Inusualmente, dato il giorno
festivo, comincio augurando a tutti una buona Pasqua, che era ieri, ma i miei
amici gradiranno comunque i miei auguri.
Già altre volte avevo commentato il
connubio tra Liguria e psicoanalisi, in relazione alle lunghe letture (anche se
di corti scritti) da me dedicate a Lorenzo Licalzi. Qui, aggiungiamo un addendo
alla somma, dato che il bravo bruno Morchio oltre che ligure (ed in particolare
genovese) e psicanalista, scrive dei gialli di buon respiro, imperniati sulla
figura di Giovanbattista “Bacci” Pagano, un investigatore radicato nella Genova
dei carruggi. Un buon personaggio, certo con alti e bassi, ma sempre con un
occhio di riguardo vicino alla sufficienza letteraria. Sicuramente per i primi
due, un pochino meno, ma sempre di gradevole lettura, gli altri.
Bruno Morchio “Maccaia” Sole 24 ore – Noir Italia 33 euro 6,90
[A: 25/02/2014– I: 27/05/2015 – T: 29/05/2015] - &&&
e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 231;
anno 2004]
Come
dissi tramando il primo libro dedicato all'investigatore Bacci Pagano, pur non
convincendomi del tutto, pensavo che ne avrei riletto. E guarda caso, lo stesso
Sole 24 ore, sempre nella collana Noir, pubblica la seconda storia di Bacci.
Quindi se ne legge per dover di collana, e, come immaginavo, la storia, la
scrittura e tutto il resto diventano più corposi ed interessanti. Non che
Morchio diventi all'improvviso un maestro di prima grandezza. Ma risale
abbondantemente e con agile passo i piccoli avvallamenti cui era cascato nel
primo libro. Intanto, pur sembrando difficile, riesce a ricucire la partenza.
Dicevo, per come si era concluso il primo romanzo, che si doveva trovare
qualche nuova idea. E così è. Anche se rimangono in ombra i misteri sollevati nel
primo libro sulla parte così detta “da Servizi Segreti”, Bacci ha un buon
avvocato (donna) alle spalle che lo tira fuori dai guai, gli fa avere la
licenza, e lo rimette in pista. In secondo luogo, pur non nascondendo idee e
sentimenti dei protagonisti, non si cade nella “propaganda” di bassa forza,
lasciando vedere bene, anche se in controluce, cosa si pensa di molte cose
(l’Italia, l’immigrazione, la politica, l’economia). Ma la trama non ne è
appesantita. Entriamo meglio anche nel personaggio “Bacci Pagano”, incontrando
la ex-moglie (che non ci sta molto simpatica), cercando di capire se Bacci
riuscirà a vedere la figlia Aglaja (e per capirne il nome, basta che qualcuno
rilegga “L’idiota” di Dostoevskij), entrando nel suo ménage di persona
solitaria (non sola) dove c’è un rapporto di mutua comprensione con la donna
che lo aiuta per le faccende di casa, la nubiana Zenab, ed il di lei figlio
Essam, assistendo al ritorno sulla piazza della psicologa Mara dalla quale si
erano lasciati tre anni prima (“perché tu, Bacci, sei un analfabeta dei
sentimenti”), e chiosando con l’unico elemento di vera continuità, il rapporto
di amicizia e mutua collaborazione con l’ispettore Pertusiello, per facilità
comunque chiamato sempre con il nome, Totò. Ed ovviamente rimangono il vino, e
la musica, o più che la musica, Mozart. Ed il secondo protagonista di tutte le
storie, la città di Genova, con i suoi carruggi (come nel primo libro), con le
sue piazze e le sue vie, e con Paolo Conte che ne canta (come dal titolo che
oltre a rimandare al tempo umido di scirocco, riporta ai versi di “Genova per
noi” del cantante piemontese). Detti questi contorni, la storia è linearmente
complicata. abbiamo un anziano signore, sbranato al collo da un lupo. Signore
di una settantina di anni, in realtà usuraio, e con sposa giovane e panamense.
