domenica 14 dicembre 2025

Tabucchi e qualche altro - 14 dicembre 2025

Una settimana dedicata alla cara zia acquisita, che ci ha lasciato alla metà di questo anno e che mi ha fatto dono di una bella dose di libri. Che riempiono quasi tutta la trama e che (ma poco in questo caso) non sempre sono libri che avrei comperato o che avrei letto. Ma, avendoli li leggo, ed in particolare qui dove ritrovo tre bei libri di uno scrittore che ho sempre amato, a partire dal primo, letto nelle more dei tempi, ma ritrovato e riletto con immutato amore. “Notturno indiano” è da sempre un libro nelle mie top list. Ai tre Tabucchi si accompagna un poco interessante libro di Giorgio Montefoschi, di cui ho letto di meglio, e l’unico libro esterno, una scrittura a quattro mani di Erri De Luca e Ines de la Fressange che, nelle parti di Erri, ho trovato anche interessante.

Antonio Tabucchi “Notturno indiano” Sellerio s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 04/10/2025 – T: 05/10/2025] &&&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 109; anno: 1984]

Sempre grato del piccolo tesoretto librario che mi ha fatto pervenire la dipartita di zia Serenella, sono contento che questo viaggio tra i libri mi abbia ricondotto ad un autore che ho sempre amato, in una scrittura che potrei aver letto nella mia lontana giovinezza, ma che ora, carico d’anni come dice il poeta, mi offre qualche bello spunto in più. Di lettura e di riflessione.

Non dirò certo cose sorprendenti, intanto, ricordando che anche in questo breve scritto si sente l’eco del maestro che gravita sulle spalle di Tabucchi. Non ci sono frasi sue che non ci facciano riecheggiare Pessoa e le sue mirabolanti scritture. Così che anche in queste poche pagine, se ci lasciamo trasportare, possiamo fare dei grandissimi viaggi interiori.

In più, qui Tabucchi ci conduce per mano anche ad un viaggio esteriore, gestendo un gioco, tra realtà e finzioni, sul crinale indiano di una possibile visita e di una certa invenzione. Il nodo narrativo è subito presentato e ben chiaro. L’io narrante, che ad un certo punto identificheremo con il nome di Roux (che se pur indica il colore è più inteso come abbreviazione gentile di usignolo in francese, “rossignol”) si reca in India, dove non era mai stato, alla ricerca del suo amico Xavier, scomparso da un anno senza lasciar tracce.

Roux approfitta del fatto di dover consultare delle fonti archivistiche portoghesi in quel di Goa, per partire, accompagnato da una improbabile guida in inglese, dal titolo “India, a travel survival kit”. Guida che riecheggia le Lonely Planet, a patto che siano immerse nel datato sapere di una Baedeker. Guida che gli fornisce nomi e indirizzi di hotel, ristoranti ed altro, che probabilmente avrebbero avuto senso decine di anni prima.

Armato quindi solo dalla volontà di ricerca, Roux arriva a Bombay e da lì, in undici tappe più una, percorre tutta la sua avventura indiana. Con il solito spirito di entrare ed uscire dalla trama, Tabucchi ci avverte prima di cominciare che questo viaggio, notturno appunto, da un lato si colloca là dove nasce la notte, ma anche ponendosi come itinerario che un intrepido viaggiatore potrebbe percorre. E ci fornisce quindi i dati delle tappe percorse.

Ogni tappa è una piccola cartolina indiana che, per chi non ha vissuto in prima persona in quei luoghi, potrebbe apparire un accenno di favola, un incipit di una parabola. Chi, come me ed alcuni miei sodali, ha invece praticato a lungo quelle strade, non può che rimanere l’impressione di momenti di vita anche da noi vissuti. Abbiamo visto le prostitute per le strade di Bombay (anzi Mumbai), abbiamo seguito le orme di un ignudo jainista nelle grotte di Ajanta ed Ellora, abbiamo passato notti nei vagoni dei treni da Varanasi a Kolkata, abbiamo aspettato pullman a Chennai o sentito messe in Kerala.

