domenica 11 gennaio 2026

Tramare per la zia - 11 gennaio 2026

Una settimana praticamente dedicata a libri entrati a titolo gratuito nella mia biblioteca. La maggior parte direttamente dalla casa di zia Serenella, cui con affetto dedico questa trama di memoria. Anche se, e non sarà la sola trama prossima ventura, non mi hanno soddisfatto in toto. Ben scritti, quasi tutte italiane, ma tutte un poco sotto la sufficienza piena (o lì sul bordo).

Sia le autrici di pura vena comica come Veronica Pivetti (qui però in un testo più serio) o Luciana Littizzetto. Si autrici di piglio generale e non molto note come scrittrici come Csaba dalla Zorza o Caroline Vermalle. Sia infine autrici note ed acclamate per altri titoli, ma qui in una antologia che mi ha lasciato freddino, come Almudena Grandes.

Csaba dalla Zorza “La governante” Marsilio s.p. (prestito di Alessandra)

A: 21/09/2025 – I: 22/09/2025 – T: 23/09/2025] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 245; anno: 2025]

Csaba dalla Zorza è un personaggio che ha ben costruito la propria immagine, senza mai troppo eccedere, ma trovando spazi per esprimere i propri interessi. Comincia a vent’anni frequentando le edizioni Mondadori, poi si interessa di cucina, fino a prendere a trent’anni il diploma di Cordon Bleu a Parigi. Quindi comincia a scrivere di cucina, ed a presentare le sue ricette nei circuiti televisivi di secondo piano prima, e poi a Sky e Discovery. Infine, si inventa un ruolo di “maestra della tavola”, fornendo consigli e partecipando a trasmissioni come esperta di lifestyle.

Come avete capito, non è che sia il massimo delle mie simpatie, che culminano con il “mistero” del suo nome. In molte interviste, la nostra sostiene che il padre aspettavo un figlio maschio e volendo dargli il nome Csaba, finendo per “a” lo diede alla figlia. E questo perché sarebbe stato un sostenitore sfegatato di un omonimo ciclista ungherese. Peccato che l’unico ciclista di nome Csaba sia nato sette anni dopo la nostra. Rimane allora l’unica altra seria possibilità, che il nome derivi dal Principe Csaba, grande e leggendario condottiero magiaro, forse figlio di Attila.

Lasciando ora da parte i contorni esterni al testo, veniamo al libro in sé, alla sua scrittura, ai suoi contenuti. Un libro formalmente corretto, scritto in punta di penna senza sbavature, ma proprio per questo, quasi senz’anima. Si parla di ambienti glamour, quelli che la scrittrice frequenta e nei quali si inventa delle esistenze. I personaggi però non acquistano mai spessore, e, nonostante tutti gli sforzi, non risultano particolarmente simpatici o empatici.

Si narra la storia della persona del titolo, riportata in prima persona da una persona che partecipa anche alle vicende narrate, magari cercando di farci cadere in qualche tranello verbale, cosa che dura lo spazio di venti pagine. Si parla della madre, donna di casa e di lavoro, della sua vita, dei suoi successi e dei suoi dolori, di chi narra e della sorella Ginevra, nonché, ultimo e poco importante (almeno nel presente) del padre.

Csaba vuole mischiare le carte, quasi nascondendo dove la madre voglia andare a parare con i discorsi che fa alla famiglia nel suo sessantesimo compleanno. Ma il titolo e le prime pagine ci hanno già detto tutto. Quello che ci aspettiamo nelle altre 220 pagine è di capirne i motivi, di seguirne la ratio. Io, mi aspettavo anche di vederla all’opera, e non solo narrarne verbalmente le possibilità.

Intanto, bisognerebbe entrare nelle pieghe familiari, dove, tralasciando chi parla (che non mi ha mai coinvolto), vediamo Ginevra e le sue turbe, la decisione di abortire diciassettenne (con la madre che confessa un’analoga decisione giovanile), nonché un presente gravitando su Londra, su gallerie d’arte ed altri elementi alla moda. Vediamo il padre che ha forse visto un briciolo di carattere quando aveva quindici anni, ma che lo ha perso, fagocitato da una professione che non lo ha mai coinvolto e una famiglia dove le decisioni erano subite. Tanto che si ritrova ad essere un adultero seriale. Cosa che la madre subisce per anni per amor di famiglia, e che ora torna a galla, i figli autonomi, e lei verso una vera autonomia.

