domenica 5 dicembre 2021

Neri vs Bollati - 05 dicembre 2021

Mettiamo oggi sul piatto due libri editi da Neri Pozza e due da Bollati Boringhieri. Non c’è lotta, ma Neri vince alla grande. Con due floridi prestiti, sia di un datato ma ottimo Eskhol Nevo, che aspettiamo ad altre prove, sia per un recentissimo Emanuele Trevi, che non mi dispiace mai leggere. Mentre Bollati, sotto la spinta dei suggerimenti di Robinson, presenti due romanzi di lingua inglese, che mi hanno convinto dal poco al niente.

Eskhol Nevo “La simmetria dei desideri” Neri Pozza s.p. (Prestito di Alessandra)

[A: 28/01/2021 – I: 13/03/2021 – T: 16/03/2021] - &&& e ½

[titolo: Mishalà achat yemina משאלה אחת ימינה; lingua: ebraico; pagine: 376; anno: 2008]

Non conosco certo l’ebraico, e forse c’è qualche sfumatura che mi manca, ma, andando in rete, anche sul sito israeliano dedicato all’autore, sembrerebbe che una traduzione alternativa ma possibile del titolo sia: “Un giusto desiderio”. Che coglie, abbastanza, i pensieri del narratore soggettivo di Nevo. Anche se, devo ammettere, il titolo trovato dagli editor di Neri Pozza è anch’esso conforme al testo. Più del titolo inglese, che riporta “I desideri del Campionato Mondiale”, anch’esso inerente al testo, ma che non rende l’atmosfera.

L’autore (di cui non ho capito nome e cognome; in generale, si metterebbe prima il nome, ma lo si caratterizza come nipote dell’ex Primo Ministro Levi Eskhol, dove Eskhol è sicuramente il cognome; chi sa di ebraico mi illuminerà), cinquantenne (ora) e non prolifico, è una sicura presenza nelle lettere israeliane, come anche un sicuro alfiere di una vita che noi sia tutta incentrata in Gerusalemme. Infatti, vive tra Tel Aviv e Haifa, così come i protagonisti del romanzo.

Benché poi io personalmente sia addicted di “Al Quds”, capisco chi ne vive al di fuori. Inoltre, leggerne fa bene al cuore (visto che ancora non si viaggia). Ripenso alle passeggiate sul e ai piedi del Carmelo, ed anche alla visita ai giardini Bahá'í, interessanti per l’ordine e la tranquillità del posto, meno per il loro odio viscerale verso chi fumi una sigaretta.

Per venire al testo, è di sicuro un lungo viaggio intorno all’amicizia, i quattro personaggi che si avvicinano e si allontanano ma non si lasceranno mai: Yuval, il narratore, traduce libri; Yoav detto Churchill fa l’avvocato ed è il più brillante e carrierista; Ofir fa il pubblicitario e odia il suo lavoro; Amichai è l’unico sposato (e sua moglie, Ilana la piagnona, è uno dei personaggi più intriganti del libro) e ha due figli gemelli. La loro amicizia, nata ai tempi del liceo, rinsaldatasi durante il servizio militare, è scandita dalle riunioni periodiche per vedere sport in TV, nonché dai lunghi momenti quadriennali per seguire i Mondiali. Un momento eponimo, che serve a fermare il tempo, e, magari, a fare dei bilanci.

La storia principale (anche se poi i flussi vanno e vengono nel tempo) comincia mentre seguono la finale del mondiale ’98 (il famoso Francia batte Brasile 3 a 0): ognuno deve scrivere su un bigliettino tre desideri che vorrebbero veder realizzati di lì a quattro anni, per i Mondiali d’Asia. Yuval, il narratore, cui intuiamo sia successo qualcosa, comincia da lì prima la ricognizione dei suoi sogni, poi l’elaborazione dei desideri palesi dei suoi amici.

I sogni di Yuval sono tuti legati a Yaara, studentessa con gli occhiali, che lui ha amato e di cui è perdutamente ancora innamorato, benché sia intervenuto Churchill, il “tombeur de femme”, che non solo la porta via da lui, ma che poi la sposerà.

Seguiamo però i tre sodali di Yuval nelle loro evoluzioni. Ofir ha un crollo nervoso, lascia la pubblicità, si trasferisce in India, dove incontra la danese Maria che lo fa rinascere a nuova vita, insegnandogli a godere di tutto, anche del poco che si ha. Ed instradandolo nelle tecniche terapeutiche alternative, che diventeranno il suo pane. Anche quando, con Maria, tornerà in Israele ed ai suoi quattro amici. Amichai ha un crollo invece quando la stramba Ilana muore per uno shock durante una anestesia. Sembra perdersi, per poi trovare la via del riscatto con una ONLUS che si occupa dei diritti del malato. Anche Churchill, avvocato in carriera, avrà un crollo durante la causa più importante della sua carriera, ma ne uscirà con l’aiuto di Yaara ed Amichai. Non vi dico però se anche Yuval avrà il suo crollo, che ne dovete leggere.

L’agnizione di Yuval è che ogni amico sta realizzando il desiderio di un altro. Poiché Ofir voleva diventare scrittore, Yuval, per completare la simmetria del loro rapporto, decide di chiudere il cerchio scrivendo il libro che stiamo leggendo.

Forse Nevo vuole mostrarci che nessuno vede chiaramente in sé stesso, ma fa luce sui suoi amici. Certo, rispetto agli altri grandi scrittori israeliani, gli Oz, i Yehoshua mancano accenni alla realtà israeliana che i nostri stanno vivendo. Ma rimane comunque un grande affresco di amicizie, di incontri tra le persone, di crescita. Leggetela pensando alle vostre amicizie, alle nostre amicizie. Anche se non so se leggerò altro di Nevo, mi rimarrà nel cuore.

