domenica 3 agosto 2014

Walad - 03 agosto 2014

Neologismo intradotto che indica un’insalata di donne (Woman sALAD). Dopo tutte le mescolanze fatte nel mese scorso, questa volta, infatti, abbiamo a che fare con quattro scrittrici di lingua inglese. E tutte di buono ed anche eccelso livello. Tutte inoltre alla mia prima lettura, con delle buonissime sensazioni per lo scritto di Siri Hustvedt, con il piacere (anche se non fin in fondo) del premio Nobel Morrison, e con la piacevole sorpresa dell’agevole lettura di Helen Simonson. Ed alla fine, ciliegina morale della torta, la lettura dell’inno alla carta stampata fatto da Helene Hanff con il mai troppo lodato 84 Charing Cross Road (lodato per il suo simbolo, anche se, come sottolineo, il libro è di resa normale). E non è un caso che siano anche libri pieni di citazioni e di rimandi.
Siri Hustvedt “L’estate senza uomini” Einaudi euro 9,50 (in realtà, scontato a 5,70 euro)
[A: 10/01/2014– I: 12/03/2014 – T: 13/03/2014] - &&&& e ½
[tit. or.: The Summer without Men; ling. or.: inglese; pagine: 165; anno 2011]
Una nuova, splendente, interessante entrata nella mia pur vasta biblioteca. Entrata autonoma, che ne avevo visto recensioni in giro per librerie. Scoprendo poi che l’esimia Siri è, anche, moglie di Paul Auster. Ma per la lettura e per i suoi libri, questo è un dato assolutamente marginale. La bellezza di questo testo mi ha preso sin dalle prime pagine, dove, e finalmente, c’è una donna che parla da donna. In un’atmosfera che se fosse solo ironica, ricorderebbe quel bel ritratto della metà di niente della Dunne. Ma non è solo ironica, anche se c’è l’ironia. È dolente, è coinvolgente, è cattiva, è reale come la vita. Insomma, è bella e mi è piaciuta. Anche se l’io narrante non è nelle mie corde: Mia, una donna, intelligente, poetessa, colta, ma fragile, viene lasciata dal marito Boris, neuro scienziato, colto e stronzo, che si vuole prendere una “Pausa” (che nella fattispecie è una bionda francese), dopo trenta anni di matrimonio ed una figlia più che ventenne. Mia va in pezzi, tanto da finire per una settimana in un trattamento psichiatrico. Ne esce, ma deve ricostruire se stessa e la sua fiducia nel mondo. Per questo decide di andare nel “buen retiro” dove la madre sta invecchiando per gli ultimi suoi anni insieme a sue coeve amiche. E dove decide, di tenere un corso di poesia, cui si iscrivono sette fanciulle. Questa estate senza uomini è appunto la storia di questa estate passata a Bonden nel Minnesota, e dove (appunto) gli uomini sono solo lo sfondo della scena. Necessari ma se ne può fare a meno. Mia nel percorrere i suoi giorni, percorre anche tratti della sua vita. Ricerca le sue prime esperienze sessuali. Rafforza il legame con la figlia Daisy, aspirante attrice (che non sopporta la “Pausa” del padre). Conosce queste anziane signore, ed alcune le accompagna altrove. Muore la vecchia Georgine di 102 anni. Muore la simpatica Abigail, che per tutta la vita ha fatto ricami a mano, con una perizia tale che, quando li spiega a Mia, le fa vedere le trame nascoste dei ricami. Dove compaiono suntuose e lascive scene di sesso e di eroticità. Discute con la madre il loro diverso rapporto con il padre morto alcuni anni prima. Anche lui con le sue “Pause”, ma che sempre tornava ed era accolto dalla madre. E soprattutto, la storia delle lezioni di poesia e scrittura creativa con le giovani adolescenti. Che Mia scruta, trovandole diverse dal se a quella età, diversa dalla figlia a quella età, ma con tanti punti in comune. Il branco che lotta, la “pecora nera” (cioè quella diversa, per una qualsiasi ragione) che viene sbeffeggiata, allontanata, con tantissima crudeltà (come non ricordare la crudeltà dei giovani di cui si legge nei giornali, che portano anche al suicidio le pecore nere prese di mira). Le discussioni poetiche (stupendo l’Haiku che cito in basso). Le discussioni sull’amore (non solo con le giovani, ma anche con le anziane amiche della madre, durante l’analisi di un libro di Jane Austen). Le crisi che Mia riesce ad indurre nelle giovani, e la catarsi che ne esce fuori. E quel riandare periodico da un lato all’ospedale psichiatrico ed alla dottoressa che la cura e la tira fuori di lì, e dall’altro ad episodi e momenti della vita con Boris. Finché la “Pausa” non molla Boris, e questi tenta (ci riuscirà?) di riconquistare Mia. Il tutto contrappuntato da uno scambio di mail anonimo con un mai scoperto intellettuale, che prima la prende in giro, poi si mette a discettare con lei di massimi sistemi (dalla letteratura a Kant). Ma il nodo è lì: Mia che si analizza, Mia che percorre la sua vita, Mia che deve decidere se dare una nuova possibilità a Boris, Mia con la figlia Daisy, Mia con la madre. Insomma, un TuttoMia molto intrigante. E ben scritto. Da leggere e commentare (sulle possibili declinazioni del finale). Intanto, e solo per finire, una sonora tirata d’orecchi ai curatori dell’edizione italiana, poco accurati. A pagina 96 si fa riferimento ad una citazione/episodio descritto precedentemente, indicandolo avvenuto a pagina 57. Peccato che il formato delle pagine cambi da edizione ad edizione, da originale a traduzione, e così via. Per cui, in questo libro, il riferimento andrebbe collocato come avvenuto a pagina 61. Insomma, che ci vuole ad essere attenti?
“Ed io recitai la poesia di Ron Padgett ‘Haiku’: è stata veloce / intendo la vita.” (86)
“Un libro è una collaborazione tra chi legge e ciò che si legge e, se tutto va per il meglio, quell’unione è una storia d’amore.” (135)
Toni Morrison “Amatissima” Pickwick euro 10,90
[A: 04/01/2014 – I: 08/04/2014 – T: 12/04/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Beloved; ling. or.: inglese; pagine: 406; anno 1987]
Saranno più di venti anni che la mia amica Cristina cerca di convincermi a leggere gli scritti del Premio Nobel 1993, l’americana Toni Morrison. E per una somma di motivi (stanchezza, casualità ed altro) avevo fino ad ora tralasciato questa potente scrittura nero americana. Preso ora da voglie di recupero di tanti testi passati (ma non invano) ho preso e letto questo scritto, tra l’altro Premio Pulitzer nel 1988. Che dire? Non è un testo facile, né una lettura che lascia indifferenti. Anche se, appunto, è pieno di citazioni e rimandi alla storia americana, non sempre decifrabili da noi poveri d’oltreoceano (e ringrazio per le esaurienti note al testo). Ed è, sopratutto, una scrittura personalmente ostica, che rimanda molto (pur con i dovuti distinguo) ad alcune belle prose sudamericane, con voli nello spazio e nel tempo, con sogni, con invenzioni ed irrealtà difficili da comprendere. Una specie di “flusso di coscienza” collettivo, che ci porta in pieno Ottocento americano, e per la precisione, nel pieno della metà del Secolo. Con tutte le lotte tra neri e bianchi, e tra bianchi e bianchi, che quell’epoca provocò la schiavitù. La Morrison, dobbiamo senz’altro dargliene atto, dà voce, e che voce, ai neri, tirando fuori, ad una ad una tutti i soprusi, gli abusi, le negazioni dell’individuo che l’epoca schiavista portò alla luce. Lo fa attraverso la storia di Sethe (tra l’altro lo spunto è una storia vera, qui romanzata e portata ad epigono di un momento storico), dei momenti della sua schiavitù, della fuga, del carcere, della libertà, dell’angoscia, e di un finale forse non allegro, ma forse speranzoso e non più disperato. La difficoltà, dicevo, è che il racconto non è lineare, ma va a balzi, passa da un personaggio all’altro, il quale ci porta i suoi pensieri, i suoi ricordi, di modo che, certo, alla fine, si potrà avere una pittura completa, ma bisogna prestare attenzione a tutti i passaggi (e non è un caso che ho impiegato più tempo a leggerlo e capirlo). Quindi da una parte c’è la storia come la possiamo ricostruire: Sethe è schiava in una piantagione dove non conosce sua madre, dove deve scegliersi un compagno nero che possa dare figli schiavi al padrone (sempre indecisa tra due, Halle e Paul D), nelle grazie dei padroni (più umani di loro simili negrieri) finché uno muore e la signora si ammala e cerca aiuto in un nuovo gestore della piantagione. Questo sarà come la quasi totalità degli schiavisti, pieno di rancore verso i neri (ma perché non si capisce), consentirà lo stupro di Sethe da parte del nipote, metterà ferri e catene ai neri validi per età. Tanto che un gruppo cerca di fuggire. Halle sembra scomparire. Paul D viene ripreso, messo alla catena, e solo dopo mille traversie riuscirà ad arrivare a Cincinnati. Sethe ed i suoi tre figli più la piccola che ha in pancia arrivano per primi a casa della madre di Halle (che questi aveva