Abbiamo
quindi due testi del ’39, dove svetta l’ottimo “Il borgomastro di Furnes”, e
due testi del ’40, guidati dall’interessante “Malempin”. Finiamo con la prima
antologia, che comprende più che racconti, una gran parte di quei “recit de voyages”,
redatti da Simenon al ritorno del suo lungo giro del mondo. Non sono veri e
propri racconti, e l’armonia generale ne risente assai.
Georges
Simenon “Il borgomastro di Furnes” Repubblica
Simenon II 14 euro 9,90
[A: 21/06/2023 –
I: 25/08/2025 – T: 26/08/2025] - &&&&
[tit. or.: Le bourgmestre
de Furnes; ling. or.: francese; pagine: 207; anno 1939]
Alla fine dell’estate del ’38, finalmente
terminata la grande casa, la famiglia Simenon si istalla a Neuily-sur-Mer. Lì Simenon
riprende a scrivere di gran lena ed è lì che viene concepito il suo primo
figlio. Ci si avvia alla fine degli Anni Trenta, ed è un lungo percorso quello
del nostro scrittore belga in questo decennio. Che cominciò nel ’29 con la
prima opera del commissario Maigret, evolvendosi durante gli anni sia con
l’approfondimento della figura del commissario, sia per l’inizio di solide
scritture, nell’ambito dell’editore Gallimard, di quelli che Simenon riteneva
fossero i romanzi che gli avrebbero dato fama e lustro. E non a caso, in quegli
anni comincia una lunga corrispondenza con il nume tutelare degli scrittori
“Gallimard”, André Gide.
Ed è qui a Neuilly che il 29 dicembre
termina la scrittura de “Il borgomastro di Furnes”, che verrà però pubblicato
solo l’anno seguente, mentre è in giro per i luoghi della sua infanzia, per poi
fermarsi a Bruxelles, dove il 19 aprile nasce il primogenito, Marc.
Devo dire che con questo romanzo, Simenon
ritorna nei punti alti della sua produzione. Descrive un personaggio, il
borgomastro Joris, con tutte le sue luci e le sue ombre. Ma descrive anche un
luogo (le Fiandre) ed un tempo (la fine degli anni Trenta), in cui ci fa
immergere con tutte le problematiche del tempo. E con tanti risvolti che,
stando attenti, sono sempre presenti nella nostra vita.
Joris è un uomo che si è fatto da sé, viene
da una famiglia di poche risorse, ma si adatta a fare il tuttofare di una
vedova attempata, benestante e senza eredi. Alla morte di lei, lui eredita casa
e denari. Nella prima va a vivere con la moglie Thérésa, con i secondi mette in
piedi una fabbrica di sigari che si rivela ben presto fruttuosa. Ha una durezza
intrinseca, che deriva dalla necessità di non fare compromessi. Tutto si
ottiene con il lavoro, nulla con i favori. Questo anche perché si mette così in
contrapposizione con l’aristocrazia locale, cattolica e benpensante.
Ha un solo momento di dolcezza nella sua
vita, quando accudisce Émilia, la figlia avuta con la moglie, che ha forti
carenze psichiche, tanto da vivere in una stanza della casa, per la maggior
parte del tempo nuda, e sempre urlando se qualcuno entra nella camera. Non è
altrettanto accondiscendente con il figlio avuto fuori dal matrimonio con
Maria, la cameriera. Certo, non gli fa mancare mezzi per studiare, ma gli farà
sempre mancare un affetto che non prova.
Joris è duro con tutti, specialmente ora
che, appoggiato dai liberali della città, ha scalzato da primo cittadino il
cattolico Leonard Van Hemme. Magistrale il modo in cui Simenon ci descrive con
frasi secche il rapporto tra Joris e gli impiegati, sia del comune che del
tabacchificio. Ma anche quelli con la madre che ancora abita nella casa di
famiglia a Coxyde, a soli cinque chilometri da Furnes, e che rimprovera al
figlio di aver tradito le sue origini.
Ovvio che Simenon decida di mettere ostacoli
nella vita dei suoi personaggi. Qui si palesa in Jef, giovane operaio che mette
in cinta l’altrettanto giovane Lina, figlia di Leonard. Quando Jef chiede un
prestito a Joris per far abortire Lina e lui, inflessibile lo nega, il giovane
non trova di meglio che suicidarsi. Inoltre, per lo scandalo, i Van Hemme
ripudiano la figlia, che va in esilio a Ostenda (una trentina di chilometri a
nord di Furnes).
Da qui, comincia il percorso interiore di
Joris, forse sentitosi in colpa per il suicidio di Jef. Prova senza successo ad
andare incontro alla madre. Prova senza successo a ricucire un piccolo tramite
di buone maniere con la moglie, che si scopre malata di cancro all’ultimo
stadio. Unici momenti invece di rilassamento quando va a Ostenda, ad incontrare
Lina, ad accompagnarla nel percorso verso la nascita del bambino. Ma Joris non
ha mai provato ad uscire dalla sua burbera tenacia tutta d’un pezzo, e così
anche nei confronti di Lina si trova impacciato non tanto nell’esternare ma
anche solo nel comprendere i propri sentimenti.
Simenon allora ci mostra la parabola di
Joris, che Leonard ed i suoi, vistolo indebolito, lo attaccano sul fronte che
gli fa più male: la figlia. Lui contrattacca “comprando” Lina, cioè versandole
un tanto al mese, pur in cambio di nulla. Ma quando i “cattolici” del comune
propongono un piano di sfruttamento del litorale, con la concomitante cacciata
dei pescatori e dei contadini della zona, Joris deflagra. Fa un comizio
bellissimo in consiglio comunale, illustrando la parabola storica del posto,
per poi dimettersi.
Si ritroverà solo nella casa, senza la
moglie, senza la figlia, senza Lina che sta a Ostenda con il bambino,
rimuginando sulla stessa frase. “… se solo avesse voluto…”.