“Quando un amico ti sta vicino e lo vedi ogni giorno, i suoi movimenti sono talmente impercettibili che può cambiare senza che tu te ne accorga. Ma a distanza…” (66)

“Ci poniamo delle mete, e ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.” (74)

“Al gabinetto leggevo i dizionari come fossero romanzi.” (241) [confesso, anch’io…]

“Ho invidiato la macedonia che è stata servita per dessert (uno scapolo non si preparerà mai una macedonia).” (301)

Adam Foulds “Ai margini del sogno” Bollati Boringhieri euro 16 (consigliato da Robinson)

[A: 07/02/2021 – I: 11/04/2021 – T: 13/04/2021] - &&-- 

[tit. or.: Dream Sequence; ling. or.: inglese; pagine: 203; anno 2019]

Una nuova lettura a seguito dei consigli che settimanalmente mi provengono da “Robinson”. Dove devo constatare con rammarico che, dopo le prime quattro segnalazioni con risultati da buono a ottimo, le ultime due vanno abbastanza al ribasso.

Non conoscevo Foulds, anche se poi ho letto essere un autore considerato “giovane” (è del ’74) di sicuro talento, espresso nelle sue prime opere intorno agli anni 10 di questo secolo. Ora, l’autore si divide tra il vecchio mondo ed il Canada, e, per me che leggo solo questa sua opera, pur sentendo un afflato internazionale, non ho trovato stimoli particolari di lettura, o di coinvolgimento.

È un po’ come una paella in cui si cerca di inserire molti ingredienti, ma che in fondo sarebbe sufficiente cuocere bene riso, pollo e peperoni, ed il resto viene da sé. Foulds cerca infatti di far convergere due esistenze che hanno avuto un punto di incontro, una volta, in un aeroporto, per un attimo. E poi…

Da un lato l’americana Kristin, molto “americana” (e si sente che anche se canadese, l’autore non riesce a tratteggiare bene i caratteri d’oltreoceano). Divorziata, alla ricerca di un sé che non sa di avere, rimane folgorata da quell’incontro aeroportuale con l’attore Henry. Si crea, su quello sguardo, su quelle parole, il suo mondo di carta. Quasi un omaggio inconscio a Barnes ed al suo senso di una fine. Non seguiamo molto di Kristin, se non il suo volo verso la Londra di Henry. Lì, nella descrizione di una città vista con gli occhi di un mondo diverso sentiamo alcuni momenti di pura scoperta: i musei, il Tamigi, il Big Ben. Insomma, il “turismo londinese” visto con uno sguardo non contaminato. Anzi, con uno sguardo innamorato.

Dall’altro, e con più lunghezza, con più spazio, il mondo di Henry. Un attore. Cui ci si propongono tutte le montagne russe che un attore deve imparare a percorrere. Henry ha fatto sei anni di una sit-comedy di successo (che Kristin sa a memoria), ma ora deve uscirne, per non essere fossilizzato in un personaggio ormai sclerotizzato. Seguiamo il suo “metodo Stanislavskij” per entrare in un personaggio possibile, in un film di un autore difficile ma di cult. Il digiuno, le corbellerie che escono dalla sua mente davanti a un Cezanne. Lo vediamo partecipare ad un film festival a Doha, dove invero ci sono alcune immagini interessanti. Alcune forse troppo turisticizzate, e mai viste con l’occhio sereno del viaggiatore.

Henry è fatuo, tipicamente calato nella parte di attore “alla moda”: alcool, sesso, chiacchiere inutili, fuga da impegni che lo mettano in discussione, anche quando è il padre che lo sollecita. È di certo un buon attore, almeno come viene presentato sulle scene di Amleto. Ma rimane chiuso nelle sue ossessioni, ogni volta che rimane solo. Sarà all’altezza? Mi chiameranno? Farò anche della pubblicità? E se il nuovo film non sfonda? Se fosse troppo di nicchia?

Kristin impiega tutte le sue arti personali per ritrovare un incontro con Henry, ma non sono mai stati sulla stessa lunghezza d’onda. L’americana si fa un film che non si collega mai alla realtà. L’attore vive la vita come un film, e non si accorge della vita che gli gira intorno. Il loro secondo incontro non potrà certo portare serenità nelle loro diverse esistenze.

Se cercava di rappresentare due eponimi di due diversi mondi, Foulds non ha di certo centrato molto il bersaglio, pur capovolgendo le due prospettive. Kristin è un’americana che avrebbe potuto vivere nei Dock londinesi, e seguire “Downtown Abbey” in tv. Henry è un attore londinese, che avrebbe meglio espresso la sua personalità a Los Angeles, o dintorni.

Da citare, di passaggio, l’uscita teatrale del padre di Henry, con un musical sulla vita dei coniugi Browning, non particolarmente degno di nota, se non per ricordarci che Robert Browning nacque un 7 di maggio.

La pubblicità parla di un romanzo che esplora il mondo della “fama” quando si spengono le luci. A me è parso un piccolo viaggio attraverso piccole persone che non sbocciano mai, che rimangono isolate nelle loro solitudini (scusate la ripetizione). A chi ne legge può dare alcuni spunti su come non fare l’attore, su come non farsi illusioni di vita (illusioni basate sul fatto di non chiedere nulla alla controparte, che sbaglio!). Rimangono al fine poche cose: qualche immagine del Qatar, e le due lezioni contrapposte di yoga, una americana ed una europea, con tutte le critiche che se ne possono fare. Poco riuscito, e non ne comprendo la spinta editoriale.

