domenica 21 dicembre 2025

L'eredità della zia - 21 dicembre 2025

Già avete visto qua e là comparire i libri ereditati dalle troppo precoce scomparsa di zia Serenella. Oggi, in suo omaggio e memoria, tramo ben cinque libri al femminile di questo lascito. Con tre buoni ed interessanti libri: l’opera prima di Dacia Maraini, un libro israeliano di Manuela Dviri ed una immersione nella cultura indiana di Anita Desai. A ruota, un poco sotto, una antologia sugli amori tossici sempre di Dacia ed un ricordo armeno di Antonia Arslan.

Dacia Maraini “La vacanza” Lerici s.p.

A: 01/10/2025 – I: 17/10/2025 – T: 18/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 153; anno: 1962]

Non ho letto molto di Dacia Maraini, anche se alcune sue prove mi hanno convinto (Marianna Ucrìa in primis) mentre altre (soprattutto nei racconti) mi hanno lasciato abbastanza freddo. Devo anche dire che il mio è un giudizio drogato dal fatto che, al contrario, ho amato ed amo molto la scrittura del padre, soprattutto in quelle prove al limite del nonsenso (non smetterò mai di amare il suo inizio poetico “Il lonfo non vaterca né gluisce”), o in altre sui ricordi dei tempi giapponesi.

Qui, devo ben dire, che la scrittrice da un lato mi sorprende, in positivo, dall’altro continua però a rimandare un che di freddo e distante che non aiuta proprio l’empatia. D’altra parte, non mi è mai sembrata un persona di facile contatto, sia nei tempi e modi del suo rapporto con Moravia, sia nella ferrea ortodossia femminista, condivisibile nei temi meno nei modi.

Questo, tra l’altro, è il primo testo da lei scritto, all’età di ventisei anni e con notevoli problemi di pubblicazione. Il tema non facile allontana gli editori che vanno per la maggiore, e la poca notorietà dell’autrice fa il resto. Fino a che la poco nota e battagliera “Lerici editore” decide la pubblicazione, a patto che Moravia, amico di famiglia dei Maraini, ne faccia la prefazione. Così, in un sol colpo, il libro esce, e Dacia va a viver con Moravia, con cui resterà per sedici anni.

Ma qual è la scabrosità del testo? Dacia narra la gioventù della protagonista nella delicata transizione verso l’adolescenza. E ne narra usando il duplice significato del titolo. In primo luogo è vacanza, in senso scolastico, che tutto il testo si svolge dal giugno all’ottobre del ’43, nel periodo di assenza dal collegio di Anna, la quattordicenne protagonista, e di suo fratello Giovanni. La seconda lettura fa riferimento invece al vuoto, alla mancanza di qualcosa, che, sotteso in tutto il testo, è forse un solido appiglio verso il reale. Cosa cerchiamo? Cos’è l’amore prima che proviamo l’amore? È forse lì, quel vuoto che si cerca di riempire, non senza difficoltà.

Il libro è narrato da Anna, che ci porta all’uscita del collegio di suore, quando con il padre ed il fratello vanno in moto da Roma ad Anzio per le vacanze. Lì ad Anzio, sono nella stessa casa dei Pompei (padre, madre e figlio Armando) proprietari del posto di lavoro del padre, e vi trovano Nina, la nuova compagna del padre, che la loro madre morì. Il padre torna nei fine settimana, e le due famiglie passano lunghe ore serali giocando a carte. Durante la settimana, invece, si va al mare, ai Bagni Savoia, dove ognuno segue un suo percorso, direi di vita.

Nina si fa corteggiare, facendo un po’ l’ape che vola tra i fiori. Armando, già sui diciotto anni, è preso dai turbamenti di chi vede tante belle donne in spiaggia, ma è giovane, inesperto, e l’unica cosa che riesce a fare (ed ottenere) è chiedere ad Anna di spogliarsi nella cabina dello stabilimento, mentre lui si dedica ad un piccolo esercizio di autoerotismo. Giovanni, invischiato in avventure anche di cattivo gusto e riuscita, tipiche dei dodicenni del tempo, si avvicina anche pericolosamente a possibili situazioni pedofile.