riscattato). Ma il cattivo padrone li ritrova e mentre sta per prenderli, per non essere di nuovo ridotta in schiavitù, Sethe uccide la figlia piccola. Tutto si ferma allora. La prendono, la processano, la giudicano pazza. Poi tornerà dalla nonna, in una casa piena dei fantasmi della figlia uccisa (che lei chiamerà solo e soltanto “Beloved”, Amatissima, come dice il titolo italiano, ma anche Adorata o Diletta, che avrebbe rispettato le 7 lettere dell’inglese). I maschi partiranno presto, e lei rimarrà con la piccola Denver. Dopo la morte della nonna li raggiungerà Paul D che per un po’ scaccerà i fantasmi, fino a che Diletta (così la chiamerò io) non compare di nuovo, come fantasma tangibile, intossicando la vita ai presenti, facendoli piombare nei rimorsi. Paul D viene subito emarginato. Denver pensa di aver ritrovato una sorella, la cerca, le sta vicino, ma si accorge ben presto che Diletta è tornata per tormentare la madre. Sethe proverà a spiegarle e spiegarci che stava uccidendo i suoi figli per non farli tornare schiavi. Ma Diletta non la comprende. E quel che è peggio, neanche Sethe, pur capendosi, si assolve. Fino a che, grazie alla costanza ed all’amore sia di Denver che di Paul D, Diletta scompare e rimarranno i vivi a cercare di portare avanti una vita non certo facile. La forza e la potenza del libro sono quegli squarci quasi giornalistici sulla crudeltà subita dai neri durante la schiavitù (e non a caso, il libro è dedicato ai milioni di persone morte durante la traversata atlantica nelle navi-prigione). La difficoltà (mia) è nel seguire le vicende di Diletta come se fosse vera, come se il fantasma potesse muoversi tra noi, agire fisicamente e non solo nella mente e nella coscienza delle persone. Ma il libro, che nonostante tutto consiglio di leggere, pone tante domande forti, oltre a quelle sul rapporto tra le due razze, tuttora irrisolto (lì e altrove). Pone domande sull’amore e sul rapporto tra Sethe e Paul D. Pone soprattutto domande sul rapporto genitori – figli e sui sensi di colpa che i genitori potranno avere (avranno) per tutta la loro vita, perché “un figlio è sempre un figlio”. Al solito, ora che ne scrivo, lucidamente dopo la lettura, trovo punti e spunti migliori, che durante le pagine mi lasciavano perplesso, e mi mettevano fatica. Chissà forse questo ci insegnerà qualcosa.
“Grande non significa niente per una mamma. Un figlio è sempre un figlio. È chiaro, crescono, invecchiano. Grande, però, cosa vuol dire? … Io la proteggerò quando sarò viva e la proteggerò anche quando non ci sarò più.” (64)
“Quello che è giusto non è detto che vada bene per forza.” (357)
“Io e te messi assieme abbiamo più passato di tutti quanti. Ora abbiamo bisogno di un po’ di futuro.” (382)
Helen Simonson “Una passione tranquilla” Pickwick euro 10,90
[A: 04/01/2014 – I: 30/03/2014 – T: 03/04/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Major Pettigrew’s Last Stand; ling. or.: inglese; pagine: 438; anno 2010]
Quali circostanze del caso portano Mrs Jasmina Ali ad andare a trovare il maggiore in pensione Ernest Pettigrew proprio quando questi si sente mancare a seguito della morte del fratello? Da questo attacco in sordina, quasi a voler parlar d’altro, nasce l’interessante (seppur non eccelso) libro della Simonson. Inglese trapiantata in America, che con questo libro molto acclamato dai passaparola, ci descrive e ci fa vivere uno spaccato contemporaneo delle vicende che intercorrono tra i due personaggi nella campagna inglese. Il tono è quasi di un distaccato umorismo, laddove le descrizioni dei tic e delle nevrosi inglesi certamente suscitano del rilassamento nelle nostre facce intente alla lettura. Ma pur con una venatura ironica, non è un libro comico, anche se, nonostante tutto, l’ho trovato un libro allegro. La Simonson ambienta la vicenda nell’attuale campagna inglese, dove ci sono proprietari terrieri, piccoli lord in disarmo, un circolo del golf, le signore che gravitano intorno al pastore con le loro iniziative, tra il benefico e l’auto-referente, nonché immigrati di prima e seconda generazione. La storia ha un andamento lento per più di metà, per poi accelerare in un finale di lungo respiro e di buona resa. La lentezza serve a caratterizzare i personaggi. Al centro, il maggiore, vedovo da sette - otto anni, preso nella routine delle piccole cose quotidiane (la colazione, il tè, la cura dei fucili per la caccia alle anatre, le partite a golf e quella a scacchi, gli acciacchi che inevitabilmente porta l’età, e l’amore per i libri e la cultura). È un inglese di stampo antico, legato ai valori diremmo tradizionali, eppure non chiuso, non ottusamente fermo nelle sue posizioni. Di lato, l’altro personaggio centrale, la vedova Mrs Ali, inglese di nascita, ma pur sempre pakistana di origine, che gestisce l’emporio cittadino, e di cui scopriamo, pagina dopo pagina, l’intelligenza, la cultura (conosce sei lingue) e l’amore per i libri e per Kipling. Tra i due vediamo subito nascere una scintilla di piacere della frequentazione, che laddove si parla e si comunica non può non esserci un moto di convergenza. Ma per far scoppiare la convergenza, l’autrice ci dipinge, con capacità, la possibile vita di questa campagna. E le potenti lotte nell’ambito della cosiddetta convenienza sociale. C’è la morte del fratello del maggiore, e la conseguente lite tra le due famiglie per l’eredità dei fucili del padre colonnello. C’è Roger, il rampante figlio del maggiore, che costruisce la propria vita alla ricerca del denaro, dell’accumulazione, con una capacità, proprio laddove il padre sarebbe tranquillo, di coinvolgerlo in situazioni di difficile gestione. Affitti di casolari, improbabile rapporto con una bella americana (tipico l’atteggiamento tra vecchio e nuovo mondo quando si incontrano, anche se poi Sandy l’americana sarà capita meglio dal maggiore che dal figlio), battute di caccia dove Roger fa sempre più figure barbine. Ci sono le signore benpensanti, che devono organizzare il ballo annuale, e che vorrebbero accasare il maturo maggiore con la zitella Grace. Ma c’è anche la comunità pakistana, con altrettanto ferree regole di comportamento. Il rispetto delle decisioni dei maschi di casa, l’orrore dei rapporti fuori dal matrimonio, la pacchianeria di esposizioni di fiori finti. I nostri due vedovi, attratti dalle loro teste, a poco a poco si avvicinano, ma non sanno che lo status quo non è così facile da scalfire. Il punto di rottura si avrà al ballo organizzato dalle signore. Un ballo in costume, per celebrare i lontani fasti indiani, e rendere omaggio alla memoria del colonnello (il padre del nostro Ernest) che ebbe appunto i fucili al centro di quasi tutte le vicende come dono del maharajah avendo salvato la di lui moglie. Banchetto organizzato con l’aiuto delle due comunità, che però rompe l’equilibrio quando il capostipite pakistano si accorge che la battaglia celebrata fu dove persero la vita quasi tutti i suoi parenti. Rottura inevitabile. Maggiore in crisi che non sa che pesci prendere. Jasmina che torna in famiglia in Scozia lasciando il negozio al bigotto nipote (che però aveva pur sempre messo incinta la bella Amina). Qui si opera l’insight del maggiore. Lontano dalla quotidianità di Jasmina, cade nella più fatale delle depressioni, certo non aiutato dal figlio stupidino che si lascia con Sandy, cercando di circuire la figlia del Lord (che gli preferirà giustamente un magnate americano). Sarà invece proprio Grace che, rifiutando il suo ruolo, spinge il maggiore a ricercare Jasmina. Il maggiore la trova, si scontra con la di lei famiglia, capisce che anche lei, inespressamente, voleva un suo ritorno. E fanno una fuga d’amore, come se fossero ancora ventenni. Bellissima l’immagine di loro due nel freddo casotto di pesca, pur consci del loro passato, e non rinnegando i loro morti, cominciano a vivere, pur anziani, la loro passione. Contro tutto e contro tutti. Ci sono scene forti sul rivolgimento delle convenzioni e sulla forza della passione, che sarà pure tranquilla, ma se ostacolata, travolge tutto e tutti. Per questo la trovo una storia allegra. Perché molti si mostrano al fine come sono, e le persone che avranno la meglio saranno sempre quelle che mostrano più rispetto per l’altro. Anche quando i parenti dell’uno fecero male ai parenti dell’altro. Al fine, non posso definirlo un capolavoro, ma un libro da leggere, con qualche tocco di riflessione che non guasta. E che mi ha anche insegnato la parola “oleaginoso”, un termine più intenso di oleoso, perché contiene anche olio, oltre ad essere sguiscido. Un altro buon suggerimento delle ultime letture incrociate.
