domenica 4 gennaio 2026

Iniziare con Simenon - 04 gennaio 2026

Dopo il primo benaugurale testo, che serve solo ad introdurre l’anno e a salutarvi tutti, cominciamo questo ’26 con ancora un nuovo lotto di testi del grande maestro belga. Per mia fortuna bibliofila, l’editoriale Repubblica (finché ci sarà) continua a pubblicare i testi come da elenco preparato dalle edizioni Adelphi. È da poco iniziato anche il terzo lotto di testi, che recupera alcuni romanzi del primo periodo, nonché molte antologie di racconti.

Abbiamo quindi due testi del ’39, dove svetta l’ottimo “Il borgomastro di Furnes”, e due testi del ’40, guidati dall’interessante “Malempin”. Finiamo con la prima antologia, che comprende più che racconti, una gran parte di quei “recit de voyages”, redatti da Simenon al ritorno del suo lungo giro del mondo. Non sono veri e propri racconti, e l’armonia generale ne risente assai.

Georges Simenon “Il borgomastro di FurnesRepubblica Simenon II 14 euro 9,90

[A: 21/06/2023 – I: 25/08/2025 – T: 26/08/2025] - &&&&  

[tit. or.: Le bourgmestre de Furnes; ling. or.: francese; pagine: 207; anno 1939]

Alla fine dell’estate del ’38, finalmente terminata la grande casa, la famiglia Simenon si istalla a Neuily-sur-Mer. Lì Simenon riprende a scrivere di gran lena ed è lì che viene concepito il suo primo figlio. Ci si avvia alla fine degli Anni Trenta, ed è un lungo percorso quello del nostro scrittore belga in questo decennio. Che cominciò nel ’29 con la prima opera del commissario Maigret, evolvendosi durante gli anni sia con l’approfondimento della figura del commissario, sia per l’inizio di solide scritture, nell’ambito dell’editore Gallimard, di quelli che Simenon riteneva fossero i romanzi che gli avrebbero dato fama e lustro. E non a caso, in quegli anni comincia una lunga corrispondenza con il nume tutelare degli scrittori “Gallimard”, André Gide.

Ed è qui a Neuilly che il 29 dicembre termina la scrittura de “Il borgomastro di Furnes”, che verrà però pubblicato solo l’anno seguente, mentre è in giro per i luoghi della sua infanzia, per poi fermarsi a Bruxelles, dove il 19 aprile nasce il primogenito, Marc.

Devo dire che con questo romanzo, Simenon ritorna nei punti alti della sua produzione. Descrive un personaggio, il borgomastro Joris, con tutte le sue luci e le sue ombre. Ma descrive anche un luogo (le Fiandre) ed un tempo (la fine degli anni Trenta), in cui ci fa immergere con tutte le problematiche del tempo. E con tanti risvolti che, stando attenti, sono sempre presenti nella nostra vita.

Joris è un uomo che si è fatto da sé, viene da una famiglia di poche risorse, ma si adatta a fare il tuttofare di una vedova attempata, benestante e senza eredi. Alla morte di lei, lui eredita casa e denari. Nella prima va a vivere con la moglie Thérésa, con i secondi mette in piedi una fabbrica di sigari che si rivela ben presto fruttuosa. Ha una durezza intrinseca, che deriva dalla necessità di non fare compromessi. Tutto si ottiene con il lavoro, nulla con i favori. Questo anche perché si mette così in contrapposizione con l’aristocrazia locale, cattolica e benpensante.

Ha un solo momento di dolcezza nella sua vita, quando accudisce Émilia, la figlia avuta con la moglie, che ha forti carenze psichiche, tanto da vivere in una stanza della casa, per la maggior parte del tempo nuda, e sempre urlando se qualcuno entra nella camera. Non è altrettanto accondiscendente con il figlio avuto fuori dal matrimonio con Maria, la cameriera. Certo, non gli fa mancare mezzi per studiare, ma gli farà sempre mancare un affetto che non prova.

Joris è duro con tutti, specialmente ora che, appoggiato dai liberali della città, ha scalzato da primo cittadino il cattolico Leonard Van Hemme. Magistrale il modo in cui Simenon ci descrive con frasi secche il rapporto tra Joris e gli impiegati, sia del comune che del tabacchificio. Ma anche quelli con la madre che ancora abita nella casa di famiglia a Coxyde, a soli cinque chilometri da Furnes, e che rimprovera al figlio di aver tradito le sue origini.

Ovvio che Simenon decida di mettere ostacoli nella vita dei suoi personaggi. Qui si palesa in Jef, giovane operaio che mette in cinta l’altrettanto giovane Lina, figlia di Leonard. Quando Jef chiede un prestito a Joris per far abortire Lina e lui, inflessibile lo nega, il giovane non trova di meglio che suicidarsi. Inoltre, per lo scandalo, i Van Hemme ripudiano la figlia, che va in esilio a Ostenda (una trentina di chilometri a nord di Furnes).

Da qui, comincia il percorso interiore di Joris, forse sentitosi in colpa per il suicidio di Jef. Prova senza successo ad andare incontro alla madre. Prova senza successo a ricucire un piccolo tramite di buone maniere con la moglie, che si scopre malata di cancro all’ultimo stadio. Unici momenti invece di rilassamento quando va a Ostenda, ad incontrare Lina, ad accompagnarla nel percorso verso la nascita del bambino. Ma Joris non ha mai provato ad uscire dalla sua burbera tenacia tutta d’un pezzo, e così anche nei confronti di Lina si trova impacciato non tanto nell’esternare ma anche solo nel comprendere i propri sentimenti.

Simenon allora ci mostra la parabola di Joris, che Leonard ed i suoi, vistolo indebolito, lo attaccano sul fronte che gli fa più male: la figlia. Lui contrattacca “comprando” Lina, cioè versandole un tanto al mese, pur in cambio di nulla. Ma quando i “cattolici” del comune propongono un piano di sfruttamento del litorale, con la concomitante cacciata dei pescatori e dei contadini della zona, Joris deflagra. Fa un comizio bellissimo in consiglio comunale, illustrando la parabola storica del posto, per poi dimettersi.

Si ritroverà solo nella casa, senza la moglie, senza la figlia, senza Lina che sta a Ostenda con il bambino, rimuginando sulla stessa frase. “… se solo avesse voluto…”.

Ci sono tre sottotrame che si intrecciano nella vicenda di Joris. Una, di facile lettura, è la tripartizione tra il tempo e lo spazio. Dove Coxyde, dalla madre, è il passato difficile da superare e Ostenda, da Lina, è il futuro difficile da raggiungere. Il presente, nel bene e nel male, è Furnes. Il secondo aspetto, che spesso Simenon tira fuori, che non lo ha mai superato né mai lo supererà, è il rapporto con la madre. La madre di Joris gli preferisce l’altro figlio, rimastole vicino, così come Henriette, la madre belga, gli ha sempre preferito il fratello Christian. Ma c’è anche un rapporto intrigato con Lina, la cui dolce accondiscendenza è vissuta da Joris come un surrogato materno, sapendo poi, con bagno di realtà, che altra è la stessa Lina, altro rapporto è con il bambino appena nato, altro con il mai amato figlio adulterino Albert. E via soffrendo.

Infine c’è il rapporto di Joris con sé stesso. Per raggiungere il successo non si può scendere a compromessi, perdendo così la propria umanità. Ma se ci si apre al mondo, l’unico risultato è che ne veniamo feriti. Una contraddizione insanabile, per l’autore. Che al fine si rifugia in compromessi ed in situazione che da Joris riflettono Georges. Come la frase che riporto detta da Joris per giustificare il suo rapporto con la cameriera, ma che non può che ricordarci il rapporto tra Georges e Boule, la sua cameriera-amante.

Un ultimo dato storico-geografico. Prima di tutto, pur non parlando fiammingo (lui era un belga francofono), in tutte le sue opere ambientate in questa parte territoriale, riesce a farci entrare nell’anima e nello spirito dei Flamandes. Anche qui, dove, se andiamo in rete, vediamo che Furnes è il nome francese della località che in fiammingo si chiama Veurn, e che viene trasposta in italiano come Veurne. Non so poi se scientemente fu la scelta di Simenon, ma Veurn fu la sola città belga a non esser occupata dai Tedeschi durante la prima guerra, e dal mese di ottobre del 1914 il re Alberto I del Belgio vi installò il suo quartier generale. Un luogo resistenziale e ben impresso nella memoria belga. Forse il caso? Io credo di più in un memento anticipatore del grande scrittore.

“Dato che comunque doveva succedere, è meglio che sia tra le mura di casa.” (39)

“Un altro orribile anno che finisce e uno non meno orribile che inizia … io soffrirò! Tu soffrirai! E prego Dio che ci eviti catastrofi più spaventose.” (61) [uno dei più pessimisti inizi di un nuovo anno]

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Furnes (con puntate a Ostenda e Coxyde)

Joris Terlinck, il borgomastro

Thérésa, la moglie di Joris

Émilia, la figlia di Joris e Thérésa, con forti disturbi psichici

Lina Van Hemme, una giovane del paese

Jef Claes, il fidanzato di Lina

Maria, la cameriera

Albert, figlio di Joris e Maria

Mme Terlinck, la madre di Joris

Circa un mese

Epoca contemporanea alla scrittura, precedente la guerra

 

Georges Simenon “Gli intrusi” Repubblica Simenon II 16 euro 9,90

[A: 03/07/2023 – I: 07/10/2025 – T: 08/10/2025] - &&& + 

[tit. or.: Les inconnus dans la maison; ling. or.: francese; pagine: 202; anno 1940]

Avevamo visto come il 1938 fosse per Simenon soprattutto l’anno della costruzione della nuova casa familiare a Nieul, dove si trasferisce finalmente durante l’estate. Saranno nove i romanzi che scriverà nella nuova casa, e questo degli sconosciuti sarà il primo che terminerà nel settembre. Prima ancora del Borgomastro che ho tramato da poco.

Poiché tuttavia io continuo a seguire il filo delle pubblicazioni non delle scritture, dobbiamo ringraziare il buon Gallimard che, avuti i manoscritti, e dopo alcune piccole revisioni degli stessi, decide di pubblicare nel ’39 il Borgomastro, mentre prevede di pubblicare questo testo nel giugno del ’40. Ma la guerra che la Francia dichiara alla Germania per l’invasione della Polonia mescola un po’ le carte. Così “Gli intrusi” vedrà la luce solo ad ottobre del 1940.

Un altro avvenimento bellico è legato a questo testo. Infatti, nel ’43, quando Simenon fungeva come “alto commissario per i profughi del Belgio”, al fine di sovvenzionare aiuti per i prigionieri di guerra, è lo stesso Simenon che decide di vendere all’asta il manoscritto. Non sappiamo chi se lo aggiudicò, ma sappiamo che, purtroppo, scomparve nelle pieghe delle battaglie.

Abbiamo quindi poco materiale esterno al testo, verso cui è bene rivolgersi perché è uno degli esempi magistrali della scrittura e delle idee di Simenon. Un testo tutto costruito se vogliamo intorno ad un omicidio, ma che usa quell’omicidio come un Macguffin alla Hitchcock (o alla Tarantino di “Pulp Fiction” sulla natura della valigetta misteriosa). L’omicidio c’è, ma serve a prendere l’attenzione del lettore, per poi farlo focalizzare sulle montagne russe della vita del protagonista, Hector Loursat de Saint-Marc (quasi sempre indicato per brevità come Loursat).

Qualcuno obietterà che forse non è propriamente un Macguffin, perché poi ci sarà un processo e si scoprirà anche chi è stato a commettere l’omicidio. Anche se la soluzione perviene quasi in modo accidentale. C’è una prostituta che ha sentito qualcosa, che viene riferito come fosse una confessione documentale, tutto per far crollare il fragile castello di menzogne messo in atto da chi ha commesso l’assassinio.

Noi però, con l’autore, siamo più interessati a Loursat, alle sue attività, al suo modo di vivere, insomma alla costruzione di una persona, di cui esce alla fine uno dei migliori ritratti dipinti dalla penna dell’autore. Loursat ora ha 48 anni ed è stato un valente giovane avvocato. Siamo a Moulins nel dipartimento di Allier, nel centro della Francia, un poco più a Nord di Lione. Loursat sposa una signorina del suo ambiente, quello dei maggiorenti della città. Ed hanno una figlia, Nicole. Ma quando Nicole ha due anni, la signora fugge con l’amante e non tornerà più.

Loursat, cui non mancano i beni per vivere senza lavorare, da quel momento si chiude praticamente in casa. Sarà presente in qualche causa, per onor di firma, nei primi anni per poi abbandonare del tutto la professione. Rimane in casa, cominciando un lungo percorso da alcolista. Si sposta tra il salone, la sala da pranzo, e lo studio, dove ad un certo punto comincerà anche a dormire. Si disinteressa completamente di Nicole, che viene accudita ed allevata dalla governante. E la vita va avanti così per anni, con Loursat che aumenta il numero di bottiglie di Borgogna che beve quotidianamente.

Nel presente dell’azione, Loursat beve tre bottiglie al giorno, condivide i pasti con Nicole, la quale poi, ormai ventenne, fa la sua vita. Magari invitando amici ed amanti nella casa paterna, tanto Loursat, ubriaco, non si accorge di nulla. Fino al Macguffin: una sera, benché alterato come al solito, Loursat sente un colpo di pistola, e trova un morto in casa.

Da qui nasce tutto lo svolgimento del romanzo. Chi è il morto? E perché stava in casa? Loursat viene quasi a forza spinto fuori dal suo letargo. Così da scoprire che Nicole ha un amante, il giovane Emile. Che i due fanno parte di una banda di giovani che scorrazza alticcia per Moulins e dintorni. Che in una uscita alcolica in macchina hanno investito un tizio, che si rivela essere un malavitoso di mezza tacca, soprannominato il “Gros Louis”, che viene curato da Nicole in casa, ma che prende di mira i componenti della banda, ricattandoli.

Loursat conosce Emile, commesso di libreria, ed è colpito dalla sua giovinezza, ma anche da quello che sembra un sincero trasporto verso Nicole. Fatto sta che Emile è l’unico che si sa per certo girasse per casa la fatidica sera, così che è facile prevederne l’incriminazione. Così come è altrettanto facile capire che Loursat ne assumerà la difesa.