Nella sua ricerca di Xavier, il nostro Roux parte proprio da Bombay, ultimo domicilio conosciuto, e da una prostituta che aveva incontrato il suo amico. Vimala lo indirizza ad un medico, senza fortuna, e da lì in uno dei più grandi e lussuosi hotel di tutta l’India, il Taj Mahal Intercontinental di Bombay. Niente. Allora si può prendere un treno per Madras, chiacchierando con un jainista che sta andando verso il Gange a morire.

Sempre senza frutti tangibili gli incontri di un esponente di una società teosofica con cui Xavier scambia lettere, con Margareth, un inglese di belle parole ma poche notizia. Roux si ferma anche in una stazione di autobus sulla strada di Mangalore dove incontra, lui meravigliandosi noi avendone visto, un ventenne deforme che un fratello porta in giro con pretese divinatorie.

Comunque, alla fine, Roux, anche per i problemi di lavoro, non può che arrivare nel Portogalli indiani di Goa, dove ha gli ultimi abboccamenti con un prete, Padre Pimentel, con un postino americano fuggito lì in India da dove scrive cartoline agli abitanti della sua città d’origine, con addetti alberghieri che non riescono, non sanno, non possono aiutarlo.

Il dodicesimo passo, alla fine, ci mostra (anche) come tutto sia vero o sia finzione, ma senza una reale rilevanza. Ora è Xavier che parla, narrando come si sia fatto seguire da Roux con l’intento lui di seguire l’amico. E come l’incontro non possa avvenire, che ognuno, scegliendo le proprie strade, è bene segua il proprio destino.

Il primo sentimento che viene alla testa della breve lettura è come, in poche pagine, Tabucchi sia riuscito a racchiudere la fotografia della nostra vita. Noi che si segue qualcosa (che possiamo chiamare Xavier oppure in altro personale modo) come se fosse un faro che indichi la rotta nella navigazione del soggiorno terrestre. C’è Xavier? Esiste? Una domanda senza risposta e senza senso, che Xavier non potremmo mai incontrarlo, sarà sempre fuori dell’orizzonte del nostro percorso. Intanto, abbiamo vissuto, dato che nel viaggio che è la nostra vita, di sicuro non conta il punto finale, che arriverà per tutti uguale, ma contano gli incontri (in senso larghissimo) che abbiamo fatto durante il viaggio.

Personalmente, non posso che non amare questo libro che, scritto ben prima di tutti i miei viaggi indiani, è riuscito a descrivermeli tutti come li ho fatti (e come li ricordo). Con il solo rimpianto di non essere (ancora) andato a Goa. Ma con la ricchezza di tutti gli incontri fatti. Dai templi di Khajuraho ai marmi del Taj Mahal, dai cadaveri di Varanasi al medico ayurvedico in Orissa, dalle ricchezze del Rajasthan alle povertà del Tamil Nadu.

E poi, per me, tutto è anche legato al mio amico Kurt, con cui studiai francese a Parigi, e che dieci anni dopo, passò per Roma a salutarmi dicendo che andava in India. Da dove non è più tornato. Si sarà perso anche lui come Xavier.

Mentre chi non si perde è la penna di Tabucchi che in scarse cento pagine nel piccolo formato degli scritti della memoria di Sellerio, ci ha fatto fare un bellissimo viaggio. Come mi dice infatti sempre Alessandra: chi legge è un viaggiatore.

Namasté, Antonio.

Antonio Tabucchi “Il filo dell’orizzonte” Feltrinelli s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 09/10/2025 – T: 10/10/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 105; anno: 1986]

È un filo sottile quello che lega questo secondo libro scritto quarant’anni fa da Tabucchi, con il primo, di cui ho tramato da poco. Un filo che collego al sotteso dei due scritti, quella ricerca dell’identità e della verità, che, in senso esteso, percorrerà poi tutta la sua opera. Drogata, come ovvio, dalla presenza incombente di un macigno come Pessoa. A volte il risultato è limpido, come nel Notturno. A volte meno, come in questo Orizzonte.