“Nessuno contempla la morte quando prende le decisioni per la propria vita.” (17)
“Mi rifiuto … di accettare che la vita sia fatta di tepore e buon senso. … Senza [la passione] due persone che vivono insieme possono ritrovarsi più sole che se vivessero ognuna per conto proprio.” (356)
“A volte il mio amico … sogna di vivere una vita che non può avere. … Invece noi, che potremmo fare tutto, noi rifiutiamo di vivere i nostri sogni solo perché non sono sensati.” (389)
Helene Hanff “84, Charing Cross Road” Archinto euro 10
[A: 18/02/2014– I: 24/05/2014 – T: 25/05/2014] - &&&&
[tit. or.: 84, Charing Cross Road; ling. or.: inglese; pagine: 120; anno 1970]
Un libro che non c’è bisogno di leggerlo per conoscerlo, ma che bisogna leggerlo per capire perché non si può non amarlo. Perché è un inno ai libri stessi, all’amore per la carta stampata, per la lettura, per la ricerca di connessioni tra testi. Ma anche un libro pieno di affetto, di amicizia, di rispetto. Ed una piccola fotografia in evoluzione di come sia cambiato il mondo stesso, dalla prima lettera con cui comincia, nel 1949, fino all’ultima, triste ed umana, nel 1970. E chi non conosce il libro, avrà comunque sentito parlare del film che ne fu tratto, con una magica interpretazione di Anne Bancroft ed una sempre eccellente di Anthony Hopkins. Entrambi, libro e film, oggetti di culto tra gli appassionati. È un libro epistolare, che riporta le più significative lettere scambiate dall’autrice Helene Hanff, per la maggior parte con Frank Doel, librario antiquario della libreria Marks & Co, sita, appunto, all’indirizzo del titolo. Helene, amante della letteratura, nonché squattrinata, dopo la seconda guerra mondiale, trova un’inserzione di libri antiquari acquistabili, lei abitante a New York, di là dell’oceano, in quel di Londra. Scrive, e comincia lo scambio tra lei e Frank. Dalle lettere emerge l’amore, di entrambi, per la carta stampata. La ricerca di testi rari, di connessioni, di edizioni integrali (che bei commenti sulla Vulgata della Bibbia o su alcune poesie di John Donne). Emerge in filigrana la vita dell’americana Hanff, che trova anche un suo spazio nel mondo dei libri. Prima come lettrice di testi, poi come sceneggiatrice di serial storici, infine anche autrice di libri per l’infanzia. Ed anche quella del compassato Doel, con la sua famiglia, e la passione per la ricerca della soddisfazione del cliente (tipico esempio del modo d’approccio di commessi anglo-sassoni, che sempre mi ha riempito di ammirazione). Ma tra un testo e l’altro, una citazione e l’altra, le lettere si riempiono anche di altro. L’inglese le manda la ricetta originale dello Yorkshire Pudding o la descrizione dell’incoronazione della regina Elisabetta. Helene ribatte con le partite di baseball dei Brooklyn Dodgers, l’invio di uova in polvere e di calze di nailon (articoli introvabili nell’Inghilterra del primo dopo-guerra). Gli inglesi troveranno in Helene una zia lontana cui inviare pensieri e foto  ricordo. Helene comincerà a mettere da parte dollari su dollari per cercare di visitare l’Inghilterra di Geoffrey Chaucer e di Frank Doel. Miss Hanff sbarcherà effettivamente in Inghilterra, dopo aver trascorso anni a guardare apposta film inglesi per scoprire come sono fatte le strade di Londra… Ma il tanto desiderato viaggio si realizzerà purtroppo troppo tardi. Nel 1969 Frank muore prematuramente a seguito di una peritonite e dopo poco tempo Marks & Co deve chiudere definitivamente i battenti. Eppure, quando finalmente riuscirà a entrare nella polverosa libreria che aveva dato forma e risposta a molti dei suoi desideri, Helene si rivolgerà all’amico tanto caro e mai conosciuto di persona, commentando, a metà strada tra il rimpianto e la riconoscenza: “Che ne dice, Frankie, finalmente ce l’ho fatta!”. Il libro, sottilmente, mai esplicitamente, ma con forza, ci ricorda sempre che dobbiamo lottare per ottenere quello che desideriamo, senza mai tirarci indietro. Annullando il tempo e la morte, attraverso l’unico modo sempre valido da millenni: attraverso la letteratura. Certo, io ora mi domando come si sarebbe trasformato il libro e tutto il contorno ai tempi di Internet, tra acquisti online divisi tra Amazon ed e-Bay, amicizie su Facebook, chat su Skype, pubblicazioni in e-book ed altro. Ma questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo libro e di una nuova trama. In chiusura, devo però dire che, date le premesse, mi aspettavo uno scatto maggiore, un piacere maggiore della lettura. Forse perché pieno di citazioni ed incroci, avrebbe avuto bisogno anche di un più corposo impianto di note e spiegazioni. Per cui alla fine arriva “solo” a quattro libricini su sei. Certo, comunque un buon voto. Ed un libro (ed un film) da conservare nella memoria di chi ama la carta stampata.
“Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri.” (1)
E veniamo allora, come ad ogni inizio mese, alle 18 letture di maggio, numero che ricorre spesso in questo 2014. Un mese di letture mediane, senza troppi sbalzi, illuminato solo da “La storia dell’amore” di Nicole Kraus ad inizio mese, ed oscurato in finale da un mediocre libro di Morozzi che a ben altre letture mi aveva abituato.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Gianni Simoni
Un mattino d’ottobre
TEA
12
3
2
Alessia Gazzola
L’allieva
TEA
12
3
3
Nicole Kraus
La storia dell’amore
Guanda
12
4
4
Silvana La Spina
Morte a Palermo
Et al.
9
3
5
Isabel Allende
Il quaderno di Maya
Feltrinelli
9
3
6
Jean-Yves Ferri & Didier Conrad
Asterix e i Pitti
Mondadori
s.p.
3
7
Robert Van Gulik
Il paravento di lacca
Repubblica – Noir
s.p.
3
8
Elizabeth Peters
Tomb of the Golden Bird
Robinson
12
3
9
Alessandro Perissinotto
La canzone di Colombano
Sellerio
11
3
10
Diego De Silva
Non avevo capito niente
Einaudi
s.p.
2
11
Cristina Rava
Un’indagine al nero di seppia
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
12
Èlisabeth Gille
Un paesaggio di ceneri
Marsilio
s.p.
3
13
Kathy Reichs
Le ossa del ragno
BUR
9,90
3
14
Gianluca Morozzi
Chi non muore
TEA
10
1
15
Kathy Reichs
Virals
BUR
s.p.
3
16
Helene Hanff
84, Charing Cross Road
Archinto
10
3
17
Italo Calvino
La giornata d’uno scrutatore
Mondadori
9
3
18
Francesco Guccini
Nuovo dizionario delle cose perdute
Mondadori
12
2

Agosto si sa è un mese capriccioso, in cui i giorni si mescolano tra loro. Quindi ecco un invio sul filo di lana festivo, e, per il futuro, alcune settimane di riposo per tutti. Si va verso la Francia, dove da troppo si era lontani. Torneranno le mie righe per voi, ma solo verso la fine del mese. Allora, riposatevi tutti, ricaricatevi.

domenica 27 luglio 2014

Scerbyana 1 - 27 luglio 2014

Visto che pochi sono i lettori rimasti a leggere queste righe (sperando che molti siano vacanzieri e riprendano a discettarne dopo la pausa estiva), e che quindi anche le provocazioni dell’ultima trama non hanno suscitato molta eco, dedichiamo l’ultima trama di luglio ad una scrittura non impegnativa, ma sicuramente di buona fattura. Dedicata a quattro romanzi di Giorgio Scerbanenco, di cui nella prima trama indico le linee descrittive della persona e dell’opera. Anche a distanza di anni, la sua scrittura rimane feconda e di pronta presa, le sue atmosfere interessanti. Insomma, è lui, il padre del noir italiano, e si sente. Ma è anche, e mi fa piacere leggerne, un bravo utilizzatore della parola scritta. Uno scrittore completo, anche se, per sua natura, legato molto alla vita “così come si svolge sotto i nostri occhi”.