Ci sono tre sottotrame che si intrecciano
nella vicenda di Joris. Una, di facile lettura, è la tripartizione tra il tempo
e lo spazio. Dove Coxyde, dalla madre, è il passato difficile da superare e
Ostenda, da Lina, è il futuro difficile da raggiungere. Il presente, nel bene e
nel male, è Furnes. Il secondo aspetto, che spesso Simenon tira fuori, che non
lo ha mai superato né mai lo supererà, è il rapporto con la madre. La madre di
Joris gli preferisce l’altro figlio, rimastole vicino, così come Henriette, la
madre belga, gli ha sempre preferito il fratello Christian. Ma c’è anche un
rapporto intrigato con Lina, la cui dolce accondiscendenza è vissuta da Joris
come un surrogato materno, sapendo poi, con bagno di realtà, che altra è la
stessa Lina, altro rapporto è con il bambino appena nato, altro con il mai
amato figlio adulterino Albert. E via soffrendo.
Infine c’è il rapporto di Joris con sé
stesso. Per raggiungere il successo non si può scendere a compromessi, perdendo
così la propria umanità. Ma se ci si apre al mondo, l’unico risultato è che ne
veniamo feriti. Una contraddizione insanabile, per l’autore. Che al fine si
rifugia in compromessi ed in situazione che da Joris riflettono Georges. Come
la frase che riporto detta da Joris per giustificare il suo rapporto con la
cameriera, ma che non può che ricordarci il rapporto tra Georges e Boule, la
sua cameriera-amante.
Un ultimo dato storico-geografico. Prima di
tutto, pur non parlando fiammingo (lui era un belga francofono), in tutte le
sue opere ambientate in questa parte territoriale, riesce a farci entrare
nell’anima e nello spirito dei Flamandes. Anche qui, dove, se andiamo in rete,
vediamo che Furnes è il nome francese della località che in fiammingo si chiama
Veurn, e che viene trasposta in italiano come Veurne. Non so poi se
scientemente fu la scelta di Simenon, ma Veurn fu la sola città belga a non
esser occupata dai Tedeschi durante la prima guerra, e dal mese di ottobre del
1914 il re Alberto I del Belgio vi installò il suo quartier generale. Un luogo
resistenziale e ben impresso nella memoria belga. Forse il caso? Io credo di
più in un memento anticipatore del grande scrittore.
“Dato che comunque doveva succedere, è
meglio che sia tra le mura di casa.” (39)
“Un altro orribile anno che finisce e uno
non meno orribile che inizia … io soffrirò! Tu soffrirai! E prego Dio che ci
eviti catastrofi più spaventose.” (61) [uno dei più pessimisti inizi di un
nuovo anno]
|
Dove |
Protagonisti |
Altri interpreti |
Durata |
Tempo |
|
|
Furnes (con puntate a Ostenda e Coxyde) |
Joris
Terlinck, il borgomastro |
Thérésa,
la moglie di Joris Émilia,
la figlia di Joris e Thérésa, con forti
disturbi psichici Lina
Van Hemme, una giovane del paese Jef
Claes, il fidanzato di Lina Maria,
la cameriera Albert,
figlio di Joris e Maria Mme
Terlinck, la madre di Joris |
Circa
un mese |
Epoca
contemporanea alla scrittura, precedente la guerra |
|
Georges
Simenon “Gli intrusi” Repubblica Simenon II 16 euro 9,90
[A: 03/07/2023 –
I: 07/10/2025 – T: 08/10/2025] - &&& +
[tit. or.: Les inconnus
dans la maison; ling. or.: francese; pagine: 202; anno 1940]
Avevamo visto come il 1938 fosse per Simenon
soprattutto l’anno della costruzione della nuova casa familiare a Nieul, dove
si trasferisce finalmente durante l’estate. Saranno nove i romanzi che scriverà
nella nuova casa, e questo degli sconosciuti sarà il primo che terminerà nel
settembre. Prima ancora del Borgomastro che ho tramato da poco.
Poiché tuttavia io continuo a seguire il
filo delle pubblicazioni non delle scritture, dobbiamo ringraziare il buon
Gallimard che, avuti i manoscritti, e dopo alcune piccole revisioni degli
stessi, decide di pubblicare nel ’39 il Borgomastro, mentre prevede di
pubblicare questo testo nel giugno del ’40. Ma la guerra che la Francia
dichiara alla Germania per l’invasione della Polonia mescola un po’ le carte.
Così “Gli intrusi” vedrà la luce solo ad ottobre del 1940.
Un altro avvenimento bellico è legato a
questo testo. Infatti, nel ’43, quando Simenon fungeva come “alto commissario
per i profughi del Belgio”, al fine di sovvenzionare aiuti per i prigionieri di
guerra, è lo stesso Simenon che decide di vendere all’asta il manoscritto. Non
sappiamo chi se lo aggiudicò, ma sappiamo che, purtroppo, scomparve nelle
pieghe delle battaglie.
Abbiamo quindi poco materiale esterno al
testo, verso cui è bene rivolgersi perché è uno degli esempi magistrali della
scrittura e delle idee di Simenon. Un testo tutto costruito se vogliamo intorno
ad un omicidio, ma che usa quell’omicidio come un Macguffin alla Hitchcock (o
alla Tarantino di “Pulp Fiction” sulla natura della valigetta misteriosa).
L’omicidio c’è, ma serve a prendere l’attenzione del lettore, per poi farlo
focalizzare sulle montagne russe della vita del protagonista, Hector Loursat de
Saint-Marc (quasi sempre indicato per brevità come Loursat).
Qualcuno obietterà che forse non è
propriamente un Macguffin, perché poi ci sarà un processo e si scoprirà anche
chi è stato a commettere l’omicidio. Anche se la soluzione perviene quasi in
modo accidentale. C’è una prostituta che ha sentito qualcosa, che viene
riferito come fosse una confessione documentale, tutto per far crollare il
fragile castello di menzogne messo in atto da chi ha commesso l’assassinio.
Noi però, con l’autore, siamo più
interessati a Loursat, alle sue attività, al suo modo di vivere, insomma alla
costruzione di una persona, di cui esce alla fine uno dei migliori ritratti
dipinti dalla penna dell’autore. Loursat ora ha 48 anni ed è stato un valente
giovane avvocato. Siamo a Moulins nel dipartimento di Allier, nel centro della
Francia, un poco più a Nord di Lione. Loursat sposa una signorina del suo
ambiente, quello dei maggiorenti della città. Ed hanno una figlia, Nicole. Ma
quando Nicole ha due anni, la signora fugge con l’amante e non tornerà più.
