domenica 28 dicembre 2025

Scritti diversi - 28 dicembre 2025

Questa settimana, che, tra l’altro, è anche l’ultima dell’anno, ci occupiamo di scritti eterogenei (cioè diversi tutto attaccato, che di versi pochi se ne legge). Abbiamo gli ultimi due cartonati dedicati alle avventure di Asterix e compagnia. Abbiamo due saggi o raccolta di articoli articolati e connessi di Beppe Severgnini. E sopra tutti un bellissimo scritto di Milan Kundera, autore che non sempre mi convince, ma che qui ho letto con attenzione e trasporto.

Fabcaro & Didier Conrad “Asterix e l’iris bianco” Panini euro 12,90

[A: 07/11/2025 – I: 11/11/2025 – T: 11/11/2025] - &&&

[tit. or.: L’iris blanc; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2023]

Avevo lisciato, un po’ per incuria, un po’ per sovraccarico di letture, gli ultimi volumi di Asterix. Avendone letto di sfuggita mentre tramavo un libro di Fabrice Caro, ho scoperto che lo scrittore è anche un valente sceneggiatore di fumetti. Ed ho anche scoperto che due anni fa ha preso il posto di Jean-Yves Ferri nelle sceneggiature del mio amato gallo. Ecco allora, recuperato il 40° volume della serie, aspettando che mi arrivi il 41°, uscito in Francia meno di un mese fa.

Devo subito anticipare che, rispetto ai classici Asterix, ma anche rispetto agli ultimi di Ferri, la storia è un po’ sottotono. Non ci sono invenzioni particolari, né rimandi storici. C’è un po’ di critica, ma forse anche questa datata (o forse datata per noi e più in auge in Francia). Ci sono, e poi ne vedremo alcune, delle invenzioni linguistiche e caricaturali interessanti. E c’è la solita alternanza degli ultimi volumi. Dal precedente lontano dal villaggio (ricordo si svolgeva nella terra dei Sarmati, cioè verso il Caucaso russo), qui troniamo principalmente in Armorica (cioè la Bretagna dei nostri amati Galli), con una divertente puntata verso la capitale.

Il punto di partenza della storia è la critica verso il cosiddetto “pensiero positivo” e tutte le stratificazioni di finti “auto-aiuti” e simili finto-psicologismi. Non a caso, le esternazioni del personaggio principale antagonista dei nostri sembrano delle rivisitazioni delle ovvietà alla Paulo Coelho. Insomma, le armate di Cesare sembrano non vincere più, allora lo psicologo dell’imperatore, Vitiumvirtus (in originale Vicévertus), propone di adottare il suo metodo, detto “Iris bianco” (che si sa è simbolo di purezza e virtù), usando aforismi da pensiero positivo per tirar su il morale delle truppe e rimotivarle.

Cesare lo sfida mandandolo nella nostra Gallia invincibile. Vitiumvirtus con le sue frasi fatte comincia a far breccia sia nelle truppe romane che tra i galli. In particolare, è Beniamina (in originale Bonemine, cioè “in buona salute”), la moglie del capo Abraracourcix (che ricordo viene da “à bras raccourcis”, cioè a suon di pugni) a cadere nelle sue trame. Così che il medico in capo, non riuscendo a motivare le truppe, decide di portarla a Lutetia, e lì di consegnarla a Cesare. Quando i Galli si accorgono della fuga, il gran capo con Asterix e Obelix si mette all’inseguimento.

Nella capitale, mentre vediamo Vitiumvirtus condurre Beniamina nelle sfere degli intellettuali blasè (con sottili e non sottili critiche da parte di Caro), i nostri ne trovano le tracce tra locande e teatri. Fino alla scena finale, con Beniamina che torna tra le braccia del marito, Cesare che manda il medico come schiavo nelle navi romane e i galli che tornano ad essere litigiosi. Per finire con il solito grande banchetto di riconciliazione nel villaggio.

Come capite la storia è ben esile. Si base quindi tutto sul contorno, sul clima e sulle frasi che si scambiano i vari protagonisti della vicenda. In modalità Coelho ironico troviamo ad esempio “Chi vince la collera trionfa sul suo più grande nemico”, “Un problema quando non ha soluzione, smette di esser tale” per arrivare a “Col tempo e la pazienza, la foglia del gelso diventa seta.”

A livello “caricaturale” dei disegni dei protagonisti, per noi italiani diventa un po’ difficile entrare nel gioco. Io ho riconosciuto soltanto in Vitiumvirtus la caricatura del filosofo e molto altro Bernard-Henri Lévy. Mentre in varie scene di intellettuali nella capitale si riconosce (ma solo perché ho letto da poco un suo libro) l’auto caricatura dell’autore, Fabrice Caro. In fine, nell’attore delle scene finali, Boxoffix (rimasto inalterato) si vedono bene i tratti di Jean Rochefort.

Ci sono poi divertimenti su cose e luoghi: Beniamina per andare a Lutetia prende un CGV (Carro a Gran Velocità, vedi TGV francese), nella capitale gli amici di Vitiumvirtus si ritrovano al caffè Lédeumagos (il mitico caffè di Verlaine, Rimbaud e molti altri “Les Deux Magots”), poi sempre loro vanno a vedere una mostra al museo Kébranlix (ovviamente il museo du Quai Branly) dove vedono le opere di Banskix (Banksy), Boltanskix (Christian Boltanski), Endiouaros (Andy Warhol) e Malevix (Kasimir Malevitch), dove spero i cultori dell’arte ne abbiano riconosciuto qualcuno.

Nelle pieghe dei disegni poi fanno capolino il Moulin Rouge (facilmente riconoscibile) e la fontana Wallace (un must per chi conosce Parigi). Ci sono poi momenti che si perdono nella traduzione, come ad esempio una affiche che in italiano viene indicata come Lotteria Gallica (che solo facendo salti mortali possiamo riportare alla nostrana Lotteria Italia), mentre in originale viene indicata come “Lotterie la Gauloise des Jeux” riferendosi alla locale “Lotterie la Française des Jeux”. Come si perde il gioco della commedia di Boxoffix che in originale riportava “En attendant Godos” (ovviamente riferito al dramma di Samuel Beckett, parodiandolo usando il termine “Godos” che colloquialmente indicava i visigoti; quindi “aspettando i barbari”). Purtroppo in italiano hanno pensato di modificare il riferimento facendo recitare “Romeo e Galletta”. No comment.

Poiché poi è una graphic di citazioni, veniamo anche a loro, o almeno a quelle che si ritrovano in cross sulle varie lingue.

Primo esempio. Vitiumvirtus dice “ti piace ingaggiare discussioni?” e Asterix risponde “Non puoi ingaggiare mille volte mille persone”. La citazione viene dal film comico cult “La città della paura”, dove un personaggio dice “Puoi ingannare una persona mille volte, puoi ingannare mille persone una volta, ma non puoi ingannare mille persone mille volte” (scambio ingaggiare/ingannare).

Asterix, cacciando cinghiali, afferma “Mens sana in porcore sano”, ovvio riferimento da Giovenale, sapendo che “porcore” in latino sta per maiale. C’è poi il centurione Ollinclusus che dice “Se vuoi la guerra, prepara la pace”, contro citazione di “Si vis pacem, para bellum” tratto dal libro III “Epitoma rei militaris” del filosofo romano Vegezio. Poi nella battaglia centrale tra Asterix, Obelix e i romani ce n’è un florilegio: “Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi” (Rocky Balboa), “Vincere senza pericolo è trionfare senza gloria” (dal Cid di Corneille), “Che la forza sia con noi” (ovviamente “Star Wars”) per finire con il bellissimo “Chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso” (Bertolt Brecht).

Una delle cose poi da riconoscere ai traduttori è lo sforzo di cambiare le citazioni alle canzoni francesi, altrimenti non comprensibili. Gli ottimi Vania Vitali e Andrea Toscani allora prima ci portano a Toto Cotugno (“lasciatemi cantare…”), per poi passare a Gino Latilla (da vecchio scarpone a vecchio menhir), a Ron (“vorrei incontrarti tra cent’anni…”) fino a Raf e Umberto Tozzi (da gente di mare a gente d’arvernia).

Potrei continuare a divertirmi, ma forse mi diverto solo io in questi giuochi intellettuali. Quindi vado verso la conclusione. Sempre ottimi i disegni, interessanti i passaggi ironici, meno coinvolgente la trama. In conclusione, un buon prodotto, forse molto “francese” per il nostro mercato, ma che io continuo ad amare, per le critiche varie che continua a tenere, e per l’ironia che tiene in moto la mente.

Ricordo sempre che me ne innamorai quando, nel terzo volume, “Asterix e i Goti”, tradotti da Marcello Marchesi, vedendo visigoti e ostrogoti che se le davano di santa ragione, Asterix se ne esce con “I goti che picchiano i goti, che goturia”. Inarrivabile.

Fabcaro & Didier Conrad “Asterix in Lusitania” Panini euro 12,90

[A: 09/12/2025 – I: 10/12/2025 – T: 10/12/2025] - &&&

[tit. or.: Astérix en Lusitanie; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2025]

Forse non sapete, ma, in genere, le avventure di Asterix escono ogni due anni. Che tanto ci vuole per eseguire tutto il processo: costruzione dello scenario, preparazione delle tavole, sceneggiatura completa, produzione e colorazione delle tavole, impostazione delle traduzione (perché, in genere, esce quasi contemporaneamente in tutto il mondo).

Quindi, avete saputo per vie traverse, dell’ingaggio come sceneggiatore di Fabrice Caro, mi ero mosso per vedere se ero rimasto in arretrato. Ed essendo così ho colmato il “buco” con i due volumi della nuova gestione. Del primo ho appena parlato, così che, a stretto giro, mi sono comprato ed ho letto anche questo nuovo ed ultimo episodio. Rimarcando con rimpianto che si dovranno aspettare i due anni canonici per avere qualcosa di nuovo.

In quest’avventura, tuttavia (e forse è anche un punto di forza) c’è poco di nuovo. Cioè siamo di fronte ad una storia a suo modo classica. Un popolo (o una qualsiasi entità) oppressa chiede aiuto ai nostri invincibili galli. Che si faranno in quattro per capire cosa succede, individuare i cattivi, adoperarsi che i buoni siano vincenti, il tutto condito, se ce n’è bisogno e se ce n’è voglia, con qualche momento di vita locale nel nuovo ambiente.

La decisione, quindi, è solo relativa a dove collocare l’avventura. Visto che, andando in giro per l’Europa, poco si era toccato della penisola iberica, ben si colloca l’idea di portare i portoghesi in primo piano. Per una serie di ragioni. Primo, non c’era stato nessun episodio direttamente lusitano. Secondo, si poteva pescare in un’idea non sviluppata a suo tempo dai padri di Asterix, dove, ne “Asterix e il regno degli dèi”, comparivano dei portoghesi, seppur senza nome. Ma erano ben tipicizzati nella figura e nell’espressione, che è bastato partire da quegli accenni per creare ottime figurazioni. Infine, anche i lusitani hanno un eroe nazionale che a lungo, e con successo, si oppose ai Romani, al pare di Vercingetorige. Si tratta di Viriato, la cui memoria è scolpita nel cuore locale, seppur le sue vicende si svolgono un centinaio di anni prima dei nostri, dato che Viriato venne tradito ed ucciso nel 138 a.C., mentre noi sappiamo che qui siamo nel 44 a.C.

Quindi, abbiamo il lusitano che chiede aiuto ai nostri, visto che il suo amico e piccolo produttore di garum, è accusato di voler uccidere Cesare, e per questo destinato alla morte. Subito Asterix e Obelix partono per risolvere la questione. Così vediamo: l’arrivo in Portogallo e la descrizione ironica dei costumi locali, l’individuazione dei cattivi e le manovre per salvare il buono ed incarcerare i cattivi. Quindi, una trama semplice e diretta che si regge sulle uscite ironiche, e che procede senza intoppi verso l’auspicato finale. Certo, bisogna trovare il modo di scagionare l’innocente, così che avverrà con l’aiuto di due turisti francese, una vivandiera locale e tanto vino.