Seppur con qualche interesse nell’abilità di Simenon di usare il dibattito in aula per svelare tutta la trama, quello che interessa a noi è vedere come si muove Loursat. Che diminuisce il vino, che esce e scopre gli angoli della sua città mutati in tutti questi anni. Ma scopre anche una sua capacità di parlare con la gente, e soprattutto di ascoltare. Ricostruendo così tutta la struttura e le personalità dei componenti della banda di Nicole. Ed entrando meglio in sintonia con tanta gente. Con la governante che aveva retto la casa per quindici anni. Con Nicole verso cui sente di poter istaurare un dialogo. E con Emile cui non si oppone né al trasferimento a Parigi né alle nozze con Nicole.

Alla fine dei giochi, Loursat avrà vinto tutta una serie di piccole e grandi battaglie. Ma non rinuncerà a bere, magari diminuendo un po’ il tasso alcolico, tuttavia con un grande cambiamento, che Simenon cita senza enfasi, ma che illumina le scelte del personaggio. Ora beve al bistrot.

Troviamo molti motivi ricorrente nel percorso autodistruttivo di Loursat, che si interromperà solo per quell’imponderabile arrivo di un colpo di pistola. Nel momento in cui la sua famiglia va crescendo (tra non molto nascerà il primogenito Marc), è proprio sulla disgregazione familiare che mette l’accento (ritrovando ad esempio i toni espressi anni prima ne “La casa sul canale”. Loursat vorrebbe essere sé stesso, ma nell’isolamento va perdendosi e perdendo Nicole. Quando capisce che ci si definisce solo in un confronto ed in un rapporto con gli altri, con l’esterno (come potrebbe narrarci qualche fine sociologo), esce dal suo guscio. Non sarà diverso, sarà sempre l’ubriacone di 48 anni. Ma nel bistrot avrà la possibilità di esternarsi.

Noto di passaggio come Moulins sia comunque un luogo caro a Simenon, che vi aveva ambientato quasi dieci anni prima “L’affare Saint-Fiacre”. E noto anche come i traduttori italiani abbiano un po’ forzato il titolo, pur non stravolgendolo. Gli sconosciuti che vengono nella casa diventano intrusi. Che certo i giovani amici di Nicole non sono noti a Loursat, ma intrusi assume generalmente un connotato negativo, laddove sconosciuti era una terminologia simile ma più blanda.

Per chi non è un cinefilo spassionato ricordo che il MacGuffin è un espediente narrativo, ad esempio un oggetto o un evento, utilizzato al fine di fornire una motivazione alle azioni dei personaggi e allo svolgersi della trama che ha per i personaggi un'importanza fondamentale ma è in realtà privo di un reale significato per lo spettatore.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Moulins

Hector Loursat de Saint-Marc, avvocato in pensione, abbandonato dalla moglie. 48 anni

Nicole Loursat figlia di Hector Loursat, 20 anni.

Emile Manu, commesso della libreria Georges, 18 anni.

Gérard Rogissart, pubblico ministero, cugino di Loursat.

Circa quattro mesi

Epoca contemporanea alla scrittura, inizio degli anni ’40

 

Georges Simenon “La fattoria del coup de vague” Repubblica Simenon III 6 euro 9,90

[A: 13/11/2025 – I: 17/11/2025 – T: 18/11/2025] - &&&

[tit. or.: Le Coup-de-Vague; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1939]

Facciamo allora un triplo salto all’indietro nel tempo. Mentre ancora non abbiamo esaurito la seconda tornata dei romanzi di Simenon editi da Repubblica, comincia ad uscire la terza collana, dove in questa sesta uscita troviamo un testo antecedente ai precedenti. Per essere precisi, la scrittura di questa “ballata di spiaggia” avviene poco prima della saga della famiglia Krull. Quindi, come sappiamo, benché pubblicata in volume solo nel febbraio del ’39, il romanzo vede la luce come manoscritto nell’aprile del ’38. Tra l’altro, nei dintorni di Pasqua, la famiglia Simenon si era allontanata dalle spiagge di La Rochelle (anzi, per essere precisi, di Nieul-sur-Mer, dove aveva comprato casa), risalendo sull’entroterra sopra Bordeaux.

In effetti, trascorse del tempo (tra cui quello della scrittura) presso l’hotel Bonnet a Beynac, cittadina non particolarmente nota, ma che (e qui si moltiplicano i casi della vita) non è molto distante da Bergerac, da dove proviene il mio amato Cyrano. Altro elemento legato allo scritto, anche questo manoscritto fu venduto all’asta nel 1943, per raccogliere soldi a sostegno dei prigionieri di guerra, sempre per iniziativa di Simenon.

Rispetto ad altri “romanzi duri” lo trovo molto più cupo e senza speranza, cosa che alla fine rende poco empatica la lettura. Certo è che Simenon fa una fotografia della provincia francese come pochi altri nel suo tempo. Con i suoi soliti e facili tratti di scrittura, riesce a dipingere davanti ai nostri occhi questo lato del paese in cui vive, questa gente che sta davanti all’Oceano, da lui trae sostentamento, ma dal mare è a forze piegata e piagata. Il mare è già duro per chi va a pescare. Qui è ancor più duro per chi si occupa delle coltivazioni marine.

“Coup de Vague” è un lungo tratto di spiaggia nella zona periferica di La Rochelle. Lì, gli abitanti, oltre a dedicarsi ad un po’ di allevamento di mucche e pecore per nutrirsi, si occupano principalmente di raccogliere le ostriche che il mare fa crescere in varie modalità sulle sabbie prospicenti le varie fattorie. Dove i fattori delimitano le loro zone infilzando pali nella sabbia e andando alla loro coltura a rotazione. Poi, una volta fatto un certo quantitativo, vengono stipate in cassette, caricate sui mezzi a quattro ruote (diversi a seconda degli allevatori e delle quantità allevate) e portate al porto di La Rochelle per essere vendute.

Questa è la vita della famiglia Laclau, una delle più antiche della zona, guidata dalle due sorelle Hortense ed Emilie. La grossa parte di fatica è sostenuta dal ventottenne Jean, nipote delle sorelle in quanto, pare, figlio di Léon, morto in qualche situazione mai chiarita in Gabon. Così come morta di parto sembra essere la madre.

Jean è incasellato in una vita regolare, senza traumi ed anche abbastanza triste. Lavora le ostriche, le porta in città, poi gira, la sera dei fine settimana, per locali e posti di ritrovo. Dove è ben concupito dalla giovane fauna locale, essendo di bell’aspetto e di buona convivialità. Con le giovani si accompagna abbastanza liberamente, se non che è un po’ di tempo che sembra far coppia fissa con la giovane Marthe Sarlat, figlia di Justin, ex sindaco del luogo, e di Adelaide.

La famiglia Sarlat è abbastanza mal messa, che i soldi di Adelaide stanno finendo, Justin non lavora, passando il tempo tra gli sfaccendati del bar e pestando duro la moglie se non trova i soldi. Così che Marthe, già abbastanza gracile, si fa in quattro per la sua parte. Ovvio che si gratificata da Jean, ma anche lei sembra non pensare granché al futuro.

Tutto cambia, all’inizio del testo, quando Martha confessa a Jean di essere incinta. Lui, mai all’altezza delle situazione, facendosi sempre trascinare, ne parla con le zie che decidono, come sempre, di prendere il comando delle operazioni. C’è una specie di onda avvolgente dei personaggi in questo testo. All’inizio c’è Jean in prima fila, e vicino a lui Marthe. Ma quando le zie prendono la testa, loro pian pianino si sgonfiano. Marthe poi diventa solo l’ombra di una possibilità. Jean ha forse un sussulto, ma le zie saranno sempre loro a decidere e muovere i fili dei vari personaggi, anche quando sembra siano in difficoltà.

Hortense decide che Marthe deve abortire, e così sarà. Ma la ragazza è debole (o forse l’operazione non è ben riuscito) e l’inganno è scoperto. Soprattutto da Justin, che forse ha anche altre armi per ricattare le zie. Fatto sta che le costringe ad un matrimonio riparatore. Si tutto bene, ma Marthe non si ripiglia, e le zie fanno di tutto per isolarla, dalla famiglia, da Jean. Certo impongono cure, ma saranno efficaci? Jean è preso anche dai suoi problemi che, nelle more, Marthe gli confessa di sapere che non è figlio di Léon. Ma allora? Jean si arrovella e forse arriverà alla soluzione. Dove in tutto ciò non riesce, o forse neanche vuole, dare una mano a Marthe.

Approfittando di una sua missione all’estero, le zie convincono Marthe ad un’operazione che dovrebbe essere risolutiva dei suoi problemi ginecologici. Operazione che ovviamente non riesce e la ragazza muore. Jean al ritorno si inalbera, chiede spiegazioni, ma poi, preso nella ragnatela delle “megere”, si piega, torna alla vita di prima, dimenticando alla fine sia di essere vedovo sia di aver sposato una sfortunata ragazza. Continuerà a coltivare ostriche, portarle al porto e, nel fine settimana, andare ai balli con gli amici (e le amiche).

Simenon non fa nessuna concessione alla platea. Dipinge quel mondo di pescatori e di piccola gente senza nessun sentimento di pietà, senza mostrare nessuna possibilità di uscita. Così siamo nati e così viviamo, sembra dicono le zie, dove nulla deve venire a turbare il piccolo mondo che si sono costruite. A costo di fare del male, a costo di isolare e di isolarsi. Simenon ci mostra un insieme di esseri umani, secondo lui forse eponimi che, come animali, si costruiscono una tana (fisica e psicologica) dove nascondersi, dove resistere ai colpi dell’avvera fortuna.

Non mi ha convinto come altre prove, ma devo riconoscere che in un numero limitato di pagine l’autore è riuscito a costruire un mondo, anzi a farci vedere un mondo reale, con tutti i suoi difetti e senza nessun pregio.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Le Coup-de-Vague, frazione di Marsilly, La Rochelle.

Algeri

Jean Laclau. Lavora nella fattoria delle zie. Celibe. 28 anni

Hortense ed Emilie Laclau, sorelle di Léon Laclau morto in Gabon

Marthe Sarlat, amica e poi moglie di Jean

Justin Sarlat, padre di Marthe, ex sindaco del comune

Alcuni mesi

Epoca contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30

 

Georges Simenon “Malempin” Repubblica Simenon III 3 euro 9,90

[A: 23/10/2025 – I: 25/11/2025 – T: 26/11/2025] - &&& e ½

[tit. or.: Malempin; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1940]

Proseguendo le letture delle varie edizioni di Simenon, confesso che trovo qualche difficoltà che, le nuove uscite della terza serie spesso si collocano anteriormente a quelle della seconda. In questo modo, a volte, risulta difficile riprendere un discorso continuativo sull’evoluzione della scrittura del maestro belga.

In questo caso, siamo ancorati alla fine degli anni Trenta, quando stava costruendo o arredando la grande casa di Nieul-sur-Mer. Eppur tuttavia, sebbene la pubblicazione dell’originale avverrà solo nell’aprile del ’40, questo nuovo testo matura a cavallo tra il ’38 ed il ’39. Non solo, visto che Simenon decide di passare qualche tempo in Alsazia, in realtà questo romanzo sarà l’unico in quel tempo ad essere scritto lontano dal mare. Verrà infatti redatto nel castello di Scharrachbergheim in Alsazia, terminando la scrittura nel marzo del ’39, incastrato tra due avvenimenti familiari.

Perché ad inizio anno muore a Liegi, Jean Mathieu Henri Schrooten, marito della zia materna di Simenon. Mentre il 19 aprile, quindi meno di un mese dal termine della stesura del romanzo, nasce a Bruxelles Marc Jean Chrétien Simenon, il primo figlio di Georges. E non è un caso che molti testi scritti in questo periodo affrontano tematiche familiari (tanto per ricordarne alcuni citerei “Gli intrusi” e “Il borgomastro di Furnes”).

Assistiamo quindi all’odissea in una stanza del medico parigino Édouard Malempin, sposato con Jeanne (per convenienza non per amore) con la quale ha due figli: Jean di 11 anni che appare all’inizio ma non ha un gran peso nella storia, e Jérôme di 8 anni. È lui, chiamato familiarmente Bilot, a dare il via proustianamente ai pensieri di Malempin, quando, colpito da una difterite maligna, deve restare a letto e sottoporsi a cure abbastanza sfibranti. Così che il padre dottore lo veglia, e nella veglia, comincia a ripensare a tutta la sua vita, spinto dalla domanda inconscia: Bilot, da grande se sopravviverà, avrà di me lo stesso ricordo che io ho di mio padre Arthur (che non ho mai amato?).

Comincia così il flusso di coscienza di Malempin, che ogni tanto torna al presente, ed al figlio malato, alle cure, al siero, ai piccoli deliri, fino allo scioglimento della malattia, ed all’ultima scena del ritorno del medico in ospedale per dedicarsi alle scartoffie ed ai malati.

Ma non è il presente che interessa a Simenon di mostrarci, quanto tutto il percorso vitale di Édouard e della famiglia Malempin. Perché da un lato abbiamo Arthur Malempin, il padre, agricoltore nella campagna della Charente Marittima, sempre a corto di soldi, e Françoise Tesson, la madre, che cura la casa con piglio da grande signora, come era la sua famiglia prima che il padre notaio, in seguito ad operazioni sballate, ha perso tutto. Coinvolgendo nella caduta, ma non economicamente, il fratello avvocato, indicato sempre con il solo cognome, Tesson.

Zio di una certa età, che sposa, con grande scandalo, la giovane Élise, coetanea di Françoise. Le due famiglie non si amano, ma Arthur non può che chiedere soldi a Tesson (che appunto diventa una sorta di usuraio della zona). Così che periodicamente, i Malempin si recano in visita ai Tesson, per regolare le loro questioni economiche.

Fatto sta che Tesson, all’improvviso, scompare dopo una visita non prevista ai Malempin. Édouard ha visto molto, e sentito anche la madre mentire. Ma lui è un giovane di undici anni, magari bravo nello studio, ma poco altro. L’improvvisa solitudine di Élise sarà riempita dal giovane, che si avvia agli studi nella cittadina più grande, mentre il fratello minore Guillaume rimane a casa, e di questo non perdonerà mai il maggiore.