“I più grandi architetti del mondo erano stati chiamati lì [a Doha] per progettare grattacieli, attratti dall’assoluta libertà creativa che era stata loro concessa.” (83)

Benjamin Myers “All’orizzonte” Bollati Boringhieri euro 16,50 (in realtà, scontato a 11,50 euro)

[A: 15/06/2021 – I: 22/07/2021 – T: 24/07/2021] - && + 

[tit. or.: The Offing; ling. or.: inglese; pagine: 238; anno 2019]

Un ulteriore libro entrato sotto la spinta di Robinson, ed anche qui, mi sento di poter dire che mi aspettavo qualche cosa in più. Per le spinte promozionali ricevute, e per un contorno di ambientazione che, fin dall’inizio, sembrava assai promettente. Ma che alla fine rimane abbastanza uguale a molto altro (almeno come filosofia di scrittura e di vita).

Intanto comprendo che la traduzione del titolo abbia impegnato a lungo gli esperti italiani. Perché il termine “Offing” è discretamente complesso, e serve ad indicare quella parte del mare che si vede dalla riva ben differente dal più generico “Horizon” (dove in italiano si usa sempre e solo il termine orizzonte), ma la stessa parola sta ad indicare un aspetto del prossimo (ma prevedibile) futuro. Ora, credo che Myers, laureatosi in letteratura inglese (seppur con fatica) abbia volutamente usato un termine complesso per inquadrare quella che, appunto complessa, è la situazione cruciale del libro.

Myers, tra l’altro, è di Durham (città più o meno a metà strada tra Liverpool e Edimburgo), quindi in un’Inghilterra del Nord Est, bacino carbonifero del paese, con un felice sguardo verso i paesi scandinavi. Lontano dalle industrie di Manchester e dalle smancerie londinesi. Questo me lo rende un inglese un po’ atipico, anche discretamente simpatico (che si sa quanto io non sopporti gli inglesi, propendendo decisamente per gli scozzesi). Inoltre, pur meno che cinquantenne, anche se non prolifico, spazio in tutti i generi letterari, romanzi, romanzi storici, polizieschi, poesie. Una bella penna.

Mi aspettavo di più dalle premesse dicevo. Che se l’ambiente del romanzo è liricamente descritto, e noi con Robert ci immergiamo nella campagna inglese ed anche nella vicinanza del mare (come ci suggerisce il titolo), la storia in sé si riduce all’osso in un viaggio iniziatico, in un incontro amicale, in un aiuto reciproco, in una donna, Dulcie, che fa da pigmalione al nostro protagonista, Robert.

Ed è, purtroppo, una storia assai spesso percorso nella letteratura. Robert ha sedici anni, ed alla fine della scuola, aspettando di capire il suo futuro, decide di vagabondare per il suolo inglese, aprendo la mente ed il cuore all’altro. Robert cammina, lavora, vede, sente, odora, e Myers ben ce ne descrive i passi, dove le descrizioni campagnole risultano i pezzi migliori del repertorio. Poi incontra una signora, discretamente anziana, Dulcie, in una fattoria da dove si vede uno spicchio di mare (“offing”).

Tra i due comincia una partita piacevole di scherma, con Dulcie che finalmente sembra avere qualcuno con cui scambiare due parole non banali, e con Robert, che, sotto la spinta di Dulcie, si sgrezza e si “intellettualizza”. Dulcie lo circuisce con racconti e con la sua cucina (mitici sia l’astice al burro che il tè all’ortica), Robert la ricambia con lavori di sboscamento e di ricostruzione del capanno annesso alla casa, che è in rovina.

Capiamo presto che Dulcie nasconde qualcosa nel suo passato, e vediamo come Robert riesca, con la sua innocenza, a scalfirne a poco a poco la superficie. Dulcie ha anche una grande cultura (ed anche molti mezzi economici), ma è poco interessata alla vita, quasi se ne volesse scientemente allontanare. Ma la sua cultura la spinge a fornire a Robert mezzi di interpretazione della realtà. Attraverso i libri, i romanzi, e la poesia.

Verrà fuori la triste storia di Romy, del suicidio, e delle poesie scritte. Robert convince l’improbabile amica a non tirarsi indietro dalla vita, ad affrontare questa parte del suo passato. Insieme, ognuno con il suo bagaglio (uno culturalmente pesante, uno innovativo e fresco) potranno dare una svolta alle proprie vite. Come? Potete leggerne, che alla fine il libro scorre.

Purtroppo, il solito vezzo di anteporre qualche pagina che andrebbe letta in diverso modo, fa già prevedere gran parte del possibile svolgimento. Ma assistere all’arrivo di uno sciame di api ed alla costruzione di un alveare, ripaga anche molto.

Come, anche se qui confesso la mia debolezza, che non sempre riesco a seguirne il filo, le poesie, che in particolare inframezzano la seconda parte del libro. Voi, o miei più fortunati lettori, forse ne potete trarre maggior giovamento. Io ho solo tratto giovamento da una piccola lezione sulla nascita della città di Scarborough da parte di due fratelli vichinghi. Un dì ne parleremo.

“I libri non sono altro che carta, ma al loro interno contengono rivoluzioni.” (107)

“Ho flaconi di pillole, ma l’unica cosa che non possono fare è sconfiggere la morte.” (235)

Emanuele Trevi “Due vite” Neri Pozza s.p. (Prestito della Biblioteca di Porto Ercole)

[A: 01/08/2021 – I: 20/08/2021 – T: 21/08/2021] &&& +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 121; anno: 2020]

Ho preso in prestito dall’ultimo soggiorno marino questo “libro”, vincitore dello Strega 2021. Ho scritto libro virgolettato, che non saprei dare nessuna etichetta a questo centinaio di pagine, che scivolano via come se fossero una chiacchierata tra amici. Che parlano di cose, di persone, di momenti, di scrittura, di morte. Non so cosa sia, ma mi è piaciuto. Non raggiunge vette di alto profilo, solo per una mia difficoltà a seguire Trevi quando si intestardisce in descrizioni testuali con momenti di scrittura alta, che non mi arrivano. Peccato.

Ma in ogni caso, è un libro che si può leggere a prescindere. Ed è bello per questo.