Prima di citare giochi ed iperboli linguistiche, una delle idee vincenti è stata di presentare i locali come un popolo “triste e felice”, sviluppando quindi quel ramo malinconico (la “saudade”) e la sua migliore espressione canora (il “fado”). Mentre, dal punto di vista epifenomenico, è l’accenno da alcune caratteristiche visive e culinarie che ci fanno immergere nel Paese: la diffusione degli azulejo (ironicamente indicate come piastrelle) e la presenza quasi in ogni piatto del “bacalau”. Non potendo poi mancare un riverito omaggio ad una delle glorie di Lisbona (o meglio di Olisipo, come si chiamava allora): le “pastel de nata”. Ed anche al mitico autobus 28, qui rinominato “carro XXVIII”).

Ovvio che a cantare un fado non possa esserci che una Amalia (richiamo all’ineguagliata Amália Rodrigues, la regina del fado). Ovvio che il rivoluzionario imprigionato insieme al nostro innocente commerciante, inneggi alla lotta di liberazione della loro terra e sia chiamato “garofani”. Come, seppur brevemente in una tavola, c’è un ragazzo che gioca a pallone con le fattezze minuscole di Cristiano Ronaldo. E poi, a guidare i nostri alla riscossa è la locandiera Gama. Che ha un locale che in francese si chiama “Le Vase clos”, e che quindi viene indicato come “Le Vase clos de Gama”, con una pronuncia eufonica simile a “Vasco de Gama”. In italiano gioco intrasportabile, e così viene adottato il più banale “Fiasco di Gama”. Peccato.

Qui dobbiamo sottolineare forse un po’ di stanchezza di Vania Vitali e Andrea Toscani, che non sempre hanno la mano felice come in altre occasioni. Il povero commerciante innocente viene chiamato Candides (per sottolinearne l’innocenza) mentre l’originale si chiamava Mavubés (cioè “ma vue baisse”, mi si abbassa la vista).

Comunque se vogliamo entrare più a fondo nelle traduzioni (che come si dice anche in una tavola, “tradurre è un po’ tradire”) abbiamo alcune idee buone Gépissine (j’ai piscine, ho una piscina) diventa Jacuzzine (facile) e Spikrine (cioè Speakerine, che formalmente sarebbe “signorina Buonasera”) diventa Velina. O come il governatore di Olisipo Plusvalus che si cambia in Surplus. Altre con adattamenti consentiti come l’industriale dell’editoria Paruvendus (cioè “uscito venduto”) che si trasforma in Globalnius, o il traditore  lusitano Pirespes (la peggior specie) mutato in Malafedes.

Ovviamente, alcune citazioni si comprendono in tutte le lingue, ad esempio come il magnate dell’industria Elonmus o l’addetto al marketing Niubisnes. Mentre per altre bisogna fare molta strada affinché possa essere interpretato come il banchiere Lefricséchix (dove il nome viene dalla canzone “Le Freak” del gruppo americano Chic) che viene cambiato in Titolitossix. O come il buon lusitano in originale Boulquiés (indicando l’apparecchio acustico “boule” prodotto dalla casa Quiès che è l’analoga francese di Amplifon) che viene modificato in Audiostres.

Come sapete, sarei ore a decrittare nomi e situazioni di Asterix, che mi hanno sempre intrigato sin dai tempi di Marcello Marchesi. Ma per ora terminerei qui, con il riconoscimento di un volume nel solco tradizionale, ben disegnato e con qualche spunto nella sceneggiatura. Comunque, si potrà migliorare.

Beppe Severgnini “Manuale dell’imperfetto viaggiatore” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T: 29/11/2025] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 225; anno: 2000]

Premetto, come ho fatto per altre recensioni riguardanti Beppe Severgnini che, in generale, i suoi articoli in punta di penna, pur non eccelsi, mi trovano curiosamente lettore. Ogni tanto ne nasce uno spunto e non è poco (anche se, ovviamente, salto sempre a piè pari tutte le volte che, malauguratamente, parla di Inter). Non solo, ma essendo un socio a vita del Touring, a suo tempo, quando scriveva sulla rivista, anche quegli articoli erano dilettamente letti.

Qui, per rendere sempre omaggio ai doni ricevuti dalla dipartita di zia Serenella, mi sono imbarcato in una lettura che solo per un paio di punti posso salvare. Molte parti erano già uscite sul Touring. Ma più che altro, per i viaggi, molte parti sono dolentemente datate, e senza possibilità di recupero.

Certo, l’intento dell’autore, come proclama lui stesso, è quello di gettare un’occhiata sui viaggiatori, più che sul viaggio. Ma non possiamo non renderci conto, ed io per primo, che viaggiare nell’anno di scrittura del testo (2000) e viaggiare ora dopo 25 anni è fondamentalmente diverso. Con due costanti (o due osservazioni) che meritano di essere ricordate come “fuori dal tempo”.

Da un lato, infatti, pur con molti distinguo, il popolo di turisti, come erano le persone in giro per il mondo decenni fa, si è evoluto in un popolo di viaggiatori.

Il turista nell’allontanarsi da casa cerca svago, cerca le mete che ha visto sulle riviste patinate, cerca comfort. Quante volte, viaggiando nel secolo scorso, sentivo persone in viaggio lamentarsi di non avere il caffè la mattina e la pastasciutta a pranzo. Ricordo ancora un viaggio organizzato in Cina negli anni Novanta dove, dopo una settimana, ero il solo a continuare a mangiare cinese…

Questo appunto è quello che contraddistingue il viaggiatore: la voglia di scoprire, di imparare cose nuove e nuovi e diversi modi di affrontare il mondo, la ricerca della vita quotidiana delle località che si vanno scoprendo. Ho sempre detto, ad esempio, a tutti coloro che viaggiano insieme a me che se in quel posto i locali mangiano qualcosa, significa che è edibile. Può piacere o non piacere, ma questa è una storia diversa.

Beppe, con la capacità analitica dell’attento osservatore, si pone, mentre lui stesso viaggia, a vedere coloro che gli sono intorno, rimarcando, sottolineando i modi di vita che tipicizzano il poco perfetto viaggiatore, cominciando da … prima del viaggio. La preparazione. Che, per le osservazioni del tempo, era dedicata alla visita alle agenzie di viaggio ed alla gimkana tra le parole roboanti del venditore e quanto realmente offerto nel pacchetto di viaggio. Una volta scelta la meta, non si può che pensare alla valigia, ed alle diverse entità doganali che si incontrano nel mondo. Non sfondo nessuna porta, sostenendo la poca flessibilità delle dogane americane, o la sensazione di paura che incutevano i giovani doganieri israeliani che controllavano le valige con la pistola in pugno.

Per parlare poi delle grossolane maleducazioni dei viaggiatori in aereo. Non solo con la malacreanza di parlare ad alta voce, sempre, ma, ad esempio, con l’arroganza di sedersi nel primo posto libero, ignorando, se non costretti, il posto assegnato. Ovvio che, viaggio per viaggio, non di solo aereo si tratta. Ma mentre per le navi personalmente stendo un velo pietoso (salvo solo le crociere sul Nilo che ho fatto e che rifarei), per le auto non posso che sottolineare, più che la protervia di chi guida in modo spericolato e pericoloso per sé e per gli altri, la completa maleducazione della gente che frequenta gli autogrill.

Potrei continuare a dilungarmi sui punti salienti e dolenti che elenca ed analizza l’autore, ma vorrei solo soffermarmi su i due elementi purtroppo molto cambiati nel tempo (più un terzo che lascio in coda). Il primo riguarda il denaro. Ricordo, anche se non con rimpianto, le lunghe ricerche di valuta prima di partire, e, in molte parti del mondo, la lotta con i cambiavalute spesso truffaldini. Ora, da un lato, il passaggio all’euro ha modificato sostanzialmente l’approccio al denaro ed agli acquisti in tutta l’Unione Europea. Dall’altro, il sempre più elevato uso della carta di credito ha ridotto ai minimi termini la ricerca di valuta estera.

Il secondo punto riguarda un fenomeno che ai tempi della scrittura era agli inizi e che ora è deflagrato in modalità che non ci sarebbe aspettati, è l’uso, scriteriatissimo, dei cellulari. Ricordo ancora una fine pomeriggio passata tra vari negozi ufficiali in un villaggio indiano alla ricerca di un telefono con cui poter comunicare con i miei genitori. Ora si cerca solo se c’è campo e non c’è più nessun senso a dire: “indovina da dove chiamo?” Unico punto che devo riconoscere a Severgnini è l’aver indicato già venticinque anni fa quei comportamenti asociali di chi usa il cellulare come se fosse solo al mondo. Parla ad alta voce e spesso mette anche il vivavoce. Non credo ci sia bisogno di dire altro.

Insomma, mi aspettavo qualcosa di più, o meglio, qualcosa di atemporale. Cosa che ho ritrovato solo in alcuni passaggi ed in alcune caratterizzazioni. E per non allungare troppo tralascio appunto di parlare degli hotel/pensione o delle visite nelle capitali europee (con la montagna di foto scattate al tempo, e con i milioni di scatti con i cellulari ora). Per cui, certo lettura gradevole, ma con poco ritorno mentale.

Solo un ultimo punto, anch’esso stravolto dalla modernità, e che ho lasciato per ultimo legato ad un piccolo ricordo personale. Le carte di imbarco! Una volta erano lenzuoli ambulanti, e a poco a poco si sono ridotte fino ad ora che, insieme al biglietto aereo, sono praticamente sparite. Per il biglietto ora è sufficiente il documento d’identità e le carte d’imbarco, ormai sono quasi tutte memorizzate sui cellulari. Così che non capita quanto Severgnini racconta a pagina 64 su “chi ha i biglietti?”. E quindi su quanto ci capitò quasi quarant’anni fa dove sparirono le carte d’imbarco in uno sperduto aeroporto egiziano. E furono ritrovate solo poco prima della partenza messe nel cappello di uno dei bambini del gruppo a mo’ di penna degli alpini.

“Le infanzie sono come le diapositive: interessano soprattutto al proprietario.” (89)

“Flaiano: il desiderio segreto di ogni turista è sentirsi a casa.” (192)

Beppe Severgnini “La vita è un viaggio” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T: 29/11/2025] && e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 220; anno: 2014]

Nuova lettura degli elzeviri di Severgnini, dove non torno e glisso sia sulla parte calcistica dello scrittore sia su dei momenti di scrittura un po’ di stanca. Ne ho appena parlato, ci sono alti e bassi, ma mediamente sono leggibili. Anzi, in questa nuova prova sembrano abbastanza convergenti su temi similari, anche se tutta la seconda parte del libro è forse un po’ sbilanciata italo-centricamente.

L’assunto principale, poi, è uno di quelli che nel mio immaginario non dovrebbe essere neanche messo in discussione. Viaggiare e leggere sono (e sono stati) un must della mia vita. Certo, sono moderatamente invidioso di chi, come il nostro, lo fa nella vita quotidiana, e spesso anche remunerato. Io ho di certo viaggiato tanto per lavoro prima e per diporto poi. Purtroppo non ho mai trovato l’idea a me consona di monetizzare la mia passione letteraria. Poiché sono momenti importanti, per me, ci ritornerò in finale.

Il dato generale è un parlare a ruota libera, che mi ha coinvolto come detto nella prima parte, un po’ meno quando vuole parlare dell’attualità, della deriva politica italiana. Anche se in quelle parti ci sono elementi imprescindibili per capire la nascita e la crescita dello scrittore e del giornalista. Quando parla del suo periodo studentesco a Crema, dei primi articoli sui giornali e giornaletti, nonché il tirocinio sulle orme di un grande maestro di giornalismo, Indro Montanelli.

Ma questo suo parlare della vita, come dice il titolo, è un parlare del viaggio. Dato anche per scontato che tutta la nostra vita è un viaggio che parte da dove sappiamo bene ed arriverà, non sappiamo come e quando, ma arriverà. E viaggiare, incontrare senza pensieri che blocchino altre culture, altri modi di vivere è l’unico modo di costruirsi la vita. Come ben afferma ad un certo punto, il viaggio allunga la vita, perché riempie di ricordi il passato e colma di progetti il futuro.

