domenica 11 gennaio 2026

Tramare per la zia - 11 gennaio 2026

Una settimana praticamente dedicata a libri entrati a titolo gratuito nella mia biblioteca. La maggior parte direttamente dalla casa di zia Serenella, cui con affetto dedico questa trama di memoria. Anche se, e non sarà la sola trama prossima ventura, non mi hanno soddisfatto in toto. Ben scritti, quasi tutte italiane, ma tutte un poco sotto la sufficienza piena (o lì sul bordo).

Sia le autrici di pura vena comica come Veronica Pivetti (qui però in un testo più serio) o Luciana Littizzetto. Si autrici di piglio generale e non molto note come scrittrici come Csaba dalla Zorza o Caroline Vermalle. Sia infine autrici note ed acclamate per altri titoli, ma qui in una antologia che mi ha lasciato freddino, come Almudena Grandes.

Csaba dalla Zorza “La governante” Marsilio s.p. (prestito di Alessandra)

A: 21/09/2025 – I: 22/09/2025 – T: 23/09/2025] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 245; anno: 2025]

Csaba dalla Zorza è un personaggio che ha ben costruito la propria immagine, senza mai troppo eccedere, ma trovando spazi per esprimere i propri interessi. Comincia a vent’anni frequentando le edizioni Mondadori, poi si interessa di cucina, fino a prendere a trent’anni il diploma di Cordon Bleu a Parigi. Quindi comincia a scrivere di cucina, ed a presentare le sue ricette nei circuiti televisivi di secondo piano prima, e poi a Sky e Discovery. Infine, si inventa un ruolo di “maestra della tavola”, fornendo consigli e partecipando a trasmissioni come esperta di lifestyle.

Come avete capito, non è che sia il massimo delle mie simpatie, che culminano con il “mistero” del suo nome. In molte interviste, la nostra sostiene che il padre aspettavo un figlio maschio e volendo dargli il nome Csaba, finendo per “a” lo diede alla figlia. E questo perché sarebbe stato un sostenitore sfegatato di un omonimo ciclista ungherese. Peccato che l’unico ciclista di nome Csaba sia nato sette anni dopo la nostra. Rimane allora l’unica altra seria possibilità, che il nome derivi dal Principe Csaba, grande e leggendario condottiero magiaro, forse figlio di Attila.

Lasciando ora da parte i contorni esterni al testo, veniamo al libro in sé, alla sua scrittura, ai suoi contenuti. Un libro formalmente corretto, scritto in punta di penna senza sbavature, ma proprio per questo, quasi senz’anima. Si parla di ambienti glamour, quelli che la scrittrice frequenta e nei quali si inventa delle esistenze. I personaggi però non acquistano mai spessore, e, nonostante tutti gli sforzi, non risultano particolarmente simpatici o empatici.

Si narra la storia della persona del titolo, riportata in prima persona da una persona che partecipa anche alle vicende narrate, magari cercando di farci cadere in qualche tranello verbale, cosa che dura lo spazio di venti pagine. Si parla della madre, donna di casa e di lavoro, della sua vita, dei suoi successi e dei suoi dolori, di chi narra e della sorella Ginevra, nonché, ultimo e poco importante (almeno nel presente) del padre.

Csaba vuole mischiare le carte, quasi nascondendo dove la madre voglia andare a parare con i discorsi che fa alla famiglia nel suo sessantesimo compleanno. Ma il titolo e le prime pagine ci hanno già detto tutto. Quello che ci aspettiamo nelle altre 220 pagine è di capirne i motivi, di seguirne la ratio. Io, mi aspettavo anche di vederla all’opera, e non solo narrarne verbalmente le possibilità.

Intanto, bisognerebbe entrare nelle pieghe familiari, dove, tralasciando chi parla (che non mi ha mai coinvolto), vediamo Ginevra e le sue turbe, la decisione di abortire diciassettenne (con la madre che confessa un’analoga decisione giovanile), nonché un presente gravitando su Londra, su gallerie d’arte ed altri elementi alla moda. Vediamo il padre che ha forse visto un briciolo di carattere quando aveva quindici anni, ma che lo ha perso, fagocitato da una professione che non lo ha mai coinvolto e una famiglia dove le decisioni erano subite. Tanto che si ritrova ad essere un adultero seriale. Cosa che la madre subisce per anni per amor di famiglia, e che ora torna a galla, i figli autonomi, e lei verso una vera autonomia.

Una madre che, scopriamo verso la fine, non proveniva da grandi famiglie, ma si è costruita un po’, frequentando ambienti “giusti” ed avendo un buon gusto di fondo (qualcosa di autobiografico?). scopriamo alcune frequentazioni interessanti in gioventù, poi l’illusione che il marito potesse avere un ruolo positivo e non solo di “divertimento”. E quando si allarga la famiglia, interpreta alla grande il ruolo di mamma in carriera. Si occupa di tutte le incombenze della casa, e con una giovane sodale fonda una rivista di “lifestyle”.

Nelle parole del suo discorso di compleanno tirerà fuori tutto questo: il dolore del tradimento del marito, la decisione di rimanere nella famiglia, avendo lei stessa subito traumi simili, l’impegno a tenere in piedi la casa, e nel migliore dei modi (si mangia sempre a tavola apparecchiata, si va in vacanza nei posti giusti, si prende la tazza di thè con la destra, si usano valige con le rotelle in treno, ed altre amenità che Csaba scrive in molti libri suoi o da lei prodotti). Ma anche di portare avanti la rivista, anche questa nel migliore dei modi possibili.

Ora la madre se ne va, e per qualche decina di anni farà la governante nel sud della Francia.

Come detto, un libro formalmente corretto, tutto giocato tra il desiderio di essere e la necessità di apparire (e questo non solo per la madre, ma anche per i figli ed i padre). La storia di una donna che ricopre alla perfezione tutti i suoi ruoli canonici: madre, moglie e donna in carriera. E mentre leggiamo, si toccano, con toni da salotto, molti argomenti anche duri: l’emancipazione sociale, l’identità di genere, il ruolo della donna nella società. Con un unico messaggio finale (consolatorio ma non facile): accetta di essere come sei. Ma nel mondo patinato di Csaba e delle sue creature, tutto è agevolato. Anche le decisioni dure e difficili diventano motivo di chiacchiere da salotto.

Un voto poco sotto la sufficienza per una scrittura corretto ed un’idea di trama che prometteva, senza mantenere. Poi qualche svarione come quello citato sotto. Si può non leggerlo.

“Cinquantasette è uno dei suoi numeri preferiti. … La mamma l’ossessione della numerologia ce l’ha da sempre … Cinquantasette è dispari e affianca cinque e sette, i suoi numeri prediletti … 57 … un numero con quattro divisori tutti perfetti: 1, 3, 19, 57.” (137) [qualche bella frase, ed un macroscopico “errore”: non esiste in matematica il concetto di divisore perfetto, ma solo di numero perfetto, composto dalla somma dei suoi divisori, che, al di sotto di 100, sono solo due, 6 e 28. Comunque non potevo esimermi dal commento visto che sono nato a maggio (5) e proprio il 7!]

Veronica Pivetti “Rosa” Rai Libri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 18/11/2025 – T: 20/11/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 198; anno: 2023]

Fin dalle sue prime uscite come attrice, Veronica mi ha smosso un sentimento di simpatia, per quell’aria un po’ svagata che metteva in tutte le sue manifestazioni, teatrali, cinematografiche o televisive. Soprattutto, c’era il contraltare del fastidio perenne che mi incuteva (ed incute) la sorella Irene, con tutto lo strascico politico e giudiziario che porta con sé.

Non avevo, tuttavia, mai esplorato il lato autorale della nostra, ed è quindi con piacere che, approfittando del lascito ereditario di zia Serenella, che mi sono accinto alla lettura di uno suo testo. Di cui forse mi aspettavo un andamento più ironico, magari alla Littizzetto. Speranza disattesa, ma non con dispiacere, che in effetti Luciana e Veronica hanno due be diversi timbri espressivi. Quindi, pur non mancando di ironia e spunti (quasi) comici, la Pivetti ci consegna un testo garbato, non sempre riuscito, ma giustamente polemico e politico.

Siamo nel mondo della sanità, anzi in un ben preciso punto di questo mondo: quello legato alla cura degli anziani ed alle operatici sociosanitarie che li accudiscono (metto al femminile che nel testo c’è un solo uomo nelle OSS che si muovono tra le pagine del testo). Siamo nella “Villa Pace e Bene”, ricovero per anziani diretto dall’ultraottantenne Celestina Guarino e coordinato dall’astiosa Simonetta Spinelli. Dove, pur seguendo una direttrice di narrazione lineare, la scrittrice, quando serve, divaga per approfondire questo o quel personaggio.

Così alla fine, riassumendo, abbiamo l’anziana Celestina, ben presto da giovane rimasta orfana, accudita da una zia intransigente, da cui ben presto scappa, per costruirsi la propria vita. Ne seguiamo brandelli sparsi per le pieghe del mondo, fino al suo ritorno a Milano, stanca e squattrinata, con un forte debito morale con una famiglia peruviana che le ha in qualche modo salvato la vita. Qui scopre che la zia, morendo, l’ha nominata erede universale, con un buon patrimonio, una villa e tanti pensieri per rimettere in sesto la propria vita. Cosa che fa, trasformando la villa in una RSA, ed accogliendo come infermiere molte donne non italiane.

Purtroppo, per qualche non chiaro intreccio di vita, deve accettare anche la nomina a coordinatrice del personale dell’antipatica e vendicativa Spinelli. Che si fregia del titolo di dottoressa, pur non essendo laureata. Ma che soprattutto tartassa il personale, sia verbalmente sia attraverso turni massacranti e controlli a sorpresa, anche nei momenti di riposo.