Dove l’elemento che fa da perno alla narrazione arriva solo verso la fine, quando il protagonista svela la metafora del titolo. Da lontano vediamo l’orizzonte come un filo sottile tra terra e cielo. Un filo che non esiste, dato che l’orizzonte, mentre noi ci avviciniamo, si allontana sempre di più. È una linea finta che separa quello che vediamo, terra, mare, cielo, con qualcosa che rimane nascosto. E che lo rimarrà sempre, quasi a simboleggiare il fatto che mai riusciremo ad arrivare ad una verità assoluta. La vita sarà una perenne ricerca di raggiungere quella linea. Senza mai arrivarci.

La storia vede un personaggio principale, Spino, e due forti comprimari: la sua amica Sara ed il giornalista Corrado. Visto che a volte le metafore riescono fino ad un certo punto, qui l’eponimia è palese. Sara sogna una vita diversa, come un elemento onirico del testo, quando la vediamo immaginare crociere transatlantiche con Spino nelle vesti del medico di bordo. Corrado, invece, penna alla mano, ci raffigura la realtà del quotidiano, quella tangibile, quella che descrive quanto accade, anche se non riuscirà né a comprenderlo né a descriverlo sino in fondo.

In mezzo, Spino. Che è un tecnico di obitorio, anche qui metafora di chi vive ma che sa, per vederla e toccarla, che la morte c’è ed è tangibile. L’elemento scatenante è l’arrivo all’obitorio di un morto a valle di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Un ragazzo con documenti palesemente falsi (si fa chiamare Carlo Nobodi, un cognome che, letto all’inglese, ‘nobody’, è tutto un programma). Un ragazzo di cui nessuno reclame le spoglie. Un ragazzo che non si capisce se muore per i colpi dei poliziotti o per chi era con lui nell’appartamento teatro dell’irruzione poliziesca.

Spino non se la sente di lasciar correre, e comincia ad indagare. Prima con l’aiuto di Sara, seguendo la pista di un abito confezionato da un abile sarto di campagna. Fino a che Sara va in gita con la scuola e ne perdiamo le tracce. Poi con l’aiuto di Corrado, che pubblica frasi che possono suscitare interesse all’interno dei suoi articoli. Fino a che la cronaca del reale non prende il sopravvento e del ragazzo nessuno più si interessa.

Ma qualcosa si è mosso, tra sogno e realtà (vi rimando alle metafore sopracitate). Spino si spinge da solo, avanti nella ricerca. Che diventa quasi una ricerca anche della propria identità. Così come appariva, così come ci aveva insegnato un filo rosso del primo romanzo. Che Spino sa ovvio chi è (conosce il proprio nome), ma è insoddisfatto della vita, e questa ricerca, tra noir e cronaca, lo porta a contatto con un suo viaggio interiore. È possibile che il morto venga dall’Argentina. È possibile che Carlo, anzi Carlitos, sia il suo vero nome. E mentre vede possibili foto dell’infanzia del morto, Spino vede e ripercorre la sua propria infanzia.

Il testo è abbastanza noto, per cui ne faccio un piccolo spoiler, incompleto. Ad un certo punto, Spino dovrebbe avere un incontro con qualcuno che sa. Un incontro che però non avverrà mai, così che Spino resterà a rimirare un orizzonte (l’identità del morto) che non raggiungerà. Come non raggiungerà in pieno la sapienza dello scopo della propria vita.

Tabucchi, qui con molto Pessoa, ci dice in fondo che siamo tutti delle maschere, inconoscibili. Possiamo solo usarle, così come Pessoa usava le sue molteplici identità. Indossarle e viverle. Con l’unico conforto che, facendolo con onestà, non avremo soluzioni, ma potremmo avere una vita onesta. Cosa che non è poi da buttar via.