Per affrontare tutta questa tematica, quasi a darsi un filo conduttore, Severgnini sceglie venti parole che diventano venti titoli di piccoli compiti in classe che girano intorno all’argomento. A volte se ne fanno giri su giri, altre si parte dal titolo e si va dritti verso altre mete. Prendo allora alcune parole, a caso ma non tanto, come a segnare il modo di affrontare questo testo.

Non posso non partire dalla prima (Atlante) perché è quella più legata al viaggio e che mi ha dato la spinta di leggere le altre diciannove. Con alcune notazioni che sottoscrivo con tanta forza. Intanto la tautologia efficacissima che solo viaggiando si impara a viaggiare. Ricordo ancora la mia prima valigia, a sedici anni, per una lunga permanenza francese. E ricordo come, se mi dite ora di partire, posso imbastire un bagaglio efficace in meno di un’ora. Ma non solo si impara a viaggiare, perché guardando, parlando, ascoltando, provando si impara a trovare sé e la propria strada. Un tormentone ricorrente dei miei viaggi, ad esempio, riguarda il cibo. Che si può capire molto delle culture altre vedendo come e cosa mangiano. Tanto che io ripeto sempre a tutti: “Se qualcuno lo mangia, può piacere o non piacere, ma si può mangiare. E si deve provare!”

La seconda parola che mi rimane sulla penna è “Brevità” (che per la sua leggerezza mi rimanda subito a Calvino). La sintesi è un’arte e chi ha questo dono riesce ad andare subito al nocciolo delle cose, e per questo stesso motivo riesce poi a restituirlo agli altri rendendo i concetti facilmente comprensibili. Non per questo sconsiglierei di leggere “Guerra e pace”, che la brevità è un concetto che non si misura (solo) in lunghezza. Perché i pur tanto utili “bignami” della scuola servivano solo se avevi studiato bene e a lungo. Ma la brevità, dopo, dona tempo al lettore che riesce ad avere gli stessi concetti in meno tempo (di lettura). Di passaggio poi, se uniamo brevità a viaggio indichiamo un modo di viaggiare leggeri che dovrebbe essere sempre la nostra meta.

La terza bolla dei ricordi riguarda l’Incoraggiamento. Perché bisognerebbe sempre cercare di aiutare gli altri, ma gli aiuti non sono regole da seguire quanto modi di indirizzare. E qui Severgnini ci aiuta con una intraducibile parola inglese “nudging”. Un modo di aiutare gli altri attraverso queste modalità. Tradotte in italiano con “spinta gentile” è un concetto della psicologia cognitiva dove sostegno positivi hanno speso maggior efficacia che regole o coercizioni. E sono segnali positivi anche per chi aiuta.

Per ultimo mi resta sulla penna la resilienza, intesa come la capacità di superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Sono completamente in accordo con l’autore, che tutti cerchiamo di dimenticare i momenti difficili. Invece sarebbe buona pratica ricordarli, affrontarli, fortificare la nostra personalità perché ce la stiamo facendo. E con Beppe ricordo uno dei più divertenti ad acuti film degli ultimi venti anni che proprio sulla resilienza si basa. Pensiamo infatti a “Marigold Hotel”.

Poi ci sono altre sedici parole, che meno mi hanno coinvolto, e che vi lascio scoprire se ne avete voglia, sottolineando solo due aspetti: essendo il libro di solo dieci anni fa non è ancora andato in obsolescenza come il precedente e leggete, senza che io ne faccia alcun cenno, il capitolo dedicato alla rinuncia per una settimana all’uso di ogni strumento tecnologico avanzato, in particolare i social. Molto istruttivo.

Per finire su libri e viaggi, nel nuovo censimento dell’ONU sono riportati 195 paesi (inclusi anche una serie di microstati di isole caraibiche ed oceaniche). Nel mio censimento personale, risulta che ne abbia visitati 90. Mentre sul fronte bibliotecario, pur con qualche incertezza sugli anni ’80, i miei brogliacci di lettura portano un totale di circa 5.300 libri letti. Parliamone, caro Beppe.

“Viaggiare è istruttivo … Se da giovani viaggiare è utile, da meno giovani diventa fondamentale. La curiosità è l’antiruggine del cervello, e a una certa età bisogna applicarne in abbondanza.” (17)

“Papa Francesco: ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo.” (122)

“dal film ‘Nebraska’: - Ha l’Alzheimer? – chiedono al figlio riferendosi al padre. – No – risponde il figlio – crede a quello che dice la gente.” (146)

“Archiloco: La volpe sa fare molte cose, il riccio una sola. Ma molto bene.” (194)

Milan Kundera “Il sipario” Adelphi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 11/11/2025 – T: 13/11/2025] - &&& e ½ 

[tit. or.: Le rideau; ling. or.: francese; pagine: 183; anno 2004]

Ho da sempre avuto un rapporto di vicinanza/lontananza con lo scrittore franco/ceco. Mi aveva, come per molti, affascinato l’edonismo reaganiano di Roberto D’Agostino, mi avevano lasciato dei dubbi alcune letture. Ma senza dubbio è un autore che leggo sempre con un occhio di riguardo, soprattutto in questa tarda lettura della sua scrittura in francese, lingua adottata come fu adottato lui dalla sua seconda patria, visto che dalla prima dovette allontanarsi per non subire repressioni o peggio.

E proprio questo suo carattere di cittadino del mondo permette a questo scritto di affrontare un tema molto coinvolgente, per me. Il romanzo, la sua nascita, la sua esistenza. Perché il romanzo è e non può essere altro che un pezzo di una storia che supera le nazioni ed il nazionalismo. Possiamo avere in antipatia (o anche in odio) i russi attuali, ma non possiamo negare la potenza o il coinvolgimento di un Dostoevskij o di un Puškin.

Come dice il titolo, con queste sue pagine un po’ a ruota libera, Kundera solleva il sipario sul suo concetto di romanzo, innescando una sua riflessione (personale e difficile da sintetizzare) sul romanzo come arte autonoma, come momento di conoscenza, come momento che fa pensare (cosa che condivido, anche se i pensieri che a me suscita una riga di un romanzo forse sono altri rispetto ai vostri), come, in fondo, un inno alla memoria per non dimenticare. Cosa? Ma tutto, che diamine. La Storia, le storie, il personale, il pubblico, quello che è successo e quello che sta succedendo.

Per questo, Kundera, saltando qua e là, ci parla dei suoi autori fondamentali. Che conosciamo, ma (domanda personale) li abbiamo letti? I suoi autori sono tanti: Musil e l’Uomo senza Qualità (ed io invece ho letto i turbamenti di Törless), Kafka e tutta la sua produzione, Castello e America in testa a tutti (io mi fermo al Processo ed ai racconti), Broch e i Sonnambuli (io vado per la morte di Virgilio), Gombrowicz e Ferdydurke (ovvio che io rimango sempre su “Trans-Atlantico”). Mi ha fatto pensare non poco che pur avendo letto degli stessi autori, ci restano nelle corde tutti libri a volte diversi.

Ma il romanziere per Kundera è colui che vede quello che altri non vedono. Lui è romanziere, io sono un misero tramatore. Eppure, partendo da quegli autori, ed arrivandone ad altri, infila una serie di riflessioni che si intonano alle mie. Il romanziere narra di un mondo che cambia inesorabilmente, ogni giorno. E quindi leggerne permette di ricordare il mondo che abbiamo attraversato, visto che il mondo in cui moriremo no sarà quello in cui siamo nati.

Dicevo arriva ad altri, a quelli che erano, prima dei precedenti, i caposaldi della struttura del romanzo. Lì dove sono arrivato anch’io, e con Kundera celebro ovviamente Cervantes, Fielding, Goethe, Stern, Flaubert, Carpentier, Joyce. Ognuno con la sua specificità e realtà. Il Don Chisciotte base della rivoluzione copernicana del romanzo, e su cui torneremo per due aneddoti, il Tom Jones di Fielding o il Tristram Shandy di Sterne. E così via, fino al flusso di coscienza di Joyce e d al realismo magico di Carpenter.

Faccio una piccola digressione sulla Cecoslovacchia e due riflessioni ad essa collegata, ben evidenziate dal narrare di Kundera. Kafka era di Praga, ma ha scritto sempre in tedesco, si considerava parte della letteratura germanica, e se avesse scritto in ceco forse avrebbe un posto veramente di nicchia nel nostro immaginario (come ad esempio Karel Čapek, che è il padre fondante di tutta una letteratura che forse ricordiamo in tre; come scrittore non come letteratura). La seconda riflessione parte dalla descrizione di un testo dove lo scrittore si lamentava del rumore della auto per le strade di Praga. Rumore che ora, a noi, neanche entra nella testa. Ma quello scrittore scriveva quando le auto erano poche. Così, i disturbi, le deviazioni dall’ordinario si percepiscono meglio nell’infanzia del loro divenire. Quando le scritture si sommano, tutto si omologa. Purtroppo verso il basso.

In questa sua forte dichiarazione d’amore per la narrativa, Kundera ci porta ad una riflessione di fondo: noi lettori e voi scrittori siamo in fondo osservatori di cosa avviene nell’animo umano. E gli scrittori, allora, in ogni dove ed in ogni lingua, in ogni secolo ed in ogni continente, devono continuare a scrivere affinché noi lettori possiamo continuare a portare avanti la memoria dell’esistere.

Termino con quei due richiami a Cervantes di cui accennavo. Il primo viene dal passo del Chisciotte in cui il nostro eroe visita un gentiluomo il cui figlio si diletta di poesia. Figlio ben astuto, che subito si rende conto della follia di Chisciotte. Quando però il “folle” loda e con parole giuste le poesie del ragazzo, questi è sedotto dall’arguzia del folle e ne dimentica la follia. Si domanda allora Kundera: chi è allora più folle, il folle che tesse le lodi del savio o il savio che crede alle lodi del folle? Un pezzo meraviglioso sia di Cervantes che di Kundera.

L’altro, che ritrovo a pagina 131, quando Chisciotte prende per elmo la bacinella di un barbiere e postasela in capo la tramuta, ipso facto, in elmo. Questo mi ha riportato ad un Carnevale a Venezia di tanti anni fa, quando un signore, per mascherarsi, si era vestito di tutto punto (giacca, camicia, cravatta e cappotto), per poi indossare come cappello uno scolapasta. Ritengo che sia il più bel travestimento che abbia mai incontrato nella mia vita. Il che ci riporta ad un elemento fondante della scrittura e delle riflessioni di Kundera: ogni lettore è colpito da eventi diversi nella scrittura, ognuno darà evidenza ad un particolare, che altri magari ignoreranno del tutto. Il bello della scrittura e della sua accoglienza soggettiva.

Forse mi è mancato qualche raccordo finale per riuscire a comprendere e rendere mio tutto il testo. Che però trovo stimolante ed assolutamente da leggere.

Avendo comunque un florilegio si scritti al maschile, non posso che riempirvi di citazioni e pensieri che vengono delle mie letture al femminile.

