sindaco di quel mondo. Un mondo di pace e serenità, molto anti-trumpiano, dove ci si può sposare anche tra gay, e sono concesse molte altre libertà (che poi non devono essere concesse ma sono alla base del vivere civile). Benché Sam sia da sempre innamorato non dichiarato di Sadie, assiste alla nascita dell’amore di Sadie e Marx, al loro matrimonio, a Sadie che aspetta un figlio.

La parte finale, dura e necessaria, fa precipitare il testo nella cruda realtà. Giocatori folli decidono di uccidere Sam come esempio della degenerazione del mondo, sbagliando bersaglio ed uccidendo Marx prima che questi possa vedere il figlio. un momento che non potrà che portare un’ulteriore crisi al mondo dei nostri. Pur se dolorosa, è anche una parte di riflessione sulle tematiche dell’amicizia e dell’amore che, unite alle altre cui arriveremo, è interessante leggere. Forse a volte il tutto su dei toni che mi sono lontani, ma che ho letto con curiosità (è sempre fondante leggere anche cose di cui non si è sempre in accordo).

Riusciranno Sam e Sadie a recuperare il loro rapporto? La loro amicizia? Il loro comunicare a primo sguardo ed attraverso le azioni virtuali dei loro alter ego? Un ultimo gioco sviluppato da Sadie dovrà essere il banco di prova di questo possibile futuro al di là del libro.

Sono tanti i bersagli che Gabrielle vuole colpire nella sua prosa, quasi sempre riuscendovi. In un libro intrinsecamente americano, un’ode al lavoro creativo, si mostra subito il contraltare della fallacia del sogno americano: senza i contatti giusti, un sogno rimane spesso un sogno. Ovvio d’altronde, per quanto tramato, che uno dei caposaldi del romanzo è mostrare la complessità dell’esperienza videoludica, cercando di dare un proprio ruolo ai videogiochi nella vita di ognuno. E ci dichiara appunto che si gioca perché nel gioco è insita la possibilità di ricominciare. Perché “L’idea è che, se continui a giocare, puoi vincere. Se perdi, non è per sempre, perché nulla è mai per sempre.” Quindi, si gioca per sconfiggere la morte, e quando la morte ci sconfigge, si gioca per costruirsi una vita “altra”.

Tanti altri poi sono i temi ricorrenti. La disabilità, di cui Sam rifiuta di farsi etichettare, la violenza sessuale nelle scene di sesso non consensuale tra Sadie e Dov. Tematiche LGBT come la fluidità di genere (il primo protagonista del primo videogioco di Sam e Sadie non ha un’identità sessuale) ed il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Per non dimenticare le continue frecciate al razzismo che incontriamo durante il nostro trentennale viaggio: Marx, ad esempio, recita nel teatro universitario e non interpreta mai ruoli di primo piano a causa delle sue origini per metà giapponesi; la madre di Sam, Anna Lee, vive la stessa situazione nel settore cinematografico; Sadie è continuamente svalutata nelle sue abilità di programmatrice perché è donna.

Sono inoltre grato alle edizioni TEA che hanno mantenuto in copertina “La grande onda di Kanagawa” l’imperdibile xilografia del pittore giapponese Katsushika Hokusai. Infatti, è proprio il dipinto di Hokusai a ispirare lo tsunami che apre il primo gioco della serie Ichigo di Sam e Sadie. Zevin ci mostra infine, come tutti possiamo lasciare un’impronta nella vita di qualcun altro. Leggendolo non può che tornarti in mente quanto siano preziosi gli amici. Anche se poi, videogiocando, Gabrielle chiosa: “L’amicizia è un po’ come avere un Tamagotchi”. E solo chi ha una certa età capisce il senso della frase.

“Viviamo al massimo mezza vita, pensava. C’era la vita che vivevi, che consisteva nelle tue scelte. E poi c’era l’altra vita, quella fatta delle cose che non avevi scelto.” (160)

“Quanto sei ingenuo a pensare che su internet ci sia qualcuno che sappia una verità qualsiasi.” (424)

“Continuo a pensare a quanto siamo stati fortunati … a essere nati nel momento in cui siamo nati.” (433)

Domani, e poi domani, e poi domani,

il tempo striscia, un giorno dopo l’altro,

a passetti, fino all’estrema sillaba

del discorso assegnato e i nostri ieri

saranno tutti serviti

a rischiarar la via verso la morte

a dei pazzi. Breve candela, spegniti!

La vita è solo un’ombra che cammina,

un povero attorello sussiegoso

che si dimena sopra un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte,

e poi di lui nessuno udrà più nulla:

è un racconto narrato da un idiota,

pieno di grida, strepiti, furori,

del tutto privi di significato!

Macbeth Atto V Scena V (369)

Continuando con la scrittura al femminile vorrei menzionare due autrici francofone ma non proprio francesi. La prima, Leïla Marouane, nel suo “Vita sessuale di un fervente musulmano a Parigi” mi fa rivenire in mente il bellissimo film di Scola, ed anche altri ricordi: “Facendo il verso al Mario quello de La Terrazza [Gassman nel film di Scola] mi sono chiesto con un sogghigno se fosse lecito essere felici anche a costo dell’infelicità altrui.” (94)

E poi Marguerite Duras de “L'amante” con due sentenze che mi fanno sempre pensare:

“Sono come voglio apparire, anche bella se gli altri lo vogliono, o carina … insomma posso diventare come gli altri vogliono che sia.” (19)

“Fin dai primi giorni [del nostro amore], sapendo che è impossibile un avvenire in comune, eviteremo di parlare dell’avvenire.” (43)

Come non sapete ma ve lo dico io ora mi allontanerò per almeno due settimane. Sperando che le mie trame non vi manchino troppo, vi mando un abbraccio pasquale.