Bello perché, in fondo, parla dell’amicizia. O degli amici, che forse non è lo stesso. Parla di due persone che ci hanno lasciato, in circostanze diverse, ma sempre dolorose. Trevi, nei suoi quasi sessant’anni da persona di lettere, di certo ha incontrato molte persone. Qui, ne tira fuori dal cassetto due, che, per vie diverse, sono state a lui vicine. Rocco Carbone e Pia Pera. Due persone i cui nomi mi suonano all’orecchio, anche se nulla ho letto di entrambi.

Rocco è, in un certo senso, il centro del libro. L’amico di pochi anni più anziano di Emanuele, con una frequentazione iniziata alla Sapienza, negli anni ’80 e proseguita per una quindicina d’anni assiduamente. Poi, per una serie di motivi che gli amici sanno, la frequenza si dirada. Ma l’amicizia no. Negli anni ’10 di questo secolo, anche grazie agli uffici dell’allora moglie di Trevi, Chiara Gamberale, si riavvicinano. Anche grazie ad un libro che viene considerato la summa della scrittura e delle idee sulla scrittura di Carbone. Amicizia che si interrompe il 17 luglio 2008, quando Rocco muore in seguito ad un incidente di moto.

Pia è invece una presenza trasversale. Più grande di una mezza dozzina di anni, inserita (al contrario di Rocco che ne rifiutò i legacci) nel mondo universitario, anche se milanese e non romano. Esperta di letteratura russa (Trevi ci dice, e tutti lo confermano, come sia magistrale la traduzione da lei fatta dell’Onegin di Puskin). Poi anche lei coinvolta nella scrittura in prima persona. Ma prima, ci vengono descritti momenti amicali, soprattutto romani, di impagabile memoria. Cioè di rimando ad amicizia mie dei tempi e dei luoghi. Come non pensare a quegli anni Ottanta, con le lunghe passeggiate trasteverine dei nostri. Con le case alle mantellate, e con i lunghi traslochi. Fino all’ultimo rifugio in via Lorenzo Valla a Monteverde.

Certo, io sono di un decennio prima, e quando i nostri erano tra le medie ed il liceo, io ed i miei amici stavamo sulla cresta dell’onda, nelle università e nelle piazze. Questo ha fatto una grande differenza nelle nostre vite. Che in tutto il libro, la politica non entra, non viene mai realmente toccata. Forse se ne parla per accenni al retroterra familiare di Rocco ed alle mafie calabresi. Ma qui si parla di letteratura, di scrittura, di sentimenti.

Trevi riesce, con la sua capacità descrittiva ed empatica, che già avevo apprezzato nel suo “Senza Verso”, dedicato a Roma, a San Giovanni ed al poeta Pietro Tripodo, a farci vivere le prose dei suoi due amici. Quella nervosa, essenziale, di Rocco. Che lascia il dottorato a Parigi, per scrivere, e per insegnare al carcere femminile di Rebibbia. Soprattutto, entrando nelle pagine, e nella testa di Rocco, per la scrittura de “L’apparizione”.

Ugualmente fa con Pia, con la sua ossessione di entrare nella testa di personaggi altri. Che la porta ad una lunga causa giudiziaria per aver utilizzato come personaggio di un suo libro la Lolita di Nabokov. Ma che ci fa apprezzare Pia anche nella svolta dovuta, oltre a decisioni personali, anche all’insorgere di una sclerosi multipla. Pia si rifugia nella sua seconda passione, che diventerà preponderante, verso i giardini e le piante, nella sua villa avita nel lucchese. Dove passerà gli ultimi anni della sua vita, fino a lasciarci il 26 luglio 2016.

Otto anni tra le due morti. Ma tutte nel mese di luglio, che penso resterà in funesta memoria.

Comunque, è la scrittura, il tono di Trevi che mi tiene vicino, alla pagina ed agli scrittori. Alle sue citazioni, ai suoi rimandi. Come quello bellissimo ad Hemingway ed al folgorante “La breve vita felice di Francis Macomber”. Non vi dico come ne parla Trevi, ma a me colpisce come un fulmine nella memoria, essendo il primo scritto del grande americano che ho letto in inglese.

E poi rimane l’amicizia. Rimane il senso dei miei amici. Di quelli che frequento. Di quelli cui penso mentre scrivo, o mentre sto seduto nel portico sorianese. Ognuno con il suo grado (il nostro grado) di frequentazione. Ma sempre con la certezza che i nostri fili non si sono rotti. Sempre con la mia certezza, che rimarrò nella loro reminiscenza. Per anni ed anni a venire.

“Pausania: per gli esseri umani solo la realizzazione dell’amore vale la vita.” (64)

“Ci sarà pure un motivo se ci scordiamo di qualcosa.” (118)

Prima trama dell’ultimo mese dell’anno, con quella palindromia finale, che ci riporta invece ai libri letti in uno dei più mesi vissuti, settembre dei mandorli e dei fiori. Anche di molti libri, purtroppo non eccelsi. Si salva solo il bello e datato Massimo Bontempelli. Mentre comincia male la collana di spionaggio con un poco rilevante William Le Queux.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Clive Cussler & Justin Scott

In mare aperto

TEA

12

2

2

Andrea Molesini

Il rogo della Repubblica

Sellerio

15

3

3

Marco Malvaldi

Bolle di sapone

Sellerio

15

3

4

Sandro Veronesi

Il colibrì

La Nave di Teseo

s.p.

2

5

Anne Holt

La paura

Corriere Profondo Nero

7,90

2,5

6

Helen Humphreys

Cani selvaggi

Repubblica Mondo

9,90

2

7

Anne Holt

La minaccia

Repubblica Noir

7,90

2

8

Clive Cussler & Justin Scott

Attentato

TEA

9,90

1,5

9

Anne Holt

Il presagio

Einaudi

12,50

1,5

10

Massimo Bontempelli

Gente nel tempo

Utopia

16

3,5

11

Michael Connelly

Doppia verità

Pickwick

s.p.

