Questa settimana, che, tra l’altro, è anche l’ultima dell’anno, ci occupiamo di scritti eterogenei (cioè diversi tutto attaccato, che di versi pochi se ne legge). Abbiamo gli ultimi due cartonati dedicati alle avventure di Asterix e compagnia. Abbiamo due saggi o raccolta di articoli articolati e connessi di Beppe Severgnini. E sopra tutti un bellissimo scritto di Milan Kundera, autore che non sempre mi convince, ma che qui ho letto con attenzione e trasporto.
Fabcaro & Didier Conrad “Asterix e
l’iris bianco” Panini euro 12,90
[A: 07/11/2025 – I: 11/11/2025 – T: 11/11/2025]
- &&&
[tit. or.: L’iris blanc; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2023]
Avevo lisciato, un po’ per incuria, un po’
per sovraccarico di letture, gli ultimi volumi di Asterix. Avendone letto di
sfuggita mentre tramavo un libro di Fabrice Caro, ho scoperto che lo scrittore
è anche un valente sceneggiatore di fumetti. Ed ho anche scoperto che due anni
fa ha preso il posto di Jean-Yves Ferri nelle sceneggiature del mio amato
gallo. Ecco allora, recuperato il 40° volume della serie, aspettando che mi
arrivi il 41°, uscito in Francia meno di un mese fa.
Devo subito anticipare che, rispetto ai
classici Asterix, ma anche rispetto agli ultimi di Ferri, la storia è un po’
sottotono. Non ci sono invenzioni particolari, né rimandi storici. C’è un po’
di critica, ma forse anche questa datata (o forse datata per noi e più in auge
in Francia). Ci sono, e poi ne vedremo alcune, delle invenzioni linguistiche e
caricaturali interessanti. E c’è la solita alternanza degli ultimi volumi. Dal
precedente lontano dal villaggio (ricordo si svolgeva nella terra dei Sarmati,
cioè verso il Caucaso russo), qui troniamo principalmente in Armorica (cioè la
Bretagna dei nostri amati Galli), con una divertente puntata verso la capitale.
Il punto di partenza della storia è la
critica verso il cosiddetto “pensiero positivo” e tutte le stratificazioni di
finti “auto-aiuti” e simili finto-psicologismi. Non a caso, le esternazioni del
personaggio principale antagonista dei nostri sembrano delle rivisitazioni
delle ovvietà alla Paulo Coelho. Insomma, le armate di Cesare sembrano non
vincere più, allora lo psicologo dell’imperatore, Vitiumvirtus (in originale Vicévertus),
propone di adottare il suo metodo, detto “Iris bianco” (che si sa è simbolo di
purezza e virtù), usando aforismi da pensiero positivo per tirar su il morale
delle truppe e rimotivarle.
Cesare lo sfida mandandolo nella nostra
Gallia invincibile. Vitiumvirtus con le sue frasi fatte comincia a far breccia
sia nelle truppe romane che tra i galli. In particolare, è Beniamina (in
originale Bonemine, cioè “in buona salute”), la moglie del capo Abraracourcix
(che ricordo viene da “à bras raccourcis”, cioè a suon di pugni) a cadere nelle
sue trame. Così che il medico in capo, non riuscendo a motivare le truppe,
decide di portarla a Lutetia, e lì di consegnarla a Cesare. Quando i Galli si
accorgono della fuga, il gran capo con Asterix e Obelix si mette
all’inseguimento.
Nella capitale, mentre vediamo Vitiumvirtus
condurre Beniamina nelle sfere degli intellettuali blasè (con sottili e non
sottili critiche da parte di Caro), i nostri ne trovano le tracce tra locande e
teatri. Fino alla scena finale, con Beniamina che torna tra le braccia del
marito, Cesare che manda il medico come schiavo nelle navi romane e i galli che
tornano ad essere litigiosi. Per finire con il solito grande banchetto di
riconciliazione nel villaggio.
Come capite la storia è ben esile. Si base
quindi tutto sul contorno, sul clima e sulle frasi che si scambiano i vari
protagonisti della vicenda. In modalità Coelho ironico troviamo ad esempio “Chi
vince la collera trionfa sul suo più grande nemico”, “Un problema quando non ha
soluzione, smette di esser tale” per arrivare a “Col tempo e la pazienza, la
foglia del gelso diventa seta.”
A livello “caricaturale” dei disegni dei
protagonisti, per noi italiani diventa un po’ difficile entrare nel gioco. Io
ho riconosciuto soltanto in Vitiumvirtus la caricatura del filosofo e molto
altro Bernard-Henri Lévy. Mentre in varie scene di intellettuali nella capitale
si riconosce (ma solo perché ho letto da poco un suo libro) l’auto caricatura
dell’autore, Fabrice Caro. In fine, nell’attore delle scene finali, Boxoffix
(rimasto inalterato) si vedono bene i tratti di Jean Rochefort.