Una madre che, scopriamo verso la fine, non proveniva da grandi famiglie, ma si è costruita un po’, frequentando ambienti “giusti” ed avendo un buon gusto di fondo (qualcosa di autobiografico?). scopriamo alcune frequentazioni interessanti in gioventù, poi l’illusione che il marito potesse avere un ruolo positivo e non solo di “divertimento”. E quando si allarga la famiglia, interpreta alla grande il ruolo di mamma in carriera. Si occupa di tutte le incombenze della casa, e con una giovane sodale fonda una rivista di “lifestyle”.

Nelle parole del suo discorso di compleanno tirerà fuori tutto questo: il dolore del tradimento del marito, la decisione di rimanere nella famiglia, avendo lei stessa subito traumi simili, l’impegno a tenere in piedi la casa, e nel migliore dei modi (si mangia sempre a tavola apparecchiata, si va in vacanza nei posti giusti, si prende la tazza di thè con la destra, si usano valige con le rotelle in treno, ed altre amenità che Csaba scrive in molti libri suoi o da lei prodotti). Ma anche di portare avanti la rivista, anche questa nel migliore dei modi possibili.

Ora la madre se ne va, e per qualche decina di anni farà la governante nel sud della Francia.

Come detto, un libro formalmente corretto, tutto giocato tra il desiderio di essere e la necessità di apparire (e questo non solo per la madre, ma anche per i figli ed i padre). La storia di una donna che ricopre alla perfezione tutti i suoi ruoli canonici: madre, moglie e donna in carriera. E mentre leggiamo, si toccano, con toni da salotto, molti argomenti anche duri: l’emancipazione sociale, l’identità di genere, il ruolo della donna nella società. Con un unico messaggio finale (consolatorio ma non facile): accetta di essere come sei. Ma nel mondo patinato di Csaba e delle sue creature, tutto è agevolato. Anche le decisioni dure e difficili diventano motivo di chiacchiere da salotto.

Un voto poco sotto la sufficienza per una scrittura corretto ed un’idea di trama che prometteva, senza mantenere. Poi qualche svarione come quello citato sotto. Si può non leggerlo.

“Cinquantasette è uno dei suoi numeri preferiti. … La mamma l’ossessione della numerologia ce l’ha da sempre … Cinquantasette è dispari e affianca cinque e sette, i suoi numeri prediletti … 57 … un numero con quattro divisori tutti perfetti: 1, 3, 19, 57.” (137) [qualche bella frase, ed un macroscopico “errore”: non esiste in matematica il concetto di divisore perfetto, ma solo di numero perfetto, composto dalla somma dei suoi divisori, che, al di sotto di 100, sono solo due, 6 e 28. Comunque non potevo esimermi dal commento visto che sono nato a maggio (5) e proprio il 7!]

Veronica Pivetti “Rosa” Rai Libri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 18/11/2025 – T: 20/11/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 198; anno: 2023]

Fin dalle sue prime uscite come attrice, Veronica mi ha smosso un sentimento di simpatia, per quell’aria un po’ svagata che metteva in tutte le sue manifestazioni, teatrali, cinematografiche o televisive. Soprattutto, c’era il contraltare del fastidio perenne che mi incuteva (ed incute) la sorella Irene, con tutto lo strascico politico e giudiziario che porta con sé.

Non avevo, tuttavia, mai esplorato il lato autorale della nostra, ed è quindi con piacere che, approfittando del lascito ereditario di zia Serenella, che mi sono accinto alla lettura di uno suo testo. Di cui forse mi aspettavo un andamento più ironico, magari alla Littizzetto. Speranza disattesa, ma non con dispiacere, che in effetti Luciana e Veronica hanno due be diversi timbri espressivi. Quindi, pur non mancando di ironia e spunti (quasi) comici, la Pivetti ci consegna un testo garbato, non sempre riuscito, ma giustamente polemico e politico.