Loursat, cui non mancano i beni per vivere
senza lavorare, da quel momento si chiude praticamente in casa. Sarà presente
in qualche causa, per onor di firma, nei primi anni per poi abbandonare del
tutto la professione. Rimane in casa, cominciando un lungo percorso da
alcolista. Si sposta tra il salone, la sala da pranzo, e lo studio, dove ad un
certo punto comincerà anche a dormire. Si disinteressa completamente di Nicole,
che viene accudita ed allevata dalla governante. E la vita va avanti così per
anni, con Loursat che aumenta il numero di bottiglie di Borgogna che beve
quotidianamente.
Nel presente dell’azione, Loursat beve tre
bottiglie al giorno, condivide i pasti con Nicole, la quale poi, ormai
ventenne, fa la sua vita. Magari invitando amici ed amanti nella casa paterna,
tanto Loursat, ubriaco, non si accorge di nulla. Fino al Macguffin: una sera,
benché alterato come al solito, Loursat sente un colpo di pistola, e trova un
morto in casa.
Da qui nasce tutto lo svolgimento del
romanzo. Chi è il morto? E perché stava in casa? Loursat viene quasi a forza
spinto fuori dal suo letargo. Così da scoprire che Nicole ha un amante, il
giovane Emile. Che i due fanno parte di una banda di giovani che scorrazza
alticcia per Moulins e dintorni. Che in una uscita alcolica in macchina hanno
investito un tizio, che si rivela essere un malavitoso di mezza tacca,
soprannominato il “Gros Louis”, che viene curato da Nicole in casa, ma che
prende di mira i componenti della banda, ricattandoli.
Loursat conosce Emile, commesso di libreria,
ed è colpito dalla sua giovinezza, ma anche da quello che sembra un sincero
trasporto verso Nicole. Fatto sta che Emile è l’unico che si sa per certo
girasse per casa la fatidica sera, così che è facile prevederne
l’incriminazione. Così come è altrettanto facile capire che Loursat ne assumerà
la difesa.
Seppur con qualche interesse nell’abilità di
Simenon di usare il dibattito in aula per svelare tutta la trama, quello che
interessa a noi è vedere come si muove Loursat. Che diminuisce il vino, che
esce e scopre gli angoli della sua città mutati in tutti questi anni. Ma scopre
anche una sua capacità di parlare con la gente, e soprattutto di ascoltare.
Ricostruendo così tutta la struttura e le personalità dei componenti della
banda di Nicole. Ed entrando meglio in sintonia con tanta gente. Con la governante
che aveva retto la casa per quindici anni. Con Nicole verso cui sente di poter
istaurare un dialogo. E con Emile cui non si oppone né al trasferimento a
Parigi né alle nozze con Nicole.
Alla fine dei giochi, Loursat avrà vinto
tutta una serie di piccole e grandi battaglie. Ma non rinuncerà a bere, magari
diminuendo un po’ il tasso alcolico, tuttavia con un grande cambiamento, che
Simenon cita senza enfasi, ma che illumina le scelte del personaggio. Ora beve
al bistrot.
Troviamo molti motivi ricorrente nel
percorso autodistruttivo di Loursat, che si interromperà solo per
quell’imponderabile arrivo di un colpo di pistola. Nel momento in cui la sua
famiglia va crescendo (tra non molto nascerà il primogenito Marc), è proprio
sulla disgregazione familiare che mette l’accento (ritrovando ad esempio i toni
espressi anni prima ne “La casa sul canale”. Loursat vorrebbe essere sé stesso,
ma nell’isolamento va perdendosi e perdendo Nicole. Quando capisce che ci si
definisce solo in un confronto ed in un rapporto con gli altri, con l’esterno
(come potrebbe narrarci qualche fine sociologo), esce dal suo guscio. Non sarà
diverso, sarà sempre l’ubriacone di 48 anni. Ma nel bistrot avrà la possibilità
di esternarsi.
Noto di passaggio come Moulins sia comunque
un luogo caro a Simenon, che vi aveva ambientato quasi dieci anni prima
“L’affare Saint-Fiacre”. E noto anche come i traduttori italiani abbiano un po’
forzato il titolo, pur non stravolgendolo. Gli sconosciuti che vengono nella
casa diventano intrusi. Che certo i giovani amici di Nicole non sono noti a
Loursat, ma intrusi assume generalmente un connotato negativo, laddove
sconosciuti era una terminologia simile ma più blanda.
Per chi non è un cinefilo spassionato
ricordo che il MacGuffin è un espediente narrativo, ad esempio un oggetto o un
evento, utilizzato al fine di fornire una motivazione alle azioni dei
personaggi e allo svolgersi della trama che ha per i personaggi un'importanza
fondamentale ma è in realtà privo di un reale significato per lo spettatore.
|
Dove |
Protagonisti |
Altri interpreti |
Durata |
Tempo |
|
Moulins |
Hector
Loursat de Saint-Marc, avvocato
in pensione, abbandonato dalla moglie. 48 anni |
Nicole
Loursat figlia di Hector Loursat, 20 anni. Emile
Manu, commesso della libreria Georges, 18 anni. Gérard
Rogissart, pubblico ministero, cugino di Loursat. |
Circa
quattro mesi |
Epoca
contemporanea alla scrittura, inizio degli anni ’40 |
Georges
Simenon “La fattoria del coup de vague” Repubblica Simenon III 6 euro
9,90
[A: 13/11/2025 –
I: 17/11/2025 – T: 18/11/2025] - &&&
[tit. or.: Le Coup-de-Vague; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1939]
Facciamo allora un triplo salto all’indietro
nel tempo. Mentre ancora non abbiamo esaurito la seconda tornata dei romanzi di
Simenon editi da Repubblica, comincia ad uscire la terza collana, dove in
questa sesta uscita troviamo un testo antecedente ai precedenti. Per essere
precisi, la scrittura di questa “ballata di spiaggia” avviene poco prima della
saga della famiglia Krull. Quindi, come sappiamo, benché pubblicata in volume
solo nel febbraio del ’39, il romanzo vede la luce come manoscritto nell’aprile
del ’38. Tra l’altro, nei dintorni di Pasqua, la famiglia Simenon si era
allontanata dalle spiagge di La Rochelle (anzi, per essere precisi, di Nieul-sur-Mer,
dove aveva comprato casa), risalendo sull’entroterra sopra Bordeaux.