2

12

William Le Queux

Il mistero del raggio verde

Repubblica Spy

7,90

1

13

Christos Ikonomou

Dal mare verrà ogni bene

Repubblica Mondo

9,90

1,5

14

Badriya Al-Bishr

Profumo di caffè e cardamomo

Repubblica Mondo

9,90

2

15

Samuel Benchetrit

Cronache dall’asfalto

Repubblica Mondo

9,90

2,5

16

Martin Suter

Allmen e le libellule

Repubblica Noir

7,90

2

17

Leonardo Gori & Divier Nelli

Il lungo inganno

TEA

12

2

18

Rosa Ribas

La detective miope

Repubblica Noir

7,90

2,5

 

Visto che abbiamo citato settembre, riporto due belle frasi di uno dei migliori libri di Maurizio de Giovanni “La condanna del sangue”, dove il commissario Ricciardi diceva: “se due strade sono destinate ad unirsi, prima o poi si uniranno, anche se dopo molti chilometri” e proseguiva: “è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un po’ più vicino”.

Sappiamo che le abbiamo e le stiamo vivendo, anche se dieci anni fa, quando le lessi, sembravano lontane nel tempo e nello spazio. Ma ora iniziamo l’ultimo mese di quest’anno, concomitando con gli auguri ad Alessandro e con i prossimi sessanta del mio amico Maurizio. E continueremo, festeggiando ed abbracciandovi tutti.

domenica 28 novembre 2021

Saggi e viaggi - 28 novembre 2021

Iniziamo questa ultima tornata che ci porta verso la fine di quest’anno con un bel gruppo di saggi. Tutti con un gradimento più che buono (tendente all’ottimo). Di cui immagino viaggi, anche se non espliciti. Viaggi nel tempo con Di Paolo, viaggi nel cinema con Peter Biskind, viaggi nel mondo del giallo italiano con Luca Crovi, ed infine viaggi reali, un po’ dovunque, con l’interessante libro di Paco Nadal. Sperando che si riprenda anche a viaggiare di persona.

Paolo Di Paolo “Svegliarsi negli anni Venti” Mondadori euro 18

[A: 01/02/2021 – I: 28/02/2021 – T: 02/03/2021] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 180; anno: 2020]

Seguo sempre con piacere la scrittura di Paolo Di Paolo, sia quando scrive romanzi sia quando scrive articoli sia, infine, come in questo caso, si cimenta più che in un saggio, in una serie di considerazioni a ruota libera. Precisate da due elementi, uno oggettivo, il sottotitolo “Il cambiamento, i sogni e le paure da un secolo all’altro”. Ed uno soggettivo, riferito al fatto di avere una copia firmata con il suo commento di pugno “Anni inaspettati?”.

Ovvio anche che il modo in cui l’autore cerca di rispondere alla domanda di cui sopra, mi affascina, perché usa, in un suo modo personale, i libri ed i personaggi che attraverso i libri cercano risposte a domande epocali. Cosa sai? Che cosa desideri? Ti fa paura il futuro?

Sono i personaggi che ci guidano dal passato al presente. Come il protagonista di “Sabato” di Ian McEwan, che dalla sua casa londinese ci porta al momento attuale, alla pandemia che tutti stiamo vivendo e soffrendo. Proseguendo nel collasso della civiltà di “La simmetria dei desideri”, dove con Eshkol Nevo ci domandiamo quanto stiamo imparando da questo momento storico. Incontriamo Michel Houellebecq che, nella sua negatività, dubita che potremmo risollevarci. Ma per fortuna c’è anche l’innocente esuberanza della signora Dalloway che sembra portarcene fuori.

La differenza, grande, tra questi cento anni, segnati ora dal Covid allora dalla Spagnola, è che, allora, si usciva anche dalla Guerra, un elemento che porta un segno indelebile in chi l’ha vissuta sulla propria pelle. Anche se, appunto, il concetto di “Anni Venti” porta con sé, indubbiamente, allora come ora, un vento di cambiamento. Come sottolineava Hemingway, le decadi finiscono ogni dieci anni, mentre le epoche possono finire in ogni momento.

Si potrebbe continuare a lungo, seguendo Di Paolo citazione dopo citazione. Invece dovremmo fare un salto, porre noi stessi al centro del discorso, mettendoci in discussione. Perché qualcosa sta cambiando e non possiamo assumerne i cambiamenti goccia a goccia, come il veleno di Mitridate. Perché, ed io concordo, siamo noi, individualmente e collettivamente, che lavoriamo a questo cambiamento, con le nostre scelte, personali e pubbliche.

Allora usiamo un po’ di Di Paolo per dare un segno. Ad un certo punto, intervistato da Luca Sofri, ci racconta della Rue Crémieux a Parigi, famosa per le sue casette dalle tenui tinte pastello. Lì si danno appuntamento i malati di Instagram per le foto più cliccabili del XXI secolo. Per lasciare un segno? Per adeguarsi ad una moda? Io le ho viste quelle case, ed a me basta portarle nel cuore. Sono forse meno “moderno”? Sto ancora dormendo insieme a mio padre fanciullo (lui era del ’24).

Per un’anti finale, poi, comincerei citando l’ultimo passaggio, preso da un libro che adoro, “Il senso di una fine” di Julian Barnes, dove Marshall, interrogato dal professore su come definirebbe il tempo di Enrico VIII, risponde “Un tempo inquieto”. Richiesto di approfondire, conclude con un definitivo: “Un tempo molto inquieto”. Una risposta che condivido.

Come condivido quel passaggio di un altro autore del mio cuore. In un racconto de “Le cosmicomiche”, Calvino ci mostra un uomo che scruta il buio con il suo telescopio. E vede, da una galassia distante milioni di anni luce una gigantesca scritta: “TI HO VISTO”. Rifletteteci. O andate a rileggere Calvino.