Seppur sempre gradevole la scrittura, questa seconda prova è in calando, anche mantenendo un buon livello di gradimento. E noi sappiamo, per averne letto, che poi produrrà altre e ben degne opere.

Antonio Tabucchi “Il tempo invecchia in fretta. Nove storie” Feltrinelli s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 23/10/2025 – T: 25/10/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 171; anno: 2009]

Con questa antologia di testi finisce il recupero di alcune opere di Tabucchi, e non è un caso che si parli di memoria in questi testi avuti in eredità da zia. È anche una delle ultime opere di Tabucchi, e proprio per questo non mi ha sorpreso che il filo conduttore dei testi sia il tempo che passa e la memoria, i ricordi che lo accompagnano.

Sappiamo, da tutta l’opera di Tabucchi, dei suoi rapporti stretti con Pessoa, ed anche qui notiamo come molto ci sia di travisamenti e trasfigurazioni, di incontri casuali e di sogni. Quello che si trova in più sono due omaggi compresi nel titoli. La seconda parte è un sentito ringraziamento all’opera del grande Salinger (quello de “Il giovane Holden”), che morirà l’anno dopo l’uscita di questo testo, ma che soprattutto scrisse una fondamentale opera di racconti intitolata “Nove storie”.

La prima parte è un frammento di un frammento attribuito al filosofo presocratico Crizia (“Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta”), adombrando il rincorrere di illusioni o desideri irrealizzabili porta a perdere il proprio tempo. Ma che io leggo anche come un altro omaggio trasversale, come tutta l’opera di Tabucchi, allo zio di Crizia, il ben più illustre Platone.

Tutti i testi sono pervasi da una sospensione, molto salingeriana, che non sappiamo bene dove sia l’inizio, e di sicuro il testo ci lascia prima di una possibile conclusione. Che l’autore lascia correttamente a noi lettori.

Così iniziamo a vedere una donna che ricorda una festa della famiglia del marito. Siamo ne “Il cerchio”, e lei quarantenne, fa i conti con la sua mancata maternità. Seguiamo poi un dolente personaggio avviato alla sua vecchiaia, che in “Clof, clop, cloffete, cloppete” andando a trovare la zia morente, rivive passaggi della sua infanzia.

Quello che più mi ha coinvolto è stato “Le nuvole”, dove un soldato reduce dal Kossovo dove si è intossicato di radiazioni (per cui ipotizziamo sia stato congedato e venga verso il mare per passare l’ultima parte della propria vita), sulla spiaggia incontra una curiosissima ed intelligente bambina, intavolando con lei una bella schermaglia di parole. Ma soprattutto, introducendola alla nefelomanzia, che, come voi sapete, è l’arte di predire il futuro osservando la forma delle nuvole.

Abbiamo poi quattro testi “politici”. Nel primo, “I morti a tavola”, seguiamo il movimento senza meta di un ex-agente della Stasi, che per anni aveva pedinato Bertolt Brecht, e che ora lo va a trovare al cimitero. Nel secondo, “Fra generali”, si ripercorrono momenti dell’invasione russa in Ungheria e del rapporto tra i due generali schierati sui due fronti, l’ungherese Laszlo ed il russo Dimitri.

Dopo un interludio (“Yo me enamorè del aire” viaggio in un giardino botanico tra i ricordi di un uomo risvegliati dal canto di una voce femminile), in “Festival” seguiamo le confessioni di un avvocato polacco e le sue invenzioni per ergersi a difensore nei processi politici contro gli oppositori al regime comunista, per ottenere pene più miti. Infine, in “Bucarest non è cambiata per niente”, c’è un profugo rumeno, ricoverato in una clinica per anziani, che, nelle more della sua demenza senile, intreccia passato e presente durante le visite del figlio.