Sul versante OSS seguiamo la storia della protagonista, Rosa Cruzado, che, dopo averci narrato la sua triste storia verso possibili riscatti lontano dalla patria peruviana, per rendere leggermente più cospicuo l’introito mensile, decide di fondare una cooperativa per prendersi carico di malati non autosufficienti presso il loro domicilio. Da buona peruviana, Rosa dona alla cooperativa il nome di “Ayllu”, antico termine inca spesso indicato con la traduzione di “famiglia”, ma che in realtà aveva un senso più esteso, indicando un gruppo familiare (quindi anche l’unione di più famiglie) che viveva e lavorava collettivamente, con sostegno reciproco. Come appunto le OSS di Ayllu.

La quasi totalità era comunque impiegata in Villa, come la comandante in seconda, Guadalupe detta Lupe, che si occupava delle telefonate e della gestione, in prima battuta delle risorse, laddove Rosa interveniva nei casi più complicati. Poi c’erano le altre (Dorina, Polina, Denisa, Samira, almeno questi i nomi che ricordo), e di tutte veniamo a sapere le mansioni attuali e parte delle storie personali. Diciamo tutte storie molto tipiche, di persone che fuggono dalla loro terre per motivi diversi (la guerra per le Ucraine, i falò delle vedove per le indiane, ed altre provenienze, che vi invito a leggere).

Ovviamente Ayllu era ignota alla Spinelli e nota (ma non ufficialmente) alla Guarino. Ad un certo punto, come ci si aspetta però, tutto viene allo scoperto: la cooperativa, i soprusi della Spinelli, le azioni delle OSS, i pensieri della Guarino (questi sì tesi solo al benessere della Villa). Ci sono situazioni dolorose di anziani, sia tra i ricoverati che tra i domiciliari. Ci sono momenti difficili, che mettono in pericolo Ayllu. Ed altri che mettono alla corde la Spinelli. Alla fine, però, un evento pur luttuoso, mette tutto all’interno dei giusti binari, consegnando a Rosa una difficile seppur giusta eredità lavorativa e personale.

Come detto, la scrittura di Veronica è distesa e non pungente come i suoi personaggi (come scordarsi la professoressa Baudino?), ma affronta con delicatezza sia il problema di immigrati che vengono in Italia in modo corretto e spesso sono costretti a mansioni molto al di sotto dei titoli di studio ottenuti in patria (vedi Polina, laureata in Chirurgia, ed ora “solo” infermiera) sia quello degli anziani (in tutte e due le accezioni: quelli sufficienti ma bisognosi di aiuti e quelli non autosufficienti per problemi dalla vecchiaia normale, al Parkinson, all’Alzheimer e via discorrendo).

Quindi lettura senza troppi voli né in alto né in basso, di cui cito solo un passaggio che a me è risultato al solito caro. Una delle anziane, accudite da Rosa, la sera, prima di addormentarsi, si fa leggere alcune pagine dei libri di Simenon. Non aggiungo altro.

Caroline Vermalle “Due biglietti per la felicità” Feltrinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 24/12/2025 – T: 25/12/2025] - && 

[tit. or.: Die Nostalgie des Glücks; ling. or.: tedesco; pagine: 221; anno 2014]

Prima di entrare nel merito di un libro di puro relax, bisogna spendere due parole sul contorno del testo e della scrittrice. Seppur c’è qualcosa in rete che ci dice Caroline Vermalle essere nata in Picardia e vivente ora nella Vandea francese, c’è un dubbio che assale il vostro tramatore. Perché il titolo riportato come originale è “Die Nostalgie des Glücks” [“La nostalgia della felicità”] che si vede bene essere tedesco, così come la traduttrice, Monica Pesetti, specializzata, appunto, in traduzioni dalla lingua germanica.

Ci viene allora il dubbio che Caroline sia un emula di Nicolas Barreau, autore che pensavo francese, e che invece nasconde, sotto uno pseudonimo transalpino, un pur scrittore tedesco. Anche perché in Francia molti sono affascinati da queste storie d’amore sdolcinate. E se le vedono scritte da un autore o da un’autrice tedesca non hanno il successo che poi incontrano. Ed ovviamente, in modo analogo, per il mercato italiano.

Quindi, fatta salva questa considerazione, di cui non arriviamo alla decodifica completa, possiamo passare al testo.

Come si può immaginare dal titolo e dal contesto, siamo di fronte ad una storia d’amore, che si svolge in un paese balneare della costa atlantica francese. Un paese d’estate spesso preso d’assalto da turisti desiderosi di sole e di mare, che, ovviamente, rimane triste e desolato nei più o meno freddi tempi invernali (con le dovute cautele, un pensiero al “nostro” Tortoreto Lido).

Qui si intrecciano varie storie. C’è il cinema “Le Paradis” (secondo una strana intervista a Caroline un tributo a “Les Enfants du Paradis”, un capolavoro del cinema francese, dove ricordo ai meno attenti che il titolo si riferisce a coloro che, al cinema o al teatro, sedevano in alto, nel loggione), che cerca di tenere in vita un interesse verso le produzioni francesi. Tenuto dal vecchio Camille, aiutato da Antoine, quello che riesce a riparare tutti i congegni meccanici, ma che non riesce a riparare la propria vita.

Da tempo, alle sessioni del giovedì, partecipa una bella donna dei capelli rossi. È Rosa, un tempo assidua del posto, divenuta poi violoncellista di fama mondiale. Ma che ha abbandonato le scene in una crisi insormontabile tra il sé pubblico ed il sé privato. Ovvio che Antoine e Rose, da giovani, erano sempre insieme, avendo passato anni di vacanze (per Rose) insieme sulle spiagge locali, tra giochi e momenti di intimità (letture e suoni).

Il tutto fatalmente terminato quando Antoine scrive un biglietto d’amore a Rose, lei ne è turbata, ma è l’ultimo giorno di vacanza. Peccato che, tornati a Parigi, i nonni muoiano, e la famiglia di Rose non torni più sul mare.

Muore anche Camille, e Antoine ne prende il posto, dovendo però lottare per mantenere aperto il cinema. Che il comune ha bisogno di soldi, e decide di vendere il locale. Ovvio che c’è il cattivo di turno, speculatore ed arrivista, che vuole prendere tutto. Ovvio che Antoine cerca di opporsi, anche provando a rubare i soldi al cattivo (un buco nell’acqua).

Come fare allora a trovare i soldi per comperare il locale prima del cattivo. Sarà Rose ad avere un’idea luminosa che risolverà tutto. E permetterà anche, finalmente, ad Antoine di arrivare alla fine di quel percorso interrotto in gioventù. Visto che non leggerete il libro, non vi dico l’espediente di Rose, ma vi preannuncio una scena finale, con Antoine e Rose che scendono dal loggione, lei con un bel pancione.

Allora, libro rosa senza tanti appigli. Storie lineare con qualche momento di gradimento, in particolare nelle discussioni tra Antoine ed il morto Camille. Per il resto, stenderei una coperta d’oblio sul tutto. Meno forse per il ricordo del cinema. Non di questo, ma dell’arena che frequentavamo in gioventù in quel di Tortoreto. Quanti film all’aperto, quante mano nella mano, iniziali, quanti baci fugaci. Il fascino del rumore della pellicola che si andava svolgendo.

Non lo sapevamo, ma quella era la nostra felicità.

Luciana Littizzetto “Sola come un gambo di sedano” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 30/12/2025 – T: 31/12/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 221; anno: 2001]

Come dicevo nell’altro suo libro letto tre anni fa, concordo all’unisono sulle nostre professioni. Io e Lucianina di professione facciamo gli scemi. E lei qui ce lo mostra in questo libro di un quarto di secolo fa. Certo con molte cose che sono diventate obsolete o semplicemente sorpassate. Mentre altre, ed in particolare il delineare gli uomini e le donne che a lei (ed a me) non piacciono, sono sempre in auge.

Acqua è passata sotto i ponti della nostra comica di riferimento che se allora aveva 37 anni, oggi a 62 è sempre e comunque sulla cresta dell’onda. Ha continuato a scrivere, passando dalla fase vegetale (iniziato da questo e proseguita con “La principessa sul pisello” e “Col cavolo”) alla fase allusiva (da “La Jolanda furiosa” in poi). E soprattutto, dopo un piccolo interludio con “Le iene”, ha cominciato un sodalizio duro e puro con Fabio Fazio con cui lavora dal 2005 a “Che tempo che fa”, passando anche per due Festival di Sanremo (2013 e ’14).

Qui, in fondo, abbiamo ancora alcuni albori della sua comicità, e pur tuttavia con l’impianto generale che rimarrà costante nel tempo. Certo, il motivo di fondo è la difficile vita sentimentale al giorno d’oggi, per chi magari sceglie di restare single e (orrore…) senza figli. Ovvio che poi sarà difficile imbastir un rapporto di coppia con gli uomini senza spina dorsale, inconcludenti, con il calzino bianco corto e che magari al primo appuntamento pensano bene sia il caso di parlare della fidanzata con cui si sono lasciati da poco e con la quale stavano tanto bene insieme.

Ma altrettanto veementi sono le invettive contro le donne perfettine, alte, slanciate, palestrate, che quando sorridono non mostrano un pezzo di insalata incastrato tra i denti. Che quando parlano sembrano sfogliare il Bignami delle ovvietà. Ovviamente donne che indossano abiti che una persona normale non saprebbe neanche da che parte cominciare per infilarci un braccio.

Rimangono poi sempre di attualità altri micro-interventi sulle donne al volante, o, e qui apriamo una parentesi di pura concordia, sulle alterazioni febbrili maschili e femminili. Vi spedisco subito a pagina 85, dove c’è l’ottimo paragono tra il maschio con 37,2 di febbre, praticamente in coma, e la dona con 39 che spignatta per casa (che tanto se non lo fa lei, il moribondo non prende iniziative).