La prima che vi propongo, unica straniera, è il Nobel Nadine Gordimer dove in “Nessuno al mio fianco” propone, tra le altre, alcune riflessioni sull’anzianità:

“Sai che è davvero brutto essere vecchi, quando nessuno vuole più toccarti.” (119)

 “Alcuni mutamenti della comprensione reciproca possono avvenire soltanto quando si è soli, lontani da ciò che è contenuto nella forma delineata da un altro. E questi mutamenti non possono essere condivisi, si è per sempre soli con sé stessi.” (122)

“Ora sono abbastanza vecchio da capire quello che non si sa a vent’anni: la vita non finisce con la catastrofe dei quarant’anni, è molto probabile che continui ancora per molto tempo.” (198)

“Non si può appartenere a qualcun altro… si può desiderarlo, ma non è possibile.” (198)

“Tutti finiscono col muoversi da soli verso sé stessi.” (270)

Abbiamo poi due libri di Paola Mastrocola: “La gallina volante” e “Facebook in the Rain”. Il primo, da brava insegnante, con due pensieri sui giovani:  

“Sono bravi gli studenti anni Novanta… puoi venire a dirgli qualsiasi cosa, se la bevono come niente…. Santa passività!” (50)

“Mia madre mi diceva sempre che i giovani vanno aiutati perché non sono stupidi, sono solo giovani.” (150)

Il secondo, invece, con un flash sui rapporti di coppia:

“Non importa se una donna ti dice di sparire, tu non lo devi fare … perché la donna è così, spesso dice una cosa che non vuole, e vuole una cosa che non dice.” (104)

A ruota vengono poi tre donne con diverse età ed espressioni. Dacia Maraini nel racconto “Menzogna felice” consiglia “Da bambini si vuole capire. Da adulti si vuole dimenticare. Sia dolce il dubbio a chi nuocer può ‘l vero.” (33)

Giuseppina Torregrossa nel suo celebrato “Il conto delle minne” approfondisce il discorso del passaggio d’età: “A un certo punto della vita il tempo corre veloce e la maturità sta in attesa dietro l’angolo. Io non mi sono accorta di essere diventata adulta. Il ricordo della mia infanzia è così vivido e presente che non sono ancora pronta.” (197)

Infine, Chiara Gamberale scrivendo “La zona cieca” ci porta in quel quadrato magico di Johari che tutti gli psicologi conoscono (quattro quadranti denominati aree: Pubblica, con le informazioni note a tutte, Privata, con i tuoi segreti, Cieca, quello che gli altri sanno e vedono di te e di cui tu non ti accorgi, e Ignota, dove sono informazioni sconosciute a tutti, esperibili attraverso nuove esperienze): “Nel lavandino erano accumulati tutti i piatti e le stoviglie di casa. Li aveva usati finché ce n’erano a disposizione … poi era passato a quelli di plastica. Che formavano una pila, assieme a giornali vecchi, … l’edizione originale di Malone muore, un numero di Diabolik … il manuale di storia dell’arte di Winckelmann.” (34)

“Io penso alle persone solo quando ce le ho davanti agli occhi. Quando non ci sono è come se si spegnessero.” (51)

“Anche se pensiamo che nessuno può capire quello che stiamo passando perché nessuno è speciale come noi.” (101)

“È colpa mia se vorrei portare a letto tutte le donne che vedo?” (190)

Ed eccoci, allora, all’ultima trama dell’anno, la numero 47 (poiché nell’anno ci sono 52 settimane, vuol dire che ne ho saltate solo 5). Tra qualche giorno faremo il consuntivo delle letture, per ora ci accontentiamo di ritirarci qualche giorno in campagna, perché il riposo fa bene a tutti. E da lontano, in ogni caso, continuo a pensarvi, abbracciarvi.

domenica 21 dicembre 2025

L'eredità della zia - 21 dicembre 2025

Già avete visto qua e là comparire i libri ereditati dalle troppo precoce scomparsa di zia Serenella. Oggi, in suo omaggio e memoria, tramo ben cinque libri al femminile di questo lascito. Con tre buoni ed interessanti libri: l’opera prima di Dacia Maraini, un libro israeliano di Manuela Dviri ed una immersione nella cultura indiana di Anita Desai. A ruota, un poco sotto, una antologia sugli amori tossici sempre di Dacia ed un ricordo armeno di Antonia Arslan.

Dacia Maraini “La vacanza” Lerici s.p.

A: 01/10/2025 – I: 17/10/2025 – T: 18/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 153; anno: 1962]

Non ho letto molto di Dacia Maraini, anche se alcune sue prove mi hanno convinto (Marianna Ucrìa in primis) mentre altre (soprattutto nei racconti) mi hanno lasciato abbastanza freddo. Devo anche dire che il mio è un giudizio drogato dal fatto che, al contrario, ho amato ed amo molto la scrittura del padre, soprattutto in quelle prove al limite del nonsenso (non smetterò mai di amare il suo inizio poetico “Il lonfo non vaterca né gluisce”), o in altre sui ricordi dei tempi giapponesi.

Qui, devo ben dire, che la scrittrice da un lato mi sorprende, in positivo, dall’altro continua però a rimandare un che di freddo e distante che non aiuta proprio l’empatia. D’altra parte, non mi è mai sembrata un persona di facile contatto, sia nei tempi e modi del suo rapporto con Moravia, sia nella ferrea ortodossia femminista, condivisibile nei temi meno nei modi.

Questo, tra l’altro, è il primo testo da lei scritto, all’età di ventisei anni e con notevoli problemi di pubblicazione. Il tema non facile allontana gli editori che vanno per la maggiore, e la poca notorietà dell’autrice fa il resto. Fino a che la poco nota e battagliera “Lerici editore” decide la pubblicazione, a patto che Moravia, amico di famiglia dei Maraini, ne faccia la prefazione. Così, in un sol colpo, il libro esce, e Dacia va a viver con Moravia, con cui resterà per sedici anni.

Ma qual è la scabrosità del testo? Dacia narra la gioventù della protagonista nella delicata transizione verso l’adolescenza. E ne narra usando il duplice significato del titolo. In primo luogo è vacanza, in senso scolastico, che tutto il testo si svolge dal giugno all’ottobre del ’43, nel periodo di assenza dal collegio di Anna, la quattordicenne protagonista, e di suo fratello Giovanni. La seconda lettura fa riferimento invece al vuoto, alla mancanza di qualcosa, che, sotteso in tutto il testo, è forse un solido appiglio verso il reale. Cosa cerchiamo? Cos’è l’amore prima che proviamo l’amore? È forse lì, quel vuoto che si cerca di riempire, non senza difficoltà.

Il libro è narrato da Anna, che ci porta all’uscita del collegio di suore, quando con il padre ed il fratello vanno in moto da Roma ad Anzio per le vacanze. Lì ad Anzio, sono nella stessa casa dei Pompei (padre, madre e figlio Armando) proprietari del posto di lavoro del padre, e vi trovano Nina, la nuova compagna del padre, che la loro madre morì. Il padre torna nei fine settimana, e le due famiglie passano lunghe ore serali giocando a carte. Durante la settimana, invece, si va al mare, ai Bagni Savoia, dove ognuno segue un suo percorso, direi di vita.

Nina si fa corteggiare, facendo un po’ l’ape che vola tra i fiori. Armando, già sui diciotto anni, è preso dai turbamenti di chi vede tante belle donne in spiaggia, ma è giovane, inesperto, e l’unica cosa che riesce a fare (ed ottenere) è chiedere ad Anna di spogliarsi nella cabina dello stabilimento, mentre lui si dedica ad un piccolo esercizio di autoerotismo. Giovanni, invischiato in avventure anche di cattivo gusto e riuscita, tipiche dei dodicenni del tempo, si avvicina anche pericolosamente a possibili situazioni pedofile.

Ma è Anna che dobbiamo seguire. Anna che si fa vedere nuda da Armando, che accetta un pranzo offerto dai fratelli Scanno, che va a trovare Gioacchino Scanno (uomo adulto ovvio) a casa di lui, anche qui spogliandosi (e ricevendone denari in cambio), che cede ad una gita in auto con un amico del fratello, anche lui grande ed irrisolto. E tutto un gioco di sguardi, in cui Anna si fa guardare (a volte anche toccare, ma fino ad un certo punto), ma soprattutto guarda, cercando di capire il mondo degli adulti. Ma è giovane, non ha punti di riferimento, e dopo tutte queste esperienze estive, tornerà con il fratello in collegio, e poi…

Il contraltare della storia è anche il suo contorno. Siamo ad Anzio, e gli americani si stanno avvicinando. Lì, nel mondo ovattato dei Bagni, gli adulti assistono al 25 luglio e poi all’8 settembre. Ed è in quella seconda metà di settembre che Armando viene chiamato alle armi dai Repubblichini di Salò. Un contesto forte che l’autrice riesce a farci vedere in due battute: Pompei padre esalta in pubblico la partenza militare del figlio, per poi chiedere in privato che ne venga esentato, o quanto meno collocato in posti non pericolosi.

Tuttavia, la forza maggiore è la capacità di Dacia, ben giovane seppur agguerrita, di presentarci Anna, la sua curiosità e gli atteggiamenti degli adulti. All’epoca, era la mancanza di vergogna della protagonista a scandalizzare. Ora a me, viene di più la rabbia per il comportamento degli adulti nei suoi confronti. Spero che questi sessanta anni non siano passati solo per me.

Dacia Maraini “L’amore rubato” Mondolibri s.p.

A: 01/10/2025 – I: 20/11/2025 – T: 22/11/2025] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno: 2012]

Sono passati cinquant’anni dal primo testo di Dacia Maraini sopra tramato. Molta acqua è passata sotto i ponti del tempo, eppur tuttavia qualcosa rimane, e diventa un faro interiore che illumina tutta la produzione. La scrittrice fin dalla prima uscita è attenta alla sorte delle donne. Qui, si fa non solo attenta, ma si fa voce che denuncia, voce che dà voce a chi voce non ce l’ha o pensa di non avercela.

Tuttavia, pur sottolineando l’importanza di un testo che affronta la violenza sulle donne, violenza fisica ma anche psichica, soggettivamente mi fermo un po’. Primo per la struttura – racconto che, seppur permette di affrontare molti temi, alla fine li affronta in modo troppo stringato. Secondo, e conseguente, sembra di aprire un giornale e leggere le notizie. Forse ci vuole un po’ di scrittura in più per far diventare un articolo da giornalista in una scrittura autonoma.

Se vogliamo passare brevemente in rassegna gli otto testi, di ognuno possiamo sintetizzarne il contenuto in poche righe.

In “Marina è caduta per le scale” c’è la violenza domestica di un marito manipolatore eppur tuttavia consolatore per la malcapitata moglie.

La bambina Venezia” ci parla del percorso affettivo di una coppia verso la figlia ed il dramma alla sua scomparsa, nonché al ritrovamento, anni dopo, del corpo in un giardino.

Ne “Lo stupratore premuroso” ci trasferiamo brevemente in Spagna, per seguire le disavventure di una giovane, prelevata consenzientemente per riprendere un treno perso, e “premurosamente” stuprata. Con l’ovvia incredulità dei poliziotti spagnoli.

Sempre di stupro si parla, ovviamente, in “Cronaca di una violenza di gruppo”, dove Dacia ha felicemente descritto una delle tante infelici situazioni: una ragazzina emancipabile, bullizzata da coetanei, che poi, con avvocati compiacenti, riescono a stravolgere la realtà.

Altrettanto dura è la vicenda di “Ale e il bambino mai nato”, dove abbiamo un aborto a fronte di uno stupro, un medico compiacente, ed il riconoscimento dello stupratore. Ma è molto legato alla malavita. Tuttavia alla fine, Ale decide la linea dura.

Di una dolenza perché si parla di pedofilia, non si sta mai sereni leggendo “La sposa segreta”. Con la malaugurata madre, vedova con due figlie piccole, che sposa l’algido pianista. Tutto bene per qualche anno, poi il pianista seduce (o meglio violenta) prima la figlia maggiore, poi la minore. Ci saranno condanne, ma l’intrigo sottende anche altre considerazioni sulla violenza e sulla sindrome di Stoccolma.

Molto lineare, invece, “La notte della gelosia”, innamoramento, lui gentile, poi geloso, poi assurdamente geloso, violento. Fortuna che si riesca a fermarlo, cosa che molte donne, purtroppo, non riescono a fare.

Infine, con “Anna e il Moro”, si chiude il cerchio della violenza familiare, raccontato dal padre di Anna, e dove seguiamo tutta la parabola della sventurata che ricalca la triste storia di Marie Trintignant.

Con sottile cattiveria, ma che ritengo giusta, la scrittrice mette nel titolo l’amore. Perché, in realtà, in tutti i testi c’entra l’amore. Un amore che maschera una forte volontà di possesso da parte di quell’insieme del genere umano di sesso maschile sull’altra parte del mondo. Possesso mascherato da manipolazioni vario genere, possesso che si rivolta in cattiveria e violenza quando l’altra si ribella, non ci sta.

L’altro tasto forte dei racconti è l’apparente patina di normalità che tutte le persone implicate nelle storie mostrano all’esterno. Normale è il pianista che suona in chiesa, il ferroviere gentile, financo il branco dei ragazzi, presi singolarmente.

Ed altrettanto forte è quanto sappiamo esternamente al testo, e che il testo sottende. Quasi il 90% delle donne violate non denuncia i misfatti. Per tutta una serie di ragioni che noi, società civile, dovremmo sovvertire: per motivi pratici che senza il sostegno dell’uomo non hanno autonomia economica, per motivi di presunzione, che c’è chi si crede forte e capace di cambiare la cattiveria dell’altro, ed anche per motivi storico-culturali, che si vive dentro una cultura che tende a far sentire la donna inadeguata. Senza tornarvi sopra, è quanto emerge in modo esemplare dallo scritto sullo stupro di gruppo.