Per inciso bella, tal che sia Bacci che Totò ne rimangono colpiti. E per di più
fedifraga consensuale, che ha una storia con l’autista cileno. Che guarda caso
ha un allevamento di cani in provincia. Signore che aveva anche fatto una
assicurazione sulla vita ben onerosa due anni prima, sotto le minacce di un
fantomatico rumeno. Bacci viene ingaggiato dall'assicurazione che non vuole
pagare il premio. Bacci che si convince, ad istinto, che la soluzione non vada
cercata verso la bella. Pian pianino, aiutato anche (ma con molto spavento da
parte di Zenab) dal giovane Essam, e da varie circostanze fortuite,
ricostruisce molti retroscena. Compare una figlia illegittima del morto. Morto
che spendeva soldi a profusione ai casinò. Compare il rumeno, che non è altro
che un fantomatico fidanzato della figlia. Compare dietro a tutti
l’assicuratore che, unico, sapeva molto più di quanto si immaginava. E che
stava cercando di imbrogliare i soci della ditta per salvarsi da una imminente
bancarotta. Alla fine, come non succedeva nel primo libro, tutti i nodi vengono
sciolti. Si sanno colpevoli e mandanti e tutto il resto. Finendo con una bella
e prospettica cena a tre, con Bacci, Mara ed Essam. Ripeto, i sentimenti e le
idee di Morchio traspaiono comunque ma sono ben congeniali alla trama stessa,
riappacificandomi con uno scrittore che se ne leggera di nuovo.
Bruno Morchio “Crêuza degli ulivi” Corriere della Sera 25 euro 6,90
[A: 05/05/2014– I: 03/10/2015 – T: 05/10/2015] - &&&
e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 357;
anno 2005]
Siamo così giunti al terzo
episodio delle storie di Giovanbattista Pagano detto Bacci, laureato in
lettere, ex rivoltoso degli anni Settanta con malaugurato strascico giudiziario
(involontario per altro), ora e sempre di più investigatore privato e genovese.
Con la seconda connotazione importante anche più del resto. Genovese e, come
dice la sua futura ex Mara, “analfabeta dei sentimenti”. Non è un caso che il
sottotitolo originale del libro, uscito per gli interessanti tipografi
semi-artigiani della Fratelli Frilli editore, era “Le donne di Bacci Pagano”.
Qui, rispetto alla stretta cronologia delle storie, Morchio si sposta un po’
indietro, posizionandosi nell'agosto del 2001, subito dopo le storie del G8 di
Genova (e bisognerebbe fare due lavori filologici: paragonare il clima di
Pagano con quello di Erica Franzoni della Fassio nel recente “L’oro di Sarah” e
quello di ricostruire un po’ la “storia di Bacci”) e lasciandoci un po’ spaesati
sui rapporti amorosi del nostro. Che qui, dopo una furibonda lite, sembra
lasciarsi definitivamente con la sua fidanzata storica, la psicologa Mara
Sabelli. Mentre nel precedente Maccaia sembra che vi sia un ritorno di fiamma.