Dicevo anche che molto è datato, come la lunga tiritera lamentosa per la separazione tra Tom Cruise e Nicole Kidman, anche perché noi con lei e gli Afterhours possiamo dire che ti amerò per tutto il tempo che posso, ma nessuno riesce a dire con ragionevole certezza “ti amerò per sempre”. Altre lunghe diatribe sul mangiare sano. Che certo all’alba del secolo, il bio, il vegano ed il tofu erano ancora elementi folkloristici. Ora magari solo il tofu rimane un po’ in disparte, mentre di certo, ad esempio al bar, sentiamo ordinare: un ginseng macchiato con latte senza lattosio ed un cornetto vegano.

Tra un elemento e l’altro di piccola comicità, vorrei segnalare un piccolo errore di grammatica enigmistica (spero in questo di venir sorretto dai Bartezzaghi di turno). Parlando della genesi incomprensibile dei nomi dei farmaci, il testo si sofferma su di una dedicato alla carenza di ormoni maschili con conseguente deperimento del relativo Walter. Il farmaco si chiama “Sustanon”. Ma l’ironica autrice dice di capirne il senso (cito da pagina 179): “Leggetelo al contrario e l’enigma è presto risolto”. Purtroppo, se lo leggo al contrario esce “Nonatsus”, ancora meno comprensibile. La corretta indicazione sarebbe stata invece, leggetelo sillabicamente al contrario. Quindi dalla lettura dritta “Su-sta-non” ci ritroviamo (e qui c’è l’effetto comico) “Non-sta-su”.

Ribadiamo allora in finale, che di sicuro la comicità è anche femminile, anzi, in questi ultimi anni è più femminile che maschile. Mandiamo il nostro personale plauso a Lucianina, affinché continui così nelle sue gag settimanali, ma anche su le altre iniziative di comicità. Ci domandiamo al solito come ha fatto questo libro ad entrare negli scaffali di zia. E ci lasciamo senza dare appuntamento ad altre letture della nostra simpatica torinese (un ossimoro).

“Volete sapere il segreto per conquistare una donna? Niente fiori, né opere di bene. SCARPE. Occupatevi dei suoi piedi e lei si occuperà del vostro cuore.” (49)

Almudena Grandes “Il ragazzo che apriva la fila” Guanda s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 08/01/2026 – T: 09/01/2026] - &&   

[tit. or.: Estaciones de paso; ling. or.: spagnolo; pagine: 231; anno 2005]

Grande notorietà ebbe Almudena negli anni ’90 con il suo “L’età di Lulù”, che però confesso di non aver mai letto. Come non ho letto altro della scrittrice spagnola, morta di cancro nella stagione del Covid. Quindi solo ora, grazie al lascito di zia, approccio una sua opera. Che è un “relato” di cinque racconti (e già questo non mi attira). Racconti che in generale non mi hanno coinvolto né fatto partecipe di grandi emozioni.

Anche se le premesse, almeno quelle originali spagnole, erano di un qualche interesse, visto che il titolo della raccolta è “Stazioni di passaggio”, e che in effetti i cinque testi colgono momenti di svolta dei protagonisti, quasi fossimo sempre all’inseguimento delle parole di Conrad e della sua “Linea d’ombra”. E non si capisce perché venga preso il titolo del terzo racconto, pur ben tradotto, come capofila di tutto il libro.

I testi sono tutti dei primi anni 2000, e attraverso l’esperienza di cinque giovani (o meglio di quattro giovani più uno), percorrono quei momenti dove tutti abbiamo imparato che crescere significa anche perdere qualcosa (innocenza, speranze, e altro), e sono però perdite che ci devono portare alla scoperta della nostra strada. Per non rimanere Peter Pan per sempre.

In “Dimostrazione dell’esistenza di Dio” ["Demostración de la existencia de Dios"] durante una partita di calcio in cui la sua squadra perde miseramente per 5 a 0, un ragazzo si rivolge a Dio per ragionare intorno alla perdita del fratello per leucemia. Un momento di grande intensità (per chi ha subito perdite) che pensiamo sempre che la morte sia di altri e non ci tocchi mai. E soprattutto, quanto grande è quel silenzio di chi, tuttavia, soffre insieme e per noi!

C’è poi la ragazza Paloma in “Tabacco e nero” [“Tabaco y negro”] nipote di un sarto per toreri, ed introdotta da lui nel mondo delle corride. E c’è la sua ribellione e la ricerca della sua strada. Non avrà seguito come sartina amatoriale, che dovrà prendere il posto del nonno morto e suggerire i colori portafortuna per i toreri.

Lasciando per ultimo il terzo testo, nel quarto “Ricetta estiva” ["Receta de verano"] vediamo Maite coinvolta nel dramma familiare della tetraplegia del padre in seguito ad un incidente. E vediamo tutti i suoi sforzi per cucinare quel piatto che il padre amava tanto. E mentre ne seguiamo i tentativi fallimentari, vediamo anche nascere le sue pulsioni amorose, i primi turbamenti, il primo bacio con l’assistente del padre (benché sposato). Finalmente la ricetta riesce e lei spera che, allora, tutto possa tornare come prima.

Torniamo poi ad un ragazzo, Thomas, prodigioso violinista giovanile di “Mozart, e Brahms, e Corelli” ["Mozart, y Brahms, y Corelli"]. Lui sfoga nella musica le sue insicurezze (e la sua grassezza), illudendosi di essersi innamorato di una prostituta conosciuta durante le volontarie assenze da scuola con i compagni perdigiorno.

Ho lasciato per ultimo “Il ragazzo che apriva la fila” ["El capitán de la fila india"] perché ha anche riportato alla mente tanti ricordi di gioventù. Qui abbiamo la disillusione di un uomo ormai maturo, quando vede in un talk show il cugino che aveva perso di vista. Il cugino più grande, Carlos, il Paolo della mia infanzia, quello che era il primo nella fila indiana che andava a rendere omaggio a Natale al nonno patriarca (od alla nonna, per noi). Carlos che era anche il più politicizzato, quello che lottava, nel suo piccolo e nelle sue forze, contro il franchismo e le sue costrizioni. Il narratore non può che comunicarci quanto questo ritrovamento porti disillusioni. Mentre io (ed i miei cugini) siamo sempre stati solidali con il nostro Paolo, sempre diverso ed altro fino alla fine. Sempre, senza compromessi.

Sebbene siano storie di grande coraggio giovanile, di rabbia per la perdita di affetti (familiari o amorosi), di coinvolgimento nei primi amori, di desideri, della vita che spesso è ingiusta, e della grande paura di entrare nel mondo adulto, la scrittura di Almudena non riesce a coinvolgere. Rimane a me fredda, esterna, descrittiva senza essere partecipativa.

Rimanendo anche, per fortuna, il risveglio di ricordi che si stavano sopendo. In particolare, il ricordo delle perdite e quello mai sopito della lotta alle ingiustizie.

“Una cosa è vedere e un’altra guardare, e quando guardano non tutte le persone vedono la stessa cosa … Così come ascoltare non significa per forza capire. Ci sono persone che non sanno ascoltare e altre che, pur sapendo ascoltare, non capiscono una parola di quanto sentono.” (40)

Abbiamo scrittrici di romanzi, ed ecco che vi affianco ricordi di frasi di scrittori e scrittrici di gialli. Per par condicio, due anglosassoni e due italici.

Per i primi, abbiamo lo scozzese Ian Rankin che nel suo “Anime morte” ci introduce ai misteri alcolici ed ai complessi destini umani:

“Si versò da bere … Usquebaugh in lingua gaelica [Il Gaelico "usquebaugh", significa “Acqua (uisqe) di vita (beatha – baugh)", foneticamente diventa "usky" e quindi "whisky" in Inglese]” (25)

“Quand’eravamo giovani, nessuna delle nostre famiglie possedeva la casa in cui abitava … A sentirmi, mi darebbero almeno 78 anni” (323)

“Se … fosse entrato in una casa in cui si fosse sentito amato, le cose avrebbero preso una piega diversa? Certi esseri umani erano destinati fin dalla nascita a diventare assassini oppure era il concorso di altre persone (e di un complesso di circostanze) a renderli tali, trasformando le potenzialità omicide presenti nella maggior parte degli individui in qualcosa di più concreto?” (443)

E poi la compianta Anne Perry ed “Il battesimo” per un bel consiglio:

“Nessuno poteva avere tutto; in un modo o nell’altro bisognava fare delle scelte. E si dovevano fare con franchezza e coraggio, e avere quel tanto di buon senso per capire che una decisione andava accettata anche per quelle che ne sarebbero state le conseguenze.” (112)

Sul fronte italiano abbiamo un molto antico Maurizio de Giovanni ed alcune riflessioni sull’amore in “Per mano mia”:

“Quando pensava a lui sentiva quel sottile dolore che si prova per un importante sentimento che per incuria si sta lasciando morire.” (96)

“Tu non lo sai, mio solitario amico, ma i grandi amori sono così: senza sbarre e senza catenacci.” (133)

“In realtà è tutto così semplice. Se si vuole essere felici, bisogna darsi da fare per esserlo.” (225)

Infine, un consiglio mirabile tratto da “Doppia indagine” di Marzia Musneci:

“La vita, si sa, è una questione di tempismo. La cosa giusta al momento giusto nel posto giusto. Sbagli una delle tre e sei fregato.” (58)

Non vi nego che continuo ad essere preoccupato sul fronte mondiale, dove le nubi avanzano ad oscurare futuri scenari di vita e di viaggi. Per ora, invece, continuiamo a cavalcare l’onda dei festeggiamenti, che per noi cominciano il 24 novembre ed andranno avanti sino al 13 febbraio, in un continuum di compleanni. Per privacy non li elenco, ma gli interessati ne sanno. Io li abbraccio tutti coinvolgendovi, estendendoli a tutti.

domenica 4 gennaio 2026

Iniziare con Simenon - 04 gennaio 2026

Dopo il primo benaugurale testo, che serve solo ad introdurre l’anno e a salutarvi tutti, cominciamo questo ’26 con ancora un nuovo lotto di testi del grande maestro belga. Per mia fortuna bibliofila, l’editoriale Repubblica (finché ci sarà) continua a pubblicare i testi come da elenco preparato dalle edizioni Adelphi. È da poco iniziato anche il terzo lotto di testi, che recupera alcuni romanzi del primo periodo, nonché molte antologie di racconti.