Alla fine del testo, e riprendendo quella sensazione iniziale a caldo, in effetti, Dacia Maraini porta la sua scrittura sulla soglia del giornalismo: in controluce sono tutte storie “reali”, rivisitate dalla penna della scrittrice. Ma pur riconoscendole questi meriti, rimangono le mie perplessità iniziale sulla resa di un’operazione che invece è meritevole di essere fatta conoscere ovunque e a tutti.

Manuela Dviri “Vita nella terra di latte e miele” Ponte alle Grazie s.p.

A: 01/10/2025 – I: 18/10/2025 – T: 19/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 160; anno: 2004]

Manuela Vitali Norsa, ebrea nata a Padova, a meno di vent’anni compie, come molti ebrei all’epoca, un viaggio in Israele e sulla nave che la porta da Napoli a Haifa conosce Abraham Dviri, tranquillo ragazzo israeliano. E Manuela subisce un doppio colpo di fulmine: per Abraham ma soprattutto per quello che vede all’epoca in Israele e nei territori dei kibbutz. Ed è questo secondo amore quello che anch’io capisco. L’ho vissuto trent’anni fa, nelle mie prime visite in Terrasanta, quando la situazione, benché sempre pericolosa, era ben diversa da ora. Con lo stesso ragionamento con cui ho amato e amo gli scritti ed i pensieri di Abraham Yeoshua, Amos Oz o David Grossman.

Manuela sposa il ragazzo Dviri, si trasferisce a vivere in Israele a diciannove anni. I due hanno tre figli: Eyal (nato nel 69) e Michal (nel ’72). Jonathan (nel ’77). Si laurea in Letteratura, insegna, lavora nel campo delle relazioni internazionali. La scolta tragica della sua vita avviene nel ’98: il figlio più piccolo, Jonathan, in servizio militare in Libano, rimane ucciso in uno scontro con gli Hezbollah. Da quel momento, Manuela abbandona tutto e si dedica, con scritti, parole ed opere, alla pace. Lavorando fin da subito verso quello che tutti si auspicano ma non si raggiungerà mai: due popoli, due stati.

Nel corso delle sue opere di impegno verso la pace, incontra a Milano il regista e attore Silvano Piccardi. Dietro la sua spinta, imbastisce un lungo monologo ispirato alle vicende personali e pubbliche degli abitanti di Israele, e produce un testo teatrale (“Terra di latte e miele”), che viene portato a teatro da Ottavia Piccolo.

In questo libro, scritto pochi anni dopo, c’è un po’ di tutto. C’è il testo teatrale, ci sono i pensieri di Manuela, ci sono le riflessioni sue e delle sue amiche. Insomma, uno zibaldone, forse. Ma più compiutamente, lo vedi come un vulcano pronto ad esplodere. È un libro che ha già vent’anni, e purtroppo è attuale come fosse scritto oggi.

Manuela ci parla della morte di Yoni, una morte assurda e ingiustificata. E ci fa vedere come diverse sono le reazioni in famiglia. Lei, battagliera, scende in campo per non uscirne più. Abraham che si rinchiude in un dolore privato da cui non riesce ad uscire. Leggiamo la testimonianza dell’amica Margherita, dove si vede lo strazio di chi perde un figlio e si augura di morire ogni sera. E tuttavia Manuela non demorde, scrive ai politici, scrive sui giornali (anche italiani). Ed alla fine riesce non a fermare la guerra, ma ad ottenere, con l’aiuto della Regione Toscana ed altre associazioni, di costituire un fondo per far curare i bambini palestinesi negli ospedali israeliani (e chi è stato laggiù sa quanto possa essere complicato).

È comunque straziante seguire gli spezzoni del testo teatrale, dove c’è una donna israeliana, Leah, che parla al telefono con le sue amiche, israeliane e palestinesi, lottando con le autorità per permettere che ci sia circolazione delle persone tra i vari check point. E Leah non si tira indietro per andare ad aiutare tutti, anche a fronte di un attentato. Con la scena finale in cui Leah si presenta al check-point, un muro cala sulla scena ed una voce dolente confessa che non si sa cosa sia successo a Leah al di là del check-point.

Potrei parlare più a lungo di tutto questo doloroso romanzo non romanzo, ma vorrei solo che vi soffermaste con me su queste parole rivolte al padre morto, scritte nel 2004 e stampate a pagina 119: “Questo non è il paese meraviglioso che tu speravi… li stiamo trattando come animali in gabbia e loro ci stanno sbranando come delle belve. Ascolta! Carri armati in partenza per Gaza, bombe al Nord di Israele e una dimostrazione di coloni che sfasciano il misero mercato di Hebron, urlando tra pomodori e melanzane spiaccicate: “Insieme, uniti fino alla vittoria, fuori gli arabi”’ Ma che vittoria? Ma dove? Ma contro chi?”

Ricordo solo in finale, per chi fosse meno aduso alle iperboli ebraiche che il termine “Terra di latte e miele” viene spesso usato come metafora per descrivere la Terra Promessa degli ebrei. Una terra di abbondanza (simboleggiata dal miele) e di fertilità (il latte che porta nutrimento). Come si riporta ad esempio nel Libro dell’Esodo, capitolo 3, versi 7 e 8: “Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo.”

Alla fine, personalmente, l’unica pecca, però abbastanza grave, è che il testo mi risulta slegato e disomogeneo. Si dicono tante cose, si va in molte direzioni, e solo la sensibilità del lettore riesce ad unificare il tutto in una protesta coerente. Avrei messo qualche pagina in più di raccordo e di protesta. Non sempre mostrare senza commentare è sufficiente.

Antonia Arslan “Il rumore delle perle di legno” Rizzoli s.p.

A: 01/10/2025 – I: 25/10/2025 – T: 27/10/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 177; anno: 2015]

Con questo, leggendo un libro circa ogni dieci anni, sono riuscito a chiudere il cerchio della trilogia di Antonia Arslan (Arslanian) dedicato in primis al ricordo del massacro del popolo armeno, ed in seconda battuta, a fermare su carta i propri ricordi, pubblici e personali, rivolti proprio agli Armeni, alla loro storia, ed alla storia della loro diaspora.

Cominciai con il più forte e centrato (“La masseria delle allodole”) per proseguire con un libro-ponte (“La strada di Smirne”), ed ora finendo con questo che è di sicuro il più personale ed intimo. Ed è tuttavia, per questo il mio giudizio in discesa, un libro sbagliato. O nella presentazione o nella scrittura, vedete voi.

Non è, realmente, la fine di una trilogia, che del massacro armeno si parla solo per accenni, ed anche abbastanza sfuggenti. Tanto che si possono cogliere solo sapendo la storia mediorientale, o quanto meno, conoscendo la scrittrice. Quindi, presentarlo come prosecuzione dei primi due porta ad una piccola confusione. Chi cerca tracce anche dolenti di quel passato, ne trova piccoli sbuffi che svaniscono presto.

Non è neanche, compiutamente, un libro personale di ricordi e ricostruzione del proprio passato. Certo, ci vengono presentati momenti personali e non, spesso nella prima parte visti con l’occhio della Bambina protagonista, e nell’ultima parte con la vista presbite della Bambina Invecchiata. Ma per la confusione d’immagine dovuta a quanto appena detto, non diventano mai il filo rosso di una vicenda personale.

Fatte salve queste considerazioni, vediamo in una scrittura veloce che si segue anche con piacere, la storia intima di Antonia. Soprattutto in relazione con la madre Vittoria. Ricordo che Antonia nasce nell’aprile del ’38, quindi, all’inizio reale della storia (inizio del ’45), si avvia verso i sette anni. Antonia ed i suoi vivono a Padova, dove arrivò nonno Yerwant alla fine dell’Ottocento, per studiare medicina. Ed a Padova nacque Michele (Khayël in armeno), anche lui poi medico ma che dirazzò dalle discendenze armene sposando la romana Maria Vittoria Marchiori (la mamma Vittoria di Antonia).

Nelle piccole macchiette dei ricordi, seguiamo Antonia nell’avventura della fine della Guerra e negli ultimi bombardamenti patavini. E nelle narrazioni delle persone che gravitano intorno alla Bambina. C’è, appunto, Vittoria, madre amata, cercata, inafferrabile. Madre bellissima, e spesso incinta, e sempre appresso ai figli più bisognosi. Tanto che Antonia deve inventarsi i modi per farsi vedere, e trovare anche momenti di vendetta (atroce l’uccisione dei limoni innocenti). C’è il padre, anche lui medico, sempre pronto a sostenere tutti i figli. Ovvio che c’è Yerwant il nonno armeno, tanto amato, e dalle cui storie Antonia ricava materia per i suoi libri di ricordi.

In un primo tempo, pensavo che anche il nonno fosse fuggito dalle persecuzione turche degli anni ’20 (il genocidio armeno, secondo le parole di Papa Francesco nel 2015), per poi scoprire che si era installato a Padova molti anni prima.

Poi c’è Carlo il nonno romano, della cui morte ci tratteggia un resoconto di straziante amore. E la zia Henrietta, mai ripresasi dall’amore perduto durante i massacri. E le bellissime figure domestiche: la balia Teresa, sempre pronta ad innamorarsi di qualche bell’americano, e la cuoca Gigia, sempre pronta anche lei ad offrire una tazza di latte caldo alle prostitute che al mattino tornavano a casa dopo “una notte di lavoro”.

Molte parole si spendono per i tempi della guerra (mitico l’episodio del maialino nascosto sotto il cappotto per non farlo requisire dai nazisti), ma anche, nella parte finale, con un salto nelle isole greche, arrivando quasi alle coste turche, insieme a Paolo l’amore della sua vita (cui dedica il libro, e da cui ora è rimasta vedova).

Come capite, è un libro intimo, in cui, appunto, al genocidio si accenna per allusioni ed ellissi. Forse per questo, pur rispettandone la bella scrittura. Mi ha preso poco. mi aspettavo altri bei racconti di brutti momenti, mentre l’unico punto forte mi rimane nella descrizione delle narrazioni di nonno Yerwant sotto le bombe, tenendo per mano la piccola Antonia. Eppure avrei dovuto capirne il taglio introspettivo, quando si ripensa al titolo, a quel rumore dei fili di palline di legno per entrare nel bar del paese dove vivono da sfollati, per sentire le chiacchiere ed i racconti dei paesani. Anche se gli inni alla lettura di Antonia, non lasciandomi insensibili, fanno poi risalire di qualche punto il giudizio complessivo.

“Leggere, leggere. Non si può vivere senza un libro … senza avere in mano quel prezioso talismano, la porta sempre aperta verso mondi altri.” (128)

Anita Desai “Digiunare, divorare” Mondolibri s.p.

[A: 01/10/2025 – I: 15/12/2025 – T: 17/12/2025] - &&& 

[tit. or.: Fasting, Feasting; ling. or.: inglese; pagine: 220; anno 1999]

Anita Desai è un’interessante scrittrice misto indiana ormai alla soglia dei novant’anni. Ha una produzione non elevatissima in numero, ma significativa nelle uscite, specialmente quelle poi pubblicate nel mondo occidentale. Tra l’altro, di padre indiano e madre tedesca, l’inglese lo apprende nelle scuole, anche se poi sarà l’unica lingua che userà per scrivere le sue storie.

Qui, in questo scritto in molti sensi breve, ci sono le sue tematiche profonde: lo scontro delle culture. Sia uno scontro interno alla cultura indiana, nella lotta tra passato e presente. E sia uno scontro tra oriente e occidente, tra i retaggi indiani e le innovazioni americane (che poi ne possiamo discutere).

Il racconto dura uno spazio temporale ben definito e si divide in due parti ben distinte. La famiglia di cui seguiamo le sorti è composta da un padre ed una madre (talmente all’unisono nei loro comportamenti da venir spesso chiamati mammapapà), e tre figli: due femmine, Uma e Aruna, ed un maschio, Arun. Non meravigliatevi dei due nomi simili, che dopo la primogenita Uma, la famiglia aspettava un maschio volendo chiamare Arun. Essendo invece nata femmina si è volto il nome al femminile. Solo dopo un congruo numero di anni, una gravidanza inaspettata, porta la nascita del sospirato maschio, cui finalmente viene posto il nome prescelto (per inciso, il nome indica il color rosso del sole quando sorge l’alba).