Ma è Anna che dobbiamo seguire. Anna che si fa vedere nuda da Armando, che accetta un pranzo offerto dai fratelli Scanno, che va a trovare Gioacchino Scanno (uomo adulto ovvio) a casa di lui, anche qui spogliandosi (e ricevendone denari in cambio), che cede ad una gita in auto con un amico del fratello, anche lui grande ed irrisolto. E tutto un gioco di sguardi, in cui Anna si fa guardare (a volte anche toccare, ma fino ad un certo punto), ma soprattutto guarda, cercando di capire il mondo degli adulti. Ma è giovane, non ha punti di riferimento, e dopo tutte queste esperienze estive, tornerà con il fratello in collegio, e poi…

Il contraltare della storia è anche il suo contorno. Siamo ad Anzio, e gli americani si stanno avvicinando. Lì, nel mondo ovattato dei Bagni, gli adulti assistono al 25 luglio e poi all’8 settembre. Ed è in quella seconda metà di settembre che Armando viene chiamato alle armi dai Repubblichini di Salò. Un contesto forte che l’autrice riesce a farci vedere in due battute: Pompei padre esalta in pubblico la partenza militare del figlio, per poi chiedere in privato che ne venga esentato, o quanto meno collocato in posti non pericolosi.

Tuttavia, la forza maggiore è la capacità di Dacia, ben giovane seppur agguerrita, di presentarci Anna, la sua curiosità e gli atteggiamenti degli adulti. All’epoca, era la mancanza di vergogna della protagonista a scandalizzare. Ora a me, viene di più la rabbia per il comportamento degli adulti nei suoi confronti. Spero che questi sessanta anni non siano passati solo per me.

Dacia Maraini “L’amore rubato” Mondolibri s.p.

A: 01/10/2025 – I: 20/11/2025 – T: 22/11/2025] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno: 2012]

Sono passati cinquant’anni dal primo testo di Dacia Maraini sopra tramato. Molta acqua è passata sotto i ponti del tempo, eppur tuttavia qualcosa rimane, e diventa un faro interiore che illumina tutta la produzione. La scrittrice fin dalla prima uscita è attenta alla sorte delle donne. Qui, si fa non solo attenta, ma si fa voce che denuncia, voce che dà voce a chi voce non ce l’ha o pensa di non avercela.

Tuttavia, pur sottolineando l’importanza di un testo che affronta la violenza sulle donne, violenza fisica ma anche psichica, soggettivamente mi fermo un po’. Primo per la struttura – racconto che, seppur permette di affrontare molti temi, alla fine li affronta in modo troppo stringato. Secondo, e conseguente, sembra di aprire un giornale e leggere le notizie. Forse ci vuole un po’ di scrittura in più per far diventare un articolo da giornalista in una scrittura autonoma.

Se vogliamo passare brevemente in rassegna gli otto testi, di ognuno possiamo sintetizzarne il contenuto in poche righe.

In “Marina è caduta per le scale” c’è la violenza domestica di un marito manipolatore eppur tuttavia consolatore per la malcapitata moglie.

La bambina Venezia” ci parla del percorso affettivo di una coppia verso la figlia ed il dramma alla sua scomparsa, nonché al ritrovamento, anni dopo, del corpo in un giardino.

Ne “Lo stupratore premuroso” ci trasferiamo brevemente in Spagna, per seguire le disavventure di una giovane, prelevata consenzientemente per riprendere un treno perso, e “premurosamente” stuprata. Con l’ovvia incredulità dei poliziotti spagnoli.

Sempre di stupro si parla, ovviamente, in “Cronaca di una violenza di gruppo”, dove Dacia ha felicemente descritto una delle tante infelici situazioni: una ragazzina emancipabile, bullizzata da coetanei, che poi, con avvocati compiacenti, riescono a stravolgere la realtà.

Altrettanto dura è la vicenda di “Ale e il bambino mai nato”, dove abbiamo un aborto a fronte di uno stupro, un medico compiacente, ed il riconoscimento dello stupratore. Ma è molto legato alla malavita. Tuttavia alla fine, Ale decide la linea dura.