Abbiamo quindi due testi del ’39, dove svetta l’ottimo “Il borgomastro di Furnes”, e due testi del ’40, guidati dall’interessante “Malempin”. Finiamo con la prima antologia, che comprende più che racconti, una gran parte di quei “recit de voyages”, redatti da Simenon al ritorno del suo lungo giro del mondo. Non sono veri e propri racconti, e l’armonia generale ne risente assai.

Georges Simenon “Il borgomastro di FurnesRepubblica Simenon II 14 euro 9,90

[A: 21/06/2023 – I: 25/08/2025 – T: 26/08/2025] - &&&&  

[tit. or.: Le bourgmestre de Furnes; ling. or.: francese; pagine: 207; anno 1939]

Alla fine dell’estate del ’38, finalmente terminata la grande casa, la famiglia Simenon si istalla a Neuily-sur-Mer. Lì Simenon riprende a scrivere di gran lena ed è lì che viene concepito il suo primo figlio. Ci si avvia alla fine degli Anni Trenta, ed è un lungo percorso quello del nostro scrittore belga in questo decennio. Che cominciò nel ’29 con la prima opera del commissario Maigret, evolvendosi durante gli anni sia con l’approfondimento della figura del commissario, sia per l’inizio di solide scritture, nell’ambito dell’editore Gallimard, di quelli che Simenon riteneva fossero i romanzi che gli avrebbero dato fama e lustro. E non a caso, in quegli anni comincia una lunga corrispondenza con il nume tutelare degli scrittori “Gallimard”, André Gide.

Ed è qui a Neuilly che il 29 dicembre termina la scrittura de “Il borgomastro di Furnes”, che verrà però pubblicato solo l’anno seguente, mentre è in giro per i luoghi della sua infanzia, per poi fermarsi a Bruxelles, dove il 19 aprile nasce il primogenito, Marc.

Devo dire che con questo romanzo, Simenon ritorna nei punti alti della sua produzione. Descrive un personaggio, il borgomastro Joris, con tutte le sue luci e le sue ombre. Ma descrive anche un luogo (le Fiandre) ed un tempo (la fine degli anni Trenta), in cui ci fa immergere con tutte le problematiche del tempo. E con tanti risvolti che, stando attenti, sono sempre presenti nella nostra vita.

Joris è un uomo che si è fatto da sé, viene da una famiglia di poche risorse, ma si adatta a fare il tuttofare di una vedova attempata, benestante e senza eredi. Alla morte di lei, lui eredita casa e denari. Nella prima va a vivere con la moglie Thérésa, con i secondi mette in piedi una fabbrica di sigari che si rivela ben presto fruttuosa. Ha una durezza intrinseca, che deriva dalla necessità di non fare compromessi. Tutto si ottiene con il lavoro, nulla con i favori. Questo anche perché si mette così in contrapposizione con l’aristocrazia locale, cattolica e benpensante.

Ha un solo momento di dolcezza nella sua vita, quando accudisce Émilia, la figlia avuta con la moglie, che ha forti carenze psichiche, tanto da vivere in una stanza della casa, per la maggior parte del tempo nuda, e sempre urlando se qualcuno entra nella camera. Non è altrettanto accondiscendente con il figlio avuto fuori dal matrimonio con Maria, la cameriera. Certo, non gli fa mancare mezzi per studiare, ma gli farà sempre mancare un affetto che non prova.

Joris è duro con tutti, specialmente ora che, appoggiato dai liberali della città, ha scalzato da primo cittadino il cattolico Leonard Van Hemme. Magistrale il modo in cui Simenon ci descrive con frasi secche il rapporto tra Joris e gli impiegati, sia del comune che del tabacchificio. Ma anche quelli con la madre che ancora abita nella casa di famiglia a Coxyde, a soli cinque chilometri da Furnes, e che rimprovera al figlio di aver tradito le sue origini.

Ovvio che Simenon decida di mettere ostacoli nella vita dei suoi personaggi. Qui si palesa in Jef, giovane operaio che mette in cinta l’altrettanto giovane Lina, figlia di Leonard. Quando Jef chiede un prestito a Joris per far abortire Lina e lui, inflessibile lo nega, il giovane non trova di meglio che suicidarsi. Inoltre, per lo scandalo, i Van Hemme ripudiano la figlia, che va in esilio a Ostenda (una trentina di chilometri a nord di Furnes).

Da qui, comincia il percorso interiore di Joris, forse sentitosi in colpa per il suicidio di Jef. Prova senza successo ad andare incontro alla madre. Prova senza successo a ricucire un piccolo tramite di buone maniere con la moglie, che si scopre malata di cancro all’ultimo stadio. Unici momenti invece di rilassamento quando va a Ostenda, ad incontrare Lina, ad accompagnarla nel percorso verso la nascita del bambino. Ma Joris non ha mai provato ad uscire dalla sua burbera tenacia tutta d’un pezzo, e così anche nei confronti di Lina si trova impacciato non tanto nell’esternare ma anche solo nel comprendere i propri sentimenti.

Simenon allora ci mostra la parabola di Joris, che Leonard ed i suoi, vistolo indebolito, lo attaccano sul fronte che gli fa più male: la figlia. Lui contrattacca “comprando” Lina, cioè versandole un tanto al mese, pur in cambio di nulla. Ma quando i “cattolici” del comune propongono un piano di sfruttamento del litorale, con la concomitante cacciata dei pescatori e dei contadini della zona, Joris deflagra. Fa un comizio bellissimo in consiglio comunale, illustrando la parabola storica del posto, per poi dimettersi.

Si ritroverà solo nella casa, senza la moglie, senza la figlia, senza Lina che sta a Ostenda con il bambino, rimuginando sulla stessa frase. “… se solo avesse voluto…”.

Ci sono tre sottotrame che si intrecciano nella vicenda di Joris. Una, di facile lettura, è la tripartizione tra il tempo e lo spazio. Dove Coxyde, dalla madre, è il passato difficile da superare e Ostenda, da Lina, è il futuro difficile da raggiungere. Il presente, nel bene e nel male, è Furnes. Il secondo aspetto, che spesso Simenon tira fuori, che non lo ha mai superato né mai lo supererà, è il rapporto con la madre. La madre di Joris gli preferisce l’altro figlio, rimastole vicino, così come Henriette, la madre belga, gli ha sempre preferito il fratello Christian. Ma c’è anche un rapporto intrigato con Lina, la cui dolce accondiscendenza è vissuta da Joris come un surrogato materno, sapendo poi, con bagno di realtà, che altra è la stessa Lina, altro rapporto è con il bambino appena nato, altro con il mai amato figlio adulterino Albert. E via soffrendo.

Infine c’è il rapporto di Joris con sé stesso. Per raggiungere il successo non si può scendere a compromessi, perdendo così la propria umanità. Ma se ci si apre al mondo, l’unico risultato è che ne veniamo feriti. Una contraddizione insanabile, per l’autore. Che al fine si rifugia in compromessi ed in situazione che da Joris riflettono Georges. Come la frase che riporto detta da Joris per giustificare il suo rapporto con la cameriera, ma che non può che ricordarci il rapporto tra Georges e Boule, la sua cameriera-amante.

Un ultimo dato storico-geografico. Prima di tutto, pur non parlando fiammingo (lui era un belga francofono), in tutte le sue opere ambientate in questa parte territoriale, riesce a farci entrare nell’anima e nello spirito dei Flamandes. Anche qui, dove, se andiamo in rete, vediamo che Furnes è il nome francese della località che in fiammingo si chiama Veurn, e che viene trasposta in italiano come Veurne. Non so poi se scientemente fu la scelta di Simenon, ma Veurn fu la sola città belga a non esser occupata dai Tedeschi durante la prima guerra, e dal mese di ottobre del 1914 il re Alberto I del Belgio vi installò il suo quartier generale. Un luogo resistenziale e ben impresso nella memoria belga. Forse il caso? Io credo di più in un memento anticipatore del grande scrittore.

“Dato che comunque doveva succedere, è meglio che sia tra le mura di casa.” (39)

“Un altro orribile anno che finisce e uno non meno orribile che inizia … io soffrirò! Tu soffrirai! E prego Dio che ci eviti catastrofi più spaventose.” (61) [uno dei più pessimisti inizi di un nuovo anno]

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Furnes (con puntate a Ostenda e Coxyde)

Joris Terlinck, il borgomastro

Thérésa, la moglie di Joris

Émilia, la figlia di Joris e Thérésa, con forti disturbi psichici

Lina Van Hemme, una giovane del paese

Jef Claes, il fidanzato di Lina

Maria, la cameriera

Albert, figlio di Joris e Maria

Mme Terlinck, la madre di Joris

Circa un mese

Epoca contemporanea alla scrittura, precedente la guerra

 

Georges Simenon “Gli intrusi” Repubblica Simenon II 16 euro 9,90

[A: 03/07/2023 – I: 07/10/2025 – T: 08/10/2025] - &&& + 

[tit. or.: Les inconnus dans la maison; ling. or.: francese; pagine: 202; anno 1940]

Avevamo visto come il 1938 fosse per Simenon soprattutto l’anno della costruzione della nuova casa familiare a Nieul, dove si trasferisce finalmente durante l’estate. Saranno nove i romanzi che scriverà nella nuova casa, e questo degli sconosciuti sarà il primo che terminerà nel settembre. Prima ancora del Borgomastro che ho tramato da poco.