Édouard vuole bene (ricambiato) a zia Élise, che prepara una borsa di studio per i suoi studi, affidandola al preside della scuola, che sa che altrimenti i Malempin si mangerebbero tutto. Questo anche perché poco dopo ed in circostanze poco simpatiche, muoiono prima Élise e poi anche il padre Arthur. Ma Édouard, protetto dallo scudo della zia, proseguirà gli studi, laureandosi in medicina, sposando Jeanne per convenienza (è bene che un medico sia sposato) e volendo molto bene, seppur freddamente, ai suoi due figli.

La bellezza della scrittura sta nella capacità di Simenon di riprodurre questo flusso della memoria di Malempin. Che si ricorda, poi si confonde, mescola i giorni, si domanda se la madre abbia avuto un ruolo nella morte dello zio, è attratto dalla giovane zia, tanto che a lei penserà quando farà l’amore con la moglie. La scrittura salta, si ferma, riprende, passa dall’oggi al passato, senza soluzione di continuità. Ma riesce, in ogni caso, a farci entrare in tutte le dispute familiari. In quelle di un tempo come nel rapporto attuale con il fratello (sempre a caccia di soldi) o con la madre (che secondo lui ha sempre avuto preferenze per Guillaume).

Ci sono poi due aspetti che mi hanno incuriosito, legati a due volti diversi della medicina. Una si rivolge, pur non esplicitamente, alla psicanalisi che sta entrando nel quotidiano della vita di molti, laddove Malempin si interroga sul modo in cui le esperienze familiari incidano sul bambino che era e su come questi vissuti trasformino il bambino in adulto. L’altro, invece, è più intrinsecamente medico, per il fatto che di molta medicina si parla (ovviamente la difterite di Bilot, ma anche l’impetigine di Édouard da piccolo). Come non farsi venire in mente allora che Maigret, prima di entrare in polizia, voleva farsi medico. O come uno dei pochi frequentatori di rue Richard Lenoir era proprio un medico.

Un romanzo duro dove c’è una sparizione, ma poco interessa saperne, se non per quanto abbia inciso sulla vita dei protagonisti. Un buon romanzo alfine.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Paris. Alcuni riferimenti ad Arcey e a Saint-Jean-d’Angély (Charente-Maritime)

Édouard Malempin. Medico in un ospedale parigino. Sposato con due figli

Jérôme, detto Bilot, 8 anni, secondo figlio di Malempin

Jean, 11 anni, primo figlio di Malempin

Jeanne, la sua sposa

Arthur Malempin, suo padre, agricoltore ad Arcey

Françoise, sua madre (32 anni nei ricordi di Edouard)

Guillaume, il fratello minore

Tesson, zio di Françoise Malempin, ex avvocato

Élise, moglie di Tesson, 32 anni

Dieci giorni

Epoca contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30

 

Georges Simenon “La cattiva stella e altri racconti” Repubblica Simenon III 7 euro 9,90

[A: 20/11/2025 – I: 27/12/2025 – T: 29/12/2025] - &&

[tit. or.: vedi i titoli; ling. or.: francese; pagine: 174; anno 1938-1991]

In genere, nelle collane di Repubblica dedicate a Simenon, c’è un certo ordine ed una logica. Cosa che si è mantenuta anche per i primi sei titoli di questa terza serie di uscite. Da qui, la collana ha prodotto prima una serie di miniantologie, a volte sulla scia di raccolte originali, a volta rielaborando uscite sull’onda delle pubblicazioni di Adelphi. Inoltre, dal 15 gennaio 2026, per gli ultimi numeri della collana, vengono riproposte edizioni già comprese in precedenze nelle prime due collane pubblicate. Già questo mi sembra un comportamento da stigmatizzare.

Venendo a questa raccolta, il secondo punto dolente è che, seppur con una certa sua logica, in realtà pubblica due linee di racconti. Una parte uscita in volume nel 1938, un racconto isolato nel 1990 ed altri testi nel 1991. Il tutto raccordato da una introduzione che cerca di spiegare e dare una sorta di omogeneità a tutta la raccolta. Sembrerebbe un piccolo testo edito in maniera isolata nel 1936 con il titolo “Notes en marge d’un tour du monde, ou le doux raté de France” (in italiano “Note a margine di un giro del mondo, o i placidi falliti di Francia”), e poi utilizzato come introduzione alla raccolta “La cattiva stella” (tit. or. “La mauvaise étoile”) pubblicata nel 1938 e che raccoglie i primi undici racconti di questa raccolta.

Ed in realtà, è questa introduzione che fornisce un senso compiuto alla raccolta, unendo questi primi undici testi, con un testo doppio uscito in volume solo 1990 e con altri quattro pubblicati, sempre insieme ad altri racconti, nel 1991. Perché l’idea di questi “racconti di viaggio” è per l’autore fare un piccolo viaggio intorno agli spunti raccolti durante il lungo giro del mondo che intraprese nella metà degli anni Trenta insieme alla moglie Tigy. Un materiale che fornirà la base per almeno sei romanzi ed una ventina di racconti. Qui vengono condensati questi racconti “della disperazione”, campionario umano di uomini alla deriva, rassegna di sconfitti senza speranza, inutilmente in lotta in ambienti che rimarranno per sempre estranei alla loro essenza.

Per chi ne avesse scordato i contorni, Simenon effettuò un giro del mondo in 155 giorni, dal 12 dicembre 1934 al 15 maggio 1935, finanziato da “Paris-Soir” e “Marianne”, su cui, al ritorno, pubblicò molti articoli. Partendo da Le Havre sul “La Fayette”, arriva a New York e da lì attraversa il Canale di Panama, sosta in Colombia a Buenaventura ed in Ecuador a Guayaquil. Si ferma alle Galapagos per seguire un misterioso dramma. Quindi attraversa il Pacifico sino a Papeete a bordo di una nave cargo mista francese. Si ferma circa due mesi a Tahiti, poi prosegue per Sydney, passando per le Isole Cook e la Nuova Zelanda, a bordo della nave statunitense Makura. Dopo una breve permanenza in Australia, imbarco per l'Europa a bordo del transatlantico britannico Mooltan, passando per il Mar di Timor, l'Oceano Indiano (scali a Ceylon e Bombay), il Mar Rosso e il Canale di Suez (ultime soste ad Alessandria e Malta).

Al ritorno, si ritira nel castello “La Cour Dieu” a Ingrannes nel Loiret, non molto distante da Orleans, dove mette ordine alle sue note, e comincia a pubblicare i vari testi che man mano elabora sulle riviste che gli avevano pagato il viaggio. L’idea di fondo, ripresa dall’introduzione sopracitata, è che molta gente parte alla ricerca di avventura (e perché no, di fortuna). Ma l’esotismo si rivela un’arma a doppio taglio, e quando i falliti soccombono, c’è chi rimane stritolato nei luoghi lontani e chi, più fortunato, ritorna. E Simenon ce li descrive questi “ritornanti” seduti nei caffè marsigliesi, a perdere tempo nell’attesa di un oblio sempre più prossimo.

I primi undici racconti vengono pubblicati dal 12 al 25 giugno 1935 su “Paris-Soir”; uno al giorno, esclusa la domenica. Verranno poi raccolti in volume da Gallimard nel 1938 con il titolo collettivo “La cattiva stella”, come scritto sopra. Tutti ambientati in luoghi esotici.

Si comincia con “L’uomo in frac del giardino pubblico e l’ex galeotto che vende torroni” (L’Homme en habit dans son square et le Bagnard aux nougats). Siamo in Sudamerica, un esimio direttore di una scuola di Agricoltura gira sempre ben vestito. Un’india, con cui vive, gli fa provare una droga locale, il chamico (che poi sarebbe lo stramonio) e lui si perde. Ora controlla i galeotti che puliscono la piazza, sempre indossando un frac.

“L’uomo che combatteva con i topi o la storia più banale del mondo” - Celui qui se battait avec les rats ou la plus banale des histoires Qui abbiamo un giovane che si ritrova a dirigere uno scavo in una miniera d’oro, lontano da tutto e da tutti. Nessuno gli manda niente (medicine, mezzi di scavo) e lui si trova a combattere ogni notte con l’assalto dei topi. Muore per un colpo di fucile: omicidio o suicidio?

“Popaul e il cuoco o la testa rimasta a bagno troppo a lungo” - Popaul et son cuisinier ou La Tête qui a trop trempé Qui in Africa, il buon Popaul ha una concessione per un bosco che produce molto legname. Agiato, torna in patria a fare il gaudente (lo scherzo descritto da Simenon è mirabile). Perde tutto, torna al legname, ma ora i prezzi calano e lui teme che qualcuno (il cuoco?) lo voglia morto. Lo uccide per farlo confessare e sarà condannato. Cinque anni di galera (tanto era un nero).

“Turisti da banane o gli Adami di Chicago e le Eve di Manchester e Oslo nei nuovi paradisi terrestri” - Touristes de bananes ou Les Adams de Chicago et les Èves de Manchester et d’Oslo dans les nouveaux paradis terrestres il termine del titolo lo ha poi riusato in un romanzo di cui ho parlato. Simenon narra varie piccole storie, per finire con il visconte decaduto, ora in un’isola sperduta oceanica, con le donne con cui fa figli, e con la sedia cui si pone per guardare il mare, aspettando.

“Le gioie della pampa o l’uomo imprigionato tra due stazioni” - Les Joies de la pampa ou L’Homme qui est prisonnier entre deux gares Ad un fuggitivo scoperto viene offerto un rimpatrio forzato. Lui preferisce fuggire nella pampa argentina, trovandosi bloccato tra due stazioni ferroviarie dove ci sarebbero le forze dell’ordine a fermarlo. Si macera e perde la sua esistenza in quella distesa, ignorando che i gendarmi lo avrebbero solo espulso.

“L’avventura del gentiluomo inglese e della donna che mostrava il sedere dall’alto di una palma” - L’Aventure du gentleman anglais et de la femme qui montrait son derrière du haut d’un cocotier Nei territori della Nuova Caledonia, Bill e Bob gestiscono una piantagione. Bill vive con una locale, che maltratta e poi manda via. Lei, come vendetta, sale su una palma davanti a Bob, senza mutande (un modo locale di offrire il proprio corpo). Morirà strangolata: da Bill o da Bob?

“Il mio amico alverniate e il lituano solitario che non era mai sazio” - Mon ami l’Auvergnat et le Lithuanien solitaire qui n’avait jamais assez mangé Un agricoltore dell’Alvernia vive su di un’isola del Pacifico con la moglie gestendo un palmeto. Un giorno arriva su di una barca un lituano di poche parole, che non smette mai di mangiare. Il lituano vuole arrivare in America, cosa che farà in diciassette giorni, ma una volta a San Francisco, verrà recluso, non avendo documenti.

“Il giovane ingegnere e il boy campanello” - Le Polytechnicien et le Boy à sonnette Il giovane ingegnere Joly dovrebbe dirigere i lavori della costruzione di una ferrovia. Ma prima subirà un pesante scherzo dai suoi compaesani nell’unica città vicina. Isolato nella boscaglia non ha alcun mezzo per far progredire i lavori (un elemento ricorrente di questi racconti). Per vendicarsi dello scherzo, prende compagni, operai e tutti i locali, li chiude dentro il treno e si dirige verso la costa. Medita vendetta, ma sarà fermato e rimpatriato in una camicia di forza.

“L’avventuriero sindacalizzato” - L’Aventurier syndiqué Un francese che voleva fare il cow-boy in Nuova Zelanda, si ritrova a guidare trattori sotto la pioggia, e mangiare e bere a orario perché sul posto tutti obbediscono al sindacato. Lui si adegua per non tornare in patria.

“L’uomo che si rifiutò di fare il giudice” - Celui qui a refusé de devenir juge Cholet, ricercato in patria, si rifugia a Tahiti, dove, grazie alle sue buone maniere, si introduce nei circoli esclusivi. Quando si rifiuta di assumere il ruolo di giudice viene riconosciuto. Fugge e si ritroverà a Ceylon a fare la guida ai turisti (e a sniffare coca).

“I cani delle isole Marchesi e l’esattore delle tasse nella foresta vergine” - Les Chiens des Marquises et le Percepteur de la forêt vierge Un apologo tristissimo: nelle isole Marchesi viene introdotta una tassa per chi possiede cani. Non volendola pagare, i locali li mangiano tutti.

Il testo successivo, pur scritto appena tornato in Francia nel 1935 (anzi, scritti, dato che è l’unione un po’ tirata per aria, di due testi), verrà pubblicato solo nel 1990, insieme ad altri, nella raccolta “Nouvelles inattendues” (non edita in Italia, a quanto mi risulta). Si tratta di “Il comandante Philips e i maialini. Seguito dalla storia dei due canachi e di una bella ragazza che voleva vedere Tahiti la Grande” - Le Capitaine Philips et les Petits Cochons … suivi de L’histoire de deux Canaques et d’une belle fille qui voulaient voir Tahiti la Grande In questa doppia storia esotica, prima abbiamo l’avventuriero Philips che convince gli abitanti di un atollo polinesiano che stanno subendo un’epidemia da carne di maiale. E con uno stratagemma, ruba tutti i maiali e scappa. Lo troveremo dieci anni dopo a Sydney a vendere giornali. Senza motivi apparenti, abbiamo poi tre giovani polinesiani che rubano un battello per andare a Tahiti. Anche se lo restituiscono, verranno arrestati e gettati in prigione.

Infine, l’ultimo gruppo di testi, pur usciti singolarmente come sottoindicato, rimangono non pubblicati in volume fino al 1991, quando, insieme ad altri testi, escono nella raccolta “Nouvelles introuvables”. Mentre i primi sono classificabili come reportages di viaggio, questi sono considerati invece vere e proprie novelle.

“L’arancio delle isole Marchesi” - L’Oranger des îles Marquises viene pubblicato sulla rivista “Marianne” il 5 febbraio 1936. Qui abbiamo il missionario padre Ploué, da più di vent’anni su di un’isola del titolo. Si è adattato alle usanze locali, avendo come unico sollievo le spremute di un arancio che è riuscito a far crescere. Quando il vescovo, per la prima volta, viene in visita, il padre prepara tutto, ma deve assentarsi per un’estrema unzione. Al suo ritorno, il vescovo è andato, ma prima ha fatto abbattere l’arancio poiché un ramo, durante una tempesta, sbatteva sul tetto impedendogli di dormire.