Ci sono poi divertimenti su cose e luoghi:
Beniamina per andare a Lutetia prende un CGV (Carro a Gran Velocità, vedi TGV
francese), nella capitale gli amici di Vitiumvirtus si ritrovano al caffè Lédeumagos
(il mitico caffè di Verlaine, Rimbaud e molti altri “Les Deux Magots”), poi
sempre loro vanno a vedere una mostra al museo Kébranlix (ovviamente il museo du
Quai Branly) dove vedono le opere di Banskix (Banksy), Boltanskix (Christian
Boltanski), Endiouaros (Andy Warhol) e Malevix (Kasimir Malevitch), dove spero
i cultori dell’arte ne abbiano riconosciuto qualcuno.
Nelle pieghe dei disegni poi fanno capolino
il Moulin Rouge (facilmente riconoscibile) e la fontana Wallace (un must per
chi conosce Parigi). Ci sono poi momenti che si perdono nella traduzione, come
ad esempio una affiche che in italiano viene indicata come Lotteria Gallica
(che solo facendo salti mortali possiamo riportare alla nostrana Lotteria
Italia), mentre in originale viene indicata come “Lotterie la Gauloise des Jeux”
riferendosi alla locale “Lotterie la Française des Jeux”. Come si perde il
gioco della commedia di Boxoffix che in originale riportava “En attendant Godos”
(ovviamente riferito al dramma di Samuel Beckett, parodiandolo usando il
termine “Godos” che colloquialmente indicava i visigoti; quindi “aspettando i
barbari”). Purtroppo in italiano hanno pensato di modificare il riferimento
facendo recitare “Romeo e Galletta”. No comment.
Poiché poi è una graphic di citazioni,
veniamo anche a loro, o almeno a quelle che si ritrovano in cross sulle varie
lingue.
Primo esempio. Vitiumvirtus dice “ti piace
ingaggiare discussioni?” e Asterix risponde “Non puoi ingaggiare mille volte
mille persone”. La citazione viene dal film comico cult “La città della paura”,
dove un personaggio dice “Puoi ingannare una persona mille volte, puoi
ingannare mille persone una volta, ma non puoi ingannare mille persone mille
volte” (scambio ingaggiare/ingannare).
Asterix, cacciando cinghiali, afferma “Mens
sana in porcore sano”, ovvio riferimento da Giovenale, sapendo che “porcore” in
latino sta per maiale. C’è poi il centurione Ollinclusus che dice “Se vuoi la
guerra, prepara la pace”, contro citazione di “Si vis pacem, para bellum”
tratto dal libro III “Epitoma rei militaris” del filosofo romano Vegezio. Poi
nella battaglia centrale tra Asterix, Obelix e i romani ce n’è un florilegio:
“Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi”
(Rocky Balboa), “Vincere senza pericolo è trionfare senza gloria” (dal Cid di
Corneille), “Che la forza sia con noi” (ovviamente “Star Wars”) per finire con
il bellissimo “Chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso” (Bertolt
Brecht).
Una delle cose poi da riconoscere ai
traduttori è lo sforzo di cambiare le citazioni alle canzoni francesi,
altrimenti non comprensibili. Gli ottimi Vania Vitali e Andrea Toscani allora
prima ci portano a Toto Cotugno (“lasciatemi cantare…”), per poi passare a Gino
Latilla (da vecchio scarpone a vecchio menhir), a Ron (“vorrei incontrarti tra
cent’anni…”) fino a Raf e Umberto Tozzi (da gente di mare a gente d’arvernia).
Potrei continuare a divertirmi, ma forse mi
diverto solo io in questi giuochi intellettuali. Quindi vado verso la
conclusione. Sempre ottimi i disegni, interessanti i passaggi ironici, meno
coinvolgente la trama. In conclusione, un buon prodotto, forse molto
“francese” per il nostro mercato, ma che io continuo ad amare, per le critiche
varie che continua a tenere, e per l’ironia che tiene in moto la mente.
Ricordo sempre che me ne innamorai quando,
nel terzo volume, “Asterix e i Goti”, tradotti da Marcello Marchesi, vedendo
visigoti e ostrogoti che se le davano di santa ragione, Asterix se ne esce con
“I goti che picchiano i goti, che goturia”. Inarrivabile.
Fabcaro & Didier Conrad “Asterix in
Lusitania” Panini euro 12,90
[A: 09/12/2025 – I: 10/12/2025 – T:
10/12/2025] - &&&
[tit. or.: Astérix
en Lusitanie; ling. or.: francese; pagine: 48; anno 2025]
Forse non sapete, ma, in genere, le avventure
di Asterix escono ogni due anni. Che tanto ci vuole per eseguire tutto il
processo: costruzione dello scenario, preparazione delle tavole, sceneggiatura
completa, produzione e colorazione delle tavole, impostazione delle traduzione
(perché, in genere, esce quasi contemporaneamente in tutto il mondo).
Quindi, avete saputo per vie traverse,
dell’ingaggio come sceneggiatore di Fabrice Caro, mi ero mosso per vedere se
ero rimasto in arretrato. Ed essendo così ho colmato il “buco” con i due volumi
della nuova gestione. Del primo ho appena parlato, così che, a stretto giro, mi
sono comprato ed ho letto anche questo nuovo ed ultimo episodio. Rimarcando con
rimpianto che si dovranno aspettare i due anni canonici per avere qualcosa di
nuovo.