Infine, epitome dei pensieri del nostro, nell’ultimo, “Contrattempo”, c’è tutta la storia di una persona sola e solitaria che per vincere la sua solitudine si racconta storie, in cui alla fine diventa il protagonista, in una storia pensata in una notte insonne.

Come potete intuire, il tempo è al centro di tutti i racconti. Il tempo che passa in fretta. Il tempo che passa prima che ce ne rendiamo conto. Il tempo che non possiamo comperare, non possiamo fermare. Però possiamo fermare un momento noi stessi, e prenderci il nostro tempo. Guardare il noi presente, originato dal passato e origine del futuro. Per questo, “Le nuvole” mi ha coinvolto. Non tanto per il malato che parla, quanto per il fatto che quel malato si ferma, e trova il modo di trasmettere ad altri (la bimba curiosa) un sapere, un seme di idea che magari non germoglierà, ma che almeno viene piantato.

Quindi, il tempo di Tabucchi diviene un viaggio nella e della memoria. Ed in quel viaggio, lontano da lui, anche noi ci dovremmo fermare ogni tanto. Ricordare. E condividere. Grazie sempre delle tue misurate parole.

“Hai voglia di raccontare i tuoi ricordi agli altri, quelli stanno a sentire il tuo racconto e magari capiscono tutto anche nelle minime sfumature, ma quel ricordo resta tuo e soltanto tuo, non diventa un ricordo altrui perché lo hai raccontato agli altri, i ricordi si raccontano, ma non si trasmettono.” (145)

Erri De Luca & Ines de la Fressange “L’età sperimentale” Feltrinelli euro 17 (in realtà, scontato a 16,15 euro)

A: 16/09/2025 – I: 08/10/2025 – T: 09/10/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 116; anno: 2024]

Un libro fondamentalmente sbagliato, ma che può essere letto con proficuità se, pur seguendo lo scritto e le parole degli autori, ci facciamo attraversare la mente lettrice da una domanda: cosa sto facendo io della mia età, a prescindere da quale età abbia? Con un utile corollario: soprattutto una risposta utile sto ho più anni dietro che davanti. Ma che, se vogliamo e possiamo essere sinceri, una risposta che potrebbe essere interessante a qualsiasi età.

Cominciamo allora con gli sbagli. Non viene detto, o viene detto male e quando già ci si è addentrati nella lettura, che in realtà questo libro è uno spin-off di un documentario di una ventina di minuti, la cui scena principale è una scalata di una parete senza ausili da parte di Erri. Il libro è in effetti un complemento del doc, che partendo dalle riflessioni sulla scalata, allarga il discorso sull’età e sul suo inesorabile avanzare.

Il secondo sbaglio è la presenza impalpabile come fornitura di riflessioni, ed utile solo a scopi pubblicitari e di amicizia, della bellissima stilista Inès Marie Lætitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange (mi scuso se ho voluto citarne il nome completo). Inès dice alcune cose simpatiche come contraltare dei pensieri di Erri, con un intervento che si condensa in tre lettere ed un’introduzione (per un totale di una dozzina di pagine). Così che risulta poco un discorso a due voci, che Erri occupa le altre cento con parole e immagini.

Ciò detto, io leggo sempre con interesse ed attenzione gli scritti di Erri De Luca, fin dal primo “Non ora, non qui”, accumulando diciannove libretti (tra cui il bellissimo “Tre cavalli”), per problemi di affinità. Politica ma soprattutto di atteggiamento mentale e culturale. Ora, non sapendo né interessandomi i motivi del coinvolgimento di Inès in questo scritto, mi rivolgo e ripenso alle parole di Erri ed ai pensieri che mi hanno suscitato.

Innanzi tutto, come sapete o potete immaginare, è un libro sull’età, che parte dalla costatazione che sempre più persone raggiungono un’età che un tempo si diceva “avanzata”. Da questa considerazione e dalla propria esperienza, Erri discende il ragionamento che lo ha portato al titolo. Non è avanzata, non è vecchiaia, è un’età sperimentale. In che senso?