Qui il nome tutelare della casa, la nubiana Zenab, è in visita ai parenti
africani, nel precedente / successivo ha un suo ruolo ben definito. Qui,
intanto, il nostro ha una vigorosa storia di sesso e di amicizia, non di amore
purtroppo, con la bella Valeria, dove un po’ si consolano insieme, un po’ si
dilaniano per quella incapacità (forse troppo legata al lavoro di
psicoterapeuta di Morchio) di introspettarsi nei sentimenti del suo animo che
Pagano palesa sempre di più. E come dice il titolo, altre donne la fanno da
padrone nell'andamento del libro. Linda, amica storica di Mara, mai troppo
simpatica a Bacci, che viene trovata annegata in casa, e dove si scopre avesse
una rovente storia d’amore con il chirurgo Amidei. Eleonora, la bella moglie di
Amidei, che ingaggia Pagano per scoprire se il marito la tradisce, e,
scopertolo tragicamente con la morte di Linda, re-ingaggiare Pagano per trovare
le prove dell’innocenza del marito. Nelle more (e questo noi che non siamo
analfabeti come Bacci lo avevamo capito da subito), Valeria si consola con
Bacci proprio perché uscita da poco tempo (meno di un anno sembra) da una
torbida storia di sesso sempre con il “buon” Amidei. Che appunto non è affatto
buono, che in quel di Milano intrallazzava con le cliniche private, e che,
quasi raggiunto dai magistrati (“rossi” ovviamente) ripara a Genova per rifarsi
una verginità. Tampinato però dai soci milanesi, che lo controllano affinché
non faccia stupidaggini. Utilizzando in questo il malavitoso Maurice Carta,
detto lo Svizzero (ancora notizie dai Cantoni, eh…). Ma lo Svizzero,
controllando il chirurgo, fa una strana scoperta. Il padre di Linda, il
super-ricco Beltrami, che aveva cacciato per motivi oscuramenti incasinati lei
ed il fratello da casa, diseredandoli del suo cospicuo patrimonio, dove venti
anni di totale assenza dalla loro vita, ora che si avvicina o sente avvicinarsi
la fine, cerca di riavvicinarsi a Linda. Magari reintroducendola nell'asse
ereditario, a scapito del figlio di primo letto, il triste ed oscuro Roberto.
Cosa fa allora lo Svizzero? Da buon killer prezzolato si offre a Roberto per
far fuori i suoi due fratellastri e lasciarlo solo ed erede unico. Non
sappiamo, non se ne hanno le prove giudiziarie (solo quelle morali, ma con
quelle non si va in prigione), se Roberto accetti. Fatto sta che Linda muore.
Che Carlo, il fratello, sfugge ad un primo attentato. E nel corso del secondo,
viene ucciso provvidenzialmente dal nostro Bacci. Questa la storia, ma non si
va avanti per quasi 400 pagine solo con queste righe. Che si intrecciano, appunto,
le storie d’amore e di pentimento di Bacci, le cene e le discussioni tra Pagano
ed il suo amico vice questore Totò Pertusiello (mitica quella di cozze e
lampughe, innaffiata da uno chablis gelato), il mai sopito rapporto tra Bacci e
la figlia Aglaja (quella che non lo vuole vedere), le passeggiate per i
carruggi, poi per le crêuze, che sempre ci rimandano ai suoni immortali di De
André, alle poesie d’amore dei poeti spagnoli tanto amati da Linda, e non solo
il molto citato Lorca, ma anche e soprattutto il meno noto (al volgo) Jimenez
che tuttavia un Nobel della letteratura lo prese, nel 1956. Insomma, tanta
carne al fuoco, e purtroppo non ancora uno splendido volo in alto, che la fine
dei libri di Morchio lascia sempre un po’ in sospeso la parte giudiziaria delle
vicende. Come detto, non quella morale, ma in un giallo ci vogliono entrambi. O
ci vuole una spiegazione perché ne manchi una. Certo, Morchio avrebbe facilità
nel dire che in Italia le cose vanno più come le descrive e la lascia sospese
lui. Ma noi si spera in un cambiamento, sempre e comunque. Infine, qualche
pagina di libricino in meno, che l’ambientazione post-G8 non aggiunge nulla al
libro, se non una sua connotazione temporale. E forse la dedica, che
condividiamo sia a Manolo Vazquez Montalban sia ad Aldo Tarascio.
“- Sono un analfabeta dei sentimenti. – Cosa
vuol dire? – Che non so leggere i miei sentimenti. Non li capisco. Mi sfuggono.
E faccio anche fatica con quelli degli altri.” (148)
“Sono troppo vecchio per fare progetti.”