In quest’avventura, tuttavia (e forse è anche
un punto di forza) c’è poco di nuovo. Cioè siamo di fronte ad una storia a suo
modo classica. Un popolo (o una qualsiasi entità) oppressa chiede aiuto ai
nostri invincibili galli. Che si faranno in quattro per capire cosa succede,
individuare i cattivi, adoperarsi che i buoni siano vincenti, il tutto condito,
se ce n’è bisogno e se ce n’è voglia, con qualche momento di vita locale nel
nuovo ambiente.
La decisione, quindi, è solo relativa a dove
collocare l’avventura. Visto che, andando in giro per l’Europa, poco si era
toccato della penisola iberica, ben si colloca l’idea di portare i portoghesi
in primo piano. Per una serie di ragioni. Primo, non c’era stato nessun
episodio direttamente lusitano. Secondo, si poteva pescare in un’idea non
sviluppata a suo tempo dai padri di Asterix, dove, ne “Asterix e il regno degli
dèi”, comparivano dei portoghesi, seppur senza nome. Ma erano ben tipicizzati
nella figura e nell’espressione, che è bastato partire da quegli accenni per
creare ottime figurazioni. Infine, anche i lusitani hanno un eroe nazionale che
a lungo, e con successo, si oppose ai Romani, al pare di Vercingetorige. Si
tratta di Viriato, la cui memoria è scolpita nel cuore locale, seppur le sue
vicende si svolgono un centinaio di anni prima dei nostri, dato che Viriato
venne tradito ed ucciso nel 138 a.C., mentre noi sappiamo che qui siamo nel 44
a.C.
Quindi, abbiamo il lusitano che chiede aiuto
ai nostri, visto che il suo amico e piccolo produttore di garum, è accusato di
voler uccidere Cesare, e per questo destinato alla morte. Subito Asterix e
Obelix partono per risolvere la questione. Così vediamo: l’arrivo in Portogallo
e la descrizione ironica dei costumi locali, l’individuazione dei cattivi e le
manovre per salvare il buono ed incarcerare i cattivi. Quindi, una trama
semplice e diretta che si regge sulle uscite ironiche, e che procede senza intoppi
verso l’auspicato finale. Certo, bisogna trovare il modo di scagionare
l’innocente, così che avverrà con l’aiuto di due turisti francese, una
vivandiera locale e tanto vino.
Prima di citare giochi ed iperboli
linguistiche, una delle idee vincenti è stata di presentare i locali come un
popolo “triste e felice”, sviluppando quindi quel ramo malinconico (la
“saudade”) e la sua migliore espressione canora (il “fado”). Mentre, dal punto
di vista epifenomenico, è l’accenno da alcune caratteristiche visive e
culinarie che ci fanno immergere nel Paese: la diffusione degli azulejo
(ironicamente indicate come piastrelle) e la presenza quasi in ogni piatto del
“bacalau”. Non potendo poi mancare un riverito omaggio ad una delle glorie di
Lisbona (o meglio di Olisipo, come si chiamava allora): le “pastel de nata”. Ed
anche al mitico autobus 28, qui rinominato “carro XXVIII”).
Ovvio che a cantare un fado non possa esserci
che una Amalia (richiamo all’ineguagliata Amália Rodrigues, la regina del
fado). Ovvio che il rivoluzionario imprigionato insieme al nostro innocente
commerciante, inneggi alla lotta di liberazione della loro terra e sia chiamato
“garofani”. Come, seppur brevemente in una tavola, c’è un ragazzo che gioca a
pallone con le fattezze minuscole di Cristiano Ronaldo. E poi, a guidare i
nostri alla riscossa è la locandiera Gama. Che ha un locale che in francese si
chiama “Le Vase clos”, e che quindi viene indicato come “Le Vase clos de Gama”,
con una pronuncia eufonica simile a “Vasco de Gama”. In italiano gioco
intrasportabile, e così viene adottato il più banale “Fiasco di Gama”. Peccato.
Qui dobbiamo sottolineare forse un po’ di
stanchezza di Vania Vitali e Andrea Toscani, che non sempre hanno la mano
felice come in altre occasioni. Il povero commerciante innocente viene chiamato
Candides (per sottolinearne l’innocenza) mentre l’originale si chiamava Mavubés
(cioè “ma vue baisse”, mi si abbassa la vista).
Comunque se vogliamo entrare più a fondo
nelle traduzioni (che come si dice anche in una tavola, “tradurre è un po’
tradire”) abbiamo alcune idee buone Gépissine (j’ai piscine, ho una piscina)
diventa Jacuzzine (facile) e Spikrine (cioè Speakerine, che formalmente sarebbe
“signorina Buonasera”) diventa Velina. O come il governatore di Olisipo
Plusvalus che si cambia in Surplus. Altre con adattamenti consentiti come
l’industriale dell’editoria Paruvendus (cioè “uscito venduto”) che si trasforma
in Globalnius, o il traditore lusitano
Pirespes (la peggior specie) mutato in Malafedes.