In effetti, trascorse del tempo (tra cui
quello della scrittura) presso l’hotel Bonnet a Beynac, cittadina non
particolarmente nota, ma che (e qui si moltiplicano i casi della vita) non è
molto distante da Bergerac, da dove proviene il mio amato Cyrano. Altro
elemento legato allo scritto, anche questo manoscritto fu venduto all’asta nel
1943, per raccogliere soldi a sostegno dei prigionieri di guerra, sempre per
iniziativa di Simenon.
Rispetto ad altri “romanzi duri” lo trovo
molto più cupo e senza speranza, cosa che alla fine rende poco empatica la
lettura. Certo è che Simenon fa una fotografia della provincia francese come
pochi altri nel suo tempo. Con i suoi soliti e facili tratti di scrittura,
riesce a dipingere davanti ai nostri occhi questo lato del paese in cui vive,
questa gente che sta davanti all’Oceano, da lui trae sostentamento, ma dal mare
è a forze piegata e piagata. Il mare è già duro per chi va a pescare. Qui è
ancor più duro per chi si occupa delle coltivazioni marine.
“Coup de Vague” è un lungo tratto di
spiaggia nella zona periferica di La Rochelle. Lì, gli abitanti, oltre a
dedicarsi ad un po’ di allevamento di mucche e pecore per nutrirsi, si occupano
principalmente di raccogliere le ostriche che il mare fa crescere in varie
modalità sulle sabbie prospicenti le varie fattorie. Dove i fattori delimitano
le loro zone infilzando pali nella sabbia e andando alla loro coltura a
rotazione. Poi, una volta fatto un certo quantitativo, vengono stipate in
cassette, caricate sui mezzi a quattro ruote (diversi a seconda degli
allevatori e delle quantità allevate) e portate al porto di La Rochelle per
essere vendute.
Questa è la vita della famiglia Laclau, una
delle più antiche della zona, guidata dalle due sorelle Hortense ed Emilie. La
grossa parte di fatica è sostenuta dal ventottenne Jean, nipote delle sorelle
in quanto, pare, figlio di Léon, morto in qualche situazione mai chiarita in
Gabon. Così come morta di parto sembra essere la madre.
Jean è incasellato in una vita regolare,
senza traumi ed anche abbastanza triste. Lavora le ostriche, le porta in città,
poi gira, la sera dei fine settimana, per locali e posti di ritrovo. Dove è ben
concupito dalla giovane fauna locale, essendo di bell’aspetto e di buona
convivialità. Con le giovani si accompagna abbastanza liberamente, se non che è
un po’ di tempo che sembra far coppia fissa con la giovane Marthe Sarlat,
figlia di Justin, ex sindaco del luogo, e di Adelaide.
La famiglia Sarlat è abbastanza mal messa,
che i soldi di Adelaide stanno finendo, Justin non lavora, passando il tempo
tra gli sfaccendati del bar e pestando duro la moglie se non trova i soldi.
Così che Marthe, già abbastanza gracile, si fa in quattro per la sua parte.
Ovvio che si gratificata da Jean, ma anche lei sembra non pensare granché al
futuro.
Tutto cambia, all’inizio del testo, quando
Martha confessa a Jean di essere incinta. Lui, mai all’altezza delle
situazione, facendosi sempre trascinare, ne parla con le zie che decidono, come
sempre, di prendere il comando delle operazioni. C’è una specie di onda
avvolgente dei personaggi in questo testo. All’inizio c’è Jean in prima fila, e
vicino a lui Marthe. Ma quando le zie prendono la testa, loro pian pianino si
sgonfiano. Marthe poi diventa solo l’ombra di una possibilità. Jean ha forse un
sussulto, ma le zie saranno sempre loro a decidere e muovere i fili dei vari
personaggi, anche quando sembra siano in difficoltà.
Hortense decide che Marthe deve abortire, e
così sarà. Ma la ragazza è debole (o forse l’operazione non è ben riuscito) e
l’inganno è scoperto. Soprattutto da Justin, che forse ha anche altre armi per
ricattare le zie. Fatto sta che le costringe ad un matrimonio riparatore. Si
tutto bene, ma Marthe non si ripiglia, e le zie fanno di tutto per isolarla,
dalla famiglia, da Jean. Certo impongono cure, ma saranno efficaci? Jean è
preso anche dai suoi problemi che, nelle more, Marthe gli confessa di sapere che
non è figlio di Léon. Ma allora? Jean si arrovella e forse arriverà alla
soluzione. Dove in tutto ciò non riesce, o forse neanche vuole, dare una mano a
Marthe.
Approfittando di una sua missione
all’estero, le zie convincono Marthe ad un’operazione che dovrebbe essere
risolutiva dei suoi problemi ginecologici. Operazione che ovviamente non riesce
e la ragazza muore. Jean al ritorno si inalbera, chiede spiegazioni, ma poi,
preso nella ragnatela delle “megere”, si piega, torna alla vita di prima,
dimenticando alla fine sia di essere vedovo sia di aver sposato una sfortunata
ragazza. Continuerà a coltivare ostriche, portarle al porto e, nel fine
settimana, andare ai balli con gli amici (e le amiche).
Simenon non fa nessuna concessione alla
platea. Dipinge quel mondo di pescatori e di piccola gente senza nessun
sentimento di pietà, senza mostrare nessuna possibilità di uscita. Così siamo
nati e così viviamo, sembra dicono le zie, dove nulla deve venire a turbare il
piccolo mondo che si sono costruite. A costo di fare del male, a costo di
isolare e di isolarsi. Simenon ci mostra un insieme di esseri umani, secondo
lui forse eponimi che, come animali, si costruiscono una tana (fisica e
psicologica) dove nascondersi, dove resistere ai colpi dell’avvera fortuna.