Di una dolenza perché si parla di pedofilia, non si sta mai sereni leggendo “La sposa segreta”. Con la malaugurata madre, vedova con due figlie piccole, che sposa l’algido pianista. Tutto bene per qualche anno, poi il pianista seduce (o meglio violenta) prima la figlia maggiore, poi la minore. Ci saranno condanne, ma l’intrigo sottende anche altre considerazioni sulla violenza e sulla sindrome di Stoccolma.

Molto lineare, invece, “La notte della gelosia”, innamoramento, lui gentile, poi geloso, poi assurdamente geloso, violento. Fortuna che si riesca a fermarlo, cosa che molte donne, purtroppo, non riescono a fare.

Infine, con “Anna e il Moro”, si chiude il cerchio della violenza familiare, raccontato dal padre di Anna, e dove seguiamo tutta la parabola della sventurata che ricalca la triste storia di Marie Trintignant.

Con sottile cattiveria, ma che ritengo giusta, la scrittrice mette nel titolo l’amore. Perché, in realtà, in tutti i testi c’entra l’amore. Un amore che maschera una forte volontà di possesso da parte di quell’insieme del genere umano di sesso maschile sull’altra parte del mondo. Possesso mascherato da manipolazioni vario genere, possesso che si rivolta in cattiveria e violenza quando l’altra si ribella, non ci sta.

L’altro tasto forte dei racconti è l’apparente patina di normalità che tutte le persone implicate nelle storie mostrano all’esterno. Normale è il pianista che suona in chiesa, il ferroviere gentile, financo il branco dei ragazzi, presi singolarmente.

Ed altrettanto forte è quanto sappiamo esternamente al testo, e che il testo sottende. Quasi il 90% delle donne violate non denuncia i misfatti. Per tutta una serie di ragioni che noi, società civile, dovremmo sovvertire: per motivi pratici che senza il sostegno dell’uomo non hanno autonomia economica, per motivi di presunzione, che c’è chi si crede forte e capace di cambiare la cattiveria dell’altro, ed anche per motivi storico-culturali, che si vive dentro una cultura che tende a far sentire la donna inadeguata. Senza tornarvi sopra, è quanto emerge in modo esemplare dallo scritto sullo stupro di gruppo.

Alla fine del testo, e riprendendo quella sensazione iniziale a caldo, in effetti, Dacia Maraini porta la sua scrittura sulla soglia del giornalismo: in controluce sono tutte storie “reali”, rivisitate dalla penna della scrittrice. Ma pur riconoscendole questi meriti, rimangono le mie perplessità iniziale sulla resa di un’operazione che invece è meritevole di essere fatta conoscere ovunque e a tutti.

Manuela Dviri “Vita nella terra di latte e miele” Ponte alle Grazie s.p.

A: 01/10/2025 – I: 18/10/2025 – T: 19/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 160; anno: 2004]

Manuela Vitali Norsa, ebrea nata a Padova, a meno di vent’anni compie, come molti ebrei all’epoca, un viaggio in Israele e sulla nave che la porta da Napoli a Haifa conosce Abraham Dviri, tranquillo ragazzo israeliano. E Manuela subisce un doppio colpo di fulmine: per Abraham ma soprattutto per quello che vede all’epoca in Israele e nei territori dei kibbutz. Ed è questo secondo amore quello che anch’io capisco. L’ho vissuto trent’anni fa, nelle mie prime visite in Terrasanta, quando la situazione, benché sempre pericolosa, era ben diversa da ora. Con lo stesso ragionamento con cui ho amato e amo gli scritti ed i pensieri di Abraham Yeoshua, Amos Oz o David Grossman.

Manuela sposa il ragazzo Dviri, si trasferisce a vivere in Israele a diciannove anni. I due hanno tre figli: Eyal (nato nel 69) e Michal (nel ’72). Jonathan (nel ’77). Si laurea in Letteratura, insegna, lavora nel campo delle relazioni internazionali. La scolta tragica della sua vita avviene nel ’98: il figlio più piccolo, Jonathan, in servizio militare in Libano, rimane ucciso in uno scontro con gli Hezbollah. Da quel momento, Manuela abbandona tutto e si dedica, con scritti, parole ed opere, alla pace. Lavorando fin da subito verso quello che tutti si auspicano ma non si raggiungerà mai: due popoli, due stati.