L’azione (anche se in effetti, l’azione è praticamente nulla) si svolge quando il maschio. Ormai ventenne, è andato a studiare in America. Tutto comincia quando la famiglia prepara un pacco con il tè ed uno scialle da inviare ad Arun e termina quando Arun riceve il pacco stesso.

In tutta la prima parte seguiamo il narrato di Uma, che non ha una pronta intelligenza, tanto che zoppica un po’ a scuola. Ma è la primogenita, quindi per un po’ riverite. Quando però nasce Arun, è il maschio che avrà tutte le attenzioni, lei messa bellamente in seconda fila. Non va più dalle suore, tanto che studia a fare, dovendo solo accudire i genitori e trovare (anzi farsi trovare) un marito. Che se non si sposa, non può sposarsi la più sveglia (e forse graziosa) seconda sorella.

Proprio le sue mancanze di qualità portano i genitori a sbagliare due volte il matrimonio, perdendo notevoli soldi in doti che vengono prese e requisite dai possibili ma non riusciti mariti. Così lei rimane in casa. Aruna finalmente si sposa. Arun, finita la secondaria, si iscrive in una Università Americana.

Quello che vediamo, sperando che prima o poi ci sia un moto di ribellione o un evento positivo, è la vita disperata di Uma. Le viene quasi proibito di uscire di casa, di avere amicizia, di avere una vita propria. Devo solo rispondere al richiamo di mammapapà, momento che nella cerimonia della sbucciatura della frutta raggiunge il suo apice doloroso.

Tuttavia potrebbe andare peggio, come succede alla cugina Anamika, bella e brillante negli studi, chiamata ad Oxford, dove i genitori invece la fanno sposare, che una donna che studia a fare. E nella famiglia del marito non farà che subire angherie, perché è la nuora, e perché non dà figli. Con un finale tragico che solo in India si può concepire.

Non va di certo meglio ad Arun, che sì è libero, potrebbe inserirsi in un mondo nuovo ma … Non è autonomo economicamente. Nell’estate di chiusura dei campus viene ospitato dalla signora Patton, sorella di una amica della madre. E lì si perpetua il grande scontro. Arun è vegetariano, come la maggioranza hindi. La signora Patton vorrebbe aiutarlo in cucina, ma non sa cucinare. Il signor Patton, invece, non fa che portare bistecche su bistecche, che è impregnato sino in fondo della cultura carnivora americana. Con Arun che alla fine non mangia nulla, contraltare della piccola Patton che, piena di disturbi alimentari (come non capirla con una famiglia simile), non fa altro che mangiare e vomitare.

Mentre la prima parte, ti fa montare una rabbia potente contro i sistemi culturali indiani e contro la difficoltà, culturale e sociale, di opporsi, la seconda parte è molto debole. Certo siamo dispiaciuti dal poco nerbo di Arun, ma lui in fondo è solo, non c’è nessun mammapapà che lo blocca. Eppur tuttavia, i condizionamenti atavici fanno sì che anche Arun è stritolato dai meccanismi psicologici indiani. In un certo senso, gli strali di Anita colpiscono meglio la famiglia Patton: il padre congenitamente americano, tutto muscoli niente cervello, una madre che cerca di civettare con il nuovo venuto (uno straniero meno imbranato ci sarebbe anche andato a letto), il figlio maggiore jogging e sport in tv, la figlia minore malata in una famiglia che neanche capisce che possa esistere un disadattamento.

La scrittrice quindi fotografa bene gli scontri culturali, ma, proprio per la sua storia ed il suo modo di essere, riesce meglio nella descrizione dell’impenetrabile mondo indiano. In fondo, sono contento di aver recuperato questo vecchio libro, che mi ha riportato alle mie sensazioni asiatiche. Ne sentivo le spezie uscire dalle pagine. Ma la domanda di fondo, cui non so rispondere, è: questi anni passati hanno modificato qualcosa nei loro comportamenti?

Per avvicinarci alle feste, invece, vi riporto alcuni pensieri italici di due autori cui voglio sempre bene. Il primo in una sua uscito non gialla è Massimo Carlotto che ne “Le irregolari” ci parlava dei suoi giorni sudamericani:

“Non hai nemmeno idea su quante tombe di compagni, dall’Europa al Centro America, ho pianto e giurato di non dimenticare. Oggi, ricordo appena volti e nomi. L’enormità della sconfitta della nostra generazione si misura proprio sul numero di promesse fatte e mai mantenute.” (87)

“Sono stanco di accumulare sconfitte, sia personali che generazionali. Ogni tanto mi piacerebbe vincere qualche battaglia.” (108)

Il secondo è Erri De Luca in due libri che ricordo sempre con piacere “I pesci non chiudono gli occhi” e “In alto a sinistra”. Nel primo, alcune ammonizioni:

“Si incontrano, leggendo, frasi sismiche.” (37)

“Esistono ragioni che sono peggiori dei fatti.” (53)

“Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.” (91)

Nel secondo pensieri d’amore (scritti a mano):

“Quando si è in un vicolo stretto della propria vita, per cavarsela si bussa a risorse alle quali in quel momento non si chiede da dove provengano.” (52)

“Ancora, ancora, erano i giorni ancora, io li scambiavo per i giorni sempre.” (72)

“È povero un uomo senza donna, perché smette di crescere.” (124)

“I libri siamo noi … Sono a immagine della nostra vita. Ama … i libri del tuo tempo, ama un poco i tuoi anni che sono quelli che passano e non quelli che ti restano.” (126)

Ci siamo, un anno sta per finire, ma avremo tempo di pensarci ancora un po’. Per ora speriamo in Luci Dalla che ci ricordava “sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno”. E noi sordi continueremo a parlare, a scrivere, a viaggiare, ad abbracciarci.

domenica 14 dicembre 2025

Tabucchi e qualche altro - 14 dicembre 2025

Una settimana dedicata alla cara zia acquisita, che ci ha lasciato alla metà di questo anno e che mi ha fatto dono di una bella dose di libri. Che riempiono quasi tutta la trama e che (ma poco in questo caso) non sempre sono libri che avrei comperato o che avrei letto. Ma, avendoli li leggo, ed in particolare qui dove ritrovo tre bei libri di uno scrittore che ho sempre amato, a partire dal primo, letto nelle more dei tempi, ma ritrovato e riletto con immutato amore. “Notturno indiano” è da sempre un libro nelle mie top list. Ai tre Tabucchi si accompagna un poco interessante libro di Giorgio Montefoschi, di cui ho letto di meglio, e l’unico libro esterno, una scrittura a quattro mani di Erri De Luca e Ines de la Fressange che, nelle parti di Erri, ho trovato anche interessante.

Antonio Tabucchi “Notturno indiano” Sellerio s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 04/10/2025 – T: 05/10/2025] &&&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 109; anno: 1984]

Sempre grato del piccolo tesoretto librario che mi ha fatto pervenire la dipartita di zia Serenella, sono contento che questo viaggio tra i libri mi abbia ricondotto ad un autore che ho sempre amato, in una scrittura che potrei aver letto nella mia lontana giovinezza, ma che ora, carico d’anni come dice il poeta, mi offre qualche bello spunto in più. Di lettura e di riflessione.

Non dirò certo cose sorprendenti, intanto, ricordando che anche in questo breve scritto si sente l’eco del maestro che gravita sulle spalle di Tabucchi. Non ci sono frasi sue che non ci facciano riecheggiare Pessoa e le sue mirabolanti scritture. Così che anche in queste poche pagine, se ci lasciamo trasportare, possiamo fare dei grandissimi viaggi interiori.

In più, qui Tabucchi ci conduce per mano anche ad un viaggio esteriore, gestendo un gioco, tra realtà e finzioni, sul crinale indiano di una possibile visita e di una certa invenzione. Il nodo narrativo è subito presentato e ben chiaro. L’io narrante, che ad un certo punto identificheremo con il nome di Roux (che se pur indica il colore è più inteso come abbreviazione gentile di usignolo in francese, “rossignol”) si reca in India, dove non era mai stato, alla ricerca del suo amico Xavier, scomparso da un anno senza lasciar tracce.

Roux approfitta del fatto di dover consultare delle fonti archivistiche portoghesi in quel di Goa, per partire, accompagnato da una improbabile guida in inglese, dal titolo “India, a travel survival kit”. Guida che riecheggia le Lonely Planet, a patto che siano immerse nel datato sapere di una Baedeker. Guida che gli fornisce nomi e indirizzi di hotel, ristoranti ed altro, che probabilmente avrebbero avuto senso decine di anni prima.

Armato quindi solo dalla volontà di ricerca, Roux arriva a Bombay e da lì, in undici tappe più una, percorre tutta la sua avventura indiana. Con il solito spirito di entrare ed uscire dalla trama, Tabucchi ci avverte prima di cominciare che questo viaggio, notturno appunto, da un lato si colloca là dove nasce la notte, ma anche ponendosi come itinerario che un intrepido viaggiatore potrebbe percorre. E ci fornisce quindi i dati delle tappe percorse.

Ogni tappa è una piccola cartolina indiana che, per chi non ha vissuto in prima persona in quei luoghi, potrebbe apparire un accenno di favola, un incipit di una parabola. Chi, come me ed alcuni miei sodali, ha invece praticato a lungo quelle strade, non può che rimanere l’impressione di momenti di vita anche da noi vissuti. Abbiamo visto le prostitute per le strade di Bombay (anzi Mumbai), abbiamo seguito le orme di un ignudo jainista nelle grotte di Ajanta ed Ellora, abbiamo passato notti nei vagoni dei treni da Varanasi a Kolkata, abbiamo aspettato pullman a Chennai o sentito messe in Kerala.

Nella sua ricerca di Xavier, il nostro Roux parte proprio da Bombay, ultimo domicilio conosciuto, e da una prostituta che aveva incontrato il suo amico. Vimala lo indirizza ad un medico, senza fortuna, e da lì in uno dei più grandi e lussuosi hotel di tutta l’India, il Taj Mahal Intercontinental di Bombay. Niente. Allora si può prendere un treno per Madras, chiacchierando con un jainista che sta andando verso il Gange a morire.

Sempre senza frutti tangibili gli incontri di un esponente di una società teosofica con cui Xavier scambia lettere, con Margareth, un inglese di belle parole ma poche notizia. Roux si ferma anche in una stazione di autobus sulla strada di Mangalore dove incontra, lui meravigliandosi noi avendone visto, un ventenne deforme che un fratello porta in giro con pretese divinatorie.

Comunque, alla fine, Roux, anche per i problemi di lavoro, non può che arrivare nel Portogalli indiani di Goa, dove ha gli ultimi abboccamenti con un prete, Padre Pimentel, con un postino americano fuggito lì in India da dove scrive cartoline agli abitanti della sua città d’origine, con addetti alberghieri che non riescono, non sanno, non possono aiutarlo.

Il dodicesimo passo, alla fine, ci mostra (anche) come tutto sia vero o sia finzione, ma senza una reale rilevanza. Ora è Xavier che parla, narrando come si sia fatto seguire da Roux con l’intento lui di seguire l’amico. E come l’incontro non possa avvenire, che ognuno, scegliendo le proprie strade, è bene segua il proprio destino.

Il primo sentimento che viene alla testa della breve lettura è come, in poche pagine, Tabucchi sia riuscito a racchiudere la fotografia della nostra vita. Noi che si segue qualcosa (che possiamo chiamare Xavier oppure in altro personale modo) come se fosse un faro che indichi la rotta nella navigazione del soggiorno terrestre. C’è Xavier? Esiste? Una domanda senza risposta e senza senso, che Xavier non potremmo mai incontrarlo, sarà sempre fuori dell’orizzonte del nostro percorso. Intanto, abbiamo vissuto, dato che nel viaggio che è la nostra vita, di sicuro non conta il punto finale, che arriverà per tutti uguale, ma contano gli incontri (in senso larghissimo) che abbiamo fatto durante il viaggio.