Non mi ha convinto come altre prove, ma devo
riconoscere che in un numero limitato di pagine l’autore è riuscito a costruire
un mondo, anzi a farci vedere un mondo reale, con tutti i suoi difetti e senza
nessun pregio.
|
Dove |
Protagonisti |
Altri interpreti |
Durata |
Tempo |
|
Le Coup-de-Vague, frazione di Marsilly, La Rochelle. Algeri |
Jean
Laclau. Lavora nella fattoria delle zie. Celibe. 28
anni |
Hortense
ed Emilie Laclau, sorelle
di Léon Laclau morto in Gabon Marthe
Sarlat, amica e poi moglie di Jean Justin
Sarlat, padre di Marthe, ex sindaco del comune |
Alcuni
mesi |
Epoca
contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30 |
Georges
Simenon “Malempin” Repubblica Simenon III 3 euro 9,90
[A: 23/10/2025 – I: 25/11/2025 – T:
26/11/2025] - &&& e ½
[tit. or.: Malempin; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1940]
Proseguendo le letture delle varie edizioni
di Simenon, confesso che trovo qualche difficoltà che, le nuove uscite della
terza serie spesso si collocano anteriormente a quelle della seconda. In questo
modo, a volte, risulta difficile riprendere un discorso continuativo
sull’evoluzione della scrittura del maestro belga.
In questo caso, siamo ancorati alla fine
degli anni Trenta, quando stava costruendo o arredando la grande casa di Nieul-sur-Mer.
Eppur tuttavia, sebbene la pubblicazione dell’originale avverrà solo
nell’aprile del ’40, questo nuovo testo matura a cavallo tra il ’38 ed il ’39.
Non solo, visto che Simenon decide di passare qualche tempo in Alsazia, in
realtà questo romanzo sarà l’unico in quel tempo ad essere scritto lontano dal
mare. Verrà infatti redatto nel castello di Scharrachbergheim in Alsazia, terminando
la scrittura nel marzo del ’39, incastrato tra due avvenimenti familiari.
Perché ad inizio anno muore a Liegi, Jean
Mathieu Henri Schrooten, marito della zia materna di Simenon. Mentre il 19
aprile, quindi meno di un mese dal termine della stesura del romanzo, nasce a
Bruxelles Marc Jean Chrétien Simenon, il primo figlio di Georges. E non è un
caso che molti testi scritti in questo periodo affrontano tematiche familiari
(tanto per ricordarne alcuni citerei “Gli intrusi” e “Il borgomastro di Furnes”).
Assistiamo quindi all’odissea in una stanza
del medico parigino Édouard Malempin, sposato con Jeanne (per convenienza non
per amore) con la quale ha due figli: Jean di 11 anni che appare all’inizio ma
non ha un gran peso nella storia, e Jérôme di 8 anni. È lui, chiamato
familiarmente Bilot, a dare il via proustianamente ai pensieri di Malempin,
quando, colpito da una difterite maligna, deve restare a letto e sottoporsi a
cure abbastanza sfibranti. Così che il padre dottore lo veglia, e nella veglia,
comincia a ripensare a tutta la sua vita, spinto dalla domanda inconscia:
Bilot, da grande se sopravviverà, avrà di me lo stesso ricordo che io ho di mio
padre Arthur (che non ho mai amato?).
Comincia così il flusso di coscienza di
Malempin, che ogni tanto torna al presente, ed al figlio malato, alle cure, al
siero, ai piccoli deliri, fino allo scioglimento della malattia, ed all’ultima
scena del ritorno del medico in ospedale per dedicarsi alle scartoffie ed ai
malati.
Ma non è il presente che interessa a Simenon
di mostrarci, quanto tutto il percorso vitale di Édouard e della famiglia
Malempin. Perché da un lato abbiamo Arthur Malempin, il padre, agricoltore
nella campagna della Charente Marittima, sempre a corto di soldi, e Françoise
Tesson, la madre, che cura la casa con piglio da grande signora, come era la
sua famiglia prima che il padre notaio, in seguito ad operazioni sballate, ha
perso tutto. Coinvolgendo nella caduta, ma non economicamente, il fratello
avvocato, indicato sempre con il solo cognome, Tesson.
Zio di una certa età, che sposa, con grande
scandalo, la giovane Élise, coetanea di Françoise. Le due famiglie non si
amano, ma Arthur non può che chiedere soldi a Tesson (che appunto diventa una
sorta di usuraio della zona). Così che periodicamente, i Malempin si recano in
visita ai Tesson, per regolare le loro questioni economiche.
Fatto sta che Tesson, all’improvviso,
scompare dopo una visita non prevista ai Malempin. Édouard ha visto molto, e
sentito anche la madre mentire. Ma lui è un giovane di undici anni, magari
bravo nello studio, ma poco altro. L’improvvisa solitudine di Élise sarà
riempita dal giovane, che si avvia agli studi nella cittadina più grande,
mentre il fratello minore Guillaume rimane a casa, e di questo non perdonerà
mai il maggiore.
Édouard vuole bene (ricambiato) a zia Élise,
che prepara una borsa di studio per i suoi studi, affidandola al preside della
scuola, che sa che altrimenti i Malempin si mangerebbero tutto. Questo anche
perché poco dopo ed in circostanze poco simpatiche, muoiono prima Élise e poi
anche il padre Arthur. Ma Édouard, protetto dallo scudo della zia, proseguirà
gli studi, laureandosi in medicina, sposando Jeanne per convenienza (è bene che
un medico sia sposato) e volendo molto bene, seppur freddamente, ai suoi due
figli.
La bellezza della scrittura sta nella
capacità di Simenon di riprodurre questo flusso della memoria di Malempin. Che
si ricorda, poi si confonde, mescola i giorni, si domanda se la madre abbia
avuto un ruolo nella morte dello zio, è attratto dalla giovane zia, tanto che a
lei penserà quando farà l’amore con la moglie. La scrittura salta, si ferma,
riprende, passa dall’oggi al passato, senza soluzione di continuità. Ma riesce,
in ogni caso, a farci entrare in tutte le dispute familiari. In quelle di un tempo
come nel rapporto attuale con il fratello (sempre a caccia di soldi) o con la
madre (che secondo lui ha sempre avuto preferenze per Guillaume).
Ci sono poi due aspetti che mi hanno
incuriosito, legati a due volti diversi della medicina. Una si rivolge, pur non
esplicitamente, alla psicanalisi che sta entrando nel quotidiano della vita di
molti, laddove Malempin si interroga sul modo in cui le esperienze familiari
incidano sul bambino che era e su come questi vissuti trasformino il bambino in
adulto. L’altro, invece, è più intrinsecamente medico, per il fatto che di
molta medicina si parla (ovviamente la difterite di Bilot, ma anche
l’impetigine di Édouard da piccolo). Come non farsi venire in mente allora che
Maigret, prima di entrare in polizia, voleva farsi medico. O come uno dei pochi
frequentatori di rue Richard Lenoir era proprio un medico.