Giorgio Scerbanenco “Al mare con la ragazza” Corriere della Sera 6 euro 6,90
[A: 04/01/2014 – I: 19/02/2014 – T: 21/02/2014] - &&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 158; anno 1950]
Meritoria e discretamente ben confezionata opera del Corriere della Sera: ripubblicare molti dei romanzi e dei racconti del grande Scerbanenco. Per chi non ne fosse a conoscenza, Scerby (come lo chiamo affettuosamente) è il grande padre del giallo italiano. Pur essendo, in realtà, di origine ucraina (nato a Kiev nel 1911 da madre italiana e padre Ščerbanenko) si trasferisce presto (negli anni ’20) in Italia, dove fa mille mestieri, prima di intraprendere, anche se con alterne fortune, il mestiere di scrittore intorno alla metà degli anni ’30 (e lui ne aveva poco più di 25 all’epoca). Prolifico un po’ alla Simenon, scrive di tutto, prima di trovare la sua strada nel giallo. Anche qui, con eclettismo puro, che passa di racconto in romanzo, arrivando solo alla metà degli anni ’60 ad avere un personaggio fisso e centrale: Duca Lamberti, di cui ho parlato in altre occasioni. Fatto sì, che tutta la produzione noir italiana gli deve molto, e non a caso, a lui è intitolato il più prestigioso premio per scrittori di genere. Dopo alcune uscite (già presenti nella mia libreria), questo è il primo “nuovo” che incontro, anche se, come dice l’anno di scrittura, è ben datato. Ma è di una potenza espressiva forte ed immutata nel tempo. Anche se la storia, come molte delle piccole trame di Scerby, non è di molto complicata. E se vogliamo, non è neanche un giallo classico, non dobbiamo scervellarci a capire chi muore, chi uccide, e via sparacchiando. No, è tutta atmosfera, è tutta Milano, quella degradata delle periferie, quella cantata dal primo Gaber (ricordate il Giambellino?), quella che ritornerà negli anni ’90 con la Quarto Oggiaro di Biondillo. In questa periferia senza speranza, nascono e si danno mutuo soccorso Duilio e Simona. Li vediamo bambini, guardare una grande pozzanghera pensando che sia il mare. Mare che continuano a non vedere anche crescendo. Studi interrotti, ricerca di piccoli lavoretti per aiutare le famiglie. Con i loro abitini miseri, con le loro faccine pulite, ma che si vanno scurendo, con i capelli a banana di Duilio. E con sempre quel sogno nel cassetto, quello di vedere il mare. In questo degrado senza speranza, ad aiutarli verso il basso, il falso amico Innocenzo, che gli presta una stanzetta dove consumano, e che gli organizza il colpaccio. Una rapina ad un garagista, di semplice fattura e grande resa. Sembra andare tutto bene, ma come montano in macchina per scappare, la macchina si spegne, fatica a partire, e quando parte, il garagista li insegue, spara, ed ovviamente uccide Simona. Da qui tutta una seconda parte dove Duilio va sprofondando verso tutti i suoi abissi, che senza Simona la vita non ha più senso. Su questa si innesta una seconda trama di personaggi questa volta borghesi. Ernesto ed Edoarda  (detta Arda) trentenni che non riescono ad amarsi per la presenza ingombrante della sorella di lui. Arda, in questa calda estate milanese, prende la macchina e va verso Venezia. Duilio arriva al mare e ne parla al fantasma di Simona (che lui ha nascosto nel bagagliaio). Peccato che lasci la macchina aperta, e gliela rubano. Il ladro si accorge della morta e la lascia per strada. I carabinieri la trovano e cominciano la caccia all’uomo. Intanto Duilio disperato è raccolto per strada da Arda, che viene toccata dal personaggio. Che lo porta dal suo amico avvocato a Trieste. Dove la raggiunge Ernesto, che ha rotto con la sorella. I due aiutano Duilio, lo nascondono per un po’. E Duilio, anche se sempre ottuso dentro, a poco a poco capisce che non c’è più speranza per lui. Prende le lamette da barba di Ernesto, e torna verso il mare, dove vuole tagliarsi le vene. Ma lì trova una bimba sperduta, che guarda caso si chiama Simona, lui la salva, la porta dai carabinieri, e finalmente confessa le sue malefatte. Arda ed Ernesto capiscono che Duilio ha trovato la sua via, e finalmente riescono a confessarsi il loro amore. E Duilio si avvia verso il carcere, con le lamette in tasca. Come finirà? Questo è l’unico mistero che lascio ai miei amici lettori. Quello che ribadisco, è la capacità di Scerby di presentare in poche righe la disperazione di Duilio, l’innocenza di Simona, la sbandata morale di Arda, il rigore di Ernesto. C’è tutto un mondo, una vita dietro le scarne descrizioni del nostro. Non è, e mi dispiace, un capolavoro, non raggiunge vette espressive somme, ma è un esempio di scrittura da prendere, sottolineare (e perché no, far leggere ai nostri amici, vero Luciana?).
Giorgio Scerbanenco “Ladro contro assassino” Corriere della Sera 7 euro 6,90
[A: 04/01/2014 – I: 22/02/2014 – T: 23/02/2014] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 132; anno 1971]
Seconda lettura delle uscite antologiche di Scerby presso il Corriere. Ancora più scarno, ma ancora più diritto allo scopo. E questa volta c’è anche un po’ di giallo e non solo d’atmosfera. Intanto è uno dei primi libri pubblicati postumi, che Scerby muore nel ’69 a soli 58 anni. Inoltre, benché al solito come in quasi tutti i suoi scritti, c’è un’atmosfera milanocentrica, qui ci si muove anche un po’ per l’Italia. Come detto, la trama in sé e scarna e diretta. Abbiamo la storia di Mario, borsaiolo di piccolo cabotaggio, appena uscito di prigione per piccoli borseggi. Ha una storia con Carolina, un’assistente sociale che anche quando scopre l’attività di Mario, continua ad amarlo. E gli chiede di fare una gita ad Orvieto dove sognava di andare da sempre. I due passano una bella giornata, poi Mario si allontana per prendere qualcosa al bar, e quando torna trova Carolina nell’auto morta. Spaventato dalle grida di tre capelloni e dall’arrivo dei carabinieri, invece di spiegarsi, scappa. E qui comincia la seconda parte: braccato, aiutato da una compagna di (mala-)vita, sfugge alla cattura, rifugiandosi sul Trasimeno. Ma è tormentato dalla morte dell’amata e dalla necessità di capire il perché. Dopo mille tentennamenti, decide di tornare a Milano, e dalla madre di Carolina (l’unica che lo crede innocente) si fa dare l’elenco delle persone che avevano relazioni con la figlia. Mentre torna nel rifugio, è però intercettato dai capelloni (e non dalla polizia). Qui c’è la parte più “ridicola” del romanzo, che Scerby inscena qualche passo di contestazione che non è nelle sue corde e che, appunto, suona ridicolo. Ma gli anarchici, dopo una specie di processo interno, decidono di credere in Mario e di aiutarlo. Ne curano un travestimento da capellone, lo ricongiungono con Giovanna, ed i due cominciano a battere i diciotto nomi della lista della madre. Senza cavare un ragno dal buco. Ma i cerchi vanno stringendosi. Giovanna è intercettata dalla polizia. Mario scappa di nuovo dai capelloni, che lo mettono in contatto con un avvocato. Insomma, pensieri, crisi, rimuginamenti vari. Mario capisce che non ce la farà mai. Ed anche se tutte le prove sono contro di lui, pensa di costituirsi. Ma prima vuole rivedere i luoghi dell’infanzia di Carolina. Tra inseguimenti veri e falsi, depistaggi ed altro, alla fine arriva nella campagna toscana, dove… La parte finale è un piccolo crescendo di sensazioni e di agnizioni, non bellissime dal punto di vista stilistico (tanto che alla fine il romanzo non avrà i massimi voti da me), ma di un bel ritmo. E con un bel finale. Alla fine ci sono molti stereotipi delle epopee di Scerby: i ladri sono ladri, e difficilmente diventano assassini, i poliziotti, spesso, sono più canaglie dei ladri “onesti” (e quando il poliziotto prende a schiaffi Giovanna per farla confessare, ci sentiamo montare la collera), i capelloni e gli anarchici sono un po’ delle macchiette, parlando con frasi fatte, ma quando Scerby li depura dalle sovrastrutture ideologiche (e si sa dalla sua storia che non è mai stato tenero verso il comunismo), e ne tira fuori i lati umani, risultano comunque credibili. L’autore ha inoltre una capacità filmica di passare da un’inquadratura ad un’altra, nel corso dello stesso capitolo, utilizzando quasi delle dissolvenze di scrittura, che tendono a far crescere le tensioni del racconto. A volte, mentre si sta svolgendo una scena forse interessante per la comprensione degli avvenimenti, passa a parlare di un diverso protagonista che avevamo lasciato qualche pagina prima da qualche altra parte. Ma la sua capacità, poi, è quella di ricongiungere il tutto, e di spiegarlo. Forse anche troppo didascalicamente. Eppur tuttavia a me piace questo modo di narrare. E trovo le sue storie sempre interessanti: getta sempre e comunque uno sguardo verso gli emarginati, e lo fa, comunque, con occhio asciutto. Non si perde in inutili lagnanze, come quando Mario confessa di aver cercato lavoro “onesto”, ma che oramai sa fare solo il ladro. O quando tratteggia la figura del ladro “pensionato”. Quindi, ripeto, da leggere e meditare, con alti e bassi. Ma d’altronde, chi non ce l’ha?