(258)
“Se proprio non riesce a stare insieme, la
gente dovrebbe almeno imparare a lasciarsi bene.” (327)
Bruno Morchio “Con la morte non si tratta” Garzanti euro 4,90
[A: 02/10/2014– I: 20/12/2015 – T: 24/12/2015] - &&&---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 297;
anno 2006]
La terza prova di Morchio con il
suo investigatore privato Giovanni Battista “Bacci” Pagano è sicuramente meno
riuscita delle precedenti, che mi avevano convinto a seguire la carriera di
quest’occhio privato genovese, letterato, ex-carcerato per fatti di terrorismo
mai provati. Ed anche se la storia mostra un grande amore per la Sardegna
(seconda terra di molti genovesi), a me mancano Genova, le sue “crêuze” e i
suoi “carruggi”. Sicuramente è anche un libro “di passaggio”, che serve
all'autore per approfondire il suo personaggio ed i suoi contorni (gli amici,
le donne, la figlia). Meno coinvolgente e meno riuscita la parte “poliziesca”,
quasi d’ambiente più che di scoperta. Molto anche condizionata dalla
collocazione sarda di tutta la parte nodale della vicenda. Sardi i luoghi,
sardi ed oscuri i personaggi che si muovono e si dovrebbero muovere nella
trama. Togliamoci subito questo dente, allora. La storia comincia una decina
d’anni prima, rapina ad un furgone porta valori. Dove un bandito rimane ferito
e viene arrestato, e coerentemente condannato. Ora Sanna (il bandito) ha paura
che il figlio lo voglia vendicare ed ingaggia Bacci per trovarlo prima che
faccia sciocchezze. Per questo il nostro si trasferisce nell’Ogliastra, in quel
di Tertenia, suo luogo di ritiro, dove vive il suo grande sodale, Virginio Loi,
il carceriere che gli ha “salvato la vita” durante i cinque anni di carcere. E
lì si ritrova nelle faide locali complicate dalla rapina di cui sopra. Rapina
organizzata da Otello Ganci, e realizzata da Puddu, Canu e Sanna. I tre
fuggitivi si spartiscono il bottino, facendo comunque recapitare a Sanna in
carcere di che mantenere moglie e figlio. In Francia, per motivi oscuri (oscuri
a noi lettori e non spiegati da Morchio), Canu uccide Puddu. Per vendetta,
Ganci fa fuori Canu, si ritrova con tre quarti del ricco bottino, e, dopo
qualche anno di relax francese, durante il quale si sposa con la bella, giovane
ed ex-prostituta Martine, ritorna a Tertenia. Qui appunto Pagano sa che non
troverà il figlio di Sanna, ma sa che si perpetuerà qualche vendetta. Che la
famiglia Canu è pronta a vendicare il suo morto. E Otello è ormai in fin di
vita per un tumore. Dopo molte e complicate vicende (poco spiegate purtroppo)
incasinate da Martine che vorrebbe mollare Otello e farsi nuova vita con il
giovane Vale, tutto avrà un suo compimento. E l’unico che rimane alla fine (e
questo ha anche una sua morale) è il buon Sanna carcerato. Ma quello che preme
di più a Morchio (dato anche che il nostro è pure psicologo) è indagare sui
personaggi, sui loro sentimenti e comportamenti. Abbiamo i rapporti d’amicizia
tra Bacci e Virgilio, cementati dal carcere prima e dal lungo sodalizio poi. I
rapporti di Bacci con le donne: la continua guerra con l’ex-moglie Carla, lo
strano connubio con la psicologa Mara, le puntate verso “nuovi e freschi lidi”
come i tentativi di Martine verso di lui (ed i suoi rifiuti). I rapporti
genitori – figli, con l’irruzione prepotente sulla scena di Aglaja. Tuttavia,
sovente, quello che più preme all'autore meno interessa il lettore. Certo, il
rapporto con Virgilio consente di scavare nel passato di Bacci, di farci
ripercorrere gli anni giovanili, gli aneliti rivoluzionari, ma anche la
correttezza “morale” del personaggio, che rimane coerente con sé stesso, anche
nel carcere dove trascorre cinque anni benché innocente. E dove lo salva,
appunto, il rapporto con Virgilio, carceriere dal volto umano, che ora,
pensionato, lo ospita spesso nella sua Sardegna. Guarda caso, casualità
permettendo, proprio nel comprensorio che sarà teatro della vicenda dei banditi
sardi sopra descritta. Più dal suo mestiere di psicologo poi, Morchio ricava i
rapporti tra Bacci e la ex-moglie, tirando fuori tutta quella serie di
comportamenti che divorziati senza pace riescono a tirarsi addosso per anni ed
anni. Soprattutto laddove ci siano figli di mezzo. Come in questo caso. Con
Clara che diventa iperprotettiva nei confronti della figlia, tanto da
soffocarne ogni anelito. Con Aglaja che vede il padre come anelito di libertà.