Siamo nel mondo della sanità, anzi in un ben preciso punto di questo mondo: quello legato alla cura degli anziani ed alle operatici sociosanitarie che li accudiscono (metto al femminile che nel testo c’è un solo uomo nelle OSS che si muovono tra le pagine del testo). Siamo nella “Villa Pace e Bene”, ricovero per anziani diretto dall’ultraottantenne Celestina Guarino e coordinato dall’astiosa Simonetta Spinelli. Dove, pur seguendo una direttrice di narrazione lineare, la scrittrice, quando serve, divaga per approfondire questo o quel personaggio.

Così alla fine, riassumendo, abbiamo l’anziana Celestina, ben presto da giovane rimasta orfana, accudita da una zia intransigente, da cui ben presto scappa, per costruirsi la propria vita. Ne seguiamo brandelli sparsi per le pieghe del mondo, fino al suo ritorno a Milano, stanca e squattrinata, con un forte debito morale con una famiglia peruviana che le ha in qualche modo salvato la vita. Qui scopre che la zia, morendo, l’ha nominata erede universale, con un buon patrimonio, una villa e tanti pensieri per rimettere in sesto la propria vita. Cosa che fa, trasformando la villa in una RSA, ed accogliendo come infermiere molte donne non italiane.

Purtroppo, per qualche non chiaro intreccio di vita, deve accettare anche la nomina a coordinatrice del personale dell’antipatica e vendicativa Spinelli. Che si fregia del titolo di dottoressa, pur non essendo laureata. Ma che soprattutto tartassa il personale, sia verbalmente sia attraverso turni massacranti e controlli a sorpresa, anche nei momenti di riposo.

Sul versante OSS seguiamo la storia della protagonista, Rosa Cruzado, che, dopo averci narrato la sua triste storia verso possibili riscatti lontano dalla patria peruviana, per rendere leggermente più cospicuo l’introito mensile, decide di fondare una cooperativa per prendersi carico di malati non autosufficienti presso il loro domicilio. Da buona peruviana, Rosa dona alla cooperativa il nome di “Ayllu”, antico termine inca spesso indicato con la traduzione di “famiglia”, ma che in realtà aveva un senso più esteso, indicando un gruppo familiare (quindi anche l’unione di più famiglie) che viveva e lavorava collettivamente, con sostegno reciproco. Come appunto le OSS di Ayllu.

La quasi totalità era comunque impiegata in Villa, come la comandante in seconda, Guadalupe detta Lupe, che si occupava delle telefonate e della gestione, in prima battuta delle risorse, laddove Rosa interveniva nei casi più complicati. Poi c’erano le altre (Dorina, Polina, Denisa, Samira, almeno questi i nomi che ricordo), e di tutte veniamo a sapere le mansioni attuali e parte delle storie personali. Diciamo tutte storie molto tipiche, di persone che fuggono dalla loro terre per motivi diversi (la guerra per le Ucraine, i falò delle vedove per le indiane, ed altre provenienze, che vi invito a leggere).

Ovviamente Ayllu era ignota alla Spinelli e nota (ma non ufficialmente) alla Guarino. Ad un certo punto, come ci si aspetta però, tutto viene allo scoperto: la cooperativa, i soprusi della Spinelli, le azioni delle OSS, i pensieri della Guarino (questi sì tesi solo al benessere della Villa). Ci sono situazioni dolorose di anziani, sia tra i ricoverati che tra i domiciliari. Ci sono momenti difficili, che mettono in pericolo Ayllu. Ed altri che mettono alla corde la Spinelli. Alla fine, però, un evento pur luttuoso, mette tutto all’interno dei giusti binari, consegnando a Rosa una difficile seppur giusta eredità lavorativa e personale.

Come detto, la scrittura di Veronica è distesa e non pungente come i suoi personaggi (come scordarsi la professoressa Baudino?), ma affronta con delicatezza sia il problema di immigrati che vengono in Italia in modo corretto e spesso sono costretti a mansioni molto al di sotto dei titoli di studio ottenuti in patria (vedi Polina, laureata in Chirurgia, ed ora “solo” infermiera) sia quello degli anziani (in tutte e due le accezioni: quelli sufficienti ma bisognosi di aiuti e quelli non autosufficienti per problemi dalla vecchiaia normale, al Parkinson, all’Alzheimer e via discorrendo).

Quindi lettura senza troppi voli né in alto né in basso, di cui cito solo un passaggio che a me è risultato al solito caro. Una delle anziane, accudite da Rosa, la sera, prima di addormentarsi, si fa leggere alcune pagine dei libri di Simenon. Non aggiungo altro.