Poiché tuttavia io continuo a seguire il filo delle pubblicazioni non delle scritture, dobbiamo ringraziare il buon Gallimard che, avuti i manoscritti, e dopo alcune piccole revisioni degli stessi, decide di pubblicare nel ’39 il Borgomastro, mentre prevede di pubblicare questo testo nel giugno del ’40. Ma la guerra che la Francia dichiara alla Germania per l’invasione della Polonia mescola un po’ le carte. Così “Gli intrusi” vedrà la luce solo ad ottobre del 1940.

Un altro avvenimento bellico è legato a questo testo. Infatti, nel ’43, quando Simenon fungeva come “alto commissario per i profughi del Belgio”, al fine di sovvenzionare aiuti per i prigionieri di guerra, è lo stesso Simenon che decide di vendere all’asta il manoscritto. Non sappiamo chi se lo aggiudicò, ma sappiamo che, purtroppo, scomparve nelle pieghe delle battaglie.

Abbiamo quindi poco materiale esterno al testo, verso cui è bene rivolgersi perché è uno degli esempi magistrali della scrittura e delle idee di Simenon. Un testo tutto costruito se vogliamo intorno ad un omicidio, ma che usa quell’omicidio come un Macguffin alla Hitchcock (o alla Tarantino di “Pulp Fiction” sulla natura della valigetta misteriosa). L’omicidio c’è, ma serve a prendere l’attenzione del lettore, per poi farlo focalizzare sulle montagne russe della vita del protagonista, Hector Loursat de Saint-Marc (quasi sempre indicato per brevità come Loursat).

Qualcuno obietterà che forse non è propriamente un Macguffin, perché poi ci sarà un processo e si scoprirà anche chi è stato a commettere l’omicidio. Anche se la soluzione perviene quasi in modo accidentale. C’è una prostituta che ha sentito qualcosa, che viene riferito come fosse una confessione documentale, tutto per far crollare il fragile castello di menzogne messo in atto da chi ha commesso l’assassinio.

Noi però, con l’autore, siamo più interessati a Loursat, alle sue attività, al suo modo di vivere, insomma alla costruzione di una persona, di cui esce alla fine uno dei migliori ritratti dipinti dalla penna dell’autore. Loursat ora ha 48 anni ed è stato un valente giovane avvocato. Siamo a Moulins nel dipartimento di Allier, nel centro della Francia, un poco più a Nord di Lione. Loursat sposa una signorina del suo ambiente, quello dei maggiorenti della città. Ed hanno una figlia, Nicole. Ma quando Nicole ha due anni, la signora fugge con l’amante e non tornerà più.

Loursat, cui non mancano i beni per vivere senza lavorare, da quel momento si chiude praticamente in casa. Sarà presente in qualche causa, per onor di firma, nei primi anni per poi abbandonare del tutto la professione. Rimane in casa, cominciando un lungo percorso da alcolista. Si sposta tra il salone, la sala da pranzo, e lo studio, dove ad un certo punto comincerà anche a dormire. Si disinteressa completamente di Nicole, che viene accudita ed allevata dalla governante. E la vita va avanti così per anni, con Loursat che aumenta il numero di bottiglie di Borgogna che beve quotidianamente.

Nel presente dell’azione, Loursat beve tre bottiglie al giorno, condivide i pasti con Nicole, la quale poi, ormai ventenne, fa la sua vita. Magari invitando amici ed amanti nella casa paterna, tanto Loursat, ubriaco, non si accorge di nulla. Fino al Macguffin: una sera, benché alterato come al solito, Loursat sente un colpo di pistola, e trova un morto in casa.

Da qui nasce tutto lo svolgimento del romanzo. Chi è il morto? E perché stava in casa? Loursat viene quasi a forza spinto fuori dal suo letargo. Così da scoprire che Nicole ha un amante, il giovane Emile. Che i due fanno parte di una banda di giovani che scorrazza alticcia per Moulins e dintorni. Che in una uscita alcolica in macchina hanno investito un tizio, che si rivela essere un malavitoso di mezza tacca, soprannominato il “Gros Louis”, che viene curato da Nicole in casa, ma che prende di mira i componenti della banda, ricattandoli.

Loursat conosce Emile, commesso di libreria, ed è colpito dalla sua giovinezza, ma anche da quello che sembra un sincero trasporto verso Nicole. Fatto sta che Emile è l’unico che si sa per certo girasse per casa la fatidica sera, così che è facile prevederne l’incriminazione. Così come è altrettanto facile capire che Loursat ne assumerà la difesa.

Seppur con qualche interesse nell’abilità di Simenon di usare il dibattito in aula per svelare tutta la trama, quello che interessa a noi è vedere come si muove Loursat. Che diminuisce il vino, che esce e scopre gli angoli della sua città mutati in tutti questi anni. Ma scopre anche una sua capacità di parlare con la gente, e soprattutto di ascoltare. Ricostruendo così tutta la struttura e le personalità dei componenti della banda di Nicole. Ed entrando meglio in sintonia con tanta gente. Con la governante che aveva retto la casa per quindici anni. Con Nicole verso cui sente di poter istaurare un dialogo. E con Emile cui non si oppone né al trasferimento a Parigi né alle nozze con Nicole.

Alla fine dei giochi, Loursat avrà vinto tutta una serie di piccole e grandi battaglie. Ma non rinuncerà a bere, magari diminuendo un po’ il tasso alcolico, tuttavia con un grande cambiamento, che Simenon cita senza enfasi, ma che illumina le scelte del personaggio. Ora beve al bistrot.

Troviamo molti motivi ricorrente nel percorso autodistruttivo di Loursat, che si interromperà solo per quell’imponderabile arrivo di un colpo di pistola. Nel momento in cui la sua famiglia va crescendo (tra non molto nascerà il primogenito Marc), è proprio sulla disgregazione familiare che mette l’accento (ritrovando ad esempio i toni espressi anni prima ne “La casa sul canale”. Loursat vorrebbe essere sé stesso, ma nell’isolamento va perdendosi e perdendo Nicole. Quando capisce che ci si definisce solo in un confronto ed in un rapporto con gli altri, con l’esterno (come potrebbe narrarci qualche fine sociologo), esce dal suo guscio. Non sarà diverso, sarà sempre l’ubriacone di 48 anni. Ma nel bistrot avrà la possibilità di esternarsi.

Noto di passaggio come Moulins sia comunque un luogo caro a Simenon, che vi aveva ambientato quasi dieci anni prima “L’affare Saint-Fiacre”. E noto anche come i traduttori italiani abbiano un po’ forzato il titolo, pur non stravolgendolo. Gli sconosciuti che vengono nella casa diventano intrusi. Che certo i giovani amici di Nicole non sono noti a Loursat, ma intrusi assume generalmente un connotato negativo, laddove sconosciuti era una terminologia simile ma più blanda.

Per chi non è un cinefilo spassionato ricordo che il MacGuffin è un espediente narrativo, ad esempio un oggetto o un evento, utilizzato al fine di fornire una motivazione alle azioni dei personaggi e allo svolgersi della trama che ha per i personaggi un'importanza fondamentale ma è in realtà privo di un reale significato per lo spettatore.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Moulins

Hector Loursat de Saint-Marc, avvocato in pensione, abbandonato dalla moglie. 48 anni

Nicole Loursat figlia di Hector Loursat, 20 anni.

Emile Manu, commesso della libreria Georges, 18 anni.

Gérard Rogissart, pubblico ministero, cugino di Loursat.

Circa quattro mesi

Epoca contemporanea alla scrittura, inizio degli anni ’40

 

Georges Simenon “La fattoria del coup de vague” Repubblica Simenon III 6 euro 9,90

[A: 13/11/2025 – I: 17/11/2025 – T: 18/11/2025] - &&&

[tit. or.: Le Coup-de-Vague; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1939]

Facciamo allora un triplo salto all’indietro nel tempo. Mentre ancora non abbiamo esaurito la seconda tornata dei romanzi di Simenon editi da Repubblica, comincia ad uscire la terza collana, dove in questa sesta uscita troviamo un testo antecedente ai precedenti. Per essere precisi, la scrittura di questa “ballata di spiaggia” avviene poco prima della saga della famiglia Krull. Quindi, come sappiamo, benché pubblicata in volume solo nel febbraio del ’39, il romanzo vede la luce come manoscritto nell’aprile del ’38. Tra l’altro, nei dintorni di Pasqua, la famiglia Simenon si era allontanata dalle spiagge di La Rochelle (anzi, per essere precisi, di Nieul-sur-Mer, dove aveva comprato casa), risalendo sull’entroterra sopra Bordeaux.

In effetti, trascorse del tempo (tra cui quello della scrittura) presso l’hotel Bonnet a Beynac, cittadina non particolarmente nota, ma che (e qui si moltiplicano i casi della vita) non è molto distante da Bergerac, da dove proviene il mio amato Cyrano. Altro elemento legato allo scritto, anche questo manoscritto fu venduto all’asta nel 1943, per raccogliere soldi a sostegno dei prigionieri di guerra, sempre per iniziativa di Simenon.