Io interpreto nel senso, anche soggettivo, che in questa età, per quanti ragionamenti si facciano, per il nostro corpo è la prima volta. Come la prima volta per ogni età che attraversiamo, aggiungo io. E quindi ribatto, certo, è un’età in cui si va a sperimentare il proprio corpo, in cui bisogna provare le cose che si vogliono fare, accettando anche eventualmente la sconfitta. Non tutto si può fare. Non tutto riusciamo a fare. Anche perché non è detto che ci sono cose che possiamo fare all’improvviso.

Io, ad esempio, non credo che riuscirò mai ad avere il coraggio di far affrontare al mio corpo la salita di una parete senza ausili. Avrei forse più probabilità di seguire i consigli del mio amato Murakami di darmi alla corsa. Mantenendo, tuttavia, la mia idea attuale, che il mio corpo può (e lo fa) camminare. E nella camminata trova e ritrova i motivi ed i momenti della razionalità della vita, dei motivi dell’esserci e dell’aver fatto le mie scelte.

Fortunatamente, nell’avanzare dei pensieri, Erri dalle impraticabili scalate, si ritrova a ragionare in termini cui arriva il mio accordo completo. In questa età (sperimentale dice lui, mia dico io), il nostro corpo sembra essere diventato alieno, sembra essere di un altro. Esempio: da giovane ho avuto a volte dei dolori nella fascia sopra la natica. Avuti, pensati, passati. Ora mi tengono compagnia per tempo, a volte appunto facendomi domandare perché non ho più quel corpo. Eppure, fortunatamente, il mio corpo non ha subito grandi traumi, per cui mi immagino non sia tanto diverso. Ebbene, no, Emilio mi dice che è diverso. E lui tratta gli anziani.

La seconda lezione fondamentale in cui trovo convergenza con Erri è il fatto che ognuno deve trovare una disciplina che scandisca le proprie giornate. Lui recita poesie, io leggo libri e ne scrivo, per me, senza pretese che qualcuno ne legga e ne commenti il dettato.

Poiché infine, sarebbe scortese non dare alla signora il dovuto, c’è un’affermazione in cui mi trovo in concordanza con Inès: bisogna accettare la vecchiaia. Basilare. Non si può e non si deve far finta di avere altri anni ed altri corpi. In quel caso sperimenteremo solo il ridicolo.

Non posso allora che chiosare questo libro che poteva essere migliore, ma che non mi è dispiaciuto leggere e tramare, concordando il finale con Erri: non ho interesse ad interventi bionici, mi accontento di curare il mio corpo, e soprattutto la mia mente, giorno dopo giorno, con quanto ho imparato fino ad oggi.

Non credo leggerò molto di Inès, ma avrò piacere di continuare le letture di Erri, in particolare alcune sue traduzioni dalla Bibbia, che leggo sempre con piacere. Finché il corpo ce lo consente.

“Nel corso accidentato del tempo le amicizia si staccano, alla maniera delle foglie. Ne restano una manciata.” (27)

“Rinfresco le lingue che ho voluto imparare per leggere pagine in originale.” (28)

“Nell’età in cui il passato è la maggioranza del tempo, i ricordi dovrebbero essere un peso schiacciante. Per me no, perché dimentico tutto, anche i sogni.” (59)

“Agli appuntamenti … mi presento in anticipo … ci tengo ad iniziare … all’orario previsto per rispetto di chi è arrivato in tempo.” (69)

“Mio scopo non è di prolungare a oltranza la durata della vita, ma di tenerla in buono stato giorno per giorno, finché ce n’è.” (115)

Giorgio Montefoschi “L’idea di perderti” Mondolibri s.p. (lascito di zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 21/10/2025 – T: 23/10/2025] &  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 411; anno: 2006]

Montefoschi si avvia verso gli ottanta, e in questa sua cinquantennale carriera ha pubblicato circa due dozzine di libri. Ne ho sentito parlare in giro (intellettuale, critico, traduttore, buon frequentatore dei salotti romani), ma ne lessi solo uno sparuto libro una trentina di anni fa senza averne un particolare ricordo. Ringrazio allora la dolorosa eredità di zia Serenella di costringermi a prendere in mano un secondo libro dell’autore.