Caroline Vermalle “Due biglietti per la felicità” Feltrinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 24/12/2025 – T: 25/12/2025] - && 

[tit. or.: Die Nostalgie des Glücks; ling. or.: tedesco; pagine: 221; anno 2014]

Prima di entrare nel merito di un libro di puro relax, bisogna spendere due parole sul contorno del testo e della scrittrice. Seppur c’è qualcosa in rete che ci dice Caroline Vermalle essere nata in Picardia e vivente ora nella Vandea francese, c’è un dubbio che assale il vostro tramatore. Perché il titolo riportato come originale è “Die Nostalgie des Glücks” [“La nostalgia della felicità”] che si vede bene essere tedesco, così come la traduttrice, Monica Pesetti, specializzata, appunto, in traduzioni dalla lingua germanica.

Ci viene allora il dubbio che Caroline sia un emula di Nicolas Barreau, autore che pensavo francese, e che invece nasconde, sotto uno pseudonimo transalpino, un pur scrittore tedesco. Anche perché in Francia molti sono affascinati da queste storie d’amore sdolcinate. E se le vedono scritte da un autore o da un’autrice tedesca non hanno il successo che poi incontrano. Ed ovviamente, in modo analogo, per il mercato italiano.

Quindi, fatta salva questa considerazione, di cui non arriviamo alla decodifica completa, possiamo passare al testo.

Come si può immaginare dal titolo e dal contesto, siamo di fronte ad una storia d’amore, che si svolge in un paese balneare della costa atlantica francese. Un paese d’estate spesso preso d’assalto da turisti desiderosi di sole e di mare, che, ovviamente, rimane triste e desolato nei più o meno freddi tempi invernali (con le dovute cautele, un pensiero al “nostro” Tortoreto Lido).

Qui si intrecciano varie storie. C’è il cinema “Le Paradis” (secondo una strana intervista a Caroline un tributo a “Les Enfants du Paradis”, un capolavoro del cinema francese, dove ricordo ai meno attenti che il titolo si riferisce a coloro che, al cinema o al teatro, sedevano in alto, nel loggione), che cerca di tenere in vita un interesse verso le produzioni francesi. Tenuto dal vecchio Camille, aiutato da Antoine, quello che riesce a riparare tutti i congegni meccanici, ma che non riesce a riparare la propria vita.

Da tempo, alle sessioni del giovedì, partecipa una bella donna dei capelli rossi. È Rosa, un tempo assidua del posto, divenuta poi violoncellista di fama mondiale. Ma che ha abbandonato le scene in una crisi insormontabile tra il sé pubblico ed il sé privato. Ovvio che Antoine e Rose, da giovani, erano sempre insieme, avendo passato anni di vacanze (per Rose) insieme sulle spiagge locali, tra giochi e momenti di intimità (letture e suoni).

Il tutto fatalmente terminato quando Antoine scrive un biglietto d’amore a Rose, lei ne è turbata, ma è l’ultimo giorno di vacanza. Peccato che, tornati a Parigi, i nonni muoiano, e la famiglia di Rose non torni più sul mare.

Muore anche Camille, e Antoine ne prende il posto, dovendo però lottare per mantenere aperto il cinema. Che il comune ha bisogno di soldi, e decide di vendere il locale. Ovvio che c’è il cattivo di turno, speculatore ed arrivista, che vuole prendere tutto. Ovvio che Antoine cerca di opporsi, anche provando a rubare i soldi al cattivo (un buco nell’acqua).

Come fare allora a trovare i soldi per comperare il locale prima del cattivo. Sarà Rose ad avere un’idea luminosa che risolverà tutto. E permetterà anche, finalmente, ad Antoine di arrivare alla fine di quel percorso interrotto in gioventù. Visto che non leggerete il libro, non vi dico l’espediente di Rose, ma vi preannuncio una scena finale, con Antoine e Rose che scendono dal loggione, lei con un bel pancione.

Allora, libro rosa senza tanti appigli. Storie lineare con qualche momento di gradimento, in particolare nelle discussioni tra Antoine ed il morto Camille. Per il resto, stenderei una coperta d’oblio sul tutto. Meno forse per il ricordo del cinema. Non di questo, ma dell’arena che frequentavamo in gioventù in quel di Tortoreto. Quanti film all’aperto, quante mano nella mano, iniziali, quanti baci fugaci. Il fascino del rumore della pellicola che si andava svolgendo.