Personalmente, non posso che non amare questo libro che, scritto ben prima di tutti i miei viaggi indiani, è riuscito a descrivermeli tutti come li ho fatti (e come li ricordo). Con il solo rimpianto di non essere (ancora) andato a Goa. Ma con la ricchezza di tutti gli incontri fatti. Dai templi di Khajuraho ai marmi del Taj Mahal, dai cadaveri di Varanasi al medico ayurvedico in Orissa, dalle ricchezze del Rajasthan alle povertà del Tamil Nadu.

E poi, per me, tutto è anche legato al mio amico Kurt, con cui studiai francese a Parigi, e che dieci anni dopo, passò per Roma a salutarmi dicendo che andava in India. Da dove non è più tornato. Si sarà perso anche lui come Xavier.

Mentre chi non si perde è la penna di Tabucchi che in scarse cento pagine nel piccolo formato degli scritti della memoria di Sellerio, ci ha fatto fare un bellissimo viaggio. Come mi dice infatti sempre Alessandra: chi legge è un viaggiatore.

Namasté, Antonio.

Antonio Tabucchi “Il filo dell’orizzonte” Feltrinelli s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 09/10/2025 – T: 10/10/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 105; anno: 1986]

È un filo sottile quello che lega questo secondo libro scritto quarant’anni fa da Tabucchi, con il primo, di cui ho tramato da poco. Un filo che collego al sotteso dei due scritti, quella ricerca dell’identità e della verità, che, in senso esteso, percorrerà poi tutta la sua opera. Drogata, come ovvio, dalla presenza incombente di un macigno come Pessoa. A volte il risultato è limpido, come nel Notturno. A volte meno, come in questo Orizzonte.

Dove l’elemento che fa da perno alla narrazione arriva solo verso la fine, quando il protagonista svela la metafora del titolo. Da lontano vediamo l’orizzonte come un filo sottile tra terra e cielo. Un filo che non esiste, dato che l’orizzonte, mentre noi ci avviciniamo, si allontana sempre di più. È una linea finta che separa quello che vediamo, terra, mare, cielo, con qualcosa che rimane nascosto. E che lo rimarrà sempre, quasi a simboleggiare il fatto che mai riusciremo ad arrivare ad una verità assoluta. La vita sarà una perenne ricerca di raggiungere quella linea. Senza mai arrivarci.

La storia vede un personaggio principale, Spino, e due forti comprimari: la sua amica Sara ed il giornalista Corrado. Visto che a volte le metafore riescono fino ad un certo punto, qui l’eponimia è palese. Sara sogna una vita diversa, come un elemento onirico del testo, quando la vediamo immaginare crociere transatlantiche con Spino nelle vesti del medico di bordo. Corrado, invece, penna alla mano, ci raffigura la realtà del quotidiano, quella tangibile, quella che descrive quanto accade, anche se non riuscirà né a comprenderlo né a descriverlo sino in fondo.

In mezzo, Spino. Che è un tecnico di obitorio, anche qui metafora di chi vive ma che sa, per vederla e toccarla, che la morte c’è ed è tangibile. L’elemento scatenante è l’arrivo all’obitorio di un morto a valle di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Un ragazzo con documenti palesemente falsi (si fa chiamare Carlo Nobodi, un cognome che, letto all’inglese, ‘nobody’, è tutto un programma). Un ragazzo di cui nessuno reclame le spoglie. Un ragazzo che non si capisce se muore per i colpi dei poliziotti o per chi era con lui nell’appartamento teatro dell’irruzione poliziesca.

Spino non se la sente di lasciar correre, e comincia ad indagare. Prima con l’aiuto di Sara, seguendo la pista di un abito confezionato da un abile sarto di campagna. Fino a che Sara va in gita con la scuola e ne perdiamo le tracce. Poi con l’aiuto di Corrado, che pubblica frasi che possono suscitare interesse all’interno dei suoi articoli. Fino a che la cronaca del reale non prende il sopravvento e del ragazzo nessuno più si interessa.

Ma qualcosa si è mosso, tra sogno e realtà (vi rimando alle metafore sopracitate). Spino si spinge da solo, avanti nella ricerca. Che diventa quasi una ricerca anche della propria identità. Così come appariva, così come ci aveva insegnato un filo rosso del primo romanzo. Che Spino sa ovvio chi è (conosce il proprio nome), ma è insoddisfatto della vita, e questa ricerca, tra noir e cronaca, lo porta a contatto con un suo viaggio interiore. È possibile che il morto venga dall’Argentina. È possibile che Carlo, anzi Carlitos, sia il suo vero nome. E mentre vede possibili foto dell’infanzia del morto, Spino vede e ripercorre la sua propria infanzia.

Il testo è abbastanza noto, per cui ne faccio un piccolo spoiler, incompleto. Ad un certo punto, Spino dovrebbe avere un incontro con qualcuno che sa. Un incontro che però non avverrà mai, così che Spino resterà a rimirare un orizzonte (l’identità del morto) che non raggiungerà. Come non raggiungerà in pieno la sapienza dello scopo della propria vita.

Tabucchi, qui con molto Pessoa, ci dice in fondo che siamo tutti delle maschere, inconoscibili. Possiamo solo usarle, così come Pessoa usava le sue molteplici identità. Indossarle e viverle. Con l’unico conforto che, facendolo con onestà, non avremo soluzioni, ma potremmo avere una vita onesta. Cosa che non è poi da buttar via.

Seppur sempre gradevole la scrittura, questa seconda prova è in calando, anche mantenendo un buon livello di gradimento. E noi sappiamo, per averne letto, che poi produrrà altre e ben degne opere.

Antonio Tabucchi “Il tempo invecchia in fretta. Nove storie” Feltrinelli s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 23/10/2025 – T: 25/10/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 171; anno: 2009]

Con questa antologia di testi finisce il recupero di alcune opere di Tabucchi, e non è un caso che si parli di memoria in questi testi avuti in eredità da zia. È anche una delle ultime opere di Tabucchi, e proprio per questo non mi ha sorpreso che il filo conduttore dei testi sia il tempo che passa e la memoria, i ricordi che lo accompagnano.

Sappiamo, da tutta l’opera di Tabucchi, dei suoi rapporti stretti con Pessoa, ed anche qui notiamo come molto ci sia di travisamenti e trasfigurazioni, di incontri casuali e di sogni. Quello che si trova in più sono due omaggi compresi nel titoli. La seconda parte è un sentito ringraziamento all’opera del grande Salinger (quello de “Il giovane Holden”), che morirà l’anno dopo l’uscita di questo testo, ma che soprattutto scrisse una fondamentale opera di racconti intitolata “Nove storie”.

La prima parte è un frammento di un frammento attribuito al filosofo presocratico Crizia (“Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta”), adombrando il rincorrere di illusioni o desideri irrealizzabili porta a perdere il proprio tempo. Ma che io leggo anche come un altro omaggio trasversale, come tutta l’opera di Tabucchi, allo zio di Crizia, il ben più illustre Platone.

Tutti i testi sono pervasi da una sospensione, molto salingeriana, che non sappiamo bene dove sia l’inizio, e di sicuro il testo ci lascia prima di una possibile conclusione. Che l’autore lascia correttamente a noi lettori.

Così iniziamo a vedere una donna che ricorda una festa della famiglia del marito. Siamo ne “Il cerchio”, e lei quarantenne, fa i conti con la sua mancata maternità. Seguiamo poi un dolente personaggio avviato alla sua vecchiaia, che in “Clof, clop, cloffete, cloppete” andando a trovare la zia morente, rivive passaggi della sua infanzia.

Quello che più mi ha coinvolto è stato “Le nuvole”, dove un soldato reduce dal Kossovo dove si è intossicato di radiazioni (per cui ipotizziamo sia stato congedato e venga verso il mare per passare l’ultima parte della propria vita), sulla spiaggia incontra una curiosissima ed intelligente bambina, intavolando con lei una bella schermaglia di parole. Ma soprattutto, introducendola alla nefelomanzia, che, come voi sapete, è l’arte di predire il futuro osservando la forma delle nuvole.

Abbiamo poi quattro testi “politici”. Nel primo, “I morti a tavola”, seguiamo il movimento senza meta di un ex-agente della Stasi, che per anni aveva pedinato Bertolt Brecht, e che ora lo va a trovare al cimitero. Nel secondo, “Fra generali”, si ripercorrono momenti dell’invasione russa in Ungheria e del rapporto tra i due generali schierati sui due fronti, l’ungherese Laszlo ed il russo Dimitri.

Dopo un interludio (“Yo me enamorè del aire” viaggio in un giardino botanico tra i ricordi di un uomo risvegliati dal canto di una voce femminile), in “Festival” seguiamo le confessioni di un avvocato polacco e le sue invenzioni per ergersi a difensore nei processi politici contro gli oppositori al regime comunista, per ottenere pene più miti. Infine, in “Bucarest non è cambiata per niente”, c’è un profugo rumeno, ricoverato in una clinica per anziani, che, nelle more della sua demenza senile, intreccia passato e presente durante le visite del figlio.

Infine, epitome dei pensieri del nostro, nell’ultimo, “Contrattempo”, c’è tutta la storia di una persona sola e solitaria che per vincere la sua solitudine si racconta storie, in cui alla fine diventa il protagonista, in una storia pensata in una notte insonne.

Come potete intuire, il tempo è al centro di tutti i racconti. Il tempo che passa in fretta. Il tempo che passa prima che ce ne rendiamo conto. Il tempo che non possiamo comperare, non possiamo fermare. Però possiamo fermare un momento noi stessi, e prenderci il nostro tempo. Guardare il noi presente, originato dal passato e origine del futuro. Per questo, “Le nuvole” mi ha coinvolto. Non tanto per il malato che parla, quanto per il fatto che quel malato si ferma, e trova il modo di trasmettere ad altri (la bimba curiosa) un sapere, un seme di idea che magari non germoglierà, ma che almeno viene piantato.

Quindi, il tempo di Tabucchi diviene un viaggio nella e della memoria. Ed in quel viaggio, lontano da lui, anche noi ci dovremmo fermare ogni tanto. Ricordare. E condividere. Grazie sempre delle tue misurate parole.

“Hai voglia di raccontare i tuoi ricordi agli altri, quelli stanno a sentire il tuo racconto e magari capiscono tutto anche nelle minime sfumature, ma quel ricordo resta tuo e soltanto tuo, non diventa un ricordo altrui perché lo hai raccontato agli altri, i ricordi si raccontano, ma non si trasmettono.” (145)

Erri De Luca & Ines de la Fressange “L’età sperimentale” Feltrinelli euro 17 (in realtà, scontato a 16,15 euro)

A: 16/09/2025 – I: 08/10/2025 – T: 09/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 116; anno: 2024]

Un libro fondamentalmente sbagliato, ma che può essere letto con proficuità se, pur seguendo lo scritto e le parole degli autori, ci facciamo attraversare la mente lettrice da una domanda: cosa sto facendo io della mia età, a prescindere da quale età abbia? Con un utile corollario: soprattutto una risposta utile sto ho più anni dietro che davanti. Ma che, se vogliamo e possiamo essere sinceri, una risposta che potrebbe essere interessante a qualsiasi età.

Cominciamo allora con gli sbagli. Non viene detto, o viene detto male e quando già ci si è addentrati nella lettura, che in realtà questo libro è uno spin-off di un documentario di una ventina di minuti, la cui scena principale è una scalata di una parete senza ausili da parte di Erri. Il libro è in effetti un complemento del doc, che partendo dalle riflessioni sulla scalata, allarga il discorso sull’età e sul suo inesorabile avanzare.

Il secondo sbaglio è la presenza impalpabile come fornitura di riflessioni, ed utile solo a scopi pubblicitari e di amicizia, della bellissima stilista Inès Marie Lætitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange (mi scuso se ho voluto citarne il nome completo). Inès dice alcune cose simpatiche come contraltare dei pensieri di Erri, con un intervento che si condensa in tre lettere ed un’introduzione (per un totale di una dozzina di pagine). Così che risulta poco un discorso a due voci, che Erri occupa le altre cento con parole e immagini.