“C’è sempre una barcata di gente che cerca di spiegarci chi siamo – perché loro lo sanno e noi no -, che cosa dovremmo fare – perché noi ovviamente non lo sappiamo – e perché sbagliamo tutto nella vita, mentre invece, se seguissimo i loro consigli, saremmo tanto felici e a posto.” (10)
Giorgio Scerbanenco “Dove il sole non sorge mai” Corriere della Sera 9 euro 6,90
[A: 21/01/2014 – I: 12/04/2014 – T: 14/04/2014] - &&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 194; anno 1975]
Terza lettura, sempre meno gialla, forse un poco thriller. Comunque d’ambiente, come potremmo dire ora. E di quelli a metà. Cioè, parte del romanzo (buona parte) è in ambienti degradati e mal frequentati (tuta la prima parte si svolge in una specie di riformatorio). E parte in ambienti tra il normale e l’altolocato, che sempre è un pallino di Scerby. Così la protagonista è una contessina, i co-sparring partner una famiglia di editori, la fata turchina una principessa. Un solo appunto, direi editoriale. Il racconto è un lungo, ininterrotto capitolo. La storia, invece, si spezzetta ogni tanto. Non so se abbia senso iniziare un nuovo capitolo ai cambi di scena (potrebbe essere dannoso per la tensione, o la configurazione di co-temporalità di alcuni avvenimenti), ma almeno una riga bianca che permetta di uscire dall’apnea, riprendere fiato, e seguitare a leggere. La storia segue abbastanza linearmente (almeno per 2/3) le vicende della sedicenne contessina Emanuela. Morti i genitori friulani, viene affidata alla nonna genovese. Che tuttavia è una specie di maitresse, dalla cui casa Emanuela fugge, e cerca di ritrovare Tonio Karr, il rampollo dell’omonima casa editrice con cui stava per avere un “filarino”. Pensa di trovarlo a Milano, ma Tonio (la famiglia ha molte case) si trova a Roma. Cerca di andare a Roma ed accetta un passaggio da tre amici di una conoscente milanese. Peccato che i tre abbiano appena fatto una rapina, ovviamente vengono fermati ad un posto di blocco vicino a Roma, fuggono, la macchina si ribalta, lei, contusa, si avvia a piedi a Roma e trova Tonio e family. Intanto i tre vengono arrestati, e si cerca il quarto componente della banda, una biondina. Tonio pensa che sia lei, ed ha parole dure. Lei è orgogliosa e se ne va. Arrestata immediatamente, non ha una parola in sua difesa, e viene mandata in riformatorio a Milano. Qui c’è la parte migliore e non thriller della vicenda. La descrizione della Casa di Correzione, con la direttrice, il capo dei secondini (donna quasi nazi), la principessa che svolge un lavoro umanitario e si prende a cuore Emanuela. Ma anche le altre detenute, la capo stanza, dura, spia, ma fragile dentro, l’altra subito amica. Emanuela prova essa stessa a far la dura, ma non ci riesce. Anche perché non vuol dire i motivi della sua fuga da Genova. E quando la principessa le offre un sollievo attraverso una visita medica, non trova di meglio che fuggire dall’ospedale. Infatti, l’unico pensiero che ha maturato è di ritrovare Tonio e spiegare a lui i suoi motivi. Intanto il belloccio ventenne è in vacanza a Sirmione con la sua nuova bella, che però si accorge che lui pensa all’altra e lo manda a ramengo. Tonio torna a Roma, convince la madre ad ingaggiare un grosso avvocato e si reca con lui a Milano per parlare con Emanuela. Lì scopre che la contessina è fuggita. Da questo punto, comincia ad ammirare la capacità di intreccio di Scerby, che riesce a far andare male tutto quello che può andare male. Emanuela, infatti, utilizzando il vecchio autista del padre va a Roma, dove arriva alle quattro del mattino, e telefonando a casa Karr, una domestica infastidita le dice che la famiglia sta a Francoforte. Tonio e l’avvocato chiamano da Milano avvertendo la madre della fuga di Emanuela. La madre cerca di avvertire Francoforte ma la contessina ha già chiamato. E si dispera. Qui entra in scena il buon autista, che la convince ad un ultimo tentativo. Si recano a casa Karr, parlano con la madre, e sembra che l’orizzonte si spiani, e si mettono in attesa di Tonio. Ma Tonio e l’avvocato, a pochi chilometri da Roma hanno un incidente, serio ma non grave, e vengono trasportati in ospedale a Monterotondo. I Karr e la contessina prendono la macchina e corrono in ospedale, ma prima di arrivare vengono fermati dai Carabinieri che stanno effettuando una battuta di caccia alla ricerca di un assalitore di giovani donne. Ovviamente, Emanuela non ha i documenti e viene arrestata. E riportata in riformatorio, messa anche in cella di rigore per la fuga. Fortunatamente, mentre l’avvocato tenta in tutti i modi di trovare delle scappatoie, a Genova … Vi lascio sospesi sul finale di storia. Immaginatelo come volete, non è la parte più importante. I fulcri sono due: la parte che si svolge negli Istituti di correzione, con la descrizione delle piccole meschinerie quotidiane, e la parte di accelerazione degli avvenimenti, quando ogni due pagine c’è un accadimento nuovo che mette in pericolo quanto di buono stava avvenendo fino ad allora. Non è il meglio di Scerby, quello duro e senza speranza, quella del Duca Lamberti o dei ragazzi del massacro. Ma molto coinvolgente leggerlo. Una domanda soltanto: la vicenda si svolge nel 1969, e molti avvenimenti sono legati al telefono. Se rispondono, se la tele sezione prende, se Tonio è lì o altrove. Mi chiedo appunto, cosa sarebbe della stessa storia, ora nel mondo interconnesso dei cellulari? Bella sfida per chi la sa risolvere.
Giorgio Scerbanenco “Europa molto amore” Corriere della Sera 10 euro 6,90
[A: 01/02/2014 – I: 26/04/2014 – T: 28/04/2014] - &&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 195; anno 1961-66]
Direi un onesto e tipico prodotto della scrittura di Scerby. Intanto sveliamo il  mistero delle due date: la prima si riferisce all’inizio della pubblicazione del romanzo a puntate su Annabella e la seconda sulla prima uscita in volume. E questo fatto spiega due elementi un po’ negativi del libro: l’andamento un po’ lento (si dovevano comunque presentare un certo numero di puntate, mentre la trama poteva essere accorciata) e la sensazione di avere, oltre al giallo, una mini guida europea dei primi anni ’60. Tra l’altro, cominciato a scrivere durante la costruzione del Muro di Berlino, ci dà anche un’immagine interessante delle divisioni sul suolo tedesco all’epoca. La storia segue le avventure che rischiano di degenerare di due giovani poco più che ventenni, la tedesca Barbara e l’italiana Ornella. Barbara, trovandosi in vacanza da Ornella a Milano, decide con lei di tornare a Berlino. Per questo, su consiglio di un fantomatico vicino di casa, Karl, decide di accettare il passaggio di uno strano tipo, il conte Paul. Questi si rivela un farabutto (come lo è anche Karl), che cerca di portarle a Parigi, per farle prostituire, rubando loro il passaporto. Con un colpo di borsetta, tanto forte quanto sfortunato, Barbara uccide il conte. E qui cominciano le disavventure, scandite dalle puntate del mensile, in modo ogni volta di spingere all’acquisto successivo. Riescono ad andare a Lione, rifugiandosi da un amico di Barbara, André, innamorato di lei. Peccato che nel frattempo André sia diventato un poliziotto. Mentre sono con lui, cercando di farsi aiutare senza farsi sgamare, la polizia trova il morto, tra l’altro con l’auto imbottita di droga, e dirama una ricerca su tutto il territorio delle due. Arrivata la richiesta a Lione, André si fa raccontare tutta la storia (quella di cui sopra), e invece di far costituire le due, preso dall’amore, fabbrica loro dei salvacondotti falsi per la Germania. Peccato che non glielo dice, e mentre lui è all’opera, le due scappano con il treno. André, beccato subito dai superiori, viene immediatamente degradato e mandato lontano da Lione. Le nostre eroine cercano di capire come attraversare la frontiera tra Francia e Germania senza passaporti (siamo ancora molto lontani da Schengen), ed hanno la sfortuna di trovare sul treno il cattivo Karl. Lui cercherà di vendicarsi delle malefatte subite dal conte, riuscendo a passare via terra il confine (come gli spalloni italo – svizzeri). In Germania si procurano una Mercedes, ma per arrivare a Berlino devono attraversare il settore russo della DDR. Karl cerca di turlupinarle, ma sono loro ad avere la meglio, ad abbandonarlo in mezzo alla via, solo e senza passaporto. Vengono anche fermate dai russi, ma non sono russi qualsiasi. Qui si rivela un po’ dell’origine del nostro. Che fa del colonnello russo, non un russo ma un ucraino (Scerby era nato a Kiev), inquadrato a forza, ma gentile come tutti gli ucraini. Il colonnello le porta a Berlino. Loro vanno a casa di Barbara, ma anche lì l’Interpol ne trova le tracce. Scappano allora in un albergo, dove lavora Berto, un calabrese immigrato che un paio di anni prima si era innamorato di Ornella (immagino che i fautori del lieto fine, già stiano pensando a come potrà proseguire). Continuano i colpi di scena dettati dal ritmo delle pubblicazioni: dopo alcuni giorni di quiete, la polizia fa un controllo a sorpresa nell’albergo. Barbara e Ornella riescono a fuggire, mentre Berto viene sorpreso nella falsificazione dei documenti di residenza e, dopo due mesi di carcere preventivo, verrà espulso dalla Germania. Le nostre due eroine non hanno di meglio che chiedere aiuto al colonnello. Che intanto viene richiamato verso Mosca (dove sarà ucciso, come molti ucraini), ma prima riesce a fornire due passaporti sovietici alle nostre e a farle imbarcare su di un aereo per la Svizzera. Qui abbiamo la terza tappa “turistica” dell’autore, dove a Zurigo le nostre intrepide vengono fermate, si trovano loro dollari (che avevano avuto in regalo dal colonnello) e si pensa siano spie sovietiche. Loro confessano quindi una parte delle loro disavventure, senza però svelare tutti i misteri. Mentre stanno per essere rimandate in Russia, arrivano dalla Francia André ed il suo capo. E sarà lui, che riuscirà a vincere la corazza di Barbara, a farle confessare tutto il loro percorso, anche perché si è scoperto che il conte Paul era veramente un farabutto e che la morte era per legittima difesa. Le nostre dovranno essere imprigionate a Lione, ma solo per pochi mesi, che saranno liberate, e sulla porta del carcere troveranno … A voi la risposta: i buonisti diranno che troveranno André e Berto; i catastrofisti, che ci sarà Karl e la sua banda. Per ora leggetelo, fatevi prendere dai ritmi di Scerby, e gustate le atmosfere d’epoca che ci presenta. In fondo, è un buon prodotto. E Scerbanenco un grande autore di gialli, di neri, di polizieschi e di atmosfere.