Non lo sapevamo, ma quella era la nostra felicità.

Luciana Littizzetto “Sola come un gambo di sedano” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 30/12/2025 – T: 31/12/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 221; anno: 2001]

Come dicevo nell’altro suo libro letto tre anni fa, concordo all’unisono sulle nostre professioni. Io e Lucianina di professione facciamo gli scemi. E lei qui ce lo mostra in questo libro di un quarto di secolo fa. Certo con molte cose che sono diventate obsolete o semplicemente sorpassate. Mentre altre, ed in particolare il delineare gli uomini e le donne che a lei (ed a me) non piacciono, sono sempre in auge.

Acqua è passata sotto i ponti della nostra comica di riferimento che se allora aveva 37 anni, oggi a 62 è sempre e comunque sulla cresta dell’onda. Ha continuato a scrivere, passando dalla fase vegetale (iniziato da questo e proseguita con “La principessa sul pisello” e “Col cavolo”) alla fase allusiva (da “La Jolanda furiosa” in poi). E soprattutto, dopo un piccolo interludio con “Le iene”, ha cominciato un sodalizio duro e puro con Fabio Fazio con cui lavora dal 2005 a “Che tempo che fa”, passando anche per due Festival di Sanremo (2013 e ’14).

Qui, in fondo, abbiamo ancora alcuni albori della sua comicità, e pur tuttavia con l’impianto generale che rimarrà costante nel tempo. Certo, il motivo di fondo è la difficile vita sentimentale al giorno d’oggi, per chi magari sceglie di restare single e (orrore…) senza figli. Ovvio che poi sarà difficile imbastir un rapporto di coppia con gli uomini senza spina dorsale, inconcludenti, con il calzino bianco corto e che magari al primo appuntamento pensano bene sia il caso di parlare della fidanzata con cui si sono lasciati da poco e con la quale stavano tanto bene insieme.

Ma altrettanto veementi sono le invettive contro le donne perfettine, alte, slanciate, palestrate, che quando sorridono non mostrano un pezzo di insalata incastrato tra i denti. Che quando parlano sembrano sfogliare il Bignami delle ovvietà. Ovviamente donne che indossano abiti che una persona normale non saprebbe neanche da che parte cominciare per infilarci un braccio.

Rimangono poi sempre di attualità altri micro-interventi sulle donne al volante, o, e qui apriamo una parentesi di pura concordia, sulle alterazioni febbrili maschili e femminili. Vi spedisco subito a pagina 85, dove c’è l’ottimo paragono tra il maschio con 37,2 di febbre, praticamente in coma, e la dona con 39 che spignatta per casa (che tanto se non lo fa lei, il moribondo non prende iniziative).

Dicevo anche che molto è datato, come la lunga tiritera lamentosa per la separazione tra Tom Cruise e Nicole Kidman, anche perché noi con lei e gli Afterhours possiamo dire che ti amerò per tutto il tempo che posso, ma nessuno riesce a dire con ragionevole certezza “ti amerò per sempre”. Altre lunghe diatribe sul mangiare sano. Che certo all’alba del secolo, il bio, il vegano ed il tofu erano ancora elementi folkloristici. Ora magari solo il tofu rimane un po’ in disparte, mentre di certo, ad esempio al bar, sentiamo ordinare: un ginseng macchiato con latte senza lattosio ed un cornetto vegano.

Tra un elemento e l’altro di piccola comicità, vorrei segnalare un piccolo errore di grammatica enigmistica (spero in questo di venir sorretto dai Bartezzaghi di turno). Parlando della genesi incomprensibile dei nomi dei farmaci, il testo si sofferma su di una dedicato alla carenza di ormoni maschili con conseguente deperimento del relativo Walter. Il farmaco si chiama “Sustanon”. Ma l’ironica autrice dice di capirne il senso (cito da pagina 179): “Leggetelo al contrario e l’enigma è presto risolto”. Purtroppo, se lo leggo al contrario esce “Nonatsus”, ancora meno comprensibile. La corretta indicazione sarebbe stata invece, leggetelo sillabicamente al contrario. Quindi dalla lettura dritta “Su-sta-non” ci ritroviamo (e qui c’è l’effetto comico) “Non-sta-su”.