“L’uomo che sparava ai topi” - L’homme qui mitraillait les rats viene invece pubblicato sulla rivista “Match” il 13 ottobre 1938. Niente di nuovo, essendo una rielaborazione del testo breve dal titolo simile. Uguale svolgimento, solo con qualche approfondimento in più, ma con poca verve.

“La testa di Joseph” - La Tête de Joseph esce sulla rivista “Gringoire” il 26 ottobre 1939. Qui assistiamo ad una truffa. Siamo ai tropici, dove i Jivaro, indigeni della foresta, disidratano le teste dei nemici. Tre mariuoli si industriano per far credere a tre croceristi di passaggio della veridicità della testa che offrono loro (la mitica testa di Joseph). La vendono per 400 dollari. Alla partenza dei tre, discutono come dividere i soldi e come impostare la truffa con la prossima nave.

“Little Samuel a Tahiti” - Little Samuel à Tahiti esce anche questo sulla rivista “Gringoire” il mese dopo, il 23 novembre 1939. La storia di Little Samuel che, fatta una fortuna, per emulazione, si compra uno yacht, va verso Tahiti, ma quello che lo interessa è solo bere, mangiare e giocare a carte. Arrivato non vuole neanche scendere, ma incuriosito dalla pesca indigena, si accosta con il tender, scivola sui coralli, si infetta e muore. Tutto il racconto è poi sulle difficoltà di smaltire lo yacht e la salma di Little Samuel, che nessuno vuole.

Come vedete, tutte storie di sconfitte, che Simenon tratteggia con efficacia, ma questa dimensione non è la sua. O meglio, ha senso se ne leggiamo sui giornali, come avvenne all’epoca della prima pubblicazione. La raccolta in volume (a prescindere da quanto detto sulla disomogeneità delle scelte editoriali) non porta molto. Non ci sono storie che prendono, ci sono le sconfitte, cui assistiamo un po’ distanti. Se la scrittura rimane quella, l’evidenza è solo di scritti redatti con la mano sinistra per compiacere chi gli ha pagato il viaggio.

Speriamo che le prossime raccolte (che saranno molteplici durante gli anni di guerra) riescano a risollevare il nostro benamato scrittore.

Essendo la prima vera trama del mese, ci mettiamo anche l’elenco delle letture del mese di ottobre. Un mese di molte letture, dove ho cominciato a leggere i libri lasciati da zia, dove spiccano il vecchio ma attualissimo libro di Tabucchi e un viaggio nel modo di vivere il quotidiano in Israele di Manuela Dviri. Non posso però neanche dimenticare che il mese è iniziato con la bella lettura del libro del mio amico Pier Vittorio. Non tutte le letture sono andate a buon fine, tanto che abbiamo anche due pessimi libri, il juvenile di Ferrandino ed un senile di Monetfoschi.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Pier Vittorio Buffa

Il pane non può aspettare

Neri Pozza

20

3,5

2

Giuseppe Ferrandino

Lidia e i Turchi

Mondadori

s.p.

1

3

Antonio Tabucchi

Notturno indiano

Sellerio

s.p.

4

4

Domingo Villar

Occhi d’acqua

Repubblica Profondo Noir

8,90

3

5

Georges Simenon

Gli intrusi

Repubblica

9,90

3,5

6

Erri De Luca & Ines de la Fressange

L’età sperimentale

Feltrinelli

17

3

7

Antonio Tabucchi

Il filo dell'orizzonte

Feltrinelli

s.p.

3

8

Nora Ephron

Il collo mi fa impazzire

Feltrinelli

s.p.

2

9

Massimo Carlotto

A esequie avvenute

Einaudi

18

3

10

Isabel Allende

Il mio paese inventato

Repubblica

9,90

2

11

Giulio Somazzi

La mia personale idea d’inferno

Accento

18

2,5

12

Dacia Maraini

La vacanza

Lerici

s.p.

3

13

Manuela Dviri

Vita nella terra di latte e miele

Ponte alle Grazie

s.p.

4

14

Gaetano Savatteri

I colpevoli sono matti

Sellerio

15

3

15

Giorgio Montefoschi

L’idea di perderti

Mondolibri

s.p.

1

16

Antonio Tabucchi

Il tempo invecchia in fretta

Feltrinelli

s.p.

3

17

Antonia Arslan

Il rumore delle perle di legno

Rizzoli

s.p.

2

18

Daniel Speck

Volevamo andare lontano

Corriere – Saghe

7,90

2

19

Michel Bussi

Les assassins de l’aube

Pocket

s.p.

3,5

Questa settimana vi ho stressato un po’ con tutte le saghe di Simenon, per cui la trama finisce qui. Anche senza nessun buon proposito per il nuovo anno. Che, essendo iniziato peggio della fine dei precedenti speriamo solo che si riesca a finirlo. Intanto, grazie al buon Paperino d’Oltreoceano, dopo l’Est Europa ed il Medioriente, dobbiamo cancellare per un po’ anche il Sudamerica dalle mete viaggiose. Come direbbe Troisi, “non ci resta che piangere”.

Quindi, pur con la speranza in cuor (come gli anarchici di Lugano) vi saluto con tanti abbracci.

domenica 28 dicembre 2025

Scritti diversi - 28 dicembre 2025

Questa settimana, che, tra l’altro, è anche l’ultima dell’anno, ci occupiamo di scritti eterogenei (cioè diversi tutto attaccato, che di versi pochi se ne legge). Abbiamo gli ultimi due cartonati dedicati alle avventure di Asterix e compagnia. Abbiamo due saggi o raccolta di articoli articolati e connessi di Beppe Severgnini. E sopra tutti un bellissimo scritto di Milan Kundera, autore che non sempre mi convince, ma che qui ho letto con attenzione e trasporto.

Fabcaro & Didier Conrad “Asterix e l’iris bianco” Panini euro 12,90

[A: 07/11/2025 – I: 11/11/2025 – T: 11/11/2025] - &&&

[tit. or.: L’iris blanc; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2023]

Avevo lisciato, un po’ per incuria, un po’ per sovraccarico di letture, gli ultimi volumi di Asterix. Avendone letto di sfuggita mentre tramavo un libro di Fabrice Caro, ho scoperto che lo scrittore è anche un valente sceneggiatore di fumetti. Ed ho anche scoperto che due anni fa ha preso il posto di Jean-Yves Ferri nelle sceneggiature del mio amato gallo. Ecco allora, recuperato il 40° volume della serie, aspettando che mi arrivi il 41°, uscito in Francia meno di un mese fa.

Devo subito anticipare che, rispetto ai classici Asterix, ma anche rispetto agli ultimi di Ferri, la storia è un po’ sottotono. Non ci sono invenzioni particolari, né rimandi storici. C’è un po’ di critica, ma forse anche questa datata (o forse datata per noi e più in auge in Francia). Ci sono, e poi ne vedremo alcune, delle invenzioni linguistiche e caricaturali interessanti. E c’è la solita alternanza degli ultimi volumi. Dal precedente lontano dal villaggio (ricordo si svolgeva nella terra dei Sarmati, cioè verso il Caucaso russo), qui troniamo principalmente in Armorica (cioè la Bretagna dei nostri amati Galli), con una divertente puntata verso la capitale.

Il punto di partenza della storia è la critica verso il cosiddetto “pensiero positivo” e tutte le stratificazioni di finti “auto-aiuti” e simili finto-psicologismi. Non a caso, le esternazioni del personaggio principale antagonista dei nostri sembrano delle rivisitazioni delle ovvietà alla Paulo Coelho. Insomma, le armate di Cesare sembrano non vincere più, allora lo psicologo dell’imperatore, Vitiumvirtus (in originale Vicévertus), propone di adottare il suo metodo, detto “Iris bianco” (che si sa è simbolo di purezza e virtù), usando aforismi da pensiero positivo per tirar su il morale delle truppe e rimotivarle.

Cesare lo sfida mandandolo nella nostra Gallia invincibile. Vitiumvirtus con le sue frasi fatte comincia a far breccia sia nelle truppe romane che tra i galli. In particolare, è Beniamina (in originale Bonemine, cioè “in buona salute”), la moglie del capo Abraracourcix (che ricordo viene da “à bras raccourcis”, cioè a suon di pugni) a cadere nelle sue trame. Così che il medico in capo, non riuscendo a motivare le truppe, decide di portarla a Lutetia, e lì di consegnarla a Cesare. Quando i Galli si accorgono della fuga, il gran capo con Asterix e Obelix si mette all’inseguimento.

Nella capitale, mentre vediamo Vitiumvirtus condurre Beniamina nelle sfere degli intellettuali blasè (con sottili e non sottili critiche da parte di Caro), i nostri ne trovano le tracce tra locande e teatri. Fino alla scena finale, con Beniamina che torna tra le braccia del marito, Cesare che manda il medico come schiavo nelle navi romane e i galli che tornano ad essere litigiosi. Per finire con il solito grande banchetto di riconciliazione nel villaggio.

Come capite la storia è ben esile. Si base quindi tutto sul contorno, sul clima e sulle frasi che si scambiano i vari protagonisti della vicenda. In modalità Coelho ironico troviamo ad esempio “Chi vince la collera trionfa sul suo più grande nemico”, “Un problema quando non ha soluzione, smette di esser tale” per arrivare a “Col tempo e la pazienza, la foglia del gelso diventa seta.”

A livello “caricaturale” dei disegni dei protagonisti, per noi italiani diventa un po’ difficile entrare nel gioco. Io ho riconosciuto soltanto in Vitiumvirtus la caricatura del filosofo e molto altro Bernard-Henri Lévy. Mentre in varie scene di intellettuali nella capitale si riconosce (ma solo perché ho letto da poco un suo libro) l’auto caricatura dell’autore, Fabrice Caro. In fine, nell’attore delle scene finali, Boxoffix (rimasto inalterato) si vedono bene i tratti di Jean Rochefort.

Ci sono poi divertimenti su cose e luoghi: Beniamina per andare a Lutetia prende un CGV (Carro a Gran Velocità, vedi TGV francese), nella capitale gli amici di Vitiumvirtus si ritrovano al caffè Lédeumagos (il mitico caffè di Verlaine, Rimbaud e molti altri “Les Deux Magots”), poi sempre loro vanno a vedere una mostra al museo Kébranlix (ovviamente il museo du Quai Branly) dove vedono le opere di Banskix (Banksy), Boltanskix (Christian Boltanski), Endiouaros (Andy Warhol) e Malevix (Kasimir Malevitch), dove spero i cultori dell’arte ne abbiano riconosciuto qualcuno.

Nelle pieghe dei disegni poi fanno capolino il Moulin Rouge (facilmente riconoscibile) e la fontana Wallace (un must per chi conosce Parigi). Ci sono poi momenti che si perdono nella traduzione, come ad esempio una affiche che in italiano viene indicata come Lotteria Gallica (che solo facendo salti mortali possiamo riportare alla nostrana Lotteria Italia), mentre in originale viene indicata come “Lotterie la Gauloise des Jeux” riferendosi alla locale “Lotterie la Française des Jeux”. Come si perde il gioco della commedia di Boxoffix che in originale riportava “En attendant Godos” (ovviamente riferito al dramma di Samuel Beckett, parodiandolo usando il termine “Godos” che colloquialmente indicava i visigoti; quindi “aspettando i barbari”). Purtroppo in italiano hanno pensato di modificare il riferimento facendo recitare “Romeo e Galletta”. No comment.

Poiché poi è una graphic di citazioni, veniamo anche a loro, o almeno a quelle che si ritrovano in cross sulle varie lingue.

Primo esempio. Vitiumvirtus dice “ti piace ingaggiare discussioni?” e Asterix risponde “Non puoi ingaggiare mille volte mille persone”. La citazione viene dal film comico cult “La città della paura”, dove un personaggio dice “Puoi ingannare una persona mille volte, puoi ingannare mille persone una volta, ma non puoi ingannare mille persone mille volte” (scambio ingaggiare/ingannare).

Asterix, cacciando cinghiali, afferma “Mens sana in porcore sano”, ovvio riferimento da Giovenale, sapendo che “porcore” in latino sta per maiale. C’è poi il centurione Ollinclusus che dice “Se vuoi la guerra, prepara la pace”, contro citazione di “Si vis pacem, para bellum” tratto dal libro III “Epitoma rei militaris” del filosofo romano Vegezio. Poi nella battaglia centrale tra Asterix, Obelix e i romani ce n’è un florilegio: “Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi” (Rocky Balboa), “Vincere senza pericolo è trionfare senza gloria” (dal Cid di Corneille), “Che la forza sia con noi” (ovviamente “Star Wars”) per finire con il bellissimo “Chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso” (Bertolt Brecht).

Una delle cose poi da riconoscere ai traduttori è lo sforzo di cambiare le citazioni alle canzoni francesi, altrimenti non comprensibili. Gli ottimi Vania Vitali e Andrea Toscani allora prima ci portano a Toto Cotugno (“lasciatemi cantare…”), per poi passare a Gino Latilla (da vecchio scarpone a vecchio menhir), a Ron (“vorrei incontrarti tra cent’anni…”) fino a Raf e Umberto Tozzi (da gente di mare a gente d’arvernia).

Potrei continuare a divertirmi, ma forse mi diverto solo io in questi giuochi intellettuali. Quindi vado verso la conclusione. Sempre ottimi i disegni, interessanti i passaggi ironici, meno coinvolgente la trama. In conclusione, un buon prodotto, forse molto “francese” per il nostro mercato, ma che io continuo ad amare, per le critiche varie che continua a tenere, e per l’ironia che tiene in moto la mente.

Ricordo sempre che me ne innamorai quando, nel terzo volume, “Asterix e i Goti”, tradotti da Marcello Marchesi, vedendo visigoti e ostrogoti che se le davano di santa ragione, Asterix se ne esce con “I goti che picchiano i goti, che goturia”. Inarrivabile.

Fabcaro & Didier Conrad “Asterix in Lusitania” Panini euro 12,90

[A: 09/12/2025 – I: 10/12/2025 – T: 10/12/2025] - &&&

[tit. or.: Astérix en Lusitanie; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2025]

Forse non sapete, ma, in genere, le avventure di Asterix escono ogni due anni. Che tanto ci vuole per eseguire tutto il processo: costruzione dello scenario, preparazione delle tavole, sceneggiatura completa, produzione e colorazione delle tavole, impostazione delle traduzione (perché, in genere, esce quasi contemporaneamente in tutto il mondo).