Nel corso delle sue opere di impegno verso la pace, incontra a Milano il regista e attore Silvano Piccardi. Dietro la sua spinta, imbastisce un lungo monologo ispirato alle vicende personali e pubbliche degli abitanti di Israele, e produce un testo teatrale (“Terra di latte e miele”), che viene portato a teatro da Ottavia Piccolo.

In questo libro, scritto pochi anni dopo, c’è un po’ di tutto. C’è il testo teatrale, ci sono i pensieri di Manuela, ci sono le riflessioni sue e delle sue amiche. Insomma, uno zibaldone, forse. Ma più compiutamente, lo vedi come un vulcano pronto ad esplodere. È un libro che ha già vent’anni, e purtroppo è attuale come fosse scritto oggi.

Manuela ci parla della morte di Yoni, una morte assurda e ingiustificata. E ci fa vedere come diverse sono le reazioni in famiglia. Lei, battagliera, scende in campo per non uscirne più. Abraham che si rinchiude in un dolore privato da cui non riesce ad uscire. Leggiamo la testimonianza dell’amica Margherita, dove si vede lo strazio di chi perde un figlio e si augura di morire ogni sera. E tuttavia Manuela non demorde, scrive ai politici, scrive sui giornali (anche italiani). Ed alla fine riesce non a fermare la guerra, ma ad ottenere, con l’aiuto della Regione Toscana ed altre associazioni, di costituire un fondo per far curare i bambini palestinesi negli ospedali israeliani (e chi è stato laggiù sa quanto possa essere complicato).

È comunque straziante seguire gli spezzoni del testo teatrale, dove c’è una donna israeliana, Leah, che parla al telefono con le sue amiche, israeliane e palestinesi, lottando con le autorità per permettere che ci sia circolazione delle persone tra i vari check point. E Leah non si tira indietro per andare ad aiutare tutti, anche a fronte di un attentato. Con la scena finale in cui Leah si presenta al check-point, un muro cala sulla scena ed una voce dolente confessa che non si sa cosa sia successo a Leah al di là del check-point.

Potrei parlare più a lungo di tutto questo doloroso romanzo non romanzo, ma vorrei solo che vi soffermaste con me su queste parole rivolte al padre morto, scritte nel 2004 e stampate a pagina 119: “Questo non è il paese meraviglioso che tu speravi… li stiamo trattando come animali in gabbia e loro ci stanno sbranando come delle belve. Ascolta! Carri armati in partenza per Gaza, bombe al Nord di Israele e una dimostrazione di coloni che sfasciano il misero mercato di Hebron, urlando tra pomodori e melanzane spiaccicate: “Insieme, uniti fino alla vittoria, fuori gli arabi”’ Ma che vittoria? Ma dove? Ma contro chi?”

Ricordo solo in finale, per chi fosse meno aduso alle iperboli ebraiche che il termine “Terra di latte e miele” viene spesso usato come metafora per descrivere la Terra Promessa degli ebrei. Una terra di abbondanza (simboleggiata dal miele) e di fertilità (il latte che porta nutrimento). Come si riporta ad esempio nel Libro dell’Esodo, capitolo 3, versi 7 e 8: “Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo.”

Alla fine, personalmente, l’unica pecca, però abbastanza grave, è che il testo mi risulta slegato e disomogeneo. Si dicono tante cose, si va in molte direzioni, e solo la sensibilità del lettore riesce ad unificare il tutto in una protesta coerente. Avrei messo qualche pagina in più di raccordo e di protesta. Non sempre mostrare senza commentare è sufficiente.

Antonia Arslan “Il rumore delle perle di legno” Rizzoli s.p.

A: 01/10/2025 – I: 25/10/2025 – T: 27/10/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 177; anno: 2015]

Con questo, leggendo un libro circa ogni dieci anni, sono riuscito a chiudere il cerchio della trilogia di Antonia Arslan (Arslanian) dedicato in primis al ricordo del massacro del popolo armeno, ed in seconda battuta, a fermare su carta i propri ricordi, pubblici e personali, rivolti proprio agli Armeni, alla loro storia, ed alla storia della loro diaspora.