Ovviamente, alcune citazioni si comprendono
in tutte le lingue, ad esempio come il magnate dell’industria Elonmus o
l’addetto al marketing Niubisnes. Mentre per altre bisogna fare molta strada
affinché possa essere interpretato come il banchiere Lefricséchix (dove il nome
viene dalla canzone “Le Freak” del gruppo americano Chic) che viene cambiato in
Titolitossix. O come il buon lusitano in originale Boulquiés (indicando
l’apparecchio acustico “boule” prodotto dalla casa Quiès che è l’analoga
francese di Amplifon) che viene modificato in Audiostres.
Come sapete, sarei ore a decrittare nomi e
situazioni di Asterix, che mi hanno sempre intrigato sin dai tempi di Marcello
Marchesi. Ma per ora terminerei qui, con il riconoscimento di un volume nel
solco tradizionale, ben disegnato e con qualche spunto nella sceneggiatura.
Comunque, si potrà migliorare.
Beppe Severgnini “Manuale dell’imperfetto
viaggiatore” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T:
29/11/2025] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 225; anno:
2000]
Premetto, come ho fatto per altre recensioni
riguardanti Beppe Severgnini che, in generale, i suoi articoli in punta di
penna, pur non eccelsi, mi trovano curiosamente lettore. Ogni tanto ne nasce
uno spunto e non è poco (anche se, ovviamente, salto sempre a piè pari tutte le
volte che, malauguratamente, parla di Inter). Non solo, ma essendo un socio a
vita del Touring, a suo tempo, quando scriveva sulla rivista, anche quegli
articoli erano dilettamente letti.
Qui, per rendere sempre omaggio ai doni
ricevuti dalla dipartita di zia Serenella, mi sono imbarcato in una lettura che
solo per un paio di punti posso salvare. Molte parti erano già uscite sul
Touring. Ma più che altro, per i viaggi, molte parti sono dolentemente datate,
e senza possibilità di recupero.
Certo, l’intento dell’autore, come proclama
lui stesso, è quello di gettare un’occhiata sui viaggiatori, più che sul
viaggio. Ma non possiamo non renderci conto, ed io per primo, che viaggiare
nell’anno di scrittura del testo (2000) e viaggiare ora dopo 25 anni è
fondamentalmente diverso. Con due costanti (o due osservazioni) che meritano di
essere ricordate come “fuori dal tempo”.
Da un lato, infatti, pur con molti
distinguo, il popolo di turisti, come erano le persone in giro per il mondo
decenni fa, si è evoluto in un popolo di viaggiatori.
Il turista nell’allontanarsi da casa cerca
svago, cerca le mete che ha visto sulle riviste patinate, cerca comfort. Quante
volte, viaggiando nel secolo scorso, sentivo persone in viaggio lamentarsi di
non avere il caffè la mattina e la pastasciutta a pranzo. Ricordo ancora un
viaggio organizzato in Cina negli anni Novanta dove, dopo una settimana, ero il
solo a continuare a mangiare cinese…
Questo appunto è quello che contraddistingue
il viaggiatore: la voglia di scoprire, di imparare cose nuove e nuovi e diversi
modi di affrontare il mondo, la ricerca della vita quotidiana delle località
che si vanno scoprendo. Ho sempre detto, ad esempio, a tutti coloro che
viaggiano insieme a me che se in quel posto i locali mangiano qualcosa,
significa che è edibile. Può piacere o non piacere, ma questa è una storia
diversa.
Beppe, con la capacità analitica
dell’attento osservatore, si pone, mentre lui stesso viaggia, a vedere coloro
che gli sono intorno, rimarcando, sottolineando i modi di vita che tipicizzano
il poco perfetto viaggiatore, cominciando da … prima del viaggio. La
preparazione. Che, per le osservazioni del tempo, era dedicata alla visita alle
agenzie di viaggio ed alla gimkana tra le parole roboanti del venditore e
quanto realmente offerto nel pacchetto di viaggio. Una volta scelta la meta,
non si può che pensare alla valigia, ed alle diverse entità doganali che si
incontrano nel mondo. Non sfondo nessuna porta, sostenendo la poca flessibilità
delle dogane americane, o la sensazione di paura che incutevano i giovani
doganieri israeliani che controllavano le valige con la pistola in pugno.
Per parlare poi delle grossolane
maleducazioni dei viaggiatori in aereo. Non solo con la malacreanza di parlare
ad alta voce, sempre, ma, ad esempio, con l’arroganza di sedersi nel primo
posto libero, ignorando, se non costretti, il posto assegnato. Ovvio che,
viaggio per viaggio, non di solo aereo si tratta. Ma mentre per le navi
personalmente stendo un velo pietoso (salvo solo le crociere sul Nilo che ho
fatto e che rifarei), per le auto non posso che sottolineare, più che la
protervia di chi guida in modo spericolato e pericoloso per sé e per gli altri,
la completa maleducazione della gente che frequenta gli autogrill.