Mi sembra un buon viatico per una calda estate, aver messo quattro facili romanzi da ombrellone (facili ma non semplicisti). Continuando nella trafila di questa estate un po’ anomala, dove continuo ad aiutare (con piacere) amici ad organizzare i loro viaggi, mentre io ho solo il Nord della Francia che mi aspetta (anche se mi aspetta con ansia e voglia di riposo). Ed ancora nulla si prospetta nell’orizzonte dell’ultimo quadrimestre.

sabato 19 luglio 2014

Misticanza - 19 luglio 2014

A parte l’intermezzo “nero” della settimana scorsa (dove però vi invito a leggere l’intervento di Sepúlveda su Repubblica del 18 luglio), ecco la quarta puntata dell’insalata mista, utile e fresca nel caldo estivo (e con un giorno di anticipo che ci riposiamo anche noi scrittori). Dopo aver passato il mondo anglo-sassone, i crucchi, i popoli dello yogurt, eccoci finalmente con quattro autori italici. Con un inizio fulminante, il bellissimo libro non romanzo di Piccolo, letto prima che diventasse bandiera dello Strega, ed il sempre interessante Licalzi, non tanto per il libro ma per l’idea che sta alla base dello scritto. Piccola caduta nel “moccismo” giovanile con il comunque ben scritto D’Avenia, per poi risalire con l’interessante opera prima di Fabio  Bartolomei.
Francesco Piccolo “Il desiderio di essere come tutti” Einaudi s.p. (Regalo di Alessandra che in realtà mi aveva regalato il libro di Otto)
[A: 25/12/2013– I: 21/01/2014 – T: 25/01/2014] - &&&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 264; anno 2013]
Non ho ancora capito, o non ancora deciso, che cosa sia questo volume. Un romanzo? Ne ha l’andatura, ma racconta fatti senza “romanzarli”. Un saggio? Ne ha talvolta la scrittura, ma non l’impostazione generale. Se fossi francese, lo chiamerei “memoir” (e non autobiografia, che non stiamo affrontando tutta la vita dello scrittore, solo alcuni passi). Piccolo ci parla di sé, di alcuni suoi momenti, talvolta decisamente privati. E ci parla del mondo intorno a lui. E siccome lui è qui, nel mio stesso mondo, allo stesso modo, parla del mio mondo. Certo, c’è una leggera sfasatura temporale, che una decina d’anni ci dividono. Ma so di cosa parla, e lui capirebbe se ne parlassi io. Piccolo ferma nel corso del tempo alcuni suoi momenti topici, sempre sia personali che pubblici, e ne fa le pietre miliari del suo diventare. Nel desiderio di essere come tutti (omologato) si instaura la necessità di essere se stessi. E quali sono questi passi, questi momenti? C’è la Reggia di Caserta, incombente nell’infanzia e presente nella maturità, soprattutto la fontana di Diana e Atteone. C’è il 74’ minuto della partita tra le due Germanie ai mondiali del 1974. C’è il rapimento di Moro. C’è la morte di Berlinguer. C’è Chesaramai, la sua donna, sposa, madre di suo figlio “la sdrammatrizzatrice dell’umanità”. Piccolo fa questo suo viaggio di memoria partendo dalla coscienza di “esserci”, quando a nove anni (vi tralascio il come) si trova solo nella Reggia della natia Caserta. Vicino a quella fontana di Diana e Atteone, dove io sempre mi domando ma che colpa ha il povero Atteone? Non fa avances a Diana, non è un “pervertito”, passa incautamente di là e vede la dea “come l’ha fatta la mamma”. E per questo viene prima trasformato in cervo e poi ucciso? Crudeltà dei greci… Ma torniamo a Francesco, che dopo quel momento di maturazione (ed io salto di palo in frasca) sempre a quella fontana si ritrova, durante un discorso del famigerato SB, che da lì incita a procreare. Si sa che il rapporto tra Piccolo e Silvio non è proprio d’amore (non a caso, è lo sceneggiatore de “Il Caimano” di Moretti), ma quella frase, ed una discussione con Bolzoni e D’Avanzo (prima della prematura scomparsa del giornalista) fa riflettere sul fatto che bisognava (e bisogna) attaccare i comportamenti di SB per quello che portano di male alla vita pubblica (in termini di possibili ricatti istituzionali, ad esempio), e non per un moralistico giudizio sulla vita privata. SB può scopare come e quanto vuole, se fosse un manager privato. Non può farlo, se diventa un personaggio pubblico. Non può fare le corna durante le foto. Non può telefonare mentre c’è una conferenza. Non può dire frasi sconvenienti ad un ministro donna di un altro paese. Ma qui mi fermo che l’etica mi impone di tornare al libro. Ad esempio al minuto della partita di calcio tra Germania Ovest e Germania Est (l’unica disputata a livello ufficiale) dove la seconda e derelitta, con un tiraccio di Sparwasser, batteva inopinatamente i cugini dell’Ovest, che tuttavia avrebbero poi vinto il mondiale. E Piccolo capisce l’essere verso le minoranze, verso i tartassati, un elemento del proprio essere (come quando mi innamorai delle capacità difensive di Bruno Garzena? Forse, e vediamo chi se lo ricorda…). Ma ancor più perché il padre tifava Ovest, e quindi, come non contrapporsi. Dalla contrapposizione verso la famiglia all’omologazione verso l’esterno. E come pur tuttavia non pensare di approfondire un discorso fondante come il rapimento Moro, elemento di svolta di molte generazioni. Certo per Piccolo molto come elemento d’amore della bella Elena (lasciata per un San Valentino incompreso), ed io ne ricordo il mio vissuto d’angoscia (durante tutto il periodo “Moro” era caporal maggior dell’esercito di leva…). E bella, coinvolgente, e da discutere, anche tutta la vicenda Berlinguer. Berlinguer l’uomo, come diceva la Ginzburg, di cui ci ricorderemo sempre (come narrava il Benigni di “Berlinguer ti voglio bene”). Dagli articoli di Rinascita dell’ottobre del ’73 dopo l’assassinio di Allende, alle convergenze con Moro, al tentativo di compromesso storico, all’allontanamento dalle illusioni di potere, verso quell’alternanza democratica (che forse prefigura il bipartitismo imperfetto) che mai si potrà realizzare in un paese come l’Italia. Con quelle pagine che ancora mi bruciano nella memoria dei fischi al congresso di Verona. Con l’odiosa faccia di Craxi che incombe per dieci anni sulla scena politica (e pensare che negli anni ’70 ne pensavo con condiscendenza). Tutta questa parte, sebbene molto politica, e molto di parte (d’altra parte, bisogna pure schierarsi, anche se si vuole essere come tutti) è molto da leggere e da commentare. Possiamo non condividerla, ma non ignorarla. Poi Piccolo ci ammalia con altre sirene, come il bellissimo racconto di Carver o il film “La Terrazza” di Scola (se ne dovrebbe riparlare) o quel monumento dell’etica e della casualità che fu “La promessa” di Dürrenmatt (e come mai è l’unico libro che non compare nella bibliografia?). Alla fine, riporto tutte a due delle frasi che riporto. Quella bellissima di un articolo di Rosellina Balbi sull’eguaglianza, e la riflessione, di Piccolo ma che faccio mia, sull’etica dei principî e della responsabilità. Pur con tutti i suoi prevedibili alti e bassi, uno dei libri più intensi che abbia letto negli ultimi tempi. Parziale, da discutere, ma sempre e per questo, bello e da condividere.