Quindi, avete saputo per vie traverse, dell’ingaggio come sceneggiatore di Fabrice Caro, mi ero mosso per vedere se ero rimasto in arretrato. Ed essendo così ho colmato il “buco” con i due volumi della nuova gestione. Del primo ho appena parlato, così che, a stretto giro, mi sono comprato ed ho letto anche questo nuovo ed ultimo episodio. Rimarcando con rimpianto che si dovranno aspettare i due anni canonici per avere qualcosa di nuovo.

In quest’avventura, tuttavia (e forse è anche un punto di forza) c’è poco di nuovo. Cioè siamo di fronte ad una storia a suo modo classica. Un popolo (o una qualsiasi entità) oppressa chiede aiuto ai nostri invincibili galli. Che si faranno in quattro per capire cosa succede, individuare i cattivi, adoperarsi che i buoni siano vincenti, il tutto condito, se ce n’è bisogno e se ce n’è voglia, con qualche momento di vita locale nel nuovo ambiente.

La decisione, quindi, è solo relativa a dove collocare l’avventura. Visto che, andando in giro per l’Europa, poco si era toccato della penisola iberica, ben si colloca l’idea di portare i portoghesi in primo piano. Per una serie di ragioni. Primo, non c’era stato nessun episodio direttamente lusitano. Secondo, si poteva pescare in un’idea non sviluppata a suo tempo dai padri di Asterix, dove, ne “Asterix e il regno degli dèi”, comparivano dei portoghesi, seppur senza nome. Ma erano ben tipicizzati nella figura e nell’espressione, che è bastato partire da quegli accenni per creare ottime figurazioni. Infine, anche i lusitani hanno un eroe nazionale che a lungo, e con successo, si oppose ai Romani, al pare di Vercingetorige. Si tratta di Viriato, la cui memoria è scolpita nel cuore locale, seppur le sue vicende si svolgono un centinaio di anni prima dei nostri, dato che Viriato venne tradito ed ucciso nel 138 a.C., mentre noi sappiamo che qui siamo nel 44 a.C.

Quindi, abbiamo il lusitano che chiede aiuto ai nostri, visto che il suo amico e piccolo produttore di garum, è accusato di voler uccidere Cesare, e per questo destinato alla morte. Subito Asterix e Obelix partono per risolvere la questione. Così vediamo: l’arrivo in Portogallo e la descrizione ironica dei costumi locali, l’individuazione dei cattivi e le manovre per salvare il buono ed incarcerare i cattivi. Quindi, una trama semplice e diretta che si regge sulle uscite ironiche, e che procede senza intoppi verso l’auspicato finale. Certo, bisogna trovare il modo di scagionare l’innocente, così che avverrà con l’aiuto di due turisti francese, una vivandiera locale e tanto vino.

Prima di citare giochi ed iperboli linguistiche, una delle idee vincenti è stata di presentare i locali come un popolo “triste e felice”, sviluppando quindi quel ramo malinconico (la “saudade”) e la sua migliore espressione canora (il “fado”). Mentre, dal punto di vista epifenomenico, è l’accenno da alcune caratteristiche visive e culinarie che ci fanno immergere nel Paese: la diffusione degli azulejo (ironicamente indicate come piastrelle) e la presenza quasi in ogni piatto del “bacalau”. Non potendo poi mancare un riverito omaggio ad una delle glorie di Lisbona (o meglio di Olisipo, come si chiamava allora): le “pastel de nata”. Ed anche al mitico autobus 28, qui rinominato “carro XXVIII”).

Ovvio che a cantare un fado non possa esserci che una Amalia (richiamo all’ineguagliata Amália Rodrigues, la regina del fado). Ovvio che il rivoluzionario imprigionato insieme al nostro innocente commerciante, inneggi alla lotta di liberazione della loro terra e sia chiamato “garofani”. Come, seppur brevemente in una tavola, c’è un ragazzo che gioca a pallone con le fattezze minuscole di Cristiano Ronaldo. E poi, a guidare i nostri alla riscossa è la locandiera Gama. Che ha un locale che in francese si chiama “Le Vase clos”, e che quindi viene indicato come “Le Vase clos de Gama”, con una pronuncia eufonica simile a “Vasco de Gama”. In italiano gioco intrasportabile, e così viene adottato il più banale “Fiasco di Gama”. Peccato.

Qui dobbiamo sottolineare forse un po’ di stanchezza di Vania Vitali e Andrea Toscani, che non sempre hanno la mano felice come in altre occasioni. Il povero commerciante innocente viene chiamato Candides (per sottolinearne l’innocenza) mentre l’originale si chiamava Mavubés (cioè “ma vue baisse”, mi si abbassa la vista).

Comunque se vogliamo entrare più a fondo nelle traduzioni (che come si dice anche in una tavola, “tradurre è un po’ tradire”) abbiamo alcune idee buone Gépissine (j’ai piscine, ho una piscina) diventa Jacuzzine (facile) e Spikrine (cioè Speakerine, che formalmente sarebbe “signorina Buonasera”) diventa Velina. O come il governatore di Olisipo Plusvalus che si cambia in Surplus. Altre con adattamenti consentiti come l’industriale dell’editoria Paruvendus (cioè “uscito venduto”) che si trasforma in Globalnius, o il traditore  lusitano Pirespes (la peggior specie) mutato in Malafedes.

Ovviamente, alcune citazioni si comprendono in tutte le lingue, ad esempio come il magnate dell’industria Elonmus o l’addetto al marketing Niubisnes. Mentre per altre bisogna fare molta strada affinché possa essere interpretato come il banchiere Lefricséchix (dove il nome viene dalla canzone “Le Freak” del gruppo americano Chic) che viene cambiato in Titolitossix. O come il buon lusitano in originale Boulquiés (indicando l’apparecchio acustico “boule” prodotto dalla casa Quiès che è l’analoga francese di Amplifon) che viene modificato in Audiostres.

Come sapete, sarei ore a decrittare nomi e situazioni di Asterix, che mi hanno sempre intrigato sin dai tempi di Marcello Marchesi. Ma per ora terminerei qui, con il riconoscimento di un volume nel solco tradizionale, ben disegnato e con qualche spunto nella sceneggiatura. Comunque, si potrà migliorare.

Beppe Severgnini “Manuale dell’imperfetto viaggiatore” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T: 29/11/2025] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 225; anno: 2000]

Premetto, come ho fatto per altre recensioni riguardanti Beppe Severgnini che, in generale, i suoi articoli in punta di penna, pur non eccelsi, mi trovano curiosamente lettore. Ogni tanto ne nasce uno spunto e non è poco (anche se, ovviamente, salto sempre a piè pari tutte le volte che, malauguratamente, parla di Inter). Non solo, ma essendo un socio a vita del Touring, a suo tempo, quando scriveva sulla rivista, anche quegli articoli erano dilettamente letti.

Qui, per rendere sempre omaggio ai doni ricevuti dalla dipartita di zia Serenella, mi sono imbarcato in una lettura che solo per un paio di punti posso salvare. Molte parti erano già uscite sul Touring. Ma più che altro, per i viaggi, molte parti sono dolentemente datate, e senza possibilità di recupero.

Certo, l’intento dell’autore, come proclama lui stesso, è quello di gettare un’occhiata sui viaggiatori, più che sul viaggio. Ma non possiamo non renderci conto, ed io per primo, che viaggiare nell’anno di scrittura del testo (2000) e viaggiare ora dopo 25 anni è fondamentalmente diverso. Con due costanti (o due osservazioni) che meritano di essere ricordate come “fuori dal tempo”.

Da un lato, infatti, pur con molti distinguo, il popolo di turisti, come erano le persone in giro per il mondo decenni fa, si è evoluto in un popolo di viaggiatori.

Il turista nell’allontanarsi da casa cerca svago, cerca le mete che ha visto sulle riviste patinate, cerca comfort. Quante volte, viaggiando nel secolo scorso, sentivo persone in viaggio lamentarsi di non avere il caffè la mattina e la pastasciutta a pranzo. Ricordo ancora un viaggio organizzato in Cina negli anni Novanta dove, dopo una settimana, ero il solo a continuare a mangiare cinese…

Questo appunto è quello che contraddistingue il viaggiatore: la voglia di scoprire, di imparare cose nuove e nuovi e diversi modi di affrontare il mondo, la ricerca della vita quotidiana delle località che si vanno scoprendo. Ho sempre detto, ad esempio, a tutti coloro che viaggiano insieme a me che se in quel posto i locali mangiano qualcosa, significa che è edibile. Può piacere o non piacere, ma questa è una storia diversa.

Beppe, con la capacità analitica dell’attento osservatore, si pone, mentre lui stesso viaggia, a vedere coloro che gli sono intorno, rimarcando, sottolineando i modi di vita che tipicizzano il poco perfetto viaggiatore, cominciando da … prima del viaggio. La preparazione. Che, per le osservazioni del tempo, era dedicata alla visita alle agenzie di viaggio ed alla gimkana tra le parole roboanti del venditore e quanto realmente offerto nel pacchetto di viaggio. Una volta scelta la meta, non si può che pensare alla valigia, ed alle diverse entità doganali che si incontrano nel mondo. Non sfondo nessuna porta, sostenendo la poca flessibilità delle dogane americane, o la sensazione di paura che incutevano i giovani doganieri israeliani che controllavano le valige con la pistola in pugno.

Per parlare poi delle grossolane maleducazioni dei viaggiatori in aereo. Non solo con la malacreanza di parlare ad alta voce, sempre, ma, ad esempio, con l’arroganza di sedersi nel primo posto libero, ignorando, se non costretti, il posto assegnato. Ovvio che, viaggio per viaggio, non di solo aereo si tratta. Ma mentre per le navi personalmente stendo un velo pietoso (salvo solo le crociere sul Nilo che ho fatto e che rifarei), per le auto non posso che sottolineare, più che la protervia di chi guida in modo spericolato e pericoloso per sé e per gli altri, la completa maleducazione della gente che frequenta gli autogrill.

Potrei continuare a dilungarmi sui punti salienti e dolenti che elenca ed analizza l’autore, ma vorrei solo soffermarmi su i due elementi purtroppo molto cambiati nel tempo (più un terzo che lascio in coda). Il primo riguarda il denaro. Ricordo, anche se non con rimpianto, le lunghe ricerche di valuta prima di partire, e, in molte parti del mondo, la lotta con i cambiavalute spesso truffaldini. Ora, da un lato, il passaggio all’euro ha modificato sostanzialmente l’approccio al denaro ed agli acquisti in tutta l’Unione Europea. Dall’altro, il sempre più elevato uso della carta di credito ha ridotto ai minimi termini la ricerca di valuta estera.

Il secondo punto riguarda un fenomeno che ai tempi della scrittura era agli inizi e che ora è deflagrato in modalità che non ci sarebbe aspettati, è l’uso, scriteriatissimo, dei cellulari. Ricordo ancora una fine pomeriggio passata tra vari negozi ufficiali in un villaggio indiano alla ricerca di un telefono con cui poter comunicare con i miei genitori. Ora si cerca solo se c’è campo e non c’è più nessun senso a dire: “indovina da dove chiamo?” Unico punto che devo riconoscere a Severgnini è l’aver indicato già venticinque anni fa quei comportamenti asociali di chi usa il cellulare come se fosse solo al mondo. Parla ad alta voce e spesso mette anche il vivavoce. Non credo ci sia bisogno di dire altro.

Insomma, mi aspettavo qualcosa di più, o meglio, qualcosa di atemporale. Cosa che ho ritrovato solo in alcuni passaggi ed in alcune caratterizzazioni. E per non allungare troppo tralascio appunto di parlare degli hotel/pensione o delle visite nelle capitali europee (con la montagna di foto scattate al tempo, e con i milioni di scatti con i cellulari ora). Per cui, certo lettura gradevole, ma con poco ritorno mentale.

Solo un ultimo punto, anch’esso stravolto dalla modernità, e che ho lasciato per ultimo legato ad un piccolo ricordo personale. Le carte di imbarco! Una volta erano lenzuoli ambulanti, e a poco a poco si sono ridotte fino ad ora che, insieme al biglietto aereo, sono praticamente sparite. Per il biglietto ora è sufficiente il documento d’identità e le carte d’imbarco, ormai sono quasi tutte memorizzate sui cellulari. Così che non capita quanto Severgnini racconta a pagina 64 su “chi ha i biglietti?”. E quindi su quanto ci capitò quasi quarant’anni fa dove sparirono le carte d’imbarco in uno sperduto aeroporto egiziano. E furono ritrovate solo poco prima della partenza messe nel cappello di uno dei bambini del gruppo a mo’ di penna degli alpini.

“Le infanzie sono come le diapositive: interessano soprattutto al proprietario.” (89)

“Flaiano: il desiderio segreto di ogni turista è sentirsi a casa.” (192)

Beppe Severgnini “La vita è un viaggio” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T: 29/11/2025] && e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 220; anno: 2014]

Nuova lettura degli elzeviri di Severgnini, dove non torno e glisso sia sulla parte calcistica dello scrittore sia su dei momenti di scrittura un po’ di stanca. Ne ho appena parlato, ci sono alti e bassi, ma mediamente sono leggibili. Anzi, in questa nuova prova sembrano abbastanza convergenti su temi similari, anche se tutta la seconda parte del libro è forse un po’ sbilanciata italo-centricamente.

L’assunto principale, poi, è uno di quelli che nel mio immaginario non dovrebbe essere neanche messo in discussione. Viaggiare e leggere sono (e sono stati) un must della mia vita. Certo, sono moderatamente invidioso di chi, come il nostro, lo fa nella vita quotidiana, e spesso anche remunerato. Io ho di certo viaggiato tanto per lavoro prima e per diporto poi. Purtroppo non ho mai trovato l’idea a me consona di monetizzare la mia passione letteraria. Poiché sono momenti importanti, per me, ci ritornerò in finale.

Il dato generale è un parlare a ruota libera, che mi ha coinvolto come detto nella prima parte, un po’ meno quando vuole parlare dell’attualità, della deriva politica italiana. Anche se in quelle parti ci sono elementi imprescindibili per capire la nascita e la crescita dello scrittore e del giornalista. Quando parla del suo periodo studentesco a Crema, dei primi articoli sui giornali e giornaletti, nonché il tirocinio sulle orme di un grande maestro di giornalismo, Indro Montanelli.