Un solo inciso di passaggio, a pagina 151 si cita il computer di Kubrick come AL 9000. Errore. Il computer si chiamava HAL, laddove l’autore giocava con le lettere sottraendone una al demone dei computer del tempo, la società IBM.

Con tutti i suoi alti e bassi, pur non svalicando oltre una più che dignitosa classifica, continuo a ritenere l’autore una presenza costante e utile, per analizzare il tempo presente. E per discutere di vita e letteratura. Paolo, continuerò a leggere i tuoi articoli sui giornali, che sono sempre interessanti. E spero anche i tuoi libri.

Per rispondere infine all’ultima domanda, io (e Alessandra) penso che abbiamo dato una vigorosa risposta.

“Il tassista scortese che mi lascia davanti alla fermata del métro Jussieu, un tè preso nel caffè della moschea…” (67) [grazie di avermi riportato a Parigi]

“I dominanti possono lamentarsi di un governo … ma un governo … non gli spacca la schiena.” (106) [ripreso da Èdouard Louis “Chi ha ucciso mio padre”]

“Cosa ti aspetti dai tuoi anni Venti?” [180]

Peter Biskind “A pranzo con Orson” Adelphi euro 13 (in realtà scontato a 10,15 euro; consigliato da Robinson)

[A: 04/03/2021 – I: 04/05/2021 – T: 07/05/2021] - &&& e ½

[tit. or.: My Lunches with Orson. Conversations between Henry Jaglom and Orson Welles; ling. or.: inglese; pagine: 340; anno 2013]

Ancora un consiglio di Robinson, questa volta in linea con i “buoni” suggerimenti. Infatti, non credo avrei pensato l’acquisto di un libro-saggio-conversazione con il grande personaggio (poi spiegherò meglio questa definizione). Invece ha meritato il suo posto. Compreso il ricordo obituario di Harry. E con una buona “annotazione” del curatore Peter Biskind, laddove si passano in rassegna una serie di personaggi spesso citati nel testo, e non sempre noti ai meno addetti ai lavori.

Pur con l’interesse di una buona scrittura, mi ha meno stuzzicato la postfazione di Tatti Sanguineti. Che certo spigola qua e là su alcuni aspetti del rapporto tra Orson e l’Italia, ma chissà perché non mi ha preso molto. Preferisco, lo dico con il rimpianto della scomparsa, le poche conversazioni, scambiate, a volta in pizzeria a volte su autobus notturni, con il mio scomparso cugino Paolo, il grande cinefilo.

Come quindi ben descrive il titolo, il testo del libro sono la riproposizione delle conversazioni avvenute a tavola dal 1983 al 1985 (fin quasi alla morte di Orson avvenuta il 10 ottobre 1985) tra appunto Orson Welles ed il suo amico, sceneggiatore e regista Harry Jaglom. Orson mangiava sempre lì, al suo tavolo al ristorante “Ma Maison”, situato a Melrose Avenue, Los Angeles. Era ad un tiro di schioppo dalla Walk of Fame hollywoodiana, e con una visuale verso il Griffith Park. Era famoso per l’ottima cucina e per il fatto che il numero di telefono del ristornate non era in nessun elenco, perché, come diceva il proprietario, "Se non hai il numero, non ti vogliamo".

Da queste conversazioni, Welles si staglia appunto come un grande personaggio. Si, era stato un grand regista, un grande attore, uno spirito visionario. Ma anche un conoscitore dei meccanismi interni del cinema, un affabulatore presente nei talk show, financo presente in diversi spot pubblicitari (spesso di vino). Anche se, più che conversazioni, sono in realtà dei monologhi dove Jaglom fa bene il suo ruolo di spalla, lasciando che Orson spazi su tutto ciò che lo interessa. Certo, progetti, concreti o strampalati, ma con al fondo sempre il suo più grande problema: la ricerca di fondi, di finanziamenti, ed il modo di ottenerli senza vincoli o censure.

Se si ama il cinema, è bello star lì a seguire le sparate di Welles, che tutto toccano. Il lato segreto di Katherine Hepburn (che diceva parolacce ed aveva una grossa propensione al sesso) alle invenzioni de “Il Padrino”, una storia di gangster che non sono mai esistiti (e Welles lo sa bene che andava a letto con le stesse stelline con cui si accompagnavano i gangster reali). La grande amicizia con Joseph Cotten (fin dai primi teatri degli anni ’30), alla sua ammirazione verso la signorilità di personaggi di destra con John Wayne, lui che sempre è stato un uomo liberale. La grande contraddizione di Welles appare quando una dirigente della catena HBO gli offre del lavoro, e lui comincia ad essere offensivo, e continua finché lei non se ne va.

Non rinuncia mai ad essere il sé stesso che vuole mostrare, sopra le righe nel parlare, nel giudicare, nel mangiare (alla fine arriverà a pesare 180 chili). Di certo, e quando recita meno sembra forse ammetterlo, comprende i suoi difetti. Ma non può fare a meno di avere quell’aria autodistruggente, quella dell’artista frustrato ed incompreso, che tanto aveva rappresentato nei suoi film, solo perché erano uno specchio della sua realtà interiore.

Basterebbe guardare con occhio distaccato “F per Falso”, il suo ultimo lavoro, per capire che, in fondo, quella è la vita: tutta una finzione. Vince, riesce a sopravvivere, chi finge meglio, chi, in fondo, crede alle proprie finzioni, e non se ne fa condizionare.

Ottima, infine, per i meno addetti, come dicevo sopra, la passerella finale, in cui il curatore Peter Biskind passa in rassegna attori, registi e produttori che hanno incrociato Orson nella vita, e che noi abbiamo incontrato sulla carta. Che magari tutti conoscono Samuel Goldwyn o Luis Mayer, ma sempre meno si faranno avanti ai nomi di Lena Horne o Greg Toland.