“Ma non è che sono comunista perché il comunismo non c’è?” (40)
“Si può essere felici, mentre gli altri sono infelici?” (90)
“Rosellina Balbi: Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto all’eguaglianza. La prima non esiste (per fortuna): ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà e vorrà. Altra cosa è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perché la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli.” (147)
“Ho capito che piegarsi era infinitamente più virtuoso e utile che non piegarsi. Ho capito che la testardaggine di non tradire se stessi (l’etica dei principî) era in contraddizione con la necessità di non tradire milioni di persone (l’etica della responsabilità).” (185)
“La sostanza della sua reazione, per ogni evento privato o pubblico, è sempre stata, fin dal primo momento, e continua a essere: ci vogliamo rovinare la giornata per questo?” (188)
“Se come si è, e come si dovrebbe essere, non riescono a coincidere, allora la sincerità è più fruttuosa del senso di giustizia.” (226)
Lorenzo Licalzi “Un lungo fortissimo abbraccio” BUR euro 9,90
[A: 15/04/2013– I: 28/02/2014 – T: 04/03/2014] - &&&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 229; anno 2011]
È sempre con piacere che leggo qualcosa dello psicologo ligure in veste di scrittore. Da quando mi affascinò con quel tatuaggio a punto interrogativo (nel suo primo romanzo “Io no”). Certo, in genere i suoi romanzi e racconti hanno punte di ironia, talvolta di comicità, che in questo abbraccio mi sono mancate. Anche perché, la storia in sé, lineare e semplice, si racconta in poche righe. Ma non è la storia, quello che mi ha legato a questo libro. È l’idea, forse la domanda filosofica e psicologica che sottende. Per questo, anche, alla fine ha un buon giudizio, pur non eccellendo sul piano del testo. E certo, anche il finale su cui torneremo in finale (mi si perdoni la ridondanza) ha un suo fascino, almeno per me. Ma veniamo alla storia. In un prossimo futuro, le conoscenze scientifiche avanzanti permettono di tentare, anche se in via sperimentale, un trapianto impensato: il trapianto del cervello da un corpo umano in decadenza ad un donatore compatibile. In quello stesso futuro, la vita si allunga comunque sempre più, così che persone a 70, 75 anni sono ancora nel fiore dell’attività lavorativa (e cerebrale). Una malattia si diffonde inopinatamente, che, in quei corpi sani, fa decadere il resto del corpo, conducendo il malcapitato in breve alla morte. David, il nostro protagonista, si trova in questa condizione, amato dalla sua settantenne compagna di una vita, ma in pericolo di morte. Si sottopone quindi al trattamento sperimentale, anche perché altri e ben noti personaggi stanno vivendo parallele angosce, e si vuol tentare una via d’uscita (per loro, ovviamente). Il corpo su cui innestare il suo cervello sarà quello di un giovane di 25 anni, ucciso il giorno delle nozze con la sua bella Blanca, in una rissa, mentre tentava di salvarla. Qui c’è il corpo della storia: dov’è l’individuo? Nel cervello? Nel corpo? L’unione dei due? Il nostro eroe attraversa grosse crisi personali: c’è la moglie, che lui ama con la testa, ma che ha difficoltà nel riconoscerlo nel nuovo corpo; c’è il se stesso interiore, combattuto tra le nuove possibilità e i pensieri di un anziano; c’è Blanca che ritrova il corpo che amava e verso cui il suo corpo prova attrazione. Combattuto tra questi dilemmi che lo tirano da molte parti, la crisi scoppia quando la moglie lo trova nel letto con Blanca. Anche lui è interdetto dalla sensazione di piacere fisico e di disagio mentale. Fuggirà da tutto e da tutti, per cercare di capire il nuovo se stesso. Salto a piè pari tutte le parti intermedie (tra cui la moglie che comincia a comprendere il nuovo, Blanca incinta del corpo del suo amato, ed altre minuzie) per arrivare alla fine. Dopo una serie di giri per il mondo, il protagonista si rifugia in Islanda, e davanti ad un baratro deve decidere se la sua nuova vita ha un senso e tornare alla civiltà o se quest’avventura non può portare nulla di buono alla civiltà e gettarsi nel vuoto. Ovviamente non vi dirò la scelta di David. E vi invito a scoprire il sottile meccanismo psicologico che il nostro psicologo mette in atto nel suo finale, quello di cui accennavo all’inizio e che fa salire le quotazioni del testo. Rimane, anche dopo la lettura, la lunga domanda sulla relazione corpo – mente. Non posso che ricordare qui quel bellissimo seminario fine di un lungo lavoro psicologico e di attenzione, tenuto da Luciano Marchino coadiuvato dalla mia carissima Maria Luisa “Il Corpo non Mente”, dove si giocava proprio su questa dualità, dell’espressione corporea del se, e di tutto il percorso che, partendo dalla nostra mente cosciente, ci consente di utilizzare il corpo e la mente. Qui, rimescolando le carte, si torna alla domanda primitiva. Qui, staccando corpo e mente, ci si interroga sulle loro relazioni. E sul quesito finale: io sono questo corpo che voi vedete E questa mente che non vedete. Ma quando riconoscete il mio corpo (per la postura, per l’odore, per tutto ciò che di inespresso può esprimere), riconoscete anche il mio io pensante ed agente? Ed il mio cervello che fa muovere un meccanismo che non sono io, è esso stesso riconoscibile? Si può andare avanti e discutere. Si può tornare al libro. Oppure, perché no, si può leggere il libro, e poi discuterne. Molto stimolante.
“Il nostro era un abbraccio perfetto, sincronico, completo. Tra due corpi abituati a stringersi. E a farlo con intimità. … A far l’amore o baciarsi ci si riesce sempre, e ci si riesce bene, talvolta anche se ci si odia, ma addormentarsi abbracciati così, come lo eravamo noi, non si può, perché l’abbraccio è il metro più esatto dell’intesa, perché l’abbraccio non perdona.” (192)
Alessandro D’Avenia “Bianca come il latte, rossa come il sangue” Mondadori euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 15/04/2013– I: 15/04/2014 – T: 18/04/2014] - && e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 254; anno 2010]
Ero curioso di questo nuovo scrittore italiano, e benché il suo libro abbia stazionato più di un anno sui miei scaffali, non sono dispiaciuto della tarda lettura. Un simpatico professore under quaranta, siciliano, che ha avuto come mentore don Puglisi (omaggio alla memoria). Certo la scrittura, a volte, risente di un “moccismo” prima maniera. Ma non è proprio alienamente falsa. D’Avenia parla del mondo che ben conosce, parla di giovani (un po’ come ne parla la Mastrocola da Torino). Sedicenni in crescita e tempeste ormonali, spesso di fronte a problemi più grandi di loro. Sempre in un conflitto di incomprensione con “i grandi” (genitori, parenti, professori). Spesso anche in conflitto di comunicazione, anche tra di loro. Non è facile capire, a sedici anni, cosa dire e come dire quello che si vorrebbe dire. In questo agile romanzo (sono 250 pagine che scorrono bene in lettura, a me ritemprandomi a valle di lunghe passeggiate scozzesi) seguiamo quindi la parabola esistenziale del giovane Leo. Ginnasiale, ossessionato dai colori (sopratutto dal bianco che lo spaventa), diviso tra play station e calcetto, sempre in compagnia con l’inseparabile Niko. Ha anche un’amica del cuore, Silvia, che gli tiene mano in tutte le sue fantasticherie (immaginiamo certo dalla seconda pagina che ne sia segretamente innamorata). Ha un motorino senza freni. Ma soprattutto è innamorato perso di Beatrice, bella dai capelli rossi, che vorrebbe agganciare ma che non riesce mai ad avvicinare. Il teatro di Leo è completato da due professori – mentori: il prof di religione, su cui D’Avenia ricalca molto il suo attaccamento a don Puglisi, ed il supplente di filosofia (lo “sfigato” come lo chiama Leo), su cui invece credo che l’autore abbia proiettato molto anche del se stesso docente (almeno docente agli inizi, quello che crede nell’insegnamento, che è abbastanza giovane da ricordarsi come era lui stesso quando andava a scuola). L’elemento scatenante del romanzo è la scoperta che Beatrice ha la leucemia. E mentre lei lotta in varie forme con la malattia (trasfusioni, chemio ed altro), Leo attua una manovra di avvicinamento. In un primo tempo, nascostamente ostacolato da Silvia che gli fornisce indicazioni false per contattare Beatrice. Poi, da tutti aiutato (da tutti i giovani, si capisce). Leo dona il sangue nascostamente a Bea. Leo scrive una lettera d’amore, ma mentre va a portarla a Bea ha un incidente serio con la moto senza freni. Sarà casualmente ricoverato nella stessa clinica dell’amata lontana (certo il nome di Beatrice ci porta ad un passo da Dante). E finalmente avrà modo di conoscerla, di palesarsi, di tremare vedendola sfiorire, di farsi forza, aiutato dallo sfigato (che gli suggerisce di seguire i propri sogni invece che solo di sognarli). Ovviamente Beatrice muore. Ovviamente Leo ha una crisi profonda. Ed altrettanto ovviamente (dopo che anche Niko lo abbandona dopo che per colpa sua perdono un’importante partita di calcetto) sarà Silvia a salvarlo. Certo dopo una crisi profonda della loro amicizia, quando Leo scopre le piccole malefatte dell’amica. Ma non può che comprenderle. E da quell’amicizia in cui ci si può dire di tutto, stando bene anche in silenzio, potrà nascere un rapporto diverso. Una maturazione per il nostro giovane, che in finale cesserà di essere Leo per cominciare ad essere Leonardo. Insomma, tematica di giovani e sui giovani, con qualche interessante riflessione sul modo in cui i giovani vedono la vita, e le cose materiali che li circondano. Forse è un po’ semplicistico pensare che possano maturare in fretta, e verso direzioni a noi adulti consone. Questa “elementarità” dei sentimenti porta qualche mezzo libricino in meno, ad un libro che, in ogni caso, si guadagna un posto di lettura gradevole tra i miei scaffali, a volte troppo ponderosi.