Ma questo suo parlare della vita, come dice il titolo, è un parlare del viaggio. Dato anche per scontato che tutta la nostra vita è un viaggio che parte da dove sappiamo bene ed arriverà, non sappiamo come e quando, ma arriverà. E viaggiare, incontrare senza pensieri che blocchino altre culture, altri modi di vivere è l’unico modo di costruirsi la vita. Come ben afferma ad un certo punto, il viaggio allunga la vita, perché riempie di ricordi il passato e colma di progetti il futuro.

Per affrontare tutta questa tematica, quasi a darsi un filo conduttore, Severgnini sceglie venti parole che diventano venti titoli di piccoli compiti in classe che girano intorno all’argomento. A volte se ne fanno giri su giri, altre si parte dal titolo e si va dritti verso altre mete. Prendo allora alcune parole, a caso ma non tanto, come a segnare il modo di affrontare questo testo.

Non posso non partire dalla prima (Atlante) perché è quella più legata al viaggio e che mi ha dato la spinta di leggere le altre diciannove. Con alcune notazioni che sottoscrivo con tanta forza. Intanto la tautologia efficacissima che solo viaggiando si impara a viaggiare. Ricordo ancora la mia prima valigia, a sedici anni, per una lunga permanenza francese. E ricordo come, se mi dite ora di partire, posso imbastire un bagaglio efficace in meno di un’ora. Ma non solo si impara a viaggiare, perché guardando, parlando, ascoltando, provando si impara a trovare sé e la propria strada. Un tormentone ricorrente dei miei viaggi, ad esempio, riguarda il cibo. Che si può capire molto delle culture altre vedendo come e cosa mangiano. Tanto che io ripeto sempre a tutti: “Se qualcuno lo mangia, può piacere o non piacere, ma si può mangiare. E si deve provare!”

La seconda parola che mi rimane sulla penna è “Brevità” (che per la sua leggerezza mi rimanda subito a Calvino). La sintesi è un’arte e chi ha questo dono riesce ad andare subito al nocciolo delle cose, e per questo stesso motivo riesce poi a restituirlo agli altri rendendo i concetti facilmente comprensibili. Non per questo sconsiglierei di leggere “Guerra e pace”, che la brevità è un concetto che non si misura (solo) in lunghezza. Perché i pur tanto utili “bignami” della scuola servivano solo se avevi studiato bene e a lungo. Ma la brevità, dopo, dona tempo al lettore che riesce ad avere gli stessi concetti in meno tempo (di lettura). Di passaggio poi, se uniamo brevità a viaggio indichiamo un modo di viaggiare leggeri che dovrebbe essere sempre la nostra meta.

La terza bolla dei ricordi riguarda l’Incoraggiamento. Perché bisognerebbe sempre cercare di aiutare gli altri, ma gli aiuti non sono regole da seguire quanto modi di indirizzare. E qui Severgnini ci aiuta con una intraducibile parola inglese “nudging”. Un modo di aiutare gli altri attraverso queste modalità. Tradotte in italiano con “spinta gentile” è un concetto della psicologia cognitiva dove sostegno positivi hanno speso maggior efficacia che regole o coercizioni. E sono segnali positivi anche per chi aiuta.

Per ultimo mi resta sulla penna la resilienza, intesa come la capacità di superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Sono completamente in accordo con l’autore, che tutti cerchiamo di dimenticare i momenti difficili. Invece sarebbe buona pratica ricordarli, affrontarli, fortificare la nostra personalità perché ce la stiamo facendo. E con Beppe ricordo uno dei più divertenti ad acuti film degli ultimi venti anni che proprio sulla resilienza si basa. Pensiamo infatti a “Marigold Hotel”.

Poi ci sono altre sedici parole, che meno mi hanno coinvolto, e che vi lascio scoprire se ne avete voglia, sottolineando solo due aspetti: essendo il libro di solo dieci anni fa non è ancora andato in obsolescenza come il precedente e leggete, senza che io ne faccia alcun cenno, il capitolo dedicato alla rinuncia per una settimana all’uso di ogni strumento tecnologico avanzato, in particolare i social. Molto istruttivo.

Per finire su libri e viaggi, nel nuovo censimento dell’ONU sono riportati 195 paesi (inclusi anche una serie di microstati di isole caraibiche ed oceaniche). Nel mio censimento personale, risulta che ne abbia visitati 90. Mentre sul fronte bibliotecario, pur con qualche incertezza sugli anni ’80, i miei brogliacci di lettura portano un totale di circa 5.300 libri letti. Parliamone, caro Beppe.

“Viaggiare è istruttivo … Se da giovani viaggiare è utile, da meno giovani diventa fondamentale. La curiosità è l’antiruggine del cervello, e a una certa età bisogna applicarne in abbondanza.” (17)

“Papa Francesco: ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo.” (122)

“dal film ‘Nebraska’: - Ha l’Alzheimer? – chiedono al figlio riferendosi al padre. – No – risponde il figlio – crede a quello che dice la gente.” (146)

“Archiloco: La volpe sa fare molte cose, il riccio una sola. Ma molto bene.” (194)

Milan Kundera “Il sipario” Adelphi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 11/11/2025 – T: 13/11/2025] - &&& e ½ 

[tit. or.: Le rideau; ling. or.: francese; pagine: 183; anno 2004]

Ho da sempre avuto un rapporto di vicinanza/lontananza con lo scrittore franco/ceco. Mi aveva, come per molti, affascinato l’edonismo reaganiano di Roberto D’Agostino, mi avevano lasciato dei dubbi alcune letture. Ma senza dubbio è un autore che leggo sempre con un occhio di riguardo, soprattutto in questa tarda lettura della sua scrittura in francese, lingua adottata come fu adottato lui dalla sua seconda patria, visto che dalla prima dovette allontanarsi per non subire repressioni o peggio.

E proprio questo suo carattere di cittadino del mondo permette a questo scritto di affrontare un tema molto coinvolgente, per me. Il romanzo, la sua nascita, la sua esistenza. Perché il romanzo è e non può essere altro che un pezzo di una storia che supera le nazioni ed il nazionalismo. Possiamo avere in antipatia (o anche in odio) i russi attuali, ma non possiamo negare la potenza o il coinvolgimento di un Dostoevskij o di un Puškin.

Come dice il titolo, con queste sue pagine un po’ a ruota libera, Kundera solleva il sipario sul suo concetto di romanzo, innescando una sua riflessione (personale e difficile da sintetizzare) sul romanzo come arte autonoma, come momento di conoscenza, come momento che fa pensare (cosa che condivido, anche se i pensieri che a me suscita una riga di un romanzo forse sono altri rispetto ai vostri), come, in fondo, un inno alla memoria per non dimenticare. Cosa? Ma tutto, che diamine. La Storia, le storie, il personale, il pubblico, quello che è successo e quello che sta succedendo.

Per questo, Kundera, saltando qua e là, ci parla dei suoi autori fondamentali. Che conosciamo, ma (domanda personale) li abbiamo letti? I suoi autori sono tanti: Musil e l’Uomo senza Qualità (ed io invece ho letto i turbamenti di Törless), Kafka e tutta la sua produzione, Castello e America in testa a tutti (io mi fermo al Processo ed ai racconti), Broch e i Sonnambuli (io vado per la morte di Virgilio), Gombrowicz e Ferdydurke (ovvio che io rimango sempre su “Trans-Atlantico”). Mi ha fatto pensare non poco che pur avendo letto degli stessi autori, ci restano nelle corde tutti libri a volte diversi.

Ma il romanziere per Kundera è colui che vede quello che altri non vedono. Lui è romanziere, io sono un misero tramatore. Eppure, partendo da quegli autori, ed arrivandone ad altri, infila una serie di riflessioni che si intonano alle mie. Il romanziere narra di un mondo che cambia inesorabilmente, ogni giorno. E quindi leggerne permette di ricordare il mondo che abbiamo attraversato, visto che il mondo in cui moriremo no sarà quello in cui siamo nati.

Dicevo arriva ad altri, a quelli che erano, prima dei precedenti, i caposaldi della struttura del romanzo. Lì dove sono arrivato anch’io, e con Kundera celebro ovviamente Cervantes, Fielding, Goethe, Stern, Flaubert, Carpentier, Joyce. Ognuno con la sua specificità e realtà. Il Don Chisciotte base della rivoluzione copernicana del romanzo, e su cui torneremo per due aneddoti, il Tom Jones di Fielding o il Tristram Shandy di Sterne. E così via, fino al flusso di coscienza di Joyce e d al realismo magico di Carpenter.

Faccio una piccola digressione sulla Cecoslovacchia e due riflessioni ad essa collegata, ben evidenziate dal narrare di Kundera. Kafka era di Praga, ma ha scritto sempre in tedesco, si considerava parte della letteratura germanica, e se avesse scritto in ceco forse avrebbe un posto veramente di nicchia nel nostro immaginario (come ad esempio Karel Čapek, che è il padre fondante di tutta una letteratura che forse ricordiamo in tre; come scrittore non come letteratura). La seconda riflessione parte dalla descrizione di un testo dove lo scrittore si lamentava del rumore della auto per le strade di Praga. Rumore che ora, a noi, neanche entra nella testa. Ma quello scrittore scriveva quando le auto erano poche. Così, i disturbi, le deviazioni dall’ordinario si percepiscono meglio nell’infanzia del loro divenire. Quando le scritture si sommano, tutto si omologa. Purtroppo verso il basso.

In questa sua forte dichiarazione d’amore per la narrativa, Kundera ci porta ad una riflessione di fondo: noi lettori e voi scrittori siamo in fondo osservatori di cosa avviene nell’animo umano. E gli scrittori, allora, in ogni dove ed in ogni lingua, in ogni secolo ed in ogni continente, devono continuare a scrivere affinché noi lettori possiamo continuare a portare avanti la memoria dell’esistere.

Termino con quei due richiami a Cervantes di cui accennavo. Il primo viene dal passo del Chisciotte in cui il nostro eroe visita un gentiluomo il cui figlio si diletta di poesia. Figlio ben astuto, che subito si rende conto della follia di Chisciotte. Quando però il “folle” loda e con parole giuste le poesie del ragazzo, questi è sedotto dall’arguzia del folle e ne dimentica la follia. Si domanda allora Kundera: chi è allora più folle, il folle che tesse le lodi del savio o il savio che crede alle lodi del folle? Un pezzo meraviglioso sia di Cervantes che di Kundera.

L’altro, che ritrovo a pagina 131, quando Chisciotte prende per elmo la bacinella di un barbiere e postasela in capo la tramuta, ipso facto, in elmo. Questo mi ha riportato ad un Carnevale a Venezia di tanti anni fa, quando un signore, per mascherarsi, si era vestito di tutto punto (giacca, camicia, cravatta e cappotto), per poi indossare come cappello uno scolapasta. Ritengo che sia il più bel travestimento che abbia mai incontrato nella mia vita. Il che ci riporta ad un elemento fondante della scrittura e delle riflessioni di Kundera: ogni lettore è colpito da eventi diversi nella scrittura, ognuno darà evidenza ad un particolare, che altri magari ignoreranno del tutto. Il bello della scrittura e della sua accoglienza soggettiva.

Forse mi è mancato qualche raccordo finale per riuscire a comprendere e rendere mio tutto il testo. Che però trovo stimolante ed assolutamente da leggere.

Avendo comunque un florilegio si scritti al maschile, non posso che riempirvi di citazioni e pensieri che vengono delle mie letture al femminile.

La prima che vi propongo, unica straniera, è il Nobel Nadine Gordimer dove in “Nessuno al mio fianco” propone, tra le altre, alcune riflessioni sull’anzianità:

“Sai che è davvero brutto essere vecchi, quando nessuno vuole più toccarti.” (119)

 “Alcuni mutamenti della comprensione reciproca possono avvenire soltanto quando si è soli, lontani da ciò che è contenuto nella forma delineata da un altro. E questi mutamenti non possono essere condivisi, si è per sempre soli con sé stessi.” (122)

“Ora sono abbastanza vecchio da capire quello che non si sa a vent’anni: la vita non finisce con la catastrofe dei quarant’anni, è molto probabile che continui ancora per molto tempo.” (198)

“Non si può appartenere a qualcun altro… si può desiderarlo, ma non è possibile.” (198)

“Tutti finiscono col muoversi da soli verso sé stessi.” (270)

Abbiamo poi due libri di Paola Mastrocola: “La gallina volante” e “Facebook in the Rain”. Il primo, da brava insegnante, con due pensieri sui giovani:  

“Sono bravi gli studenti anni Novanta… puoi venire a dirgli qualsiasi cosa, se la bevono come niente…. Santa passività!” (50)

“Mia madre mi diceva sempre che i giovani vanno aiutati perché non sono stupidi, sono solo giovani.” (150)

Il secondo, invece, con un flash sui rapporti di coppia:

“Non importa se una donna ti dice di sparire, tu non lo devi fare … perché la donna è così, spesso dice una cosa che non vuole, e vuole una cosa che non dice.” (104)

A ruota vengono poi tre donne con diverse età ed espressioni. Dacia Maraini nel racconto “Menzogna felice” consiglia “Da bambini si vuole capire. Da adulti si vuole dimenticare. Sia dolce il dubbio a chi nuocer può ‘l vero.” (33)

Giuseppina Torregrossa nel suo celebrato “Il conto delle minne” approfondisce il discorso del passaggio d’età: “A un certo punto della vita il tempo corre veloce e la maturità sta in attesa dietro l’angolo. Io non mi sono accorta di essere diventata adulta. Il ricordo della mia infanzia è così vivido e presente che non sono ancora pronta.” (197)

Infine, Chiara Gamberale scrivendo “La zona cieca” ci porta in quel quadrato magico di Johari che tutti gli psicologi conoscono (quattro quadranti denominati aree: Pubblica, con le informazioni note a tutte, Privata, con i tuoi segreti, Cieca, quello che gli altri sanno e vedono di te e di cui tu non ti accorgi, e Ignota, dove sono informazioni sconosciute a tutti, esperibili attraverso nuove esperienze): “Nel lavandino erano accumulati tutti i piatti e le stoviglie di casa. Li aveva usati finché ce n’erano a disposizione … poi era passato a quelli di plastica. Che formavano una pila, assieme a giornali vecchi, … l’edizione originale di Malone muore, un numero di Diabolik … il manuale di storia dell’arte di Winckelmann.” (34)

“Io penso alle persone solo quando ce le ho davanti agli occhi. Quando non ci sono è come se si spegnessero.” (51)

“Anche se pensiamo che nessuno può capire quello che stiamo passando perché nessuno è speciale come noi.” (101)

“È colpa mia se vorrei portare a letto tutte le donne che vedo?” (190)

Ed eccoci, allora, all’ultima trama dell’anno, la numero 47 (poiché nell’anno ci sono 52 settimane, vuol dire che ne ho saltate solo 5). Tra qualche giorno faremo il consuntivo delle letture, per ora ci accontentiamo di ritirarci qualche giorno in campagna, perché il riposo fa bene a tutti. E da lontano, in ogni caso, continuo a pensarvi, abbracciarvi.

domenica 21 dicembre 2025

L'eredità della zia - 21 dicembre 2025

Già avete visto qua e là comparire i libri ereditati dalle troppo precoce scomparsa di zia Serenella. Oggi, in suo omaggio e memoria, tramo ben cinque libri al femminile di questo lascito. Con tre buoni ed interessanti libri: l’opera prima di Dacia Maraini, un libro israeliano di Manuela Dviri ed una immersione nella cultura indiana di Anita Desai. A ruota, un poco sotto, una antologia sugli amori tossici sempre di Dacia ed un ricordo armeno di Antonia Arslan.