Ora, con la maturità di centinaia di letture, posso affermare con fermezza che Montefoschi non mi piace. Ho trovato il libro noioso, inconcludente, lento, e soprattutto mi sono domandato lo scopo di tutto ciò. Scritto quando l’autore di anni ne aveva sessanta, è permeato dalla morte, anzi plurale, che una buona parte dei protagonisti ci lascia, insalutati ospiti.

L’unica dote che fin dai tempi gli riconobbi è la capacità di parlare di Roma. In effetti, per chi non la conosce, saltando le storie su cui torneremo, si fa un bel giro turistico, in particolare dei Parioli. Ci sono passeggiate a Villa Glori, giravolte intorno a via Denza (su cui torneremo), incontri a Piazza Santiago del Cile, aperitivi da “Hungaria”, colazioni da “Il Cigno”. Poi si scende anche verso il centro: una puntata a Piazza Trilussa per una pizza a Trastevere. Oppure si cerca di smaltire grasso in eccesso (sul corpo e sullo spirito) con qualche partitella di tennis al circolo del Ministero degli Esteri.

Le storie ruotano intorno a personaggi eminentemente borghesi, sempre al centro degli scritti di Montefoschi. Una borghesia medo-alta, discretamente colta, ma assolutamente priva di un qualsiasi slancio vitale. L’idea poi dell’autore è quella di categorizzare i personaggi, attraverso vuoi la loro attività vuoi la loro funzione sociale. Il nucleo forte degli attori messi in scena, altrimenti, si perderebbe nell’uso dei nomi e dei cognomi.

I personaggi clou sono Paolo e Grazia, l’Architetto e la Moglie. Poi c’è Bernardo il Pittore, Cristina l’Amante, Martina la sorella dell’Amante, Giulia l’Amica, Giovanni, il marito dell’Amica, Laura la Padrona di casa della tenuta in quel di Fossanova, con il marito Piero, Bruno, il Professore di francese, Franca, sua moglie, e Giorgio, il Critico d’Arte.

Figlio diretto di Moravia, questi personaggi comunicano poco, e quando lo fanno, fanno anche a gara a non capirsi. La differenza è che i nostri, invece che dentro le case, si muovono per Roma, vanno al mare al Circeo, e poi si ritrovano nel casolare di Laura vicino a Fossanova, ad una mezz’ora di macchina dal Circeo. E sono tutti di mezza età avanzata, come si diceva, arrotondati intorno alla sessantina, meno la non ancora quarantenne Cristina, sua sorella, ed il poco più che quarantenne Pittore.

Nelle 400 pagine, lunghe e faticose da leggere, ricostruiamo che il marito dell’Amica ha avuto una storia con la moglie del Professore, che lo ha lasciato. Lui ci rimane male, sta anche male, tanto che presto un infarto ce lo porta via. Nel frattempo, a Fossanova, l’Architetto, afflitto dal male di vivere (è insoddisfatto di tutto, e lo capisco, uno che si fa raccontare i libri dalla moglie senza leggerli, più che insoddisfatto è da sopprimere) è preso da un colpo di fulmine per l’Amante. Che però non è la sua amante, ma lo è del Pittore, che tuttavia è sposato avendo la moglie lontana in America.

La prima morte sconquassa gli equilibri, e lo farà anche la seconda, quella del decano Piero. Tra un aperitivo ed un vernissage, l’Architetto, oltre ad essere insoddisfatto è anche imbranato, che lì, a via Margutta, si dichiara all’Amante (che lo ascolta ma non lo fila, per ora). Peccato che non si siano accorti che la Moglie ha sentito tutto. Già che lei era abbastanza giù di corda, così ne approfitta per andare a trovare il figlio a Boston, e visto che ci si trova, farsi operare di un tumore al seno.