Potrei continuare a dilungarmi sui punti
salienti e dolenti che elenca ed analizza l’autore, ma vorrei solo soffermarmi
su i due elementi purtroppo molto cambiati nel tempo (più un terzo che lascio
in coda). Il primo riguarda il denaro. Ricordo, anche se non con rimpianto, le
lunghe ricerche di valuta prima di partire, e, in molte parti del mondo, la
lotta con i cambiavalute spesso truffaldini. Ora, da un lato, il passaggio
all’euro ha modificato sostanzialmente l’approccio al denaro ed agli acquisti
in tutta l’Unione Europea. Dall’altro, il sempre più elevato uso della carta di
credito ha ridotto ai minimi termini la ricerca di valuta estera.
Il secondo punto riguarda un fenomeno che ai
tempi della scrittura era agli inizi e che ora è deflagrato in modalità che non
ci sarebbe aspettati, è l’uso, scriteriatissimo, dei cellulari. Ricordo ancora
una fine pomeriggio passata tra vari negozi ufficiali in un villaggio indiano
alla ricerca di un telefono con cui poter comunicare con i miei genitori. Ora
si cerca solo se c’è campo e non c’è più nessun senso a dire: “indovina da dove
chiamo?” Unico punto che devo riconoscere a Severgnini è l’aver indicato già
venticinque anni fa quei comportamenti asociali di chi usa il cellulare come se
fosse solo al mondo. Parla ad alta voce e spesso mette anche il vivavoce. Non
credo ci sia bisogno di dire altro.
Insomma, mi aspettavo qualcosa di più, o
meglio, qualcosa di atemporale. Cosa che ho ritrovato solo in alcuni passaggi
ed in alcune caratterizzazioni. E per non allungare troppo tralascio appunto di
parlare degli hotel/pensione o delle visite nelle capitali europee (con la
montagna di foto scattate al tempo, e con i milioni di scatti con i cellulari
ora). Per cui, certo lettura gradevole, ma con poco ritorno mentale.
Solo un ultimo punto, anch’esso stravolto
dalla modernità, e che ho lasciato per ultimo legato ad un piccolo ricordo
personale. Le carte di imbarco! Una volta erano lenzuoli ambulanti, e a poco a
poco si sono ridotte fino ad ora che, insieme al biglietto aereo, sono
praticamente sparite. Per il biglietto ora è sufficiente il documento
d’identità e le carte d’imbarco, ormai sono quasi tutte memorizzate sui
cellulari. Così che non capita quanto Severgnini racconta a pagina 64 su “chi
ha i biglietti?”. E quindi su quanto ci capitò quasi quarant’anni fa dove
sparirono le carte d’imbarco in uno sperduto aeroporto egiziano. E furono
ritrovate solo poco prima della partenza messe nel cappello di uno dei bambini
del gruppo a mo’ di penna degli alpini.
“Le infanzie sono come le diapositive:
interessano soprattutto al proprietario.” (89)
“Flaiano: il desiderio segreto di ogni
turista è sentirsi a casa.” (192)
Beppe Severgnini “La vita è un viaggio” Mondolibri
s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 28/11/2025 – T:
29/11/2025] &&
e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 220; anno:
2014]
Nuova lettura degli elzeviri di Severgnini,
dove non torno e glisso sia sulla parte calcistica dello scrittore sia su dei
momenti di scrittura un po’ di stanca. Ne ho appena parlato, ci sono alti e
bassi, ma mediamente sono leggibili. Anzi, in questa nuova prova sembrano
abbastanza convergenti su temi similari, anche se tutta la seconda parte del
libro è forse un po’ sbilanciata italo-centricamente.
L’assunto principale, poi, è uno di quelli
che nel mio immaginario non dovrebbe essere neanche messo in discussione.
Viaggiare e leggere sono (e sono stati) un must della mia vita. Certo, sono
moderatamente invidioso di chi, come il nostro, lo fa nella vita quotidiana, e
spesso anche remunerato. Io ho di certo viaggiato tanto per lavoro prima e per
diporto poi. Purtroppo non ho mai trovato l’idea a me consona di monetizzare la
mia passione letteraria. Poiché sono momenti importanti, per me, ci ritornerò
in finale.
Il dato generale è un parlare a ruota
libera, che mi ha coinvolto come detto nella prima parte, un po’ meno quando
vuole parlare dell’attualità, della deriva politica italiana. Anche se in
quelle parti ci sono elementi imprescindibili per capire la nascita e la
crescita dello scrittore e del giornalista. Quando parla del suo periodo
studentesco a Crema, dei primi articoli sui giornali e giornaletti, nonché il
tirocinio sulle orme di un grande maestro di giornalismo, Indro Montanelli.
Ma questo suo parlare della vita, come dice
il titolo, è un parlare del viaggio. Dato anche per scontato che tutta la
nostra vita è un viaggio che parte da dove sappiamo bene ed arriverà, non
sappiamo come e quando, ma arriverà. E viaggiare, incontrare senza pensieri che
blocchino altre culture, altri modi di vivere è l’unico modo di costruirsi la
vita. Come ben afferma ad un certo punto, il viaggio allunga la vita, perché
riempie di ricordi il passato e colma di progetti il futuro.