Dacia Maraini “La vacanza” Lerici s.p.

A: 01/10/2025 – I: 17/10/2025 – T: 18/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 153; anno: 1962]

Non ho letto molto di Dacia Maraini, anche se alcune sue prove mi hanno convinto (Marianna Ucrìa in primis) mentre altre (soprattutto nei racconti) mi hanno lasciato abbastanza freddo. Devo anche dire che il mio è un giudizio drogato dal fatto che, al contrario, ho amato ed amo molto la scrittura del padre, soprattutto in quelle prove al limite del nonsenso (non smetterò mai di amare il suo inizio poetico “Il lonfo non vaterca né gluisce”), o in altre sui ricordi dei tempi giapponesi.

Qui, devo ben dire, che la scrittrice da un lato mi sorprende, in positivo, dall’altro continua però a rimandare un che di freddo e distante che non aiuta proprio l’empatia. D’altra parte, non mi è mai sembrata un persona di facile contatto, sia nei tempi e modi del suo rapporto con Moravia, sia nella ferrea ortodossia femminista, condivisibile nei temi meno nei modi.

Questo, tra l’altro, è il primo testo da lei scritto, all’età di ventisei anni e con notevoli problemi di pubblicazione. Il tema non facile allontana gli editori che vanno per la maggiore, e la poca notorietà dell’autrice fa il resto. Fino a che la poco nota e battagliera “Lerici editore” decide la pubblicazione, a patto che Moravia, amico di famiglia dei Maraini, ne faccia la prefazione. Così, in un sol colpo, il libro esce, e Dacia va a viver con Moravia, con cui resterà per sedici anni.

Ma qual è la scabrosità del testo? Dacia narra la gioventù della protagonista nella delicata transizione verso l’adolescenza. E ne narra usando il duplice significato del titolo. In primo luogo è vacanza, in senso scolastico, che tutto il testo si svolge dal giugno all’ottobre del ’43, nel periodo di assenza dal collegio di Anna, la quattordicenne protagonista, e di suo fratello Giovanni. La seconda lettura fa riferimento invece al vuoto, alla mancanza di qualcosa, che, sotteso in tutto il testo, è forse un solido appiglio verso il reale. Cosa cerchiamo? Cos’è l’amore prima che proviamo l’amore? È forse lì, quel vuoto che si cerca di riempire, non senza difficoltà.

Il libro è narrato da Anna, che ci porta all’uscita del collegio di suore, quando con il padre ed il fratello vanno in moto da Roma ad Anzio per le vacanze. Lì ad Anzio, sono nella stessa casa dei Pompei (padre, madre e figlio Armando) proprietari del posto di lavoro del padre, e vi trovano Nina, la nuova compagna del padre, che la loro madre morì. Il padre torna nei fine settimana, e le due famiglie passano lunghe ore serali giocando a carte. Durante la settimana, invece, si va al mare, ai Bagni Savoia, dove ognuno segue un suo percorso, direi di vita.

Nina si fa corteggiare, facendo un po’ l’ape che vola tra i fiori. Armando, già sui diciotto anni, è preso dai turbamenti di chi vede tante belle donne in spiaggia, ma è giovane, inesperto, e l’unica cosa che riesce a fare (ed ottenere) è chiedere ad Anna di spogliarsi nella cabina dello stabilimento, mentre lui si dedica ad un piccolo esercizio di autoerotismo. Giovanni, invischiato in avventure anche di cattivo gusto e riuscita, tipiche dei dodicenni del tempo, si avvicina anche pericolosamente a possibili situazioni pedofile.

Ma è Anna che dobbiamo seguire. Anna che si fa vedere nuda da Armando, che accetta un pranzo offerto dai fratelli Scanno, che va a trovare Gioacchino Scanno (uomo adulto ovvio) a casa di lui, anche qui spogliandosi (e ricevendone denari in cambio), che cede ad una gita in auto con un amico del fratello, anche lui grande ed irrisolto. E tutto un gioco di sguardi, in cui Anna si fa guardare (a volte anche toccare, ma fino ad un certo punto), ma soprattutto guarda, cercando di capire il mondo degli adulti. Ma è giovane, non ha punti di riferimento, e dopo tutte queste esperienze estive, tornerà con il fratello in collegio, e poi…

Il contraltare della storia è anche il suo contorno. Siamo ad Anzio, e gli americani si stanno avvicinando. Lì, nel mondo ovattato dei Bagni, gli adulti assistono al 25 luglio e poi all’8 settembre. Ed è in quella seconda metà di settembre che Armando viene chiamato alle armi dai Repubblichini di Salò. Un contesto forte che l’autrice riesce a farci vedere in due battute: Pompei padre esalta in pubblico la partenza militare del figlio, per poi chiedere in privato che ne venga esentato, o quanto meno collocato in posti non pericolosi.

Tuttavia, la forza maggiore è la capacità di Dacia, ben giovane seppur agguerrita, di presentarci Anna, la sua curiosità e gli atteggiamenti degli adulti. All’epoca, era la mancanza di vergogna della protagonista a scandalizzare. Ora a me, viene di più la rabbia per il comportamento degli adulti nei suoi confronti. Spero che questi sessanta anni non siano passati solo per me.

Dacia Maraini “L’amore rubato” Mondolibri s.p.

A: 01/10/2025 – I: 20/11/2025 – T: 22/11/2025] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno: 2012]

Sono passati cinquant’anni dal primo testo di Dacia Maraini sopra tramato. Molta acqua è passata sotto i ponti del tempo, eppur tuttavia qualcosa rimane, e diventa un faro interiore che illumina tutta la produzione. La scrittrice fin dalla prima uscita è attenta alla sorte delle donne. Qui, si fa non solo attenta, ma si fa voce che denuncia, voce che dà voce a chi voce non ce l’ha o pensa di non avercela.

Tuttavia, pur sottolineando l’importanza di un testo che affronta la violenza sulle donne, violenza fisica ma anche psichica, soggettivamente mi fermo un po’. Primo per la struttura – racconto che, seppur permette di affrontare molti temi, alla fine li affronta in modo troppo stringato. Secondo, e conseguente, sembra di aprire un giornale e leggere le notizie. Forse ci vuole un po’ di scrittura in più per far diventare un articolo da giornalista in una scrittura autonoma.

Se vogliamo passare brevemente in rassegna gli otto testi, di ognuno possiamo sintetizzarne il contenuto in poche righe.

In “Marina è caduta per le scale” c’è la violenza domestica di un marito manipolatore eppur tuttavia consolatore per la malcapitata moglie.

La bambina Venezia” ci parla del percorso affettivo di una coppia verso la figlia ed il dramma alla sua scomparsa, nonché al ritrovamento, anni dopo, del corpo in un giardino.

Ne “Lo stupratore premuroso” ci trasferiamo brevemente in Spagna, per seguire le disavventure di una giovane, prelevata consenzientemente per riprendere un treno perso, e “premurosamente” stuprata. Con l’ovvia incredulità dei poliziotti spagnoli.

Sempre di stupro si parla, ovviamente, in “Cronaca di una violenza di gruppo”, dove Dacia ha felicemente descritto una delle tante infelici situazioni: una ragazzina emancipabile, bullizzata da coetanei, che poi, con avvocati compiacenti, riescono a stravolgere la realtà.

Altrettanto dura è la vicenda di “Ale e il bambino mai nato”, dove abbiamo un aborto a fronte di uno stupro, un medico compiacente, ed il riconoscimento dello stupratore. Ma è molto legato alla malavita. Tuttavia alla fine, Ale decide la linea dura.

Di una dolenza perché si parla di pedofilia, non si sta mai sereni leggendo “La sposa segreta”. Con la malaugurata madre, vedova con due figlie piccole, che sposa l’algido pianista. Tutto bene per qualche anno, poi il pianista seduce (o meglio violenta) prima la figlia maggiore, poi la minore. Ci saranno condanne, ma l’intrigo sottende anche altre considerazioni sulla violenza e sulla sindrome di Stoccolma.

Molto lineare, invece, “La notte della gelosia”, innamoramento, lui gentile, poi geloso, poi assurdamente geloso, violento. Fortuna che si riesca a fermarlo, cosa che molte donne, purtroppo, non riescono a fare.

Infine, con “Anna e il Moro”, si chiude il cerchio della violenza familiare, raccontato dal padre di Anna, e dove seguiamo tutta la parabola della sventurata che ricalca la triste storia di Marie Trintignant.

Con sottile cattiveria, ma che ritengo giusta, la scrittrice mette nel titolo l’amore. Perché, in realtà, in tutti i testi c’entra l’amore. Un amore che maschera una forte volontà di possesso da parte di quell’insieme del genere umano di sesso maschile sull’altra parte del mondo. Possesso mascherato da manipolazioni vario genere, possesso che si rivolta in cattiveria e violenza quando l’altra si ribella, non ci sta.

L’altro tasto forte dei racconti è l’apparente patina di normalità che tutte le persone implicate nelle storie mostrano all’esterno. Normale è il pianista che suona in chiesa, il ferroviere gentile, financo il branco dei ragazzi, presi singolarmente.

Ed altrettanto forte è quanto sappiamo esternamente al testo, e che il testo sottende. Quasi il 90% delle donne violate non denuncia i misfatti. Per tutta una serie di ragioni che noi, società civile, dovremmo sovvertire: per motivi pratici che senza il sostegno dell’uomo non hanno autonomia economica, per motivi di presunzione, che c’è chi si crede forte e capace di cambiare la cattiveria dell’altro, ed anche per motivi storico-culturali, che si vive dentro una cultura che tende a far sentire la donna inadeguata. Senza tornarvi sopra, è quanto emerge in modo esemplare dallo scritto sullo stupro di gruppo.

Alla fine del testo, e riprendendo quella sensazione iniziale a caldo, in effetti, Dacia Maraini porta la sua scrittura sulla soglia del giornalismo: in controluce sono tutte storie “reali”, rivisitate dalla penna della scrittrice. Ma pur riconoscendole questi meriti, rimangono le mie perplessità iniziale sulla resa di un’operazione che invece è meritevole di essere fatta conoscere ovunque e a tutti.

Manuela Dviri “Vita nella terra di latte e miele” Ponte alle Grazie s.p.

A: 01/10/2025 – I: 18/10/2025 – T: 19/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 160; anno: 2004]

Manuela Vitali Norsa, ebrea nata a Padova, a meno di vent’anni compie, come molti ebrei all’epoca, un viaggio in Israele e sulla nave che la porta da Napoli a Haifa conosce Abraham Dviri, tranquillo ragazzo israeliano. E Manuela subisce un doppio colpo di fulmine: per Abraham ma soprattutto per quello che vede all’epoca in Israele e nei territori dei kibbutz. Ed è questo secondo amore quello che anch’io capisco. L’ho vissuto trent’anni fa, nelle mie prime visite in Terrasanta, quando la situazione, benché sempre pericolosa, era ben diversa da ora. Con lo stesso ragionamento con cui ho amato e amo gli scritti ed i pensieri di Abraham Yeoshua, Amos Oz o David Grossman.

Manuela sposa il ragazzo Dviri, si trasferisce a vivere in Israele a diciannove anni. I due hanno tre figli: Eyal (nato nel 69) e Michal (nel ’72). Jonathan (nel ’77). Si laurea in Letteratura, insegna, lavora nel campo delle relazioni internazionali. La scolta tragica della sua vita avviene nel ’98: il figlio più piccolo, Jonathan, in servizio militare in Libano, rimane ucciso in uno scontro con gli Hezbollah. Da quel momento, Manuela abbandona tutto e si dedica, con scritti, parole ed opere, alla pace. Lavorando fin da subito verso quello che tutti si auspicano ma non si raggiungerà mai: due popoli, due stati.

Nel corso delle sue opere di impegno verso la pace, incontra a Milano il regista e attore Silvano Piccardi. Dietro la sua spinta, imbastisce un lungo monologo ispirato alle vicende personali e pubbliche degli abitanti di Israele, e produce un testo teatrale (“Terra di latte e miele”), che viene portato a teatro da Ottavia Piccolo.

In questo libro, scritto pochi anni dopo, c’è un po’ di tutto. C’è il testo teatrale, ci sono i pensieri di Manuela, ci sono le riflessioni sue e delle sue amiche. Insomma, uno zibaldone, forse. Ma più compiutamente, lo vedi come un vulcano pronto ad esplodere. È un libro che ha già vent’anni, e purtroppo è attuale come fosse scritto oggi.

Manuela ci parla della morte di Yoni, una morte assurda e ingiustificata. E ci fa vedere come diverse sono le reazioni in famiglia. Lei, battagliera, scende in campo per non uscirne più. Abraham che si rinchiude in un dolore privato da cui non riesce ad uscire. Leggiamo la testimonianza dell’amica Margherita, dove si vede lo strazio di chi perde un figlio e si augura di morire ogni sera. E tuttavia Manuela non demorde, scrive ai politici, scrive sui giornali (anche italiani). Ed alla fine riesce non a fermare la guerra, ma ad ottenere, con l’aiuto della Regione Toscana ed altre associazioni, di costituire un fondo per far curare i bambini palestinesi negli ospedali israeliani (e chi è stato laggiù sa quanto possa essere complicato).