Un ultimo appunto: avrei messo in nota a pagina 53 che Zubin Metha non era indù come dice Welles, ma un indiano di religione parsi (quella di Zarathustra). In finale, di certo, una buona lettura.

“Non erano molto belle, le sue recensioni. Né brillanti, né spiritose, né originali. Erano solo intelligenti, normali, qualunque. Se vuoi essere un critico interessante, un po’ di mordente lo devi avere. Se sbagli pazienza, ma devi essere interessante.” (111)

“Se l’opera di uno scrittore mi rapisce, non voglio sapere niente di lui … mi rallegro di non sapere nulla di Shakespeare come uomo. Penso che le sue opere contengano già tutto.” (113)

“Brooke Shields è così stupida che l’hanno bocciata anche al pap test.” (144)

“[Harry Lime ne ‘Il terzo uomo’] In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazie, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.” (174)

“Per me i sessi sono sempre stati tre: uomini, donne e attori. Gli attori riuniscono le peggiori qualità degli altri due.” (219)

Luca Crovi “Storia del giallo italiano” Marsilio euro 19

[A: 14/02/2021 – I: 01/05/2021 – T: 28/07/2021] - &&&&     

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 507; anno 2020]

Tutti sanno che sono un lettore onnivoro. Tutti sanno che una buona fetta (direi verso il 50%) delle mie letture è orientata al cosiddetto genere “giallo” (etichetta che forse faremo bene ad analizzare meglio). Non tutti sanno, ma si intuisce, che sono molto “drogato” del giallo italiano. Sia perché ritengo che talvolta fotografi la realtà meglio di tante prove romanzesche e cerebrali, sia perché sono curiosamente attratto dai meccanismi di svelamento dei misteri (che non sono solo appannaggio della letteratura italiana, ma che qui, in un ambiente che conosco a memoria, è possibile seguire ed apprezzare i modi espressivi degli autori).

Seguendo la bella scrittura di Crovi, mi sono nuovamente immerso in due tematiche che mi ronzano da sempre nella testa: la genesi del nome e la nascita del primo libro italiano del genere. In Italia, si sa, viene cristallizzato nel 1929 quando Mondadori inizia a pubblicare romanzi polizieschi tutti con la copertina gialla, che diviene così il simbolo del genere (il romanzo giallo). In Francia si usa invece il termine “polar”, contrazione dei termini poliziesco (“policier”) e nero (“noir”). Mentre in Germania si chiamano Krimi (contrazione di “Kriminalroman”). Solo nei paesi anglofoni abbiamo un proliferare di definizioni a partire dal cappello “Crime fiction”: detective fiction (con investigatore), cozy mistery (con tocchi umoristici), whodunit (il mistero a chiave), locked-room (i misteri della stanza chiusa), hardboiled (duro e americano), police procedural (dove c’è una squadra che indaga), forensic (dove l’eroe è un medico legale), legal thriller (legati agli avvocati), e via discorrendo.

Ma noi qui si parla di gialli. E di gialli italiani. Con la diatriba, irrisolvibile, se il capostipite sia Francesco Mastriani con “Il mio cadavere” del 1851 o Emilio De Marchi con “Il cappello del prete” del 1857. Quello che risolviamo, seguendo le belle pagine di Crovi, è sia la possibilità di progredire in linea temporale, sia in linea spaziale.

Per la seconda linea, con l’autore viaggiamo tra città come Milano, Napoli, Torino e territori come l’Emilia, la Toscana, la Sicilia. Cosa che ci dà modo di incontrare personaggi che hanno scaldato i miei occhi di lettore. Cito alla rinfusa: il commissario De Vincenzi, Duca Lamberti, Salvo Montalbano, Rocco Schiavone, l’Alligatore, Grazia Negro, Lolita Lobosco, Vanina Guarrasi, Alice Allevi, Imma Tataranni, l’avvocato Guerrieri, il brigadiere Sarti Antonio. Che rimandano subito ai loro e ad altri autori: De Angelis, Scerbanenco, Sciascia, Camilleri, Faletti, Lucarelli, Malvaldi, Carlotto, Macchiavelli, De Cataldo, Biondillo, Sclavi, Carrisi, Carofiglio, e tanti altri. E tante altre: Laura Grimaldi, Paola Barbato, Barbara Baraldi, Ilaria Tuti, Grazia Verasani, Marilù Oliva, Cristina Cassar Scalia, Gabriella Genisi, Alice Basso, Mariolina Venezia.

La bravura di Crovi sta anche in quella linea temporale, dove l’autore dimostra che la nostra scrittura non solo regge le più note scritture estere, ma nel tempo, si è innovata, ha recepito e poi anche creato nuove tendenze narrative. In questo, gli autori italiani sono riusciti a comprendere e ben descrivere i segnali di una società in cambiamento. Così come aveva intuito già Gramsci, in un suo scritto sul romanzo popolare e sul genere poliziesco uscito coevo ai Gialli Mondadori.

Non solo, ma rispetto a quei gialli anglosassoni spesso ambientati in ville isolate o luoghi sperduti, l’autore italiano si rivolge a località note, a città riconoscibili, ad avvenimenti che se non li leggessimo sul libro, potremmo leggerli sulla cronaca locale dei nostri quotidiani.

La sapienza enciclopedica di Crovi ci porta anche a gustare alcune chicche impagabili. Ad esempio, alle storie della Mano Nera, pubblicate poco dopo che nel 1909 a Palermo venne ucciso il famoso poliziotto Jo Petrosino. O i sei anni di pubblicazione de “Le avventure del poliziotto americano Ben Wilson”, scritte dall’italianissimo Ventura Almanzi, salgarianamente senza mai muoversi dal suo studio. Non ultimo, infine, il giallo dell’ultimo capitolo, che vi lascio leggere e scoprire da soli.