Ciò detto, io leggo sempre con interesse ed attenzione gli scritti di Erri De Luca, fin dal primo “Non ora, non qui”, accumulando diciannove libretti (tra cui il bellissimo “Tre cavalli”), per problemi di affinità. Politica ma soprattutto di atteggiamento mentale e culturale. Ora, non sapendo né interessandomi i motivi del coinvolgimento di Inès in questo scritto, mi rivolgo e ripenso alle parole di Erri ed ai pensieri che mi hanno suscitato.

Innanzi tutto, come sapete o potete immaginare, è un libro sull’età, che parte dalla costatazione che sempre più persone raggiungono un’età che un tempo si diceva “avanzata”. Da questa considerazione e dalla propria esperienza, Erri discende il ragionamento che lo ha portato al titolo. Non è avanzata, non è vecchiaia, è un’età sperimentale. In che senso?

Io interpreto nel senso, anche soggettivo, che in questa età, per quanti ragionamenti si facciano, per il nostro corpo è la prima volta. Come la prima volta per ogni età che attraversiamo, aggiungo io. E quindi ribatto, certo, è un’età in cui si va a sperimentare il proprio corpo, in cui bisogna provare le cose che si vogliono fare, accettando anche eventualmente la sconfitta. Non tutto si può fare. Non tutto riusciamo a fare. Anche perché non è detto che ci sono cose che possiamo fare all’improvviso.

Io, ad esempio, non credo che riuscirò mai ad avere il coraggio di far affrontare al mio corpo la salita di una parete senza ausili. Avrei forse più probabilità di seguire i consigli del mio amato Murakami di darmi alla corsa. Mantenendo, tuttavia, la mia idea attuale, che il mio corpo può (e lo fa) camminare. E nella camminata trova e ritrova i motivi ed i momenti della razionalità della vita, dei motivi dell’esserci e dell’aver fatto le mie scelte.

Fortunatamente, nell’avanzare dei pensieri, Erri dalle impraticabili scalate, si ritrova a ragionare in termini cui arriva il mio accordo completo. In questa età (sperimentale dice lui, mia dico io), il nostro corpo sembra essere diventato alieno, sembra essere di un altro. Esempio: da giovane ho avuto a volte dei dolori nella fascia sopra la natica. Avuti, pensati, passati. Ora mi tengono compagnia per tempo, a volte appunto facendomi domandare perché non ho più quel corpo. Eppure, fortunatamente, il mio corpo non ha subito grandi traumi, per cui mi immagino non sia tanto diverso. Ebbene, no, Emilio mi dice che è diverso. E lui tratta gli anziani.

La seconda lezione fondamentale in cui trovo convergenza con Erri è il fatto che ognuno deve trovare una disciplina che scandisca le proprie giornate. Lui recita poesie, io leggo libri e ne scrivo, per me, senza pretese che qualcuno ne legga e ne commenti il dettato.

Poiché infine, sarebbe scortese non dare alla signora il dovuto, c’è un’affermazione in cui mi trovo in concordanza con Inès: bisogna accettare la vecchiaia. Basilare. Non si può e non si deve far finta di avere altri anni ed altri corpi. In quel caso sperimenteremo solo il ridicolo.

Non posso allora che chiosare questo libro che poteva essere migliore, ma che non mi è dispiaciuto leggere e tramare, concordando il finale con Erri: non ho interesse ad interventi bionici, mi accontento di curare il mio corpo, e soprattutto la mia mente, giorno dopo giorno, con quanto ho imparato fino ad oggi.

Non credo leggerò molto di Inès, ma avrò piacere di continuare le letture di Erri, in particolare alcune sue traduzioni dalla Bibbia, che leggo sempre con piacere. Finché il corpo ce lo consente.

“Nel corso accidentato del tempo le amicizia si staccano, alla maniera delle foglie. Ne restano una manciata.” (27)

“Rinfresco le lingue che ho voluto imparare per leggere pagine in originale.” (28)

“Nell’età in cui il passato è la maggioranza del tempo, i ricordi dovrebbero essere un peso schiacciante. Per me no, perché dimentico tutto, anche i sogni.” (59)

“Agli appuntamenti … mi presento in anticipo … ci tengo ad iniziare … all’orario previsto per rispetto di chi è arrivato in tempo.” (69)

“Mio scopo non è di prolungare a oltranza la durata della vita, ma di tenerla in buono stato giorno per giorno, finché ce n’è.” (115)

Giorgio Montefoschi “L’idea di perderti” Mondolibri s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 21/10/2025 – T: 23/10/2025] &  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 411; anno: 2006]

Montefoschi si avvia verso gli ottanta, e in questa sua cinquantennale carriera ha pubblicato circa due dozzine di libri. Ne ho sentito parlare in giro (intellettuale, critico, traduttore, buon frequentatore dei salotti romani), ma ne lessi solo uno sparuto libro una trentina di anni fa senza averne un particolare ricordo. Ringrazio allora la dolorosa eredità di zia Serenella di costringermi a prendere in mano un secondo libro dell’autore.

Ora, con la maturità di centinaia di letture, posso affermare con fermezza che Montefoschi non mi piace. Ho trovato il libro noioso, inconcludente, lento, e soprattutto mi sono domandato lo scopo di tutto ciò. Scritto quando l’autore di anni ne aveva sessanta, è permeato dalla morte, anzi plurale, che una buona parte dei protagonisti ci lascia, insalutati ospiti.

L’unica dote che fin dai tempi gli riconobbi è la capacità di parlare di Roma. In effetti, per chi non la conosce, saltando le storie su cui torneremo, si fa un bel giro turistico, in particolare dei Parioli. Ci sono passeggiate a Villa Glori, giravolte intorno a via Denza (su cui torneremo), incontri a Piazza Santiago del Cile, aperitivi da “Hungaria”, colazioni da “Il Cigno”. Poi si scende anche verso il centro: una puntata a Piazza Trilussa per una pizza a Trastevere. Oppure si cerca di smaltire grasso in eccesso (sul corpo e sullo spirito) con qualche partitella di tennis al circolo del Ministero degli Esteri.

Le storie ruotano intorno a personaggi eminentemente borghesi, sempre al centro degli scritti di Montefoschi. Una borghesia medo-alta, discretamente colta, ma assolutamente priva di un qualsiasi slancio vitale. L’idea poi dell’autore è quella di categorizzare i personaggi, attraverso vuoi la loro attività vuoi la loro funzione sociale. Il nucleo forte degli attori messi in scena, altrimenti, si perderebbe nell’uso dei nomi e dei cognomi.

I personaggi clou sono Paolo e Grazia, l’Architetto e la Moglie. Poi c’è Bernardo il Pittore, Cristina l’Amante, Martina la sorella dell’Amante, Giulia l’Amica, Giovanni, il marito dell’Amica, Laura la Padrona di casa della tenuta in quel di Fossanova, con il marito Piero, Bruno, il Professore di francese, Franca, sua moglie, e Giorgio, il Critico d’Arte.

Figlio diretto di Moravia, questi personaggi comunicano poco, e quando lo fanno, fanno anche a gara a non capirsi. La differenza è che i nostri, invece che dentro le case, si muovono per Roma, vanno al mare al Circeo, e poi si ritrovano nel casolare di Laura vicino a Fossanova, ad una mezz’ora di macchina dal Circeo. E sono tutti di mezza età avanzata, come si diceva, arrotondati intorno alla sessantina, meno la non ancora quarantenne Cristina, sua sorella, ed il poco più che quarantenne Pittore.

Nelle 400 pagine, lunghe e faticose da leggere, ricostruiamo che il marito dell’Amica ha avuto una storia con la moglie del Professore, che lo ha lasciato. Lui ci rimane male, sta anche male, tanto che presto un infarto ce lo porta via. Nel frattempo, a Fossanova, l’Architetto, afflitto dal male di vivere (è insoddisfatto di tutto, e lo capisco, uno che si fa raccontare i libri dalla moglie senza leggerli, più che insoddisfatto è da sopprimere) è preso da un colpo di fulmine per l’Amante. Che però non è la sua amante, ma lo è del Pittore, che tuttavia è sposato avendo la moglie lontana in America.

La prima morte sconquassa gli equilibri, e lo farà anche la seconda, quella del decano Piero. Tra un aperitivo ed un vernissage, l’Architetto, oltre ad essere insoddisfatto è anche imbranato, che lì, a via Margutta, si dichiara all’Amante (che lo ascolta ma non lo fila, per ora). Peccato che non si siano accorti che la Moglie ha sentito tutto. Già che lei era abbastanza giù di corda, così ne approfitta per andare a trovare il figlio a Boston, e visto che ci si trova, farsi operare di un tumore al seno.

Moglie lontana, Amica a supporto, Amante ma del Pittore, l’Architetto va allo sbando, per poi passare lunghi momenti secondo lui d’amore con la Moglie che torna, ma solo per morire anche lei. E che fa l’Architetto? Un po’ sparisce, un po’ si barcamena tra l’Amante e la Sorella, per poi trovare “consolazione” (mi raccomando le virgolette) con l’amante dell’Amante, cioè il Pittore. Già il testo era involuto, ma qui si riavvolge su sé stesso, fino al prevedibile infarto che ci porta via anche l’Architetto.

L’epilogo secondo Montefoschi dovrebbe funzionare da apologo, ma risulta, come tutto il libro, poco convincente ed assai involuto. Ho tralasciato tante piccole inutili cose che succedono nel frattempo. Su e giù tra Roma e Fossanova, la moglie che ritradisce il Professore con il Critico, una serie di rapporti sessuali di scarsa rilevanza, ed un ritorno all’ordine. Le persone con problemi sono morte, il Pittore torna in America, il Professore con moglie si sposta a Parigi, l’Amante si eclissa, e tutto proseguirà dopo la fine del libro, fino a che moriranno tutti.

Montefoschi, cantore della città e della sua borghesia, mi ha convinto che la sua scrittura non è nelle mie corde. Credo anche nelle vostre, per cui vi potete esimere dalla lettura.

Questa trama si evolve in un grande contrappasso di citazioni non italiane, ma tutte al maschile.

Cominciamo con i “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy:

“Non ti senti a disagio? … Ogni tanto. Se uno sta in un posto sbagliato si sente a disagio.” (38)

“Io faccio sempre sogni strani … I sogni hanno vita lunga. Ancora oggi sogno cose che sognavo da piccola.” (129)

“Non mi risulta che le difficoltà della vita rendano la gente più compassionevole.” (219)

“Nella storia non ci sono gruppi di controllo [come negli esperimenti di laboratorio] e nessuno può dire cosa sarebbe successo altrimenti.” (228)

Ben si lega quest’ultima frase alle considerazioni molto politiche di Arthur Koestler nel suo “Buio a mezzogiorno”:

“Tutti i nostri principi erano giusti, ma i risultati sono sbagliati.” (57)

“Noi tutti [dice Rubasciov] abbiamo creduto di poter trattare la Storia come un esperimento di fisica. La differenza è che in fisica si può ripetere l’esperimento migliaia di volte, ma nella Storia si può fare una volta sola… E allora? fece Ivanov, Dobbiamo starcene seduti con le mani in mano solo perché le conseguenze di una data azione non sono mai completamente prevedibili, e quindi ogni azione è dannosa? Noi rispondiamo di ogni azione con la nostra testa.” (137)

“Ogni balzo in avanti dei progressi tecnici si lascia un passo indietro il relativo sviluppo intellettuale delle masse, determinando così una caduta del termometro della maturità politica.” (144)

Non posso poi che concordare sia con Gore Vidal che ne “L'età dell'oro” ci ammonisce:

“È triste che non sappiamo mai dove abbiamo sbagliato come genitori finché non è troppo tardi.” (218)

E sia con Luis Sepulveda e la sua “La frontiera scomparsa”, dove concordo incondizionatamente con la prima affermazioni, e rimando ad Epicuro per la seconda:

“Cañete [è] un paesino del Cile meridionale … dove l’anno si divide in undici mesi di pioggia ed uno di maltempo.” (56)

“Nessuno deve vergognarsi di essere felice.” (116)

Ovviamente siamo un po’ bloccati dalle novità editoriali, che sotto Natale si aspetta. Come siamo bloccati, per altri motivi, da programmazioni a lungo raggio. Per ora confidiamo nell’avvento di un nuovo anno continuando a viaggiare con le parole. Un veloce e grande abbraccio.