Ribadiamo allora in finale, che di sicuro la comicità è anche femminile, anzi, in questi ultimi anni è più femminile che maschile. Mandiamo il nostro personale plauso a Lucianina, affinché continui così nelle sue gag settimanali, ma anche su le altre iniziative di comicità. Ci domandiamo al solito come ha fatto questo libro ad entrare negli scaffali di zia. E ci lasciamo senza dare appuntamento ad altre letture della nostra simpatica torinese (un ossimoro).

“Volete sapere il segreto per conquistare una donna? Niente fiori, né opere di bene. SCARPE. Occupatevi dei suoi piedi e lei si occuperà del vostro cuore.” (49)

Almudena Grandes “Il ragazzo che apriva la fila” Guanda s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 08/01/2026 – T: 09/01/2026] - &&   

[tit. or.: Estaciones de paso; ling. or.: spagnolo; pagine: 231; anno 2005]

Grande notorietà ebbe Almudena negli anni ’90 con il suo “L’età di Lulù”, che però confesso di non aver mai letto. Come non ho letto altro della scrittrice spagnola, morta di cancro nella stagione del Covid. Quindi solo ora, grazie al lascito di zia, approccio una sua opera. Che è un “relato” di cinque racconti (e già questo non mi attira). Racconti che in generale non mi hanno coinvolto né fatto partecipe di grandi emozioni.

Anche se le premesse, almeno quelle originali spagnole, erano di un qualche interesse, visto che il titolo della raccolta è “Stazioni di passaggio”, e che in effetti i cinque testi colgono momenti di svolta dei protagonisti, quasi fossimo sempre all’inseguimento delle parole di Conrad e della sua “Linea d’ombra”. E non si capisce perché venga preso il titolo del terzo racconto, pur ben tradotto, come capofila di tutto il libro.

I testi sono tutti dei primi anni 2000, e attraverso l’esperienza di cinque giovani (o meglio di quattro giovani più uno), percorrono quei momenti dove tutti abbiamo imparato che crescere significa anche perdere qualcosa (innocenza, speranze, e altro), e sono però perdite che ci devono portare alla scoperta della nostra strada. Per non rimanere Peter Pan per sempre.

In “Dimostrazione dell’esistenza di Dio” ["Demostración de la existencia de Dios"] durante una partita di calcio in cui la sua squadra perde miseramente per 5 a 0, un ragazzo si rivolge a Dio per ragionare intorno alla perdita del fratello per leucemia. Un momento di grande intensità (per chi ha subito perdite) che pensiamo sempre che la morte sia di altri e non ci tocchi mai. E soprattutto, quanto grande è quel silenzio di chi, tuttavia, soffre insieme e per noi!

C’è poi la ragazza Paloma in “Tabacco e nero” [“Tabaco y negro”] nipote di un sarto per toreri, ed introdotta da lui nel mondo delle corride. E c’è la sua ribellione e la ricerca della sua strada. Non avrà seguito come sartina amatoriale, che dovrà prendere il posto del nonno morto e suggerire i colori portafortuna per i toreri.

Lasciando per ultimo il terzo testo, nel quarto “Ricetta estiva” ["Receta de verano"] vediamo Maite coinvolta nel dramma familiare della tetraplegia del padre in seguito ad un incidente. E vediamo tutti i suoi sforzi per cucinare quel piatto che il padre amava tanto. E mentre ne seguiamo i tentativi fallimentari, vediamo anche nascere le sue pulsioni amorose, i primi turbamenti, il primo bacio con l’assistente del padre (benché sposato). Finalmente la ricetta riesce e lei spera che, allora, tutto possa tornare come prima.

Torniamo poi ad un ragazzo, Thomas, prodigioso violinista giovanile di “Mozart, e Brahms, e Corelli” ["Mozart, y Brahms, y Corelli"]. Lui sfoga nella musica le sue insicurezze (e la sua grassezza), illudendosi di essersi innamorato di una prostituta conosciuta durante le volontarie assenze da scuola con i compagni perdigiorno.