Rispetto ad altri “romanzi duri” lo trovo molto più cupo e senza speranza, cosa che alla fine rende poco empatica la lettura. Certo è che Simenon fa una fotografia della provincia francese come pochi altri nel suo tempo. Con i suoi soliti e facili tratti di scrittura, riesce a dipingere davanti ai nostri occhi questo lato del paese in cui vive, questa gente che sta davanti all’Oceano, da lui trae sostentamento, ma dal mare è a forze piegata e piagata. Il mare è già duro per chi va a pescare. Qui è ancor più duro per chi si occupa delle coltivazioni marine.

“Coup de Vague” è un lungo tratto di spiaggia nella zona periferica di La Rochelle. Lì, gli abitanti, oltre a dedicarsi ad un po’ di allevamento di mucche e pecore per nutrirsi, si occupano principalmente di raccogliere le ostriche che il mare fa crescere in varie modalità sulle sabbie prospicenti le varie fattorie. Dove i fattori delimitano le loro zone infilzando pali nella sabbia e andando alla loro coltura a rotazione. Poi, una volta fatto un certo quantitativo, vengono stipate in cassette, caricate sui mezzi a quattro ruote (diversi a seconda degli allevatori e delle quantità allevate) e portate al porto di La Rochelle per essere vendute.

Questa è la vita della famiglia Laclau, una delle più antiche della zona, guidata dalle due sorelle Hortense ed Emilie. La grossa parte di fatica è sostenuta dal ventottenne Jean, nipote delle sorelle in quanto, pare, figlio di Léon, morto in qualche situazione mai chiarita in Gabon. Così come morta di parto sembra essere la madre.

Jean è incasellato in una vita regolare, senza traumi ed anche abbastanza triste. Lavora le ostriche, le porta in città, poi gira, la sera dei fine settimana, per locali e posti di ritrovo. Dove è ben concupito dalla giovane fauna locale, essendo di bell’aspetto e di buona convivialità. Con le giovani si accompagna abbastanza liberamente, se non che è un po’ di tempo che sembra far coppia fissa con la giovane Marthe Sarlat, figlia di Justin, ex sindaco del luogo, e di Adelaide.

La famiglia Sarlat è abbastanza mal messa, che i soldi di Adelaide stanno finendo, Justin non lavora, passando il tempo tra gli sfaccendati del bar e pestando duro la moglie se non trova i soldi. Così che Marthe, già abbastanza gracile, si fa in quattro per la sua parte. Ovvio che si gratificata da Jean, ma anche lei sembra non pensare granché al futuro.

Tutto cambia, all’inizio del testo, quando Martha confessa a Jean di essere incinta. Lui, mai all’altezza delle situazione, facendosi sempre trascinare, ne parla con le zie che decidono, come sempre, di prendere il comando delle operazioni. C’è una specie di onda avvolgente dei personaggi in questo testo. All’inizio c’è Jean in prima fila, e vicino a lui Marthe. Ma quando le zie prendono la testa, loro pian pianino si sgonfiano. Marthe poi diventa solo l’ombra di una possibilità. Jean ha forse un sussulto, ma le zie saranno sempre loro a decidere e muovere i fili dei vari personaggi, anche quando sembra siano in difficoltà.

Hortense decide che Marthe deve abortire, e così sarà. Ma la ragazza è debole (o forse l’operazione non è ben riuscito) e l’inganno è scoperto. Soprattutto da Justin, che forse ha anche altre armi per ricattare le zie. Fatto sta che le costringe ad un matrimonio riparatore. Si tutto bene, ma Marthe non si ripiglia, e le zie fanno di tutto per isolarla, dalla famiglia, da Jean. Certo impongono cure, ma saranno efficaci? Jean è preso anche dai suoi problemi che, nelle more, Marthe gli confessa di sapere che non è figlio di Léon. Ma allora? Jean si arrovella e forse arriverà alla soluzione. Dove in tutto ciò non riesce, o forse neanche vuole, dare una mano a Marthe.

Approfittando di una sua missione all’estero, le zie convincono Marthe ad un’operazione che dovrebbe essere risolutiva dei suoi problemi ginecologici. Operazione che ovviamente non riesce e la ragazza muore. Jean al ritorno si inalbera, chiede spiegazioni, ma poi, preso nella ragnatela delle “megere”, si piega, torna alla vita di prima, dimenticando alla fine sia di essere vedovo sia di aver sposato una sfortunata ragazza. Continuerà a coltivare ostriche, portarle al porto e, nel fine settimana, andare ai balli con gli amici (e le amiche).

Simenon non fa nessuna concessione alla platea. Dipinge quel mondo di pescatori e di piccola gente senza nessun sentimento di pietà, senza mostrare nessuna possibilità di uscita. Così siamo nati e così viviamo, sembra dicono le zie, dove nulla deve venire a turbare il piccolo mondo che si sono costruite. A costo di fare del male, a costo di isolare e di isolarsi. Simenon ci mostra un insieme di esseri umani, secondo lui forse eponimi che, come animali, si costruiscono una tana (fisica e psicologica) dove nascondersi, dove resistere ai colpi dell’avvera fortuna.

Non mi ha convinto come altre prove, ma devo riconoscere che in un numero limitato di pagine l’autore è riuscito a costruire un mondo, anzi a farci vedere un mondo reale, con tutti i suoi difetti e senza nessun pregio.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Le Coup-de-Vague, frazione di Marsilly, La Rochelle.

Algeri

Jean Laclau. Lavora nella fattoria delle zie. Celibe. 28 anni

Hortense ed Emilie Laclau, sorelle di Léon Laclau morto in Gabon

Marthe Sarlat, amica e poi moglie di Jean

Justin Sarlat, padre di Marthe, ex sindaco del comune

Alcuni mesi

Epoca contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30

 

Georges Simenon “Malempin” Repubblica Simenon III 3 euro 9,90

[A: 23/10/2025 – I: 25/11/2025 – T: 26/11/2025] - &&& e ½

[tit. or.: Malempin; ling. or.: francese; pagine: 140; anno 1940]

Proseguendo le letture delle varie edizioni di Simenon, confesso che trovo qualche difficoltà che, le nuove uscite della terza serie spesso si collocano anteriormente a quelle della seconda. In questo modo, a volte, risulta difficile riprendere un discorso continuativo sull’evoluzione della scrittura del maestro belga.

In questo caso, siamo ancorati alla fine degli anni Trenta, quando stava costruendo o arredando la grande casa di Nieul-sur-Mer. Eppur tuttavia, sebbene la pubblicazione dell’originale avverrà solo nell’aprile del ’40, questo nuovo testo matura a cavallo tra il ’38 ed il ’39. Non solo, visto che Simenon decide di passare qualche tempo in Alsazia, in realtà questo romanzo sarà l’unico in quel tempo ad essere scritto lontano dal mare. Verrà infatti redatto nel castello di Scharrachbergheim in Alsazia, terminando la scrittura nel marzo del ’39, incastrato tra due avvenimenti familiari.

Perché ad inizio anno muore a Liegi, Jean Mathieu Henri Schrooten, marito della zia materna di Simenon. Mentre il 19 aprile, quindi meno di un mese dal termine della stesura del romanzo, nasce a Bruxelles Marc Jean Chrétien Simenon, il primo figlio di Georges. E non è un caso che molti testi scritti in questo periodo affrontano tematiche familiari (tanto per ricordarne alcuni citerei “Gli intrusi” e “Il borgomastro di Furnes”).

Assistiamo quindi all’odissea in una stanza del medico parigino Édouard Malempin, sposato con Jeanne (per convenienza non per amore) con la quale ha due figli: Jean di 11 anni che appare all’inizio ma non ha un gran peso nella storia, e Jérôme di 8 anni. È lui, chiamato familiarmente Bilot, a dare il via proustianamente ai pensieri di Malempin, quando, colpito da una difterite maligna, deve restare a letto e sottoporsi a cure abbastanza sfibranti. Così che il padre dottore lo veglia, e nella veglia, comincia a ripensare a tutta la sua vita, spinto dalla domanda inconscia: Bilot, da grande se sopravviverà, avrà di me lo stesso ricordo che io ho di mio padre Arthur (che non ho mai amato?).

Comincia così il flusso di coscienza di Malempin, che ogni tanto torna al presente, ed al figlio malato, alle cure, al siero, ai piccoli deliri, fino allo scioglimento della malattia, ed all’ultima scena del ritorno del medico in ospedale per dedicarsi alle scartoffie ed ai malati.

Ma non è il presente che interessa a Simenon di mostrarci, quanto tutto il percorso vitale di Édouard e della famiglia Malempin. Perché da un lato abbiamo Arthur Malempin, il padre, agricoltore nella campagna della Charente Marittima, sempre a corto di soldi, e Françoise Tesson, la madre, che cura la casa con piglio da grande signora, come era la sua famiglia prima che il padre notaio, in seguito ad operazioni sballate, ha perso tutto. Coinvolgendo nella caduta, ma non economicamente, il fratello avvocato, indicato sempre con il solo cognome, Tesson.

Zio di una certa età, che sposa, con grande scandalo, la giovane Élise, coetanea di Françoise. Le due famiglie non si amano, ma Arthur non può che chiedere soldi a Tesson (che appunto diventa una sorta di usuraio della zona). Così che periodicamente, i Malempin si recano in visita ai Tesson, per regolare le loro questioni economiche.

Fatto sta che Tesson, all’improvviso, scompare dopo una visita non prevista ai Malempin. Édouard ha visto molto, e sentito anche la madre mentire. Ma lui è un giovane di undici anni, magari bravo nello studio, ma poco altro. L’improvvisa solitudine di Élise sarà riempita dal giovane, che si avvia agli studi nella cittadina più grande, mentre il fratello minore Guillaume rimane a casa, e di questo non perdonerà mai il maggiore.