E con Bacci che non sa come comportarsi. Sarebbe inutile dirgli, caro Bacci,
comportati come sei, cioè non essere diverso da te stesso. Lo sei con le donne,
siilo anche con tua figlia. Ma non è facile, lo capisco, comportarsi
coerentemente con la propria personalità, quando pensi che un tuo sbaglio possa
far precipitare le cose, e precipitarle tanto che per altri dieci anni rischi
di non vedere più tua figlia. Lateralmente commentiamo che è apprezzabile (ed
immaginiamo non facile) che Bacci resista al fascino malsano di Martine,
riuscendo (anche se solo sul filo di lana) a non andarci a letto. Sarebbe stata
una caduta di tono ingiustificabile. Come avete capito, la parte dei rapporti
umani è quella che mi ha interessato di più, che probabilmente continuerò a
seguire sulle tracce di Bacci. Sperando che anche il contorno migliori. In
particolare se, come spero, si tornerà in Liguria ed a Genova, si ritroverà il
commissario Pertusiello che qui c’è un po’ mancato, e si continuerà ad
ascoltare CD di Mozart.
“La lettura è sempre stata la migliore medicina del mio malumore e del
mio nervosismo.” (220)
Bruno Morchio “Le cose che non ti ho detto” Garzanti euro 9,90
[A: 02/10/2014– I: 01/03/2016 – T: 03/03/2016] - &&&----
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 278;
anno 2007]
Quinto capitolo delle storie di
Giovan Battista “Bacci” Pagano. Dove, come speravo, si torna ad intrecciare
discretamente intorno ai sentimenti ed alla psiche. Ma dove il contorno che si
usa definire “giallo” è ancora in minore, e se vogliamo anche un po’
rimasticato da un altrove ben riconoscibile. Morchio mi è ormai familiare, ma
ricordo, a chi fosse sfuggito, che nasce psicologo e psicoterapeuta. Insomma,
un altro dottore prestato alla letteratura, come Andrea Vitali o, meglio, come
Lorenzo Licalzi. In questo romanzo, poi, il lato psicologia esce fuori,
prepotentemente, sia perché uno dei personaggi centrali è proprio uno
psicologo, sia perché le problematiche presentate nascono proprio dall'ambito
lavorativo. Rapporto terapeuta e paziente, innanzi tutto, ma anche tra terapia
e mondo esterno, e, non ultimo, tra il terapeuta e la propria professione. Cosa
succede se il terapeuta viene a conoscenza di situazione potenzialmente fuori
dall'ordine costituito? Come si sente e si pone il terapeuta? Cosa succede se
il terapeuta si innamora di una paziente? Si tratta di transfer inverso? E se
poi la sposa? Tutte domande che credo Morchio, come ogni bravo psicologo, si
sia fatto, e che, forse proprio per la difficoltà (o impossibilità) di dare una
risposta chiara, cerca di adombrare nel corso del romanzo. Quasi sentisse il
bisogno di una esternazione, per coinvolgere noi, poveri lettori, nei suoi
pensieri e nei suoi panegirici mentali. Il tutto complicato da un intreccio
mortale di situazioni incrociate. Vent'anni prima dello svolgere delle azioni
attuali, Bacci indaga sulla morte in Thailandia di Andrea, un ragazzo,
casualmente in analisi con il dottor Ingroia. Bacci tenta di aver un aiuto dal
dottore, senza successo. Poi tenta di risolvere le modalità della morte stessa
recandosi a Bangkok, luogo del delitto. Da qui in poi, l’autore alterna passato
e presente, per arrivare ad una soluzione complessa non di un caso, ma della
vita dei personaggi. Qui, mi fermo un attimo, e riprendo quell'accenno di
critica iniziale. Sin dalle prime battute tailandesi, ho pensato ad un altro
grande giallo ambientato in Oriente, “Gli uccelli di Bangkok” del grande