Ho lasciato per ultimo “Il ragazzo che apriva la fila” ["El capitán de la fila india"] perché ha anche riportato alla mente tanti ricordi di gioventù. Qui abbiamo la disillusione di un uomo ormai maturo, quando vede in un talk show il cugino che aveva perso di vista. Il cugino più grande, Carlos, il Paolo della mia infanzia, quello che era il primo nella fila indiana che andava a rendere omaggio a Natale al nonno patriarca (od alla nonna, per noi). Carlos che era anche il più politicizzato, quello che lottava, nel suo piccolo e nelle sue forze, contro il franchismo e le sue costrizioni. Il narratore non può che comunicarci quanto questo ritrovamento porti disillusioni. Mentre io (ed i miei cugini) siamo sempre stati solidali con il nostro Paolo, sempre diverso ed altro fino alla fine. Sempre, senza compromessi.

Sebbene siano storie di grande coraggio giovanile, di rabbia per la perdita di affetti (familiari o amorosi), di coinvolgimento nei primi amori, di desideri, della vita che spesso è ingiusta, e della grande paura di entrare nel mondo adulto, la scrittura di Almudena non riesce a coinvolgere. Rimane a me fredda, esterna, descrittiva senza essere partecipativa.

Rimanendo anche, per fortuna, il risveglio di ricordi che si stavano sopendo. In particolare, il ricordo delle perdite e quello mai sopito della lotta alle ingiustizie.

“Una cosa è vedere e un’altra guardare, e quando guardano non tutte le persone vedono la stessa cosa … Così come ascoltare non significa per forza capire. Ci sono persone che non sanno ascoltare e altre che, pur sapendo ascoltare, non capiscono una parola di quanto sentono.” (40)

Abbiamo scrittrici di romanzi, ed ecco che vi affianco ricordi di frasi di scrittori e scrittrici di gialli. Per par condicio, due anglosassoni e due italici.

Per i primi, abbiamo lo scozzese Ian Rankin che nel suo “Anime morte” ci introduce ai misteri alcolici ed ai complessi destini umani:

“Si versò da bere … Usquebaugh in lingua gaelica [Il Gaelico "usquebaugh", significa “Acqua (uisqe) di vita (beatha – baugh)", foneticamente diventa "usky" e quindi "whisky" in Inglese]” (25)

“Quand’eravamo giovani, nessuna delle nostre famiglie possedeva la casa in cui abitava … A sentirmi, mi darebbero almeno 78 anni” (323)

“Se … fosse entrato in una casa in cui si fosse sentito amato, le cose avrebbero preso una piega diversa? Certi esseri umani erano destinati fin dalla nascita a diventare assassini oppure era il concorso di altre persone (e di un complesso di circostanze) a renderli tali, trasformando le potenzialità omicide presenti nella maggior parte degli individui in qualcosa di più concreto?” (443)

E poi la compianta Anne Perry ed “Il battesimo” per un bel consiglio:

“Nessuno poteva avere tutto; in un modo o nell’altro bisognava fare delle scelte. E si dovevano fare con franchezza e coraggio, e avere quel tanto di buon senso per capire che una decisione andava accettata anche per quelle che ne sarebbero state le conseguenze.” (112)

Sul fronte italiano abbiamo un molto antico Maurizio de Giovanni ed alcune riflessioni sull’amore in “Per mano mia”:

“Quando pensava a lui sentiva quel sottile dolore che si prova per un importante sentimento che per incuria si sta lasciando morire.” (96)

“Tu non lo sai, mio solitario amico, ma i grandi amori sono così: senza sbarre e senza catenacci.” (133)

“In realtà è tutto così semplice. Se si vuole essere felici, bisogna darsi da fare per esserlo.” (225)

Infine, un consiglio mirabile tratto da “Doppia indagine” di Marzia Musneci:

“La vita, si sa, è una questione di tempismo. La cosa giusta al momento giusto nel posto giusto. Sbagli una delle tre e sei fregato.” (58)

Non vi nego che continuo ad essere preoccupato sul fronte mondiale, dove le nubi avanzano ad oscurare futuri scenari di vita e di viaggi. Per ora, invece, continuiamo a cavalcare l’onda dei festeggiamenti, che per noi cominciano il 24 novembre ed andranno avanti sino al 13 febbraio, in un continuum di compleanni. Per privacy non li elenco, ma gli interessati ne sanno. Io li abbraccio tutti coinvolgendovi, estendendoli a tutti.

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