È comunque straziante seguire gli spezzoni del testo teatrale, dove c’è una donna israeliana, Leah, che parla al telefono con le sue amiche, israeliane e palestinesi, lottando con le autorità per permettere che ci sia circolazione delle persone tra i vari check point. E Leah non si tira indietro per andare ad aiutare tutti, anche a fronte di un attentato. Con la scena finale in cui Leah si presenta al check-point, un muro cala sulla scena ed una voce dolente confessa che non si sa cosa sia successo a Leah al di là del check-point.

Potrei parlare più a lungo di tutto questo doloroso romanzo non romanzo, ma vorrei solo che vi soffermaste con me su queste parole rivolte al padre morto, scritte nel 2004 e stampate a pagina 119: “Questo non è il paese meraviglioso che tu speravi… li stiamo trattando come animali in gabbia e loro ci stanno sbranando come delle belve. Ascolta! Carri armati in partenza per Gaza, bombe al Nord di Israele e una dimostrazione di coloni che sfasciano il misero mercato di Hebron, urlando tra pomodori e melanzane spiaccicate: “Insieme, uniti fino alla vittoria, fuori gli arabi”’ Ma che vittoria? Ma dove? Ma contro chi?”

Ricordo solo in finale, per chi fosse meno aduso alle iperboli ebraiche che il termine “Terra di latte e miele” viene spesso usato come metafora per descrivere la Terra Promessa degli ebrei. Una terra di abbondanza (simboleggiata dal miele) e di fertilità (il latte che porta nutrimento). Come si riporta ad esempio nel Libro dell’Esodo, capitolo 3, versi 7 e 8: “Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo.”

Alla fine, personalmente, l’unica pecca, però abbastanza grave, è che il testo mi risulta slegato e disomogeneo. Si dicono tante cose, si va in molte direzioni, e solo la sensibilità del lettore riesce ad unificare il tutto in una protesta coerente. Avrei messo qualche pagina in più di raccordo e di protesta. Non sempre mostrare senza commentare è sufficiente.

Antonia Arslan “Il rumore delle perle di legno” Rizzoli s.p.

A: 01/10/2025 – I: 25/10/2025 – T: 27/10/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 177; anno: 2015]

Con questo, leggendo un libro circa ogni dieci anni, sono riuscito a chiudere il cerchio della trilogia di Antonia Arslan (Arslanian) dedicato in primis al ricordo del massacro del popolo armeno, ed in seconda battuta, a fermare su carta i propri ricordi, pubblici e personali, rivolti proprio agli Armeni, alla loro storia, ed alla storia della loro diaspora.

Cominciai con il più forte e centrato (“La masseria delle allodole”) per proseguire con un libro-ponte (“La strada di Smirne”), ed ora finendo con questo che è di sicuro il più personale ed intimo. Ed è tuttavia, per questo il mio giudizio in discesa, un libro sbagliato. O nella presentazione o nella scrittura, vedete voi.

Non è, realmente, la fine di una trilogia, che del massacro armeno si parla solo per accenni, ed anche abbastanza sfuggenti. Tanto che si possono cogliere solo sapendo la storia mediorientale, o quanto meno, conoscendo la scrittrice. Quindi, presentarlo come prosecuzione dei primi due porta ad una piccola confusione. Chi cerca tracce anche dolenti di quel passato, ne trova piccoli sbuffi che svaniscono presto.

Non è neanche, compiutamente, un libro personale di ricordi e ricostruzione del proprio passato. Certo, ci vengono presentati momenti personali e non, spesso nella prima parte visti con l’occhio della Bambina protagonista, e nell’ultima parte con la vista presbite della Bambina Invecchiata. Ma per la confusione d’immagine dovuta a quanto appena detto, non diventano mai il filo rosso di una vicenda personale.

Fatte salve queste considerazioni, vediamo in una scrittura veloce che si segue anche con piacere, la storia intima di Antonia. Soprattutto in relazione con la madre Vittoria. Ricordo che Antonia nasce nell’aprile del ’38, quindi, all’inizio reale della storia (inizio del ’45), si avvia verso i sette anni. Antonia ed i suoi vivono a Padova, dove arrivò nonno Yerwant alla fine dell’Ottocento, per studiare medicina. Ed a Padova nacque Michele (Khayël in armeno), anche lui poi medico ma che dirazzò dalle discendenze armene sposando la romana Maria Vittoria Marchiori (la mamma Vittoria di Antonia).

Nelle piccole macchiette dei ricordi, seguiamo Antonia nell’avventura della fine della Guerra e negli ultimi bombardamenti patavini. E nelle narrazioni delle persone che gravitano intorno alla Bambina. C’è, appunto, Vittoria, madre amata, cercata, inafferrabile. Madre bellissima, e spesso incinta, e sempre appresso ai figli più bisognosi. Tanto che Antonia deve inventarsi i modi per farsi vedere, e trovare anche momenti di vendetta (atroce l’uccisione dei limoni innocenti). C’è il padre, anche lui medico, sempre pronto a sostenere tutti i figli. Ovvio che c’è Yerwant il nonno armeno, tanto amato, e dalle cui storie Antonia ricava materia per i suoi libri di ricordi.

In un primo tempo, pensavo che anche il nonno fosse fuggito dalle persecuzione turche degli anni ’20 (il genocidio armeno, secondo le parole di Papa Francesco nel 2015), per poi scoprire che si era installato a Padova molti anni prima.

Poi c’è Carlo il nonno romano, della cui morte ci tratteggia un resoconto di straziante amore. E la zia Henrietta, mai ripresasi dall’amore perduto durante i massacri. E le bellissime figure domestiche: la balia Teresa, sempre pronta ad innamorarsi di qualche bell’americano, e la cuoca Gigia, sempre pronta anche lei ad offrire una tazza di latte caldo alle prostitute che al mattino tornavano a casa dopo “una notte di lavoro”.

Molte parole si spendono per i tempi della guerra (mitico l’episodio del maialino nascosto sotto il cappotto per non farlo requisire dai nazisti), ma anche, nella parte finale, con un salto nelle isole greche, arrivando quasi alle coste turche, insieme a Paolo l’amore della sua vita (cui dedica il libro, e da cui ora è rimasta vedova).

Come capite, è un libro intimo, in cui, appunto, al genocidio si accenna per allusioni ed ellissi. Forse per questo, pur rispettandone la bella scrittura. Mi ha preso poco. mi aspettavo altri bei racconti di brutti momenti, mentre l’unico punto forte mi rimane nella descrizione delle narrazioni di nonno Yerwant sotto le bombe, tenendo per mano la piccola Antonia. Eppure avrei dovuto capirne il taglio introspettivo, quando si ripensa al titolo, a quel rumore dei fili di palline di legno per entrare nel bar del paese dove vivono da sfollati, per sentire le chiacchiere ed i racconti dei paesani. Anche se gli inni alla lettura di Antonia, non lasciandomi insensibili, fanno poi risalire di qualche punto il giudizio complessivo.

“Leggere, leggere. Non si può vivere senza un libro … senza avere in mano quel prezioso talismano, la porta sempre aperta verso mondi altri.” (128)

Anita Desai “Digiunare, divorare” Mondolibri s.p.

[A: 01/10/2025 – I: 15/12/2025 – T: 17/12/2025] - &&& 

[tit. or.: Fasting, Feasting; ling. or.: inglese; pagine: 220; anno 1999]

Anita Desai è un’interessante scrittrice misto indiana ormai alla soglia dei novant’anni. Ha una produzione non elevatissima in numero, ma significativa nelle uscite, specialmente quelle poi pubblicate nel mondo occidentale. Tra l’altro, di padre indiano e madre tedesca, l’inglese lo apprende nelle scuole, anche se poi sarà l’unica lingua che userà per scrivere le sue storie.

Qui, in questo scritto in molti sensi breve, ci sono le sue tematiche profonde: lo scontro delle culture. Sia uno scontro interno alla cultura indiana, nella lotta tra passato e presente. E sia uno scontro tra oriente e occidente, tra i retaggi indiani e le innovazioni americane (che poi ne possiamo discutere).

Il racconto dura uno spazio temporale ben definito e si divide in due parti ben distinte. La famiglia di cui seguiamo le sorti è composta da un padre ed una madre (talmente all’unisono nei loro comportamenti da venir spesso chiamati mammapapà), e tre figli: due femmine, Uma e Aruna, ed un maschio, Arun. Non meravigliatevi dei due nomi simili, che dopo la primogenita Uma, la famiglia aspettava un maschio volendo chiamare Arun. Essendo invece nata femmina si è volto il nome al femminile. Solo dopo un congruo numero di anni, una gravidanza inaspettata, porta la nascita del sospirato maschio, cui finalmente viene posto il nome prescelto (per inciso, il nome indica il color rosso del sole quando sorge l’alba).

L’azione (anche se in effetti, l’azione è praticamente nulla) si svolge quando il maschio. Ormai ventenne, è andato a studiare in America. Tutto comincia quando la famiglia prepara un pacco con il tè ed uno scialle da inviare ad Arun e termina quando Arun riceve il pacco stesso.

In tutta la prima parte seguiamo il narrato di Uma, che non ha una pronta intelligenza, tanto che zoppica un po’ a scuola. Ma è la primogenita, quindi per un po’ riverite. Quando però nasce Arun, è il maschio che avrà tutte le attenzioni, lei messa bellamente in seconda fila. Non va più dalle suore, tanto che studia a fare, dovendo solo accudire i genitori e trovare (anzi farsi trovare) un marito. Che se non si sposa, non può sposarsi la più sveglia (e forse graziosa) seconda sorella.

Proprio le sue mancanze di qualità portano i genitori a sbagliare due volte il matrimonio, perdendo notevoli soldi in doti che vengono prese e requisite dai possibili ma non riusciti mariti. Così lei rimane in casa. Aruna finalmente si sposa. Arun, finita la secondaria, si iscrive in una Università Americana.

Quello che vediamo, sperando che prima o poi ci sia un moto di ribellione o un evento positivo, è la vita disperata di Uma. Le viene quasi proibito di uscire di casa, di avere amicizia, di avere una vita propria. Devo solo rispondere al richiamo di mammapapà, momento che nella cerimonia della sbucciatura della frutta raggiunge il suo apice doloroso.

Tuttavia potrebbe andare peggio, come succede alla cugina Anamika, bella e brillante negli studi, chiamata ad Oxford, dove i genitori invece la fanno sposare, che una donna che studia a fare. E nella famiglia del marito non farà che subire angherie, perché è la nuora, e perché non dà figli. Con un finale tragico che solo in India si può concepire.

Non va di certo meglio ad Arun, che sì è libero, potrebbe inserirsi in un mondo nuovo ma … Non è autonomo economicamente. Nell’estate di chiusura dei campus viene ospitato dalla signora Patton, sorella di una amica della madre. E lì si perpetua il grande scontro. Arun è vegetariano, come la maggioranza hindi. La signora Patton vorrebbe aiutarlo in cucina, ma non sa cucinare. Il signor Patton, invece, non fa che portare bistecche su bistecche, che è impregnato sino in fondo della cultura carnivora americana. Con Arun che alla fine non mangia nulla, contraltare della piccola Patton che, piena di disturbi alimentari (come non capirla con una famiglia simile), non fa altro che mangiare e vomitare.

Mentre la prima parte, ti fa montare una rabbia potente contro i sistemi culturali indiani e contro la difficoltà, culturale e sociale, di opporsi, la seconda parte è molto debole. Certo siamo dispiaciuti dal poco nerbo di Arun, ma lui in fondo è solo, non c’è nessun mammapapà che lo blocca. Eppur tuttavia, i condizionamenti atavici fanno sì che anche Arun è stritolato dai meccanismi psicologici indiani. In un certo senso, gli strali di Anita colpiscono meglio la famiglia Patton: il padre congenitamente americano, tutto muscoli niente cervello, una madre che cerca di civettare con il nuovo venuto (uno straniero meno imbranato ci sarebbe anche andato a letto), il figlio maggiore jogging e sport in tv, la figlia minore malata in una famiglia che neanche capisce che possa esistere un disadattamento.

La scrittrice quindi fotografa bene gli scontri culturali, ma, proprio per la sua storia ed il suo modo di essere, riesce meglio nella descrizione dell’impenetrabile mondo indiano. In fondo, sono contento di aver recuperato questo vecchio libro, che mi ha riportato alle mie sensazioni asiatiche. Ne sentivo le spezie uscire dalle pagine. Ma la domanda di fondo, cui non so rispondere, è: questi anni passati hanno modificato qualcosa nei loro comportamenti?

Per avvicinarci alle feste, invece, vi riporto alcuni pensieri italici di due autori cui voglio sempre bene. Il primo in una sua uscito non gialla è Massimo Carlotto che ne “Le irregolari” ci parlava dei suoi giorni sudamericani:

“Non hai nemmeno idea su quante tombe di compagni, dall’Europa al Centro America, ho pianto e giurato di non dimenticare. Oggi, ricordo appena volti e nomi. L’enormità della sconfitta della nostra generazione si misura proprio sul numero di promesse fatte e mai mantenute.” (87)

“Sono stanco di accumulare sconfitte, sia personali che generazionali. Ogni tanto mi piacerebbe vincere qualche battaglia.” (108)

Il secondo è Erri De Luca in due libri che ricordo sempre con piacere “I pesci non chiudono gli occhi” e “In alto a sinistra”. Nel primo, alcune ammonizioni:

“Si incontrano, leggendo, frasi sismiche.” (37)

“Esistono ragioni che sono peggiori dei fatti.” (53)

“Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.” (91)

Nel secondo pensieri d’amore (scritti a mano):

“Quando si è in un vicolo stretto della propria vita, per cavarsela si bussa a risorse alle quali in quel momento non si chiede da dove provengano.” (52)

“Ancora, ancora, erano i giorni ancora, io li scambiavo per i giorni sempre.” (72)

“È povero un uomo senza donna, perché smette di crescere.” (124)

“I libri siamo noi … Sono a immagine della nostra vita. Ama … i libri del tuo tempo, ama un poco i tuoi anni che sono quelli che passano e non quelli che ti restano.” (126)

Ci siamo, un anno sta per finire, ma avremo tempo di pensarci ancora un po’. Per ora speriamo in Luci Dalla che ci ricordava “sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno”. E noi sordi continueremo a parlare, a scrivere, a viaggiare, ad abbracciarci.