Un romanzo duro dove c’è una sparizione, ma
poco interessa saperne, se non per quanto abbia inciso sulla vita dei
protagonisti. Un buon romanzo alfine.
|
Dove |
Protagonisti |
Altri interpreti |
Durata |
Tempo |
|
Paris. Alcuni riferimenti ad Arcey
e a Saint-Jean-d’Angély (Charente-Maritime) |
Édouard
Malempin. Medico in un ospedale parigino. Sposato con
due figli |
Jérôme,
detto Bilot, 8 anni, secondo figlio di
Malempin Jean,
11 anni, primo figlio di Malempin Jeanne,
la sua sposa Arthur
Malempin, suo padre, agricoltore ad Arcey Françoise,
sua madre (32 anni nei ricordi di Edouard) Guillaume,
il fratello minore Tesson,
zio di Françoise Malempin, ex avvocato Élise,
moglie di Tesson, 32 anni |
Dieci
giorni |
Epoca
contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30 |
Georges
Simenon “La cattiva stella e altri racconti” Repubblica Simenon III 7
euro 9,90
[A: 20/11/2025 – I: 27/12/2025 – T:
29/12/2025] - &&
[tit. or.: vedi i titoli; ling. or.: francese; pagine: 174; anno 1938-1991]
In
genere, nelle collane di Repubblica dedicate a Simenon, c’è un certo ordine ed
una logica. Cosa che si è mantenuta anche per i primi sei titoli di questa
terza serie di uscite. Da qui, la collana ha prodotto prima una serie di miniantologie,
a volte sulla scia di raccolte originali, a volta rielaborando uscite sull’onda
delle pubblicazioni di Adelphi. Inoltre, dal 15 gennaio 2026, per gli ultimi
numeri della collana, vengono riproposte edizioni già comprese in precedenze
nelle prime due collane pubblicate. Già questo mi sembra un comportamento da
stigmatizzare.
Venendo
a questa raccolta, il secondo punto dolente è che, seppur con una certa sua
logica, in realtà pubblica due linee di racconti. Una parte uscita in volume
nel 1938, un racconto isolato nel 1990 ed altri testi nel 1991. Il tutto
raccordato da una introduzione che cerca di spiegare e dare una sorta di
omogeneità a tutta la raccolta. Sembrerebbe un piccolo testo edito in maniera
isolata nel 1936 con il titolo “Notes en marge d’un tour du monde, ou le
doux raté de France” (in italiano “Note a margine di un giro del mondo,
o i placidi falliti di Francia”), e poi utilizzato come introduzione alla
raccolta “La cattiva stella” (tit. or. “La mauvaise étoile”)
pubblicata nel 1938 e che raccoglie i primi undici racconti di questa raccolta.
Ed in realtà, è questa introduzione che
fornisce un senso compiuto alla raccolta, unendo questi primi undici testi, con
un testo doppio uscito in volume solo 1990 e con altri quattro pubblicati,
sempre insieme ad altri racconti, nel 1991. Perché l’idea di questi “racconti
di viaggio” è per l’autore fare un piccolo viaggio intorno agli spunti raccolti
durante il lungo giro del mondo che intraprese nella metà degli anni Trenta
insieme alla moglie Tigy. Un materiale che fornirà la base per almeno sei romanzi
ed una ventina di racconti. Qui vengono condensati questi racconti “della
disperazione”, campionario umano di uomini alla deriva, rassegna di sconfitti
senza speranza, inutilmente in lotta in ambienti che rimarranno per sempre
estranei alla loro essenza.
Per chi ne avesse scordato i contorni,
Simenon effettuò un giro del mondo in 155 giorni, dal 12 dicembre 1934 al 15
maggio 1935, finanziato da “Paris-Soir” e “Marianne”, su cui, al ritorno,
pubblicò molti articoli. Partendo da Le Havre sul “La Fayette”, arriva a New
York e da lì attraversa il Canale di Panama, sosta in Colombia a Buenaventura
ed in Ecuador a Guayaquil. Si ferma alle Galapagos per seguire un misterioso
dramma. Quindi attraversa il Pacifico sino a Papeete a bordo di una nave cargo
mista francese. Si ferma circa due mesi a Tahiti, poi prosegue per Sydney,
passando per le Isole Cook e la Nuova Zelanda, a bordo della nave statunitense
Makura. Dopo una breve permanenza in Australia, imbarco per l'Europa a bordo
del transatlantico britannico Mooltan, passando per il Mar di Timor, l'Oceano
Indiano (scali a Ceylon e Bombay), il Mar Rosso e il Canale di Suez (ultime
soste ad Alessandria e Malta).
Al ritorno, si ritira nel castello “La Cour
Dieu” a Ingrannes nel Loiret, non molto distante da Orleans, dove mette ordine
alle sue note, e comincia a pubblicare i vari testi che man mano elabora sulle
riviste che gli avevano pagato il viaggio. L’idea di fondo, ripresa
dall’introduzione sopracitata, è che molta gente parte alla ricerca di
avventura (e perché no, di fortuna). Ma l’esotismo si rivela un’arma a doppio
taglio, e quando i falliti soccombono, c’è chi rimane stritolato nei luoghi
lontani e chi, più fortunato, ritorna. E Simenon ce li descrive questi
“ritornanti” seduti nei caffè marsigliesi, a perdere tempo nell’attesa di un
oblio sempre più prossimo.
I primi undici racconti vengono pubblicati
dal 12 al 25 giugno 1935 su “Paris-Soir”; uno al giorno, esclusa la domenica.
Verranno poi raccolti in volume da Gallimard nel 1938 con il titolo collettivo
“La cattiva stella”, come scritto sopra. Tutti ambientati in luoghi esotici.
Si comincia con “L’uomo in frac del
giardino pubblico e l’ex galeotto che vende torroni” (L’Homme en habit
dans son square et le Bagnard aux nougats). Siamo in Sudamerica, un esimio
direttore di una scuola di Agricoltura gira sempre ben vestito. Un’india, con
cui vive, gli fa provare una droga locale, il chamico (che poi sarebbe lo
stramonio) e lui si perde. Ora controlla i galeotti che puliscono la piazza,
sempre indossando un frac.