Cominciai con il più forte e centrato (“La masseria delle allodole”) per proseguire con un libro-ponte (“La strada di Smirne”), ed ora finendo con questo che è di sicuro il più personale ed intimo. Ed è tuttavia, per questo il mio giudizio in discesa, un libro sbagliato. O nella presentazione o nella scrittura, vedete voi.

Non è, realmente, la fine di una trilogia, che del massacro armeno si parla solo per accenni, ed anche abbastanza sfuggenti. Tanto che si possono cogliere solo sapendo la storia mediorientale, o quanto meno, conoscendo la scrittrice. Quindi, presentarlo come prosecuzione dei primi due porta ad una piccola confusione. Chi cerca tracce anche dolenti di quel passato, ne trova piccoli sbuffi che svaniscono presto.

Non è neanche, compiutamente, un libro personale di ricordi e ricostruzione del proprio passato. Certo, ci vengono presentati momenti personali e non, spesso nella prima parte visti con l’occhio della Bambina protagonista, e nell’ultima parte con la vista presbite della Bambina Invecchiata. Ma per la confusione d’immagine dovuta a quanto appena detto, non diventano mai il filo rosso di una vicenda personale.

Fatte salve queste considerazioni, vediamo in una scrittura veloce che si segue anche con piacere, la storia intima di Antonia. Soprattutto in relazione con la madre Vittoria. Ricordo che Antonia nasce nell’aprile del ’38, quindi, all’inizio reale della storia (inizio del ’45), si avvia verso i sette anni. Antonia ed i suoi vivono a Padova, dove arrivò nonno Yerwant alla fine dell’Ottocento, per studiare medicina. Ed a Padova nacque Michele (Khayël in armeno), anche lui poi medico ma che dirazzò dalle discendenze armene sposando la romana Maria Vittoria Marchiori (la mamma Vittoria di Antonia).

Nelle piccole macchiette dei ricordi, seguiamo Antonia nell’avventura della fine della Guerra e negli ultimi bombardamenti patavini. E nelle narrazioni delle persone che gravitano intorno alla Bambina. C’è, appunto, Vittoria, madre amata, cercata, inafferrabile. Madre bellissima, e spesso incinta, e sempre appresso ai figli più bisognosi. Tanto che Antonia deve inventarsi i modi per farsi vedere, e trovare anche momenti di vendetta (atroce l’uccisione dei limoni innocenti). C’è il padre, anche lui medico, sempre pronto a sostenere tutti i figli. Ovvio che c’è Yerwant il nonno armeno, tanto amato, e dalle cui storie Antonia ricava materia per i suoi libri di ricordi.

In un primo tempo, pensavo che anche il nonno fosse fuggito dalle persecuzione turche degli anni ’20 (il genocidio armeno, secondo le parole di Papa Francesco nel 2015), per poi scoprire che si era installato a Padova molti anni prima.

Poi c’è Carlo il nonno romano, della cui morte ci tratteggia un resoconto di straziante amore. E la zia Henrietta, mai ripresasi dall’amore perduto durante i massacri. E le bellissime figure domestiche: la balia Teresa, sempre pronta ad innamorarsi di qualche bell’americano, e la cuoca Gigia, sempre pronta anche lei ad offrire una tazza di latte caldo alle prostitute che al mattino tornavano a casa dopo “una notte di lavoro”.

Molte parole si spendono per i tempi della guerra (mitico l’episodio del maialino nascosto sotto il cappotto per non farlo requisire dai nazisti), ma anche, nella parte finale, con un salto nelle isole greche, arrivando quasi alle coste turche, insieme a Paolo l’amore della sua vita (cui dedica il libro, e da cui ora è rimasta vedova).