Per affrontare tutta questa tematica, quasi
a darsi un filo conduttore, Severgnini sceglie venti parole che diventano venti
titoli di piccoli compiti in classe che girano intorno all’argomento. A volte
se ne fanno giri su giri, altre si parte dal titolo e si va dritti verso altre
mete. Prendo allora alcune parole, a caso ma non tanto, come a segnare il modo
di affrontare questo testo.
Non posso non partire dalla prima (Atlante)
perché è quella più legata al viaggio e che mi ha dato la spinta di leggere le
altre diciannove. Con alcune notazioni che sottoscrivo con tanta forza. Intanto
la tautologia efficacissima che solo viaggiando si impara a viaggiare. Ricordo
ancora la mia prima valigia, a sedici anni, per una lunga permanenza francese.
E ricordo come, se mi dite ora di partire, posso imbastire un bagaglio efficace
in meno di un’ora. Ma non solo si impara a viaggiare, perché guardando,
parlando, ascoltando, provando si impara a trovare sé e la propria strada. Un
tormentone ricorrente dei miei viaggi, ad esempio, riguarda il cibo. Che si può
capire molto delle culture altre vedendo come e cosa mangiano. Tanto che io
ripeto sempre a tutti: “Se qualcuno lo mangia, può piacere o non piacere, ma si
può mangiare. E si deve provare!”
La seconda parola che mi rimane sulla penna
è “Brevità” (che per la sua leggerezza mi rimanda subito a Calvino). La
sintesi è un’arte e chi ha questo dono riesce ad andare subito al nocciolo
delle cose, e per questo stesso motivo riesce poi a restituirlo agli altri
rendendo i concetti facilmente comprensibili. Non per questo sconsiglierei di
leggere “Guerra e pace”, che la brevità è un concetto che non si misura (solo)
in lunghezza. Perché i pur tanto utili “bignami” della scuola servivano solo se
avevi studiato bene e a lungo. Ma la brevità, dopo, dona tempo al lettore che
riesce ad avere gli stessi concetti in meno tempo (di lettura). Di passaggio
poi, se uniamo brevità a viaggio indichiamo un modo di viaggiare leggeri che
dovrebbe essere sempre la nostra meta.
La terza bolla dei ricordi riguarda l’Incoraggiamento.
Perché bisognerebbe sempre cercare di aiutare gli altri, ma gli aiuti non
sono regole da seguire quanto modi di indirizzare. E qui Severgnini ci aiuta
con una intraducibile parola inglese “nudging”. Un modo di aiutare gli altri
attraverso queste modalità. Tradotte in italiano con “spinta gentile” è un
concetto della psicologia cognitiva dove sostegno positivi hanno speso maggior
efficacia che regole o coercizioni. E sono segnali positivi anche per chi aiuta.
Per ultimo mi resta sulla penna la resilienza,
intesa come la capacità di superare un evento traumatico o un periodo di
difficoltà. Sono completamente in accordo con l’autore, che tutti cerchiamo di
dimenticare i momenti difficili. Invece sarebbe buona pratica ricordarli,
affrontarli, fortificare la nostra personalità perché ce la stiamo facendo. E
con Beppe ricordo uno dei più divertenti ad acuti film degli ultimi venti anni
che proprio sulla resilienza si basa. Pensiamo infatti a “Marigold Hotel”.
Poi ci sono altre sedici parole, che meno mi
hanno coinvolto, e che vi lascio scoprire se ne avete voglia, sottolineando
solo due aspetti: essendo il libro di solo dieci anni fa non è ancora andato in
obsolescenza come il precedente e leggete, senza che io ne faccia alcun cenno,
il capitolo dedicato alla rinuncia per una settimana all’uso di ogni strumento
tecnologico avanzato, in particolare i social. Molto istruttivo.
Per finire su libri e viaggi, nel nuovo
censimento dell’ONU sono riportati 195 paesi (inclusi anche una serie di
microstati di isole caraibiche ed oceaniche). Nel mio censimento personale,
risulta che ne abbia visitati 90. Mentre sul fronte bibliotecario, pur con
qualche incertezza sugli anni ’80, i miei brogliacci di lettura portano un
totale di circa 5.300 libri letti. Parliamone, caro Beppe.
“Viaggiare è istruttivo … Se da giovani
viaggiare è utile, da meno giovani diventa fondamentale. La curiosità è
l’antiruggine del cervello, e a una certa età bisogna applicarne in
abbondanza.” (17)
“Papa Francesco: ciascuno ha una sua idea
del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male
come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo.” (122)
“dal film ‘Nebraska’: - Ha l’Alzheimer? –
chiedono al figlio riferendosi al padre. – No – risponde il figlio – crede a
quello che dice la gente.” (146)
“Archiloco: La volpe sa fare molte cose,
il riccio una sola. Ma molto bene.” (194)
Milan Kundera “Il sipario” Adelphi s.p.
(lasciato in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 11/11/2025 – T:
13/11/2025] - &&&
e ½
[tit. or.: Le rideau; ling. or.: francese; pagine: 183; anno 2004]
Ho
da sempre avuto un rapporto di vicinanza/lontananza con lo scrittore
franco/ceco. Mi aveva, come per molti, affascinato l’edonismo reaganiano di
Roberto D’Agostino, mi avevano lasciato dei dubbi alcune letture. Ma senza
dubbio è un autore che leggo sempre con un occhio di riguardo, soprattutto in
questa tarda lettura della sua scrittura in francese, lingua adottata come fu
adottato lui dalla sua seconda patria, visto che dalla prima dovette
allontanarsi per non subire repressioni o peggio.