Moglie lontana, Amica a supporto, Amante ma del Pittore, l’Architetto va allo sbando, per poi passare lunghi momenti secondo lui d’amore con la Moglie che torna, ma solo per morire anche lei. E che fa l’Architetto? Un po’ sparisce, un po’ si barcamena tra l’Amante e la Sorella, per poi trovare “consolazione” (mi raccomando le virgolette) con l’amante dell’Amante, cioè il Pittore. Già il testo era involuto, ma qui si riavvolge su sé stesso, fino al prevedibile infarto che ci porta via anche l’Architetto.

L’epilogo secondo Montefoschi dovrebbe funzionare da apologo, ma risulta, come tutto il libro, poco convincente ed assai involuto. Ho tralasciato tante piccole inutili cose che succedono nel frattempo. Su e giù tra Roma e Fossanova, la moglie che ritradisce il Professore con il Critico, una serie di rapporti sessuali di scarsa rilevanza, ed un ritorno all’ordine. Le persone con problemi sono morte, il Pittore torna in America, il Professore con moglie si sposta a Parigi, l’Amante si eclissa, e tutto proseguirà dopo la fine del libro, fino a che moriranno tutti.

Montefoschi, cantore della città e della sua borghesia, mi ha convinto che la sua scrittura non è nelle mie corde. Credo anche nelle vostre, per cui vi potete esimere dalla lettura.

Questa trama si evolve in un grande contrappasso di citazioni non italiane, ma tutte al maschile.

Cominciamo con i “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy:

“Non ti senti a disagio? … Ogni tanto. Se uno sta in un posto sbagliato si sente a disagio.” (38)

“Io faccio sempre sogni strani … I sogni hanno vita lunga. Ancora oggi sogno cose che sognavo da piccola.” (129)

“Non mi risulta che le difficoltà della vita rendano la gente più compassionevole.” (219)

“Nella storia non ci sono gruppi di controllo [come negli esperimenti di laboratorio] e nessuno può dire cosa sarebbe successo altrimenti.” (228)

Ben si lega quest’ultima frase alle considerazioni molto politiche di Arthur Koestler nel suo “Buio a mezzogiorno”:

“Tutti i nostri principi erano giusti, ma i risultati sono sbagliati.” (57)

“Noi tutti [dice Rubasciov] abbiamo creduto di poter trattare la Storia come un esperimento di fisica. La differenza è che in fisica si può ripetere l’esperimento migliaia di volte, ma nella Storia si può fare una volta sola… E allora? fece Ivanov, Dobbiamo starcene seduti con le mani in mano solo perché le conseguenze di una data azione non sono mai completamente prevedibili, e quindi ogni azione è dannosa? Noi rispondiamo di ogni azione con la nostra testa.” (137)

“Ogni balzo in avanti dei progressi tecnici si lascia un passo indietro il relativo sviluppo intellettuale delle masse, determinando così una caduta del termometro della maturità politica.” (144)

Non posso poi che concordare sia con Gore Vidal che ne “L'età dell'oro” ci ammonisce:

“È triste che non sappiamo mai dove abbiamo sbagliato come genitori finché non è troppo tardi.” (218)

E sia con Luis Sepulveda e la sua “La frontiera scomparsa”, dove concordo incondizionatamente con la prima affermazioni, e rimando ad Epicuro per la seconda:

“Cañete [è] un paesino del Cile meridionale … dove l’anno si divide in undici mesi di pioggia ed uno di maltempo.” (56)

“Nessuno deve vergognarsi di essere felice.” (116)

Ovviamente siamo un po’ bloccati dalle novità editoriali, che sotto Natale si aspetta. Come siamo bloccati, per altri motivi, da programmazioni a lungo raggio. Per ora confidiamo nell’avvento di un nuovo anno continuando a viaggiare con le parole. Un veloce e grande abbraccio.

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