“La mia scuola porta il nome di un personaggio di Topolino: Orazio.” (14)
“La maturità non si vede nel voler morire per una nobile causa, ma nel voler vivere umilmente per essa.” (149)
Fabio Bartolomei “Giulia 1300 e altri miracoli” E/O euro 9,50
[A: 15/04/2013– I: 23/04/2014 – T: 26/04/2014] - &&& e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 281; anno 2011]
Queste letture, come osservano alcuni miei attenti lettori, avvengono ad un anno dall’acquisto. Dati i miei strani meccanismi di scelte di letture, non è così difficile che passi del tempo tra l’acquisto e la lettura. D’altra parte, ritengo che un libro (a meno che non parliamo di instant book o altre pubblicazioni legate al momento) non abbia un tempo di lettura. Altrimenti, che senso avrebbe leggere ora “Guerra e Pace”? Ora, non pretendo di paragonare il buon Fabio all’esimio Anton. Ma non è cambiato il sentimento di piacevolezza che mi aveva spinto un anno fa all’acquisto ed ora alla lettura. Inoltre, il libro è uscito nel 2011, quindi direi che ha ben tre anni alle spalle. E li porta egregiamente. È l’opera d’esordio di Bartolomei (che ha pubblicato in seguito altri due libri, sempre con E/O) e credo che qualche altra lettura dei suoi scritti ne farò. Non che sia risolto tutto in positivo. Ci sono sbavature, parti che ritengo leggermente carenti. Tuttavia il libro è gradevole, con una trama sostenibile (pur con tutte le sue improbabilità), una bella scrittura che alterna momenti descrittivi e “oggettivi”, a momenti ironici ed umoristici che non mi sono dispiaciuti. Sono rimasto solo un po’ perplesso da una pseudo - struttura del libro, che inizia e finisce con tre soggettive dei protagonisti. Nel mezzo, il lungo racconto sempre di uno di loro, il simpatico, inventore di storie, auto-ironico Diego. Non capisco perché, visto che poi la storia si impernia su quattro protagonisti, il quarto venga relegato ad un ruolo marginale. Diego, nella sua lunga descrizione, ci fa partecipe prima del suo rapporto con il padre morente e poi morto. Quindi, dopo una crisi interiore dove si chiede cosa stia facendo, non avendo legami seri (non a caso lascia l’ultima donna Alice dicendo che ha bisogno di riflettere, ah ah ah), si dimette da venditore di auto e si lega agli altri due “sfigati” Fausto e Claudio. Tutti e tre si imbarcano quindi in un’impossibile impresa: ristrutturare un casale nella Campania subito dopo Frosinone ed aprirvi un agriturismo. Fausto è un televenditore fallito di orologi. Claudio gestiva un supermarket e l’ha mandato in fallimento. Ben presto i tre vengono raggiunti da Sergio (quello che non viene mai in soggettiva), regista fallimentare degli spot di Fausto. Sergio in fondo è l’unico che, al contrario degli sfigati, qualcosa sa fare. E porta un po’ di ordine nella loro confusione. Nel loro crogiolarsi in un nulla che non può che portarli al fallimento. I quattro poi entrano in contatto anche con i neri che lavorano nei campi, specialmente con Abu, principe africano che si rivelerà un abile aiuto di manodopera. Le doti fallimentari dei tre, in ogni caso, sarebbero capaci di portare alla rovina anche questa impresa, se non avvenisse un elemento di disturbo che capovolgerà la vicenda. Un anziano viene a chiedere il pizzo per la camorra locale, guidando una vecchia Giulia 1300. Precipitando in una serie di equivoci, i nostri decidono di sequestrare Vito. E poi anche i due “garzuncelli” che sono venuti in suo soccorso. E con l’aiuto di Abu, seppelliscono la Giulia 1300 nel campo. Peccato che la radio della Giulia ogni tanto si accenda, e faccia sentire musica classica che si spande per i campi. Dovendo pensare all’agriturismo, decidono anche di ingaggiare Elisa la cuoca. Sarà lei ad essere l’elemento positivo: cambia l’arredamento, prepara pranzi da favola, decide di impiantare l’orto. I turisti scarseggiano, sino a che Diego nella sua verve istrionica inventa una storia improbabile per spiegare la musica dei campi. Nasce quindi il miracolo, e l’agriturismo decolla in maniera decisa. Peccato che i camorristi siano sempre segregati in cantina, anche se Vito, l’anziano, si affeziona ai nostri improbabili e comincia ad aiutarli nella gestione agrituristica. La prima crisi c’è quando Elisa, che nulla sapeva, scopre i camorristi. Ma Diego la convince. Poi i clan camorristi cominciano a farsi la guerra per la scomparsa dei tre di cui sopra, finendo per coinvolgere i neri amici di Abu ed ucciderne due. A questo punto i nostri non possono che liberare tutti, scappare e sperare che Vito riesca a sistemare tutto come loro longa manus. Su questa speranza li lasciamo. Con Claudio che esce dalle sue ipocondrie. Con Fausto che, da fascista convinto, instaura un rapporto di amicizia con Abu. Con Diego che esce dal suo personaggio stereotipo “stronzo”, e, forse, riuscirà a conquistare Elisa. Ma questo Fabio non ce lo dice. E forse non è interessante. Anche se la sospensione con qui ci lascia, mi fa restare sempre un po’ perplesso (come andrà avanti? cosa faranno Diego ed Elisa? e Sergio? insomma, è difficile finire un libro in modo che non ci siano possibili domande analoghe; ricordo che l’unico che mi diede questa impressione fu il Buendia del compianto Gabo). Ripeto quanto detto sopra, gustando il mix da momenti seri (camorra, disoccupazione, immigrazione) a momenti ironici (donne, letture, televisioni), e pensando di aver trovato un buon momento di lettura. Bravo Fabio!
“Siamo la generazione del piano B. Lavorare in questo paese fa così schifo che, anche se fai il miracolo di raggiungere la posizione per cui hai studiato, dopo due anni ne hai le palle piene e inizi a elaborare il tuo piano B. Quasi sempre si tratta di un agriturismo … una vita migliore, più sana, con più tempo a disposizione. Più tempo per pensare e per scoprire che sei infelice lo stesso, che il lavoro non c’entrava un cavolo … Hai traslocato e la prima cosa che hai messo nella valigia sono stati i tuoi problemi.” (37)
“Di solito non affronto discussioni su temi politici. Per non essere coinvolto in battibecchi isterici a proposito di manovre finanziarie o di leggi sull’immigrazione, ho imparato a dire che voto per i Verdi. Funziona, nessuna sa di cosa discutere con un verde.” (223)
Pur non essendo uso a ricitare le citazioni, devo dire che questa settimana sono particolarmente contento delle frasi che mi sono rimaste in mano, anche potendo suscitare un bel dibattito sulla prima di Piccolo o l’ultima di Bartolomei. Senza dimenticare quella che mi ha fatto rotolare sulla scuola di D’Avenia. Per ora non c’è altro, se non continuare a studiare per i sospirati break d’agosto.