E
proprio questo suo carattere di cittadino del mondo permette a questo scritto
di affrontare un tema molto coinvolgente, per me. Il romanzo, la sua nascita,
la sua esistenza. Perché il romanzo è e non può essere altro che un pezzo di
una storia che supera le nazioni ed il nazionalismo. Possiamo avere in
antipatia (o anche in odio) i russi attuali, ma non possiamo negare la potenza
o il coinvolgimento di un Dostoevskij o di un Puškin.
Come
dice il titolo, con queste sue pagine un po’ a ruota libera, Kundera solleva il
sipario sul suo concetto di romanzo, innescando una sua riflessione (personale
e difficile da sintetizzare) sul romanzo come arte autonoma, come momento di
conoscenza, come momento che fa pensare (cosa che condivido, anche se i
pensieri che a me suscita una riga di un romanzo forse sono altri rispetto ai
vostri), come, in fondo, un inno alla memoria per non dimenticare. Cosa? Ma
tutto, che diamine. La Storia, le storie, il personale, il pubblico, quello che
è successo e quello che sta succedendo.
Per
questo, Kundera, saltando qua e là, ci parla dei suoi autori fondamentali. Che
conosciamo, ma (domanda personale) li abbiamo letti? I suoi autori sono tanti:
Musil e l’Uomo senza Qualità (ed io invece ho letto i turbamenti di Törless),
Kafka e tutta la sua produzione, Castello e America in testa a tutti (io mi
fermo al Processo ed ai racconti), Broch e i Sonnambuli (io vado per la morte
di Virgilio), Gombrowicz e Ferdydurke (ovvio che io rimango sempre su “Trans-Atlantico”).
Mi ha fatto pensare non poco che pur avendo letto degli stessi autori, ci
restano nelle corde tutti libri a volte diversi.
Ma
il romanziere per Kundera è colui che vede quello che altri non vedono. Lui è
romanziere, io sono un misero tramatore. Eppure, partendo da quegli autori, ed
arrivandone ad altri, infila una serie di riflessioni che si intonano alle mie.
Il romanziere narra di un mondo che cambia inesorabilmente, ogni giorno. E
quindi leggerne permette di ricordare il mondo che abbiamo attraversato, visto
che il mondo in cui moriremo no sarà quello in cui siamo nati.
Dicevo
arriva ad altri, a quelli che erano, prima dei precedenti, i caposaldi della
struttura del romanzo. Lì dove sono arrivato anch’io, e con Kundera celebro
ovviamente Cervantes, Fielding, Goethe, Stern, Flaubert, Carpentier, Joyce.
Ognuno con la sua specificità e realtà. Il Don Chisciotte base della
rivoluzione copernicana del romanzo, e su cui torneremo per due aneddoti, il
Tom Jones di Fielding o il Tristram Shandy di Sterne. E così via, fino al
flusso di coscienza di Joyce e d al realismo magico di Carpenter.
Faccio
una piccola digressione sulla Cecoslovacchia e due riflessioni ad essa
collegata, ben evidenziate dal narrare di Kundera. Kafka era di Praga, ma ha
scritto sempre in tedesco, si considerava parte della letteratura germanica, e
se avesse scritto in ceco forse avrebbe un posto veramente di nicchia nel
nostro immaginario (come ad esempio Karel Čapek, che è il padre fondante di
tutta una letteratura che forse ricordiamo in tre; come scrittore non come
letteratura). La seconda riflessione parte dalla descrizione di un testo dove
lo scrittore si lamentava del rumore della auto per le strade di Praga. Rumore
che ora, a noi, neanche entra nella testa. Ma quello scrittore scriveva quando
le auto erano poche. Così, i disturbi, le deviazioni dall’ordinario si percepiscono
meglio nell’infanzia del loro divenire. Quando le scritture si sommano, tutto
si omologa. Purtroppo verso il basso.
In
questa sua forte dichiarazione d’amore per la narrativa, Kundera ci porta ad
una riflessione di fondo: noi lettori e voi scrittori siamo in fondo
osservatori di cosa avviene nell’animo umano. E gli scrittori, allora, in ogni
dove ed in ogni lingua, in ogni secolo ed in ogni continente, devono continuare
a scrivere affinché noi lettori possiamo continuare a portare avanti la memoria
dell’esistere.
Termino
con quei due richiami a Cervantes di cui accennavo. Il primo viene dal passo
del Chisciotte in cui il nostro eroe visita un gentiluomo il cui figlio si
diletta di poesia. Figlio ben astuto, che subito si rende conto della follia di
Chisciotte. Quando però il “folle” loda e con parole giuste le poesie del
ragazzo, questi è sedotto dall’arguzia del folle e ne dimentica la follia. Si
domanda allora Kundera: chi è allora più folle, il folle che tesse le lodi del
savio o il savio che crede alle lodi del folle? Un pezzo meraviglioso sia di
Cervantes che di Kundera.