Come capite, è un libro intimo, in cui, appunto, al genocidio si accenna per allusioni ed ellissi. Forse per questo, pur rispettandone la bella scrittura. Mi ha preso poco. mi aspettavo altri bei racconti di brutti momenti, mentre l’unico punto forte mi rimane nella descrizione delle narrazioni di nonno Yerwant sotto le bombe, tenendo per mano la piccola Antonia. Eppure avrei dovuto capirne il taglio introspettivo, quando si ripensa al titolo, a quel rumore dei fili di palline di legno per entrare nel bar del paese dove vivono da sfollati, per sentire le chiacchiere ed i racconti dei paesani. Anche se gli inni alla lettura di Antonia, non lasciandomi insensibili, fanno poi risalire di qualche punto il giudizio complessivo.

“Leggere, leggere. Non si può vivere senza un libro … senza avere in mano quel prezioso talismano, la porta sempre aperta verso mondi altri.” (128)

Anita Desai “Digiunare, divorare” Mondolibri s.p.

[A: 01/10/2025 – I: 15/12/2025 – T: 17/12/2025] - &&& 

[tit. or.: Fasting, Feasting; ling. or.: inglese; pagine: 220; anno 1999]

Anita Desai è un’interessante scrittrice misto indiana ormai alla soglia dei novant’anni. Ha una produzione non elevatissima in numero, ma significativa nelle uscite, specialmente quelle poi pubblicate nel mondo occidentale. Tra l’altro, di padre indiano e madre tedesca, l’inglese lo apprende nelle scuole, anche se poi sarà l’unica lingua che userà per scrivere le sue storie.

Qui, in questo scritto in molti sensi breve, ci sono le sue tematiche profonde: lo scontro delle culture. Sia uno scontro interno alla cultura indiana, nella lotta tra passato e presente. E sia uno scontro tra oriente e occidente, tra i retaggi indiani e le innovazioni americane (che poi ne possiamo discutere).

Il racconto dura uno spazio temporale ben definito e si divide in due parti ben distinte. La famiglia di cui seguiamo le sorti è composta da un padre ed una madre (talmente all’unisono nei loro comportamenti da venir spesso chiamati mammapapà), e tre figli: due femmine, Uma e Aruna, ed un maschio, Arun. Non meravigliatevi dei due nomi simili, che dopo la primogenita Uma, la famiglia aspettava un maschio volendo chiamare Arun. Essendo invece nata femmina si è volto il nome al femminile. Solo dopo un congruo numero di anni, una gravidanza inaspettata, porta la nascita del sospirato maschio, cui finalmente viene posto il nome prescelto (per inciso, il nome indica il color rosso del sole quando sorge l’alba).

L’azione (anche se in effetti, l’azione è praticamente nulla) si svolge quando il maschio. Ormai ventenne, è andato a studiare in America. Tutto comincia quando la famiglia prepara un pacco con il tè ed uno scialle da inviare ad Arun e termina quando Arun riceve il pacco stesso.

In tutta la prima parte seguiamo il narrato di Uma, che non ha una pronta intelligenza, tanto che zoppica un po’ a scuola. Ma è la primogenita, quindi per un po’ riverite. Quando però nasce Arun, è il maschio che avrà tutte le attenzioni, lei messa bellamente in seconda fila. Non va più dalle suore, tanto che studia a fare, dovendo solo accudire i genitori e trovare (anzi farsi trovare) un marito. Che se non si sposa, non può sposarsi la più sveglia (e forse graziosa) seconda sorella.

Proprio le sue mancanze di qualità portano i genitori a sbagliare due volte il matrimonio, perdendo notevoli soldi in doti che vengono prese e requisite dai possibili ma non riusciti mariti. Così lei rimane in casa. Aruna finalmente si sposa. Arun, finita la secondaria, si iscrive in una Università Americana.

Quello che vediamo, sperando che prima o poi ci sia un moto di ribellione o un evento positivo, è la vita disperata di Uma. Le viene quasi proibito di uscire di casa, di avere amicizia, di avere una vita propria. Devo solo rispondere al richiamo di mammapapà, momento che nella cerimonia della sbucciatura della frutta raggiunge il suo apice doloroso.