“L’uomo che combatteva con i topi o la
storia più banale del mondo” - Celui qui se battait avec les rats ou la
plus banale des histoires Qui abbiamo un giovane che si ritrova a dirigere
uno scavo in una miniera d’oro, lontano da tutto e da tutti. Nessuno gli manda
niente (medicine, mezzi di scavo) e lui si trova a combattere ogni notte con
l’assalto dei topi. Muore per un colpo di fucile: omicidio o suicidio?
“Popaul e il cuoco o la testa rimasta a
bagno troppo a lungo” - Popaul et son cuisinier ou La Tête qui a trop
trempé Qui in Africa, il buon Popaul ha una concessione per un bosco che
produce molto legname. Agiato, torna in patria a fare il gaudente (lo scherzo
descritto da Simenon è mirabile). Perde tutto, torna al legname, ma ora i
prezzi calano e lui teme che qualcuno (il cuoco?) lo voglia morto. Lo uccide
per farlo confessare e sarà condannato. Cinque anni di galera (tanto era un
nero).
“Turisti da banane o gli Adami di Chicago
e le Eve di Manchester e Oslo nei nuovi paradisi terrestri” - Touristes
de bananes ou Les Adams de Chicago et les Èves de Manchester et d’Oslo dans les
nouveaux paradis terrestres il termine del titolo lo ha poi riusato in un
romanzo di cui ho parlato. Simenon narra varie piccole storie, per finire con
il visconte decaduto, ora in un’isola sperduta oceanica, con le donne con cui
fa figli, e con la sedia cui si pone per guardare il mare, aspettando.
“Le gioie della pampa o l’uomo
imprigionato tra due stazioni” - Les Joies de la pampa ou L’Homme qui
est prisonnier entre deux gares Ad un fuggitivo scoperto viene offerto un
rimpatrio forzato. Lui preferisce fuggire nella pampa argentina, trovandosi
bloccato tra due stazioni ferroviarie dove ci sarebbero le forze dell’ordine a
fermarlo. Si macera e perde la sua esistenza in quella distesa, ignorando che i
gendarmi lo avrebbero solo espulso.
“L’avventura del gentiluomo inglese e
della donna che mostrava il sedere dall’alto di una palma” - L’Aventure
du gentleman anglais et de la femme qui montrait son derrière du haut d’un
cocotier Nei territori della Nuova Caledonia, Bill e Bob gestiscono una
piantagione. Bill vive con una locale, che maltratta e poi manda via. Lei, come
vendetta, sale su una palma davanti a Bob, senza mutande (un modo locale di
offrire il proprio corpo). Morirà strangolata: da Bill o da Bob?
“Il mio amico alverniate e il lituano
solitario che non era mai sazio” - Mon ami l’Auvergnat et le Lithuanien
solitaire qui n’avait jamais assez mangé Un agricoltore dell’Alvernia vive
su di un’isola del Pacifico con la moglie gestendo un palmeto. Un giorno arriva
su di una barca un lituano di poche parole, che non smette mai di mangiare. Il
lituano vuole arrivare in America, cosa che farà in diciassette giorni, ma una
volta a San Francisco, verrà recluso, non avendo documenti.
“Il giovane ingegnere e il boy
campanello” - Le Polytechnicien et le Boy à sonnette Il giovane
ingegnere Joly dovrebbe dirigere i lavori della costruzione di una ferrovia. Ma
prima subirà un pesante scherzo dai suoi compaesani nell’unica città vicina.
Isolato nella boscaglia non ha alcun mezzo per far progredire i lavori (un
elemento ricorrente di questi racconti). Per vendicarsi dello scherzo, prende
compagni, operai e tutti i locali, li chiude dentro il treno e si dirige verso
la costa. Medita vendetta, ma sarà fermato e rimpatriato in una camicia di
forza.
“L’avventuriero sindacalizzato” - L’Aventurier
syndiqué Un francese che voleva fare il cow-boy in Nuova Zelanda, si
ritrova a guidare trattori sotto la pioggia, e mangiare e bere a orario perché
sul posto tutti obbediscono al sindacato. Lui si adegua per non tornare in
patria.
“L’uomo che si rifiutò di fare il
giudice” - Celui qui a refusé de devenir juge Cholet, ricercato in
patria, si rifugia a Tahiti, dove, grazie alle sue buone maniere, si introduce
nei circoli esclusivi. Quando si rifiuta di assumere il ruolo di giudice viene
riconosciuto. Fugge e si ritroverà a Ceylon a fare la guida ai turisti (e a
sniffare coca).
“I cani delle isole Marchesi e l’esattore
delle tasse nella foresta vergine” - Les Chiens des Marquises et le
Percepteur de la forêt vierge Un apologo tristissimo: nelle isole Marchesi
viene introdotta una tassa per chi possiede cani. Non volendola pagare, i
locali li mangiano tutti.
Il testo successivo, pur scritto appena
tornato in Francia nel 1935 (anzi, scritti, dato che è l’unione un po’ tirata
per aria, di due testi), verrà pubblicato solo nel 1990, insieme ad altri,
nella raccolta “Nouvelles inattendues” (non edita in Italia, a quanto mi
risulta). Si tratta di “Il comandante Philips e i maialini. Seguito dalla
storia dei due canachi e di una bella ragazza che voleva vedere Tahiti la
Grande” - Le Capitaine Philips et les Petits Cochons … suivi de
L’histoire de deux Canaques et d’une belle fille qui voulaient voir Tahiti la Grande
In questa doppia storia esotica, prima abbiamo l’avventuriero Philips che
convince gli abitanti di un atollo polinesiano che stanno subendo un’epidemia
da carne di maiale. E con uno stratagemma, ruba tutti i maiali e scappa. Lo
troveremo dieci anni dopo a Sydney a vendere giornali. Senza motivi apparenti,
abbiamo poi tre giovani polinesiani che rubano un battello per andare a Tahiti.
Anche se lo restituiscono, verranno arrestati e gettati in prigione.
Infine, l’ultimo gruppo di testi, pur usciti
singolarmente come sottoindicato, rimangono non pubblicati in volume fino al
1991, quando, insieme ad altri testi, escono nella raccolta “Nouvelles introuvables”.
Mentre i primi sono classificabili come reportages di viaggio, questi sono
considerati invece vere e proprie novelle.
“L’arancio delle isole Marchesi” - L’Oranger
des îles Marquises viene pubblicato sulla rivista “Marianne” il 5 febbraio 1936.