Manolo, in cui il mitico Pepe è coinvolto nell’auto-risoluzione di un caso. Un
caso che ha molti punti in contatto con quello qui presentato (italiani
all'estero, mafie e diamanti, polizia corrotta, ed altro). Un caso intrecciato
anche con un omicidio in Barcellona in ambiente non carvalheschi, quel mondo
radical-lesbo-chic che il nostro Pepe conosce bene, conoscendo tutti i
sottoboschi barcellonesi. Se avete pazienza, andate a rileggerlo, anche se non
è uno dei libri più riusciti di Vazquez Montalban. Certo Morchio risolve
l’intreccio in maniera diversa e direi brillante (anche se comprensibile ben
presto a noi attenti lettori onnivori). Inoltre, con onestà, tributa un omaggio
a Pepe esplicito ed implicito (che non vi svelo). Tornando a Bacci, si diceva
delle situazioni incrociate. Che ora, nel presente, Ingroia tenta più volte di
togliersi di mezzo (con alcool tanto ed anche con una pistola) ed a Bacci si
chiede un aiuto. E chi lo chiede se non la sua ex Mara, psicologa anch'essa,
che tra l’altro ha proprio Ingroia come supervisore psicoanalitico? Bacci si
cala quindi nel presente di Ingroia, che ha appunto sposato una sua paziente,
Carolina, che oscilla tra uomini e donne senza sapersi decidere. Bacci è pur
sempre un investigatore, quindi guarda, chiede, collega. Unisce Carolina ad
Andrea, ricordandone le tracce tailandesi. Svela casualmente il passato di
adozione di Carolina. Associa la morte di Andrea per mano di un italiano
trafficante in diamanti con la morte dello stesso. Segue le tracce del losco
figuro a ritroso, trovando alla fine IL (scusate la maiuscola, ma ci vuole)
filo rosso che congiunge Andrea, Carolina, Ingroia, il suicidio della madre
naturale di Carolina, una improvvisa ricchezza e la morte del trafficante. Una
risoluzione cui dà una mano la lettura di Proust (ricordiamo che Bacci, in
carcere, si laurea in Lettere) e che avanza sulle note di un andante di Mozart.
Ci sono ruscelli che portano acqua al mulino della soluzione, ma che vi lascio
la gioia di scoprire. Io cerco di chiudere sulle note positive dell’altro
versante del nostro Bacci, il personale. Quello dei suoi rapporti con la figlia
Aglaja, e con le sue donne, Mara in prima linea. Tutto convergente verso una
bella festa di 18 anni della figlia, cui partecipano gli amici sardi del
romanzo precedente, la sua colf (e qualcosa in più) Zenab con il figlio Essam,
Mara, il commissario Totò con moglie. Festa verso la quale Bacci si proietta
con un dono di Ingroia, anzi delle parole di Ingroia, convincendosi ad
affrontare i suoi problemi come problemi e non, al solito, come qualcosa da
sempre derivato dai cinque anni di prigione. Al fine, un romanzo dignitoso per
la parte psicoanalitica, discreto per la trama generale, un po’ moscio sul
versante poliziesco. Un autore, quindi, da tenere comunque sotto controllo. Ne
vale la pena (almeno fino ad ora).
“Gli psicoanalisti dovrebbero conoscere l’inconscio come le proprie
tasche … E invece no. Non sanno un cazzo, come chiunque altro. Messe da parte
due o tre teorie e qualche accorgimento tecnico, tutto ciò che rimane è quello
che sentono in fondo all'anima. È così che curano i pazienti. Sono restii ad
ammetterlo, perché questo farebbe crollare il baraccone.” (47)
Avendovi già inviato in testa di
trama i miei auguri, continuo il mio andare alla ricerca di andare. Non ci sono
molte mete e molti spazi, tra carenza di soldi da spendere in viaggi ed una
sempre più ristretta cerchia di mete, data la guerra ormai in atto su molti
(troppi) fronti.