Édouard vuole bene (ricambiato) a zia Élise, che prepara una borsa di studio per i suoi studi, affidandola al preside della scuola, che sa che altrimenti i Malempin si mangerebbero tutto. Questo anche perché poco dopo ed in circostanze poco simpatiche, muoiono prima Élise e poi anche il padre Arthur. Ma Édouard, protetto dallo scudo della zia, proseguirà gli studi, laureandosi in medicina, sposando Jeanne per convenienza (è bene che un medico sia sposato) e volendo molto bene, seppur freddamente, ai suoi due figli.

La bellezza della scrittura sta nella capacità di Simenon di riprodurre questo flusso della memoria di Malempin. Che si ricorda, poi si confonde, mescola i giorni, si domanda se la madre abbia avuto un ruolo nella morte dello zio, è attratto dalla giovane zia, tanto che a lei penserà quando farà l’amore con la moglie. La scrittura salta, si ferma, riprende, passa dall’oggi al passato, senza soluzione di continuità. Ma riesce, in ogni caso, a farci entrare in tutte le dispute familiari. In quelle di un tempo come nel rapporto attuale con il fratello (sempre a caccia di soldi) o con la madre (che secondo lui ha sempre avuto preferenze per Guillaume).

Ci sono poi due aspetti che mi hanno incuriosito, legati a due volti diversi della medicina. Una si rivolge, pur non esplicitamente, alla psicanalisi che sta entrando nel quotidiano della vita di molti, laddove Malempin si interroga sul modo in cui le esperienze familiari incidano sul bambino che era e su come questi vissuti trasformino il bambino in adulto. L’altro, invece, è più intrinsecamente medico, per il fatto che di molta medicina si parla (ovviamente la difterite di Bilot, ma anche l’impetigine di Édouard da piccolo). Come non farsi venire in mente allora che Maigret, prima di entrare in polizia, voleva farsi medico. O come uno dei pochi frequentatori di rue Richard Lenoir era proprio un medico.

Un romanzo duro dove c’è una sparizione, ma poco interessa saperne, se non per quanto abbia inciso sulla vita dei protagonisti. Un buon romanzo alfine.

 

Dove

Protagonisti

Altri interpreti

Durata

Tempo

Paris. Alcuni riferimenti ad Arcey e a Saint-Jean-d’Angély (Charente-Maritime)

Édouard Malempin. Medico in un ospedale parigino. Sposato con due figli

Jérôme, detto Bilot, 8 anni, secondo figlio di Malempin

Jean, 11 anni, primo figlio di Malempin

Jeanne, la sua sposa

Arthur Malempin, suo padre, agricoltore ad Arcey

Françoise, sua madre (32 anni nei ricordi di Edouard)

Guillaume, il fratello minore

Tesson, zio di Françoise Malempin, ex avvocato

Élise, moglie di Tesson, 32 anni

Dieci giorni

Epoca contemporanea alla scrittura, fine degli anni ’30

 

Georges Simenon “La cattiva stella e altri racconti” Repubblica Simenon III 7 euro 9,90

[A: 20/11/2025 – I: 27/12/2025 – T: 29/12/2025] - &&

[tit. or.: vedi i titoli; ling. or.: francese; pagine: 174; anno 1938-1991]

In genere, nelle collane di Repubblica dedicate a Simenon, c’è un certo ordine ed una logica. Cosa che si è mantenuta anche per i primi sei titoli di questa terza serie di uscite. Da qui, la collana ha prodotto prima una serie di miniantologie, a volte sulla scia di raccolte originali, a volta rielaborando uscite sull’onda delle pubblicazioni di Adelphi. Inoltre, dal 15 gennaio 2026, per gli ultimi numeri della collana, vengono riproposte edizioni già comprese in precedenze nelle prime due collane pubblicate. Già questo mi sembra un comportamento da stigmatizzare.

Venendo a questa raccolta, il secondo punto dolente è che, seppur con una certa sua logica, in realtà pubblica due linee di racconti. Una parte uscita in volume nel 1938, un racconto isolato nel 1990 ed altri testi nel 1991. Il tutto raccordato da una introduzione che cerca di spiegare e dare una sorta di omogeneità a tutta la raccolta. Sembrerebbe un piccolo testo edito in maniera isolata nel 1936 con il titolo “Notes en marge d’un tour du monde, ou le doux raté de France” (in italiano “Note a margine di un giro del mondo, o i placidi falliti di Francia”), e poi utilizzato come introduzione alla raccolta “La cattiva stella” (tit. or. “La mauvaise étoile”) pubblicata nel 1938 e che raccoglie i primi undici racconti di questa raccolta.

Ed in realtà, è questa introduzione che fornisce un senso compiuto alla raccolta, unendo questi primi undici testi, con un testo doppio uscito in volume solo 1990 e con altri quattro pubblicati, sempre insieme ad altri racconti, nel 1991. Perché l’idea di questi “racconti di viaggio” è per l’autore fare un piccolo viaggio intorno agli spunti raccolti durante il lungo giro del mondo che intraprese nella metà degli anni Trenta insieme alla moglie Tigy. Un materiale che fornirà la base per almeno sei romanzi ed una ventina di racconti. Qui vengono condensati questi racconti “della disperazione”, campionario umano di uomini alla deriva, rassegna di sconfitti senza speranza, inutilmente in lotta in ambienti che rimarranno per sempre estranei alla loro essenza.

Per chi ne avesse scordato i contorni, Simenon effettuò un giro del mondo in 155 giorni, dal 12 dicembre 1934 al 15 maggio 1935, finanziato da “Paris-Soir” e “Marianne”, su cui, al ritorno, pubblicò molti articoli. Partendo da Le Havre sul “La Fayette”, arriva a New York e da lì attraversa il Canale di Panama, sosta in Colombia a Buenaventura ed in Ecuador a Guayaquil. Si ferma alle Galapagos per seguire un misterioso dramma. Quindi attraversa il Pacifico sino a Papeete a bordo di una nave cargo mista francese. Si ferma circa due mesi a Tahiti, poi prosegue per Sydney, passando per le Isole Cook e la Nuova Zelanda, a bordo della nave statunitense Makura. Dopo una breve permanenza in Australia, imbarco per l'Europa a bordo del transatlantico britannico Mooltan, passando per il Mar di Timor, l'Oceano Indiano (scali a Ceylon e Bombay), il Mar Rosso e il Canale di Suez (ultime soste ad Alessandria e Malta).

Al ritorno, si ritira nel castello “La Cour Dieu” a Ingrannes nel Loiret, non molto distante da Orleans, dove mette ordine alle sue note, e comincia a pubblicare i vari testi che man mano elabora sulle riviste che gli avevano pagato il viaggio. L’idea di fondo, ripresa dall’introduzione sopracitata, è che molta gente parte alla ricerca di avventura (e perché no, di fortuna). Ma l’esotismo si rivela un’arma a doppio taglio, e quando i falliti soccombono, c’è chi rimane stritolato nei luoghi lontani e chi, più fortunato, ritorna. E Simenon ce li descrive questi “ritornanti” seduti nei caffè marsigliesi, a perdere tempo nell’attesa di un oblio sempre più prossimo.

I primi undici racconti vengono pubblicati dal 12 al 25 giugno 1935 su “Paris-Soir”; uno al giorno, esclusa la domenica. Verranno poi raccolti in volume da Gallimard nel 1938 con il titolo collettivo “La cattiva stella”, come scritto sopra. Tutti ambientati in luoghi esotici.

Si comincia con “L’uomo in frac del giardino pubblico e l’ex galeotto che vende torroni” (L’Homme en habit dans son square et le Bagnard aux nougats). Siamo in Sudamerica, un esimio direttore di una scuola di Agricoltura gira sempre ben vestito. Un’india, con cui vive, gli fa provare una droga locale, il chamico (che poi sarebbe lo stramonio) e lui si perde. Ora controlla i galeotti che puliscono la piazza, sempre indossando un frac.

“L’uomo che combatteva con i topi o la storia più banale del mondo” - Celui qui se battait avec les rats ou la plus banale des histoires Qui abbiamo un giovane che si ritrova a dirigere uno scavo in una miniera d’oro, lontano da tutto e da tutti. Nessuno gli manda niente (medicine, mezzi di scavo) e lui si trova a combattere ogni notte con l’assalto dei topi. Muore per un colpo di fucile: omicidio o suicidio?

“Popaul e il cuoco o la testa rimasta a bagno troppo a lungo” - Popaul et son cuisinier ou La Tête qui a trop trempé Qui in Africa, il buon Popaul ha una concessione per un bosco che produce molto legname. Agiato, torna in patria a fare il gaudente (lo scherzo descritto da Simenon è mirabile). Perde tutto, torna al legname, ma ora i prezzi calano e lui teme che qualcuno (il cuoco?) lo voglia morto. Lo uccide per farlo confessare e sarà condannato. Cinque anni di galera (tanto era un nero).

“Turisti da banane o gli Adami di Chicago e le Eve di Manchester e Oslo nei nuovi paradisi terrestri” - Touristes de bananes ou Les Adams de Chicago et les Èves de Manchester et d’Oslo dans les nouveaux paradis terrestres il termine del titolo lo ha poi riusato in un romanzo di cui ho parlato. Simenon narra varie piccole storie, per finire con il visconte decaduto, ora in un’isola sperduta oceanica, con le donne con cui fa figli, e con la sedia cui si pone per guardare il mare, aspettando.

“Le gioie della pampa o l’uomo imprigionato tra due stazioni” - Les Joies de la pampa ou L’Homme qui est prisonnier entre deux gares Ad un fuggitivo scoperto viene offerto un rimpatrio forzato. Lui preferisce fuggire nella pampa argentina, trovandosi bloccato tra due stazioni ferroviarie dove ci sarebbero le forze dell’ordine a fermarlo. Si macera e perde la sua esistenza in quella distesa, ignorando che i gendarmi lo avrebbero solo espulso.