Qui abbiamo il missionario padre Ploué, da più di vent’anni su di un’isola del
titolo. Si è adattato alle usanze locali, avendo come unico sollievo le
spremute di un arancio che è riuscito a far crescere. Quando il vescovo, per la
prima volta, viene in visita, il padre prepara tutto, ma deve assentarsi per
un’estrema unzione. Al suo ritorno, il vescovo è andato, ma prima ha fatto abbattere
l’arancio poiché un ramo, durante una tempesta, sbatteva sul tetto impedendogli
di dormire.
“L’uomo che sparava ai topi” - L’homme
qui mitraillait les rats viene invece pubblicato sulla rivista “Match” il
13 ottobre 1938. Niente di nuovo, essendo una rielaborazione del testo breve
dal titolo simile. Uguale svolgimento, solo con qualche approfondimento in più,
ma con poca verve.
“La testa di Joseph” - La Tête de
Joseph esce sulla rivista “Gringoire” il 26 ottobre 1939. Qui assistiamo ad
una truffa. Siamo ai tropici, dove i Jivaro, indigeni della foresta,
disidratano le teste dei nemici. Tre mariuoli si industriano per far credere a
tre croceristi di passaggio della veridicità della testa che offrono loro (la
mitica testa di Joseph). La vendono per 400 dollari. Alla partenza dei tre,
discutono come dividere i soldi e come impostare la truffa con la prossima
nave.
“Little Samuel a Tahiti” - Little
Samuel à Tahiti esce anche questo sulla rivista “Gringoire” il mese dopo,
il 23 novembre 1939. La storia di Little Samuel che, fatta una fortuna, per
emulazione, si compra uno yacht, va verso Tahiti, ma quello che lo interessa è
solo bere, mangiare e giocare a carte. Arrivato non vuole neanche scendere, ma
incuriosito dalla pesca indigena, si accosta con il tender, scivola sui
coralli, si infetta e muore. Tutto il racconto è poi sulle difficoltà di
smaltire lo yacht e la salma di Little Samuel, che nessuno vuole.
Come vedete, tutte storie di sconfitte, che
Simenon tratteggia con efficacia, ma questa dimensione non è la sua. O meglio,
ha senso se ne leggiamo sui giornali, come avvenne all’epoca della prima
pubblicazione. La raccolta in volume (a prescindere da quanto detto sulla
disomogeneità delle scelte editoriali) non porta molto. Non ci sono storie che
prendono, ci sono le sconfitte, cui assistiamo un po’ distanti. Se la scrittura
rimane quella, l’evidenza è solo di scritti redatti con la mano sinistra per compiacere
chi gli ha pagato il viaggio.
Speriamo che le prossime raccolte (che
saranno molteplici durante gli anni di guerra) riescano a risollevare il nostro
benamato scrittore.
Essendo
la prima vera trama del mese, ci mettiamo anche l’elenco delle letture del mese
di ottobre. Un mese di molte letture, dove ho cominciato a leggere i libri
lasciati da zia, dove spiccano il vecchio ma attualissimo libro di Tabucchi e
un viaggio nel modo di vivere il quotidiano in Israele di Manuela Dviri. Non
posso però neanche dimenticare che il mese è iniziato con la bella lettura del
libro del mio amico Pier Vittorio. Non tutte le letture sono andate a buon
fine, tanto che abbiamo anche due pessimi libri, il juvenile di Ferrandino ed
un senile di Monetfoschi.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Pier Vittorio Buffa |
Il pane non può aspettare |
Neri Pozza |
20 |
3,5 |
|
2 |
Giuseppe Ferrandino |
Lidia e i Turchi |
Mondadori |
s.p. |
1 |
|
3 |
Antonio Tabucchi |
Notturno indiano |
Sellerio |
s.p. |
4 |
|
4 |
Domingo Villar |
Occhi d’acqua |
Repubblica
Profondo Noir |
8,90 |
3 |
|
5 |
Georges
Simenon |
Gli
intrusi |
Repubblica |
9,90 |
3,5 |
|
6 |
Erri De Luca & Ines de la Fressange |
L’età sperimentale |
Feltrinelli |
17 |
3 |
|
7 |
Antonio Tabucchi |
Il filo dell'orizzonte |
Feltrinelli |
s.p. |
3 |
|
8 |
Nora Ephron |
Il collo mi fa impazzire |
Feltrinelli |
s.p. |
2 |
|
9 |
Massimo Carlotto |
A esequie avvenute |
Einaudi |
18 |
3 |
|
10 |
Isabel
Allende |
Il
mio paese inventato |
Repubblica |
9,90 |
2 |
|
11 |
Giulio Somazzi |
La mia personale idea d’inferno |
Accento |
18 |
2,5 |
|
12 |
Dacia Maraini |
La vacanza |
Lerici |
s.p. |
3 |
|
13 |
Manuela Dviri |
Vita nella terra di latte e miele |
Ponte alle Grazie |
s.p. |
4 |
|
14 |
Gaetano
Savatteri |
I
colpevoli sono matti |
Sellerio |
15 |
3 |
|
15 |
Giorgio Montefoschi |
L’idea di perderti |
Mondolibri |
s.p. |
1 |
|
16 |
Antonio Tabucchi |
Il tempo invecchia in fretta |
Feltrinelli |
s.p. |
3 |
|
17 |
Antonia Arslan |
Il rumore delle perle di legno |
Rizzoli |
s.p. |
2 |
|
18 |
Daniel
Speck |
Volevamo
andare lontano |
Corriere
– Saghe |
7,90 |
2 |
|
19 |
Michel Bussi |
Les assassins de l’aube |
Pocket |
s.p. |
3,5 |
Questa settimana vi ho stressato un po’ con tutte le saghe di Simenon, per cui la trama finisce qui. Anche senza nessun buon proposito per il nuovo anno. Che, essendo iniziato peggio della fine dei precedenti speriamo solo che si riesca a finirlo. Intanto, grazie al buon Paperino d’Oltreoceano, dopo l’Est Europa ed il Medioriente, dobbiamo cancellare per un po’ anche il Sudamerica dalle mete viaggiose. Come direbbe Troisi, “non ci resta che piangere”.
Quindi, pur con la speranza in cuor (come gli anarchici di Lugano) vi saluto con tanti abbracci.
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