Certo, si tratta di un saggio, non è scorrevole come un romanzo, ma ha una sua organicità, e continuo a consigliarlo per chi voglia avere una panoramica sul genere, nonché alcune visioni di momenti di scrittura interessanti: le città, la nascita dei duri, la scrittura al femminile. Tanto per dire qualcosa e stimolarvi la curiosità.

Termino con una esortazione, che desumo dalle parole dell’autore, che riprendo dagli scritti descrittivi americani, e che faccio mia, per questa e per tutte le scritture “gialle”. Il lettore deve avere le stesse possibilità dell’investigatore (inteso come personaggio che sta al centro dei ragionamenti, sia esso poliziotto, detective, avvocato, o qualsiasi altra espressione) di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti. Sarà un gioco tra noi lettori e te scrittore, a chi sarà più abile, a chi arriverà prima alla soluzione. Trasformando così eventi potenzialmente tragici in momenti di vita comunque piacevoli da trascorrere.

Paco Nadal “Il viaggio perfetto” Newton Compton s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 14/07/2021 – I: 14/07/2021 – T: 30/07/2021] - &&& e ½ 

[tit. or.: El viaje perfecto: para ti y tus circunstancias; ling. or.: spagnolo; pagine: 399; anno 2018]

Senza nessuna ricorrenza, senza nessun vero perché, solo per il comune amore dei viaggi, ecco un super gradito regalo di Ale. Nella speranza che potesse fornire qualche spunto, anche in vista del prossimo settembre. Che qualcuno lo sa, altri lo sapranno, altri ancora l’avranno saputo.

Sono 330 idee ed io ne ho già visitate 97 …

Francisco Nadal Yuste detto Paco è un giornalista specializzato in viaggi. E di viaggi raccontano i suoi scritti: sul Cammino di Santiago, sulla sua Murcia natia, sui 365 luoghi della Spagna che non si può far a meno di vistare. Non sono aduso citare spunti su internet, ma per Paco spezzo una lancia, consigliandovi di visitare il suo blog https://elpais.com/agr/paco_nadal/a (in spagnolo, ma comprensibilissimo).

Cercando di creare una summa delle sue esperienze, in questo graditissimo libro ci propone tre motivi per intraprendere un viaggio. Per ognuno dei quali, è possibile trovare il viaggio che meglio si addice a quella esigenza. Per creare, appunto, “il viaggio perfetto”.

Ma quale sono le grandi categorie di viaggi e viaggiatori, secondo Nadal?

Ci sono le motivazioni legate alla propria vita in questo preciso momento, ed alle sue conseguenze: viaggiare con i bambini (se abbiamo messo su famiglia) o viaggiare da soli (sia indifferentemente con lo zaino, sia da donne che giustamente si avventurano da sole in giro per il mondo).

Ci sono i viaggi legati all’età: una data critica da superare (che siano i trenta o i quaranta), un pensionato che si voglia divertire o che voglia vedere il mondo.

Ci sono viaggi legati a passioni ed interessi personali: l’architettura coloniale, la natura o il suo opposto (la città), le culture indigene o l’archeologia, i treni o le profondità marine o le grandi camminate.

Ci sono posti da visitare per stare in solitudine o per bivaccare con gli amici. Ci sono viaggi per persone molto innamorate o per dimenticare una delusione amorosa.

Ci sono posti che è bello visitare da scapoli, magari anche per rimorchiare, ed altri che si consiglia frequentare durante la luna di miele.

Ci sono viaggi tematici, ad esempio alla ricerca dei luoghi dei romanzi, o alla ricerca del senso della vita.

C’è posto, chi lo cerca, per nascondersi in un’isola inaccessibile o per confondersi nella folla durante una crociera.

Non può mancare il tocco felino, sia alla ricerca della fauna, sia per chi crede che l’Africa sia piena di pericoli.

Tutto serve, anche se gli viene dedicato un solo capitoletto, per allentare lo stress quotidiano.

E poi ci sono i due must: i luoghi da vedere almeno una volta nella vita ed i viaggi per gente schifosamente ricca. Su quest’ultimo punto, fatto salvo che non mi interessa un viaggio nello spazio (da 250.000 dollari), opterei per il giro del mondo in un aereo privato, che costa solo la metà (ovviamente a testa), dura 24 giorni e comprende anche escursioni a numero chiuso: un catamarano alla Hawaii, un safari fotografico per gli oranghi del Borneo, nonché un giro in elicottero sull’Everest!

Ma sono i luoghi da vedere una volta nella vita che segno nel mio carnet. Ho visto Ushuaia, Tamanrasset ed i territori Canadesi. Dovrò aggiungere ai miei futuri viaggi: l’isola di Pasqua, il Tibet. Tahiti, Samarcanda, la Nuova Guinea e le isole Svalbard. C’è qualcuno che vuole venire?

Nadal è bravo a farci vedere (anche con discreto corredo fotografico) posti che solleticano la nostra voglia di viaggiare. Ogni capitoletto, ogni paragrafo, è pieno di spunti, di rimandi, ed anche di link per soddisfare i più disparati desideri. Per ora, con lui, continueremo a farlo dalla nostra stanza. Spero, per me, per voi, e per tutti, che si riesca a farlo presto, liberi e vaccinati.

Ultima trama del mese, quindi con riposi di allegati ed altro, ma solo con una bella frase presa dal libro di Roberto Alajmo “1982 Memorie di un giovane vecchio”. Dove appunto, parlando di quell’anno mirabile, pone la seguente domanda a tutti noi: "Poi come è andata a finire? Dipende. Per me, per l’Italia o per l’umanità nel suo complesso?".

Io ben ricordo quell’anno di svolta, ed ora soprattutto, che di svolte ce n’è a iosa. Per l’intanto ci si impegna a finire tuti i possibili traslochi, tutti i trasferimenti di materiali ed altro. Sperando (sapendo) che il prossimo anno ci segnerà tutti. Per questo non smetto di abbracciarvi.