“L’avventura del gentiluomo inglese e della donna che mostrava il sedere dall’alto di una palma” - L’Aventure du gentleman anglais et de la femme qui montrait son derrière du haut d’un cocotier Nei territori della Nuova Caledonia, Bill e Bob gestiscono una piantagione. Bill vive con una locale, che maltratta e poi manda via. Lei, come vendetta, sale su una palma davanti a Bob, senza mutande (un modo locale di offrire il proprio corpo). Morirà strangolata: da Bill o da Bob?

“Il mio amico alverniate e il lituano solitario che non era mai sazio” - Mon ami l’Auvergnat et le Lithuanien solitaire qui n’avait jamais assez mangé Un agricoltore dell’Alvernia vive su di un’isola del Pacifico con la moglie gestendo un palmeto. Un giorno arriva su di una barca un lituano di poche parole, che non smette mai di mangiare. Il lituano vuole arrivare in America, cosa che farà in diciassette giorni, ma una volta a San Francisco, verrà recluso, non avendo documenti.

“Il giovane ingegnere e il boy campanello” - Le Polytechnicien et le Boy à sonnette Il giovane ingegnere Joly dovrebbe dirigere i lavori della costruzione di una ferrovia. Ma prima subirà un pesante scherzo dai suoi compaesani nell’unica città vicina. Isolato nella boscaglia non ha alcun mezzo per far progredire i lavori (un elemento ricorrente di questi racconti). Per vendicarsi dello scherzo, prende compagni, operai e tutti i locali, li chiude dentro il treno e si dirige verso la costa. Medita vendetta, ma sarà fermato e rimpatriato in una camicia di forza.

“L’avventuriero sindacalizzato” - L’Aventurier syndiqué Un francese che voleva fare il cow-boy in Nuova Zelanda, si ritrova a guidare trattori sotto la pioggia, e mangiare e bere a orario perché sul posto tutti obbediscono al sindacato. Lui si adegua per non tornare in patria.

“L’uomo che si rifiutò di fare il giudice” - Celui qui a refusé de devenir juge Cholet, ricercato in patria, si rifugia a Tahiti, dove, grazie alle sue buone maniere, si introduce nei circoli esclusivi. Quando si rifiuta di assumere il ruolo di giudice viene riconosciuto. Fugge e si ritroverà a Ceylon a fare la guida ai turisti (e a sniffare coca).

“I cani delle isole Marchesi e l’esattore delle tasse nella foresta vergine” - Les Chiens des Marquises et le Percepteur de la forêt vierge Un apologo tristissimo: nelle isole Marchesi viene introdotta una tassa per chi possiede cani. Non volendola pagare, i locali li mangiano tutti.

Il testo successivo, pur scritto appena tornato in Francia nel 1935 (anzi, scritti, dato che è l’unione un po’ tirata per aria, di due testi), verrà pubblicato solo nel 1990, insieme ad altri, nella raccolta “Nouvelles inattendues” (non edita in Italia, a quanto mi risulta). Si tratta di “Il comandante Philips e i maialini. Seguito dalla storia dei due canachi e di una bella ragazza che voleva vedere Tahiti la Grande” - Le Capitaine Philips et les Petits Cochons … suivi de L’histoire de deux Canaques et d’une belle fille qui voulaient voir Tahiti la Grande In questa doppia storia esotica, prima abbiamo l’avventuriero Philips che convince gli abitanti di un atollo polinesiano che stanno subendo un’epidemia da carne di maiale. E con uno stratagemma, ruba tutti i maiali e scappa. Lo troveremo dieci anni dopo a Sydney a vendere giornali. Senza motivi apparenti, abbiamo poi tre giovani polinesiani che rubano un battello per andare a Tahiti. Anche se lo restituiscono, verranno arrestati e gettati in prigione.

Infine, l’ultimo gruppo di testi, pur usciti singolarmente come sottoindicato, rimangono non pubblicati in volume fino al 1991, quando, insieme ad altri testi, escono nella raccolta “Nouvelles introuvables”. Mentre i primi sono classificabili come reportages di viaggio, questi sono considerati invece vere e proprie novelle.

“L’arancio delle isole Marchesi” - L’Oranger des îles Marquises viene pubblicato sulla rivista “Marianne” il 5 febbraio 1936. Qui abbiamo il missionario padre Ploué, da più di vent’anni su di un’isola del titolo. Si è adattato alle usanze locali, avendo come unico sollievo le spremute di un arancio che è riuscito a far crescere. Quando il vescovo, per la prima volta, viene in visita, il padre prepara tutto, ma deve assentarsi per un’estrema unzione. Al suo ritorno, il vescovo è andato, ma prima ha fatto abbattere l’arancio poiché un ramo, durante una tempesta, sbatteva sul tetto impedendogli di dormire.

“L’uomo che sparava ai topi” - L’homme qui mitraillait les rats viene invece pubblicato sulla rivista “Match” il 13 ottobre 1938. Niente di nuovo, essendo una rielaborazione del testo breve dal titolo simile. Uguale svolgimento, solo con qualche approfondimento in più, ma con poca verve.

“La testa di Joseph” - La Tête de Joseph esce sulla rivista “Gringoire” il 26 ottobre 1939. Qui assistiamo ad una truffa. Siamo ai tropici, dove i Jivaro, indigeni della foresta, disidratano le teste dei nemici. Tre mariuoli si industriano per far credere a tre croceristi di passaggio della veridicità della testa che offrono loro (la mitica testa di Joseph). La vendono per 400 dollari. Alla partenza dei tre, discutono come dividere i soldi e come impostare la truffa con la prossima nave.

“Little Samuel a Tahiti” - Little Samuel à Tahiti esce anche questo sulla rivista “Gringoire” il mese dopo, il 23 novembre 1939. La storia di Little Samuel che, fatta una fortuna, per emulazione, si compra uno yacht, va verso Tahiti, ma quello che lo interessa è solo bere, mangiare e giocare a carte. Arrivato non vuole neanche scendere, ma incuriosito dalla pesca indigena, si accosta con il tender, scivola sui coralli, si infetta e muore. Tutto il racconto è poi sulle difficoltà di smaltire lo yacht e la salma di Little Samuel, che nessuno vuole.

Come vedete, tutte storie di sconfitte, che Simenon tratteggia con efficacia, ma questa dimensione non è la sua. O meglio, ha senso se ne leggiamo sui giornali, come avvenne all’epoca della prima pubblicazione. La raccolta in volume (a prescindere da quanto detto sulla disomogeneità delle scelte editoriali) non porta molto. Non ci sono storie che prendono, ci sono le sconfitte, cui assistiamo un po’ distanti. Se la scrittura rimane quella, l’evidenza è solo di scritti redatti con la mano sinistra per compiacere chi gli ha pagato il viaggio.

Speriamo che le prossime raccolte (che saranno molteplici durante gli anni di guerra) riescano a risollevare il nostro benamato scrittore.

Essendo la prima vera trama del mese, ci mettiamo anche l’elenco delle letture del mese di ottobre. Un mese di molte letture, dove ho cominciato a leggere i libri lasciati da zia, dove spiccano il vecchio ma attualissimo libro di Tabucchi e un viaggio nel modo di vivere il quotidiano in Israele di Manuela Dviri. Non posso però neanche dimenticare che il mese è iniziato con la bella lettura del libro del mio amico Pier Vittorio. Non tutte le letture sono andate a buon fine, tanto che abbiamo anche due pessimi libri, il juvenile di Ferrandino ed un senile di Monetfoschi.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Pier Vittorio Buffa

Il pane non può aspettare

Neri Pozza

20

3,5

2

Giuseppe Ferrandino

Lidia e i Turchi

Mondadori

s.p.

1

3

Antonio Tabucchi

Notturno indiano

Sellerio

s.p.

4

4

Domingo Villar

Occhi d’acqua

Repubblica Profondo Noir

8,90

3

5

Georges Simenon

Gli intrusi

Repubblica

9,90

3,5

6

Erri De Luca & Ines de la Fressange

L’età sperimentale

Feltrinelli

17

3

7

Antonio Tabucchi

Il filo dell'orizzonte

Feltrinelli

s.p.

3

8

Nora Ephron

Il collo mi fa impazzire

Feltrinelli

s.p.

2

9

Massimo Carlotto

A esequie avvenute

Einaudi

18

3

10

Isabel Allende

Il mio paese inventato

Repubblica

9,90

2

11

Giulio Somazzi

La mia personale idea d’inferno

Accento

18

2,5

12

Dacia Maraini

La vacanza

Lerici

s.p.

3

13

Manuela Dviri

Vita nella terra di latte e miele

Ponte alle Grazie

s.p.

4

14

Gaetano Savatteri

I colpevoli sono matti

Sellerio

15

3

15

Giorgio Montefoschi

L’idea di perderti

Mondolibri

s.p.

1

16

Antonio Tabucchi

Il tempo invecchia in fretta

Feltrinelli

s.p.

3

17

Antonia Arslan

Il rumore delle perle di legno

Rizzoli

s.p.

2

18

Daniel Speck

Volevamo andare lontano

Corriere – Saghe

7,90

2

19

Michel Bussi

Les assassins de l’aube

Pocket

s.p.

3,5

Questa settimana vi ho stressato un po’ con tutte le saghe di Simenon, per cui la trama finisce qui. Anche senza nessun buon proposito per il nuovo anno. Che, essendo iniziato peggio della fine dei precedenti speriamo solo che si riesca a finirlo. Intanto, grazie al buon Paperino d’Oltreoceano, dopo l’Est Europa ed il Medioriente, dobbiamo cancellare per un po’ anche il Sudamerica dalle mete viaggiose. Come direbbe Troisi, “non ci resta che piangere”.

Quindi, pur con la speranza in cuor (come gli anarchici di Lugano) vi saluto con tanti abbracci.