L’altro,
che ritrovo a pagina 131, quando Chisciotte prende per elmo la bacinella di un
barbiere e postasela in capo la tramuta, ipso facto, in elmo. Questo mi ha
riportato ad un Carnevale a Venezia di tanti anni fa, quando un signore, per
mascherarsi, si era vestito di tutto punto (giacca, camicia, cravatta e
cappotto), per poi indossare come cappello uno scolapasta. Ritengo che sia il
più bel travestimento che abbia mai incontrato nella mia vita. Il che ci
riporta ad un elemento fondante della scrittura e delle riflessioni di Kundera:
ogni lettore è colpito da eventi diversi nella scrittura, ognuno darà evidenza
ad un particolare, che altri magari ignoreranno del tutto. Il bello della
scrittura e della sua accoglienza soggettiva.
Forse
mi è mancato qualche raccordo finale per riuscire a comprendere e rendere mio
tutto il testo. Che però trovo stimolante ed assolutamente da leggere.
Avendo
comunque un florilegio si scritti al maschile, non posso che riempirvi di citazioni
e pensieri che vengono delle mie letture al femminile.
La prima
che vi propongo, unica straniera, è il Nobel Nadine Gordimer dove in “Nessuno al mio fianco” propone, tra le altre, alcune riflessioni
sull’anzianità:
“Sai
che è davvero brutto essere vecchi, quando nessuno vuole più toccarti.” (119)
“Alcuni mutamenti della comprensione reciproca
possono avvenire soltanto quando si è soli, lontani da ciò che è contenuto
nella forma delineata da un altro. E questi mutamenti non possono essere
condivisi, si è per sempre soli con sé stessi.” (122)
“Ora
sono abbastanza vecchio da capire quello che non si sa a vent’anni: la vita non
finisce con la catastrofe dei quarant’anni, è molto probabile che continui
ancora per molto tempo.” (198)
“Non
si può appartenere a qualcun altro… si può desiderarlo, ma non è possibile.”
(198)
“Tutti
finiscono col muoversi da soli verso sé stessi.” (270)
Abbiamo
poi due libri di Paola Mastrocola:
“La gallina volante” e “Facebook in the Rain”. Il primo, da brava insegnante, con due pensieri
sui giovani:
“Sono
bravi gli studenti anni Novanta… puoi venire a dirgli qualsiasi cosa, se la
bevono come niente…. Santa passività!” (50)
“Mia
madre mi diceva sempre che i giovani vanno aiutati perché non sono stupidi,
sono solo giovani.” (150)
Il secondo,
invece, con un flash sui rapporti di coppia:
“Non importa se una donna ti dice di
sparire, tu non lo devi fare … perché la donna è così, spesso dice una cosa che
non vuole, e vuole una cosa che non dice.” (104)
A ruota vengono poi tre donne con diverse età
ed espressioni. Dacia Maraini nel racconto “Menzogna felice” consiglia “Da
bambini si vuole capire. Da adulti si vuole dimenticare. Sia dolce il dubbio a
chi nuocer può ‘l vero.” (33)
Giuseppina
Torregrossa nel suo celebrato “Il conto delle minne” approfondisce il discorso del passaggio d’età: “A un certo punto della vita il tempo
corre veloce e la maturità sta in attesa dietro l’angolo. Io non mi sono
accorta di essere diventata adulta. Il ricordo della mia infanzia è così vivido
e presente che non sono ancora pronta.” (197)
Infine, Chiara Gamberale scrivendo “La zona cieca” ci porta in quel quadrato magico di Johari
che tutti gli psicologi conoscono (quattro quadranti denominati aree: Pubblica,
con le informazioni note a tutte, Privata, con i tuoi segreti, Cieca, quello
che gli altri sanno e vedono di te e di cui tu non ti accorgi, e Ignota, dove
sono informazioni sconosciute a tutti, esperibili attraverso nuove esperienze):
“Nel lavandino erano accumulati tutti i piatti e le stoviglie di casa.
Li aveva usati finché ce n’erano a disposizione … poi era passato a quelli di
plastica. Che formavano una pila, assieme a giornali vecchi, … l’edizione
originale di Malone muore, un numero di Diabolik … il manuale di storia
dell’arte di Winckelmann.” (34)
“Io
penso alle persone solo quando ce le ho davanti agli occhi. Quando non ci sono
è come se si spegnessero.” (51)
“Anche
se pensiamo che nessuno può capire quello che stiamo passando perché nessuno è
speciale come noi.” (101)
“È
colpa mia se vorrei portare a letto tutte le donne che vedo?” (190)
Ed eccoci, allora, all’ultima trama dell’anno, la numero 47 (poiché nell’anno ci sono 52 settimane, vuol dire che ne ho saltate solo 5). Tra qualche giorno faremo il consuntivo delle letture, per ora ci accontentiamo di ritirarci qualche giorno in campagna, perché il riposo fa bene a tutti. E da lontano, in ogni caso, continuo a pensarvi, abbracciarvi.