Tuttavia potrebbe andare peggio, come succede alla cugina Anamika, bella e brillante negli studi, chiamata ad Oxford, dove i genitori invece la fanno sposare, che una donna che studia a fare. E nella famiglia del marito non farà che subire angherie, perché è la nuora, e perché non dà figli. Con un finale tragico che solo in India si può concepire.

Non va di certo meglio ad Arun, che sì è libero, potrebbe inserirsi in un mondo nuovo ma … Non è autonomo economicamente. Nell’estate di chiusura dei campus viene ospitato dalla signora Patton, sorella di una amica della madre. E lì si perpetua il grande scontro. Arun è vegetariano, come la maggioranza hindi. La signora Patton vorrebbe aiutarlo in cucina, ma non sa cucinare. Il signor Patton, invece, non fa che portare bistecche su bistecche, che è impregnato sino in fondo della cultura carnivora americana. Con Arun che alla fine non mangia nulla, contraltare della piccola Patton che, piena di disturbi alimentari (come non capirla con una famiglia simile), non fa altro che mangiare e vomitare.

Mentre la prima parte, ti fa montare una rabbia potente contro i sistemi culturali indiani e contro la difficoltà, culturale e sociale, di opporsi, la seconda parte è molto debole. Certo siamo dispiaciuti dal poco nerbo di Arun, ma lui in fondo è solo, non c’è nessun mammapapà che lo blocca. Eppur tuttavia, i condizionamenti atavici fanno sì che anche Arun è stritolato dai meccanismi psicologici indiani. In un certo senso, gli strali di Anita colpiscono meglio la famiglia Patton: il padre congenitamente americano, tutto muscoli niente cervello, una madre che cerca di civettare con il nuovo venuto (uno straniero meno imbranato ci sarebbe anche andato a letto), il figlio maggiore jogging e sport in tv, la figlia minore malata in una famiglia che neanche capisce che possa esistere un disadattamento.

La scrittrice quindi fotografa bene gli scontri culturali, ma, proprio per la sua storia ed il suo modo di essere, riesce meglio nella descrizione dell’impenetrabile mondo indiano. In fondo, sono contento di aver recuperato questo vecchio libro, che mi ha riportato alle mie sensazioni asiatiche. Ne sentivo le spezie uscire dalle pagine. Ma la domanda di fondo, cui non so rispondere, è: questi anni passati hanno modificato qualcosa nei loro comportamenti?

Per avvicinarci alle feste, invece, vi riporto alcuni pensieri italici di due autori cui voglio sempre bene. Il primo in una sua uscito non gialla è Massimo Carlotto che ne “Le irregolari” ci parlava dei suoi giorni sudamericani:

“Non hai nemmeno idea su quante tombe di compagni, dall’Europa al Centro America, ho pianto e giurato di non dimenticare. Oggi, ricordo appena volti e nomi. L’enormità della sconfitta della nostra generazione si misura proprio sul numero di promesse fatte e mai mantenute.” (87)

“Sono stanco di accumulare sconfitte, sia personali che generazionali. Ogni tanto mi piacerebbe vincere qualche battaglia.” (108)

Il secondo è Erri De Luca in due libri che ricordo sempre con piacere “I pesci non chiudono gli occhi” e “In alto a sinistra”. Nel primo, alcune ammonizioni:

“Si incontrano, leggendo, frasi sismiche.” (37)

“Esistono ragioni che sono peggiori dei fatti.” (53)

“Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.” (91)

Nel secondo pensieri d’amore (scritti a mano):

“Quando si è in un vicolo stretto della propria vita, per cavarsela si bussa a risorse alle quali in quel momento non si chiede da dove provengano.” (52)

“Ancora, ancora, erano i giorni ancora, io li scambiavo per i giorni sempre.” (72)

“È povero un uomo senza donna, perché smette di crescere.” (124)

“I libri siamo noi … Sono a immagine della nostra vita. Ama … i libri del tuo tempo, ama un poco i tuoi anni che sono quelli che passano e non quelli che ti restano.” (126)

Ci siamo, un anno sta per finire, ma avremo tempo di pensarci ancora un po’. Per ora speriamo in Luci Dalla che ci ricordava “sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno”. E noi sordi continueremo a parlare, a scrivere, a viaggiare, ad abbracciarci.

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